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la società contemporanea / Tecniche del malgoverno: il caso Campania

Un fallimento mascherato

L’esperienza politico-amministrativa a Napoli e in Campania dal 1993 al 2009
A disguised failure
Gerardo Ragone
p. 5-22

Abstract

The question that many people raise today is: how was it possible that certain class of managers, who governed Naples and the region of Campania for the past 20 years, with strong favorable conditions for initiating processes of social and economic growth, have instead ended up their political administrative experience with a sharp failure. In a word, how is it possible for a player to lose the game by still having favorable cards in hand?
The article tries to furnish a reply to this question by analyzing, from one side the governing styles of the Campania managers from 1993 to date, and, from the other side, the organizational and cultural aspects of the southern region that may have assisted in the negative growth.

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Testo integrale

Premessa

1La recente vicenda politico-amministrativa della Campania ha sicuramente un punto in comune con quelle che l’hanno preceduta dal dopoguerra ad oggi ed anche con quanto è accaduto nelle altre regioni del Mezzogiorno. Questo punto in comune è il suo insuccesso. Così infatti come da cinquant’anni non si registrano nel sud dell’Italia significativi passi in avanti nella direzione dello sviluppo e della modernizzazione, anche l’ultima esperienza guidata da Antonio Bassolino non sembra essersi allontanata da questo standard negativo. Se esiste una differenza, questa è rappresentata solo dal tentativo di mascherare l’insuccesso, di nasconderlo all’opinione pubblica, di farlo apparire come successo, come novità riformatrice dopo una lunga storia di fallimenti. I due punti su cui ruota quest’ultima esperienza politico-amministrativa della Campania sono quindi l’insuccesso ed il tentativo di rappresentarlo come successo, la negatività di un’esperienza di governo locale e lo sforzo continuo, quasi ossessivo di nasconderla all’opinione pubblica. È intorno a questi due punti, talmente intrecciati da non potersi spiegare separatamente, che va esaminata la storia politica ed amministrativa di questi ultimi quindici anni di governo della Campania.

 

21. È opinione comune che in questo lungo periodo si siano comunque ottenuti alcuni risultati positivi, il che è certamente vero. Ma ciò che conta in qualunque esperienza politico-amministrativa è il saldo tra risultati positivi e negativi, tra luci e ombre. Ora, che in Campania l’esperienza di governo di centro-sinistra presenti un saldo negativo è un fatto su cui oggi concordano tutti. Dal centro-destra, ovviamente, allo stesso centro-sinistra, dai sindacati ai mezzi di informazione, dagli intellettuali alla società civile. Dovunque, insomma, sono stati espressi giudizi durissimi sui vari responsabili del declino economico e sociale di questa area del Mezzogiorno Perfino alcuni tra i più stretti collaboratori di Antonio Bassolino, come Isaia Sales e Gianfranco Nappi, hanno riconosciuto recentemente il fallimento di questa lunga esperienza politica. In una schietta e coraggiosa intervista rilasciata lo scorso anno al «Corriere del Mezzogiorno» (21 settembre 2008), Isaia Sales, infatti, così esordisce:

È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche.

3Sono parole cariche di amarezza, che però non lasciano dubbi su quanto è accaduto in Campania negli ultimi quindici anni. Infine, è stato lo stesso Bassolino ad ammettere in più occasioni la chiusura negativa del suo ciclo politico, dichiarando di non essere riuscito ad avviare il decollo di questa regione, riconoscendosi tuttavia il merito di non avere mai ceduto al centro- destra né il governo della Campania né quello di Napoli. Si potrà, quindi, discutere sull’ampiezza di questo fallimento, su ciò che è stato fatto e ciò che non è stato fatto, sulle sue cause e sulle diverse responsabilità di chi ne è stato protagonista, si potrà insomma discutere sui molti aspetti che questa vicenda presenta, ma un punto è ormai chiaro a tutti, e cioè che di un fallimento sicuramente si è trattato.

4D’altra parte i dati parlano chiaro (ISTAT – Conti economici regionali e ISTAT – Rilevazione continua sulle forze di lavoro). La Campania si colloca quasi sempre agli ultimi posti delle classifiche regionali. Il suo PIL è cresciuto sempre meno di quello delle altre regioni e, negli ultimi anni, prima dell’attuale recessione mondiale, è anche diminuito. Per circa quindici anni si è assistito ad una rarefazione del tessuto produttivo, con il progressivo aggravamento della questione occupazionale. La regione presenta uno dei più alti tassi di dispersione scolastica del paese, ancora oggi in aumento. Rarefazione anche di investimenti sia nazionali che internazionali. Delocalizzazione dei maggiori centri di potere economico e culturale. Degrado ambientale alle stelle e, per quanto riguarda Napoli, un declino che in passato non si era mai visto, con una vertiginosa discesa della città in tutte le graduatorie nazionali sulla qualità della vita nei grandi centri urbani. Anche sotto questo aspetto, quindi, come testimoniano molte recenti pubblicazioni (Demarco, 2007; Scotto di Luzio, 2008; Locoratolo, 2008; Masullo, 2008), il fallimento di questa esperienza di governo trova la sua indiscutibile conferma.

 

52. La domanda che allora molti oggi si pongono è come sia stata possibile un’esperienza politica così negativa. La domanda potrebbe apparire superflua, poiché nel nostro paese, e soprattutto nel Mezzogiorno, non mancano esempi di malgoverno. In questo caso, però, l’interrogativo è più che legittimo, dal momento che Bassolino, a partire dalla sue elezione a sindaco di Napoli nel 1993, poteva contare sulle migliori condizioni per il rilancio di Napoli e, successivamente, della regione. Intanto, quando viene eletto a sindaco gode di un ampio consenso derivante dall’effervescenza collettiva del post-Tangentopoli. La popolazione napoletana gli apre infatti un credito incondizionato, gli manifesta compatta una fiducia senza limiti, gli dà insomma carta bianca per risollevare le sorti di una città da tempo in gravi difficoltà. Ma non è tutto. Bassolino è anche uno dei primi sindaci di nuova generazione ai quali, come è noto, la legge sull’elezione diretta assicura un potere senza precedenti. In quel periodo, gode inoltre anche dell’appoggio del governo di centro-sinistra allora in carica, circostanza non secondaria vista la complessità dei compiti che aveva di fronte. Può accedere ai fondi europei, anche se allora era il centro-destra al governo della Regione. Ha dalla sua parte quasi tutto il ceto intellettuale napoletano, nonché i principali mezzi di informazione. Gode infine di un altro rilevante vantaggio, peraltro a tutt’oggi inspiegabile, quello cioè di un’opposizione di centro-destra estremamente debole, quasi inesistente. Quando vince successivamente le elezioni regionali, non è solo forte del consenso accumulato negli anni precedenti come sindaco, ma può anche disporre del grande tesoro rappresentato dai fondi europei. Date allora queste eccezionali “condizioni al contorno” – si chiedono oggi tutti – come è stato possibile che quella che poteva diventare una grande occasione di sviluppo si sia invece trasformata in un insuccesso? Come è possibile, insomma, perdere una partita avendo in mano tutte le carte vincenti?

