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Il Mezzogiorno nella trappola dello sviluppo intermedio: un’interpretazione neo-schumpeteriana della mancata convergenza

The Southern Italy in the intermediate development trap: a neo-schumpeterian interpretation of the missed convergence
Antonio Russo
p. 117-148

Abstract

The article analyzes the evolution of the gap between the Centre-North and the South of Italy during the transition from the Fordist techno-economic paradigm to the learning economy paradigm, and the consequent impact on development policies. According to the discussed hypothesis, in order to support the South of Italy in overcoming the middle-income trap, it appears necessary to shift from convergence policies to innovation policies. The former, at least during a certain phase of the Extraordinary Intervention, triggered a catching-up dynamic in the southern economy. However, over time, the South gradually lost its push towards convergence, leading to a situation where it fell into the middle-income trap. The presence of multiple deficits, both in the national innovation system and in regional systems, significantly limits the development potential in the South area.

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Testo integrale

1. Introduzione

1Il Mezzogiorno, dopo molti decenni di Intervento Straordinario e di Politica Europea di Coesione, non solo non è riuscito a recuperare lo storico divario con le Regioni del Centro-Nord, ma sembra ormai essere caduto nella trappola dello sviluppo intermedio (Viesti, 2021). Di conseguenza, risulta poco attrattivo per l’insediamento di imprese che, nelle catene globali del valore (Gereffi, 1994; Greco, 2022), espletano funzioni replicative e altamente standardizzate, e fanno della compressione dei costi il loro principale vettore competitivo; queste, tipicamente, localizzano nelle economie periferiche a basso costo del lavoro. Ma l’ecosistema territoriale meridionale appare poco attrattivo anche per l’insediamento di aziende high-tech e di quelle che operano nei segmenti generativi delle catene globali, che privilegiano la localizzazione in aree centrali ad alta capacità innovativa, dotate delle infrastrutture materiali, immateriali e tecno-scientifiche più avanzate, capaci di supportarne la competitività dinamica (Rullani, 2004; 2008). Sul primo versante, il Mezzogiorno presenta costi troppo elevati per risultare competitivo rispetto alle economie più periferiche; sul secondo fronte, non costituisce un eco-sistema territoriale dinamico, mancando quello stock di risorse materiali e immateriali avanzate indispensabili per conferirgli vantaggi competitivi sofisticati. Secondo l’ipotesi esplicativa discussa nel presente lavoro, le cause di tale situazione di contesto vanno fondamentalmente rintracciate in tre ordini di fattori, tra loro interconnessi:

  1. la transizione da un’economia industriale di matrice fordista alla learning economy (Lundvall, Johnson, 1994) con conseguente crescita dell’importanza dell’innovazione tecnologica come leva per lo sviluppo (Frey, 2020; Aghion et al., 2021). Questi due diversi paradigmi tecno-economici incorporano differenti modelli competitivi e di accumulazione capitalistica. Nel modello fordista la competitività delle imprese si fondava sulle economie di scala, sull’efficiente regolazione gerarchica della produzione e sull’agglomerazione della stessa in grandi poli industriali. Nel corrente paradigma tecno-economico la competitività si basa sulle economie di rete, sulla capacità di operare lungo la frontiera tecnologica e sull’inserimento in dinamiche catene globali del valore. A grandi linee, dunque, la produttività costituiva la principale leva competitiva per le grandi aziende fordiste verticalmente integrate, mentre nella learning economy la competitività è prevalentemente fondata sull’innovatività;

  2. il mancato passaggio da politiche per la convergenza a politiche per l’innovazione; dato il punto 1, il ricorso a politiche per l’innovazione è condizione necessaria per superare la middle income trap (Acemoglu et al., 2006);

  3. i deficit presenti sia nel sistema nazionale di innovazione italiano (Donatiello, Ramella, 2017) che nei sistemi regionali di innovazione meridionali accrescono le difficoltà di realizzare efficaci politiche per l’innovazione.

2Nell’ultimo trentennio nel Mezzogiorno, si cercherà di argomentare, non è stata attuata una necessaria transizione da politiche per la convergenza – a sostegno della produttività – a politiche per l’innovazione, a supporto del dinamismo tecnologico, e ciò ha concorso a bloccare la dinamica di catching up che pure si era innescata per una certa fase, facendo avvitare l’economia meridionale nella trappola dello sviluppo intermedio. A riguardo occorrono due precisazioni. In primo luogo, nella seguente trattazione il Mezzogiorno sarà trattato come un’area tendenzialmente omogenea, senza scendere a un maggiore livello di dettaglio territoriale disaggregando i dati medi. Il lavoro è orientato a evidenziare le dinamiche mediamente dominanti entro un Mezzogiorno nel quale, comunque, continuano a sussistere rilevanti differenze interne e cluster territoriali connotati da relativo dinamismo tecnologico-produttivo (Casavola, Trigilia, 2012; Avola et al., 2013; Russo, 2014; Guarascio, 2023). Secondo, la questione della mancanza di adeguate politiche per l’innovazione tecnologica è una problematica che riguarda l’intero sistema-paese ma che, nel Mezzogiorno, si estrinseca in misura più accentuata, data l’intrinseca debolezza del suo apparato produttivo.

3Il problema dello sviluppo nel Mezzogiorno attuale, secondo la linea argomentativa discussa di seguito, non è solo (e non è tanto) quello di una bassa produttività, ma è soprattutto un problema legato alla scarsa innovatività delle imprese meridionali che, in tale macro-area (seppure con tutte le sue differenze interne) non trovano un ecosistema idoneo a supportarne la competitività dinamica e, di conseguenza, lo sviluppo. Nella learning economy le politiche pubbliche hanno acquisito un ruolo decisivo per sostenere la competitività delle aziende e lo sviluppo territoriale, ma nel Mezzogiorno manca – allo stato attuale – un quadro articolato di politiche (sia regionali che sovra-regionali) in grado di supportare l’innovatività. Implicita, nell’ipotesi alla base del lavoro, è l’idea che ogni paradigma tecno-economico incorpori specifiche forze produttive e correlati modelli organizzativi della produzione e che, al variare del paradigma, anche le politiche a sostegno dello sviluppo debbano essere più o meno profondamente riprogettate, sia nelle modalità di regolazione, sia nei relativi obiettivi.

4L’articolo presenta la seguente struttura: la prima parte è dedicata alla discussione delle caratteristiche del paradigma tecno-economico fordista e delle politiche per la convergenza che, in questa fase – nell’ambito dell’Intervento Straordinario – hanno consentito di attivare una dinamica di catching-up nel Mezzogiorno. La seconda parte del lavoro è dedicata all’analisi della learning economy e delle difficoltà che il Mezzogiorno attuale fronteggia all’interno di questo nuovo paradigma, in assenza di efficaci politiche per l’innovazione. Seguono delle considerazioni di ordine conclusivo.

2. Paradigmi tecno-economici, dinamiche competitive e sviluppo territoriale

5Il concetto di paradigma tecno-economico, originariamente sviluppato da Carlota Perez (1983), pone in evidenza lo stretto nesso che interconnette l’assetto istituzionale alle tecnologie dominanti in un dato momento storico (Freeman, 1991). Per utilizzare in modo efficace tali tecnologie ogni economia deve dotarsi di un appropriato assetto istituzionale, compatibile con esse. Gli ambienti istituzionali adeguati ad uno specifico paradigma tecno-economico, tuttavia, potrebbero non essere tali per altri. Sussiste, infatti, uno stretto nesso tra ambiente istituzionale e innovazione tecnologica, nella misura in cui l’innovazione a) distrugge le rendite di posizione consolidate (Olson, 1984; Acemoglu, Robinson, 2013; Aghion et al., 2021) e, di conseguenza, b) necessita di un ambiente istituzionale adeguato non solo per essere generata, ma anche per propagarsi e diffondersi (North, 2002; Mokyr, 2004; Frey, 2020).

6Dato a), c’è il rischio che una volta prodotta l’innovazione venga soppressa: «Uno dei motivi per cui la crescita economica è ristagnata per millenni è che il mondo è rimasto imprigionato in una trappola tecnologica in cui le tecnologie che sostituiscono il lavoro umano erano regolarmente e vigorosamente contrastate per il timore del loro potere destabilizzante» (Frey, 2020, 13). La dinamica schumpeteriana della distruzione-creatrice (Schumpeter, 2001), attivata dall’innovazione tecnologica, implica, quindi, effetti altamente perturbanti sul piano sociale e politico; di conseguenza, le élite economicamente e politicamente più influenti cercano di contrastarla, per preservare le rendite di posizione che ricavano dallo status quo (Olson, 1984; North, 2002; Acemoglu, Robinson, 2013).

