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la società contemporanea / Tecniche del malgoverno: il caso Campania

La tenaglia della «camorra»: politica, economia e criminalità organizzata in Campania

The pincers of “camorra”: politics, economy and organized crime within Campania Region
Amato Lamberti
p. 23-40

Abstract

Criminal organizations must be considered as a firm’s union that, in the first stage, provides goods and services within the illegal market and, in a second stage, provides, by adopting illegal methods, goods and services within the legal market. Furthermore, in the second stage it aims to control the Public Administration. Controlling the Public Administration is essential to:
– realize a political lordship on the public community;
– take possession of the public funds and of the various opportunities offered by the Public Administrations;
– obtain that accumulation of money and “social capital” that allows it to operate within the legal market.
These theories have been developed according to the studies performed in the last 25 years in Campania and are strictly linked to “Camorra” phenomenon.

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Testo integrale

1Della «camorra» bisognerebbe cominciare a parlare liberandosi degli stereotipi della pubblicistica, soprattutto giornalistica e letteraria, che riducono il fenomeno ad una sola delle sue dimensioni, quella criminale, del «controllo» violento del territorio e dei mercati illegali. Si ignora così – praticamente del tutto – l’aspirazione costante al «governo» del territorio e della sua economia e, in particolare, al controllo dei flussi della spesa pubblica, realizzato attraverso il condizionamento e la corruzione delle pubbliche amministrazioni (Lamberti, 1983).

2Sarebbe in altri termini opportuno distinguere tre diversi tipi di criminalità che spesso sono genericamente accomunati sotto l’etichetta di criminalità organizzata di tipo mafioso: quella che nasce dall’ampia area dell’economia dell’illegalità; quella più ristretta dell’economia della violenza; e quella che si caratterizza per il controllo sulla spesa pubblica e per un potere economico fortemente intrecciato col potere politico. Quest’ultima usa la presenza della criminalità organizzata di tipo predatorio, in determinati territori, per ottenere credibilità e legittimazione, senza tuttavia identificarsi con essa.

3Non si tratta, quindi, di assumere soltanto che il crimine organizzato sia contemporaneamente impegnato in attività illegali e legali (Arlacchi, 1983; Catanzaro, 1988), quanto di prendere piuttosto atto che si tratta di livelli criminali da tenere distinti, anche quando si intrecciano in nodi apparentemente inestricabili. Soprattutto di tener presente che il controllo delle pubbliche amministrazioni è essenziale per le organizzazioni criminali:

  1. per realizzare quella che si potrebbe definire una signoria politica sulla comunità;

  2. per appropriarsi del governo dell’amministrazione, della gestione dei fondi pubblici che transitano attraverso l’Ente, e di tutte le opportunità in termini di autorizzazioni, benefici, assunzioni, opportunità di vita e di impresa, che dipendono direttamente dall’amministrazione stessa;

  3. per realizzare quella accumulazione di denaro, di credibilità, di «capitale sociale», che permette alle imprese – criminali – di installarsi a pieno titolo, e di operare, con tutte le credenziali necessarie, nel mercato legale.

 

4In altre parole, la mia tesi è che l’accumulazione originaria, per le organizzazioni criminali che puntano all’ingresso nell’economia legale e alla legittimazione sociale, non avviene attraverso il controllo di traffici criminali e l’investimento dei ricavi in imprese almeno apparentemente legali, ma, invece, attraverso il controllo politico delle pubbliche amministrazioni e la gestione dei fondi pubblici a favore di imprese, sia direttamente collegate all’organizzazione, sia partecipate da membri autorevoli dell’organizzazione.

5Tanto è vero che le organizzazioni attive solo a livello criminale, in particolare quelle che controllano il mercato della droga, pur realizzando accumulazione di denaro di una qualche consistenza (ma infinitamente inferiore alla cifre accreditate da Polizia, Carabinieri, Magistratura e dalla stampa) non sono mai presenti sul mercato imprenditoriale, pubblico e privato, e, al massimo, realizzano investimenti nel settore immobiliare e in quello della distribuzione commerciale.

6Lo schema teorico di riferimento è, come per molti studiosi della criminalità organizzata, la distinzione operata da A. Block (1980) tra «power syndicate» e «enterprise syndicate». Essa è sicuramente utile, ma rischia di diventare fuorviante quando non si prende in considerazione il fatto che la criminalità organizzata, in Campania, come nel mondo, è interessata da costanti movimenti di adattamento e trasformazione che, in molti casi, ma non in tutti, la portano a passare da power a enterprise, stabilizzandosi, in un modello organizzativo che potremmo definire di “power-brokers-enterprise syndicate”, in quanto il controllo violento del territorio sembra finalizzato, anche attraverso una continua opera di mediazione, più alla realizzazione di rapporti stabili con i diversi livelli istituzionali e con le pubbliche amministrazioni, che al controllo monopolistico delle attività criminali, come molti studiosi, sulla scorta esclusivamente di fonti giudiziarie, continuano invece a sostenere.

7Il criminale non intrattiene solo rapporti con altri criminali. Passando da uno status a un altro nel sistema delle opportunità illegittime, «può venire in contatto con criminali più maturi, con agenti di polizia, uomini politici, uomini d’affari e altri» (Cloward e Ohlin, 1960, 166). Quella criminale è una carriera che porta il soggetto ad ampliare le proprie attività, anche al di fuori del mondo delle opportunità illegittime. Si potrebbe anche sostenere che, «il crimine organizzato, nelle sue forme più attuali, potrebbe essere l’esito non di un deficit, ma di una ipertrofia delle opportunità; non di una carenza di status, ma di una produzione gigantesca e incontrollata di procedure per l’acquisizione di status» (Ruggiero, 1992, 14). Per questa e altre ragioni, legate ad un metodo di lavoro sul campo di tipo etnografico, preferisco utilizzare un modello diverso, ricavato: a) dagli studi dei coniugi Janni (1972), i quali sostengono che vi è criminalità organizzata quando viene offerta a un pubblico o ad un cliente, sia, una serie di beni e servizi che vengono ufficialmente definiti illegali, che, beni e servizi pienamente legali, ma con modalità illegali; b) dall’osservazione, attraverso la documentazione disponibile, delle dinamiche interne di organizzazioni camorriste, come quelle dei Giuliano, dei Vollaro, degli Alfieri, dei Fabbrocino, dei Falanga, dei Gionta, dei Cesarano, dei Marinelli, tanto per citarne alcune, con forte potere territoriale e con diffusa presenza sia sul mercato imprenditoriale che vive di appalti pubblici, sia nelle amministrazioni pubbliche locali.