6È lo stesso Sales, nell’intervista appena citata, a fornire alcune interessanti risposte a questo interrogativo, distinguendo tra fattori oggettivi, rappresentati dalle interferenze della politica nazionale sulla azione del governo locale, e fattori soggettivi, riguardanti invece la persona stessa di Bassolino.

Pensare – egli scrive – che all’insuccesso del ciclo che si chiude in Campania non abbiano contribuito i livelli politici nazionali (sia di governo, sia di partito) è un atteggiamento a dir poco miope. Non dimentichiamo che, grosso modo, fino al 1997, cioè fino alla chiusura del primo mandato dei sindaci eletti con il nuovo sistema, il primo mandato di Bassolino ha goduto di un’autonomia dalle coalizioni partitiche che ha giovato enormemente al cambiamento che la città conobbe. Poi, tutti i nostalgici del vecchio sistema politico si coalizzarono contro la stagione dei sindaci non per cancellarla (non ne avevano le condizioni) ma per depotenziarla.

7Circa i fattori soggettivi, Sales traccia un accurato quanto impietoso quadro dell’uomo che per quindici anni ha governato tutto ciò che in Campania poteva essere governato, evidenziandone difetti e limiti.

Si poteva gestire l’alleanza con De Mita e Mastella – egli si chiede – senza farla degenerare in un sistema di potere? Si poteva gestire la crisi dei rifiuti con una azione più incisiva del Commissariato? Si poteva portare in Regione la stessa spinta innovativa del primo mandato a Napoli, anche in presenza di un ritorno prepotente dei partiti? Certo che si poteva. E perché, invece, è andata diversamente?

8Le risposte di Sales sono diverse ed offrono lo spunto per molte riflessioni.

In fondo, Bassolino ha sempre pensato che la sua esperienza di governo locale fosse solo una parentesi. Che prima o poi sarebbe tornato alla politica nazionale, e in particolare, ad un ruolo guida nel suo partito […] Bassolino alla fine ha ceduto a De Mita, a Mastella, a Pecoraro Scanio perché non voleva tagliarsi i ponti con la politica nazionale, anche quando essa per il raggiungimento di suoi equilibri comprometteva una identità riformatrice. Non ha voluto mai essere fino in fondo un amministratore che parla alla politica nazionale solo per le cose positive che realizza al livello locale. In questo caso avrebbe avuto più forza e più potere contrattuale con i suoi stessi alleati. L’ossessione del ritorno sulla scena nazionale ne ha depotenziato con gli anni la carica innovativa al livello locale.

9Sales rimprovera anche a Bassolino la incapacità di distinguere il ruolo di sindaco da quello di governatore:

Non ha mai amato la Regione come istituzione e non l’ha mai capita fino in fondo, non si è mai appassionato completamente ad i suoi problemi. L’ha considerata come un prolungamento della sua esperienza di sindaco di Napoli […] Mettersi quotidianamente a contrastare una gestione inaccettabile, per qualsiasi riformatore, della sanità o del ciclo delle acque o della depurazione non era nelle sue corde […] In fondo ha sempre pensato di avere “già dato” dopo l’esperienza di sindaco di Napoli e che lo si candidava alla Regione perché non gli si voleva riconoscere un ruolo a Roma nella politica nazionale. E ad un certo punto ha ritenuto, quasi fatalisticamente, che non si potesse modificare la situazione, e non solo si è “acquietato” ma ha nei fatti considerato il governo regionale come la somma di singoli assessorati, ciascuno autonomo e rispondente al partito designante […].

10Ma il difetto più grande di Bassolino amministratore, conclude Sales,

è la convinzione che basta ideare una politica perché essa si realizzi […] Si è sempre disinteressato alla “manutenzione” delle idee, che nella vita amministrativa vuol dire fatica quotidiana a metterle in atto, a schivare e a superare gli impedimenti umani, politici o burocratici che si frappongono […] E il dramma è stato che anche alcune persone scelte da lui come collaboratori o come amministratori hanno avuto non solo i suoi stessi difetti ma li hanno anche accentuati.

11Questa analisi di Sales offre un quadro molto chiaro delle cause di un fallimento di governo locale come forse non si era mai visto nel nostro paese, ed aiuta quindi a capire i motivi che hanno impedito ad una vicenda che nasceva nel migliore dei modi possibili di tradursi in una esperienza politico-amministrativa in grado di produrre sviluppo economico e modernizzazione.

12A parere di chi scrive, vi sono, però, due punti deboli di questa analisi su cui vale la pena soffermarsi. Il primo è che la distinzione di Sales tra fattori oggettivi e fattori soggettivi è puramente teorica, dal momento che, alla fine, tutto si impernia sui fattori soggettivi, ossia sulla personalità e sulle aspirazioni di Bassolino. Intanto perché le interferenze della politica nazionale sui governi locali sono una costante della vita politica del nostro paese e non una eccezione, sono cioè qualcosa con cui qualunque amministratore locale è sempre stato costretto a fare i conti. Bassolino, in secondo luogo, era stato eletto col sistema della elezione diretta, con un sistema cioè introdotto nel nostro ordinamento proprio per proteggere sindaci e governatori da quelle interferenze. Era quindi nella condizione migliore per non piegarsi alle pressioni provenienti da Roma. Invece non lo ha fatto, e non lo ha fatto proprio per la ragione indicata da Sales, e cioè per non rompere i ponti con la politica nazionale. Se è rimasto coinvolto dal sistema di pressioni governative e partitiche, ciò non è accaduto quindi per la forza “oggettiva” di quelle pressioni – in fondo fisiologiche nella vita politica italiana – ma per la sua “soggettiva debolezza“ a ricoprire correttamente il suo ruolo di amministratore eletto con il voto del popolo. Poteva insomma tirarsi fuori dalla fitta trama delle beghe politiche nazionali, ma non lo ha fatto – almeno così sembra a un osservatore esterno – per il suo desiderio di ritornare sulla scena nazionale ed anche per la sua incapacità – come afferma Sales – di ricoprire correttamente il suo ruolo di governatore.