7Anche le politiche per l’innovazione tecnologica, di riflesso, risultano fortemente destabilizzanti, nella misura in cui attivano estesi processi di distruzione-creatrice che erodono le rendite sedimentate nella struttura socio-economica: «la distruzione creatrice è quel processo in virtù del quale un flusso incessante di innovazioni e soluzioni inedite rende via via obsolete le tecnologie esistenti, nuove imprese vengono continuamente alla ribalta per fare concorrenza alle realtà già operanti, e un costante ricambio di posti di lavoro e mansioni sostituisce a mano a mano le vecchie attività con le attività di altro genere. La distruzione creatrice è quel motore che garantisce la costante reinvenzione del capitalismo e la sua riproduzione nel tempo, ma è anche fonte di rischi e sconvolgimenti che occorre saper regolare e orientare nel modo giusto» (Aghion et al., 2021, 17).

8Le economie avanzate, dalla prima Rivoluzione Industriale in poi, hanno sostenuto la dinamica dello sviluppo appunto grazie alla capacità di riconfigurare costantemente, e con successo, il loro ambiente istituzionale, rendendolo compatibile con la moderna scienza e tecnologia (Mokyr, 2004; Rosenberg, Birdzell, 2008); questo nucleo ristretto di economie, inoltre, è riuscito a generare al proprio interno un equilibrio (sebbene precario e soggetto a continue perturbazioni) tra innovazione tecnologica, mutamento economico e interessi dei vari gruppi sociali (North, 2002; Frey, 2020; Aghion et al., 2021). Ciò ha fatto sì che le innovazioni producessero ampi cambiamenti strutturali, bypassando l’azione frenante tipicamente dispiegata dalle élite ostili al mutamento e interessate a preservare lo status quo (Acemoglu, Robinson, 2013; Aghion et al., 2021). Un efficiente utilizzo economico delle tecnologie disponibili dipende, dunque, dall’assetto istituzionale (North, 2002; Mokyr, 2004). Non solo: anche le politiche – macroeconomiche, industriali, per lo sviluppo – devono necessariamente modificarsi al variare del paradigma tecno-economico per risultare realmente efficaci (Aghion et al., 2021).

9Focalizzando il discorso sul framework temporale oggetto dell’articolo, dagli anni Cinquanta ad oggi si sono susseguiti due paradigmi tecno-economici fondamentali: a) quello fordista, entrato in crisi a metà anni Settanta con l’emergere della specializzazione flessibile (Piore, Sabel, 1987), e b) il paradigma della learning economy. Il primo si fondava sulla produzione di massa realizzata in grandi aziende verticalmente integrate, che sfruttavano l’organizzazione scientifica (taylorista) del lavoro per accrescere la produttività e l’efficienza (ivi); il secondo si basa sulle tecnologie informatiche, l’intelligenza artificiale, la stampa additiva (Schwab, 2016; Baldwin, 2020; Brynjolfsson, McAfee, 2020); in esso le imprese leader espletano funzioni generative nelle catene globali del valore e fondano la loro competitività sull’innovazione continua, catturando ampie economie di rete e di agglomerazione (Rullani, 2004; 2008).

10Nel primo paradigma, dunque, la leva competitiva era prevalentemente (ma non esclusivamente) costituita dalla produttività, nel secondo dall’innovatività. Produttività e innovatività, beninteso, costituiscono strategie competitive complementari più che alternative (i maggiori guadagni di produttività si ottengono proprio attraverso l’innovazione), sebbene nei vari paradigmi tecno-economici tenda talvolta a prevalere la prima (come in quello fordista) talaltra la seconda (come nella learning economy). Chiarisce a tale riguardo Giacomo Becattini (2000, 29): «la competitività di una fonte di offerta sul mercato viene ad essere definita sia dalla sua produttività (capacità di conseguire un costo di produzione per un dato prodotto) che dalla sua innovatività (velocità di spostamento efficiente nella gamma di processi produttivi, delle forme organizzative e dei mercati di sbocco). Esistono certamente dei trade-off tra le due dimensioni della competitività, ma ci sono anche importanti discontinuità». A questi due paradigmi corrispondono altrettanti modelli di politiche per lo sviluppo: quelle per la convergenza e quelle per l’innovazione.

3. Le politiche per la convergenza nella teoria neoclassica

11La distinzione tra politiche per la convergenza e politiche per l’innovazione come leva per superare la middle income trap è ripresa da Acemoglu et al. (2006). Le politiche per la convergenza spingono le imprese operanti nelle aree in ritardo di sviluppo – perlopiù molto distanti dalla frontiera tecnologica – ad adottare le tecnologie esistenti e a sfruttarle al meglio (explotation) per ridurre il divario e colmare il gap (ibidem), oltre a migliorare i collegamenti infrastrutturali in modo da ridurre le frizioni alla circolazione delle merci e accrescere, così, la dimensione del mercato di sbocco potenziale.

12Le politiche per l’innovazione, diversamente, supportano le imprese nei processi generativi di nuove tecnologie (exploration), promuovendo dinamiche schumpeteriane di distruzione-creatrice, forti discontinuità nelle traiettorie tecnologiche e dello sviluppo. Le politiche per la convergenza seguono un approccio che si potrebbe definire imitativo per potenziare la produttività, quelle per l’innovazione un approccio generativo di nuove conoscenze tecnologiche, a sostegno dell’innovatività. Le prime promuovono lo spostamento delle aziende verso la frontiera tecnologica, le seconde stimolano le aziende a spostare in avanti la frontiera tecnologica, attivando complessi processi trasformativi anche sul piano socio-economico. Le politiche per la convergenza risultano efficaci fino a un certo livello di sviluppo economico, poi occorre passare a quelle per l’innovazione per sostenere ulteriori avanzamenti, man mano che le imprese si avvicinano alla frontiera tecnologica e che entrano in gioco i rendimenti decrescenti del capitale (Acemoglu et al., 2006).

13Le politiche per lo sviluppo economico, articolate dallo Stato nella fase fordista, ricalcavano fondamentalmente l’idealtipo delle politiche di convergenza e, in linea con l’impostazione già suggerita da Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni, erano orientate essenzialmente ad accrescere la produttività del lavoro, attraverso a) una maggiore divisione del lavoro all’interno di grandi complessi industriali verticalmente integrati e b) l’espansione dell’accumulazione del capitale. Questi due vettori di sviluppo erano considerati da Smith interdipendenti (1975, 388): «come l’accumulazione del capitale deve naturalmente essere anteriore alla divisione del lavoro, la divisione del lavoro può progredire soltanto in proporzione alla preventiva e graduale accumulazione del capitale». Entro l’impostazione smithiana accumulazione di capitale e divisione del lavoro dipendono, e sono limitate, dalla dimensione del mercato. Migliorando i collegamenti infrastrutturali, che rendono più agevole lo spostamento della merce nello spazio, l’estensione del mercato aumenta, con conseguenti effetti positivi sull’accumulazione del capitale e sulla divisione del lavoro.

14L’impostazione smithiana è stata poi modellizzata nell’ambito sia della teoria keynesiana della crescita, sia in quella neoclassica, pervenendo così ad influenzare direttamente le politiche a sostegno della crescita nel corso del XX secolo. Proprio entro la teoria della crescita keynesiana e neoclassica possono essere rintracciate anche le basi teoriche delle politiche di convergenza. Il modello keynesiano di crescita di Harrod (1939) spiegava il fenomeno della crescita economica appunto in funzione dell’accumulazione e della produttività del capitale, mentre il cambiamento tecnico era esogeno al modello stesso. Entro tale modello, la produzione cresce all’aumentare del capitale, e con l’espansione dello stock di capitale il Pil aumenta collateralmente, anche in assenza di progresso tecnico. Il modello di Domar (1946), come il modello di Harrod, sottolineava il ruolo degli investimenti, e dell’accumulazione di capitale, per mantenere l’economia lungo un sentiero di crescita stabile ed equilibrato nel lungo periodo. Il volume degli investimenti, a sua volta, nel modello era condizionato dalle aspettative di profitto degli imprenditori (gli animal spirits, come definiti da Keynes nella Teoria generale). Laddove – come nelle aree arretrate – le aspettative di profitto risultano scarse, gli investimenti privati sono insufficienti per promuovere la crescita, ed entra così in gioco il ruolo sostitutivo dello Stato.

15Un’importante implicazione del modello (neoclassico) di crescita esogena proposto da Robert Solow (1956) è connessa all’ipotesi dell’aggancio (Abramovitz, 1986) e al riassorbimento dei divari di reddito tra economie avanzate ed arretrate. Sotto ipotesi di rendimenti decrescenti del capitale (Solow, 1956; Barro, Sala-i-Martin, 1991) e che tutte le economie (arretrate e avanzate) incorporino la medesima funzione di produzione – disponendo quindi delle stesse tecnologie – quelle più povere presenterebbero tassi di crescita potenzialmente più elevati rispetto alle economie più ricche, e un maggiore rendimento marginale del capitale. Il più alto rendimento dovrebbe indurre un consistente afflusso di capitale verso le economie arretrate le quali, facendo anche leva sui vantaggi dell’arretratezza (Gerschenkron, 1962), potrebbero così alimentare una veloce dinamica di catching-up. Di conseguenza, il reddito pro-capite e la produttività del lavoro delle aree meno sviluppate dovrebbero convergere, nel lungo periodo, verso i livelli propri delle aree più avanzate, data la veloce crescita delle prime e la lenta crescita che dovrebbe connotare le economie ad alto reddito.