8Uno schema interpretativo, che identifica tre livelli organizzativi – di produzione e distribuzione di beni e servizi, illeciti e/o leciti, distinti ma in successione evolutiva: «livello predatorio», «livello parassitario», «livello simbiotico».

9Dal punto di vista dei fini perseguiti, un’ organizzazione criminale, in Italia e nel mondo, nasce sempre come impresa che assicura e fornisce servizi illegali, come quelli della protezione delle persone, della sicurezza delle attività economiche, del contrabbando di merci, del gioco d’azzardo, dell’usura, richiesti dai mercati illegali. Dal punto di vista dei mezzi impiegati per il raggiungimento dei fini, la violenza è lo strumento, non sempre utilizzato, ma sempre ostentato come possibilità, oltre che minacciato, di quella che alcuni autori, come Gambetta (1992) chiamano industria della protezione ma che, forse più correttamente, si dovrebbe definire industria violenta della protezione, nella quale, produzione di violenza e offerta di protezione e sicurezza formano un tutt’uno praticamente inscindibile, come accade, in particolare, in ogni forma di attività estorsiva. Per questo possiamo parlare di uno stadio immediatamente e direttamente «predatorio».

10Il passaggio successivo – ma nel tempo, quasi immediato se non contemporaneo – è quello al livello «parassitario», dell’impresa illegale, come struttura di produzione e commercio di beni e servizi illeciti, che produce e/o vende sul mercato servizi illegali ma in forma non violenta, facendone semplicemente commercio abusivo e illegale: dal contrabbando di sigarette, allo spaccio di droga, alla produzione e commercializzazione di DVD, videocassette e musicassette falsificati, al totonero, al lotto clandestino, alla carne macellata clandestinamente o importata di contrabbando, al pane prodotto in forni clandestini e venduto abusivamente, ai giubbotti di similpelle griffati, alle scarpe griffate false, alle schede «pezzottate» per decoder televisivi, alle cassette e DVD dei giochi elettronici, ecc. Si crea, in pratica, una sorta di mercato parallelo che vive accanto a quello legale. L’impresa criminale offre prodotti apparentemente simili ma a prezzi molto più bassi. Parassitando il mercato legale lo prosciuga, e finisce quindi per alterarlo profondamente, sia attraverso la produzione che attraverso la commercializzazione di prodotti falsi o di contrabbando, i quali finiscono per invadere surrettiziamente anche il mercato legale nel tentativo, messo in atto da commercianti disonesti e/o in difficoltà, di resistere alla concorrenza usando gli stessi metodi.

11L’ultimo stadio evolutivo è quello «simbiotico», in quanto l’organizzazione si scioglie praticamente nel tessuto economico e imprenditoriale del territorio dando vita, soprattutto attraverso partecipazioni societarie, ad imprese che forniscono prodotti legali con modalità spesso solo apparentemente legali, in quanto, anche quando vorrebbero essere pienamente legali non possono fare a meno di incorporare quel potenziale di violenza, intimidazione, corruzione che ne accompagna la nascita: «L’imprenditoria che origina dai capitali illeciti, sembra costituire l’indotto dell’ imprenditoria criminale e, al pari dell’indotto dell’industria lecita, costituisce un’isola nella quale garanzie e regole sono sospese» (Ruggiero 1992, 21). Nel settore dell’edilizia, ad esempio, molte imprese, regolarmente registrate alle Camere di Commercio, da un lato partecipano a gare per appalti pubblici, dall’altro costruiscono abusivamente lottizzazioni anche di una certa importanza. Continuano, cioè, ad essere presenti sia sul mercato legale sia su quello illegale. Il settore in maggiore espansione è però quello dei servizi legali richiesti a condizioni illegali. A questo livello, come scrive il magistrato Melillo (2009): «il campo di osservazione si amplia a dismisura, in corrispondenza a qualsivoglia esigenza dei mercati legali che si voglia soddisfatta con metodologie illecite in grado di ridurne i costi: dal trasporto e smaltimento rifiuti alla fornitura di inerti, dalla distribuzione di idrocarburi da autotrazione alla fornitura di prodotti industriali contraffatti, dalla fatturazione di operazioni inesistenti alla «semplificazione» delle procedure amministrative».

12Per garantire questa offerta sempre crescente di servizi illeciti le società e/o le imprese che le forniscono devono, quindi, poter operare con piena legittimazione anche sul mercato legale. Di qui l’esigenza di emersione dell’imprenditoria parassitaria, utilizzando tutte le possibilità consentite dalla legislazione societaria. Basterebbe considerare che tra le imprese del Sud sono praticamente assenti le aziende sussidiarie dell’industria del Nord. Da un lato, infatti, sono presenti le concentrazioni industriali pubbliche, finanziate dallo Stato; dall’altro, una miriade di piccole unità produttive che spesso sconfinano nell’illegalità. Per questo, si può anche affermare, riguardo alla situazione meridionale, che: « L’imprenditoria di origine illegale, perciò, sembra piuttosto presentarsi come un effetto e non come una causa dell’assenza di “spirito imprenditoriale”; come un prodotto della concorrenza piuttosto che una causa del suo soffocamento» (Ruggiero, 1992, 22).

