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La sociologia di Merton: indeterminatezza dell’azione e delle strutture

The sociology of Merton: the indeterminacy of action and social structures
Fabrizio Martire
p. 95-120

Abstract

In the paper I claim that the philosophical and scientific idea of indeterminacy is a leading – and not always explicit – theme of the thought of Merton. Some of the main contributions of Merton to sociology (his reflections on the concepts of unintended consequences of purposive social action, self-fulfilling prophecy, latent function, sociological ambivalence and serendipity; his definition and analysis of anomie) draw attention on several kinds of indeterminacy: that of intents in causing consequences; that of social conditions on behaviour; that of real world to scientific theory. In the last part of the paper I argue that the non-determinism of the thought of Merton has relevant implications at a meta-theoretical level, directing him to the construction / definition of concepts rather than of general theories about society.

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Note dell'autore

Mesi addietro Sandro Landucci mi propose di scrivere un saggio sui temi della riflessività, della circolarità e dei processi non lineari nell’opera di Merton. Abbiamo in seguito deciso di scrivere due saggi separati: devo comunque a Landucci qualcosa di più di un’ispirazione. Ringrazio inoltre Maria C. Pitrone e Alberto Marradi per aver letto il saggio.

Testo integrale

  • 1 Gli altri sono:
    a) il «tema classicista», cioè «la tendenza a cercare il giusto mezzo, la conciliaz (...)
  • 2 Altri autori che hanno sviluppato il tema dell’ironia in Merton, analizzando uno o più degli aspett (...)

1Molti studiosi attribuiscono a Merton una spiccata sensibilità nel cogliere gli aspetti ironici e paradossali della società, individuando in essa un tratto distintivo della sua sociologia. Non a caso, Sztompka (1986, 4) considera il tema dell’ironia uno dei filoni più importanti della produzione di Merton1. Con quest’espressione l’autore intende cogliere l’interesse di Merton per «la complessità, le contraddizioni e i paradossi della condizione umana, i processi circolari e gli effetti inaspettati, […] l’integrazione di tutte le parti della società e la loro relatività» (ivi, 5). Più o meno facendo riferimento agli stessi aspetti, Schneider (1975) dedica il suo contributo al Festschrift in onore di Merton (curato da Coser) proprio alla «prospettiva ironica in sociologia»2.

2Oggetto di questo saggio non è tuttavia il tema dell’ironia, né le sue applicazioni in sociologia. Il discorso che intendo sviluppare parte dal presupposto che alcuni contributi dell’opera di Merton – tra quelli che in letteratura vengono solitamente ricondotti alla sua vena ironica – rimandano ad aspetti cruciali della sua sociologia sia sul piano teorico, sia su quello epistemologico. Nello specifico mi sto riferendo a: le riflessioni sul concetto di conseguenze inattese dell’azione intenzionale; il concetto di profezia che si auto-adempie (o auto-confuta); la sua definizione e analisi del concetto di anomia; il concetto di ambivalenza sociologica; il concetto di serendipity.

3Indagando questi temi e applicandoli allo studio di specifici problemi sociologici, Merton pone continuamente all’attenzione dei suoi lettori il tema dell’indeterminatezza: delle conseguenze rispetto alle intenzioni; dei comportamenti individuali rispetto ai condizionamenti sociali; della realtà rispetto alle teorie scientifiche. Non si tratta di un tema che l’autore sviluppa attraverso argomentazioni esplicite, quanto piuttosto di una visione generale che sembra stare a monte di riflessioni teoriche apparentemente scollegate. Nelle pagine che seguono intendo far emergere questa visione analizzando i concetti mertoniani che ho citato in precedenza.

1. L’indeterminatezza dell’azione

41.1. Nel saggio The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action (1936) Merton propone alcune riflessioni sull’indipendenza tra intenzioni e effetti, tra obiettivi e risultati. Per certi versi, questo saggio ripercorre il tema tradizionale della razionalità limitata: nei sistemi sociali complessi gli individui non hanno adeguata conoscenza del contesto nel quale pensano, decidono e agiscono; determinati comportamenti producono conseguenze inattese perché le persone non hanno il controllo sui possibili effetti delle loro azioni. Oltre che sulla complessità dei sistemi sociali e sui limiti conoscitivi dei soggetti che agiscono, Merton si sofferma su altre due cause di conseguenze inattese: l’impazienza di ottenere subito i propri obiettivi (the imperious immediacy of interests) che impedisce di guardare agli effetti di lungo periodo delle proprie azioni; e – riprendendo un tema classico della sociologia – la propensione ad agire razionalmente rispetto a un valore, piuttosto che a un obiettivo.

5Secondo Merton il concetto di conseguenze inattese è applicabile anche per indagare le azioni compiute da soggetti collettivi. In un articolo apparso sul «New York Times» – dove analizza e difende l’immagine del sociologo – Merton scrive:

L’idea secondo cui, nel corso dell’interazione sociale, gli uomini creano condizioni nuove che non facevano parte dei loro intenti è una premessa di base della sociologia. […] Incentivi finanziari possono portare al declino anziché all’incremento della produzione; l’inasprimento delle misure repressive possono portare all’aumento anziché alla diminuzione della criminalità. La crescente consapevolezza di questi meccanismi è diventata una delle cause del largo uso che si fa della ricerca sociale in campi quali la medicina, la sanità pubblica, il servizio sociale, il diritto, l’istruzione, [etc.] (Merton, 1961/1976, 184).

  • 3 Nel già citato saggio del 1936 – sebbene sia interamente dedicato al concetto di conseguenze inatte (...)

6In questo brano Merton esprime una posizione molto netta: il concetto di conseguenze inattese non è solo un’idea interessante, ma è una «premessa della sociologia»3. L’esperienza insegna che anche le intenzioni più tenacemente perseguite possono portare a risultati palesemente in contrasto con esse; quest’indipendenza tra intenzione e risultato – prosegue – è imputabile a specifici processi che si attivano nell’interazione sociale e che costituiscono un campo di osservazione privilegiato della sociologia; l’accesso a questo campo di osservazione dipende dalla capacità del sociologo di riconoscere determinati fenomeni come effetti inattesi di azioni intenzionali.

7Queste riflessioni non sono certo una novità; il tema delle conseguenze inattese ha una lunga tradizione nelle scienze umane. Si pensi ad esempio all’idea smithiana che «gli individui siano guidati da una mano invisibile nel promuovere fini che non fanno parte delle loro intenzioni» (Smith, 1776/1937, 423, corsivo mio). L’intenzione cui si riferisce Smith è la ricerca del massimo profitto personale, e l’effetto non cercato ma ottenuto dal perseguimento di questa intenzione è l’armonia e il benessere della società. Anche Marx vede in azione una mano invisibile, che però compie un lavoro opposto a quella di cui parla Smith: perseguendo i propri interessi egoistici (e quindi non solidarizzando tra loro), gli imprenditori causeranno profonde crisi economiche e la distruzione del sistema economico sociale (il capitalismo) che dà loro legittimità e opportunità di azione (Aron, 1967/1972, 162; Coser, 1977/1997, 73). Pur prospettando scenari opposti, sia Smith sia Marx ragionano in termini di effetti inattesi.

8Merton stesso (1975/1976, 173) ricorda altri studiosi che si sono interessati al tema delle conseguenze inattese, citando in particolare Machiavelli, Vico, Pareto e Wundt. Boudon (1990, 119, 121) individua in Mandeville, Hayek e Weber altri illustri predecessori dell’idea secondo la quale «i fenomeni sociali devono essere considerati conseguenze inattese di azioni individuali».

9Sebbene non possa essere considerato una sua creazione, il concetto di conseguenze inattese è cruciale per capire la sociologia di Merton. Molti dei suoi più importanti contributi teorici possono essere considerati delle specificazioni di quel concetto, a cominciare dal concetto di profezia che si auto-adempie (o auto-confuta).

 

101.2. Nell’introduzione al secondo volume di Teoria e struttura sociale, Merton collega così il concetto di profezia che si auto-adempie a quello più generale di conseguenze inattese:

  • 4 Sui concetti di funzione latente e funzione manifesta mi soffermerò nella sezione 2.3.

Il lettore noterà che il meccanismo della credenza sociale autoadempientesi […] è teoricamente in stretta connessione col concetto di funzione latente4. Entrambi rappresentano un tipo di conseguenza imprevista dell’azione, […] l’uno producendo proprio quella circostanza che si riteneva erroneamente esistesse; l’altro producendo risultati cui non si mirava affatto. Entrambi questi meccanismi, che implicitamente avevo già preso in considerazione in un mio saggio precedente sulle ‘conseguenze impreviste dell’azione sociale secondo lo scopo’ rappresentano un altro caso di modelli sociologici che vengono spesso rilevati ma poco studiati (Merton 1949a/2000, 292, corsivi miei).

