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recensioni

Alfio Mastropaolo, Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico

Alon Helled
p. 149-152
Notizia bibliografica:

Alfio Mastropaolo, Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico, Bologna, il Mulino, 2023, pp. 336.

Testo integrale

1Alfio Mastropaolo, già docente di scienza politica e di sociologia politica e ora professore emerito presso l’Ateno di Torino, ha recentemente pubblicato un libro su Stato, rappresentanza, partiti e mercato (i quattro capitoli del volume). Codesta pubblicazione potrebbe sembrare un’opera magna di fine carriera, di chi potrebbe essere definito in inglese un out of the box thinker, considerando l’ampiezza intrinsecante, maestrata attraverso osservazioni analitiche riguardanti l’oceanica letteratura in tema e innumerevoli esempi empirici; un labirinto di nozioni e contro-nozioni coi quali lo studioso del politico ha tessuto nessi e interconnessioni tra le strutture sociopolitiche e socioculturali della nostra vita democratica, come istituzionalizzatasi in Occidente.

2L’approccio socio-storico e socio-politico dell’opera delinea e predilige pre-testo, con-testo e testo, – così empatizzati dall’autore lungo tutto il volume –, delle stratificazioni della democrazia rappresentativa a partire dalle sue origini sette e ottocentesche fino a giorni nostri. I sociologi di stampo eliasiano e/o bour-dieusiano si troverebbero nelle pagine che costruiscono la dinamicissima partita fra governanti e governati, dominanti e dominati. La disamina circa le intersezioni tra Stato, rappresentanza, partiti e mercato è ben rispecchiata dalla divisione in quattro capitoli tematicamente contigui, ma meritatamente approfonditi. Il primo capitolo è dedicato allo Stato. Quest’ultimo considerato un apparato di dominio differenziato. La ricostruzione storico-sociologica va oltre all’originario racket e al dominio del monopolio legittimo della violenza dello Stato moderno, teorizzato da Weber. Servizi, ordine, sicurezza e giustizia pro tempore sono i paramenti statali a cui lo Stato iscrive la propria crisi eterna, coltivando paradossalmente «legittimità, autorità, preminenza» (p. 32). Per giunta, credenza e fiducia simbolica sono ugualmente ponderate da Mastropaolo, adottando uno sguardo bourdieusiano circa la monopolizzazione del capitale simbolico dello Stato (e.g. lingua nazionale, città capitale, istruzione ed altre forme di unificazione, solitamente normativa); ritenuto costrutto organizzativo di riconoscimenti, patteggiamenti e compromessi, persino complicità e consenso, eterogeni miranti a stabilizzare, rafforzare e riprodurre le asimmetrie di potere, rendendole sopportabili ai sottoposti; pur tendendo conto della connaturata resistenza “foucaultiana” in relazione al disciplinamento statuale. Ciò permane nella costituzione del contratto Stato-cittadinanza, implicitamente sottoposto a continua verifica, da ambedue i lati contraenti. Secondo l’autore, vi è bricolage e ibridazioni materiali e istituzionali la cui adattabilità viene contestualizzata in diversi momenti-chiave della civiltà europea, poi occidentale. Si tratta di un assemblaggio instabile (flessibile) di relazioni per ogni dove, verticale o orizzontale che sia.