13Lo schema interpretativo adottato consente, quindi, di seguire l’evoluzione delle organizzazioni criminali in consorzi di imprese finalizzati all’erogazione di servizi sia per il mercato illegale sia per quello legale. In Campania, si è dimostrato particolarmente utile perché questi processi sono spesso molto rapidi, tanto da occultare in tempi brevi la matrice criminale. Essi sono inoltre tanto brevi da rendere spesso vano il lavoro della magistratura inquirente, come testimoniano molte sentenze d’Appello e di Cassazione che rovesciano completamente i risultati dei processi in Corte d’Assise. Dopo decenni di sostanziale disattenzione, anche dei processi di trasformazione e di sviluppo delle organizzazioni criminali etichettabili come «camorriste», proprio in quanto orientate più al potere politico ed economico del territorio, che al semplice esercizio di attività criminali, l’invito. all’inizio formulato, ad una diversa attenzione appare ancora più urgente.

14Già era stato osservato che la criminalità di tipo mafioso pone notevoli problemi in ordine alla sua definizione e per almeno due ordini di motivi: il primo, quello della sua rapida evoluzione e trasformazione; il secondo, quello della complessità degli intrecci con altre forme di criminalità economica e con i poteri istituzionali. Per questa ragione, la criminalità organizzata, sembra caratterizzarsi sempre di più per la sua ampia presenza nelle attività economiche e finanziarie, tanto che negli ultimi anni si è andata evidenziando una frequente commistione tra criminalità organizzata e criminalità economica di tipo tradizionale. Nello stesso tempo, la criminalità organizzata si caratterizza sempre di più per la sua presenza e la sua azione sul terreno più strettamente istituzionale, amministrativo e politico. In particolare, appare evidente che la criminalità organizzata di tipo «mafioso» tende sempre di più a superare il livello dei semplici contatti con il sistema legale, per presentarsi e comportarsi, direttamente, come un vero e proprio potere istituzionale che controlla intere aree del territorio nazionale e che ha anche una sua presenza diretta negli organi dello Stato, attraverso una continua e interstiziale infiltrazione nei centri di governo locale, regionale e centrale (Centorrino-Signorino, 1993).

15Ogni organizzazione camorrista costituisce, infatti – almeno dal terremoto del 1980, che è stato l’acceleratore di tale trasformazione – un vero e proprio sistema articolato di imprese, di società, di cooperative, di associazioni, che danno vita a veri e propri consorzi economico-produttivi finalizzati all’accumulazione, in termini capitalistici, attraverso la fornitura di servizi illegali sul mercato illegale e di servizi legali, con modalità illegali, sul mercato legale. Il controllo violento del territorio, al quale molti autori attribuiscono un carattere fondamentale, anzi fondativo, della stessa esistenza delle organizzazioni camorriste, va considerato piuttosto il mezzo, lo strumento, non certamente il fine dell’organizzazione e della attività criminale organizzata.

– Questi consorzi di imprese, cooperative e società, sono numerosi, almeno quanto i clan criminali operanti sul territorio campano. Ciascuno di essi raggruppa più imprese che operano in settori economi-co/produttivi e finanziari differenziati, sull’intero territorio nazionale ed anche in altri paesi europei ed extraeuropei. In particolare, essi operano sia nelle regioni meridionali – dove stendono una vera e propria rete di controllo articolata anche a livello di piccoli comuni, specie quelli interessati da interventi straordinari – sia nelle aree economicamente forti del paese, dove più facili sono gli investimenti produttivi e gli investimenti finanziari.

– La specificità di questi consorzi (perché si tratta sempre di gruppi di imprese, con le ragioni sociali più diverse, dalle società individuali, alle cooperative, alle società per azioni, tra loro strettamente collegate) è che operano contemporaneamente su due mercati, quello legale e quello criminale, senza tenerli tra loro separati ma, anzi, favorendo, tra i due mercati, una costante circolazione dei flussi finanziari (Lamberti, 1992).

– I capitali camorristici si muovono, così, su più mercati e tra più mercati. I proventi delle imprese criminali servono innanzitutto a sostenere ed allargare il mercato dell’offerta di servizi criminali, gestito sempre in forma monopolistica, almeno sul territorio di riferimento, nel quale l’egemonia è, almeno tendenzialmente, totale. Le disponibilità finanziarie eccedenti vengono collocate sul mercato legale, sia per realizzare ulteriori incrementi del capitale sia per realizzare la riconfigurazione, come imprenditore, del camorrista. Riconfigurazione e non trasformazione, perché il camorrista-imprenditore conserva nelle attività economiche e imprenditoriali tutto il potere di intimidazione che gli deriva dall’appartenenza al gruppo criminale, anche quando non si tratta della posizione di comando.

– Abbiamo così che la circolazione dei capitali malavitosi si realizza nel mercato criminale e nel mercato legale; dal mercato criminale al mercato legale; ma anche dal mercato legale al mercato criminale. Si consolida, in tal modo, specie in alcune regioni meridionali, ma, tendenzialmente anche sul territorio nazionale e su quello europeo, un intreccio tra i due mercati che rende sempre più difficile la separazione tra criminale e legale.

– La logica delle imprese criminali, proprio perché finalizzate all’acquisizione rapida di ingenti capitali con minimo investimento, è sostanzialmente di tipo parassitario. Non è un caso che sul mercato legale gli investimenti privilegiati sono quelli immobiliari e finanziari, mentre le imprese produttive sono imprese sostanzialmente di servizio e di fornitura di beni. Anche nel settore dell’edilizia, dal momento che si è alzato il livello tecnologico delle imprese, la presenza sempre costante delle organizzazioni e delle imprese camorriste, è sia puramente e violentemente parassitaria (estorsioni, tangenti, ecc.) e sia tende a impadronirsi – spesso in modo forzato – dei segmenti produttivi a più basso contenuto tecnologico. Non a caso l’intero comparto dei rifiuti, dalla raccolta allo smaltimento, è stato praticamente monopolizzato, soprattutto per quanto riguarda rifiuti industriali speciali e tossico-nocivi. La presenza delle imprese camorriste, ad esempio, nel settore delle costruzioni, si è ricollocata, appunto, nella fornitura di materiali, a cominciare dal calcestruzzo, e nel movimento terra, come si è potuto verificare nelle aree interessate alla ricostruzione post-terremoto. Nel settore dei rifiuti, con la stessa logica, si sono privilegiati il trasporto, la raccolta, lo smaltimento abusivo, la gestione di cave e discariche, anche autorizzate, tralasciando completamente il settore del trattamento e del recupero delle frazioni differenziate che richiedono comunque maggiori livelli di organizzazione industriale e il ricorso a tecnologie avanzate. Proprio questa logica di sfruttamento e parassitismo, unita alla mancanza di capacità di governo di imprese complesse o ad alto tasso di tecnologia, spiega l’attenzione per i flussi di denaro pubblico gestiti dalle Regioni e dai Comuni o dallo Stato, attraverso il credito agevolato, le sovvenzioni, le concessioni.

