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teoria e ricerca

Gli economisti e la generazione dei dati per la ricerca

Spunti per un confronto sulla prassi di ricerca di economisti e sociologi
Economists and the generation of data. Observations for a comparison of the research practices of economists and sociologists
Andrea Declich
p. 63-93

Abstract

The article presents typical economic methodological issues that are relevant to the research work of sociologists. In particular, it focuses on the concept of “stylized facts” on some econometric research canons, on the use of qualitative methodologies and survey data and on the existence of a “continuum” between qualitative and quantitative approaches. The objective is to highlight common denominators present in the methodological issues dealt with by both economists and sociologists. The basic idea is that a more systematic comparison of the different solutions to similar problems adopted within the two disciplines represents an opportunity for the advancement of knowledge and for the practice of social, as well as economic, research.

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Testo integrale

Facts are simple and facts are straight
Facts are lazy and facts are late
Facts all come with points of view
Facts don’t do what I want them to
Facts just twist the truth around

Talking Heads,
Crosseyed and Painless

1Il tema a cui è dedicato questo articolo è piuttosto vasto, vale a dire il modo con cui gli economisti generano i dati della loro ricerca. Ovviamente, vista l’ampiezza della questione, non si pretende di affrontarla in modo esaustivo. Più che altro, come si evince dal titolo, si intende proporre alcuni spunti per una riflessione che possa essere rilevante anche per i sociologi.

2Sociologia ed economia sono discipline ben distinte, non solo al livello accademico ma anche professionale. Esiste tra loro, tuttavia, un forte legame, derivante dalla parziale comunanza delle radici (si pensi a Pareto, che è stato un grande economista, o al fatto che Talcott Parsons e Max Weber, come tanti altri, iniziarono la carriera come economisti) e di molti temi di studio. Tale legame, peraltro, è testimoniato anche dall’esistenza di competizione tra le due discipline, si pensi alla «chiamata alle armi» con la quale Anthony Giddens invitava la sociologia a riprendersi lo spazio che le compete nell’interpretazione dei grandi cambiamenti della nostra epoca e che negli ultimi anni le è stato rubato da varie discipline, ma in particolare dall’economia (Giddens, 2006). La competizione, ovviamente, è una conferma di questa comunanza e si basa sulla possibilità di offrire a problemi comuni risposte che possono essere comparate anche dal punto di vista della loro efficacia.

  • 1 Si possono vedere, a questo proposito Friedman (1966), Boland (2000). Una introduzione molto effica (...)

3Non sorprende, quindi, che esistano tra le due discipline anche simili problematiche epistemologiche e metodologiche. Anche gli economisti hanno dato vita, negli anni, a un approfondito dibattito epistemologico che ha avuto significative analogie con quello che si è avuto tra i sociologi. Non ci si occuperà, tuttavia, di esso, cioè di come gli economisti si siano confrontati su induttivismo e deduttivismo, oppure sui meccanismi di progresso della teoria economica e così via, anche perché per conoscere i termini di questo dibattito è forse più utile fare riferimento ai numerosi studi in materia1.

  • 2 A questo proposito, è interessante il resoconto di Pheby circa il punto di vista di Von Mises e di (...)
  • 3 Gli Agent Based Economists hanno lavorato alla costruzione di modelli basati sul rifiuto delle ipot (...)

4Piuttosto, si focalizzerà l’attenzione su alcune tematiche più direttamente connesse alla metodologia della ricerca, ben sapendo che i livelli epistemologico e metodologico non sono indipendenti. Entrambe le discipline devono trovare modalità e strategie convincenti per confrontarsi con la realtà e con il problema che i fatti della vita sociale – inclusa quella economica – sono «ostici» e difficili da interpretare, anche quando sono rappresentati da «numeri». Per capire quanto questo problema sia presente e costituisca elemento di dibattito, basti pensare che nell’ambito di alcune scuole di pensiero economico si esprime un forte scetticismo nei confronti nell’uso dei dati statistici come modalità per ottenere conoscenze scientifiche sulla realtà. Il caso più rilevante è quello della scuola austriaca. Von Mises, per esempio, definiva il lavoro di ricerca fatto negli istituti economici «storia economica del passato recente», quindi, in quanto tale, non considerabile scienza economica e, certamente, non teoria economica (Von Mises, 1962, 84)2. Questo scetticismo è condiviso anche da studiosi di scuole di pensiero del tutto differenti, come alcuni economisti che seguono l’approccio «agent based» (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 21)3.

5Alla comunanza di alcuni problemi metodologici presenti nelle due discipline, tuttavia, non sono corrisposte, probabilmente per via della mancanza in un efficace confronto, comuni risposte. Tra gli approcci seguiti da economisti e sociologi che fanno ricerca empirica, esistono, poi, oltre a significative differenze – che avrebbero, forse, poca ragione di esistere e potrebbero essere utilmente superate – anche alcune analogie.

  • 4 Questo aspetto emerge in tutta la sua rilevanza nei «development studies», di cui si parla nel test (...)
  • 5 Un’interessante trattazione di tipo sociologico di questi temi che fa un significativo ricorso al l (...)

6Si proporrà, quindi, una rassegna ragionata – sebbene non sistematica – di alcuni punti di differenza e di somiglianza. L’individuazione dei temi di tale rassegna è stata fatta – anche sulla base della personale esperienza di chi scrive – a partire da alcune aree di ricerca comuni a sociologia ed economia. Le problematiche metodologiche che emergono nelle «zone di frontiera», infatti, sono le più interessanti per un’analisi come quella che si intende proporre perché si riferiscono alla trattazione di oggetti che non costituiscono il «monopolio tematico» di nessuno e, in particolare, di problemi da risolvere che sono in tutto o in parte inediti e richiedono approcci innovativi4. Per chi si occupa, per esempio, di «development studies», di studi sullo sviluppo territoriale nei paesi industrializzati, di impresa e imprenditorialità5, per non parlare delle grandi questioni epocali di cui parla Giddens (vedi sopra), quali la globalizzazione, ma anche la povertà o lo sviluppo scientifico e tecnologico, è abbastanza chiara la necessità di utilizzare teorie, concetti e strumenti di analisi tratti da entrambe le discipline. Di conseguenza, assume una qualche rilevanza l’idea di proporre un confronto tra le differenti modalità di fare ricerca di economisti e sociologi, per esempio volgendo l’attenzione ai diversi modi di porsi di fronte agli oggetti di studio, oppure di scegliere tra approcci quantitativi e qualitativi, o di tenere in considerazione in maniera pregnante gli attori (le loro opinioni, atteggiamenti, caratteristiche, nonché la loro stessa esistenza).

7In questo quadro si è ritenuto che un confronto su alcune questioni di natura metodologica, sebbene non sistematico, possa costituire un momento di comunicazione «trans-epistemica» tra sociologia ed economia atto a favorire un mutuo arricchimento (d’Andrea, Quaranta e Quinti, 2005; d’Andrea e Declich, 2005). Si è pensato, quindi, di puntare l’attenzione – seguendo un approccio descrittivo – su alcune delle più immediate ed evidenti similitudini e differenze negli approcci seguiti in entrambe le discipline su questi argomenti, nonché su alcune «invasioni di campo» delle quali, talvolta, non c’è piena consapevolezza. Si è partiti, quindi, da come «isolano i fatti» gli economisti, e da come arrivano a produrre dati che possano essere utilizzati per fare asserzioni significative e plausibili sulla realtà economica, per poi focalizzarsi su altri aspetti delle loro pratiche e procedure di ricerca. L’idea più generale è che lo sviluppo delle due discipline, in gran parte indipendente e verificatosi anche grazie a dibattiti di tipo metodologico interni a ognuna di esse, ha consentito a entrambe di maturare conoscenze che, opportunamente adattate, potrebbero risultare reciprocamente utili.

8Si parlerà, in primo luogo, dei «fatti stilizzati», vale a dire di un concetto piuttosto importante, quanto meno nella pratica del lavoro degli economisti, e che ha una somiglianza, per dirla à la Lazarsfeld (Lazarsfeld, 1958, 42), con il procedimento di concettualizzazione seguito dal sociologo per caratterizzare il suo oggetto di studio. Quello di «fatto stilizzato» è un concetto interessante nell’ambito di una collaborazione tra le due discipline, specialmente perché potrebbe riguardare il momento in cui si definiscono gli ambiti di tale collaborazione. Si vedrà nel seguito, peraltro, che tale concetto, nonostante il suo uso diffuso nella pratica dell’analisi economica, è piuttosto negletto anche dagli economisti quando parlano di questioni metodologiche ed epistemologiche «alte».

9Un secondo tema che verrà proposto riguarda il dibattito sui canoni della ricerca econometrica, cioè dei criteri che hanno guidato la ricerca empirica quantitativa di maggior rilievo attraverso la quale l’economia ha cercato di offrire i suoi contributi non solamente nel campo dell’analisi, ma anche della previsione. L’economia è considerata tra le scienze sociali quella a più forte orientamento quantitativo. Riportare alcuni degli elementi del dibattito tra gli economisti su questi temi, in particolare i principali approcci e le principali difficoltà connesse alla pratica di tale orientamento, potrebbe risultare di particolare interesse.

  • 6 L’economista e metodologo americano McCloskey usa l’attributo «modernista» per qualificare l’orient (...)

10Il terzo tema riguarda l’uso di metodi qualitativi in economia, vale a dire di approcci che hanno avuto, in generale, una scarsa considerazione nell’ambito della professione, anche per via di un orientamento «modernista»6 che tende a escluderli. In questo quadro si vedrà che la necessità di praticare tali approcci, nonostante il «tabù», emerge con sempre maggiore forza tra gli economisti. L’esperienza dei sociologi in questo campo potrebbe essere rilevante ed essere la base per una fruttuosa collaborazione.

  • 7 Il termine «ipotesi», in economia come in altre discipline, viene utilizzato spesso in un’accezione (...)