3Ed è in questo mosaico di sovranità, quando democraticamente incorniciato, che l’autore colloca la rappresentanza, oggetto d’analisi nel secondo capitolo, partendo dalla storia francese e inglese. Poi, il riconoscimento del sociale da parte dello Stato nel secondo dopoguerra, che agevolò il modello della cosiddetta social-democrazia, in seguito alle lotte tempestose per i diritti collettivi e in ugual misura alla tragica devastazione dei due conflitti mondiali. Partiti e sindacati divennero conseguentemente protagonisti, cioè rappresentanti, degli strati inferiori (tendenzialmente lavoratori de-mercificati). Un cumulo di rivendicazioni politiche dovette trovare canali di rappresentanza mediante mandati e mediatori. Come scrive Mastropaolo, ogni rappresentanza comporta «[L]a sfida dal punto di vista normativo è mettere tutti i rappresentati potenziali in condizione di farsi valere» (p. 108). Così facendo, contese e conflitti tra molteplici componenti del pluralismo sociale vengono depotenziati, evitando collisioni. Ciò non toglie la significativa, e per molti versi l’ordinaria, demagogia intrinseca alla rappresentanza. Tecniche di dosaggio e di esclusione costituiscono una dialettica, considerata spesse volte monodirezionale, tra rappresentati e rappresentanti, ove il concetto di nazione gioca un corpo collettivo, in occasione di elezioni, ben preconfezionato dallo Stato. Cionondimeno, la contesa per la rappresentanza coinvolge e implica anche attori e interessi mediatici e accademici, attorno a sondaggi e studi elettorali, sfidandosi accanitissimamente su come meglio interpretare la volontà reale del “popolo sovrano”. La spettacolarizzazione semplificatoria di tali pronunciamenti complica ulteriormente la lettura delle varie constituencies, vista che «[L]’aritmetica dei dati non è affatto scontata» (p. 112). Il compito è ancora più arduo alla luce della transizione da una rappresentanza “fidelizzata” a quella “occasionale” laddove perfino i partiti tradizionali, popolari o confessionali, emulano l’informalità concorrenziale dei nuovi partiti “pigliatutto” adattandosi al pretesto del momento, alla contingenza propiziata dai media. Tutto ciò accade all’interno dei regimi rappresentativi, escogitatori della tecnica di conduzione pacifica dei conflitti sociali; detto diversamente: «seppure condotta con altri mezzi, è sempre guerra» (p. 152).

4Nel terzo capitolo, l’autore riprende un tema, già ben intravisto nel capitolo precedente, ovverosia i partiti come imprese di rappresentanza, la loro storia articolata attorno a processi produttivi e andamenti di costume. Egli cita e setaccia studiosi, quali Kirchheimer, Katz & Mair, Schattschneider, Panebianco e molti altri, con lo scopo di decifrare le tipologie di rappresentanza prepolitica e politica. Descrivendo processualmente i pre-testi e con-testi mutevoli del tessuto sociale in Occidente, modellati da esperienze made in Usa e importate in Europa, Mastropaolo soppesa l’azione distorsiva della rappresentanza, i claims generazionalmente differenziati e differenziabili nelle forme (anche più provvisorie quali i movimenti) della dialettica democratica. Il capitolo ricostruisce trasformazioni che concernono in primo luogo i partiti notabilari, e poi quelli di massa mostrando l’ibridazione tra organizzazione nazionale e insediamenti locali, l’eterogeneità e la competizione interna, nonché l’adattabilità dei partiti come corpi intermedi, oggidì decaduti. Attraverso la dissezione di teorie politologiche e studi sociologici, mostrando una sensibilità storica assai notevole come suggerisce il titolo del volume, fenomeni come l’autoriforma dei partiti in “catch-all” o “cartel parties”, leaderismo, la costruzione (inter)relazionale di attori politici established e outsider, populismo e simili, vengono perimetrati e contestualizzati. Quantunque possano essere le sfide cica il ruolo dei partiti, l’autore ritiene che «[L]a grande partita dei partiti è sempre stata disseminata d’imprevisti e di nuove invenzioni. È presto darla per conclusa» (p. 225).