13La seconda questione è che Sales, come una larga parte dell’opinione pubblica locale, opera una netta distinzione tra il periodo di Bassolino sindaco e quello di Bassolino governatore, valutando il primo positivamente ed il secondo negativamente. In realtà le cose non sono andate così, come oggi quasi tutti i commentatori di questa vicenda riconoscono. Durante il suo mandato da sindaco, non accade infatti nulla che possa far pensare ad uno sviluppo della città. Le sole cose rilevanti sono le numerose strategie comunicative per diffondere la credenza che la città stesse cambiando, strategie che probabilmente Bassolino stesso ignorava ma che i suoi consulenti lo convinsero ad attivare. Il cuore di queste strategie era costituito dall’idea che in politica non sia necessario fare realmente le cose, ma che fosse sufficiente far credere di averle fatte, idea alla quale il nuovo sindaco si converte senza esitazioni, tanto da farne lo strumento principale della sua azione di governo. Comunque sia, è questo che accade in quegli anni. Gran parte delle risorse e delle energie dell’amministrazione comunale vengono consumate in questo lavoro di sostituzione del racconto dello sviluppo allo sviluppo reale.

14Sales, quindi, sbaglia nella sua valutazione, perché nulla di ciò che sarebbe stato necessario fare per rimettere in sesto un’amministrazione sgangherata e per dare l’avvio ad una fase reale di rinnovamento urbano, vede la luce in quegli anni. Nessuno dei gravi problemi che hanno da sempre impedito la trasformazione di Napoli – l’elevatissima densità urbana, la presenza di una enorme sacca di popolazione marginale, l’inefficienza delle amministrazioni locali e la presenza di una criminalità sempre più organizzata – compare nell’agenda della nuova amministrazione. Anzi, ciò che realmente accade è che mentre in città si festeggia giorno e notte una rinascita virtuale, una rinascita che di fatto non esiste ma che viene solo raccontata, mentre i media trasmettono a mezzo mondo la falsa notizia di un successo amministrativo senza precedenti e mentre le azioni di Bassolino salgono alle stelle, le quattro criticità si aggravano, compromettendo seriamente le possibilità di sviluppo della città, come è poi realmente accaduto.

15La tesi di Sales, quindi, tesi come si è detto largamente condivisa da una larga parte dell’opinione pubblica, secondo cui la vicenda di Bassolino sarebbe iniziata bene e finita male è superficiale, dal momento che se quella vicenda è finita male ciò è dovuto unicamente al fatto di essere iniziata male. Come infatti ha osservato recentemente Aldo Masullo nel libro-intervista curato dal giornalista Claudio Scamardella, sarebbe stata proprio l’inattività politico-amministrativa di quel tanto decantato “primo periodo” a produrre tutti i guasti presentatisi successivamente.

Proprio lui, che si proponeva come promotore del cambiamento – scrive Masullo – nella sostanza ha temuto il cambiamento vero, profondo. Ha avuto paura di innescare un processo di reale democratizzazione della città, di aprire la discussione ed il confronto, di coinvolgere seriamente i napoletani. Credo che le radici delle crisi esplose dopo le prime appariscenti prove stiano tutte nell’impostazione iniziale dell’azione di governo di Bassolino (Masullo, 2008, 149).

16Bassolino, quindi, trae sicuramente enormi vantaggi dalla totale adesione alle politiche di immagine, ma finisce anche per esserne travolto, non riuscendo più a distinguere tra la finzione mediatica e la situazione reale della città. Esattamente come accade nella storia dell’apprendista stregone, egli stesso rimane vittima dei trucchi mediatici elaborati dai suoi consulenti. Alla domanda postagli dal suo intervistatore in merito al ruolo che la “cultura dell’estetica” avrebbe giocato in quel primo periodo, Masullo osserva infatti che

Bassolino scambiò per un evento di cambiamento, e se ne fece modello, l’efficace lucidatura del centro cittadino, voluta dal provvido presidente Ciampi nell’occasione del G7, deliberatamente indetto a Napoli (Masullo, 2008, 161).

173. Le considerazioni di Sales e di Masullo consentono anche di affrontare un altro aspetto del “caso” Bassolino, quello riguardante lo straordinario successo delle politiche di immagine, un successo impensabile in qualsiasi altra regione del paese. E qui entrano in gioco alcune caratteristiche della struttura e della cultura locale. Non si dimentichi, infatti, che Napoli è stata in passato, ed è tuttora, una città piena di contraddizioni, dove si contrappongono estrema ricchezza ed estrema povertà, punte di eccellenza e degrado culturale, aree pure ed incontaminate ed ambienti simili alle grandi discariche del terzo mondo, istituzioni forti ed istituzioni fragili. Una città che Masullo, nel libro citato, definisce “grumosa”, proprio per indicare una realtà frammentata, con diversi volti ma priva di una sua identità e, per questo motivo, culturalmente fragile. Ma è proprio in contesti sociali di questo tipo che purtroppo il populismo trova il suo terreno più fertile, con tutto il suo corredo di retorica, di falsificazione e di tecnologie dell’immaginario e della persuasione Nelle aree modernizzate di questo paese sarebbe risultato assai difficile, se non impossibile, come si è detto, attivare strategie di consenso come quella del “rinascimento napoletano”, un fenomeno collettivo attraverso il quale si sono alimentati i sogni e le illusioni degli strati sociali più bisognosi e, allo stesso tempo, si è coltivato lo snobismo politico degli strati sociali benestanti. Un fenomeno collettivo, insomma, grazie al quale una antica e sempre insoddisfatta domanda di lavoro e di sicurezza è stata spregiudicatamente sostituita con una falsa domanda di svaghi e divertimento, lasciando intanto marcire tutti i problemi di una città già ai limiti del collasso. Ecco perché la crisi del secondo periodo può essere compresa solo collegandola alla paralisi politica ed amministrativa del primo, altrimenti sarebbe impossibile spiegare come mai una sindacatura perfetta e generatrice di nuove opportunità – come sembra sostenere Sales – potesse trasformarsi in un insuccesso senza precedenti nel periodo successivo del governatorato. Esistono, quindi, delle condizioni locali che hanno favorito l’esplosivo successo della prima sindacatura di Bassolino e che riguardano, come si è detto, il contesto sociale e culturale della Campania e di Napoli. Si tratta in particolare di tre condizioni su cui vale la pena soffermarsi.

