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la società italiana/Italia illegale:corruzione politica e mafia

Mafia e segreto. Meccanismi sociali della segretezza e criminalità organizzata

Maria Luisa Maniscalco
p. 93-109

Abstract

Mafia is a complex and elusive, ancient and extremely modern phenomenon that has shown throughout the years an extraordinary flexibility, an unbelievable adaptability, as well as a marked versatility to conform itself to the varied economic institutional conditions.
The type of analysis which was adopted in this work enabled to analyze mafia as a system of occult power drawing, from the social mechanisms of secrecy, both the elements of its strength and further opportunities of infiltration into society’s basic structure. Mafia succeeds - through a close net of friends, acquaintances, obligations and through the occult exchange, typically represented by corruption - in controlling wide areas of society and parts of the democratic institutions themselves.
The mechanisms of secrecy representing one of mafia’s points of strength, also represent however its weak point when - through their logic - they pollute the internal communication. In a universe where acting in a highly determined way, always aimed at the extreme consequences, joins a social communication committed to a cryptic language, both anxiety and distrust grow higher and higher, out of all proportion. In the forest of hints and in the confusion of generated signals it is uneasy to distinguish who is lying, who keeps silent, who does not know, who is twisting. Each individual member becomes an element of complexity, as he aims at reproducing inside the organization, in the double function of defence and offence, areas of shade and obscure niches, in the most secret core of which agreements and alliances are made, that are always and anyhow twofold, ambiguous, contingent. The result is a widespread, hypnotic distrust which producing an escalation of violence and brutality.
Furthermore, this work examines the relationship between mafia and territory, stressing the typical processes of solidarity and mutual support, which are “unreflected” in the sense that they are implemented by merely sharing a common space.
The conclusion mentions the emerging trend of the mafia phenomenon to adopt the features of terrorism, but leaves many questions unanswered emphasizing that the mechanisms of secrecy still hamper a thorough clearness of the problem.

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Testo integrale

Il segreto offre la possibilità di un secondo
mondo occulto accanto a quello manifesto e
questo ne viene influenzato nella maniera più forte.
Georg Simmel

1. La mafia come fenomeno complesso e elusivo

1Alla opacità che i fenomeni sociali solitamente oppongono all'osservatore, per cui ogni teoria è necessariamente il frutto di un’esperienza parziale ed ogni ipotesi non esaurisce certo la realtà, la mafia aggiunge una sua elusività specifica. Realtà complessa e multiforme che coniuga tratti ancestrali ed aspetti modernissimi negli anni ha mostrato una straordinaria flessibilità, un’incredibile capacità di adattamento e una spiccata versatilità nell’adeguarsi alle mutate condizioni economico-istituzionali. La mafia agricola, quella delle tecniche di taglieggiamento in uso nelle campagne, con le sue cosche tradizionali, i complicati avvertimenti e l’elaborato corollario di comportamenti subculturali, ha lasciato il posto ad una organizzazione che ha saputo ben sfruttare le occasioni di guadagno provenienti dal mercato della droga, dagli appalti e dai finanziamenti pubblici. Essa è divenuta così parte di un più ampio sistema di corruzione, invadendo i luoghi della politica, occupando le sedi decisionali del potere democratico.

2L’intreccio tra mafia, uomini e settori del mondo politico, economico ed affaristico di livello nazionale e internazionale ne ha esteso la sfera di influenza sia orizzontalmente, sia verticalmente verso attività ed interessi ad essa tradizionalmente estranei. Ciò se da una parte ha rappresentato la conferma che la mafia è un tipo di organizzazione suscettibile di adattarsi agli impieghi più disparati e persino contraddittori, dall’altro ha favorito la sua segmentazione e le relative turbolenze, ha reso più feroci le lotte intestine e ne ha indebolito, con la catena infinita dei risentimenti scatenati, la compattezza e il legame di omertà con il contesto sociale, incrementando in tal modo le possibilità di fuoriuscita dalle sue logiche. Pressoché tutti i «pentiti», infatti, sono stati unanimi nell’indicare che l’escalation della violenza interna ha, per alcuni versi, rotto il patto di solidarietà, inducendoli ad uscire dall’organizzazione.

3Oggi non sappiamo con esattezza se l’organizzazione mafiosa abbia o meno i giorni contati, né possiamo prevedere secondo quali linee si svilupperà in futuro, se si rinserrerà in una dimensione localistica o se continuerà ad espandersi, trasformandosi; abbiamo però accumulato un patrimonio di conoscenze che facilita la lettura di molteplici dimensioni che il fenomeno presenta.