11Il quarto tema, connesso al precedente e piuttosto controverso, è quello dell’uso di surveys e di indagini d’opinione. È questo un argomento interessante che riguarda entrambe le discipline – per esempio, il tema dei cosiddetti «dati infedeli» (Marradi, 2007) – perché chiama in causa tematiche di natura non solamente metodologica – i cosiddetti dati «hard» e dati «soft» -, ma anche teorica, quali l’ipotesi (nel lessico dell’economia; in quello della ricerca sociale: il «modello») dell’agente rappresentativo e delle aspettative razionali7. Un ulteriore tema che verrà proposto riguarda l’esistenza, nella pratica della ricerca degli economisti, di un «continuum» tra ricerca qualitativa e quantitativa, prendendo ad esempio il caso dei «development studies». Questo tipo di riflessione può risultare di qualche utilità se si accetta, anche solamente in parte, la comunanza delle problematiche metodologiche tra economia e sociologia.

1. I «fatti stilizzati»

  • 8 Recentemente il concetto di «fatto stilizzato» ha ispirato una definizione simile in ambito sociolo (...)

12Nel parlare dei loro oggetti di studio, gli economisti fanno un diffuso uso di un concetto quasi sconosciuto ai loro colleghi scienziati sociali8, quello di «fatto stilizzato» (stylized o stylised fact).

13Il concetto è da attribuire all’economista inglese Kaldor, che ne ha parlato per primo in una conferenza del 1958. Kaldor si pone il problema di come scegliere le giuste astrazioni che sono alla base di ogni teoria. L’economista, quindi, deve:

Iniziare con una rassegna dei fatti che considera rilevanti per il suo problema (…) Visto che i fatti, come registrati dagli statistici, sono sempre soggetti a numerose insidie e precisazioni (…) il teorico, secondo me, dovrebbe essere libero di iniziare con una visione “stilizzata” dei fatti – cioè concentrarsi sulle tendenze ampie ignorando dettagli e procedendo con il metodo del “come se”, vale a dire costruire un’ipotesi che potrebbe dar conto di questi “fatti stilizzati” senza necessariamente impegnarsi su questioni di accuratezza storica, o della sufficienza, dei fatti o delle tendenze così riassunte (Kaldor, 1961/1968, 178).

14La definizione, come si vede, è piuttosto articolata. È importante chiedersi in primo luogo cosa intendesse Kaldor e cosa intendano i molti che, dopo di lui, hanno usato questo concetto. Sulla base di questa riflessione sarà poi possibile capire meglio perché si è deciso di porre all’attenzione questo concetto. Verrà riportata una pluralità di definizioni al fine di mostrare quello che, seppure in base ad accezioni con diversi gradi di rigore, si ritiene sia un «fatto stilizzato».

1.1. Cosa intendevano Kaldor e gli altri economisti con il concetto di «fatto stilizzato»?

15Si presenteranno, qui di seguito, alcune definizioni del concetto di «fatto stilizzato», più o meno basate su quella di Kaldor. La prima non ha una grande autorevolezza accademica, ma ha il pregio di essere concisa. Si trova sul sito www.About.com:

I “fatti stilizzati” sono osservazioni che sono state fatte in così tanti contesti da renderle verità empiriche alle quali le teorie si devono adeguare. Sono usati specialmente nella teoria macroeconomica. Sono considerate inutili nella storia economica, in cui è centrale il contesto9.

16Wikipedia, che non ha l’autorevolezza che tutti vorremmo che avesse, offre la seguente definizione:

Nelle scienze sociali, specialmente in economia, un “fatto stilizzato” è una presentazione semplificata di un risultato empirico. Un “fatto stilizzato” è spesso un’ampia generalizzazione che, sebbene essenzialmente vera può essere imprecisa per alcuni dettagli10.

17Carlucci propone questa definizione che, oltre ad essere più autorevole e rigorosa delle due precedenti, ha il pregio di porre il concetto di «fatto stilizzato» nel contesto dell’insegnamento di base dell’econometria.

Un modello econometrico è rappresentativo in generale di una struttura economica, che può essere definita, in termini generali, come un insieme di comportamenti, di possibilità tecniche di produzione, di fattori istituzionali, di convenzioni contabili, ecc., che si ipotizzano costanti per un certo periodo di tempo, detto periodo di osservazione. Sul piano descrittivo, alla costanza della struttura teorica corrisponde un insieme di regolarità empiriche, i cosiddetti “fatti stilizzati”, che riassumono le caratteristiche salienti manifestate dai dati nel periodo di osservazione (Carlucci, 2003).

18Lawson in un articolo del «Cambridge Journal of Economics», afferma:

Un “fatto stilizzato” è un fenomeno concettualizzato – tipicamente una generalizzazione ampia ma non universale circa la regolarità di un evento – che si ritiene che permanga in un modo, o a un grado, tale che il ricercatore la vede come sufficientemente significativa, dato il contesto, da richiedere prima facie una spiegazione (Lawson, 1989, 59).

19In questa breve rassegna si è passati, quindi, dalla definizione principale di «fatto stilizzato» (la prima, la più problematica ed autorevole, che fa riferimento al tema dell’astrazione e chiama in causa – come ha suggerito Lawson, notevoli questioni di natura epistemologica), a definizioni più operative.

20È utile, a questo punto, proporre qualche esempio di che cosa siano, in pratica, i «fatti stilizzati». Si inizierà da alcuni di quelli di cui parla lo stesso Kaldor. Egli sosteneva che per parlare del cambiamento economico e dello sviluppo delle società capitalistiche bisognasse guardare ad alcuni «fatti stilizzati», di cui si riportano, a scopo esemplificativo, i due seguenti.

1. La crescita continuata del volume aggregato della produzione e della produttività del lavoro a un tasso stabile; nessuna tendenza registrata di caduta del tasso di crescita della produttività;
2. Una crescita continua dell’ammontare di capitale per lavoratore, a prescindere dalle misurazioni statistiche di capitale scelte in questa connessione. (Kaldor, 1961/1968, 178).

21Easterly e Levine (Easterly e Levine, 2001), concentrano l’attenzione su cinque «fatti stilizzati», considerati centrali per ragionare sui temi dello sviluppo:

1. Il «residuo» – la produttività totale dei fattori – piuttosto che l’accumulazione dei fattori (capitale e lavoro) spiega la maggior parte delle differenze di crescita tra paesi;
2. Il livello di reddito diverge nel lungo periodo. Le differenze tra paesi ricchi e poveri sono andate crescendo negli ultimi due secoli;
3. La crescita non è persistente nel tempo. Alcuni paesi decollano, altri sono soggetti ad alti e bassi, pochi crescono stabilmente ed altri non sono mai cresciuti. In contrasto con questo, l’accumulazione del capitale è molto più persistente che non la crescita complessiva [del reddito];
4. L’attività economica è altamente concentrata, mentre i fattori di produzione affluiscono verso le aree più ricche (e dove i fattori di produzione sono già abbondanti). Questo fatto suggerisce la presenza di forti esternalità;
5. Le politiche nazionali sono strettamente associate con i tassi di crescita di lungo periodo, e li influenzano significativamente.

22Non è utile dilungarsi oltre, anche se può essere interessante proporre un esempio di «fatto stilizzato» proposto da un non economista, Anderson, che insegna scienza politica alla UCLA, sostiene che il «fatto stilizzato» di cui parla Weber nell’Etica protestante è il seguente:

i capi di impresa e i capitalisti, così come i lavoratori altamente qualificati, e ancor di più il personale con una formazione in campo tecnico e commerciale sono nella maggioranza dei casi protestanti (Anderson, 2006).

1.2. Perché è interessante il concetto di «fatto stilizzato»?

23Le definizioni di «fatto stilizzato» elencate hanno gradi diversi di similitudine l’una con l’altra. Esse sono state riportate principalmente a riprova della diffusione del concetto e della sua rilevanza pratica, nonché del fatto che il suo uso diffuso ha, probabilmente, prodotto uno slittamento semantico e un conseguente allontanamento dalla definizione più autorevole (quella di riferimento è la definizione originale proposta da Kaldor). Nonostante l’esistenza di differenti definizioni di «fatto stilizzato» pensiamo che ci siano almeno tre ragioni per cui valga la pena parlarne, e tutte hanno a che fare con il fatto che esso – al di là di differenti sfumature di significato – mette al centro del lavoro empirico degli economisti alcune regolarità sulla cui occorrenza e rilevanza c’è un accordo, se non unanime, quantomeno ampio.

1.2.1. Un «concetto macchina»

24In primo luogo, sembra di poter dire che quello di «fatto stilizzato» sia una sorta di «concetto macchina», cioè, che esso abbia un significato strumentale e serva per procedere nella ricerca empirica e nella comparazione tra differenti ipotesi circa la spiegazione del funzionamento della vita economica. Si può notare che gli economisti tendono a non usarlo quando si occupano di questioni teoriche e metodologiche più «alte» rispetto a quelle di come «mettersi a raccogliere dati». Ad esempio, Boland, che pure ha scritto la voce Stylized fact per il dizionario economico New Palgrave, nel suo libro sulla «metodologia dopo Samuelson» (Boland, 1989) non cita il concetto neanche una volta. Questo, naturalmente, non significa che il concetto sia secondario, visto che viene utilizzato nei contesti più diversi, dalle introduzioni dei corsi di econometria agli articoli pubblicati su autorevoli riviste.

25Questa accezione strumentale del concetto è quella proposta, in un certo senso, da Lawson, il quale sostiene che i «fatti stilizzati» possono costituire un utile punto di inizio per l’analisi delle strutture economiche e dei comportamenti a cui si è interessati. Il passo successivo potrà anche essere una «ridefinizione» del «fatto stilizzato», ma l’uso di quest’ultimo è comunque un utile «entry point» (Lawson, 1989, 67).

1.2.2. È uno dei tasselli della scoperta

26Una seconda ragione per cui è interessante il concetto di «fatto stilizzato» è che esso aiuta nel produrre e indirizzare la ricerca scientifica nel momento centrale della scoperta, quello cioè in cui si produce la sorpresa per la discrepanza tra quello che, per qualche motivo, ci si sarebbe aspettati e quello che risulta avvenire. È questo l’uso che propone lo stesso Kaldor. Egli, dopo aver parlato dei «fatti stilizzati» sui quali vuole concentrare l’attenzione, afferma che:

nessuno di questi “fatti” può essere spiegato plausibilmente dalle costruzioni teoretiche neo-classiche (Kaldor, 1961/1968, 179).