16L’arretratezza economica era quindi interpretata, sia nel modello Harrod-Domar che in quello di Solow, come assenza di capitale sufficiente per attivare lo sviluppo. Da ciò derivava un ovvio suggerimento di policy: lo Stato doveva fornire, alle aree arretrate, il capitale necessario a innescare la crescita, attraverso un approccio esogeno e top-down, favorendo così la convergenza. Tale impostazione ha avuto un ruolo centrale nella fase d’industrializzazione (Saraceno, 1986) dell’Intervento Straordinario per il Mezzogiorno (Russo, 2022).

4. L’Intervento Straordinario e l’attivazione della convergenza Nord-Sud

17L’Intervento Straordinario venne avviato dal governo italiano nei primi anni Cinquanta con l’obiettivo di coordinare le politiche e gli interventi dello Stato centrale a sostegno dello sviluppo delle regioni meridionali (Trigilia, 2001; La Spina, 2003). Nella loro eterogeneità, questi interventi si configuravano come politiche per la convergenza di matrice smithiana tese a rafforzare l’insufficiente accumulazione di capitale interna al Mezzogiorno e il carente livello endogeno di investimento industriale, considerate le cause fondamentali della sua arretratezza. Di qui la necessità di un intervento pubblico esogeno orientato alla «programmazione simultanea di numerose industrie complementari» (Rosenstein-Rodan, 1966, 225), in grado di fornire un big push all’economia arretrata. Per la teoria dello sviluppo equilibrato (approccio elaborato da Ragnar Nurske sulla scia dell’impostazione di Paul Rosenstein-Rodan) l’intervento dello Stato era indispensabile per strutturare simultaneamente un sistema complementare di imprese, in modo che ognuna fornisse un mercato di sbocco per i prodotti dell’altra. Nelle aree economicamente arretrate, difatti, si riteneva che l’industrializzazione fosse essenzialmente ostacolata dalla limitata dimensione dei mercati (Nurske, 1952; 1972). Quest’ultima articolerebbe un tipico circolo vizioso della povertà su un duplice versante: dal lato della domanda, i bassi redditi (riflesso della scarsa produttività, conseguenza di una limitata disponibilità di capitale) circoscrivono la domanda effettiva e la dimensione del mercato interno; dal lato dell’offerta, il basso reddito riduce l’accumulazione di capitale e l’investimento, con feedback negativi sulla produttività (torna qui il problema smithiano dell’accumulazione a sostegno della divisione del lavoro). Per superare tali circoli viziosi gli economisti dello sviluppo suggerivano di ricorrere all’innesto di poli industriali tecnologicamente avanzati. Tale strategia venne espressamente postulata da Francois Perroux (1966). Grandi complessi industriali si riteneva potessero generare una rapida crescita economica in un’area arretrata, con effetti propagativi territoriali ed economie di agglomerazione proporzionali alle dimensioni degli impianti produttivi e alle relative economie di scala (ivi, 171).

18Le analisi di Nurske, Rosenstein-Rodan e Perroux – così come il modello Harrod-Domar e il modello di Solow – ponevano l’accento sullo stretto nesso tra accumulazione di capitale e produttività del lavoro quali leve fondamentali per lo sviluppo, mentre il ruolo espletato dall’innovazione tecnologica, entro tali contributi, restava piuttosto inesplorato e sottotraccia. Le implicazioni di policy, derivanti da questi lavori seminali, vennero poi incorporate nelle scelte di investimento della Cassa per il Mezzogiorno (Russo, 2022), almeno nelle fasi iniziali (sulla complessa vicenda dell’industrializzazione del Mezzogiorno, e dell’Intervento Straordinario nelle sue varie fasi, si rimanda a Barca, 1997; Trigilia, 2001; La Spina, 2003; Giannola, 2010; Bianchi et al., 2011).

Fig. 1. Variazione percentuale Pil pro-capite 1952-2019

Fig. 1. Variazione percentuale Pil pro-capite 1952-2019

Fonte: elaborazione su dati Istat e Svimez (2021).

19L’economia italiana, nel secondo dopoguerra, entrò in una fase di espansione fino a metà anni Settanta (fig. 1). La crescita fu trainata dall’industrializzazione e dal contestuale spostamento di forza-lavoro dall’agricoltura al comparto secondario, connotato da maggiore produttività. Il Mezzogiorno beneficiò del miracolo economico italiano, sebbene solo tra i primi anni Sessanta e metà anni Settanta si attivò una reale dinamica di catching-up (fig. 1), sull’onda degli investimenti infrastrutturali e delle politiche di industrializzazione attuate attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e le partecipazioni statali (Felice, 2007; Russo, 2022). Scarsa attenzione venne invece prestata alla promozione dell’innovazione tecnologica nel Mezzogiorno, alla qualità del suo ambiente istituzionale e alla necessità di supportare i processi di distruzione-creatrice. Del resto, in pieno clima fordista, le preoccupazioni per la produttività – centrali anche nei modelli discussi in precedenza – erano preminenti rispetto a quelle per l’innovatività. Inoltre, la stessa dinamica tecnologica era meno intensa, con un ciclo di vita dei prodotti più lungo.

20Nonostante ciò, la spinta fornita da tali investimenti – coniugandosi con gli ancora rilevanti flussi migratori in uscita dal Mezzogiorno – promosse una crescita del prodotto per abitante maggiore di quella registrata nel resto del Paese (fig. 1). Gli investimenti industriali contribuirono anche a ridurre i rilevanti divari di produttività esistenti su scala nazionale, esattamente come previsto dalle teorie discusse in precedenza. Fatta pari a cento la produttività delle Regioni del Centro-Nord, quella meridionale nel comparto agricolo passò dal 79% del 1951 al 91% del 1971, e quella industriale dal 76,4% al 99,1% nello stesso arco temporale (Iuzzolino et al., 2011, 34). La strategia di industrializzazione per poli contribuì, e in misura decisiva, a tale risultato. I divari di produttività Nord-Sud, tuttavia, ripresero nuovamente a crescere da metà anni Settanta, con il ridursi dell’efficacia della strategia di industrializzazione e il declino del fordismo. Un trend che tuttora persiste, come si vedrà di seguito.

21Il declino della produttività meridionale, coniugandosi con l’abolizione delle gabbie salariali, peggiorò drasticamente la competitività del Mezzogiorno, a causa della veloce convergenza del costo del lavoro locale ai livelli medi nazionali, con effetti negativi sullo strutturale squilibrio tra domanda e offerta nel mercato meridionale del lavoro. La conseguente e rapida crescita relativa del costo del lavoro per unità di prodotto in tale macro-area inibì, in modo persistente e duraturo, l’espansione della base occupazionale (De Philippis et al., 2022), riducendo la competitività e le convenienze localizzative offerte dalle aree industriali meridionali. Col tempo, la persistenza dello storico divario territoriale risultò sempre più legata proprio all’incapacità del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno, di assorbire l’offerta locale (Bianchi et al., 2011), un mismatching peggiorato dal disallineamento strutturale tra produttività e salari (Boeri et al., 2021) avviatosi proprio con l’abolizione delle gabbie salariali.

22Del resto, l’espansione della base industriale meridionale è risultata insufficiente sia sul piano quantitativo, per assorbire la forza-lavoro locale, sia su quello qualitativo, per fronteggiare i radicali mutamenti dello scenario competitivo e tecnologico innescatesi a partire dagli anni Settanta (Iuzzolino et al., 2011). Cosa non meno rilevante, i poli industriali, inoculati per via esogena, frequentemente non si sono radicati nel locale tessuto produttivo, né hanno generato filiere autoctone orientate a soddisfare la crescente domanda di beni di consumo proveniente da una società locale in rapida trasformazione (Viesti, 2021). La concorrenza delle più dinamiche aziende del Centro-Nord, inoltre, ha spinto fuori mercato molte imprese locali prima che potessero crescere e rafforzarsi, con una rilevante perdita di aree industriali specializzate nel Mezzogiorno già tra gli anni Cinquanta e Sessanta (Barca, 1997).