  • 5 Di quest’idea si trova traccia evidente anche nel pensiero di Weber. Come nota Crespi (1985/1998, 1 (...)

11Nel chiarire il concetto di profezia che si auto-adempie, Merton parte dall’idea secondo la quale qualsiasi conoscenza (o previsione) su una determinata situazione individuale o collettiva può diventare parte integrante della situazione stessa cui si riferisce, contribuendo a cambiarla in modo significativo e imprevisto. Per Merton questo meccanismo è ben espresso dal teorema di Thomas; «in una serie di lavori raramente consultati fuori dal mondo accademico, W. I. Thomas, il decano dei sociologi americani, ha esposto un teorema fondamentale per le scienze sociali: ‘Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze’» (Merton, 1948a/2000, 765)5.

12Merton presenta e analizza diversi esempi di profezie che si sono auto-adempiute. Il primo è il fallimento della banca americana Last National Bank avvenuto nel 1932, che lui stesso definisce una «parabola sociologica». La storia – comune a quella di molte altre banche americane in quel periodo – è questa: ad un certo punto cominciano a diffondersi voci (false) secondo le quali la banca ha problemi di insolvenza; i clienti – preoccupati da tali voci – corrono agli sportelli per ritirare i loro depositi; pur potendo in effetti contare su una buona liquidità, la banca non può soddisfare le richieste simultanee della maggior parte dei suoi clienti; quindi l’infondata preoccupazione sull’insolvenza della banca crea le condizioni affinché essa si avveri. Spostando il discorso sul piano sociologico, Merton nota che la «salda struttura della banca dipendeva da una serie di definizioni della situazione: la fiducia nella validità del sistema di promesse economiche reciproche nel quale gli uomini vivono. Una volta che i clienti avevano definito la situazione in altro modo, una volta messa in dubbio la possibilità che queste promesse fossero adempiute, le conseguenze di questa definizione irreale furono anche troppo reali» (ivi, 767).

13Dopo il saggio del 1948, Merton ricorre frequentemente al concetto di profezia che si auto-adempie. A proposito del rapporto tra ricerca empirica e politiche pubbliche, Merton (1975a/1976, 177-178) auspica che «l’interazione tra aspetti soggettivi e oggettivi della realtà sociale» sia seriamente presa in considerazione dagli organi chiamati a progettare interventi pubblici per sanare situazioni di disagio. Infatti, prosegue l’argomentazione di Merton, la ricerca empirica ha rivelato che «le definizioni sociali comuni in gruppi e collettivi sono un’importante parte dinamica di un determinato contesto sociale, nel quale le previsioni aiutano a creare la realtà che loro stesse anticipano».

14Merton ricorre al concetto di profezia che si auto-adempie anche nella lettura sociologica del problema della discriminazione razziale (1948a; 1995). La discriminazione razziale nasce dal pregiudizio circa l’inferiorità innata dei neri e si perpetua grazie a scelte istituzionali che – basandosi su una convinzione falsa – creano la realtà che la sostiene. «Così, se il gruppo dominante ritiene che i negri siano inferiori e provvede quindi che i fondi per l’educazione non siano sciupati ‘per quei buoni a nulla’, e poi avanza come prova decisiva il fatto che i negri hanno in proporzione ai bianchi ‘soltanto’ un quinto di diplomati universitari, non si rimane sorpresi di fronte a questo trasparente gioco di prestigio sociale» (Merton, 1948a/2000, 775).

15Il concetto di profezia che si auto-adempie ispira alcune delle riflessioni epistemologiche di Merton. Per lui infatti uno degli aspetti paradossali della sociologia è costituito dal fatto che i suoi prodotti sono conoscibili e valutabili dal suo oggetto di studio, formato da soggetti conoscenti. L’aspetto paradossale consiste nella possibilità che i risultati sociologici, quando vengono conosciuti dalla popolazione cui si riferiscono, modifichino il loro oggetto, causando la loro stessa conferma o falsificazione. Ciò è un’importante specificità delle scienze sociali rispetto a quelle naturali; è del tutto ovvio infatti che «le previsioni del ritorno della cometa di Halley non influenzarono la sua orbita» (ivi, 768). La specificità sta nel fatto che il sociologo fa parte del suo stesso oggetto di studio, che i prodotti delle sue indagini (risultati, concetti, teorie) possono diventare – quando vengono diffusi – parte del patrimonio culturale della società che studia, quindi parte del suo oggetto di studio.

  • 6 Già Dilthey (1883) aveva individuato nella riflessività la differenza tra scienze della natura e sc (...)

16In queste riflessioni Merton offre una rappresentazione ironica e paradossale del lavoro del sociologo. Dal momento che i prodotti della sua attività cognitiva possono diventare un elemento significativo dell’oggetto di tale attività, il sociologo appare condannato a inseguire il suo oggetto di studio senza mai raggiungerlo, dato che lo stesso atto del conoscerlo ne può provocare il mutamento. Merton sottolinea cioè la riflessività strutturale della sociologia, e in questo trova una testimonianza dell’irriducibilità delle scienze umane rispetto a quelle naturali6.

 

171.3. Anche il concetto di serendipity diventa, nella visione mertoniana, una declinazione sul piano epistemologico del concetto di conseguenze inattese. Per serendipity Merton e Barber intendono: trovare – grazie a una combinazione di fortuna e sagacia – qualcosa (conseguenza) mentre si stava cercando qualcos’altro (intenzione); si tratta ovviamente di un caso di conseguenza inattesa positiva (1992/2002, 223-224). Espresso in questo modo il concetto di serendipity si applica a qualsiasi attività umana che implica una ricerca, tuttavia per Merton diventa uno strumento per studiare la ricerca scientifica. Merton cita per la prima volta il termine serendipity in un saggio epistemologico (1945a); tre anni più tardi questa breve citazione la serendipity diventa un modello di ricerca cui dedicare una decina di pagine (1948b/2000, 255-262).

  • 7 Peraltro questo modo di intendere la serendipity è abbastanza diffuso. La voce «Serendipità» del di (...)

18Essendo una specificazione del concetto di conseguenze inattese, per Merton la serendipity non è una caratteristica di un soggetto (sia esso una persona, un’istituzione, etc.) che agisce, non è quindi concettualizzata come una capacità che si può acquisire, o un talento che si può avere7. La serendipity è la caratteristica di un processo, di una sequenza di intenzioni, azioni e risultati. Lo studioso parla di alcune caratteristiche individuali che possono favorirla (la curiosità, lo spirito di osservazione, una preparazione ampia e non settoriale, la sagacia, etc.), ma non la riduce a queste.

19Nelle sue riflessioni sulla serendipity, Merton non si limita a notare che alcuni, per quanto importanti, progressi scientifici sono avvenuti grazie a una combinazione di fortuna e sagacia; si spinge invece a proporre la serendipity come concetto di base per studiare la scienza. Inoltre, il sottotitolo del libro che ha pubblicato con Elinor Barber sulla serendipity è A Study in Historical Semantics and Sociology of Science, e in questo stesso libro i due autori parlano della serendipity come di uno strumento di politica della scienza (Merton e Barber, 1992/2002, 309-335).

  • 8 Per un approfondimento su cosa intende Merton quando parla della serendipity come modello di ricerc (...)

20Se quindi è un modello di ricerca8, un processo tipico attraverso il quale la conoscenza scientifica progredisce, la serendipity può essere confrontata con altri modelli di ricerca come il falsificazionismo di Popper o il modello ipotetico-deduttivo; a questo proposito, difficilmente possiamo immaginare qualcosa di più lontano dall’idea secondo la quale la ricerca evolve attraverso il controllo di ipotesi formulate a monte della rilevazione empirica.

2. L’indeterminatezza delle strutture

212.1. Per Merton i sistemi sociali sono strutturalmente ambivalenti, attraversati da tensioni imputabili alle incompatibilità che esistono tra alcuni dei suoi elementi costitutivi. Questa rappresentazione fa da sfondo ad alcune delle sue più importanti riflessioni teoriche.