– Nelle regioni meridionali, e, quindi, anche in Campania, il più importante, ma in molti casi anche l’unico, soggetto economico è lo Stato, nelle sue diverse articolazioni locali (dai comuni alle USL). Perciò, dove più scarse sono le possibilità di investimenti economici immediatamente remunerativi, è sullo Stato – e principalmente sugli Enti Loca-li – che si scarica la pressione parassitaria delle organizzazioni camorriste.

 

16Si può anzi dire che queste organizzazioni criminali, quelle «camorriste», hanno avuto ed hanno bisogno delle istituzioni locali nella fase dell’accumulazione primitiva, essendo gli Enti Locali la principale se non l’unica, fonte erogatrice di denaro. In senso stretto, si può sostenere che la trasformazione della camorra in «consorzi» di imprese criminali e legali è stata sostenuta e alimentata dal denaro pubblico e dalle istituzioni locali. Queste non hanno saputo sostenere l’assalto e, più frequentemente, hanno preferito fare affari (attraverso politici e amministratori) per drenare anch’essi, a proprio personale vantaggio, quote consistenti di denaro pubblico.

17Si è così configurata una vera e propria strategia d’intervento, centrata sul controllo dei flussi della spesa pubblica, che, in qualche modo, ha imposto alle organizzazioni criminali la necessità di operare un controllo sempre più accentuato delle amministrazioni locali per dirigere a proprio vantaggio le decisioni in ordine alla spesa ordinaria e alla utilizzazione dei finanziamenti ordinari e straordinari.

18Il fatto, quindi, che le organizzazioni criminali siano presenti sul mercato legale, unito al fatto che le amministrazioni locali sono il soggetto economico più importante e costante del mercato, ha dato e dà vita a una saldatura sempre più frequentemente evidente tra ceto politico e amministrativo locale e imprenditori camorristi. Questa saldatura può addirittura diventare compartecipazione societaria, nel senso che imprenditori/camorristi, amministratori/imprenditori, camorristi/imprenditori, politici e/o amministratori/camorristi, sono presenti come soci, in cooperative e/o società edilizie. Un esempio: la cooperativa edilizia «Raggio di Sole», come si legge nel decreto di scioglimento del Comune di S.Antimo del 28/09/1991, faceva riferimento al clan di Pasquale Puca, il più potente nell’area dei Comuni di S.Antimo e Casandrino. Della cooperativa erano soci il consigliere comunale di S.Antimo, Aniello Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele -legale rappresentante della cooperativa– e Luigi, già assessore alle finanze dello stesso Comune, poi europarlamentare e deputato della Repubblica Italiana. Non si tratta però di fenomeni recenti: a Salerno, nel 1975, viene costituita la società «Scarano Matteo Spa», capitale sociale iniziale 20 milioni, che sale vertiginosamente a 500 milioni nel 1982. Nel 1977 si aggiudica a Pagani, comune del salernitano, un appalto dello IACP per 718 milioni. Negli anni successivi si aggiudica sempre a Pagani, appalti dello IACP per 4 miliardi e 177 milioni. Nel 1978, l’impresa si aggiudica appalti pubblici per 721 milioni ad Agropoli e per 725 milioni a Campagna, entrambi Comuni della provincia di Salerno ma di altra e lontana zona rispetto alla precedente. Azionisti della società sono: Scarano Matteo, titolare di azioni per 50 milioni; la «Liguri Spa» per 125 milioni; Rosanova Alfonso (il cassiere di Cutolo) e il figlio Luigi per 210 milioni; Maccauro Gerardo, consigliere comunale socialista di Nocera Inferiore per 115 milioni. Il titolare della società è socio di minoranza, la maggioranza delle quote azionarie sono di Rosanova, cui fa capo anche la «Liguri Spa», e, quindi, della camorra. Il socio politico garantisce i rapporti istituzionali (Lamberti, 1992).

19La dimostrazione più evidente di questo intreccio è il numero di Comuni, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, sciolti per condizionamenti ambientali ed infiltrazioni nel funzionamento dell’amministrazione da parte delle cosche camorriste. L’11 settembre 2001, il Comune di Pompei viene sciolto perché «presenta forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l’imparzialità degli organi elettivi…». Una fitta ed intricata rete di parentele, affinità, amicizie e frequentazioni è il tramite che lega taluni amministratori e dipendenti comunali ad esponenti vicini all’organizzazione criminale locale (quella dei Cesarano presente con cooperative e società nel settore dell’edilizia, del trasporto, della ristorazione e degli alberghi, della compravendita immobiliare, della gestione di prestiti e finanziamenti, dei servizi di pulizia e di sorveglianza privata, e, soprattutto, nella produzione e commercializzazione, nazionale e internazionale, di piante e fiori, un settore egemonizzato in tutta l’area sarnese-torrese-stabiese), i quali, in tal modo, riescono ad inserirsi negli affari del Comune, strumentalizzandone le scelte e sottomettendole ai propri interessi. Nel decreto di scioglimento del Comune di Pompei, si legge: «L’esistenza di un centro di potere esterno che condiziona l’operato degli amministratori appare suffragata dalla circostanza, rilevata nel corso delle indagini, che personaggi risultati affiliati alla cosca locale, pur non rivestendo alcuna carica pubblica, fossero presenti notoriamente ed assiduamente all’interno dell’ente. L’anello di congiunzione tra il predetto sodalizio criminale e l’amministrazione comunale è stato, in particolare, individuato nella figura di un affiliato della cosca locale (D’Apice Luigi, soprannominato Gigino ‘o Ministro) assiduo frequentatore di esponenti della maggioranza, funzionari del Comune e di appartenenti al comando della polizia municipale, e legato da stretta amicizia con il presidente del consiglio comunale (La Marca Giuseppe). Quest’ultimo amministratore, raggiunto nel corso dell’anno, insieme al citato esponente, da ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, ha fatto parte anche delle precedenti amministrazioni rivestendo incarichi di governo soprattutto nei settori dell’urbanistica e dei lavori pubblici» (Corte dei Conti, Controllo Ministeri Istituzionali, 13.09.2001, 004751).