4Le riflessioni che seguono si basano sulla vasta letteratura da tempo prodotta in argomento; vengono inoltre ad essere integrate dai risultati conseguiti dal notevole e più recente lavoro di ricerca portato avanti sia a livello investigativo, sia da studiosi e giornalisti che se ne sono occupati. Esse non intendono proporsi come un’interpretazione globale di un dato sociale cosi sfuggente, né tantomeno individuarne le cause, ma si accontentano di descriverne alcuni movimenti e caratteristiche da una prospettiva di sociologia generale.

5Più precisamente intendono evidenziare il ruolo giocato dai meccanismi della segretezza nel caratterizzare la mafia come organizzazione criminale dotata di caratteristiche e di logiche assolutamente specifiche. Infatti l’uso strategico del segreto e del nascondimento nel tessuto sociale, l’infiltrazione sotterranea e trasversale nelle istituzioni, la prassi dello scambio occulto con appartenenti alla struttura egemonica dello Stato hanno reso la mafia diversa dalla comune criminalità organizzata - per quanto efficiente e temibile possa essere quest’ultima - configurandola come una sorta di «contropotere» invisibile opposto e al tempo stesso compenetrato con il potere palese.

2. La mafia e le mafie

6Alcune interessanti osservazioni possono essere formulate proprio a partire dalla considerazione della mafia come un sistema di potere occulto costituito da forti relazioni stabili e con capacità di irradiarsi in un reticolo di relazioni deboli, talvolta instabili e occasionali, che comunque svolgono un compito importante per quanto riguarda l’assetto e il funzionamento dell’aggregazione criminale vera e propria. Cosi considerata la mafia rappresenta un fenomeno continuo che vede ad un estremo i vari nuclei organizzati (trasversalmente integrati con gruppi economici e settori di apparati politico-amministrativi) e all’altro un contesto culturale connotato da spirito mafioso, per cui spostandoci lungo i due poli abbiamo da una parte la cristallizzazione perversa e forte di uno stato d’animo largamente diffuso dall’altra. Questo stato d’animo non ne costituisce certo la causa, ma rappresenta un «terreno di coltura» privilegiato, all’interno del quale l’area della criminalità (mafiosa) si è potuta configurare nel tempo come un segmento non totalmente separato dal corpo sociale, ma anzi, al contrario, organicamente connesso con esso attraverso la logica dello scambio occulto e della contiguità culturale.

7Forse più che di mafia occorrerebbe parlare di mafie, non tanto per suddividerle, secondo una sorta di criterio contabile, in mafia politica, degli appalti, della droga, dei mercati generali e così via, quanto per sottolineare che l’aspetto di impresa del crimine non ne esaurisce le molteplici manifestazioni. L’universo mafioso sembrerebbe raffigurabile con l’immagine di una nebulosa (nel significato classico del termine) in cui i punti più luminosi e consistenti sono costituiti dalle varie «famiglie» (vere e proprie imprese criminali) che si riuniscono in costellazioni, il pulviscolo dagli «avvicinati», dagli «amici degli amici» e dalla cosiddetta «zona grigia», mentre la luminescenza rappresenta la cultura e la mentalità mafiosa. Quest’ultima non necessariamente si concretizza in comportamenti criminali, pur manifestando un diffuso orientamento alla trasgressione che consiste principalmente nello svuotamento di significato delle norme, considerate come vincoli inessenziali, e nella totale indifferenza per gli interessi generali.

  • 1 Cfr. E. J. Hobsbawm, I ribelli, tr. it., Torino, Einaudi, 1974.
  • 2 Cfr. H. Hess, Mafia, tr. It., Bari, Laterza, 1973.

8Nella sua accezione tradizionale la subcultura mafiosa, territorialmente circoscritta, è stata interpretata come retaggio della storia, come codice di resistenza, nel tempo sedimentato, contro l’occupante. Secondo Hobsbawm1 l’avvicendamento in Sicilia di molteplici domini, nessuno dei quali si è legittimato come garante di ordine, ha facilitato l’emergenza della mafia come l’unico sistema di potere organizzato. Di qui la teoria della duplice morale (dello Stato e della mafia) elaborata da Hess2.

  • 3 Sulla mafia come metafora della socialità cfr. M. Maffesoli, La maffia. Note sur la socialité de ba (...)