22Si pensi ad esempio al concetto di anomia. L’analisi che Merton fa dell’anomia si basa sulla «idea dell’interazione continua e tensione frequente tra la struttura culturale (la distribuzione e l’organizzazione di valori, norme e interessi) e la struttura sociale (la distribuzione e l’organizzazione degli status e delle posizioni sociali)» (1995, 6). Questa tensione crea «la situazione paradossale per cui il comportamento antisociale è, in un certo senso, inevitabilmente causato da certi valori condivisi e dalla stratificazione sociale che implica l’accesso differenziato ai mezzi legittimi per perseguire gli obiettivi valorizzati socialmente» (ivi, 47).

23La differenza tra quest’impostazione e quella di Durkheim è evidente. Orrù (1990, 233) l’esprime in modo sintetico ed efficace:

Al centro della teoria durkheimiana dell’anomia c’è il concetto di homo duplex […], secondo il quale la parte impulsiva e non socializzata della natura umana deve essere inibita e controllata attraverso la socializzazione della moralità. La teoria di Merton invece è squisitamente sociologica – non si basa sul conflitto interno alla personalità, ma sul conflitto interno alla struttura sociale. La società è rappresentata come un’entità ambivalente che incoraggia i suoi membri a raggiungere il successo a tutti i costi e contemporaneamente regola e limita le loro opportunità per perseguire tale obiettivo. Il comportamento anomico degli individui è, in questo contesto, una risposta normale.

  • 9 Sulla concezione mertoniana della devianza, intesa come prodotto / effetto della struttura sociale, (...)

24Per Durkheim l’anomia nasce dallo scontro tra impulsi individuali e norme sociali che ha luogo in una personalità non perfettamente socializzata; per Merton l’anomia nasce dalla tensione tra diversi elementi di un sistema sociale strutturalmente ambivalente9.

25Questo cambio di prospettiva è implicitamente, ma inequivocabilmente, annunciato già dal primo capoverso del saggio nel quale Merton parla per la prima volta di anomia: «Fino a poco tempo addietro, ed ancora più in passato, si sarebbe potuta rilevare nella teoria psicologica e nella teoria sociologica un’accentuata tendenza ad attribuire il funzionamento difettoso di talune strutture sociali a una mancanza di controllo sociale sugli imperiosi impulsi biologici dell’uomo. L’immagine del rapporto tra individuo e società che è implicito in questa dottrina, è tanto semplice quanto discutibile» (Merton, 1938/2000, 297, corsivo mio). Non è un caso che in questo saggio, pur avendone una conoscenza approfondita, Merton non faccia alcun riferimento all’opera di Durkheim.

26Alla luce di ciò risulta difficile concordare con Blau (1990, 143) quando sostiene che il saggio di Merton sull’anomia si basa sul lavoro svolto da Durkheim in questo campo. Anche Coser, trattando il concetto di anomia, sembra puntare più sulle somiglianze tra i due che sulle loro differenze. Nel suo volume sui maestri della sociologia, Coser scrive:

Spiegando la diversa propensione [delle società] all’anomia in termini di processo sociale […], Durkheim propose una teoria propriamente sociologica del comportamento deviante […] Merton, che fu il primo a individuare le implicazioni generali del pensiero di Durkheim e a svilupparle in modo metodico, precisò come ‘le strutture sociali esercitino una pressione ben definita su certi membri della società, tanto da indurli ad una condotta non conformista, anziché a una conformista’ (Coser, 1977/1997, 168-169).

27Comunque, oltre a quello di Orrù (vedi sopra), in letteratura non mancano espliciti riconoscimenti della distanza tra l’impostazione di Durkheim e quella di Merton. Analizzando le teorie del comportamento deviante, Barbagli, Colombo e Savona (2003, 29) scrivono:

Émile Durkheim pensava che certe forme di devianza fossero in parte dovute all’anomia, cioè alla mancanza delle norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali. […] Sessant’anni fa, Robert Merton ha ripreso e riadattato quest’idea, sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni di anomia, che a loro volta nascono da un contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. […] Pur riprendendo da Durkheim il concetto di anomia, Merton lo definiva in modo assai diverso. […] Per [Durkheim] la presenza di norme impediva la devianza, mentre la loro mancanza la favoriva. Per Merton invece l’anomia e la devianza nascono proprio dall’esistenza di norme forti, che entravano in contrasto con la struttura sociale.

28Concettualizzando la devianza come risposta a una tensione strutturale della società nella quale si vive, Merton rivela, sul piano teorico, importanti punti di contatto con la scuola di Chicago, tradizione sociologica che abitualmente (e giustamente) in letteratura viene opposta al funzionalismo. Ne Il contadino polacco in Europa e in America, Thomas e Znaniecki propongono una teoria della disorganizzazione sociale attraverso la quale interpretare la devianza come un comportamento culturalmente determinato dalla tensione tra norme e valori; ad esempio, per gli immigrati, tra norme della cultura di origine e norme della società di accoglienza (Bulmer, 1984, 46).

29A differenza di Merton, quando parla di anomia, Parsons si avvicina alla versione durkheimiana del concetto. Per Parsons l’anomia è il «rovescio» dell’istituzionalizzazione di un complesso di aspettative di ruolo, cioè del grado in cui l’interazione sociale poggia su un sistema normativo condiviso e partecipato; completa anomia e completa istituzionalizzazione di un complesso di ruoli sono i due estremi di un unico continuum. La posizione di un determinato sistema sociale lungo questo continuum è «funzione di due serie di variabili – da un lato di quelle che incidono sull’effettiva partecipazione a comuni modelli di valore, e dall’altro di quelle che determinano l’orientamento motivazionale o l’impegno all’adempimento di aspettative rilevanti» (Parsons, 1951/1996, 45-46, corsivi miei). Partecipazione, motivazione e impegno: per Parsons – come per Durkheim – l’anomia è imputabile al rapporto tra individuo e sistema sociale.

30Il concetto di anomia che propone Merton rimanda a una rappresentazione particolare del rapporto tra struttura sociale e azione. Quando alcuni individui non hanno a disposizione le risorse socialmente legittime per raggiungere obiettivi socialmente legittimi, la struttura non può determinare l’azione; tali individui si trovano infatti nella condizione di dover risolvere la tensione cui li espone la loro particolare posizione sociale. La soluzione di tale tensione, implicando una deviazione sul piano dei mezzi legittimi o sul piano delle ambizioni legittime, costituisce uno spazio di autonomia dell’azione rispetto alle strutture.

 

  • 10 Per un’analisi approfondita di questo concetto e dei suoi collegamenti con altre riflessioni merton (...)

312.2. Nel concetto di anomia l’elemento di tensione è costituito dal fatto che le ambizioni valorizzate sul piano culturale sono condivise da tutti i membri di un sistema sociale, mentre i mezzi considerati legittimi per realizzare tali ambizioni sono riservati a pochi. Introducendo il concetto di «ambivalenza sociologica»10, Merton pensa a un altro genere di tensione:

Nel suo significato più esteso, l’ambivalenza sociologica fa riferimento all’incompatibilità delle aspettative su atteggiamenti, credenze e comportamenti che la società assegna a un determinato status, o a una serie di status. In un significato più stretto, l’ambivalenza sociologica fa riferimento all’incompatibilità delle aspettative che la società assegna a un ruolo specifico interno a uno specifico status sociale (ad esempio, il ruolo di terapista che è diverso da quello di ricercatore, amministratore, collega professionale, iscritto ad associazioni professionali, ma che insieme ad essi contribuisce a definire lo status di medico) (Merton e Barber, 1963/1976, 6).

  • 11 Per ‘status’ sostanzialmente Merton intende il complesso di ruoli collegati a una determinata posiz (...)

32Sia nel suo significato stretto, sia in quello più ampio, l’ambivalenza sociologica si manifesta a causa di norme, valori e aspettative sociali tra loro contraddittorie assegnate a un ruolo specifico o a un complesso di ruoli11. Sviluppando il concetto di anomia, Merton fa riferimento alla tensione tra struttura culturale e struttura sociale (ovvero struttura delle opportunità); mentre il concetto di ambivalenza sociologica rimanda a una tensione interna al piano delle norme condivise e delle aspettative istituzionalizzate.