18La prima è rappresentata dal fatto che, quando nel 1993 Bassolino varca la soglia di palazzo San Giacomo, i principali mezzi di comunicazione sono già tutti dalla sua parte. Dopo Tangentopoli, infatti, la proprietà del quotidiano «Il Mattino» passa nelle mani di Caltagirone, proprietario di una parte rilevante dei suoli della dismessa Italsider di Bagnoli. Di per sé questa circostanza potrebbe non significare nulla, ma il fatto che questo giornale, da sempre di orientamento moderato, si schieri anima e corpo con un sindaco di tutt’altro orientamento, alimenta più che un sospetto sugli interessi che allora dovevano essere in gioco. Ed infatti in quegli anni Bassolino controlla il quotidiano partenopeo dalla prima all’ultima pagina, trasformandolo in un megafono delle sue iniziative e della sua filosofia di governo. Non c’è giorno che l’immagine del sindaco non compaia almeno quattro o cinque volte sulle pagine del quotidiano e mai un articolo che sollevi almeno qualche dubbio sulla validità della lunga catena di iniziative ludiche attivate dell’amministrazione comunale. Solo, continuamente ed instancabilmente, applausi a scena aperta. Una stampa, insomma, quasi di “regime” che, per il forte radicamento de «Il Mattino» nella società campana, assicura un preziosissimo sostegno alla realizzazione delle politiche di immagine. Lo stesso vale per il Telegiornale regionale, che esalta ogni giorno l’azione della amministrazione e la figura del sindaco, mettendo però sempre in secondo piano i problemi e le difficoltà che intanto si andavano minacciosamente accumulando. Non è un caso, ad esempio, che in quegli anni di effervescenza collettiva il problema della camorra scompaia quasi del tutto dalle pagine dei giornali locali e dagli schermi del TG3. Un silenzio sconcertante, visto che proprio in quel periodo la criminalità organizzata iniziava il suo assalto ai comuni della provincia per assumerne il controllo, e che sempre in quel periodo cominciavano quotidianamente a circolare per il territorio campano lunghe carovane di automezzi cariche di rifiuti tossici. E non è neppur un caso che, col pretesto di una lunga morosità, il Circolo della Stampa, che a Napoli era da tempo immemorabile luogo di incontro di giornalisti ed intellettuali, venisse in quattro e quattro otto sfrattato dall’amministrazione comunale, nonostante la sua disponibilità a sanare il debito. Da sottolineare che quando si verifica questo episodio erano a Napoli circa 15.000 gli alloggi popolari morosi di proprietà comunale, per non parlare delle altre proprietà comunali di pregio per le quali il Comune non percepiva neppure una lira. Invece, il Circolo della Stampa viene subito chiuso e, per completare la discutibile operazione, la sua prestigiosa sede all’interno della villa comunale viene quasi interamente smantellata col pretesto di destinarla a sede di un mai ben identificato centro polifunzionale. La ristrutturazione di questa graziosa palazzina di circa 3000 mq., disposti su due piani, è in corso da circa quindici anni e c’è da giurare che essa sarà terminata esattamente il giorno in cui Bassolino lascerà definitivamente questa regione. Sono anni, quindi, in cui l’informazione sembra imbavagliata, ed occorrerà attendere l’uscita del «Corriere del Mezzogiorno» nel 1997 ed il cambiamento alla direzione de «Il Mattino» perché la nebbia calata sui mezzi di informazione cominciasse a dissolversi ed emergesse la dura realtà locale che l’operazione «rinascimento» era riuscita ad occultare. Il sostegno incondizionato dell’informazione locale, predisposto evidentemente dal partito o dalla coalizione del sindaco, costituisce quindi la prima condizione che rende possibile un’operazione di immagine come forse non si era mai visto nella storia di questo paese.

19La seconda condizione è rappresentata dal favore che questa operazione riscuote nel mondo della cultura. Ed anche qui c’è qualcosa di incredibile. Né all’interno delle università, né all’interno delle altre istituzioni di ricerca, né all’interno del vasto tessuto di associazioni culturali presenti sul territorio, si leva qualche voce di dubbio, qualche perplessità sull’inconcludenza di un progetto di sviluppo che, invece di prevedere anzitutto interventi e politiche di carattere strutturale, poneva tutta la sua attenzione alle immagini, ai beni immateriali, alla comunicazione, allo spettacolo ed al divertimento collettivo. È vero che la cultura napoletana è stata sempre, in larga parte, una cultura di sinistra, ma il fatto che questi intellettuali accogliessero senza alcuna esitazione, anzi con un entusiasmo quasi infantile, un’idea di sviluppo senza capo e senza coda e costruita in modo approssimativo, non può che far riflettere sulle conseguenze negative che discendono dai legami troppo stretti tra politica e cultura. Perfino la Facoltà di Sociologia dell’Ateneo «Federico II», che almeno in teoria non avrebbe dovuto avere difficoltà a capire che cosa si nascondesse dietro l’euforia collettiva di quegli anni, resta nel più totale silenzio. Sarà solo alla fine degli anni novanta, con le prime crisi della Napoli son et lumières e quando cominciano ad emergere i grandi problemi economici e sociali, che il trucco della post-modernità era riuscito ad occultare, solo allora che una parte dell’intellighenzia locale sembra prendere coscienza di quanto era realmente accaduto in quegli anni.

20Terza condizione che favorisce l’ascesa di Bassolino è indubbiamente la debolezza della borghesia locale, una borghesia più vicina all’area della rendita che non a quella del profitto, più attenta, quindi ai finanziamenti pubblici che non allo sviluppo del mercato e, per giunta, con forti atteggiamenti radical chic. È questa la borghesia che si innamora subito del nuovo sindaco carismatico e del suo sogno di sviluppo post-moderno, che ne segue con entusiasmo le diverse fasi, che diffonde in mezzo mondo il miracolo del rinascimento e che solo dopo la tragica vicenda dei rifiuti si accorgerà dell’errore commesso. Proprio, quindi, il ceto sociale che avrebbe dovuto vigilare sull’azione del governo locale, non fosse altro che per proteggere i propri interessi, si rivela alla fine tanto distratto e superficiale da non essersi minimamente accorto di aver favorito l’ascesa di un leader la cui unica preoccupazione era stata fino a quel momento la costruzione di un vasto consenso e di una forte notorietà allo scopo garantirsi il ritorno sulla scena nazionale.