27Subito dopo, infatti, elenca un insieme di fatti che ci si potrebbe aspettare in base a queste teorie e che, invece, non si verificano – per l’appunto perché si verificano i «fatti stilizzati». Propone poi, nell’intero capitolo, un modello alternativo a quelli (allora) correnti, che consente di rendere conto di queste differenze.

28In un articolo molto citato, Kremer espone la cosiddetta «O-ring Theory» dello sviluppo economico con la quale intende spiegare «fatti stilizzati» come le differenze salariali e di produttività tra paesi ricchi e poveri e la correlazione positiva tra i salari di lavoratori in differenti occupazioni all’interno delle imprese (Kremer, 1993).

29I 5 «fatti stilizzati» di Easterly e Levine, d’altra parte, costituiscono proprio un elenco di fenomeni che contraddicono ciò che, in base alle teorie ortodosse, ci si aspetterebbe che avvenga. I due economisti, non propongono, come Kaldor, un loro modello, ma preparano il terreno per un lavoro successivo.

1.2.3. La valutazione della teoria

30Una terza ragione che rende importante il concetto di «fatto stilizzato» è che esso consente la valutazione dei punti di forza delle diverse teorie. La distinzione con il «merito» precedente è forse sottile, ma tuttavia da non sottovalutare. Kaldor – e non solo lui, come si è visto – usa i suoi «fatti stilizzati» per criticare la teoria economica ortodossa. A questo proposito Boland afferma che il merito del concetto di «fatto stilizzato» è esattamente quello di costituire uno strumento da utilizzare «solo nel contesto di una comparazione teorica» (Boland, 1987/1994, 536).

31È opportuno far notare, a questo punto, che Boland individua una contrapposizione tra l’uso dei «fatti stilizzati» a scopo comparativo, che egli considera la principale ragione per cui Kaldor introduce il concetto, e quello di coloro che li usano come «conveniente semplificazione per la costruzione di modelli» (Boland, 1987/1994, 536). Al contrario, è quest’ultimo uso che rende per Lawson il «fatto stilizzato» un concetto interessante. Egli, infatti, lo considera utile – tra le altre cose – come «entry point» per l’analisi di un problema economico nell’ambito di quello che chiama «theory development», nonché per il confronto tra quello che si «vede» – il «fatto stilizzato», appunto – e quello che, al contrario, ci si aspetterebbe di vedere (Lawson, 1989).

32Se si parte solamente dalle definizioni riportate sopra, il problema potrebbe sembrare quasi pleonastico e indecidibile. Infatti, non sembrerebbe che, secondo l’accezione di Lawson, ci siano ragioni per non fare entrambi gli usi del concetto di «fatto stilizzato».

33Il problema, al contrario, non è secondario e riguarda le modalità con cui si procede alla scelta dei «fatti stilizzati», e quindi la questione di come si realizzano le astrazioni nel corso della ricerca scientifica. Sottostante c’è, come si vede, una questione molto ampia, che non può essere qui altro che accennata, e che ha a che fare con le diverse accezioni del «fare teoria». Nel campo della scienza economica si è assistito a un ampio dibattito sull’argomento, e ad esso fa riferimento lo stesso Lawson nell’articolo più volte citato, nel quale egli sostiene un approccio realista al «theory development», contrapposto a quello di tipo strumentalista (Lawson, 1989).

34Si può osservare, a questo proposito – prendendo spunto dalla riflessione metodologica che ha avuto luogo in ambito sociologico – che il punto di vista che vede nell’uso del concetto di «fatto stilizzato» un «entry point» ricorda, in qualche modo, la differenza messa in luce da Ammassari tra la teoria secondo Merton e secondo Talcott Parsons (Ammassari, 1995, 77). Se si vede la teoria come uno strumento per individuare la connessione inattesa tra fenomeni (anche secondo la prospettiva suggerita da Lakatos 1976), piuttosto che un modo di ordinare e descrivere la realtà, allora il concetto di «fatto stilizzato» può essere visto come uno strumento utile. Individuare i «fatti stilizzati» sui cui concentrare l’analisi, infatti, sarebbe un passo essenziale per procedere nel senso indicato da Merton.

35La tesi di Lawson che l’uso del concetto di «fatto stilizzato» possa andare oltre la valutazione comparativa di differenti teorie e che, quindi, possa essere finalizzato allo sviluppo teorico (e, in questo quadro, alla «valutazione» del progresso di un programma di ricerca) porta con sé un certo grado di problematicità. Si può citare, a questo proposito, un saggio molto interessante di Fagiolo, Windrum e Moneta riguardante la validazione empirica dei modelli economici «Agent Based» (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006) in cui si cerca di individuare alcune delle questioni che gli economisti di questa scuola di pensiero devono risolvere per far progredire il loro programma di ricerca.

36Nonostante i successi di questi approcci, viene percepita una certa mancanza di robustezza dovuta alla notevole diversità dei fenomeni che i modelli «Agent Based» cercano di spiegare (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 7). Molto resterebbe ancora da fare, inoltre, per testare la potenza esplicativa dei diversi modelli, anche quando trattano fenomeni analoghi. In questo quadro va sottolineato che esisterebbe il problema della stessa interpretazione dei «fatti stilizzati» che i modelli cercano di riprodurre visto che, secondo gli autori di questo saggio, la loro replica nel corso di simulazioni non comporta necessariamente una spiegazione (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 34). Inoltre, i modelli «Agent Based» hanno numerosi gradi di libertà e dimensioni e il numero di output che le simulazioni possono generare è enorme (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 5-6). Da questo, discende che il confronto con i «fatti stilizzati» non può essere considerato come una semplice e immediata guida per il confronto della teoria con la realtà e come unica indicazione metodologica per la validazione dei modelli.

37Con questo riferimento si è voluto mettere in evidenza che il «fatto stilizzato» non è qualche cosa che si presenta all’analisi e nel lavoro teorico in maniera inequivocabile. È necessario, al contrario, un vaglio critico delle modalità con cui esso si presenta e, in particolare, di come esso stesso, in quanto frutto di un processo di astrazione, viene prodotto. È questa una questione sollevata da molti e posta dallo stesso Lawson, il quale suggerisce – nell’ottica «realista» che propugna e andando oltre quanto esplicitamente indicato da Kaldor – di promuovere astrazioni che intendano essere, per quanto possibile, focalizzate sugli aspetti essenziali dell’oggetto di studio (con tutto quello che questo comporta in termini di connessione con il contesto storico dei diversi fenomeni).

1.3. Come si produce un «fatto stilizzato»? I «fatti stilizzati» come strumento di accumulazione della conoscenza

38La questione, quindi, riguarda il come si produce un «fatto stilizzato». È questo un punto critico sul quale, forse, c’è poca riflessione, specie se paragonata alla centralità che il concetto, come si è detto, assume nella prassi di ricerca. Come si è visto, Kaldor ricorda che «qualsiasi teoria deve necessariamente essere basata sulle astrazioni». Afferma anche che «il tipo di astrazione non può essere decisa nel vuoto (Kaldor, 1961/1968, 177)». A questo proposito, va ricordato che Lawson accetta il fatto che prendere un «fatto stilizzato» ci conduce ad accettare una pre-concettualizzazione, sulla quale, eventualmente operare una ridefinizione (Lawson, 1989, 67).

39Il processo, ovviamente, non è senza attriti. Hauser, a questo riguardo, afferma:

I “fatti stilizzati” permettono di astrarre le caratteristiche essenziali di fenomeni complessi così che esse possano essere “modellati”. Ma i “fatti stilizzati” non sono veri universalmente, né raccontano l’intera storia. (…) È un valido esercizio per la generazione di ipotesi, a patto che il passo successivo includa la verifica dell’universalità del “fatto stilizzato” e della completezza dell’informazione. Ma, ahimé, ho visto molti esempi in cui o il “fatto stilizzato” si dimostra un caso speciale o l’astrazione perde i fenomeni rilevanti (Hauser, 1996).

40Una critica simile venne anche fatta da Solow il quale disse, in relazione ai «fatti stilizzati» di Kaldor, che essi erano «sicuramente stilizzati, ma ci si poteva chiedere quanto fossero fatti» (Heine, Meyer e Strangfeld, 2005, p. 4). Boland, inoltre, sostiene che i «fatti stilizzati» possono essere scelti in maniera tale da servire al successo del modello ed essere, quindi, frutto di una procedura ad hoc (Boland, 1987/1994, 536).

41La scelta del livello di astrazione, in questo quadro, è centrale. Heine, Meyer e Strangfeld affermano che questa scelta avviene attraverso un processo di ricerca del consenso.

  • 11 Un approccio analogo è riscontrabile nella ricerca realizzata da ASDO nel quale è stata realizzato (...)

La derivazione di “fatti stilizzati” dovrebbe essere basata trasparentemente sulla investigazione empirica e dovrebbe essere soggetta alla discussione tra gli esperti del campo. In ultima analisi, i buoni “fatti stilizzati” sono il risultato di una discussione critica nella comunità di esperti, con un alto livello di consenso sul fatto che essi rappresentino un robusto modello connesso alle osservazioni empiriche (Heine, Meyer e Strangfeld, 2005, 4)11.

42È interessante notare che questo processo avverrebbe attraverso la combinazione di diversi metodi di ricerca empirica, anche qualitativi; e quindi secondo un approccio di «triangolazione», o meglio «mixed methods», come più appropriatamente si suggerisce nella ricerca sociale. Gli autori, inoltre, parlano anche di «insiemi di “fatti stilizzati” di uno [stesso] fenomeno» (Heine, Meyer e Strangfeld, 2005, 4). In questa maniera, sostengono, si può anche evitare il rischio di scelte fatte ad hoc di cui parla Boland.

43Sostanzialmente, si può ritenere che «lo sviluppo teorico» – per dirla à la Lawson – debba procedere sulla base di un confronto serrato con la realtà così come emerge dalla ricerca empirica e dalle concettualizzazioni operate nell’ambito della disciplina, per poi pervenire ad una eventuale ridefinizione concettuale che determini, essa stessa, un confronto con la realtà in base a punti di vista nuovi. Il processo che, nel suo insieme, determina l’avanzamento della conoscenza, pertanto, non può essere visto esclusivamente come la ricerca di nuove connessioni tra fenomeni, ma comprende necessariamente – come precondizione e al fine di ottenere questo risultato – una forma di ripensamento critico della conoscenza acquisita e la formulazione analitica di nuove domande e, quindi, anche di oggetti nuovi (in tutto o in parte), da osservare e da tenere in considerazione.