33Dopo averlo così definito, Merton applica in scritti diversi il concetto di ambivalenza sociologica per l’analisi di alcuni complessi di ruoli: lo scienziato (1963), il membro di associazioni di volontariato (1966), il leader organizzativo (1970). Peraltro, Merton si è interessato all’ambiguità strutturale dei ruoli sociali anche prima del 1963, anno di pubblicazione dell’articolo nel quale definisce il concetto di ambivalenza sociologica. Analizzando i processi attraverso i quali gli studenti di medicina vengono socializzati alla loro futura professione, egli scrive: «Tendenzialmente, per ogni norma ce n’è almeno un’altra con essa coordinata che, quando non è logicamente contraddittoria con la prima, è talmente diversa da rendere particolarmente difficile allo studente e al medico soddisfarle entrambe. […] Da questo punto di vista, la formazione medica ha il compito di insegnare allo studente come abbinare norme incompatibili o potenzialmente incompatibili in un tutto organico e coerente» (1957a, 72). In un passaggio successivo Merton propone un elenco dettagliato di norme e contro-norme. Ne riporto due esempi:

1. Il medico deve continuare a fare auto-formazione nel corso della sua carriera professionale al fine di tenere il passo del rapido avanzamento delle frontiere della conoscenza medica.
Ma: egli ha anche il dovere primario di dedicare più tempo possibile alla cura dei pazienti. […]
3. Il medico deve mantenere un atteggiamento rigoroso e disciplinato basando le sue valutazioni sul valore scientifico dei risultati empirici che ha a disposizione.
Ma: egli deve innanzitutto intervenire, e non posporre le decisioni oltre il limite che la situazione specifica consente, anche quando le informazioni sulla condizione del malato sono inadeguate dal punto di vista scientifico (ivi, 73).

  • 12 Partendo da questa considerazione, Merton ha diffusamente analizzato le diverse strategie attravers (...)

34Gli esempi danno un’idea precisa del concetto mertoniano di ambivalenza sociologica. Come quello di anomia, anche il concetto di ambivalenza sociologica rimanda all’idea dell’inevitabilità della devianza. Dato che i ruoli sociali sono costruiti su aspettative contraddittorie, obbedire a una norma significa contemporaneamente disobbedire alla norma contrapposta alla prima12.

35Merton richiama spesso l’attenzione dei suoi lettori su questo genere di paradosso. Parlando del lavoro del sociologo, ad esempio, si sofferma sulla tensione che può instaurarsi tra plausibilità e verità.

L’indipendenza tra [plausibilità e verità] mette il sociologo di fronte ad alternative scomode. Qualora la sua ricerca sistematica si limitasse a confermare ciò che già è ampiamente riconosciuto – ovvero alcune verità largamente accettate, si guadagnerebbe l’etichetta di ‘professionista dell’ovvio’. […] Se invece la sua ricerca dimostrasse che le convinzioni socialmente condivise sono false […], il sociologo diventerebbe un eretico che mette in dubbio verità fondamentali (1959, xv-xvi).

36Nell’opera di Merton si trovano tracce dell’applicazione di questo concetto anche in riferimento ad altri temi come la funzione dell’intellettuale nelle organizzazioni (1945b/2000, 438), le determinanti della discriminazione razziale (1948b/1976, 201) o il rapporto tra professionisti e clienti (Merton, Merton e Barber, 1983). Ciò vuol dire che Merton riteneva il concetto di ambivalenza sociologica un aspetto strutturale dei sistemi di ruoli. La necessità di sciogliere la tensione tra aspettative contrastanti non si verifica solo in situazioni straordinarie e patologiche; al contrario, fa parte della normale attività collegata a un determinato ruolo sociale.

  • 13 Su questo punto emerge un’ulteriore differenza tra Durkheim e Merton. In un certo senso anche il so (...)

37Da ciò consegue un’impostazione particolare del rapporto tra i ruoli sociali e le persone che li ricoprono, tra le aspettative socialmente condivise e la loro applicazione nella vita di tutti i giorni. Per Merton il rapporto che una persona ha con i suoi ruoli sociali non è solo una questione di socializzazione e interiorizzazione (più o meno riuscita) delle aspettative istituzionalizzate. Non si tratta di recitare (più o meno fedelmente) un copione già preparato, ma di scriverlo volta per volta. Questo spazio di autonomia del soggetto rispetto ai suoi ruoli sociali non è imputabile all’individuo che resiste e si oppone alle prescrizioni che gli impone la società; ma piuttosto alle prescrizioni sociali stesse che, combinandosi in sistemi ambivalenti e contraddittori, devono essere interpretate situazione per situazione13. La parte attiva che in questo modo viene attribuita alle azioni dei singoli nella costruzione dei sistemi sociali costituisce la specificità del funzionalismo di Merton rispetto ad altre versioni di questo approccio.

 

  • 14 Il passaggio dal piano individuale (conseguenza inattesa dell’azione intenzionale) a quello sociale (...)

382.3. Le implicazioni del concetto di conseguenze inattese per la teoria non sono solo quelle trattate nella sez. 1. Per Merton infatti il concetto di funzione latente (l’idea secondo la quale un determinato elemento di un sistema sociale svolge una funzione vitale per il sistema stesso diversa da quella che gli viene attribuita, restando quindi non riconosciuta) è una specie del concetto più generale conseguenze inattese delle azioni intenzionali14 (vedi sopra, inizio della sez. 1.2).

39Come le conseguenze inattese, anche le funzioni latenti costituiscono per Merton un ambito di riflessione privilegiato per la sociologia, un aspetto che il sociologo dovrebbe imparare a riconoscere per offrire il suo contributo specifico alla conoscenza della società:

La scoperta di funzioni latenti costituisce un incremento significativo della conoscenza sociologica. […] Sono [infatti] le funzioni latenti di un’attività o di una credenza che non costituiscono conoscenza comune. […] Ne consegue che le scoperte concernenti funzioni latenti sono per la conoscenza un incremento maggiore che non le scoperte concernenti funzioni manifeste. Esse comportano anche un maggior distacco dalla conoscenza del ‘buon senso’. […] In quanto le funzioni latenti si distaccano, più o meno, dalle funzioni manifeste dichiarate, la ricerca che scopre funzioni latenti produce molto spesso risultati ‘paradossali’. […] L’introduzione del concetto di funzione latente nella ricerca sociale conduce a conclusioni che mostrano come ‘la vita sociale non è così semplice come sembra a prima vista’. […] La percezione di conseguenze ulteriori (latenti) rende il quadro più complesso; sia i problemi di valutazione morale, che i problemi di social engineering si caricano così di complicazioni ulteriori, quali le decisioni sociali responsabili generalmente comportano (1949a/2000, 200-201).

  • 15 Su questo punto Giddens (1990, 103) fa una critica alla sociologia mertoniana che può essere estesa (...)

40Sebbene spesso sia stato denominato diversamente, il concetto di funzione latente è presente nella produzione sociologica di molti studiosi ascrivibili alla tradizione funzionalista. È lo stesso Merton (ivi, 189-192) a mettere in evidenza – attraverso una serie di lunghe citazioni – che il concetto di funzione latente è rintracciabile negli scritti di Durkheim, MacIver, Thomas e Znaniecki, Malinowski; e che è stato applicato in ricerche empiriche di varia natura da Parsons e Kluckhohn. Si può dire che il concetto di funzione latente rimanda alla distinzione tra scopo e funzione, che per certi versi sta alla base di qualsiasi analisi sociologica di stampo funzionalista (ivi, 188)15.

41Ai fini del discorso che sto sviluppando, il concetto di funzione latente è molto vicino a quello di conseguenze inattese. Esso infatti costituisce un’ulteriore constatazione dell’indipendenza tra motivazioni ed effetti, vista questa volta dal lato delle strutture sociali. Una società assume certe caratteristiche anche grazie agli effetti inattesi o generalmente non riconosciuti (funzioni latenti) di alcuni suoi aspetti strutturali o culturali. Quindi essa ha un margine di indeterminatezza perché non può essere considerata la risultante della volontà dei suoi membri (o della parte di essi predisposta a decidere su come deve essere); la società non è frutto di un progetto.

  • 16 Dopo il 1949 Merton non pubblicherà più saggi o libri espressamente dedicati al tema delle funzioni (...)

42Tuttavia, per quanto possa essere importante sottolineare la necessità di cercare e studiare le funzioni latenti di determinati aspetti della società, indipendentemente dai giudizi morali che si può avere su tali aspetti, ciò non qualifica il funzionalismo di Merton. Anzi, ai fini della tesi che sto sviluppando è opportuno sottolineare che nel saggio Funzioni manifeste e funzioni latenti non c’è traccia dell’approccio sociologico – descritto nelle due sezioni precedenti – che fa da sfondo ai concetti mertoniani di anomia e ambivalenza sociologica16.