9È opportuno però tenere presente che oggi, accanto alla subcultura mafiosa in senso stretto, assistiamo al diffondersi e all’imporsi in tutti gli ambiti della società di un «modello mafioso» di configurazione dei rapporti sociali. Esso si concretizza in un tipo di agire tendenzialmente indifferente alla legalità, improntato ai più crudi interessi di gruppo, in un contesto in cui non contano i meriti, ma i rapporti di «comparaggio» e dove i diritti diventano favori. Il rifiuto di ogni orientamento universalistico, dei percorsi pubblici e istituzionalizzati a favore del rapporto personalistico e trasversale crea campi di azione sotterranei all’interno dei quali il perseguimento degli scopi (non necessariamente illeciti) è considerato più agevole e più sicuro. In una fase di segmentazione delle istituzioni, la tendenza alla ricostruzione del legame sociale si indirizza verso aggregazioni di breve raggio, che frequentemente tagliano i ponti con ogni esistenza al di fuori del «noi», facilitando il ricorso all’azione occulta, per cui accanto alla mafia, e spesso in contatto con essa, esiste un universo vasto e labirintico di associazioni segrete, di lobbies, di gruppi. Tale processo potrebbe essere considerato anche come espressione della tendenza di una socialità spontanea ad organizzarsi in forme proprie specifiche per sottrarsi alla oggettivazione istituzionale e per creare nicchie protettrici all’interno dei grandi sistemi politici, economici, amministrativi. Il segreto, la pratica unificante del silenzio, il «farsi i fatti propri» esprimono un codice di resistenza delle forze più profonde della collettività; la mafia, come specifica organizzazione, rappresenterebbe, in forma parossistica, una tipica grammatica della socialità3.

10Occorre allora sottolineare che se da una parte il diffondersi del «modello mafioso» niente toglie alla specificità della mafia come organizzazione criminale, dall'altra però essa va analizzata nel suo essere fortemente integrata in un ampio contesto, non solo territoriale, che non le è certamente estraneo. Ciò non può che sostenerne la struttura e renderne più incisiva l’azione.

11Riprendendo la metafora del cosmo mafioso occorre considerare, tra le principali forze che mantengono in una continua tensione dinamica il suo complesso sistema di relazioni interne ed esterne, i meccanismi sociali della segretezza, con il corteo dei processi ad essa connessi, e le logiche della contiguità che si esprimono attraverso reticoli di solidarietà e di sostegno reciproco e nella convergenza degli interessi apparentemente più disparati che si ricompongono a livello occulto.

  • 4 «Mafia del nonno» è quella che secondo Ferrarotti emerge dal libro di Hess, Mafia, cit. Cfr. F. Fer (...)
  • 5 Cfr. G. Simmel, Sociologia, tr. it., Milano, Comunità, 1989, cap. V.
  • 6 Cfr. G. Simmel, Filosofia del denaro, tr. it., Torino, Utet, 1984, p. 548.

12Richiamare l’attenzione sulle risorse della segretezza e sulle sue funzioni non vuol dire certo riportare l’analisi del problema in un contesto retro teso a valorizzarne gli aspetti arcaici e misteriosi, in una sorta di rivisitazione della «mafia del nonno»4, ma piuttosto mettere in luce l’importanza che ha assunto nel tempo l’uso strategico della segretezza e la prassi degli scambi occulti nel configurare la mafia come organizzazione cardine inserita in una «nazione sotterranea» in grado di esercitare una considerevole influenza sulla «nazione ufficiale». Va inoltre sottolineato che la teoria sociologica ha ampiamente dimostrato, attraverso le analisi simmeliane, come i processi messi in atto dalla segretezza, e le tensioni strutturali che li caratterizzano, possano essere ampiamente compatibili con una cultura e una organizzazione sociali moderne. Il sociologo tedesco ha considerato le dinamiche della segretezza consone e coerenti con i processi di progressiva differenziazione e di creazione dell’anonimato tipici della cultura urbana moderna5; ha inoltre evidenziato come l’economia monetaria, con la dematerializzazione dei valori economici che comporta, abbia facilitato l’occultamento degli scambi e moltiplicato le possibilità di corruzione. Il denaro, consentendo «una segretezza, un’invisibilità, una silenziosità nel cambiare proprietario»6 che nessuna altra forma di valore presenta, permette la costituzione di un’ampia rete di relazioni corrotte il cui occultamento non intacca l’immagine pubblica dei partecipanti e rende più efficaci i risultati delle transazioni illecite.

  • 7 Cfr. P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, Milano, Mondadori, 1992, pp. VII-VIII.