20Altro caso emblematico è quello del Comune di San Paolo Bel Sito, nell’area nolana. L’analisi dei fatti accaduti dal 1993 al 2001, come si legge nel decreto di scioglimento del Comune, 05/11/2002, è particolarmente significativa. Il 6 giugno 1993, a seguito di consultazioni elettorali, viene rinnovato il Consiglio comunale. Il 4 novembre dello stesso anno, viene arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso, Luigi Riccio, ex amministratore, per più di un decennio a capo dell’amministrazione comunale, ritenuto affiliato con ruoli di comando al clan Alfieri. In pratica, la camorra, con un suo rappresentante, per quasi venti anni, aveva direttamente governato il Comune. A seguito di questo arresto, il 1 dicembre 1993, il sindaco neo-eletto, il vicesindaco e due dei quattro assessori si dimettono. Il 4 marzo del 1994 il Comune viene sciolto per 18 mesi, per condizionamento mafioso. Nel 1996 e nel 2001 si rinnova il Consiglio comunale, ma non cambia niente perché al posto del padre Luigi diventa sindaco il figlio, Raffaele Riccio, ma il deus ex machina dell’amministrazione comunale, anche nei periodi di restrizione in carcere, resta il padre, «figura carismatica…interlocutore privilegiato delle organizzazioni criminali». Significativo il fatto che Luigi Riccio continui a fare il padre-padrone dell’amministrazione comunale e del mercato elettorale anche se il potere criminale è passato dalle mani di Alfieri a quelle dei Russo. Ai fratelli Salvatore e Pasquale Russo sono stati confiscati nel febbraio 2008 beni immobili per un valore di 300 milioni di euro. Non si tratta di casi isolati: il camorrista non vuole apparire come un semplice delinquente, sia pure a capo di una cosca agguerrita, ma come un’autorità che è in grado di distribuire favori, posti di lavoro, prebende di vario tipo e natura. Per questo è inevitabile che, nei contesti territoriali dove la camorra è forte e diffusa, si creino saldature a più livelli con le amministrazioni locali. Il camorrista non può fare a meno di essere dentro i meccanismi che lo mettono in grado di far vincere appalti, di far avere licenze commerciali e di ambulantato, ma anche sussidi, contributi, assunzioni temporanee o definitive. Le saldature e le interconnessioni che la camorra stabilisce con le amministrazioni locali sono, per le ragioni suesposte, molto strette ma anche molto articolate. Possono giocarsi sulla minaccia e l’esercizio della violenza, ma anche sulla connivenza e sull’appartenenza.

21Tali saldature non si poggiano, comunque, solo sulla presenza di camorristi di grande peso e sulla sempre più massiccia presenza di un’ imprenditoria camorrista, ma si poggiano, soprattutto, sulla presenza –anch’essa sempre più diffusa ed evidente – di un ceto politico affarista e clientelare, quando non esso stesso camorrista, che utilizza le amministrazioni pubbliche solo in chiave di tornaconto personale. Le trasformazioni del ceto politico e/o amministrativo in Campania – caratterizzate dalla emersione di personale di basso profilo sociale e culturale, «uomini nuovi», che della politica fanno la loro unica professione – si può ipotizzare che derivino anche dalle capacità delle organizzazioni criminali di aggregare e dirigere il consenso elettorale su candidati «comodi», quando non direttamente e attivamente coinvolti nella stessa organizzazione. La lettura dei decreti di scioglimento dei Comuni e, soprattutto, delle relazioni delle commissioni prefettizie di accesso agli atti amministrativi, dimostra, con tutta evidenza, che il controllo delle organizzazioni camorriste non si ferma alla acquisizione indebita di autorizzazioni, di appalti, di forniture pluriennali di servizi, ma arriva al controllo dell’elezione di sindaci, di amministratori, attraverso l’imposizione, come candidati, di uomini vicini al clan dominante, anche in termini di stretti legami di parentela, oltre che di affari. Nell’ordinanza che nel 2008 pone sotto sequestro i beni dei Russo, si legge che il clan Russo sosteneva propri candidati al Consiglio comunale di Nola, attraverso un proprio affiliato, Franco Cutolo: «l’interesse del Cutolo alle ultime elezioni amministrative, del 2005, tenutesi in Nola, nonché il suo appoggio a candidati della lista capeggiata dal Sindaco di Nola, Felice Napolitano, non può che essere ricondotta alla volontà dello stesso… di condizionare o comunque indirizzare l’attività amministrativa… al fine di poterne trarre vantaggi, nell’interesse proprio e dell’organizzazione di appartenenza». In molti Comuni decidono, oggi come ieri, anche la nomina di Sindaci e Assessori. Nel Comune di S. Antimo, nel 1990, l’assessore Raffaele Ronga era imparentato con il noto pregiudicato Francesco D’Agostino, ritenuto responsabile dell’omicidio di Salvatore Puca, uno dei capi dell’omonimo clan. Il Sindaco, Francesco Ponticiello (già più volte assessore), era nipote di Salvatore Puca. «Tale ultima parentela – recita il decreto di scioglimento del 1991 – avrebbe determinato la scelta del Ponticello quale Sindaco di quel Comune contrariamente a quanto già concordato in sede politica intorno al nome di Antimo Tarantino e ciò “stranamente” in concomitanza con la concessione del beneficio della semilibertà in favore del ripetuto Salvatore Puca in data 15.6.1990, che il successivo giorno 20 giugno veniva ucciso».