44Il processo di crescita teorica, come si vede, si basa su una peculiare modalità di confronto con la realtà, nel senso che questo non viene invocato in astratto ma viene incanalato attraverso il confronto sistematico con i «fatti stilizzati». È anche attraverso l’uso dei «fatti stilizzati» – suggerisce Lawson a questo riguardo – che può avvenire il processo di abduzione (Lawson, 1989, 68). In questo senso, si può affermare che l’uso del concetto di «fatto stilizzato» si presenta come un’interessante modalità di accumulazione di conoscenza.

  • 12 In ambito sociologico, la ricerca di ASDO su «Donne e politica» (ASDO, 2006) è un esempio interessa (...)

45Un «fatto stilizzato» è un fatto che viene rilevato grazie all’esistenza di teorie, non solo descrittive, che ne prescrivono l’osservazione e lo studio. Questo aspetto emerge in maniera piuttosto evidente nel caso del lavoro di Easterly e Levine, in quanto i fatti che questi due autori – ma anche tanti altri loro colleghi – «stilizzano» sono il frutto di un lavoro di rassegna di una vasta mole di ricerche empiriche e della produzione di consenso circa una serie di fenomeni e di questioni che meritano, o necessitano, adeguate spiegazioni. I «fatti stilizzati» a cui spesso fanno riferimento gli economisti costituiscono quello che potrebbe essere definito un deposito teorico ed empirico a cui tutti possono accedere12.

46La stessa valutazione comparativa delle teorie di cui parla Boland, in questo quadro, può essere vista anche sotto un’altra luce: l’uso dei «fatti stilizzati» non consente solo di confrontare l’efficacia con cui diversi modelli affrontano un dato problema, ma anche quale problema affrontano e il modo in cui lo fanno. Si potrebbe dire, a questo proposito, che l’accumulazione di conoscenza avviene per il fatto di fare riferimento – nel lavoro di conferma empirica e di «sviluppo teorico» – a un insieme definito di «fatti stilizzati» che rappresentano, per i ricercatori, una sorta di «minimo comun denominatore».

2. L’approccio Haavelmo-Cowles e alcuni importanti sviluppi dell’econometria

  • 13 Questa ricostruzione si basa sugli articoli di Fagiolo, Windrum e Moneta (2006), di King (1995) e d (...)

47Il secondo spunto di riflessione che si intende offrire riguarda alcuni approcci e principi adottati dagli economisti applicati, in particolare dagli econometrici13. Il tema verrà affrontato in quanto l’econometria è il principale (ma non esclusivo) ambito nel quale gli economisti si sono cimentati con il tema della previsione e della conferma empirica delle teorie economiche. Volgere l’attenzione a questo tema – anche se in maniera non così approfondita come pure l’argomento meriterebbe – è un passo utile, quindi, qualora si vogliano confrontare diversi modi di intendere e praticare la ricerca empirica nell’ambito delle scienze sociali.

48L’approccio principale – e il primo in ordine di tempo – è stato quello sviluppato da Haavelmo nell’ambito degli studi promossi dalla Cowles Commission e si basa su un lavoro i cui principali risultati sono stati pubblicati nel 1944 (Haavelmo, 1944). Haavelmo proponeva la costruzione di modelli per approssimare sistemi reali che sono stocastici, cioè in cui una variabile è determinata da influenze «deterministiche» e casuali. Tali modelli – anche composti da sistemi di equazioni – erano costruiti con variabili dipendenti, variabili esplicative ed «errori» che seguono diverse distribuzioni di probabilità. In essi, le relazioni causali si considerano autonome e tendono a permanere quando le condizioni esterne cambiano; tali relazioni causali sono simultanee. Il problema affrontato secondo questo approccio è quello di identificare il modello teorico che meglio approssima il mondo reale, date le infinite possibilità offerte dalla teoria. In questo quadro si proponevano alcune restrizioni algebriche da imporre a un modello econometrico, al fine di identificarlo sulla base della teoria economica, all’epoca quella keynesiana. Una volta identificato il modello, questo poteva essere stimato usando metodologie e test statistici. Tale posizione comportava un apriorismo, che alcuni membri della Cowles Commission – lo stesso Haavelmo, che su questo ebbe una posizione diversa da quella di un altro vincitore del Nobel, Koopmans – interpretarono nei termini di un «apriorismo debole» che riconosceva la necessità di una interazione tra modelli teorici e dati empirici (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 11-12).

49L’approccio Haavelmo-Cowles è stato sottoposto alle critiche di Lucas e di Sims. Il primo nel 1976 sostenne che i parametri strutturali non sono stabili quando cambiano le politiche economiche (non sono «autonome»); si vedrà dopo che questa, più che una critica metodologica, fu una critica all’impostazione teorica keynesiana e aprì la strada a un rilancio delle teorie ortodosse. Sims nel 1980 sostenne che le restrizioni teoriche imposte dall’approccio Haavelmo-Cowles erano eccessive e non credibili, criticando anche il fatto che le relazioni economiche non possono essere determinate in linea di principio. Suggerì quindi di «lasciar parlare i dati», almeno nella fase di stima dei parametri.

50Secondo autori come Fagiolo, Windrum e Moneta (2006), Hoover (2005) e King (1995), queste critiche hanno dato vita allo sviluppo di diversi nuovi approcci, che verranno ricordati brevemente.

51Lucas e gli economisti che dalle sue critiche presero le mosse (i più importanti sono Hansen e Sargent), per esempio, più che riformulare l’approccio Haavelmo-Cowles, individuarono nuovi modelli teorico-econometrici. Essi, sostanzialmente, si adoperarono per dare una nuova base microeconomica ai modelli formulando, tra le altre cose, l’ipotesi di agenti rappresentativi, aspettative razionali e, su questa base, individuarono sistemi di equazioni da stimare (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 13).

52King ha messo in evidenza che sia i modelli che si rifacevano all’approccio Haavelmo-Cowles che quelli ispirati all’approccio di Lucas erano andati incontro a veri e propri fallimenti. I primi, di impostazione keynesiana, non furono in grado di spiegare la stagflazione degli anni ’70. I secondi dovevano basarsi su stime di parametri molto strane e difficili da spiegare. Alla fine, non si rivelarono buone strade da seguire (King, 1995, 72-73).

53La critica di Sims portò allo sviluppo dell’approccio VAR (Vector Auto-Regression). In sistemi di questo tipo, ogni variabile viene regredita sui propri ritardi e sui ritardi di tutte le altre variabili. Il problema delle restrizioni e di come darne un fondamento teorico, come viene messo in evidenza da Hoover, finì comunque per riemergere (Hoover, 2005, 25).

54Un approccio alternativo è stato quello della «calibratura», proposta da Kydland e Prescott nel 1982. Un modello si dice calibrato quando i suoi parametri non sono stimati con la procedura statistica proposta dall’approccio Haavelmo-Cowles, ma sono «tratti da considerazioni sul sistema della contabilità nazionale, su stime statistiche non connesse al modello, sul senso comune, sull’esperienza e su altre fonti informali» (Hoover, 2005, 31). Una volta parametrizzato, il modello viene validato attraverso la simulazione cercando di verificare la corrispondenza con i dati reali. In seguito alla validazione, i modelli vengono utilizzati per l’analisi. Kidland e Prescott, peraltro, utilizzavano modelli basati sull’assunto delle aspettative razionali e dell’agente rappresentativo. Il principio della calibratura è che una teoria è supportata meglio quando è validata utilizzando informazioni che non sono usate per la sua formulazione (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 14). È interessante notare, in questo contesto, che, in genere, la procedura della stima è vista come contrapposta a quella della calibratura. Tuttavia King fa notare che, in realtà in molti studi si finisce sempre per usarle entrambe (King, 1995, 80).

55Un ulteriore approccio è quello promosso nell’ambito della London School of Economics. È una procedura iterativa che parte da una critica all’approccio Haavelmo-Cowles inerente al rigore nelle procedure statistiche. La strategia per la modellizzazione è quella definita «general-to-specific approach». Questo approccio, inoltre, sottolinea l’importanza di testare specificazioni alternative, cercando la più parsimoniosa. La teoria, si sottolinea, ha ancora un ruolo nella ricerca delle variabili, ma la relazione tra modelli e dati ha un ruolo centrale (Fagiolo, Windrum e Moneta, 2006, 16).

56Sono diversi i punti che emergono da questa breve rassegna che meritano di essere sottolineati.

57In primo luogo, come hanno sostenuto vari studiosi cui si è fatto riferimento, la costruzione di modelli econometrici e la loro validazione statistica non è mai una questione esclusivamente metodologica, ma chiama in causa considerazioni di tipo teorico. Si può notare che al centro di alcune revisioni c’è la realizzazione di scelte teoriche particolari, tra cui quella dell’agente rappresentativo (tema che verrà affrontato meglio in seguito).

58Inoltre, va sottolineato che l’applicazione di metodi quantitativi di conferma empirica – oltre che far riferimento ai «fatti stilizzati» – richiede il ricorso a considerazioni non solo di tipo qualitativo, ma anche talvolta connesse all’esperienza, se non al vero e proprio intuito, del ricercatore. Anche nel campo dei metodi più fortemente quantitativi, quindi, entra in gioco pesantemente il «fattore umano», il giudizio e l’autonoma valutazione dello studioso, tutti elementi, questi, che mettono in discussione l’approccio modernista di cui ha parlato McCloskey.

  • 14 A questo proposito, è interessante rilevare che nella nota a p. 22 McCloskey (1988) ricorda alcune (...)

59Sembra di poter dire, cioè, che anche in econometria, laddove si procede alla misurazione – come ben sanno coloro che sono coinvolti nella misurazione di fenomeni sociali complessi – entra fortemente in gioco il problema dell’assegnazione di pesi e quel tanto di arbitrarietà inevitabilmente connesso a questa assegnazione, anche quando essa avviene, come è auspicabile, in maniera sistematica e pubblica («controllata», si potrebbe dire). Si capisce appieno, quindi, la battuta del premio Nobel dell’economia, Ronald Coase, che ebbe modo di dire: «se torturi i dati a sufficienza, la natura finirà sempre per confessare» (Coase, 1994, 27). In questo senso, quando si misura, si finisce facilmente per violare lo spirito della massima di Kelvin secondo la quale «quando non la puoi esprimere per mezzo dei numeri, la tua conoscenza è di tipo scadente e insoddisfacente» (McCloskey, 1988, 21-22)14. Gli stessi numeri, cioè, spesso finiscono per apparire piuttosto arbitrari.