23Con il decentramento a livello regionale dei processi decisionali (dopo l’attivazione delle Regioni a statuto ordinario), inoltre, anche l’Intervento Straordinario perse gran parte della sua efficacia, sotto l’azione asfittica delle pressioni particolaristiche ed elettoralistiche (Trigilia, 2001; La Spina, 2003; Russo, 2022). In tale frangente storico le reti clientelari si rafforzarono, alimentando una progressiva deriva assistenzialistica della Cassa per il Mezzogiorno, sempre più orientata a preservare le rendite di posizione dei gruppi socio-economici politicamente più influenti (Russo, 2016), con una conseguente frammentazione e dispersione a pioggia delle risorse (Trigilia, 2001; La Spina, 2003; Felice, 2007).

24A depotenziare ulteriormente l’efficacia dell’Intervento Straordinario concorse anche la scarsa attenzione al mutato quadro tecnologico e al ruolo che l’innovazione andava assumendo entro uno scenario competitivo in rapida evoluzione. L’emergente paradigma tecno-economico della learning economy, del resto, stava modificando irreversibilmente l’assetto strutturale sul quale le politiche per la convergenza intervenivano: «the post fordist has brought into being the new constellations of knowledge and learning in the economy. These may be related to three interconnected phenomena. The first relates to the development of the information, computer and the telecommunication technologies (Itc), the second to the movement towards flexible specialisation; and the third to changes in the process of innovation […]. Continuing, incremental innovation has become a necessity for the survival of firms. This process emanates from interactive learning taking place at a great number of interfaces inside and outside the firm» (Lundvall, Johnson, 1994, 24-25). Così l’innovatività, come fonte di competitività, iniziò a prevalere sulla produttività: «In un mercato mondiale come quello di oggi, in cui dilagano i processi di saturazione rapida della domanda di ogni dato tipo di prodotto, cresce l’importanza dell’innovatività rispetto alla produttività, nel determinare la competitività di ogni data fonte di offerta» (Becattini, 2000, 29).

5. La learning economy e le politiche per l’innovazione

25Nella learning economy «know-how is at the very centre of economic process. What makes the economy grow is new combinations in the forms of new methods and new product and, in a sense, knowing how to do and change things is more difficult to learn, than it is to learn about fact and science» (Lundvall, Johnson, 1994, 29). Nell’alveo di questo nuovo paradigma si concretizza il passaggio dalla produzione di massa fordista a un modello sempre più diversificato e flessibile di produzione e di accumulazione (Harvey, 2002); in esso, alle grandi aziende ad integrazione verticale subentrano nuove e più snelle configurazioni produttive come le reti di imprese e le imprese a rete (Becattini, 2000; Porter, 2001).

26Sul piano dell’economia internazionale, la globalizzazione e l’articolazione di catene globali del valore hanno riconfigurato profondamente la geografia produttiva e la divisione internazionale del lavoro (Gereffi, 1994; Gereffi, Korzeniewicz, 1994; Baldwin, 2018). Anche le nuove tecnologie applicate alla sfera della produzione industriale e dei servizi – dalla stampa additiva, ai robot, all’intelligenza artificiale (Baldwin, 2020; Brynjolfsson, Mcafee, 2020; Schwab, 2016) – hanno contribuito a ridefinire profondamente le logiche dell’accumulazione capitalistica (Frey, 2020; Aghion et al., 2021) e dello sviluppo territoriale. Nella learning economy la conoscenza e l’innovazione diventano le principali leve competitive (Rullani, 2004), acquisendo il ruolo che la produttività espletava nell’ambito del sistema fordista.

27In tale nuovo paradigma, dunque, gli agenti economici per innovare devono anzitutto imparare ad apprendere, e accumulare conoscenza. Di qui la nuova centralità – enfatizzata dagli innovation studies (Ramella, 2013) – assunta dalle infrastrutture scientifiche e tecnologiche presenti sul territorio (come le università, i centri di ricerca ecc.) per supportare la competitività delle aziende e incrementarne la capacità di assorbimento, ossia la capacità di riconoscere il valore di nuove informazioni esterne, di assimilarle e di applicarle per finalità commerciali (Cohen, Levinthal, 1989). Acquisire conoscenze esterne è essenziale per supportare i processi di innovazione entro qualsiasi organizzazione. La capacità di assorbimento di conoscenza esterna di un’organizzazione dipende dalla conoscenza di cui la stessa già dispone: il know-how disponibile accresce la capacità di acquisirne di nuovo (Cohen, Levinthal, 1989), per effetto di dinamiche cumulative e auto-rinforzanti. Le organizzazioni, dunque, per innovare devono anzitutto imparare ad apprendere, e accumulare conoscenza.

28Data la radicalità dei cambiamenti strutturali indotti da questo nuovo paradigma tecno-economico, i modelli di crescita keynesiani e neoclassici discussi in precedenza, e i relativi suggerimenti di policy, risultano ampiamente inidonei sia per descrivere i pattern localizzativi delle aziende ad alta tecnologia, sia per influenzarli attraverso politiche per l’innovazione in grado di sostenere la crescita di lungo periodo. A tal riguardo, negli ultimi decenni, sono stati elaborati nuovi strumenti analitici, come la teoria della crescita endogena, che consentono di esplorare meglio il ruolo strategico espletato dalle politiche per l’innovazione nella learning economy.

29I molteplici modelli, messi a punto nell’alveo della teoria della crescita endogena, evidenziano i fallimenti del mercato e il ruolo decisivo delle politiche pubbliche per sostenere la crescita di lungo periodo attraverso investimenti a supporto dell’innovazione tecnologica (Romer, 1986; 1989; 1990; Grossman, Helpman, 1991; Aghion, Howitt, 1992), a sostegno del potenziamento dello stock di capitale umano e delle relative skills (Lucas, 1988; Grossman, Helpman, 1994), della formazione post-laurea (Vandenbussche et al., 2006), dell’infrastrutturazione e dei servizi pubblici (Barro, 1990; Barro, Sala-i-Martin, 1992), e degli interventi per ridurre le barriere alla concorrenza (Zilibotti, 2017). Come si vedrà nella successiva discussione relativa all’analisi dei dati sul Mezzogiorno, su queste dimensioni sia gli indicatori di input (la spesa per investimento) sia gli output (le ricadute sull’innovazione e sulla crescita) risultano decisamente bassi, distanti sia dalla media del Centro-Nord, sia dalla media dell’Unione Europea.

30Negli ultimi decenni è dunque maturata una crescente letteratura sull’innovazione che ha evidenziato l’importanza primaria dell’azione statale, e delle politiche pubbliche (con interventi trasversali e multisettoriali), per promuovere l’innovazione tecnologica (Mazzucato, 2014) e, di riflesso, la crescita di lungo termine entro il paradigma tecno-economico attuale. Come osservano Lundvall e Johnson (1994, 33), difatti, la learning economy «is neither a pure market economy nor a pure planned economy; it is a mixed economy, in the fundamental sense of the term». Il fulcro della learning economy è rappresentato dalle reti, un modello ibrido di soluzione al problema del coordinamento che va oltre la dicotomia tra gerarchia e mercato postulata da Oliver Williamson (1975) e presuppone la costante sinergia tra Stato e mercato, la compenetrazione tra aziende e territorio di insediamento (Trigilia, 2007), con una reciproca influenza e contaminazione, a fronte della netta separazione tra queste dimensioni che caratterizzava l’assetto fordista.

31L’importanza di tali sinergie, sul fronte della generazione di nuova conoscenza, è ribadita sia dal modello della Tripla Elica (Etzkowitz, Leydesdorff, 1997; 2000), sia dalla letteratura sui sistemi nazionali di innovazione (Freeman, 1987; Lundvall, 1992; Nelson, 1993; Asheim, 1996) e sui sistemi regionali di innovazione (Cooke, 1992; Cooke, Morgan, 1994), sviluppate nell’ambito degli innovation studies. Tali studi riconducono la produzione di nuova conoscenza all’intensità e alla densità delle interazioni tra governo, aziende, università e centri di ricerca – gli attori fondamentali della Tripla Elica – che si strutturano all’interno del sistema nazionale e/o regionali d’innovazione.

32Non solo: dato che gli avanzamenti tecnologici sono costruiti sulla conoscenza attuale e sulla capacità di assorbimento esterna delle aziende e dei territori, nella learning economy le capacità tecnologiche di aziende e territori risultano largamente cumulative, generando rendimenti crescenti ed esternalità di rete che inducono potenti path dependency ed effetti di lock in (David, 1985; Arthur, 1989; Katz, Shapiro, 1994) sulle dinamiche di sviluppo. Di conseguenza, i divari centro-periferia – sia intra-nazionali sia internazionali – tendono a riprodursi e ad acuirsi spontaneamente nel tempo, per effetto delle potenti forze agglomerative e centripete endogene alla learning economy. Queste ultime spingono le aziende high tech a localizzare, e il capitale umano più qualificato ad affluire, nelle regioni e centrali della geo-economia globale: ecosistemi avanzati dove sono concentrate le risorse competitive più sofisticate e le infrastrutture più avanzate (Saxenian, 2002; Florida, 2004; Sassen, 2008; Gherardini, Russo, 2014).