22La deposizione del collaboratore di giustizia Franco Di Bona, al processo Spartacus, chiarisce anche le modalità d’azione dei clan: «Le elezioni del 1995 furono proprio pilotate dal clan ed esattamente dal gruppo Schiavone che all’epoca faceva capo a Walter Schiavone. Ricordo che un giorno fummo chiamati… a casa sua… e ci indicò praticamente le persone a cui, a nostra volta, dovevamo indicare le famiglie per dargli il voto. All’epoca era candidato a Sindaco, per lo schieramento supportato dal clan, Vincenzo Corvino e quindi tutte le persone che noi avremmo contattato dovevano dare il voto a Vincenzo Corvino. Al clan, però, interessava innanzitutto l’elezione dell’avvocato Francesco Schiavone, già sindaco di Casal di Principe nelle precedenti amministrazioni e ricordo in particolare che Walter Schiavone ci raccomandò che presso le famiglie dove c’erano numerosi elementi che votavano… ci indicò come suddividerli, magari facendo un esempio, in una famiglia di cinque persone che votavano tutti dovevano dare il voto a Vincenzo Corvino, mentre per i consiglieri diceva: tre li fate votare l’avvocato Francesco Schiavone e gli altri due ne fate dare uno alla sorella di Sebastiano Panaro, che era candidata a consigliere, e un altro a Mario Corvino». Il controllo delle elezioni era praticamente totale: «…Ci siamo recati in un sacco di case, praticamente abbiamo rastrellato… tutta la zona in cui c’era permesso di entrare nelle case…» Anche i seggi elettorali erano tutti presidiati, perché: «Dovevamo far capire alla gente che si recava a votare la presenza fisica e quindi l’impegno, e far capire quanto l’organizzazione era interessata alla cosa».

23La presenza delle organizzazioni criminali si instaura, così, dentro i meccanismi politici e amministrativi che regolano il mercato politico e quello economico, operando, in tal modo, una saldatura estremamente articolata e pericolosa di operatori economici «legali», imprenditori-camorristi, camorristi-imprenditori, personale politico e amministrativo degli Enti locali, amministratori-camorristi, camorristi-amministratori, e «finanzieri» criminali.

24A dimostrare quanto strutturale, esteso e anche quanto datato sia l’intreccio fra politica, amministrazione, organizzazioni criminali, basta qualche dato. Innanzitutto, le dichiarazioni degli stessi appartenenti alle organizzazioni criminali. Il collaboratore di giustizia, Dario De Simone, del clan dei «casalesi», dice con molta chiarezza: «…Se noi, all’interno dell’organizzazione, non avevamo amicizie con gli imprenditori, con le forze dell’ordine e con i politici locali, e anche non locali, e con altre persone esterne… questa è la forza di un clan! Se un clan non ha queste persone vicino, chiaramente, non ha ragione di esistere!»

25Poi gli interventi della magistratura. Nella sola regione Campania, nei primi 8 mesi del 1987, tanto per fare un esempio precedente all’approvazione della legge che consentiva lo scioglimento dei Comuni e degli Enti, qualora vi fossero prove o fondati sospetti di infiltrazioni mafiose, 41 sindaci di altrettanti comuni, 112 amministratori di 47 comuni, 14 amministratori provinciali, 215 funzionari dei Comuni e delle USL furono colpiti da provvedimenti spesso restrittivi da parte della Magistratura. Almeno 60 furono i politici e gli amministratori accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso o di forti collusioni con le organizzazioni criminali. Tutti i partiti di governo avevano propri rappresentanti inquisiti o arrestati. Naturalmente, anche per il numero di cariche occupate, la parte del leone la facevano, allora, democristiani e socialisti. Tangentopoli, dal ’90 al ’95, sposta l’attenzione sui politici e sui partiti, considera gli imprenditori come delle vittime del sistema tangentizio di finanziamento occulto dei partiti, e non presta alcuna attenzione al ruolo delle organizzazioni criminali e alla loro presenza sia a livello politico che imprenditoriale.

26La situazione, però, non cambia, anzi si evolve ulteriormente fino a realizzare quella che si potrebbe definire una invasione interstiziale della società nei suoi gangli economici, amministrativi ed istituzionali. Tanto estesa e diffusa questa invasione che si potrebbe parlare di una camorra «liquida» capace cioè di adattarsi continuamente alle nuove situazioni organizzative che i processi di ristrutturazione economica e finanziaria creano a tutti i livelli di gestione e di governo dello Stato e delle sue articolazioni locali.