3. Le metodologie qualitative

60L’uso di metodologie qualitative è, tradizionalmente, una questione critica per gli economisti. Essa, ovviamente, deve essere affrontata evitando i luoghi comuni, per esempio quello che vede nell’economia la scienza dei numeri per eccellenza. I luoghi comuni, tuttavia, hanno un certo peso. Si guardi, per esempio, a quanto affermato da Donald McCloskey il quale, in un fortunato libro, definisce i 10 comandamenti della metodologia «modernista» dell’economia. Tra questi è utile citare, per trattare il tema delle metodologie qualitative, il terzo, il quinto e il sesto:

– Per osservabilità si intende la possibilità di condurre esperimenti oggettivi e riproducibili; l’uso di questionari individuali è assolutamente inutile perché gli esseri umani possono mentire;
– L’oggettività è preziosa: l’“osservazione” soggettiva (introspezione) non costituisce conoscenza scientifica perché non c’è modo di collegare il soggettivo all’oggettivo;
– Massima di Kelvin (già citata sopra; N.d.A.) in base alla quale “quando non lo puoi esprimere per mezzo di numeri, la tua conoscenza è di tipo scadente e insoddisfacente” (McCloskey, 1988, 21-22).

  • 15 In sostanza gli economisti, quantomeno nella pratica quotidiana, tendono a considerare qualitativi (...)

61Questi tre principi, ovviamente, rappresentano il punto di vista che McCloskey attribuisce agli economisti. Il tema dell’uso di questionari in economia (nel quadro delle surveys) verrà trattato specificamente nel seguito ed è utile premettere, a questo proposito, che tale uso non caratterizza solamente le indagine qualitative. Non è, infatti, lo strumento tecnico adottato che determina il carattere qualitativo o quantitativo della metodologia quanto, piuttosto, il tipo di variabili utilizzate e le modalità con cui si conducono le generalizzazioni15. I tre principi enucleati da McCloskey, comunque, specie se interpretati per il loro significato complessivo, danno il segno di quale sia l’atteggiamento – magari non preponderante, ma abbastanza diffuso tra gli economisti – verso le metodologie qualitative.

62Infatti, è importante osservare che l’uso di questionari di vario tipo e l’osservazione sono strumenti che consentono di tenere in considerazione variabili di natura qualitativa. Ovviamente, metterne in discussione in maniera radicale la validità scientifica – come alcuni grandi economisti hanno fatto, come ricordano anche Boulier e Goldfarb in relazione all’uso di questionari per le surveys (Boulier e Goldfarb, 1998, 1) – si può ritenere che non faciliti molto la pratica di approcci qualitativi.

  • 16 Cannavò, a proposito del tema della generalizzazione, afferma «(…) un risultato è tale, in un conte (...)

63McCloskey, comunque, sostiene l’idea che la metodologia modernista costituisca un’ideologia che serve, forse, a nascondere quello che in realtà viene praticato (McCloskey, 1988, 86-89). Infatti, nonostante questa tendenziale avversione, anche in economia si adottano tecniche e procedure che gli stessi sociologi considerano tipiche degli approcci qualitativi, cioè, ad esempio, le interviste aperte, l’osservazione, i focus group, si analizzano in maniera sistematica diverse fonti riflettendo sul significato conoscitivo che i dati raccolti possono avere. Anche in economia, cioè si raccolgono dati la cui generalizzabilità non proviene dall’inferenza statistica, o dal fatto di riguardare l’intero «universo» che si sta studiando (per esempio, dati facenti parti di un’indagine censimentaria), ma dalla ragionevole possibilità che i risultati ottenuti possano essere estesi (Marbach, 2000, 302; Cannavò, 2007, 21-2616).

64Un interessante esempio di utilizzazione da parte di economisti di metodologie qualitative è rappresentato dal lavoro di Piore e Sabel, che nel 1984 hanno pubblicato un saggio molto importante nel quale hanno messo in luce il fenomeno della cosiddetta specializzazione flessibile (Piore e Sabel, 1984).

  • 17 La specializzazione flessibile ha le seguenti cinque caratteristiche (Callan e Guinet, 2000):
    – Imp (...)

65La specializzazione flessibile è il fattore di connessione delle piccole e medie imprese in reti di produzione con performances innovative elevate. Implica la produzione di serie limitate di beni particolari di qualità specifica e per mercati di nicchia17. Secondo Piore e Sabel, questo fenomeno sarebbe stato all’origine della capacità delle piccole imprese italiane di rispondere alle incertezze sulla domanda globale facendo delle loro ridotte dimensioni un punto di forza, costituito dalla loro particolare attitudine e possibilità di adattarsi a nuove situazioni (Harrison, 1997, 43).

66Questo fenomeno, secondo Piore, è stato individuato attraverso la realizzazione di studi di caso utilizzando il materiale di interviste aperte. Piore, a questo proposito, afferma che le interviste aperte raccontano una storia che è fatta di osservazione, che può essere non analizzata, come si fa per i dati quantitativi, ma interpretata (Piore, 2006, 17-23). Come esempio particolare, egli racconta di essersi accorto del cambiamento intergenerazionale – un aspetto essenziale di questa specializzazione flessibile – solamente attraverso «il giro dell’impianto» che faceva durante le sue visite. Nel quadro di una siffatta modalità di studio, egli ricorda come centrale il momento in cui scambiava punti di vista ed opinioni su quanto aveva appena visto con i suoi colleghi ricercatori.

  • 18 Il termine è dell’autore (Piore, 2006).

67L’approccio qualitativo, sempre secondo Piore, fornisce argomenti per la revisione della teoria e dei suoi assunti. In questo senso, egli afferma che usare materiale di interviste o usare dati empirici ha lo stesso significato, quello di suddividere il materiale usando «categorie teoriche»18. Va notato che Piore non dice solamente di utilizzare i fatti riportati nelle interviste in quanto tali, ma propone anche di utilizzare la «narrazione stessa» come unità di osservazione (Piore, 2006).

68Piore, su questi argomenti, entra in contrasto con l’approccio di molti economisti e sulla loro avversione alle interviste e all’introspezione, su cui ci si soffermerà tra breve. Importante è, comunque, che – nonostante la violazione del «credo» modernista – Piore e Sabel hanno individuato un fenomeno nuovo e ne hanno offerto convincenti spiegazioni. Dal loro lavoro è emerso quel dibattito che ha portato all’analisi dei distretti industriali e che ha avuto tra i suoi sviluppi anche la teoria del social capital, ivi incluse un gran numero di indagini quantitative classiche.

69Ma quello di Piore e Sabel non è il solo esempio da fare. Susan Helper ricorda che lo stesso Coase produsse le idee che hanno condotto ai suoi risultati rivoluzionari in un anno di visite a imprese in tutti gli Stati Uniti e che, a questo proposito, affermava che «è importante andare in giro e scoprirsi i fatti da soli» (Helper, 2000). Va aggiunto, infine, che oramai è molto diffuso tra gli economisti dell’impresa l’uso di metodi qualitativi di varia natura. In generale – così come nel caso della calibratura – il dominio dei numeri in economia è molto più mediato di quanto l’auto-rappresentazione degli economisti e i luoghi comuni inducano a pensare. Emerge chiaramente, da quanto riportato, che la pratica di metodi qualitativi è un terreno di significativa convergenza tra economia e sociologia in cui potrebbe essere utile verificare tutte le possibilità, in molti casi inesplorate, di un mutuo arricchimento.

4. Survey e indagini di opinione

70Per questa ragione, si ritiene utile approfondire maggiormente la tematica dell’uso di questionari e, più in generale, delle surveys nella ricerca economica.

4.1. La controversia Machlup/Lester e la posizione di Friedman

  • 19 Non sembra che negli anni ci siano stati significativi approfondimenti oltre a quelli citati e allo (...)

71L’economista Machlup criticò l’uso di dati di survey nell’ambito di una celebre controversia circa una ricerca di Lester del 194619 che aveva per oggetto il comportamento degli imprenditori ed era finalizzata a capire se esso rispondesse alle regole della massimizzazione del profitto.

  • 20 Machlup, infatti, afferma: «Ci vuole un analista esperto per distinguere le ragioni reali da quelle (...)

72La critica di Machlup aveva più di una valenza. In primo luogo, si può affermare che tale critica fosse anche di natura tecnica, nel senso che si basava sull’idea che gli imprenditori non potessero rispondere in maniera diretta a domande su temi complessi del tipo di quelli indagati da Lester20.

73Le critiche di Machlup, però, andavano anche oltre in quanto sosteneva che fosse irrilevante, ai fini della ricerca, fare domande attraverso un questionario, perché l’intervistato – un imprenditore in questo caso – fornisce la razionalizzazione ex-post del proprio comportamento.

74Queste critiche, sembra evidente, non implicano il rifiuto del questionario in sé, visto che sono attinenti più che altro alla scelta delle domande e degli indicatori. In quanto tale, cioè, la critica sembrerebbe riguardare il fatto che il questionario sia, sostanzialmente, non adeguato a rilevare i dati che servono per decidere sulla questione del comportamento massimizzante di un imprenditore.

75C’è, poi, un altro ordine di critiche formulate da Machlup rispetto all’uso del questionario. Egli, infatti, come ricorda McCloskey, era uno dei sostenitori dell’idea che l’introspezione non è attendibile «a meno che i nostri ricercatori non dispongano di invisibili apparecchi per scoprire bugie o forse un apparecchio per leggere il pensiero» (McCloskey, 1988, 101). Fare domande, quindi, sarebbe in sé piuttosto inutile.

  • 21 Un passo che descrive bene l’approccio strumentalista di Friedman e il punto di vista di questi cir (...)
  • 22 Si veda, a questo proposito, a posizione di Friedman sulle survey come viene esposta da Hausman (19 (...)