 

214. Sulle modalità con cui si è dipanata questa lunga vicenda politico-amministrativa, che ha quasi messo in ginocchio l’economia e la società campana, nonostante le condizioni favorevoli, esistono moltissimi ed eloquenti episodi. Raccontarli tutti sarebbe impossibile nello spazio di questo articolo. Ne abbiamo scelti solo tre, sufficienti forse a dare un’idea della fragilissima quanto opaca cultura politico-amministrativa che ha segnato per quindici lunghi anni l’azione del governo locale, i quali non a caso ruotano tutti attorno al grande ostacolo contro cui si è frantumato il mito del rinascimento, e cioè la criminalità organizzata.

22Il primo episodio riguarda la stupefacente spiegazione che Mauro Calise, un altro tra i più stretti collaboratori di Bassolino, fornisce della forte recrudescenza criminale che si manifesta tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo secolo. È un esempio eloquente della filosofia comunicativa della classe politica dirigente, secondo cui compito prioritario della comunicazione pubblica sarebbe quello di fornire ai cittadini solo informazioni ottimistiche e rassicuranti. Si tenga inoltre presente che quando la nuova ondata di criminalità organizzata si manifesta in tutta la sua gravità, nel dibattito che si accende sulla stampa locale già inizia a farsi strada la tesi secondo cui quello della camorra sarebbe un problema senza soluzione, rispetto al quale sarebbe opportuno rassegnarsi. Alcuni lo affermano chiaramente, altri lo lasciano vagamente intendere, altri ancora sostengono cinicamente che saranno le stesse lotte interne alla camorra a risolvere il problema. La tesi, insomma, che stranamente comincia a circolare è che la piaga della criminalità organizzata sarebbe ormai diventata cronica e che quindi, volenti o nolenti, sarebbe stato meglio abituarsi a convivere con essa. È appunto in questo clima che in un articolo apparso su «Il Mattino» del 25 gennaio 2005, Mauro Calise propone una variante di questo “approccio debole” al problema della criminalità organizzata, secondo cui, essendo questa piaga circoscritta ad ambiti territoriali ben definiti e comunque sufficientemente lontani dal territorio della Napoli legale, le ansie e le paure dei napoletani, che in quel periodo cominciavano pericolosamente a manifestarsi, non avrebbero avuto alcuna ragione di essere. Come dire che il problema esiste ed è pure cronico, ma che essendo circoscritto territorialmente non deve preoccupare più di tanto, e soprattutto non deve offuscare tutte le cose buone esistenti nella Napoli legale. Dunque, un originalissimo invito all’ottimismo, questo di Mauro Calise, che suona però abbastanza strano in un momento in cui i morti di camorra non si contano più, in un momento in cui il Capo dello Stato esorta i cittadini a non abbassare la guardia e soprattutto in un momento in cui le manifestazioni della società civile in difesa della legalità sono all’ordine del giorno. È chiaro che il consulente di Bassolino elabora la teoria delle due Napoli, quella legale e quella illegale, non perché vi creda ma solo per convincere i napoletani che convenga credervi, che essi, cioè, di fronte alla nuova tragica emergenza che esplode in quel periodo, dovrebbero provare a comportarsi come se la camorra non esistesse. Sono, come si vede, argomentazioni sorprendenti, perché dalle istituzioni ci si aspetterebbero ben altre sollecitazioni, di coraggio civile, e di impegno politico, come appunto quelle contenute nelle parole del Capo dello Stato. E invece niente di tutto questo. Dallo staff del presidente della Regione viene l’incredibile e surreale invito ai cittadini a non preoccuparsi più di tanto, a non lasciarsi impaurire da una minaccia tutto sommato confinata nei soli territori della Napoli illegale. Perché conviene segnalare un episodio che può apparire marginale? Perché questa originalissima tesi delle due Napoli viene formulata, come si è detto, da uno dei maggiori consulenti di Bassolino, e dà quindi la misura dell’ossessione della classe dirigente locale di alterare o manipolare sempre la realtà, anche a costo di esporsi al ridicolo di un ragionamento a dir poco stravagante, come questo di una Napoli legale ed un’altra illegale e della possibilità di una loro pacifica convivenza. Ma questo episodio è anche significativo perché conferma quanto sostenuto da Sales nella sua intervista, e cioè che i limiti e i difetti di Bassolino sono stati spesso anche i limiti e i difetti dei suoi consiglieri personali.

23Il secondo episodio riguarda invece una recente vicenda che si svolge a Casalnuovo, una cittadina in provincia di Napoli, dove un bel giorno (febbraio 2007) qualcuno si accorge che a poca distanza dalla sede del municipio sono sorti circa settanta edifici di quattro e cinque piani, tutti “regolarmente” abusivi. La notizia naturalmente va su tutti i giornali, fioccano i primi commenti di stupore e l’operazione truffaldina viene subito bloccata. Si potrebbe obiettare che, in fondo, si tratta soltanto di uno dei tanti episodi di abusivismo edilizio che si verificano nel nostro paese. Questo però non è uno dei tanti episodi di abusivismo, ma un episodio eccezionale, sia per l’entità dell’abuso ma soprattutto per la reazione piuttosto tiepida che esso suscita al livello politico ed istituzionale. Sicuramente in qualunque altra regione italiana – ad eccezione delle regioni meridionali, dove vicende simili sono piuttosto frequenti – l’edificazione abusiva di settanta edifici quasi al centro del paese non sarebbe stata possibile e, comunque, anche ammettendo che ciò fosse accaduto, avrebbe scatenato un terremoto politico-amministrativo, con il commissariamento del Comune, l’espulsione del sindaco dal partito di appartenenza, la dura condanna dei vertici istituzionali e con una pioggia di avvisi di garanzia a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, avessero partecipato al succoso banchetto. Qui, invece, non accade nulla del genere, salvo modesti e formali commenti da parte di qualche leader politico della zona. Insomma, ciò che colpisce di questa assurda vicenda è la sproporzione tra la gravità del fatto e la tiepida reazione del mondo politico locale, che dell’intera questione non sembra essere né sorpreso né indignato. Come se si fosse trattato di una villetta tirata su abusivamente in qualche angolo di una sperduta campagna.