5Il quarto capitolo s’interroga sull’ibridazione genetica, ma non necessaria, tra Stato e mercato, dacché quest’ultimo divenne concorrente al regime politico. Mastropaolo giustappone le dinamiche di rappresentanza democratica in relazione al mercato iper-capitalista, finanziario e tecnologico, globalizzato e globalizzante, onnivoro nelle sue ambizioni e nei suoi modi d’azione (e.g. azioni e obbligazioni, debiti e fondi d’investimento). Il fondamentalismo di quest’ultimo. Le rondini del market turn, portarono in voga le accuse di burocratizzazione eccessiva, costi della politica e delle politiche pubbliche, dipendenza, marginalità, assistenzialismo contro l’operato della democrazia rappresentativa socialmente conciliante e impegnata. Personificato dal Thatcherismo e Reaganismo, in qualità di terapia d’urto ai tumultuosi accadimenti del 1968 e della crisi petrolifera del 1973, un ibrido di governance privatizzante e individualista vide la luce. Uno spoils system manageriale mise fine alla attribuitasi terzietà dello Stato. Nomine fiduciarie, new public management, accountability, logiche finanziarie di too big to fail, disintermediazione e brokeraggio politico e governabilità entrarono a fare parte dei rapporti Stato-rappresentanza-politica profondamente mercatizzati; ossia una deriva individualista radicalmente imprenditoriale. Conseguenza: una società, divisa e frammentata in individui che o riescono a profittare dei nuovi diktat della devolution socioeconomica, oppure si difendono dal connubio Stato-mercato; anche attraverso forme di resistenza astensionismo o antipolitica. Consolidatasi una nuova fisionomia socioculturale, adattata al capitalismo attuale, il locus fondamentale dell’ordine democratico e dell’interesse generale è andato scemando. La politica mediatizzata ormai avanza sulla spettacolarizzazione antagonistica della contesa politica, del direttismo presidenzializzante di una leadership personalizzata. La spaccatura è tra antipartitismi monocratici e democratici, nonché nostalgici di vario tipo, sebbene prevalentemente di destra estrema. Tutto ciò soffoca e depotenzia gli organismi collettivi. È il risultato di tendenze quali le peopolisation, informalizzazione delle forme democratiche, ma soprattutto della brutalizzazione mossiana di costumi e mentalità, nonché della rimilitarizzazione dei conflitti sociali progressivamente polarizzati.

6Giunto al termine, l’autore propone al lettore un postscriptum fatto di osservazioni più personali circa la gradualità con la quale il conflitto sociale viene occultato, squalificato e colpevolizzato da un’agenda pro-market che mette in concorrenza i disuguali, mentre le democrazie occidentali testimoniano la sottovalutazione e la volubilità del dissenso, la distorsione e la rimozione del voto di rappresentanza ritenuto “antipolitico”, benché «il sentimento di abitare un mondo ingiusto [sia] bene all’erta» (p. 316). Il rischio di trovarci intrappolati in una democrazia sempre più esclusiva è ben reale. Di certo, l’intertestualità descritta da Mastropaolo non manca di critica sociale di colui che invita il lettore ad affidarsi alla conoscenza, allo studio alla ricerca al fine di dubitare, capire, spiegare, criticare e inventare per potersi preparare delle alternative, alquanto rispettabili per lo studioso, dato che «[I]l futuro è sempre aperto, anche quando sembra più fosco. La sola cosa che sappiamo è che può accadere di tutto» (p. 323). Rispetto a talune pretese avalutative, più o meno autentiche, Mastropaolo inquadra una parte, dotta e ragionata, per qualsivoglia lettore, accademico esperto o semplicemente interessato, affermando che gli interessi individuali sono molteplici e che la loro aggregazione richiede una certa abilità di collettivizzazione con lo scopo di vitalizzare una rappresentanza che rischia l’esclusività per via di disuguaglianze mal governate. In tal senso, il volume esprime dettagliatamente genus, conditio, qualitas relativi sia all’autore, in quanto studioso raro e ribelle, sia all’intento originale dell’opera: lo svisceramento dell’agire democratico in un’epoca globalizzata ove le differenziazioni sociali e politiche raggiungono livelli alti di precarietà e i condizionamenti di un capitalismo tecnologico e finanziario si fanno sentire diffusamente.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alon Helled, «Alfio Mastropaolo, Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico»Quaderni di Sociologia, 91 - LXVII | 2023, 149-152.

Notizia bibliografica digitale

Alon Helled, «Alfio Mastropaolo, Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico»Quaderni di Sociologia [Online], 91 - LXVII | 2023, online dal 01 avril 2024, consultato il 22 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/6848; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.6848

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Autore

Alon Helled

Dipartimento di Culture, Politica e Società – Università di Torino

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