13L’importanza che la segretezza riveste per la mafia è emersa chiaramente anche dal procedere delle indagini dal momento che il suo massimo livello organizzativo costituisce una sorta di società segreta. Lo stesso Arlacchi, uno degli studiosi più accreditati del fenomeno, da sempre trincerato su posizioni di contestazione dell’esistenza di un’associazione formale e segreta, con regole e riti di iniziazione, ha recentemente riveduto le sue posizioni affermando: «La testimonianza di Antonino Calderone obbliga a riconoscere che quest’ultima - contrariamente a quanto sostenuto, oltre che da chi scrive, dalla quasi totalità degli studiosi sul tema - è senz’alcun dubbio anche un’organizzazione formale. Ed è proprio nella tensione tra la dimensione della mafia come società segreta da un lato e quella della mafia come potere e come comportamento concreto dall’altro, che va rinvenuta una possibile nuova chiave di lettura e di ricerca»7.

  • 8 Così, per esempio, Nicolò Turrisi Colonna, primo ad esaminare le condizioni della Sicilia dopo l’un (...)
  • 9 Cfr. H. Hess, La mafia, cit.

14In realtà il problema se esista o no una organizzazione mafiosa formale assimilabile ad una società segreta non è certo una novità, dal momento che fin dal secolo scorso è possibile riscontrare affermazioni polarizzate in proposito8; va però ricordato che a partire dal noto studio di Hess9 l’immagine della mafia come fenomeno in cui prevale una frammentazione di fatto, unitamente alla mancanza di una autorappresentazione come realtà collettiva, ha costituito una sorta di paradigma dominante che ha impedito di sviluppare le analisi in direzioni divergenti.

3. Cosa Nostra come sistema di potere occulto

  • 10 Molti pentiti concordano nel definire il nucleo organizzativo interno con l’espressione «Cosa Nostr (...)

15Esiste invece una significativa corrispondenza tra il nucleo organizzativo interno, ovverosia Cosa Nostra, come la chiamano gli appartenenti10,- e la categoria società segreta, cioè la forma sociopsicologica del gruppo di scopo che si affida al segreto come strumento di protezione verso l’esterno e come mezzo per un più sicuro perseguimento dei fini preposti.

16Seguendo Simmel è possibile definire la società segreta come una forma particolare di associazione che si contraddistingue attraverso alcune caratteristiche specifiche. In una prospettiva idealtipica essa: a) è una formazione secondaria che appare sempre all’interno di un più ampio sistema inclusivo; non esiste una società segreta se non «annidata» in una società palese; b) è costituita per precisa e cosciente volontà dei membri; in essa si entra volontariamente e l’appartenenza deriva da una serie di procedure ben precise; c) persegue la separatezza come forma di riconoscimento e come espressione di valore; d) è attraversata da un motivo «aristocraticizzante», nel senso che i suoi membri sviluppano, attraverso l’appartenenza, un sentimento di superiorità; e) facilita l’emergenza di un egoismo di gruppo teso al perseguimento degli scopi in un contesto che annulla i valori universalistici; f) sostiene uno «spirito di setta», cioè una forte coesione interna e uno svincolamento da ogni legame precedente; la lealtà, l’interesse dei singoli sono rivolti solo verso l’in-group; g) considera l’esclusione come principio di gruppo, nel senso che ad essa accedono solo i membri effettivi; h) prevede procedure di accesso attraverso diversi livelli di iniziazione; i) è organizzata in una struttura fortemente verticistica; l) produce una deindividualizzazione degli appartenenti e una grande uguaglianza tra di essi.

17Anche ad una analisi piuttosto superficiale è possibile riscontrare che molti tratti caratteristici della società segreta sono rintracciabili nella mafia. Primo tra tutti la sua peculiarità genetica, cioè il fatto di essere una formazione secondaria, formatasi consapevolmente e per precisa volontà dei membri, che si inserisce in una più ampia società, già esistente, rispetto alla quale vive in un rapporto parassitario, poiché da essa fortemente dipendente in termini di risorse.

18D’altra parte però questa dipendenza non si esprime attraverso congiunzioni, sensi di solidarietà, processi di integrazione, ma dà invece luogo ad un movimento contrario. Come e più di ogni altra associazione segreta Cosa Nostra separa coloro che ne fanno parte dalla grande società, ne ricostruisce l’identità sulla base di una appartenenza esclusiva, indirizzando i legami di lealtà solo verso l’interno. Così facendo facilita l’elaborazione di tutto un sistema valoriale e di modelli di comportamento peculiari e permette ai suoi associati di nutrire e di esercitare in piena libertà una ostilità quasi assoluta nei riguardi della realtà esterna. Al pressoché totale annullamento dei sensi di appartenenza e di obbligazione verso la grande società fa, infatti, da contrappeso un’intensificarsi dell’attaccamento e della devozione verso l’in-group o meglio ancora verso l’organizzazione segreta in quanto tale. Gli appartenenti all’associazione mafiosa mostrano infatti una assoluta fedeltà e devozione ai nuclei di base in cui si articola, le cosiddette «famiglie», spesso rappresentate dall'immagine primaria di «mammasantissima», figura onnipotente di dea madre, e un incredibile sordità all'eco che l'efferatezza delle loro azioni produce, per quanto dolorosa e universalmente condannata possa essere.