33In un’economia aperta e integrata a livello internazionale sussiste, dunque, la spontanea tendenza ad allocare i segmenti ad alta tecnologia e a maggiore valore aggiunto delle catene globali del valore nelle agglomerazioni centrali più avanzate (Gereffi, 1994), seguendo le logiche della smile curve (Mudambi, 2008). Un recente lavoro (Rosés, Wolf, 2018), condotto su scala europea, ha confermato l’incidenza di tali dinamiche, evidenziando come le forze agglomerative e centripete, nell’ultimo trentennio, si siano drasticamente rafforzate rispetto alla fase fordista, inducendo un’accentuazione dei tradizionali divari tra regioni centrali e periferiche, con effetti polarizzanti. Per cui, in assenza di efficaci politiche per l’innovazione, i divari centro-periferia sono destinati inevitabilmente a cristallizzarsi nel tempo.

34Sebbene anche le discontinuità tecnologiche tendano a diventare sempre più frequenti nella learning economy, riconfigurando rapidamente i settori industriali (Malerba, 2011) e le relazioni consolidate centro-periferia, per favorire l’upgrading delle aree arretrate occorrono complesse politiche per l’innovazione. Se, nell’era fordista, erano sufficienti incentivi fiscali per attrarre le imprese in territori periferici, nel nuovo paradigma tecno-economico non sono più idonei a modificare significativamente le dinamiche gravitazionali prevalenti nella geo-economia globale che condizionano le scelte localizzative delle multinazionali e delle catene globali del valore; a tal riguardo, diventa invece sempre più strategica la fornitura di beni e servizi collettivi per la competitività (Crouch et al., 2004), il potenziamento della capacità di assorbimento esterna dei principali attori della Tripla Elica e la promozione di relazioni cooperative e sinergiche tra essi, attraverso politiche sia regionali che sovra-regionali. Risulta quindi sempre più rilevante, ai fini dell’innovatività dei sistemi produttivi territoriali, la qualità dell’ambiente politico-istituzionale regionale (Rodriguez-Pose, Di Cataldo, 2015). Inoltre, quanto più un’economia si avvicina alla frontiera tecnologica, tanto più le politiche per la convergenza perdono efficacia, e inducono effetti marginali decrescenti sulla crescita economica, per rilanciare la quale occorre passare a politiche per l’innovazione (Acemoglu et al., 2006). A tale riguardo, sia la teoria della crescita endogena sia gli innovation studies, discussi in precedenza, forniscono importanti quanto frequentemente inattuate indicazioni di policy. Il caso del Mezzogiorno è paradigmatico in tal senso.

6. La Politica Europea di Coesione e la mancata convergenza del Mezzogiorno

35Entro un quadro macroeconomico già connotato da molteplici difficoltà strutturali, l’economia nazionale è stata segnata dalla Grande Recessione del 2008-09, dalla crisi del debito del 2012-2013 e dalla recente crisi pandemica. In tale congiuntura avversa il, Mezzogiorno ha registrato una caduta del Pil assai più ampia del Centro-Nord (fig. 1), e un recupero più lento nella successiva fase di ripresa, trend che segnalano una minore capacità di reazione agli shock macroeconomici rispetto al resto del Paese. Nel complesso, la perdita di prodotto registrata tra il 2007 e il 2019 è stata del 2% per le Regioni del Centro-Nord e del 10% per il Mezzogiorno (Accetturo et al., 2022). A tale ampia contrazione del Pil ha fatto seguito un altrettanto ampia oscillazione del tasso di disoccupazione, non seguita, però, da una correzione dei già segnalati differenziali salariali Nord-Sud e da un aggiustamento dei salari ai livelli locali di produttività (Boeri et al., 2021). Tali rigidità, sebbene contribuiscano a sostenere la già debole domanda interna, concorrono contestualmente a rafforzare la trappola dello sviluppo intermedio e inducono potenziali effetti negativi sull’espansione della base occupazionale meridionale. Nel 2020 il Mezzogiorno presentava un tasso di attività e di occupazione totale inferiori di oltre venti punti percentuale a quello del Centro-Nord e un tasso di occupazione femminile pari quasi alla metà del resto del Paese (fig. 2). Il capitale umano disponibile, dunque, resta in larga parte sub-utilizzato entro i circuiti produttivi regionali, ancora troppo deboli per assorbire l’offerta locale, soprattutto la componente più istruita e avanzata.

Fig. 2 Principali indicatori del mercato del lavoro per macro-area (2020)

Fig. 2 Principali indicatori del mercato del lavoro per macro-area (2020)

Fonte: elaborazione su dati Svimez (2021).

36Sempre nel 2020 il Pil pro-capite meridionale era pari al 56% circa di quello del Centro-Nord (fig. 3a), nonostante anche l’economia di queste regioni sia cresciuta poco dagli anni Novanta in poi (fig. 1). Il declino del Pil pro-capite meridionale è stato in parte attenuato da una dinamica demografica in costante peggioramento nel Mezzogiorno, altrimenti l’accentuazione della storica cesura territoriale sarebbe risultata ancora maggiore. Neanche il divario misurato in termini di valore aggiunto per occupato ha registrato, nello stesso arco temporale, alcuna tendenza al riassorbimento (fig. 3b).

Fig. 3 Pil pro-capite (a) e valore aggiunto per occupato (b) Mezzogiorno 1995-2020 (Centro-Nord=100)

Fig. 3 Pil pro-capite (a) e valore aggiunto per occupato (b) Mezzogiorno 1995-2020 (Centro-Nord=100)

Fonte: elaborazione su dati Istat, 2022, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_ANNUAL (ultima consultazione 12/08/2023).

37L’indebolimento delle dinamiche diffusive dello sviluppo nello spazio, rispetto alla fase fordista, può essere probabilmente ascritto, in larga misura, a fattori di ordine macro e, in particolare, al ruolo propulsore espletato dalle agglomerazioni economiche e dalle economie di rete entro la learning economy (Rosés, Wolf, 2018). L’accentuazione della distanza tra le regioni periferiche e le aree centrali – dove localizzano le attività industriali e i servizi più avanzati – costituisce un fenomeno comune a tutte le economie sviluppate (Viesti, 2021), conseguenza sia della crescente automazione dei processi industriali, sia dell’afflusso delle produzioni più standardizzate e a minor contenuto di conoscenza nelle economie a basso costo del lavoro, commercialmente sempre più integrate con i Paesi avanzati (Baldwin, 2018; 2020). Da tale dinamica macro è però derivato, per il Mezzogiorno, un rilevante effetto di spiazzamento, acuito dalle sue storiche ed endemiche criticità strutturali, che hanno inibito processi di upgrading industriale e imbrigliato tale macro-area nella trappola dello sviluppo intermedio. Si tratta di un territorio in crisi entro un Paese in crisi che, nell’ultimo trentennio, ha perso terreno rispetto a tutti i partner europei (Svimez, 2019).

38I già consistenti limiti dell’apparato produttivo italiano, però, nella struttura produttiva meridionale si ripropongono in misura ancora più accentuata, per effetto sia del suo storico ritardo, sia del prematuro arresto del suo processo di industrializzazione (Bianchi et al., 2011). Dopo la fine dell’esperienza dell’industrializzazione per poli, dal 2000 in poi anche la dinamica diffusiva della manifattura nei distretti industriali lungo la dorsale adriatica del Mezzogiorno è andata indebolendosi (Pensa, Traù, 2019), esposta alla crescente concorrenza di costo delle economie emergenti.

Fig. 4 Occupati per settore (2020)

Fig. 4 Occupati per settore (2020)

Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1, DATAWAREHOUSE,1.0/UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).

39Nell’ultimo decennio, il già limitato comparto manifatturiero meridionale ha sperimentato un ulteriore processo di contrazione. Gli addetti al settore, nel Mezzogiorno, sono quasi la metà di quelli occupati nel Centro-Nord (fig. 4). Spicca, inoltre, il maggiore peso degli occupati in agricoltura (fig. 4), nel commercio e nel settore dei servizi pubblici (quest’ultimo dato va tuttavia messo in relazione al sub-dimensionamento del comparto privato).

40Attualmente il manifatturiero meridionale si connota per un basso livello di specializzazione (Accenturo et al., 2022), e quando pure sussistono specializzazioni settoriali territorialmente radicate risultano prevalentemente allocate su segmenti low-tech (ibidem) che ne limitano la capacità di inserimento nei segmenti a maggiore valore aggiunto delle catene globali del valore. Sono mancate, a riguardo, adeguate politiche industriali (di livello nazionale) in grado di supportarne il riposizionamento competitivo e l’upgrading. Negli ultimi decenni la politica industriale, in Italia, è risultata piuttosto carente, si è frammentata su base regionale, producendo una miriade disorganica di micro-interventi (spesso semplici incentivi) privi di qualsiasi raccordo a una chiara visione strategica, in grado di dare impulso al riposizionamento competitivo delle aziende entro i nuovi scenari dischiusi dalla globalizzazione (Pianta, 2021).