76È utile ricordare, sulla scorta delle osservazioni di vari studiosi della materia, che queste obiezioni – sia tecniche che sostanziali – all’uso dei questionari si sposano bene con l’approccio strumentalista di Friedman, che considera irrilevante la questione stessa dell’accertamento concreto di un comportamento massimizzante da parte degli imprenditori. Infatti, il grado di realismo delle ipotesi adottate, per lui, non era poi così importante21. Secondo questa prospettiva, sondare le preferenze degli attori è, fondamentalmente, inutile22. Alcuni, a questo proposito, adottano l’analogia del giocatore di biliardo, che usa le leggi della fisica senza saperle spiegare (Boulier e Goldfarb, 1998, 3-4).

77Insomma, alcune di queste critiche all’uso del questionario sembrano, da un parte, fondate ma di natura tecnica e, dall’altra, non pertinenti alla questione dell’uso del questionario in sé (in quanto sarebbe comunque inutile, almeno in relazione alla questione del comportamento massimizzante, studiare le preferenze degli imprenditori).

4.2. Surveys sui «fatti» e su altri oggetti

78È importante, tuttavia, mettere in evidenza che il terzo tipo di critica – la sfiducia sostanziale nel questionario (e di strumenti tecnici volti alla registrazione di punti di vista che non c’è ragione per considerare veritieri) – risulta avere significativi tratti di incoerenza. Infatti, come Boulier e Goldfarb fanno notare, la realtà è che gli economisti fanno un grandissimo uso di dati raccolti con questi strumenti; basti pensare alle indagini sulla forza lavoro, sui prezzi, ecc. I due autori sottolineano che questi dati vengono accettati perché si riferiscono a cose che hanno uno «status di fatti» (Boulier e Goldfarb, 1998, 6). Che la risposta degli sconosciuti intervistati circa fatti passati della propria vita economica sia o meno attendibile è per molti economisti applicati, di fatto, irrilevante. Boulier e Goldfarb, a questo proposito, suggeriscono – tra il serio e il faceto – l’ipotesi che trattandosi di dati di seconda mano di fatto accettati, gli economisti possono anche non preoccuparsi della loro validità…

79Boulier e Goldfarb (1998), inoltre, propongono una tipologia di informazioni che possono essere raccolte attraverso i questionari e della quale i cosiddetti «fatti» sono solo la prima voce. Le altre sono:

  • predizioni su fatti futuri della vita economica;

  • misure su variabili difficili da rilevare o del valore di beni non presenti sul mercato;

  • spiegazione da parte degli intervistati dei propri comportamenti;

  • predizioni sul proprio comportamento futuro (anche in determinate condizioni);

  • opinioni o idee;

  • valutazione del set di informazioni possedute dagli intervistati.

  • 23 A titolo d’esempio, nei questionari dell’«Indagine isae consumatori» e dell’«Inchiesta imprese mani (...)

80Esistono vari esempi di indagini molto importanti per l’analisi economica basati su informazioni di questo tipo, prime tra tutte le analisi sulle aspettative dei consumatori e delle imprese. Un esempio molto interessante, per l’Italia, è quello delle indagini dell’ISAE23.

81Boulier e Goldfarb si chiedono il perché le indagini di questo tipo siano così utilizzate nonostante la sfiducia diffusa tra gli economisti «ortodossi», e rispondono che questo avviene, semplicemente, perché sono utili (Boulier e Goldfarb, 1998, 7), vista la centralità della categoria delle aspettative.

82A proposito di quale possa essere l’utilità di tali indagini, è interessante citare uno studio fatto nel 2002 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Giusti et al. , 2002, 127-130). In tale studio si afferma che:

[i cambiamenti recenti del sistema economico hanno reso] il terreno particolarmente fertile per l’utilizzo degli indicatori qualitativi (…). [Essi hanno] reso il monitoraggio delle aspettative degli agenti attraverso le indagini qualitative particolarmente importante per la previsione dei punti di svolta del ciclo (…). [Sono di particolare utilità] le serie relative alle domande riguardanti gli ordinativi, le aspettative di produzione a breve termine e la situazione economica complessiva (…). I dati provenienti da dette indagini appaiono infatti in grado di colmare la principale lacuna dell’approccio econometrico, consentendo una misura attendibile dello stato delle aspettative da incorporare nelle equazioni di comportamento.

83Non è utile dilungarsi oltre su questo argomento, in quanto sembra di poter affermare che le indagini cosiddette «qualitative» svolgono, di fatto, un ruolo importantissimo anche nei settori che sono considerati i più «duri» della scienza economica. A questo proposito, è importante mettere in evidenza che alcuni studi dimostrano anche che l’«Indice di fiducia dei consumatori» contribuisce significativamente a spiegare l’andamento del consumo aggregato delle famiglie italiane (Malgarini e Margani, 2005). Incidentalmente, si può anche ricordare che gli studiosi che si occupano di queste rilevazioni segnalano spesso i tipici problemi incontrati dai sociologi alle prese con la costruzione di questionari. Gli stessi Boulier e Godlfarb, peraltro, suggeriscono di insegnare agli economisti le tecniche sviluppate dai sociologi in questo campo (Boulier e Goldfarb, 1998, 15).

4.3. Alcune interessanti implicazioni teoriche: la questione dall’agente rappresentativo

84A questo punto, è interessante mettere in evidenza che la questione non si esaurisce in un semplice riconoscimento dell’importanza di dati di survey, di metodologie qualitative, e così via. Riconoscere la rilevanza delle surveys in economia ha un impatto anche al livello teorico.

85In generale, si può affermare che gli economisti, ormai, tendono a riconoscere – al pari di quanto fanno i sociologi da molto tempo – che anche le variabili cognitive come le rappresentazioni della realtà o le aspettative in particolare, hanno una rilevanza fondamentale per l’analisi della vita economica e sociale (d’Andrea, Quaranta e Quinti, 2005, 65). In questo senso, cioè, si sta affermando l’idea che l’ambito degli oggetti a cui deve essere riconosciuto lo «status di fatti» va enormemente allargato. Il modo con cui trattare le variabili «cognitive», quindi, si presenta sempre più come un importante terreno di confronto nelle scienze sociali (Declich, 2007).

86Le conseguenze, tuttavia, esistono anche al livello più particolare. Anche rinunciando, per evidenti ragioni a trattazioni approfondite, si può fare qualche esempio che può risultare utile. L’economista americano Carroll, che lavora sul tema delle aspettative di inflazione, mette in evidenza in maniera molto sintetica il significato del suo lavoro:

esistono differenze altamente significative dal punto di vista statistico tra diversi gruppi demografici nelle previsioni di diverse variabili macroeconomiche. Chiaramente, in un mondo in cui le aspettative di ciascuno sono puramente razionali, non ci dovrebbero essere differenze demografiche in queste aspettative (Carroll, 2003, 11-12).

87Questa asserzione ha importanti conseguenze. In primo luogo, nel riconoscere le differenze tra diversi gruppi demografici, si mette in evidenza la difficoltà di parlare del «consumatore rappresentativo» e, più in generale, dell’agente rappresentativo. Il lavoro di Carroll, è utile sottolinearlo, si pone in consonanza con quel filone di ricerca, del quale si è già parlato, dell’«Agent Based Economics». In secondo luogo, con questo riconoscimento – come avviene peraltro nell’ambito di questo approccio teorico – si è indotti a rifiutare l’ipotesi dell’iper-razionalità degli attori.

88A questo proposito, visto che si intende proporre una comparazione tra sociologia ed economia, si può osservare che il lavoro di Carroll cui si è fatto riferimento adotta un approccio molto eclettico, che analizza il meccanismo di formazione delle aspettative sulla base di un modello di diffusione delle informazioni analogo a quello con cui si diffondono le epidemie. Carroll, più che altro, entra in maniera piuttosto interessante, in un terreno tipico della sociologia, per esempio, mostrando che:

le aspettative di inflazione sono più vicine alle aspettative dei professional forecaster nei periodi in cui c’è una maggiore copertura sui media del tema dell’inflazione e che la velocità con cui le famiglie aggiustano le proprie aspettative a quelle dei professionisti è maggiore quando c’è una maggiore copertura sui media (Carroll, 2003, 2).

89Inoltre, Carroll, mette a punto un modello che gli consente di comprendere le differenze demografiche nelle aspettative macroeconomiche (Carroll, 2003, 2). Bisogna notare che, nello svolgere questo studio, Carroll, non rileva un’importante similitudine con il fenomeno messo in luce da Katz e Lazarsfeld (1954), in base al quale gli effetti della comunicazione di massa vanno studiati a partire dal ruolo giocato da «opinion leaders» e «gatekeepers». Questo fenomeno venne tenuto in grande considerazione anche dallo studioso della diffusione delle innovazioni, Everett Rogers (1995).

90Sembra abbastanza evidente che, con approcci simili a quelli di Carroll, la vicinanza tra sociologia ed economia tende ad aumentare anche, sembra di poter dire, in connessione ad approcci alla raccolta di informazioni sulla realtà abbastanza simili.

91Può essere utile, a questo punto, fare un breve commento sul tema dell’uso, in economia, del concetto di agente rappresentativo. Esso potrebbe sembrare un’applicazione del concetto di «tipo ideale» di Weber e, effettivamente, fu concepito da Alfred Marshall nello stesso periodo, vale a dire nel 1920. Marshall intendeva riferirsi all’impresa in condizioni standard, non a una media tra quella più piccola e quella più grande, né tra la più giovane e la più anziana (che incontrano differenti ostacoli nella loro presenza sul mercato). In particolare, afferma Hartley:

l’impresa rappresentativa è quella i cui costi di produzione sono esattamente uguali ai costi di offerta dell’intera industria. (…) [L’obiettivo di Marshall] era di poter descrivere l’equilibrio di una singola industria con un singolo prezzo di mercato senza dover assumere che tutte le imprese fossero uguali (Hartley, 1996, 171).

  • 24 Una attenta ricostruzione del meccanismo viene fornita in Hartley (1997).

92Il concetto, già all’epoca, ebbe molte critiche e lo stesso Marshall ne fece un uso limitato (Hartley, 1996, 171). Oggi, come si è detto, il concetto è stato utilizzato per creare modelli econometrici che, partendo dal comportamento dei singoli attori – cioè sulla base di solide fondamenta microeconomiche – fossero in grado di superare la critica di Lucas che chiamava in causa il tema delle aspettative (v. sopra)24.