19Nella mafia, inoltre, vengono esemplarmente rappresentate le tendenze verticistiche tipiche delle società segrete: il legame principale è costituito dal rapporto che ognuno instaura con il livello direttamente superiore, mentre l'insieme delle relazioni si struttura attraverso una tensione verso l'apice.

  • 11 È fondamentale a riguardo considerare la posizione dei cosiddetti pentiti che, dopo un innumerevole (...)
  • 12 Una frase della testimonianza del pentito Salvatore Contorno sintetizza il principio in questione c (...)

20Per quanto riguarda i singoli solo una totale elaborazione di un profondo e irreversibile senso di separatezza e di estraneità nei riguardi dell'ordinamento giuridico statuale11 può supportare un’aderenza così immediata e convinta alle logiche del gruppo; l'autonomia e l'autosufficienza presenti in ogni società segreta risultano nel cosmo mafioso rappresentante nella forma più «pura». Tipico è il caso della proibizione per gli «uomini d'onore» di rivolgersi alla polizia per qualsivoglia atto criminale di cui possano essere stati vittime; essi devono essere in grado di badare a loro stessi12 in ogni frangente e di esercitare la loro sommaria e primitiva giustizia. È proprio questa specifica configurazione dei rapporti - cioè la presenza di un corpo sociale organizzato che si ritiene separato e autosufficiente e che si autonorma - che si pone alla base della nota tesi del giurista siciliano Santi Romano della mafia come ordinamento giuridico.

21Un parallelo tra le caratteristiche strutturali della società segreta e Cosa Nostra potrebbe essere portato avanti ed approfondito per un ampio ventaglio di modalità, ma ci allontanerebbe dallo scopo primario di queste riflessioni tese a sottolineare l'importanza del segreto come risorsa assiologica per l'universo mafioso, risorsa che, specialmente se coniugata con le dinamiche sociali della prossemia e della contiguità culturale, ne facilita l'espansione, la penetrazione e il radicamento nel tessuto sociale. La considerazione della mafia come società segreta non va però accantonata; essa resta sullo sfondo a dare maggiore spessore all’analisi.

22Per iniziare a riflettere lungo la dimensione prescelta occorre ritornare a quella che sembra essere una caratteristica fondamentale del fenomeno e che ne assicura la continuità nel tempo. Volendo usare una espressione forte si potrebbe sostenere che l’essenza ontologica della mafia consiste nell’essere una struttura che si fonda principalmente sul potere che esercita sugli uomini. Anche se il denaro, gli interessi, la dimensione affaristica hanno assunto negli ultimi venti anni un’importanza via via crescente, la mafia continua a fondare la sua efficienza e la sua efficacia sullo specifico tipo di potere che esercita e sulla capacità di controllo che ha sugli appartenenti, sollecitando sentimenti e interessi ben precisi, facendo appello a valori condivisi, con sullo sfondo, ovviamente, la presenza della sanzione sempre puntualmente eseguita. Una funzione particolare in tal senso è svolta anche dal controllo che passa attraverso l’appartenenza familiare, sia nel suo aspetto preventivo, dove assume la forma di pressione a conformarsi a solidarietà familiari devianti, sia in quello repressivo, tipicamente rappresentato dalla cosiddetta «vendetta trasversale». In sintesi può cambiare il mezzo con cui perseguire in maniera prioritaria il potere, il linguaggio e il codice per esprimerlo, ma la ricerca del potere, come affermazione della propria volontà (weberianamente Match), è restata immutata nel tempo.

  • 13 Si veda per esempio P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalis (...)

23Anche per questo sembra poco condivisibile l’interpretazione della mafia come moderna organizzazione imprenditoriale di tipo capitalistico schumpeteriano13, dal momento che le imprese mafiose utilizzano un potenziale di intimidazione e di violenza e sostengono il loro protagonismo economico attraverso azioni che le qualificano come vere strutture di dominio. Né va sottaciuto che la loro concorrenzialità è resa vincente dal ricorso all’agire occulto che le libera dai condizionamenti finanziari a cui soggiaggiono le altre imprese: esse infatti hanno la possibilità di porsi al contempo dentro e fuori l’ordine capitalistico, di congiungere un livello palese e legale con uno segreto e criminale.