43Nella parte iniziale del saggio, Merton (1949a/2000, 131-139) sviluppa un’attenta analisi critica di quello che lui definisce uno dei tre postulati dell’analisi funzionale: il postulato dell’unità funzionale, secondo il quale un dato elemento di un sistema sociale deve essere studiato in base alla funzione che esso svolge per l’intero sistema sociale. Criticando questo postulato, Merton non arriva a dire che un determinato sistema sociale può vivere di tensioni interne (idea che, come abbiamo visto, sta alla base sia del concetto di anomia, sia del concetto di ambivalenza sociologica); ma solo che bisogna chiarire quale sia l’unità funzionale – eventualmente un sotto-sistema specifico del sistema sociale più ampio – cui si fa riferimento, in modo da trasformare il postulato in un’ipotesi controllabile sul piano empirico.

44Nella parte del saggio nel quale propone un «paradigma per l’analisi funzionale in sociologia», Merton (ivi, 171-173) scrive: «in qualsiasi caso dato, un elemento [di un sistema sociale] può avere sia conseguenze funzionali, sia disfunzionali, dando origine al difficile e importante problema di fissare un canone per stabilire la risultante dell’insieme delle conseguenze (il che, naturalmente, è della massima importanza volendo usare l’analisi funzionale per elaborare e formulare una politica)». Nel discorso che viene sviluppato a partire da questa considerazione funzionalità e disfunzionalità sono caratteristiche attribuibili a singoli elementi, dei quali è possibile stilare una sorta di bilancio tra funzioni e disfunzioni causate; manca qualsiasi riferimento all’idea che un’eventuale disfunzione sia imputabile alla tensione tra due o più elementi di un sistema sociale che – presi singolarmente – non presentano alcun tratto di disfunzionalità.

45Qualche pagina più avanti, Merton si sofferma sul concetto di alternative funzionali, cioè l’idea secondo la quale un dato requisito funzionale può essere soddisfatto da una serie di elementi equivalenti. A questo proposito scrive: «la gamma degli elementi che possono svolgere una determinata funzione in una struttura sociale non è illimitata […] L’interdipendenza degli elementi di una struttura sociale limita le effettive possibilità di cambiamento o di alternativa funzionale» (ivi, 175). In questo passaggio Merton sostiene che gli elementi candidati ad assolvere una determinata funzione sono solo quelli che non creano tensione con altri già presenti nel sistema. Siamo ben lontani dall’idea che la tensione strutturale è una caratteristica normale e per certi versi inevitabile di un sistema sociale.

3. L’indeterminatezza come chiave di lettura dell’opera di Merton

463.1. Nel Festschrift in onore di Merton curato da Lewis Coser nel 1975, Rose Coser sceglie questo titolo per il suo saggio: The Complexity of Roles as a Seedbed of Individual Autonomy. L’autonomia è un concetto chiave che torna sistematicamente nell’opera di Merton; l’autonomia degli individui rispetto ai condizionamenti sociali; l’autonomia della società rispetto alle teorie e alle ipotesi costruite per conoscerla e prevederla; l’autonomia delle conseguenze rispetto alle intenzioni.

47Il discorso che Merton sviluppa su azioni, intenzioni e conseguenze può essere letto come una replica all’accusa di determinismo (vedi sez. 3.2) che dalla prospettiva dell’individualismo metodologico viene mossa alle prospettive sociologiche macro. Si può cadere nel determinismo, sembra dire Merton, non solo attribuendo eccessiva importanza alle determinanti sociali del comportamento, ma anche cercando le spiegazioni degli effetti dell’agire individuale e collettivo esclusivamente nelle predisposizioni, negli atteggiamenti, nelle opinioni e nelle intenzioni degli individui (Ceri, 2000, 24). Volendo sintetizzare il discorso di Merton in una provocazione, si può dire che una parte importante dell’autonomia di cui godono gli individui è proprio l’autonomia dalle loro intenzioni.

48L’indipendenza tra intenzioni e conseguenze assume per certi versi un tono prescrittivo nel libro sulla serendipity, nel quale Merton leva un monito contro l’ostinazione, in particolare come stile di lavoro scientifico. Proponendo la serendipity come modello di progresso scientifico, Merton invita gli studiosi a liberarsi dalla schiavitù delle proprie intenzioni, a non interpretare il loro lavoro come un’ostinata ricerca nel mondo esterno di conferme o smentite alle proprie idee, trasformando qualsiasi risultato inatteso in una fonte di frustrazione. Riconoscere l’importanza della serendipity nell’evoluzione della scienza significa anche mettere in guardia la comunità scientifica sui rischi connessi alla programmazione e alla standardizzazione dei processi di ricerca, trasformandoli in protocolli. Con il discorso di Merton sulla serendipity il concetto di conseguenze inattese passa, per così dire, dal piano della diagnosi a quello della prognosi: uno scienziato deve saper cogliere e farsi ri-orientare dalle conseguenze inattese del proprio lavoro.

49A questo proposito è opportuno specificare in che senso Merton propone la serendipity come modello di progresso scientifico. Quando parla di serendipity, Merton non stabilisce regole, procedure e tecniche specifiche da seguire per una corretta conduzione delle indagini empiriche. Non è in questo senso che il modello della serendipity è alternativo ad altri modelli come il falsificazionismo o il modello ipotetico deduttivo. Al contrario, il discorso lungo ed erudito che Merton e Barber (1992) sviluppano sulla serendipity è un invito a riflettere sul fatto che la qualità di un’indagine scientifica non dipende solo da aspetti che possono essere espressi in regole, procedure e tecniche.

50I due autori passano in rassegna tradizioni di pensiero molto diverse tra loro allo scopo di mettere in luce un aspetto che le accomuna: il tentativo di esorcizzare il ruolo del caso nelle vicende umane. Il concetto di serendipity è invece un modo per riconoscere l’importanza dell’imprevisto nella scienza (oltre che in altre attività individuali e sociali); per chiarire le modalità attraverso le quali esso può favorire il progresso scientifico e per illustrare le qualità umane più adatte a trarre giovamento dagli imprevisti, cioè determinati atteggiamenti e stili di lavoro che possono essere insegnati e trasmessi, ma certo non codificati in un manuale.

 

513.2. Come ho accennato in precedenza, Merton ci parla anche di altre forme di autonomia, sviluppando riflessioni che spesso in letteratura non gli vengono riconosciute. Ad esempio Wallace e Wolf (1999/2000, 16), nelle pagine iniziali del loro manuale di teoria sociologica, scrivono: «la differenza principale [tra i vari orientamenti teorici generali] sta nel considerare il comportamento umano come essenzialmente determinato, e quindi in linea di principio prevedibile, oppure nel sottolinearne la creatività». Fatta questa premessa, Merton viene incluso senza indugi nella classe dei deterministi: «Durkheim, Parsons e Merton considerano l’agire umano come predeterminato, funzione di forze sottostanti, di bisogni, di norme, e di valori interiorizzati, caratteristici di ogni società. […] Tutti i funzionalisti considerano il comportamento umano determinato in partenza e quindi, in linea di principio, pienamente esplicabile» (ivi, 17).

  • 17 Citato in Hannan e Freeman (1989/1993, 16).
  • 18 Su questo punto la posizione di Lombardo (2004, 143) è a mio avviso più condivisibile: «[Per Merton (...)

52L’idea di sociologia che secondo Wallace e Wolf accomuna Merton, Durkheim e Parsons richiama le parole lapidarie attraverso le quali l’economista Johan Duensberry sintetizza le differenze tra economia e sociologia: economics is all about how people make choices; sociology is all about how they don’t have any choice to make17. Sebbene i punti di contatto tra Merton, Durkheim e Parsons siano molti e significativi, non possiamo certo annoverare tra questi la concezione determinista dell’influenza della società sul comportamento individuale18. Anzi, volendo riassumere il discorso svolto nelle pagine precedenti, si può dire che la sociologia di Merton è, con buona pace di Duensberry, lo studio delle fonti sociali dell’imprevedibilità del comportamento individuale.

53Sulla base di questo particolare modo di studiare il rapporto tra aspetti sociali e comportamento, il funzionalismo di Merton tematizza la questione del mutamento sociale in modo radicalmente diverso rispetto ad altri funzionalismi.

  • 19 Per un’estesa trattazione di questi temi vedi: Coser (1977/1997, 603-617); Crespi (1985/1998, 124-1 (...)