24Come si spiega questa tiepida reazione della politica e delle istituzioni? Si spiega col fatto che episodi di illegalità, come questo di Casalnuovo, non sono una novità per la Campania. Sono decenni e decenni, infatti, che la grande periferia napoletana è devastata da un abusivismo edilizio che forse non ha precedenti nella storia italiana, e sono decenni e decenni che il mondo politico campano vi assiste passivamente. E sono sempre decenni che storie assurde come questa di Casalnuovo vedono coinvolti amministratori locali “distratti”, forze dell’ordine sonnolente, e capitali di ignota provenienza, il tutto in una sorta di scambio in cui si rinuncia alla legalità in cambio di voti. D’altronde, i dati parlano chiaro. Secondo i calcoli di Legambiente, solo nell’ultimo decennio si registrerebbero in Campania 61.000 casi di abusivismo, per un valore di quattro miliardi e mezzo di euro. Perché mai dovrebbe allora indignarsi una classe dirigente che negli ultimi decenni non ha mosso un dito per arginare questo disastro? Come ha scritto Fabrizio Geremicca sul «Corriere del Mezzogiorno» (4 febbraio 2007):

Ci sono in questa storia tutti gli ingredienti della cemento connection: omertà, collusioni ed interessi della criminalità organizzata.

25Ecco dunque perché la vicenda ha lasciato la classe politica dirigente del tutto indifferente ed ecco anche perché il sindaco di Casalnuovo ha potuto provocatoriamente rispondere ai giornalisti che lo interrogavano, di essere del tutto all’oscuro della vicenda. E forse ha ragione, come vedremo più avanti, perché dal suo punto di vista il maxi-abuso edilizio rientrerebbe nella normalità dei meccanismi di cui vive la politica di questa regione.

26Il terzo caso, che vale la pena esaminare, non si riferisce ad un singolo episodio, ma a dati statistici, che comunque confermano la regolarità in Campania del rapporto di affari tra il mondo politico-amministrativo e le organizzazioni criminali. E spiegano anche l’arroganza del sindaco di Casalnuovo quando ai giornalisti stupefatti dichiara di non essersi accorto dei settanta edifici che, come funghi giganti, spuntavano a qualche centinaia di metri dal suo ufficio. E spiegano anche l’incredibile ragionamento di Mauro Calise cui si è accennato in precedenza. Questi dati sono contenuti nel Rapporto 2009 di Legambiente sulle ecomafie, nella cui prefazione il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, così scrive:

Un patto tra istituzioni complici ed ecodelinquenti, che spiega bene perché ancora una volta la Campania conquisti la maglia nera dell’illegalità ambientale; 3907 illeciti ambientali commessi nel 2008: 325 al mese, per un giro di affari di circa quattro miliardi di euro [...] Giusto un anno fa l’imprenditore Gaetano Vassallo ha chiesto di essere ascoltato dai vertici dell’antimafia ed ha raccontato venti anni di traffici di veleni.

27Questa citazione è tratta da un altro articolo di Fabrizio Geremicca («Corriere del Mezzogiorno», 6 maggio 2009), in cui l’autore fornisce un quadro più che eloquente di questa tragedia.

Se si mettessero in fila – scrive Geremicca – tutti i tir che, negli ultimi tre anni, hanno trasportato e illecitamente scaricato in Campania materiali nocivi e pericolosi, si otterrebbe una colonna lunga 1000 chilometri, formata da 520.000 camion, ognuno con una capacità di carico pari a 25 tonnellate di veleni. Sversati, questi ultimi, nelle acque, nelle cave e nei campi coltivati della nostra regione. Sono ancora lì, in gran parte, perché le bonifiche solo ora partono timidamente.

28In un altro articolo dello stesso giorno apparso su «Il Mattino», Adolfo Pappalardo riassume più dettagliatamente i dati del Rapporto di Legambiente, e precisamente:

  • 3907 gli illeciti ambientali commessi nel 2008;

  • 325 reati ogni mese;

  • 13 milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente in 3 anni;

  • 520.000 tir impiegati nel trasporto;

  • 4 miliardi il giro di affari;

  • 77 clan nella gestione del business;

  • 217 criminali arrestati dal 2002 per traffico illecito di rifiuti;

  • 352 persone denunciate;

  • 95 aziende coinvolte;

  • 6000 case abusive costruite nel 2008;

  • 300mila metri quadri di terreno agricolo cementificati illegalmente in quattro anni in 13 comuni dell’agro nocerino-sarnese.

29Questi dati si riferiscono per gran parte al solo 2008 o, comunque, riguardano il triennio 2005-2008. Se sulla loro consistenza si stimasse l’illegalità ambientale nei trienni compresi tra il 1993 ed il 2005, si perverrebbe a cifre da far rabbrividire. Si consideri, tra l’altro, come si è accennato precedentemente, che fino agli inizi del duemila, sui mezzi di informazione compare assai poco di questa tragedia, e che è solo con la crisi dei rifiuti che cominciano a diffondersi le notizie sul degrado ambientale dell’intera regione. E non va neppure dimenticato che la coalizione di governo locale include anche il partito dei Verdi, il che porta ad immaginare che cosa sarebbe accaduto se all’interno della coalizione non vi fossero stati i difensori “a spada tratta” dell’ambiente.

30Si tratta di dati che si commentano da soli, ma una riflessione va sicuramente fatta. Le cifre sopra riportate una cosa mostrano infatti con chiarezza e cioè che la criminalità organizzata ed i suoi innumerevoli affari hanno costituito la vera interfaccia della politica locale di questi ultimi sedici anni. Ciò che si è fatto e ciò che non si è fatto è dipeso quasi esclusivamente dalla natura dei rapporti che, in maniera diretta o indiretta, si andavano intrecciando tra le forze politiche locali e questo tipo di criminalità. Tutto, insomma, è ruotato intorno agli interessi della camorra, e in particolare intorno agli interessi legati allo smaltimento dei vari tipi di rifiuti ed alla edilizia abusiva. I profitti accumulati in questi due settori hanno poi consentito alle organizzazioni criminali massicci investimenti nel mercato delle droghe, al punto da fare del quartiere napoletano di Secondigliano uno dei maggiori mercati europei di stupefacenti. E questi nuovi profitti hanno consentito, a loro volta, la penetrazione della camorra nelle attività economiche del napoletano e del resto della regione. Altro che la Napoli illegale cupa e minacciosa e la Napoli legale ridente e produttiva, come sosteneva Calise. Forse i camorristi risiedono nell’area nord di Napoli, ma i loro traffici coinvolgono ormai l’intero territorio regionale.

 

315. Il fallimento di questa esperienza di centro sinistra a Napoli ed in Campania è sorprendente perché, come si è detto, questa coalizione disponeva di tutte le possibili condizioni favorevoli per avviare un processo di sviluppo economico e sociale. Ma anche nelle altre regioni meridionali le cose non sono andate molto diversamente. In Calabria ed in Puglia, più o meno come in Campania, ciò che si registra negli ultimi anni è la scarsissima crescita del PIL, la massiccia disoccupazione, la bassa qualità della vita nelle piccole e grandi città, l’utilizzo clientelare dei fondi pubblici, l’assenza di qualunque tipo di programma di sviluppo e la sempre più stretta collusione tra apparati politico-burocratici e criminalità organizzata. Il “flop dei governatori rossi” titolava il 10 settembre del 2007 il «Corriere Economia», ma in realtà è stato il flop di tutti i governatori del Mezzogiorno, visto che anche la Sicilia di Cuffaro ha sempre presentato più ombre che luci.