  • 14 Arlacchi ha riassunto le tre funzioni fondamentali del potere mafioso tradizionale in protezione, m (...)

24Nonostante molte delle funzioni di regolazione sociale tradizionalmente svolte dalla mafia si siano oggi per così dire affievolite, passando in secondo piano rispetto all’uso di Cosa Nostra e della sua capacità di collusione con elementi deviati del mondo degli affari e della politica per sostenere le proprie attività economiche e finanziarie, il potere che essa tende ad esercitare sugli uomini è rimasto invariato. La mafia imprenditrice, perfetta interprete della modernità, protegge, media e reprime14 sempre meno i conflitti interni alle comunità locali, ma non ha certo rinunciato al suo dominio sulle persone che persegue attraverso le diverse forme di potere, di autorità e di influenza che esprime. D’altra parte è proprio questo dominio che le assicura la riproduzione di due valori classici della tradizione culturale mafiosa, la fiducia e la segretezza, che appaiono quanto mai funzionali nella situazione di clandestinità e di assenza di ogni tipo di garanzia qual è quella dei grandi mercati illegali.

25La dimensione del potere e del controllo sugli uomini più di ogni altro elemento ne assicura la continuità con il passato: la mafia rappresenta l’emergenza spontanea (e perversa) di una gerarchia occulta che viene in un certo senso riconosciuta e legittimata. Nata in un contesto rurale in cui i diritti superiori sulla terra erano innestati in un sistema culturale che li accompagnava al potere sugli uomini, pur se trasformata, modernizzata, industria- lizzata la mafia continua ad organizzare il mondo in chiave di sottomissione e di dominio. A questo proposito basti riflettere come uno degli elementi che ne ha assicurato nel tempo lo sviluppo e il consolidamento sia stato proprio quello scambio occulto che ha instaurato con personalità o settori del mondo politico da una posizione di forza che le derivava dalla possibilità di controllare il territorio e le sue risorse e di organizzare una sorta di monopolio dell’aggregazione del consenso. Attraverso l’influenza esercitata su ampie fasce dell’elettorato locale la mafia ha «offerto» e «venduto» la possibilità di accesso al potere politico in cambio di protezione, di trattamenti preferenziali, di «assenze» nel controllo formale e così via.

4. Il segreto come moltiplicatore del potere

26Postulata la centralità della dimensione del potere non resta che coniugarla con i meccanismi della segretezza. La tesi qui sostenuta è che esiste un’assoluta compenetrazione tra potere mafioso e meccanismi della segretezza; questi ultimi agiscono da moltiplicatore del primo in diverse dimensioni.

  • 15 Dichiara Calderone: «Quando si fa un omicidio... non si è obbligati a dire a tutti i membri della f (...)

27Non a caso, infatti, la mafia è e vuole essere potere occulto anche quando, come di recente è accaduto, ha abbandonato la tradizione del crimine silenzioso a favore del «delitto spettacolo». Di essa si deve sapere solo che esiste e che può, ma non come, né quando, né perché. Ignorando le sue logiche, i suoi percorsi, i modi e i tempi in cui agisce, il suo potere si disincarna, appare come potenza pura assolutamente indeterminabile nelle sue dimensioni, nei suoi confini e nei suoi limiti. La segretezza di cui si riveste moltiplica nell’immaginario collettivo (degli appartenenti e dei non appartenenti) l’idea della mafia come potenza oscura onnipresente, suscitando timore e rispetto e scoraggiando le intenzioni di sottrarsi alla sua sfera di influenza. Per questo, e non solo per evidenti motivi di sicurezza, l’identità degli «uomini di onore» viene ad essere palesemente nota solo all’interno delle varie «famiglie»; per questo gli stessi esecutori materiali («soldati» o «picciotti» a secondo dei luoghi) molto spesso ignorano i motivi reali delle azioni comandate e l’entità da cui proviene il comando in prima istanza15.

  • 16 Ibid., p. 149.