27L’esempio più clamoroso delle ricadute di questo «sistema» (termine con il quale molta pubblicistica definisce oggi la camorra) è quello dei rifiuti. Il settore dei rifiuti ha attirato l’attenzione dell’imprenditoria di formazione camorrista fin dagli anni ’50, nello stesso momento in cui molti camorristi si lanciavano in massa nel settore dell’edilizia. In tutti i settori del comparto edilizio la presenza della camorra si fece immediatamente avvertire, come testimoniano migliaia di provvedimenti della magistratura. Il grande affare erano le costruzioni con la possibilità di diventare imprenditori, ma anche di controllare i cantieri imponendo guardianie, assunzione di personale, forniture di tutti i materiali necessari, dal cemento ai mattoni, alle piastrelle, agli igienici e sanitari, e di tutti i servizi, dal movimento terra alle diverse forniture, oltre che al pagamento di tangenti, spesso misurate sull’attività svolta. Ma per poter costruire occorrevano varianti urbanistiche, regolamenti edilizi, piani regolatori, autorizzazioni. Queste esigenze hanno favorito la connessione tra imprese criminali e amministrazioni pubbliche, tra camorra e politica, perché anche amministratori e politici scoprirono che potevano ricavare grandi vantaggi in termini di denaro e sostegno elettorale dal rapporto con la camorra e gli imprenditori criminali. I camorristi, da parte loro, avendo le cave, i camion e il controllo del territorio, trasformarono le cave esaurite in discariche e si impadronirono del settore dello smaltimento rifiuti, dopo aver già messo le mani sulla raccolta dei rifiuti urbani. Nelle discariche della camorra, molte delle quali fornite di tutte le autorizzazioni, gestite nella più totale assenza di controlli, grazie alla capacità di corruzione più che di intimidazione, poteva essere smaltito di tutto, dai rifiuti urbani ai rifiuti tossici. Bastava falsificare le bolle di accompagnamento per trasformare un rifiuto tossico in un rifiuto bonificato attraverso opportuno pre-trattamento. Documento più utile alle aziende che ai gestori delle discariche. Perché il business dello smaltimento abusivo dei rifiuti tossici e nocivi non lo ha inventato la camorra ma le aziende che producevano grandi quantità di rifiuti tossici e volevano risparmiare sui costi di trattamento e smaltimento negli impianti autorizzati. Si è così realizzata, come scrive il giudice Melillo (2008), «una gigantesca offerta di servizi criminali che si nutre di una proporzionale domanda di abbattimento dei costi e moltiplicazione delle opportunità di profitto dell’impresa legale e di una molteplicità di soggetti». In pochi anni tutte le aziende italiane, e anche qualcuna straniera, hanno scoperto che potevano risparmiare, senza correre troppi rischi, cifre molto elevate sullo smaltimento dei rifiuti tossici e nocivi, utilizzando il perfetto servizio assicurato dalla camorra campana. Perfetto servizio, perché i rifiuti uscivano dall’azienda con le bolle di accompagnamento dell’avvenuto trattamento in impianti autorizzati ed era l’organizzazione criminale che si assumeva tutti i rischi legati al trasporto e allo smaltimento definitivo che poteva avvenire in due modalità: abusivamente in discariche autorizzate, ma anche, sempre abusivamente, in discariche abusive realizzate all’occorrenza. Proprio i terreni da pascolo, utilizzati dagli allevamenti di bufale, in Campania, nel basso Lazio, nell’agro aversano e casertano, sono stati quelli preferiti perché, essendo non coltivati, potevano essere facilmente utilizzati per scavi estemporanei da ricoprire rapidamente, ma anche perché erano numerosi gli affiliati che avevano investito nel settore della produzione di mozzarella.

28La situazione non cambia negli anni ’90 quando le discariche vengono sequestrate e gestite direttamente dalle prefetture. Il trasporto dei rifiuti resta saldamente nelle mani delle organizzazioni criminali, aumentano solo le discariche abusive e lo smaltimento abusivo di rifiuti tossici. Il territorio della Campania, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, si trasforma in un’unica discarica abusiva di rifiuti industriali tossici e nocivi, come rileva, a partire dal 1991, l’operazione Adelphi, che parla della Campania come della pattumiera d’Italia (sei imprenditori di ogni parte d’Italia, in combutta con bande criminali e pubblici amministratori, vengono condannati per reati che vanno dall’abuso alla corruzione). Anche con il commissariamento dell’emergenza rifiuti, del 1994, la situazione complessiva non sembra cambiare, nonostante i continui proclami di lotta senza quartiere alla camorra, come testimoniano le operazioni condotte da carabinieri e magistratura, nel periodo 1994-2006. Operazione «Eco». Vede in combutta organizzazioni criminali (in questo caso i Casalesi), imprenditori del Nord (Piemonte e Lombardia), gestori di impianti di stoccaggio di Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo, amministratori pubblici, forze dell’ordine. L’esito finale dei rifiuti sono le discariche abusive in Campania. Operazione «Cassiopea», della procura di S. Maria Capua Vetere. 98 persone indagate. Imprenditori settentrionali, faccendieri, mediatori, camionisti, associati ad organizzazioni criminali. Accuse di associazione a delinquere, disastro ambientale, avvelenamento delle acque. Operazione «Terra mia», della procura di Nola. 16 persone denunciate, imprenditori accusati di operare in termini di illegalità; 26 discariche abusive sequestrate; 120 ettari di terreno tra Nola, Acerra, Marigliano. Operazione «falso Cdr», 2006, procura di Milano. Porta alla luce un traffico di 18.000 tonnellate di rifiuti tossici e nocivi tra Brescia, Napoli e Caserta, smaltite in discariche abusive ma anche in discariche autorizzate, come quella di Tufino. 31 persone indagate, ex amministratori, società di comodo, camionisti compiacenti, capannoni fantasma, agricoltori disponibili. Operazione «Madre Terra». Arrestati 5 imprenditori, soci della R.F.G.Srl Impianto di compostaggio. 38.000 tonnellate di rifiuti pericolosi smaltiti illegalmente in un impianto regolarmente autorizzato e mai controllato dalla Regione e dall’Arpac. Operazione «Dry Cleaner», procura di Benevento. 23 ordinanze di custodia cautelare. Responsabilità di operatori, liberi professionisti del settore smaltimento rifiuti, amministratori, manovalanza criminale. Associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi e al disastro ambientale. Cartello di aziende perfettamente legali, con buona reputazione presso gli enti pubblici e lo stesso Commissariato straordinario per i rifiuti in Campania. Si evidenzia sempre di più, proprio durante il commissariamento straordinario, la saldatura tra soggetti criminali, imprenditori senza scrupoli, amministratori e tecnici corrotti, strutture di controllo inefficienti e corrotte, coperture politiche per rendere inefficaci i controlli e gli interventi repressivi. Tutto questo all’interno di un sistema che avrebbe dovuto razionalizzare e rendere trasparente la gestione dei rifiuti in Campania. La camorra, in questa situazione, con le sue cooperative, le sue società, le sue imprese, ha certamente guadagnato, a livello di trasporti, di suoli, di interventi per la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti. Perfino lo Stato, attraverso il prefetto e il commissario del Governo, nella fase dell’emergenza più acuta, è dovuto ricorrere alle imprese che avevano i mezzi tecnici per effettuare le operazioni di rimozione, e che erano molto spesso quelle di cui si serviva anche la camorra. Il vero affare della camorra è, però, quello del trasporto e smaltimento dei rifiuti industriali tossici e nocivi. Questo comparto non glielo tocca nessuno, perché le imprese non si decidono a consorziarsi per gestire a costi sostenibili impianti per il trattamento e lo smaltimento di rifiuti tossici e nocivi che esse stesse producono. Con il risultato di fare sì qualche risparmio anche significativo, ma, nel contempo di favorire, oltre alle imprese criminali, un inquinamento del territorio che finirà per ridurlo non solo inadatto alla coltivazione e all’allevamento, ma anche ad ogni altra attività, compresa quella di viverci e abitarvi.