41Ma le fragilità dell’apparato produttivo meridionale emergono chiaramente anche dai dati sulla dimensione media d’impresa, variabile che costituisce un importante indicatore della capacità competitiva di un qualsiasi territorio. Al crescere delle dimensioni di un’impresa aumenta, parallelamente, la propensione all’innovazione, all’internazionalizzazione e i livelli medi di produttività. Attualmente, la dimensione media delle imprese, nel Mezzogiorno, è del 35% inferiore a quella (già ridotta) del Centro-Nord (fig. 5). Il divario risulta ancora più ampio nell’industria in senso stretto: mediamente le aziende del Centro-Nord hanno un numero di addetti doppio rispetto a quelle meridionali (fig. 5). Mentre nel Centro-Nord le grandi imprese (quelle con almeno 200 addetti) assorbono il 28,5% dei dipendenti nel settore privato (comparto finanziario escluso), nel Mezzogiorno tale quota si riduce a poco più del 10%.

Fig. 5 Dimensione media delle imprese (numero di addetti, anno 2020)

Fig. 5 Dimensione media delle imprese (numero di addetti, anno 2020)

Fonte: elaborazione su dati Istat-Asia, https://www.istat.it/​it/​archivio/​archivio+asia (ultima consultazione 12/08/2023).

42Nell’apparato produttivo meridionale, dunque, risultano accentuati i lineamenti di fragilità strutturale caratteristici del sistema produttivo nazionale, come la presenza di micro e piccole imprese a controllo familiare e con una gestione scarsamente professionalizzata, non internazionalizzate e poco attrezzate per sfruttare le nuove tecnologie digitali, la cui applicazione presuppone una certa capacità di assorbimento esterna delle aziende, dipendente, a sua volta, dalla disponibilità di capitale umano, di adeguate capacità organizzative e tecnologiche. Sebbene, nell’ultimo quindicennio, l’apparato produttivo italiano sia stato attraversato da dinamiche di ristrutturazione, e di crescita della dimensione di scala (fig. 5), con un recupero di competitività delle aziende interne sui mercati internazionali, tale processo ha interessato quasi esclusivamente imprese del Centro-Nord (Bugamelli et al., 2018). Nel Mezzogiorno, diversamente, il peso già modesto delle attività manifatturiere si è ulteriormente contratto, colpendo in particolare i segmenti a più alta tecnologia e le occupazioni più qualificate in tale comparto (Bripi et al., 2022) – a differenza di quanto avvenuto nel resto del Paese, dove il processo è stato inverso.

43Tale declino non è stato controbilanciato dallo sviluppo di servizi ad alta tecnologia e a maggior valore aggiunto. Al contrario, nel Mezzogiorno è cresciuto il peso dei servizi a basso valore aggiunto e a minore livello di qualificazione (Aimone, Camussi, 2022), così come è aumentata l’incidenza del lavoro irregolare e a tempo determinato. Questo complessivo scivolamento dell’apparato produttivo meridionale verso segmenti low-tech – proiezione della scarsa innovatività endogena – si riflette anche nei dati occupazionali: la metà degli addetti al settore privato, nel Mezzogiorno, risulta occupata in impieghi a bassa qualificazione (fig. 6).

Fig. 6 Distribuzione degli occupati in base al livello di qualificazione dell’impiego nel settore privato (valori percentuali, anno 2019)

Fig. 6 Distribuzione degli occupati in base al livello di qualificazione dell’impiego nel settore privato (valori percentuali, anno 2019)

Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).

44Se l’economia meridionale cresce poco è perché innova poco; ed innova poco per mancanza di efficaci politiche per l’innovazione. Il Mezzogiorno non solo presenta rilevanti problemi sul fronte dell’innovatività ma, come evidenziato dai dati fin qui discussi, ha visto declinare anche la sua produttività, essendo queste due dinamiche – nella learning economy più che nel capitalismo fordista – inestricabilmente interconnesse. Mentre nel primo paradigma rilevanti guadagni di produttività potevano essere ottenuti facendo leva su una più efficiente organizzazione della produzione e sulle economie di scala, all’interno delle grandi fabbriche verticalmente integrate, nel secondo paradigma la produttività è strettamente dipendente dall’innovatività. Cosa non meno rilevante l’economia meridionale – rispetto ai decenni dell’Intervento Straordinario – presenta attualmente una composizione ancora più sbilanciata verso attività produttive a minore contenuto di conoscenza, di tecnologia e a più bassa produttività, e ciò ne circoscrive ulteriormente le capacità innovative oltre che le potenzialità di crescita, articolando una deleteria causazione circolare e cumulativa difficile da disarticolare in assenza di efficaci politiche per l’innovazione.

45Del resto, nel paradigma della learning economy i divari economici sono proiezioni di ben più radicati e complessi divari tecnologici, per ridurre i quali occorre agire contestualmente su molteplici ambiti di policy, come evidenziato dalla teoria della crescita endogena e dagli innovation studies, attuando articolate politiche per l’innovazione (Acemoglu et al., 2006). Tuttavia, mentre le complesse trasformazioni che hanno portato all’affermazione di questo nuovo paradigma tecno-economico si sono andate dispiegando, nel Mezzogiorno le politiche per lo sviluppo – decentrate a livello regionale nell’ambito della Politica Europea di Coesione – hanno mantenuto un’impronta infrastrutturalista e orientata all’incentivazione; tali investimenti, inoltre, sono stati frequentemente distorti da dinamiche collusive delle coalizioni distributive locali e da logiche elettoralistiche, che hanno indotto una deleteria frammentazione della spesa a livello territoriale in una miriade di micro-interventi privi di impatto reale sullo sviluppo, disorganici e non raccordati ad alcuna predefinita strategia di sviluppo (Giannola, 2010; La Spina, 2003; Trigilia, 2012; Russo, 2015). I nuovi spazi partecipativi dischiusi dalla governance multilivello, e la proliferazione di arene decisionali decentrate, accrescono considerevolmente le capacità di pressione delle coalizioni distributive locali sulla sfera politica, con effetti negativi sull’integrazione progettuale e sulla concentrazione sia territoriale che settoriale degli investimenti, alimentando patologiche derive distributive particolaristico-clientelari.

46Più specificamente, le politiche di supporto allo sviluppo, come i Patti Territoriali e i Progetti Integrati Territoriali – realizzati nell’ambito dei vari cicli di programmazione della Politica Europea di Coesione – nell’ultimo ventennio hanno dispiegato effetti del tutto trascurabili sull’aumento dell’occupazione e sul rafforzamento produttivo dei territori beneficiari di tali misure (Mirabelli, 2002; Accenturo, De Blasio, 2009; Giannola, 2015; Russo, 2015; Istat, 2023). Del resto la Politica di Coesione, per via del suo approccio place-based (Barca, 2006), risulta fortemente context-dependent nei suoi esiti concreti, e condizionata dalla qualità dei governi regionali (Rodriguez-Pose, Garcilazo, 2013). Laddove, come nel Mezzogiorno, la qualità istituzionale risulta inferiore (Nifo, Vecchione, 2015), anche il rendimento delle politiche si riduce drasticamente (Albanese, Gentili, 2021).

47Per quanto concerne gli incentivi agli investimenti, come quelli previsti dalla Legge 488 del 1992 e il credito di imposta, hanno generato effetti di spiazzamento della spesa e di sostituzione intertemporale della stessa, spingendo semplicemente ad anticipare investimenti che le aziende avrebbero comunque effettuato, senza espandere in misura apprezzabile la massa complessiva degli investimenti privati (Albareto et al., 2008; Bronzini et al., 2008; Polverani, Tagle, 2015). Anche i semplici incentivi a sostegno dell’innovazione tecnologica sono generalmente esposti al problema della sostituzione intertemporale degli investimenti (De Blasio et al., 2015), e finiscono in larga misura per espletare effetti puramente acceleranti sugli investimenti, con trascurabili effetti sul piano dell’aggiuntività. A tal riguardo, molteplici indicatori di input e di output dell’innovazione (di cui si discuterà nel seguente paragrafo) evidenziano non solo la scarsa efficacia degli interventi realizzati negli ultimi due decenni su questo fronte, ma anche la limitata attenzione prestata dalle policy alla questione dell’innovazione nel Mezzogiorno.