54Una delle critiche che viene solitamente mossa al funzionalismo tradizionale è proprio legata al problema del mutamento sociale: interessandosi dell’individuo solo in relazione al suo grado di interiorizzazione delle norme sociali e quindi al suo grado di integrazione nel sistema sociale, il teorico funzionalista considera la società soggetto attivo di mutamento. Da questo presupposto derivano una serie di problemi teorici che i critici dell’approccio funzionalista non hanno mancato di sottolineare: si concepiscono i sistemi sociali come entità che hanno una qualche forma di auto-consapevolezza, che sono in grado di rilevare gli stati di perturbazione che attraversano e di auto-modificarsi per ripristinare l’equilibrio; oppure si collocano i sistemi sociali in una sorta di processo evolutivo già scritto – ad esempio l’idea della differenziazione progressiva (attraverso la quale i sistemi sociali passano dal semplice al complesso) che a partire da Spencer fino ad arrivare a Luhmann ha sempre affascinato i teorici funzionalisti19.

55Il funzionalismo di Merton non presuppone che i sistemi sociali si auto-regolino o che cambino in funzione di un determinato processo evolutivo; al contrario, una fonte specifica di mutamento sociale è costituita proprio dalle decisioni che i soggetti prendono quando si trovano a dover interpretare situazione per situazione i sistemi di norme che regolano i loro ruoli, scegliendo tra due norme contrastanti.

  • 20 Le altre due forme di adattamento individuale all’anomia previste dalla celebre tipologia di Merton (...)

56Su questo punto Merton (1949b/2000, 398-401) è esplicito: la «innovazione» e la «ribellione», intese come tipi di adattamento individuale ad una situazione di anomia20 possono diventare – a livello aggregato – processi di trasformazione di un sistema sociale. Anche per questo il comportamento deviante, per come l’intende Merton, è una risposta normale di un individuo in un determinato contesto (vedi sopra, sez. 2.1): perché la devianza non distrugge una società, ma la cambia.

  • 21 Ciò che Merton definisce ambivalenza sociologica (vedi sopra, sez. 2.2).

57Anche su questo punto il confronto tra Merton e Parsons è illuminante. Le differenze tra i due principali esponenti del funzionalismo emergono soprattutto quando trattano gli stessi temi. Anche Parsons si occupa della tensione tra aspettative di ruolo contrastanti21:

Quando l’elemento di conflitto si presenta al livello delle aspettative istituzionalizzate di ruolo, si introduce però un elemento ulteriore che può essere molto significativo. Il fatto che entrambi i lati delle aspettative in conflitto sono istituzionalizzati implica che c’è una pretesa di legittimità da parte di entrambi i modelli […] A un certo livello ciò potrebbe servire come fattore di intensificazione di un conflitto interno, e suscitare quindi una pressione maggiore al ricorso a meccanismi di difesa e di adattamento. Perciò […] il conflitto di ruolo può essere considerato molto importante come fonte di motivazioni che conducono al mutamento sociale (1951/1996, 292).

58Tuttavia dopo qualche riga, quasi a voler risalire la china che il discorso stava prendendo, Parsons aggiunge:

[Peraltro] questa possibilità [di mutamento sociale] è potenzialmente così pericolosa per la stabilità di un dato sistema istituzionale che si può presumere che una delle funzioni principali dei meccanismi di controllo sociale sia quella di impedire il formarsi di una pretesa alla legittimità di espressione di bisogni-disposizioni che comportano un distacco rispetto ai modelli istituzionali più importanti del sistema sociale.

59Parsons quindi presuppone che, all’interno di ciascun sistema sociale, esista una scala di priorità lungo la quale collocare aspettative di ruolo potenzialmente contrastanti. L’individuo ha quindi di fronte due alternative: rispettare tale scala di priorità, oppure attuare un comportamento deviante; questa seconda possibilità potrebbe essere favorita dal cattivo funzionamento «dei meccanismi di controllo sociale». Per Merton invece la devianza è normale e inevitabile, perché spesso l’individuo si trova a dover scegliere tra aspettative di ruolo istituzionalizzate ugualmente importanti.

60In generale, per Merton il comportamento deviante è una risposta normale, una scelta razionale che l’individuo prende nello spazio di autonomia decisionale che i sistemi di aspettative istituzionalizzate gli lasciano in quanto intrinsecamente contraddittori. Per Parsons invece la devianza è soprattutto patologia; in questo senso la ricostruzione che, nell’introduzione a Il sistema sociale, Gallino (1965/1996, xx-xxi) fa della concezione parsonsiana di devianza è estremamente efficace:

Qualsiasi forma di comportamento deviante sembra implicare per definizione processi anormali entro la personalità. […] L’individuo deviante è un individuo che nutre ostilità nei confronti dei valori del sistema […] ma è privo della capacità di andare al di là di essi, apprendendo a soddisfare in forme nuove i propri bisogni […] L’individuo emotivamente equilibrato, capace di distaccarsi senza odio dai valori del sistema […] per abbracciarne liberamente altri non rientra nella categoria dei ‘devianti’ quale viene definita in Il sistema sociale.

61La differenza con Merton è evidente; questa differenza costituisce una valida esemplificazione di come il funzionalismo di Merton attribuisca al soggetto autonomia rispetto alle strutture e di conseguenza un ruolo attivo nei processi di mutamento sociale.

 

  • 22 Le considerazioni sulla serendipity come modello di progresso scientifico esposte nella sez. 3.1 si (...)
  • 23 Nelle pagine che seguono tratterò i concetti di teoria e legge come sostanzialmente intercambiabili (...)

623.3. A mio avviso, l’attenzione sistematica di Merton verso le tensioni interne delle strutture sociali e la rappresentazione non deterministica del rapporto tra soggetti e strutture che ne consegue hanno rilevanti implicazioni sul piano epistemologico e metodologico22: quella di Merton è una sociologia basata su concetti piuttosto che su teorie o leggi23. Se le strutture sociali e culturali sono intrinsecamente contraddittorie, il comportamento di un individuo non è prevedibile in funzione della sua posizione sociale; manca quindi uno dei presupposti di base per poter impostare la riflessione teorica in termini di cause (determinanti sociali) ed effetti (comportamento individuale).

63Spesso gli studiosi che si occupano di Merton non riconoscono questa specificità della sua sociologia e, attingendo ai suoi contributi teorici, li fraintendono. Le interpretazioni che a volte vengono date alle riflessioni di Merton sull’anomia sono, in questo senso, particolarmente illuminanti. Recentemente il criminologo Baumer (2007, 68) ha proposto una teoria del comportamento deviante traducendo le riflessioni di Merton sull’anomia in un modello in cui pone una serie di relazioni tra proprietà. Nelle intenzioni dell’autore questa teoria ha l’ambizione di superare l’antinomia tra approccio macro (riferimento alle determinanti socio-struturali) e approccio micro (riferimento ai processi psicologici) allo studio della devianza, costruendo una teoria «multilivello» (ivi, 65). Per inciso, Baumer sottolinea che tale antinomia è stata in qualche modo indotta dall’ambiguità che Merton stesso non ha mai sciolto «in relazione alla specifica configurazione causale implicata dalla sua teoria» (ivi, 64).

  • 24 Vedi ad esempio Agnew, Cullen e Burton (1996).

64Per trasformare le riflessioni di Merton in un modello di relazioni, Baumer deve individuare in esse specifiche proprietà da collocare in una complessa rete causale (ivi, 65). Decide ad esempio di considerare il «grado di accesso ai mezzi istituzionalizzati» come fattore interveniente tra il «grado di interiorizzazione dei mezzi istituzionalizzati» (proprietà indipendente) e la «attuazione di un comportamento deviante» (proprietà dipendente). Giustificando questa sua decisione attraverso lunghe citazioni di Merton, Baumer non manca di sottolineare come, su questo punto, altri autori hanno costruito percorsi causali differenti24.

65A mio avviso, a partire dalle riflessioni di Merton sull’anomia è possibile costruire molti modelli di relazioni tra proprietà, anche in contraddizione tra loro, semplicemente perché Merton non propone una teoria dell’anomia, bensì una tipologia. Il suo discorso si basa su due dicotomie di fondo: accettazione/rifiuto dei fini istituzionalizzati; accesso/esclusione dai mezzi istituzionalizzati. Ciascuna delle combinazioni che si possono ottenere dalle classi di queste due dicotomie individua uno specifico «tipo di adattamento individuale» (Merton, 1938/2000, 311-313). Piuttosto che collocarle in un complesso modello di relazioni, Merton (ivi, 331) usa queste proprietà per costruire uno schema concettuale attraverso il quale definire specifici «modi di adattamento alle contraddizioni della struttura sociale e della struttura culturale […] Gli individui che si trovano alle prese con codeste contraddizioni possono cambiare, e di fatto cambiano, da un tipo di adattamento ad un altro» (ibidem), ma questo non inficia l’utilità della sua tipologia.