93Il problema non è solo quello ricordato in precedenza, e cioè che questi modelli hanno fallito perché non all’altezza delle attese che avevano suscitato. Va anche rilevato che esistono molti «fatti stilizzati» che ancora richiedono di essere spiegati e che i modelli con «agenti rappresentativi» non riescono a trattare in maniera soddisfacente. Hommes enumera vari fenomeni che le teorie che adottano le ipotesi dell’agente rappresentativo – dotato di aspettative razionali e attivo in un mercato efficiente – non riescono a spiegare, come per esempio: la persistenza del commercio (che in teoria dovrebbe non esistere); la volatilità dei corsi delle borse non connesso ai fondamentali dell’economia; il comportamento non razionale degli individui dimostrato da esperimenti di laboratorio; l’uso da parte degli agenti finanziari di diverse strategie di previsione e di trattativa (Hommes, 2005, 3-4). Altri economisti, abbandonando le suddette ipotesi «ortodosse», propongono nuove spiegazioni di fenomeni, per esempio della distribuzione delle imprese secondo le loro dimensioni (Delli Gatti et al. , 2005).

94Fin qui si è parlato, principalmente, delle conseguenze teoriche sottese ad alcune scelte metodologiche, per esempio quella dell’abbandono dell’ipotesi dell’agente rappresentativo. La riflessione qui proposta, però, è nata da considerazioni di natura metodologica, alle quali si può ora tornare. È risultato evidente fin dall’inizio, infatti, che trattare la pluralità degli agenti rifiutando, quindi, l’ipotesi riduzionista, ha impatti sul modo con cui si raccolgono e si utilizzano i dati.

95Un esempio, oltre a quello della diffusione delle surveys, è rappresentato dai modelli di microsimulazione, volti ad individuare gli effetti, sui diversi attori, di determinate politiche (per esempio sanitarie, pensionistiche, ecc.). Il problema è che si devono utilizzare dati campionari di natura molto differente (demografici, sanitari, finanziari, economici) che non sono raccolti direttamente dal microsimulatore. Bisogna, quindi, procedere al «matching», in modo da integrare le informazioni provenienti da varie indagini, cercando di far coincidere determinati caratteri tratti dalle diverse surveys sulle unità statistiche (o classi di unità statistiche) a cui si fa riferimento (Citoni, 1999). I modelli di microsimulazione prevedono anche modalità di calibratura (o taratura). Come si vede, quello del ricorso a fonti di natura eterogenea, e ad altrettanto eterogenee tecniche per sondarle, è una questione che ritorna.

5. Metodologie qualitative e quantitative nei «Development Studies»

96Lo sforzo fatto fin qui è stato quello di far emergere alcune similitudini, non solamente tra le problematiche metodologiche che devono essere affrontate da economisti e sociologi ma anche tra gli approcci seguiti nella ricerca, specie laddove si trattano fenomeni di frontiera, ancora poco conosciuti e descritti e campi di ricerca in tutto o in parte inesplorati.

97È utile osservare che, al di là di quello che viene predicato, c’è la consapevolezza che esiste una continuità tra approcci alla ricerca di tipo tradizionale e quantitativo, basati sulla logica della conferma di ipotesi, e quelli – spesso di natura qualitativa – di tipo più esplorativo. Questo fatto è abbastanza evidente nell’ambito dei «Development Studies», un’area delle scienze sociali, non a caso, in cui c’è una forte commistione tra economia e sociologia, oltre che con altre discipline. Si cercherà di corroborare questo punto di vista facendo riferimento a due lavori diversi, quello di Sumner e Tribe da una parte, e quello, sicuramente più noto, dell’economista dello sviluppo statunitense Sachs.

98Sumner e Tribe sostengono che, nell’ambito dei «Development Studies», si può rilevare la compresenza di prospettive epistemologiche differenti. In particolare essi puntano l’attenzione e confrontano approcci positivisti e costruttivisti, gli uni che fanno uso tendenzialmente di metodi quantitativi, gli altri di metodi qualitativi (Sumner e Tribe, 2004, 4-5).

  • 25 Si veda, a proposito dell’utilizzazione del tema della «posta in gioco» nell’ambito della ricerca l (...)

99Un aspetto interessante del punto di vista espresso da questi autori è che questa compresenza è riconducibile al processo di definizione delle domande della ricerca, il quale, nell’ambito delle scienze sociali e in particolare nei «Development Studies», dipende in larga misura anche dalla ricercabilità di differenti oggetti di studio nonché dalla loro «pertinenza politica» («policy relevance») (Sumner e Tribe, 2004, 10), o quella che in altri contesti viene definita come «la posta in gioco»25. Nel proporre il tema della ricercabilità, gli autori parlano anche di problemi specifici che emergono nei paesi in via di sviluppo, quali l’assenza di dati statistici affidabili e la grande distanza tra ricercatore e «ricercato». Si può suggerire che anche la questione della ricercabilità si pone, sebbene con una urgenza minore, anche in ricerche condotte nei paesi industrializzati.

100L’idea che, piuttosto che contrapposizione, ci sia continuità tra approcci quantitativi e qualitativi e che il ricorso agli uni o agli altri dipenda dagli scopi della ricerca e dalle urgenze a cui questa deve rispondere è stata messa in evidenza anche da Sachs. Egli, infatti, sostiene che, affinché ottenga risultati significativi, l’economia dello sviluppo deve in primo luogo avvalersi di una diversa modalità di affrontare i problemi. Gli economisti, cioè, dovrebbero agire come «clinici» (Sachs, 2005, 83-86) che entrano in contatto con il proprio paziente. I cinque punti che definiscono il metodo clinico proposto da Sachs sono i seguenti.

  1. I sistemi economici sono sistemi complessi, composti di numerosi sottosistemi; il cattivo funzionamento di uno di questi può causare effetti a cascata.

  2. Gli economisti devono offrire diagnosi differenziali; una stessa situazione di crisi (per esempio, un’iperinflazione) può avere cause molto diverse; bisogna, nell’emettere la diagnosi, evitare un approccio standardizzato (come spesso farebbe il Fondo Monetario Internazionale).

  3. Gli economisti devono considerare il contesto nel quale le ricette vengono suggerite; infatti, in alcuni casi non considerare il regime del commercio internazionale in cui si trova un paese tramuta una indicazione giusta in un errore.

  4. Una buona prassi dell’economia dello sviluppo richiede controlli, valutazione e un rigoroso confronto tra obiettivi e risultati; spesso, invece, i giudizi vengono emessi, più che sui risultati, sui provvedimenti presi.

  5. L’economia dello sviluppo è una professione e, come tale, deve avere i suoi standard etici e professionali.

101Pertanto:

  • occorre un profondo impegno nel ricercare la risposta giusta, andando oltre gli aspetti superficiali;

  • è necessaria una immersione nella storia e nel contesto del paese a cui ci si rivolge;

  • bisogna assumersi la responsabilità di dire la verità sia ai dirigenti dei paesi in via di sviluppo, sia ai committenti occidentali.

102È stato illustrato questo metodo «clinico» di Sachs perché risulta evidente che, al fine di poterlo praticare, bisogna riconoscere la rilevanza di una grande varietà di fonti, di metodi, di teorie, di conoscenze, di informazioni e di dati, e sforzarsi di interpretarli secondo approcci pluralistici.

6. Conclusioni

103Il presente studio è stato dedicato alla presentazione di alcune tematiche metodologiche tipiche dell’economia che possono essere rilevanti per il lavoro e la ricerca sociologica. Il primo è stato quello del concetto di «fatto stilizzato». Si è cercato di argomentare, in particolare, che l’uso di tale concetto rappresenta per gli economisti non solo, per dirla à la Lazarsfeld, un modo per realizzare la «caratterizzazione del proprio oggetto di studio» (Lazarsfeld, 1969, 42) ma anche un utile strumento di accumulazione di conoscenza che agisce anche perché facilita la comparabilità tra le diverse teorie.

104Il secondo tema trattato riguarda il dibattito su alcuni dei canoni della ricerca econometrica. Dal breve resoconto proposto si è cercato di far emergere il fatto che anche per l’applicazione delle metodologie quantitative più spinte – come appunto quelle adottate in econometria – bisogna fare ricorso all’interpretazione e al giudizio del ricercatore.

105Si è messo, poi, in evidenza quanto siano rilevanti, nella pratica della ricerca economica, le metodologie qualitative e il ricorso a dati di survey raccolti attraverso i questionari. Questo fatto, che contraddice un punto di vista sostenuto da autorevoli economisti, fa emergere l’importanza non solamente di un possibile confronto tra economisti e sociologi su questo terreno, ma anche il fatto che le questioni metodologiche non possono mai essere slegate totalmente da considerazioni di natura teorica. Si è sottolineato, a questo proposito, che una completa legittimazione dell’utilizzazione di dati qualitativi e di surveys è connessa, in economia, con la messa in discussione di ipotesi teoriche quali quelle dell’agente rappresentativo e delle aspettative razionali, nonché a un sempre maggiore riconoscimento dell’importanza di fattori di natura cognitiva.

106La pratica effettiva da parte degli economisti di approcci qualitativi e quantitativi rende interessante il punto di vista di coloro che riconoscono, accettano e, quindi, affrontano il «continuum» tra i due approcci. Sono state individuate come questioni interessanti – e rilevanti per la metodologia della ricerca in generale – oltre quella, forse più scontata del rigore, anche quella della «ricercabilità» dei fenomeni studiati e della loro «policy relevance». In riferimento a quest’ultimo punto, infine, si è ritenuto importante sottolineare la centralità dell’interpretazione, che emerge chiaramente nell’approccio dell’«economia clinica» proposto da Sachs.