28La centralità del segreto prevede anche un'iniziazione per livelli, dopo un percorso temporale e con il superamento di diverse prove. Il contenuto, l’organizzazione, l’identità dei membri, gli scopi del gruppo divengono accessibili al neofita solo progressivamente; esso al suo primo accostarsi all’associazione si trova più vicino alla posizione del non-partecipante, a partire dalla quale viene osservato, sottoposto a prove, valutato. Se ne considerano la capacità ad usare la violenza, l’attitudine all’obbedienza e al rispetto per i capi, la predisposizione alla segretezza e al silenzio anche nelle condizioni più avverse. La gradualità nell’avvicinamento fino al far parte a pieno titolo dell’associazione funge da meccanismo di separazione formale e materiale con l’esterno e di protezione del nucleo interno e, al tempo stesso, ne irradia senza gravi rischi la sfera di influenza. Gli «avvicinati», pur non essendo membri a pieno titolo di Cosa Nostra, intrattengono con l’organizzazione un rapporto privilegiato: l’essere a conoscenza, anche parziale, di qualche segreto, o comunque dell’esistenza della stessa organizzazione, dà valore aggiunto alla relazione che hanno già intrecciato con essa, li qualifica come elementi particolarmente vicini e disposti ad agire nell’interesse della «famiglia», senza altra personale convenienza se non la speranza di farne un giorno parte. Le testimonianze dei pentiti hanno fatto emergere chiaramente la capacità di attrazione che esprimono quanti sono reputati «uomini d’onore»; intorno ad essi ruota una corona di giovani, sempre pronti ad offrire servigi e a mettersi in mostra: non chiedono e non aspirano ad altro che ad essere immessi nell’organizzazione16.

29Come ogni società segreta anche la mafia agisce come un polo magnetico che attrae coloro che sono iniziati solo parzialmente i quali, spinti dal desiderio di una piena conoscenza e di una totale partecipazione, ne diventano anticipatamente gli schiavi devoti. Il potere mafioso giunge così a controllare una sfera sociale molto più ampia degli appartenenti veri e propri alla sua organizzazione formale. Il segreto e la gradualità di accesso ad esso fanno sì che intorno al nucleo Cosa Nostra, come a quello di ogni associazione segreta, si organizzino cerchie via via più estranee che fungono da sfera protettiva elastica nei riguardi del resto della società.

30Nel caso dell’organizzazione mafiosa però il panorama è più complesso poiché queste cerchie sono molteplici e variamente interconnesse con il centro. Non tutto l’universo colluso o comunque in contatto con la mafia si presenta concentrico e attraversato da forze centripete. Esiste un vasto reticolo di complicità, di scambi di favori, di contatti, di frequentazioni che non necessariamente preludono ad un ingresso nell’organizzazione, ma anzi al contrario ne prescindono, esprimendo proprio attraverso questa estraneità la loro specifica funzione nell’interesse e nell’equilibrio di Cosa Nostra. Si pensi, per esempio, a quella fascia sociale in cui è diffusa la prassi della doppia appartenenza al mondo legale e a quello illegale che offre e riceve servizi dalla mafia, ai vari intrecci tra mafia e massoneria, senza dubbio facilitati dall’essere entrambe associazioni segrete che antepongono i legami di fratellanza interna e gli interessi di gruppo alle lealtà universalistiche, alla disponibilità di alcuni politici ad usufruire come risorsa aggiuntiva delle «prestazioni» mafiose, scambiandole con trattamenti privilegiati e così via.

31Lo scambio occulto, le relazioni segrete, le reti di complicità nascoste integrano, sotto alcuni aspetti, il sottosistema del potere mafioso nel sistema di potere globale, ne rafforzano l’incisività dell’azione e il radicamento nella società. Il potenziale criminoso emergente dalla combinazione tra mafia come società segreta da una parte e alleanze trasversali di gruppi dotati di risorse di potere in diversi settori della società dall’ altra raggiunge livelli esponenziali.

  • 17 Calderone sottolinea incisivamente la differenza tra criminalità comune e mafia: «Mi scuserete di q (...)
  • 18 Questa sorta di carisma viene riconosciuto dal giudice Falcone, quando sostiene: «La mafia ha un’or (...)

32Il segreto agisce come moltiplicatore del potere mafioso anche sotto altri aspetti: c’è infatti da ricordare che la vita in una associazione clandestina sostiene i sentimenti di potenza individuali e collettivi che prendono poi ulteriore forza dalla massimizzazione dei benefici che il comportamento criminale trae proprio dal nascondimento. Come ogni società segreta la mafia separa i suoi membri dagli altri, dà ad essi il senso di appartenere ad una élite17. I mafiosi si autodefiniscono «uomini d’onore», si ritengono superiori agli altri, dotati di carisma18. Questa ipervalutazione dell’idea di «sé» scaturisce in massima parte proprio dal fatto di reputarsi membro di un gruppo elitario e trova sviluppo nel processo di maturazione di un senso di appartenenza che raggiunge livelli di elevata intensità. Viene così aumentata la distanza psicologica e sociale dal più ampio contesto; il resto della realtà si scolora e si annulla sullo sfondo, perdendo forma, senso e significato. La convergenza della lealtà e degli interessi è solo verso l’interno.