  • 25 Si tratta sostanzialmente di una dicotomia che distingue tra gruppi di appartenenza (in-group) e gr (...)

66Considerazioni simili valgono anche per i contributi di Merton alla teoria dei gruppi di riferimento (Merton e Rossi, 1950; Merton, 1949/ 2000, 541-711). Piuttosto che dalla formulazione di un’ipotesi, il discorso di Merton sui gruppi di riferimento parte dalla critica, sul piano teorico, di un’ipotesi: nel prendere decisioni e nel formarsi opinioni, gli individui non assumono come riferimento sempre e solo gli standard dei loro gruppi di appartenenza, ma – in determinate circostanze – quelli dei gruppi cui non appartengono. A partire da questa considerazione Merton e Rossi (1950/2000, 462) costruiscono una tipologia «degli individui, delle categorie sociali e dei gruppi che vengono assunti come quadro di riferimento comparato dagli individui». Le due proprietà sulle quali si basa questa tipologia sono: «l’esistenza di prolungati rapporti sociali fra l’individuo e coloro che vengono presi come termini di paragone»25 (ivi, 461); lo status relativo (superiore, inferiore o non classificabile) rispetto all’individuo di coloro che l’individuo stesso prende come riferimento.

67Nelle numerose pagine che seguono l’illustrazione di questa tipologia non ci sono, a mio avviso, esplicite formulazioni di ipotesi di relazioni tra proprietà, quanto piuttosto lunghe analisi di ipotesi di altri autori (spesso in contrasto tra loro) allo scopo di mostrare la varietà di direzioni che la ricerca sul comportamento secondo i gruppi di riferimento può prendere. A questo proposito è particolarmente illuminante il passaggio con il quale Merton chiude il paragrafo dedicato ai processi in base ai quali gli individui scelgono quale seguire tra vari gruppi di riferimento potenziali:

Sebbene si sia molto lontani dal possedere un corpo di ipotesi teoricamente mature e con una base empirica solida a proposito delle determinanti della scelta di [gruppi di riferimento] […] le nozioni in nostro possesso sono sufficienti per poter tracciare i contorni di indagini future. I modelli concreti di comportamento secondo i gruppi di riferimento variano, presumibilmente, secondo i tipi di personalità e gli status sociali degli individui che adottano questo comportamento, e secondo il contesto strutturale entro cui esso avviene (1949/2000, 581).

68In questo passaggio Merton cita alcune proprietà (tipi di personalità, status sociale, contesto strutturale) secondo lui rilevanti, senza indicare modi della loro rilevanza che siano traducibili in ipotesi di ricerca empiricamente controllabili.

69Le pagine successive al brano appena citato sono un’ulteriore testimonianza dell’impostazione pre-assertoria che Merton dà alla sua trattazione del tema dei gruppi di riferimento. In esse infatti Merton sostiene che per poter capire in quali circostanze gli individui scelgono come riferimento gruppi di appartenenza piuttosto che gruppi di non appartenenza bisogna costruire una «classificazione dei tipi di gruppi di appartenenza» (ivi, 584), e a tal fine propone una lista provvisoria di 26 proprietà (ivi, 589-615).

  • 26 Peraltro Merton mostra una spiccata sensibilità verso l’importanza della concettualizzazione non so (...)

70Se il discorso appena svolto ha una qualche validità, si può dire che Merton si situa prevalentemente al livello pre-assertorio26 del discorso scientifico e che ciò va in parte imputato alla particolare rappresentazione delle strutture sociali che fa da sfondo alla sua indagine teorica.

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Note

1 Gli altri sono:
a) il «tema classicista», cioè «la tendenza a cercare il giusto mezzo, la conciliazione tra contraddizioni apparenti, la soluzione intermedia a problemi teorici e meta-teorici»;
b) il «tema cognitivista», cioè l’idea secondo la quale «l’obiettivo della scienza deve essere la comprensione e la spiegazione dei problemi, usando criteri rigorosi di valutazione dei risultati empirici che possono variare da disciplina a disciplina»; in questa prospettiva l’utilità pratica della scienza è un obiettivo collegato, ma secondario rispetto a quello conoscitivo;
c) il «tema strutturalista», cioè l’interesse per «le opportunità e le limitazioni strutturali, le situazioni e i contesti sociali» che determinano l’azione individuale e che devono essere spiegati dalla teoria sociologica (ivi, 5).

2 Altri autori che hanno sviluppato il tema dell’ironia in Merton, analizzando uno o più degli aspetti citati in precedenza: Coser (1975), Campbell (1982), Weinstein (1984), Crothers (1987), Gould (1990), Zocchi Del Trecco (1998).

3 Nel già citato saggio del 1936 – sebbene sia interamente dedicato al concetto di conseguenze inattese – Merton non arriva ad essere così esplicito. Evidentemente questa sua convinzione è maturata nel tempo, lavorando e affinando altri concetti che lui stesso ha derivato o ricollegato a quello di conseguenze inattese. Alcuni dei temi che svilupperò nelle pagine che seguono chiariranno e corroboreranno quest’interpretazione.

4 Sui concetti di funzione latente e funzione manifesta mi soffermerò nella sezione 2.3.

5 Di quest’idea si trova traccia evidente anche nel pensiero di Weber. Come nota Crespi (1985/1998, 190-191), per Weber alla base della possibilità stessa delle relazioni sociali stanno «le rappresentazioni partecipate dai singoli individui. […] Tali rappresentazioni (interpretazioni di eventi, immagini del mondo, etc.), pur orientando concretamente l’agire, non sono necessariamente rispondenti a realtà oggettive: perché esse producano effetti reali è sufficiente la credenza condivisa intersoggettivamente che le rappresentazioni siano rispondenti a realtà».

6 Già Dilthey (1883) aveva individuato nella riflessività la differenza tra scienze della natura e scienze dello spirito; infatti, mentre le prime hanno come oggetto fatti esterni alla coscienza dello studioso, le seconde si occupano di fenomeni interni alla coscienza che si formano attraverso la comprensione, che per Dilthey è il metodo proprio delle scienze dello spirito opposto alla spiegazione, tipica delle scienze della natura.
Anche Spencer e Bourdieu sottolineano la natura riflessiva della sociologia. Essendo immerso nel suo oggetto di studio, il sociologo, come la maggior parte delle persone, vede la società da un punto di vista particolare e provvisorio; riflessività significa acquisire consapevolezza delle distorsioni che ciò può provocare e tentare, per quanto si può, di liberarsi dai pregiudizi (Spencer, 1891, 74; Bourdieu e Vacquant, 1992, 69). Pur partendo da un presupposto simile (il sociologo fa parte del suo oggetto di studio), i due studiosi sviluppano il tema della riflessività in una direzione diversa rispetto a quella presa da Merton; mentre essi si interessano all’influenza che un determinato contesto sociale può esercitare sulla conoscenza sociologica, Merton ribalta la prospettiva e si interessa di come i risultati della conoscenza sociologica possono condizionare la società.

7 Peraltro questo modo di intendere la serendipity è abbastanza diffuso. La voce «Serendipità» del dizionario Devoto-Oli 2007 riporta questa definizione: «la capacità di rilevare e interpretare correttamente un fenomeno occorso in modo del tutto casuale durante una ricerca scientifica orientata verso altri campi di indagine» (Devoto e Oli, 2007, 2582); il dizionario De Mauro propone una definizione molto simile alla precedente. Anche nei manuali scientifici non è raro trovare interpretazioni della serendipity come caratteristica dei soggetti. Ad esempio in un manuale di ricerca psicologica, a proposito della serendipity si legge: «nel contesto della ricerca essa indica il dono di fare delle scoperte utili alle quali non si mirava» (Pedon e Gnisci, 2004, 37). In occasione della presentazione del suo libro sulla Serendipity, lo stesso Merton ha sottolineato che l’interpretazione corrente del concetto è affetta da una sorta di «riduzionismo psicologico» (Bucchi, 2001, 655).

8 Per un approfondimento su cosa intende Merton quando parla della serendipity come modello di ricerca vedi sez. 3.1. Qui mi interessa solo far notare che, attraverso il concetto di serendipity, il tema dell’indeterminatezza delle conseguenze rispetto alle intenzioni ha un ruolo cruciale nelle riflessioni di Merton sulla scienza come processo.

9 Sulla concezione mertoniana della devianza, intesa come prodotto / effetto della struttura sociale, vedi De Nardis (1977).