7. Mezzogiorno, innovazione tecnologica e learning economy

48I lineamenti fortemente regionalizzati del capitalismo italiano (Trigilia, Burroni, 2009) rendono diversificate anche le reazioni dei diversi sistemi regionali d’innovazione all’impatto della learning economy. Tali reazioni sono in parte condizionati dalle politiche sovra-regionali e dal sistema nazionale d’innovazione italiano, piuttosto debole e segnato da molteplici deficit (Donatiello, Ramella, 2017); ma le configurazioni emergenti, e le varietà osservabili nella competitività dei diversi contesti regionali meridionali, dipendono dalle caratteristiche endogene dei sistemi regionali di innovazione e da come questi interagiscono con il sistema nazionale, configurando molteplici modelli di governance dell’innovazione variabili – nelle rispettive performance – su base regionale.

49I sistemi d’innovazione meridionali continuano a presentare i più bassi livelli di investimento in R&S su scala nazionale (fig. 7). Sebbene in crescita rispetto al 1995, l’aumento non ha comunque modificato le posizioni relative del Mezzogiorno sul fronte della spesa in R&S (fattore che evidenzia le path dependency operanti in tale ambito). Nonostante l’importanza di questi investimenti per la crescita di lungo periodo, come evidenziato nella trattazione della teoria della crescita endogena, le Regioni meridionali continuano ad occupare stabilmente le ultime posizioni nell’ambito di un Paese che, a sua volta, si colloca penultimo per spesa in R&S tra le economie dell’Europa Occidentale, precedendo solo il Portogallo1. Anche riguardo lo stock di capitale umano, nel sistema nazionale di innovazione è presente un evidente gap rispetto alla media europea: nel 2020 appena il 16,8% della popolazione italiana attiva aveva conseguito la laurea, un dato più basso di 10,7 punti percentuali rispetto la media dell’Unione Europea2. Solo la Romania, con il 14,9% della popolazione laureata, presenta una dotazione inferiore a quella italiana.

Fig. 7 Spesa per R&S delle Regioni italiane in percentuale sul Pil (1995 e 2020)

Fig. 7 Spesa per R&S delle Regioni italiane in percentuale sul Pil (1995 e 2020)

Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).

50Nel Mezzogiorno i differenziali sono ancora più ampi: non solo la percentuale di popolazione laureata è inferiore alla già ridotta media nazionale ma, nel 2020, il Centro-Nord presentava percentuali di laureati in materie scientifiche (16,1%) e di aziende specializzate in settori ad alta tecnologia (4,2%) pressoché doppie rispetto al Mezzogiorno (qui pari a 8,8 e 1,9%), e una percentuale di addetti ad attività di R&S (6,6%) tripla rispetto a quella meridionale – pari al 2,2% degli occupati3.

51I sistemi regionali dell’innovazione del Mezzogiorno non solo appaiono poco idonei a favorire la crescita di un tessuto autoctono di aziende, ma risultano poco attrattivi per gli investimenti esterni, sebbene siano presenti cluster ad alta tecnologia dotati di una certa dinamicità (Casavola, Trigilia, 2012; Avola et al., 2013; Russo, 2014).

52Nel suo complesso, il capitalismo italiano produce una bassa crescita non inclusiva (Trigilia, 2020), determinando un deleterio mix di stagnazione macroeconomica associata a rilevanti diseguaglianze sociali che lo relega tra le economie meno dinamiche su scala europea e determina forti polarizzazioni anche sul piano territoriale, tra Regioni. Tale condizione ha condotto all’acuirsi, negli ultimi decenni, di un doppio divario (Svimez, 2019) che, sul piano della crescita economica, separa in modo sempre più profondo l’Italia dall’Europa da un lato, e il Centro-Nord e il Sud dall’altro. Questo doppio divario, in linea con l’ipotesi esplicativa discussa nel presente lavoro, può essere considerato proiezione di un ben più profondo doppio divario tecnologico che distanzia l’Italia dall’Europa, a causa dell’intrinseca debolezza del suo sistema nazionale di innovazione (Donatiello, Ramella, 2017), con molte imprese scarsamente innovative che seguono la via bassa alla competitività (Burroni et al., 2019).

Fig. 8 Indice Desi delle Regioni Italiane, 2020

Fig. 8 Indice Desi delle Regioni Italiane, 2020

Fonte: elaborazione propria su dati European Commission, https://digital-decade-desi.digitalstrategy.eci.europa.eu/​datasets/​desi-2020/​charts (ultima consultazione 12/08/2023).

53Il doppio divario tecnologico è ben evidenziato dai dati Desi (fig. 8). Il Digital Economy and Society Index – un indice composito formato da 33 indicatori afferenti a quattro macro-categorie (capitale umano, integrazione tecnologica, connettività e servizi pubblici digitali) – colloca stabilmente le regioni meridionali agli ultimi posti su scala nazionale per digitalizzazione dell’economia (si va dal massimo della Lombardia al minimo della Calabria), nonostante l’Italia sia al diciannovesimo posto su scala europea. Anche interventi come il Piano Impresa 4.0 e la smart specialization strategy sembrano non avere attivato, nel Mezzogiorno, significative dinamiche di catching-up e di upgrading sul fronte della digitalizzazione (Gherardini, Pessina, 2020). Le difficoltà di adattarsi a tale paradigma, e di utilizzare gli incentivi offerti per supportare la transizione, è maggiore per le piccole imprese che fanno più largo uso di forza lavoro con minore conoscenza codificata (ivi), che proprio nel Mezzogiorno risultano più radicate. Le politiche di incentivazione, isolatamente attuate, non solo risultano inidonee a promuovere la transizione digitale, ma rischiano di dispiegare effetti ulteriormente dualizzanti sul piano delle diseguaglianze territoriali.

54Anche i finanziamenti stanziati nell’ambito del Pnrr a sostegno della transizione digitale e tecnologica (Pianta, 2021; Viesti, 2023) appaiono piuttosto limitati per fronteggiare i consistenti deficit strutturali accumulati dall’Italia, in generale, e dal Mezzogiorno, in particolare, in decenni di disattenzione verso le nuove esigenze operative che la learning economy ha imposto allo Stato e alle politiche pubbliche (Lundvall, Johnson, 1994), la cui azione risulta sempre più centrale e strategica per sostenere la competitività dei sistemi nazionali e regionali di innovazione. Se, nell’alveo del paradigma fordista, erano sufficienti incentivi per condizionare le scelte localizzative delle aziende, oggi occorrono ben più complessi interventi di policy per sostenere la capacità del sistema produttivo sia di operare sulla frontiera tecnologica e nei circuiti più avanzati della competizione globale (Chang, 2014; Di Tommaso, Tassinari, 2014; Mazzucato, 2014), sia per supportarne il riposizionamento tecnologico e l’upgrading industriale (Malerba, 2006; Pontarollo, 2016). Risultano contestualmente necessarie, a riguardo, adeguate politiche industriali, nel campo dell’istruzione e della formazione più avanzata, a sostegno della ricerca scientifica e tecnologica, per la fornitura di beni e servizi collettivi per la competitività, per rafforzare le interazioni tra università e imprese sul fronte delle partnership e del trasferimento tecnologico. Tali azioni di policy, nel loro insieme, concorrono a formare una trama complessa e multisettoriale di politiche per l’innovazione, indispensabili per supportare la competitività dei territori nel nuovo paradigma della learning economy. Non solo il Mezzogiorno, ma l’intero Paese risulta poco attrezzato su questo fronte (Burroni, 2016; Trigilia, 2020), mancando di una struttura tecnocratica adeguata a dispiegare azioni di policy così complesse, soprattutto a livello locale. Di conseguenza, il principale problema con cui si confronta il Mezzogiorno risiede probabilmente – più che nella carente dotazione di risorse per l’investimento – nell’inadeguata capacità di utilizzare in modo ottimale le risorse disponibili, dati i limiti che connotano il suo ambiente istituzionale (Nifo, Vecchione, 2015), la sua struttura tecnico-amministrativa (De Vivo, Russo, 2021) e i sistemi regionali di innovazione. Problematiche non molto diverse, beninteso, da quelle che investono il resto del Paese, ma qui solo più accentuate.

55Il vero salto di qualità di cui il Mezzogiorno necessiterebbe difficilmente scaturirà, meccanicisticamente, dall’acquisizione di risorse aggiuntive, per quanto consistenti. Una reale discontinuità, nella traiettoria di sviluppo di tale macro-area, può emergere solo dalla definizione di chiare strategie da parte di chi dovrà concretamente decidere come allocare tali risorse, e da un’altrettanta chiara individuazione degli obiettivi prioritari, delle finalità da perseguire e delle riforme da attuare, anche quando queste collidono con le rendite di posizione accumulate nel sistema, dando pieno corso alla dinamica schumpeteriana della distruzione-creatrice. L’innovazione tecnologica presuppone l’innovazione istituzionale, ne è una conseguenza più che una semplice causa. Quando gli interessi costituiti hanno la capacità di frenare, o di bloccare del tutto, l’innovazione istituzionale, l’innovazione tecnologica, per sua stessa natura, stenta ad emergere. È proprio in questa tendenza a inibire l’innovazione, in tutte le sue forme, che può essere forse colta la causa primaria sia della persistenza dello storico divario Nord-Sud, sia dell’emergente divario tra Italia e resto d’Europa.