I governatori rossi – scrive Giuseppe Sarcina nell’articolo sul Corriere Economia – si erano presentati agli elettori del sud come innovatori, riformisti, perfino rivoluzionari [...] Poi è arrivata l’estate [...] sono arrivati i mesi degli incendi (Peschici su tutti), dell’acqua nei secchi (Taranto), della ’ndrangheta d’esportazione (San Luca-Duisburg). Ed ora eccoci qui a misurarci con la percezione di un Mezzogiorno, se possibile, ancora più abbandonato a se stesso [...] Le responsabilità, è chiaro, sono naturalmente tante, disperse nel tempo e nello spazio istituzionale (dal governo centrale ai comuni). Ma c’è un punto chiaro. Nel sud, nonostante i proclami e le promesse dei Governatori, l’aria non è cambiata. I dati dell’economia, le opere incompiute, le emergenze infinite ci restituiscono l’immagine di una classe dirigente contraddittoria o, nel migliore dei casi, velleitaria. I sogni si sono rivelati illusione, i sentimenti di attesa, di partecipazione si sono trasformati in delusione, in scoraggiamento.

32Se infine si considera che anche nella prima repubblica le cose nel Mezzogiorno non erano andate certamente meglio, non si può allora fare a meno di chiedersi per quali motivi le regioni meridionali non riescano in alcun modo ad esprimere una classe dirigente, e soprattutto leader politici in grado, se non di eliminare, almeno di non accrescere il divario con le aree del centro-nord. È del tutto normale, insomma, chiedersi come mai, proprio per l’area del paese più difficile da governare, proprio per quella che richiederebbe amministratori eccellenti, la politica italiana abbia selezionato il più delle volte leader di basso profilo. Domanda quindi legittima, anche perché non mancano nei partiti italiani, di destra e di sinistra, persone competenti ed autorevoli, dotate delle qualità manageriali necessarie per governare lo sviluppo di un territorio.

33È difficile naturalmente rispondere a questa domanda, ma visto come sono andate le cose in questi ultimi cinquant’anni, visto cioè il costante fallimento di quasi tutti i tentativi di rilancio del Mezzogiorno, si può intanto escludere che questi fallimenti siano stati causati da errori, incidenti di percorso o da incapacità di sindaci, presidenti di Provincia o governatori. Certo, fattori casuali possono sempre intervenire, ma quando si presentano con una regolare frequenza vuol dire che non sono più casuali. Non resta allora che rovesciare la prospettiva e chiedersi se sia proprio lo sviluppo e la modernizzazione del sud dell’Italia la missione che i partiti politici italiani assegnano a questi amministratori, o se invece non sia un altro il vero lavoro per il quale essi sono stati selezionati. Domanda anche questa più che legittima, soprattutto in considerazione del fatto che in tutte queste regioni si riscontra un difetto comune di governance, quello cioè dell’uso improprio della spesa pubblica. Come è possibile, tanto per fare qualche esempio, che si impieghino circa quarant’anni per la costruzione di un ospedale, come è accaduto in Calabria, o che si impieghino più di trent’anni in Campania per il disinquinamento di un piccolo fiume come il Sarno, o che diversi comuni della Puglia e della Sicilia siano lasciati senza acqua, o, ancora che si ponga il turismo come strumento per la rinascita di una regione, come è accaduto sempre in Campania, lasciando il settanta per cento delle fascia costiera inquinata per il cattivo funzionamento dei depuratori, e le strade delle città stracolme di rifiuti per l’incapacità di organizzarne la raccolta e lo smaltimento? Se si facesse un censimento, regione per regione, delle migliaia e migliaia di assurdità, di anomalie e di scelte demenziali che da tempo immemorabile costellano la storia delle amministrazioni pubbliche meridionali, si delineerebbe una realtà talmente drammatica da far pensare alla necessità di un commissariamento generalizzato a tutto il territorio meridionale.

34Questa distorsione della spesa pubblica così costante e sistematica autorizza dunque a pensare che non sia l’efficace produzione di beni pubblici la prima finalità degli amministratori meridionali, ma che questa finalità costituisca solo un obiettivo secondario se non residuale, e che al di là dei pomposi programmi elettorali, la vera finalità sia quella di drenare risorse dai territori amministrati, sia per consolidare il potere dei rispettivi partiti o coalizioni, sia per coprire i costi crescenti della politica. In altre parole, la quantità di errori, di sperperi, di anomalie e di leggerezze che si registra in queste regioni nella gestione della spesa pubblica, può spiegarsi solo ipotizzando l’esistenza di una precisa volontà degli amministratori di operare in questa particolare direzione. Quando il malgoverno è costante nascono seri dubbi sulla sua casualità.

35Ma bisogna anche interrogarsi sul perché nel Mezzogiorno questo fenomeno si presenti come una regola, mentre nelle altre aree del paese rappresenti solo un’eccezione. La sola risposta a questa domanda è che solo il Mezzogiorno presenta quelle particolari specificità che alimentano l’appetito dei partiti e che garantiscono senza troppi rischi la politica degli affari. La prima di queste condizioni è rappresentata dal fatto che il Mezzogiorno, diversamente da quanto comunemente si crede, non è un’area povera di risorse. È anzi un’area ricca di risorse. Molte università e molte anche di buon livello; centri di ricerca di eccellenza; un patrimonio storico artistico di rilevanti proporzioni; un patrimonio ambientale e paesaggistico da fare invidia a mezzo mondo; una antica tradizione industriale; infine, il grande tesoro dei fondi speciali di provenienza nazionale ed europea. Potenzialmente, quindi, si tratta di un territorio che, se non fosse stato sistematicamente saccheggiato dalla politica degli affari, godrebbe sicuramente oggi di buona salute. A questo patrimonio di risorse occorre poi aggiungere due particolari condizioni, che sono negative per la popolazione locale ma che rappresentano delle facilitazioni per gli appetiti della politica. Una è l’enorme sacca di popolazione marginale che, sfiancata da decenni e decenni di indigenza, non ha giustamente nessuna remora a dare il proprio voto al primo politico che prometta un lavoro o un sussidio. La Campania in particolare presenta un mercato elettorale talmente vasto da fare gola a chiunque sia interessato al voto di scambio. L’altra condizione negativa che, come la prima, diventa un’opportunità per la politica degli affari è la presenza della così detta “zona grigia”, di un’area sociale, cioè, dove i confini tra legalità ed illegalità sono molto deboli, dove ogni tipo di transazione illecita è più facile che altrove, e dove la criminalità organizzata favorisce ed organizza l’incontro tra domanda ed offerta di transazioni illecite. Sotto questo aspetto, quindi, il Mezzogiorno costituisce l’unica realtà territoriale del paese caratterizzata sia dalla presenza di ingenti risorse, che dall’esistenza di condizioni sociali ed economiche che ne facilitano l’appropriazione da parte della politica.