107È stata proposta, quindi, una rassegna di diversi argomenti e posizioni. Ogni lettore esperto dei singoli temi trattati, ovviamente, sarà al corrente della letteratura citata e potrà, forse, non condividere in tutto o in parte le scelte operate o le eventuali omissioni. L’obiettivo che si è cercato di perseguire, tuttavia, è stato quello di proporre un punto di vista di insieme al fine di far emergere alcuni punti di forte somiglianza tra le problematiche metodologiche affrontate da economisti e sociologi. Questo fatto suggerisce che, anche alla luce della connessione tra questioni teoriche e metodologiche che è stata segnalata, un confronto più sistematico tra le diverse soluzioni proposte nei due ambiti disciplinari potrebbe costituire una significativa opportunità di avanzamento delle conoscenze e della pratica della ricerca sociale, magari in un contesto più cooperativo di quello evocato da Giddens.

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Note

1 Si possono vedere, a questo proposito Friedman (1966), Boland (2000). Una introduzione molto efficace alle tematiche epistemologiche in ambito economico è quella fatta da Pheby (1991). Un’interessante antologia di testi è stata realizzata da Zamagni (1982). Su internet sono disponibili saggi piuttosto recenti, come quelli di Hausman (2003).

2 A questo proposito, è interessante il resoconto di Pheby circa il punto di vista di Von Mises e di Von Hayek relativo all’uso di dati statistici in economia e nella ricerca sociale (Pheby, 1991, 155-158). Inoltre, in relazione allo scetticismo degli austriaci sulle rilevazioni statistiche si veda anche McCloskey (1988, 48).

3 Gli Agent Based Economists hanno lavorato alla costruzione di modelli basati sul rifiuto delle ipotesi di iper-razionalità degli attori, dell’equilibrio continuo dei mercati e dell’agente rappresentativo. In italiano i modelli agent based si definiscono «ad agenti interagenti».

4 Questo aspetto emerge in tutta la sua rilevanza nei «development studies», di cui si parla nel testo. Come si vedrà, in quell’ambito la scelta tra approcci qualitativi e quantitativi si presenta in modo piuttosto stringente non solamente in ragione della scuola di pensiero a cui appartiene il ricercatore. A questo proposito, si può anche rilevare che l’importanza di utilizzare metodi qualitativi nella ricerca economica è emerso nell’ambito degli studi di economia industriale che si sono intrecciati con la riflessione sul capitale sociale. Questa, a sua volta, è fortemente connessa con la questione della società civile e sul tema degli orientamenti anche valoriali degli attori (Cartocci, 2007; Declich, 1999).

5 Un’interessante trattazione di tipo sociologico di questi temi che fa un significativo ricorso al lavoro degli economisti dell’impresa è quella proposta da Mastropietro e Quaranta (2003).

6 L’economista e metodologo americano McCloskey usa l’attributo «modernista» per qualificare l’orientamento positivista riconosciuto dalla maggioranza degli economisti come quello a cui fare riferimento. Questo orientamento, che egli considera una specie di «credo», si articola in diversi principi (McCloskey, 18 e sgg.), di cui si parlerà nel seguito.

7 Il termine «ipotesi», in economia come in altre discipline, viene utilizzato spesso in un’accezione ampia, intendendosi riferire a uno «scenario interpretativo» ampio piuttosto che a una supposizione o un’asserzione condizionale. È il caso, spesso utilizzato nel testo, dell’«ipotesi dell’agente rappresentativo», ma altri se ne potrebbero fare (in fisica, per esempio, si parla dell’ipotesi dell’universo in espansione). Nel suo famoso articolo sulla metodologia dell’economia, Friedman (1966) utilizza i due termini «teoria» e «ipotesi» quasi come sinonimi. Naturalmente, questa accezione del termine prevede anche il riferimento a uno scenario operativo (o più di uno) passibile di verifica empirica più o meno diretta.

8 Recentemente il concetto di «fatto stilizzato» ha ispirato una definizione simile in ambito sociologico, quella di «fatto generalizzato» (Cannavò, 2007, 21).

9 http://economics.about.com/od/economicsglossary/g/stylized.htm (al 22/10/2009).

10 http://en.wikipedia.org/wiki/Stylized_facts (al 22/10/2009).

11 Un approccio analogo è riscontrabile nella ricerca realizzata da ASDO nel quale è stata realizzato un repertorio di fenomeni riscontrati in letteratura sul rapporto tra donne e rappresentanza politica che è stato sottoposto a una validazione nell’ambito della comunità scientifica (ASDO, 2006).

12 In ambito sociologico, la ricerca di ASDO su «Donne e politica» (ASDO, 2006) è un esempio interessante, anche se piuttosto isolato, di un approccio all’accumulazione della conoscenza basata su una pratica analoga.

13 Questa ricostruzione si basa sugli articoli di Fagiolo, Windrum e Moneta (2006), di King (1995) e di Hoover (2005).

14 A questo proposito, è interessante rilevare che nella nota a p. 22 McCloskey (1988) ricorda alcune frasi divertenti di grandi economisti come Viner a Knight che dimostravano tutto il loro scetticismo sull’utilità di eseguire misure o sui modi di realizzarle.

15 In sostanza gli economisti, quantomeno nella pratica quotidiana, tendono a considerare qualitativi i metodi di ricerca che prevedono l’uso del questionario, al contrario dei sociologi, che considerano la somministrazione di questionari chiusi a una popolazione o a un campione rappresentativo un metodo quantitativo. Gli economisti, come si è visto, considerano quantitativi gli approcci che fanno ricorso a variabili metriche. È, questa, una falsa opposizione che induce in contraddizione anche perché, come si vedrà meglio in seguito e come già si è accennato precedentemente (vedi quanto detto sui dati «soft» e «hard»), l’approccio degli economisti non considera adeguatamente il fatto che spesso, i dati inerenti a molte variabili metriche sono raccolti ricorrendo a questionari. Sembrerebbe non corretta, cioè, la convinzione che sia la tecnica della rilevazione dei dati a determinare il carattere qualitativo o quantitativo di una metodologia.

16 Cannavò, a proposito del tema della generalizzazione, afferma «(…) un risultato è tale, in un contesto di ricerca, se è non semplicemente riportato, ma se è generalizzato. Il che significa che la ricerca scientifica nelle scienze sociali non ha come compito primario quello di descrivere un singolo caso o un’isolata datità statistica, ma quello di individuare anche di una fenomenologia individualmente studiata, il senso, e cioè il suo aspetto generale (…). La qual cosa è possibile grazie a due procedure logico operative che il ricercatore pone in essere: a) l’analisi di fenomeni sufficientemente stabili, scelti per rappresentatività tipologica; b) la generalizzazione mediante processi induttivi e abduttivi». Cannavò ricorda, a questo proposito, che uno dei processi induttivi a disposizione dei ricercatori, è quello della inferenza statistica (Cannavò, 2007, 21-22).

17 La specializzazione flessibile ha le seguenti cinque caratteristiche (Callan e Guinet, 2000):
– Impiego di attrezzature multifunzionali (richiede personale qualificato);
– Innovazione continua, con prodotti e metodi continuamente aggiornati;
– Raggruppamento, con gruppi di imprese che lavorano nello stesso prodotto che generano lo scambio di idee nuove;
– Struttura di rete, con legami formali e informali tra imprese;
– Effetti di propagazione della conoscenza tra imprese.

18 Il termine è dell’autore (Piore, 2006).

19 Non sembra che negli anni ci siano stati significativi approfondimenti oltre a quelli citati e allo studio di Boulier e Goldfarb (1998), a cui si attinge largamente qui. Per esempio, Hausman (2003) non cita altre controversie o trattazioni importanti sul tema dell’uso dei questionari oltre a quella legata al lavoro di Lester. La questione, ovviamente, ritorna ed è stata trattata con riferimento ai «development studies» ai quali, come si vedrà nel seguito, contribuiscono in maniera significativa gli economisti dello sviluppo. Si veda, a questo proposito Sumner e Tribe (2004).

20 Machlup, infatti, afferma: «Ci vuole un analista esperto per distinguere le ragioni reali da quelle immaginarie e per separare i dati rilevanti da quelli irrilevanti, così come tra i pezzi di informazione offerti, quelli essenziali da quelli decorativi. Le risposte scritte nei questionari sono disperatamene inadeguate per il raggiungimento di questi obiettivi» (citato in Boulier e Goldfarb, 1998, 2).

21 Un passo che descrive bene l’approccio strumentalista di Friedman e il punto di vista di questi circa il realismo delle ipotesi (in relazione alla disputa sulla ricerca di Lester) è il seguente: «(…) entrambe le parti trascurano largamente ciò che mi sembra essere la questione principale – la conformità all’esperienza delle implicazioni dell’analisi marginale – e si concentrano sulla questione largamente irrilevante riguardante il fatto che gli imprenditori raggiungano o meno le loro decisioni consultando tabelle … mostrando costi e ricavi marginali» (Friedman, 1966, citato in Boulier e Goldfarb, 1998, 3).

22 Si veda, a questo proposito, a posizione di Friedman sulle survey come viene esposta da Hausman (1998; 2003).

23 A titolo d’esempio, nei questionari dell’«Indagine isae consumatori» e dell’«Inchiesta imprese manifatturiere ed estrattive (mod. c)» vengono fatte, tra le altre, domande (con risposte chiuse articolate in scale) quali:
A suo giudizio, nei prossimi 12 mesi, la situazione economica generale dell’Italia dovrebbe: Nettamente migliorare; Lievemente migliorare; Rimanere stazionaria; Divenire lievemente peggiore; Divenire nettamente peggiore; Non so.
A suo giudizio, i prezzi al consumo in Italia nel corso dei 12 mesi passati, sono: Aumentati molto; Aumentati abbastanza; Aumentati poco; Sono rimasti all’incirca stabili; Sono diminuiti; Non so?
Nei prossimi 3 mesi la tendenza degli ordini e domanda in generale sarà in aumento, stazionaria o in diminuzione?

24 Una attenta ricostruzione del meccanismo viene fornita in Hartley (1997).

25 Si veda, a proposito dell’utilizzazione del tema della «posta in gioco» nell’ambito della ricerca la trattazione fatta da d’Andrea (2007) e da d’Andrea, Quaranta e Quinti (2005, 62-63).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Andrea Declich, «Gli economisti e la generazione dei dati per la ricerca»Quaderni di Sociologia, 50 | 2009, 63-93.

Notizia bibliografica digitale

Andrea Declich, «Gli economisti e la generazione dei dati per la ricerca»Quaderni di Sociologia [Online], 50 | 2009, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/763; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.763

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Andrea Declich

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