8. Conclusioni

56L’articolo ha analizzato l’evoluzione del divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno alla luce dei mutamenti intervenuti nel paradigma tecno-economico e del relativo impatto sulle politiche per lo sviluppo. Secondo l’ipotesi esplicativa discussa, affinché il Mezzogiorno superi la trappola dello sviluppo intermedio occorre passare da politiche per la convergenza a politiche per l’innovazione (Acemoglu et al., 2006). Le prime, almeno per una certa fase dell’Intervento Straordinario, hanno consentito di attivare una dinamica di catching-up nell’economia meridionale. Le politiche di industrializzazione hanno indotto una convergenza nei livelli di produttività tra Nord e Sud tra il 1951 e metà anni Settanta. Poi, nel passaggio dal paradigma tecno-economico fordista a quello della learning economy, il Mezzogiorno ha progressivamente perso la spinta alla convergenza, cadendo nella trappola dello sviluppo intermedio.

57Le politiche realizzate, negli ultimi tre decenni, non sono riuscite ad innalzare in misura significativa la capacità innovativa in tale macro-area, mentre parallelamente andavano aumentando i divari di produttività (riflesso anch’essi della scarsa capacità innovativa endogena). Di conseguenza, come già evidenziato, il sistema produttivo meridionale ha perso specializzazioni industriali soprattutto in comparti a più alta tecnologia, e tende a scivolare verso segmenti low-tech. Nell’attuale scenario dell’economia globalizzata, tale macro-area risulta di conseguenza poco attrattiva sia per la localizzazione di aziende che fanno della concorrenza di costo il loro primario vettore competitivo, sia per la localizzazione di aziende ad alta tecnologia. Del resto, pur riallineando i salari ai più bassi livelli di produttività del Mezzogiorno, i guadagni di competitività così ottenuti si tradurrebbero probabilmente, entro un’economia globalizzata, in un vantaggio competitivo piuttosto effimero. Come evidenzia Micheal Porter (1991, 32) «il paese che oggi ha bassi costi del lavoro viene rapidamente rimpiazzato dal paese che li avrà domani». Per sostenere la competitività nel medio-lungo periodo occorre, piuttosto, puntare sulla costruzione di vantaggi competitivi sofisticati (ivi), facendo leva sull’innovatività, l’unica via realisticamente percorribile – ma difficile da percorrere – affinché il Mezzogiorno esca dalla trappola dello sviluppo intermedio, e l’Italia superi la condizione del doppio divario.

58L’intero sistema produttivo italiano, beninteso, ha subìto un rilevante effetto di spiazzamento a causa dei mutamenti strutturali indotti dalla learning economy, ma l’impatto è stato ancora più ampio per il Mezzogiorno, che partiva da una condizione di maggiore debolezza strutturale. Con il rafforzamento delle dinamiche agglomerative nella geo-economia globale (Rosés, Wolf, 2018), delle path dependency e degli effetti di lock-in, gli storici deficit strutturali del Mezzogiorno si proiettano in misura crescente sulle sue performance attuali, sia sul piano tecnologico che macroeconomico. Di qui la necessità di realizzare, nel Mezzogiorno, efficaci politiche per l’innovazione. Ma, su questo fronte, sono presenti almeno quattro rilevanti ostacoli, uno di ordine più generale e altri tre legati alle caratteristiche del contesto meridionale.

59Per quanto concerne la prima questione, data la velocità dei mutamenti in atto, le politiche per l’innovazione devono essere fondate su una chiara visione dell’evoluzione tecnologica per risultare realmente efficaci (Fransman, 1995). E qui emerge la difficoltà del gigante cieco (blind giant quandary): il governo non ha, spesso, le conoscenze necessarie per compiere le scelte ottimali in termini di policy (David, 1987), e le politiche dei governi risultano frequentemente miopi (Pavitt et al., 1987), nel senso che tendono a essere eccessivamente appiattite al breve periodo, o finiscono per privilegiare le grandi imprese leader, inducendo dinamiche cumulative. Nonostante i rischi di fallimento, l’azione delle politiche pubbliche appare comunque sempre più strategica per supportare l’innovazione tecnologica e il riposizionamento competitivo dei sistemi territoriali meno dinamici, come evidenziato anche dagli strumenti analitici discussi nei paragrafi precedenti.

60Secondo – passando dai problemi generali delle politiche per l’innovazione a quelle più legate al contesto – la qualità istituzionale, e le capacità politico-amministrative dei livelli locali di governo, nel Mezzogiorno, risultano piuttosto circoscritte, sebbene con una certa varianza su base regionale. Di conseguenza, data la complessità intrinseca delle politiche per l’innovazione, sarebbe auspicabile un supporto esterno, da parte dei livelli superiori di governo in un’ottica di sussidiarietà verticale, per sostenere i processi decisionali e attuativi di tali policy.

61Terzo, sussistono rilevanti resistenze endogene al processo di distruzione-creatrice, operate da gruppi socio-economici politicamente influenti nel Mezzogiorno; questi traggono enormi rendite di posizione dalla condizione di dipendenza di tale macro-area dai trasferimenti esterni e, pertanto, avversano qualsiasi prospettiva di cambiamento.

62Quarto, le carenze del sistema nazionale di innovazione si sovrappongono e sommano alle carenze dei sistemi regionali di innovazione, accrescendo ulteriormente la distanza dalla frontiera tecnologica degli attori locali della tripla elica.

63Il quadro delineato nell’articolo è ovviamente parziale, e richiede molteplici approfondimenti empirici per esplorare più da vicino la black box dell’innovazione all’interno delle varie Regioni del Mezzogiorno. Il presente lavoro ha cercato soprattutto di porre l’accento sul complesso nesso che lega, oggi più che in passato, la crescita economica del Mezzogiorno all’innovazione tecnologica, e la pressante necessità di realizzare efficaci politiche per l’innovazione per sostenere lo sviluppo di tale macro-area.

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Note

1 Dati Eurostat, https://ec.europa.eu/eurostat/data/database(ultima consultazione 12/08/2023).

2 Ibidem.

3 Istat, https://esploradati.istat.it/databrowser/ - /it/dw/categories/IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).

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Indice delle illustrazioni

Titolo Fig. 1. Variazione percentuale Pil pro-capite 1952-2019
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat e Svimez (2021).
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Titolo Fig. 2 Principali indicatori del mercato del lavoro per macro-area (2020)
Credits Fonte: elaborazione su dati Svimez (2021).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-2.png
File image/png, 14k
Titolo Fig. 3 Pil pro-capite (a) e valore aggiunto per occupato (b) Mezzogiorno 1995-2020 (Centro-Nord=100)
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat, 2022, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_ANNUAL (ultima consultazione 12/08/2023).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-3.png
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Titolo Fig. 4 Occupati per settore (2020)
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1, DATAWAREHOUSE,1.0/UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).
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Titolo Fig. 5 Dimensione media delle imprese (numero di addetti, anno 2020)
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat-Asia, https://www.istat.it/​it/​archivio/​archivio+asia (ultima consultazione 12/08/2023).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-5.png
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Titolo Fig. 6 Distribuzione degli occupati in base al livello di qualificazione dell’impiego nel settore privato (valori percentuali, anno 2019)
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-6.jpg
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Titolo Fig. 7 Spesa per R&S delle Regioni italiane in percentuale sul Pil (1995 e 2020)
Credits Fonte: elaborazione su dati Istat, https://esploradati.istat.it/​databrowser/​#/​it/​dw/​categories/​IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/​UP_ACC_TERRIT (ultima consultazione 12/08/2023).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-7.png
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Titolo Fig. 8 Indice Desi delle Regioni Italiane, 2020
Credits Fonte: elaborazione propria su dati European Commission, https://digital-decade-desi.digitalstrategy.eci.europa.eu/​datasets/​desi-2020/​charts (ultima consultazione 12/08/2023).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/docannexe/image/6842/img-8.jpg
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Notizia bibliografica

Antonio Russo, «Il Mezzogiorno nella trappola dello sviluppo intermedio: un’interpretazione neo-schumpeteriana della mancata convergenza»Quaderni di Sociologia, 91 - LXVII | 2023, 117-148.

Notizia bibliografica digitale

Antonio Russo, «Il Mezzogiorno nella trappola dello sviluppo intermedio: un’interpretazione neo-schumpeteriana della mancata convergenza»Quaderni di Sociologia [Online], 91 - LXVII | 2023, online dal 01 avril 2024, consultato il 21 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/6842; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.6842

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Autore

Antonio Russo

Dipartimento di Scienze Politiche - Università di Napoli Federico II

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