29La questione rifiuti può servire, almeno a mio avviso, ad aprire scenari nuovi rispetto ai ragionamenti, riguardo alla camorra, che da anni si portano avanti un po’ a tutti i livelli, da quello della pubblicistica a quelli della politica e della magistratura, e che negli ultimi tempi hanno ripreso particolare vigore. Tutti, infatti, sembrano convinti che il problema «camorra» si riduca alla lotta contro i gruppi criminali che degli affari criminali, come estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga, fanno la loro principale attività e proprio per raggiungere i loro obiettivi hanno messo sotto controllo «militare» il territorio.

30La politica, naturalmente, per allontanare da sé gli sguardi e le inchieste, sostenuta anche dagli apparati di controllo dello Stato, spinge nella direzione di bande criminali isolate ed estranee rispetto alle logiche economiche e politiche del territorio, «corpi estranei» da colpire e sradicare anche con l’aiuto dell’esercito. L’emergenza rifiuti, qualunque sia l’esito delle indagini giudiziarie, dimostra, invece, che, per comprendere la funzione della camorra, e, quindi, le stesse ragioni del suo diffuso radicamento, bisogna partire dai fondi pubblici e dalle manovre congiunte, a tenaglia, per gestirle a proprio vantaggio, messe in opera da parte della politica e dell’imprenditoria operanti sul territorio.

31L’immagine della tenaglia vuol dire chiaramente che se politica e imprenditoria sono i bracci della leva, la camorra è il fulcro che li tiene insieme e permette, ad entrambi, di raggiungere i risultati: schiacciare i concorrenti e appropriarsi a proprio vantaggio della gestione dei fondi pubblici. Continuare a credere e a sostenere che la camorra sta solo nel braccio dell’impresa, fa comodo alla politica, che si erge a difesa della legalità mentre rivendica la più ampia e incontrollata discrezionalità nella scelta dei progetti, dei partner e delle procedure per affidare appalti e forniture. Senza il braccio della politica, i fondi pubblici non sono né raggiungibili né utilizzabili: per questo, la camorra, come sta nell’impresa sta anche nella politica e nelle amministrazioni pubbliche. E fa da fulcro con la sua logica, fatta di un mix di violenza, intimidazione, corruzione, che riesce a tenere insieme imprenditori e politici che puntano comunque a ottimizzare a proprio vantaggio le rispettive rendite di posizione.

32L’aspetto più preoccupante, quindi, quando si parla di camorra, è sicuramente quello della saldatura sempre più frequente e vistosa tra ceto politico/amministrativo e organizzazioni/consorzi criminali di imprese e d’affari. Il politico e l’amministratore non hanno, certo, né interessi né convenienza a stabilire rapporti con la manovalanza del crimine e nemmeno con le organizzazioni che si occupano della gestione del mercato criminale, ma si trovano sempre più spesso a dover fare i conti, avendone piena consapevolezza, con il livello legalizzato o semilegalizzato delle organizzazioni criminali: vale a dire col sistema delle imprese con personale e/o capitale camorristici che forniscono beni e servizi.

33Al di là delle collusioni e delle connivenze personali, pure presenti e numerose, resta il fatto che il ceto politico e amministrativo non sembra in grado di far fronte alla pressione costante che queste imprese, solo apparentemente legali, operano sul mercato della distribuzione dei fondi pubblici e delle opportunità di lavoro e assistenza. Due le ragioni di questa incapacità: da un lato, l’inadeguatezza di alcuni sistemi amministrativi, oltre che di tutta una serie di norme procedurali, specie per quanto riguarda tutto il complesso settore degli appalti per la fornitura dei servizi e per la realizzazione di opere pubbliche; dall’altro, una incapacità che è anche il risultato di mentalità e atteggiamenti che tendono a sottovalutare la presenza di organizzazioni criminali e, nello stesso tempo, a privilegiare rapporti, spesso informali, con forti potenziali di ricaduta, in termini di benefici personali, sia sul piano politico che, a volte, su quello strettamente economico.

34Il problema di fondo della Campania appare, quindi, essere quello della solidificazione, in questi ultimi venti anni, di una élite politica che per formazione, interessi e mentalità, oltre che per mere ragioni di sopravvivenza, fa, della gestione delle sue prerogative decisionali e dei fondi pubblici, un uso sempre più spesso particolaristico, orientato a rinsaldare posizioni di potere personali e di gruppo e a togliere spazi e possibilità di manovra politica agli avversari. Di qui il ricorso sempre più accentuato a meccanismi clientelari di distribuzione di favori, prebende, assunzioni e denaro pubblico. Di qui la saldatura con gli interessi delle imprese e dei gruppi, come quelli «camorristi», che sulle reti clientelari fondano la loro capacità di controllo del mercato economico e delle pubbliche amministrazioni. Quando quote significative del mercato politico e del mercato economico sono tenuti insieme dallo stesso reticolo di clientele, è scontata una rappresentanza politica espressione di interessi precisati, ma anche di una gestione della cosa pubblica che non si cura più nemmeno del rispetto formale delle procedure amministrative. L’intervento della Magistratura testimonia che questa saldatura si è ormai realizzata in molte realtà locali, ma la «cura» non può essere demandata ai magistrati, visto che si tratta di un problema squisitamente, come si diceva una volta, politico.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Amato Lamberti, «La tenaglia della «camorra»: politica, economia e criminalità organizzata in Campania»Quaderni di Sociologia, 50 | 2009, 23-40.

Notizia bibliografica digitale

Amato Lamberti, «La tenaglia della «camorra»: politica, economia e criminalità organizzata in Campania»Quaderni di Sociologia [Online], 50 | 2009, online dal 30 novembre 2015, consultato il 12 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/758; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.758

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Autore

Amato Lamberti

Facoltà di Sociologia - Università «Federico II», Napoli

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