10 Per un’analisi approfondita di questo concetto e dei suoi collegamenti con altre riflessioni mertoniane, vedi Donati (1987).

11 Per ‘status’ sostanzialmente Merton intende il complesso di ruoli collegati a una determinata posizione all’interno di una struttura di relazioni più o meno formalizzata. Preferisco l’espressione ‘complesso di ruoli’ al termine ‘status’, in quanto quest’ultimo rimanda ad aspetti specifici (prestigio, riconoscimento sociale, etc.) che non hanno nulla a che fare con le riflessioni di Merton sul concetto di ambivalenza sociologica.

12 Partendo da questa considerazione, Merton ha diffusamente analizzato le diverse strategie attraverso le quali il soggetto che ricopre un determinato ruolo può gestire una simile impasse. Per una dettagliata trattazione di questi temi si rimanda a Merton (1957b) e Coser (1975).

13 Su questo punto emerge un’ulteriore differenza tra Durkheim e Merton. In un certo senso anche il sociologo francese tematizza, auspicandola, una qualche forma di autonomia rispetto alle norme sociali, collegando «i livelli di sviluppo di un individuo o di una società alla capacità di accettare liberamente una norma perché se ne comprende intimamente la ragione» (Marradi, 2005, 58). Mentre Merton fa dipendere l’autonomia dell’individuo dall’ambivalenza dei sistemi normativi, Durkheim (1925/1969, 57) sviluppa il suo discorso sul piano del rapporto tra soggetto e norme: la moralità non è solo rispetto delle regole; lo sviluppo morale di un individuo si compie pienamente quando una norma è liberamente compresa e liberamente accettata come criterio di orientamento per l’azione.

14 Il passaggio dal piano individuale (conseguenza inattesa dell’azione intenzionale) a quello sociale (funzione latente) porta con sé alcune complicazioni concettuali. Sul piano individuale la tensione è tra le intenzioni di chi agisce e le conseguenze che la stessa persona subisce. Sul piano sociale la tensione è tra la funzione dichiarata di un determinato elemento della struttura sociale e la funzione effettivamente svolta; da questo punto di vista qualsiasi disfunzione è, per sua natura, latente. Parlare di funzione manifesta implica la necessità di individuare il soggetto (o i soggetti) per cui tale funzione è appunto manifesta. Probabilmente, nel caso delle funzioni svolte da determinate politiche pubbliche, o da elementi strutturali di micro-contesti sociali costruiti su base volontaristica, individuare i soggetti per cui una data funzione è manifesta non comporta eccessive difficoltà. Ma per le funzioni manifeste nei sistemi sociali complessi potrebbe essere meno semplice rispondere all’interrogativo: manifeste per chi? Soprattutto se tale interrogativo si riferisce alle funzioni svolte dagli elementi fondativi della struttura sociale. Nel saggio Funzioni manifeste e funzioni latenti pubblicato in Teoria e struttura sociale Merton non sembra offrire elementi utili per affrontare questo problema.

15 Su questo punto Giddens (1990, 103) fa una critica alla sociologia mertoniana che può essere estesa al funzionalismo in generale. Il rilievo mosso da Giddens si basa proprio sull’utilità conoscitiva della distinzione tra scopo e funzione: «Se un comportamento ha una conseguenza funzionale di cui gli individui sono inconsapevoli, ciò non ha alcuna importanza in merito alla razionalità o irrazionalità di tale comportamento. Quando tratta quest’argomento Merton sostituisce le ragioni della società a quelle degli individui che agiscono. Ma le società non sono entità che hanno motivazioni. Dire che un determinato elemento strutturale ha conseguenze funzionali per il sistema sociale nel suo complesso, ma sconosciute ai suoi partecipanti, non aiuta a capire perché tale elemento continua ad esistere». Da queste premesse Giddens conclude che «l’unico caso in cui possiamo sensatamente parlare di spiegazione di un comportamento in termini di funzione è quando ci riferiamo a un particolare significato di funzione manifesta […] secondo il quale la conseguenza funzionale di un’azione è nota ai partecipanti e applicata come una delle ragioni del loro comportamento» (ibidem). Appiattendo il concetto di funzione su quello di ragione individuale, Giddens contesta uno degli assunti su cui si basa il funzionalismo: la possibilità cioè di fare sociologia a livello macro-strutturale prescindendo dall’analisi dei processi che hanno luogo a livello micro-individuale.

16 Dopo il 1949 Merton non pubblicherà più saggi o libri espressamente dedicati al tema delle funzioni latenti, mentre tornerà ripetutamente a scrivere sul concetto di anomia; vedi in particolare (1949b), (1955), (1964).

17 Citato in Hannan e Freeman (1989/1993, 16).

18 Su questo punto la posizione di Lombardo (2004, 143) è a mio avviso più condivisibile: «[Per Merton] la realtà delle strutture sociali si manifesta attraverso il comportamento individuale, ma, posto che dalla medesima struttura sociale possono derivare differenti alternative socialmente strutturate, la relazione fra le strutture e il comportamento individuale non può essere assunta deterministicamente». Anche Ceri (2000) sottolinea il non-determinsmo di Merton, interpretando il suo discorso sui gruppi di riferimento come un esempio di approccio macro allo studio del comportamento che attribuisce all’individuo una sorta di capacità discrezionale nei confronti dei condizionamenti sociali.

19 Per un’estesa trattazione di questi temi vedi: Coser (1977/1997, 603-617); Crespi (1985/1998, 124-127); Izzo (1991/1994, 293-296); Burke (1992/1995, 165-201); Wallace e Wolf (1999/2000, 79-80).

20 Le altre due forme di adattamento individuale all’anomia previste dalla celebre tipologia di Merton sono il «ritualismo» e la «rinuncia» (Merton, 1938/2000, 312).

21 Ciò che Merton definisce ambivalenza sociologica (vedi sopra, sez. 2.2).

22 Le considerazioni sulla serendipity come modello di progresso scientifico esposte nella sez. 3.1 si riferiscono alle riflessioni di Merton sulla scienza come processo, mentre in questa sezione svolgo un discorso sulla scienza come prodotto.

23 Nelle pagine che seguono tratterò i concetti di teoria e legge come sostanzialmente intercambiabili. Ai fini del discorso che intendo sviluppare è invece cruciale la distinzione tra il livello pre-assertorio della riflessione scientifica (concetti, classificazioni, tipologie, etc.) e quello assertorio (leggi e teorie): gli asserti – a differenza dei pre-asserti – sono «potenzialmente accertabili come veri o falsi» (Marradi, 2007, 63). Per una diffusa trattazione della distinzione tra livello pre-assertorio e assertorio del discorso scientifico e per una rassegna critica delle definizioni dei termini ‘concetto’, ‘teoria’ e ‘legge’ vedi Marradi (1984; 2007). Gli argomenti che svilupperò in questa sezioni poggiano in modo significativo sulle riflessioni proposte da Marradi in queste due opere.

24 Vedi ad esempio Agnew, Cullen e Burton (1996).

25 Si tratta sostanzialmente di una dicotomia che distingue tra gruppi di appartenenza (in-group) e gruppi di non appartenenza (out-group).

26 Peraltro Merton mostra una spiccata sensibilità verso l’importanza della concettualizzazione non solo quando fa sociologia, ma anche quando parla della sociologia (Marradi, 2007, 73, 215). Nel suo celebre saggio sull’influenza della teoria sociologica sulla ricerca empirica, Merton (1945/2000, 232-237) dedica un lungo paragrafo al valore strategico dell’analisi concettuale; in esso individua e classifica i principali effetti negativi che una concettualizzazione grossolana può avere sulla qualità di una ricerca empirica. Questa sua attenzione per il livello pre-assertorio del discorso scientifico appare legata a una convinzione netta su quali siano i problemi specifici della sociologia. Infatti, sulle leggi sociologiche Merton (ivi, 243) scrive: «Nonostante i numerosi volumi che trattano della storia della teoria sociologica, e nonostante la pletora di indagini empiriche, i sociologi (compreso lo scrivente) possono discutere i criteri logici delle leggi sociologiche senza poter citare un solo esempio che soddisfi pienamente tali criteri».

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Fabrizio Martire, «La sociologia di Merton: indeterminatezza dell’azione e delle strutture»Quaderni di Sociologia, 50 | 2009, 95-120.

Notizia bibliografica digitale

Fabrizio Martire, «La sociologia di Merton: indeterminatezza dell’azione e delle strutture»Quaderni di Sociologia [Online], 50 | 2009, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/764; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.764

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Autore

Fabrizio Martire

Università «La Sapienza», Roma

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