36La seconda specificità è rappresentata dalla debolezza delle istituzioni e dalla carenza di ciò che viene oggi definito “capitale sociale”. Entrambe sono la conseguenza della sua lunga e tormentata vicenda storica e, cosa più insidiosa, finiscono per alimentarsi a vicenda. Da un lato, infatti, la debolezza del tessuto istituzionale ostacola la formazione dell’identità, della fiducia reciproca e delle reti di relazioni che danno vita al capitale sociale; dall’altro è proprio la carenza di “capitale sociale” che indebolisce a sua volta il tessuto istituzionale. Se quindi in riferimento alla prima specificità, il Mezzogiorno si presenta come un ampio mercato dove è possibile ogni tipo di affari, in riferimento a quest’ultimo aspetto esso assume invece il profilo di una società “anomica”, debolmente regolata se non addirittura deregolata, cosa che ovviamente facilita ulteriormente la discrezionalità nella spesa pubblica.

37Questi, dunque, i motivi per i quali il malgoverno locale costituisce la regola nelle regioni meridionali e solo l’eccezione nelle altre aree del paese, dove le risorse sono sotto il controllo del mercato e dove le istituzioni sono certamente più efficienti di quanto non accada al sud. Sono anche questi i motivi per cui, invece di essere interamente canalizzate nella direzione dello sviluppo produttivo, una parte almeno delle risorse di quest’area del paese prende altre direzioni, generalmente clientelari ed improduttive. E sono sempre questi i motivi che spiegano la presenza costante nel sud di una classe politica dirigente in apparenza mediocre ma che, invece, mediocre non deve essere, considerata la complessità della missione per cui è stata selezionata, quella di lavorare non per lo sviluppo economico e per la modernizzazione di questi territori, ma di lavorare soprattutto per gli interessi dei partiti e della politica in generale.

38Non è quindi la scarsezza di risorse il vero problema del Mezzogiorno, ma è lo squilibrio tra abbondanza di risorse e fragilità istituzionale. Ed è l’esistenza di questo squilibrio a stuzzicare gli appetiti dei partiti ed a generare, come si è detto, modelli di governance caratterizzati dall’uso improprio della spesa pubblica. Ad esempio, invece di rafforzare il tessuto produttivo ed il mercato in modo da creare ricchezza e ridurre la disoccupazione, sembra che gli amministratori di queste regioni facciano di tutto per trascurare imprese e mercato, in modo da attivare direttamente lo scambio tra consenso e posti di lavoro. Oppure, invece di controllare la regolarità degli interventi urbanistici, essi chiudono un occhio sulla assenza di piani regolatori, favorendo così l’abusivismo edilizio ed intascando altro consenso. O ancora, come è accaduto in Campania, invece di organizzare la raccolta differenziata e l’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti, la politica locale chiude un altro occhio sulle inadempienze dei comuni, lasciando che queste operazioni vengano svolte illegalmente dalla criminalità organizzata in cambio, ancora una volta, di voti. Insomma, mentre è noto da tempo che la sola strada per avviare lo sviluppo di un territorio è quella di rafforzarne le istituzioni, lasciando poi che il mercato e la società facciano la loro parte, nel Mezzogiorno è accaduto, ed accade, esattamente il contrario, nel senso che le amministrazioni locali non rafforzano le istituzioni ed intervengono direttamente nel mercato del lavoro, negli appalti pubblici, nei concorsi e nelle nomine, insomma nel grande giro di affari che matura dall’uso discrezionale della spesa pubblica.

39Ma per il funzionamento di questo tipo di governance, come si è detto, occorrono gli uomini adatti, occorrono cioè uomini capaci di operare discretamente nella “zona grigia”, politici, quindi, spregiudicati, ma con notevoli capacità manageriali e di mediazione. I leader politici che hanno sistematicamente prodotto il declino del Mezzogiorno, o che comunque non ne hanno mai agevolato lo sviluppo, non sono quindi dirigenti di secondo ordine ma solo dirigenti politici esperti in un particolare tipo di lavoro, che è quello di utilizzare la spesa pubblica in modo da ricavarne risorse per i partiti. Il problema, perciò, dell’insuccesso di Bassolino in Campania si spiega solo col fatto che non si è trattato di un insuccesso, ma della perfetta esecuzione del compito assegnatogli, quello cioè di governare la politica prima ancora della società. D’altra parte, quando egli stesso ha riconosciuto il fallimento della sua esperienza – come è stato già accennato in precedenza – si è subito affrettato a riconoscersi il merito di non aver mai perso in quindici anni un solo confronto elettorale, quasi a voler dire che ciò che veramente conta è il successo politico e non quello amministrativo.

40Se questo ragionamento è corretto, la conclusione che se ne deve trarre è che il problema del Mezzogiorno è un problema essenzialmente politico, e che fino a quando i partiti continueranno a rastrellare risorse di ogni genere da quest’area del paese, ad appropriarsi cioè del surplus dell’economia meridionale, sarà molto difficile che il divario con le regioni del centro-nord possa ridursi.

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Bibliografia

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Demarco M. (2007), L’altra metà della storia. Appunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino, Napoli, Alfredo Guida Editore.

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Masullo A., Scamardella C. (2008), Napoli siccome immobile (Aldo Masullo intervistato da Claudio Scamardella), Napoli, Alfredo Guida Editore.

Scotto di Luzio A. (2008), Napoli dai molti tradimenti, Bologna, il Mulino.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gerardo Ragone, «Un fallimento mascherato»Quaderni di Sociologia, 50 | 2009, 5-22.

Notizia bibliografica digitale

Gerardo Ragone, «Un fallimento mascherato»Quaderni di Sociologia [Online], 50 | 2009, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/757; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.757

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Autore

Gerardo Ragone

Facoltà di Sociologia - Università «Federico II», Napoli

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