  • 19 Cfr. P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, cit., p. 146.

33Il pentito Calderone descrive in maniera incisiva il progressivo svincolamento dai modi di vita e dalle appartenenze precedenti che l’ingresso in una «famiglia» comporta affermando «... tutti i soldati avevano in comune un certo senso di distinzione, di superiorità rispetto alla gente comune, e finivano piano piano per distaccarsi dalle vecchie conoscenze, dalle amicizie d’infanzia, per frequentare soprattutto la gente come loro, gente con cui potevano dialogare, discutere problemi comuni, parlare la stessa lingua. Il mondo e le vicende di Cosa Nostra prendevano prima o poi il sopravvento»19.

34L’appartenenza al mondo di Cosa Nostra riveste le caratteristiche di un’esperienza, totalizzante e irreversibile, che segna profondamente il senso d’identità dei singoli; di qui quel completo e non problematico svincolamento dalle norme e dai valori comuni che rende il comportamento mafioso perfettamente razionale (fino alle estreme conseguenze) rispetto alle finalità criminose.

5. «Legge del segreto» e comunicazione

35La riflessione sui meccanismi tipici della segretezza non è solo utile a comprenderne le funzioni di amplificazione del potere mafioso; essa può offrire infatti un valido contributo anche per una analisi delle tensioni interne che hanno attraversato e che attraversano l’universo mafioso con crescente intensità.

36Cosa Nostra, come è noto, ha dato prova di essere un tipo di organizzazione sociale suscettibile di usi differenti e persino contraddittori, mostrando una straordinaria capacità di adattamento e di versatilità nell’adeguarsi a nuovi ambienti e a nuove tecniche operative. Ciò significa che come organizzazione è stata soggetta ad una continua pressione verso il rinnovamento, in una sorta di «rivoluzione permanente» che, come ogni rivoluzione, ha prodotto e produce le sue vittime. Non a caso le morti violente, le stragi al suo interno sono state direttamente proporzionali all’accelerazione del tasso di cambiamento e di ricambio dei gruppi di vertice: è proprio questo elemento ad aver costituito uno dei punti deboli dell’organizzazione, ad aver aperto una falla nella fitta trama della rete della solidarietà e dell’omertà interne ed esterne.

37In una associazione tesa ad adeguarsi, si potrebbe dire in tempo reale, alle possibilità offerte dall’ambiente, le tensioni si moltiplicano fino all’inverosimile e aumentano soprattutto l’indeterminatezza e i costi psicologici individuali. A ciò va aggiunto il fatto che stiamo argomentando di una organizzazione criminale che usa l’omicidio come uno dei mezzi abituali per raggiungere gli obiettivi e per i propri problemi di ordine interno e di ricambio.

  • 20 Ibid., p. 24.

38In siffatta situazione è di vitale importanza che le informazioni circolino e che siano le più precise possibili. Dice a questo proposito il pentito Calderone: «L’importante è l’informazione precisa. Nella mafia devono circolare informazioni accurate, esatte. Altrimenti non si capisce più niente e si crea una gran confusione... Se non si sa chi ha ammazzato qualcuno, o se lo si sa in modo sbagliato, allora nessuno è più sicuro di niente, neppure della sua vita»20. Per questo tutti i pentiti sono d’accordo nel sostenere che la regola della verità è fondamentale; gli «uomini d’onore» devono essere sinceri quando parlano tra loro.

39A fronte di tutte le dichiarazioni di principio, però, l’area interna della comunicazione e della circolazione delle informazioni è quella che si configura la più complessa e la meno facile da controllare; ciò perché la «legge del segreto» sembra porsi come una sorta di codice che informa l’agire del cosmo mafioso anche al suo interno, distorcendo le comunicazioni, moltiplicando le possibilità di interpretazione dei segnali, sempre criptici d’altronde, creando disturbi di ricezione e così via. La mafia, che pone la razionalità al centro del suo progetto criminoso, non si presenta certo come un cosmo razionale e ordinato, perché il segreto, divenuto da mezzo per conseguire con più incisività gli scopi l’elemento che influenza maggiormente l’organizzazione, si rivela, al suo interno, fattore di complessità e di disordine.

  • 21 Tommaso Buscetta ben descrive il modo complicato in cui le informazioni vengono scambiate: «Quando (...)
  • 22 Emblematica è la condizione dei «posati», cioè di coloro che sono momentaneamente allontanati e ten (...)

40Innanzitutto va osservato che molte informazioni non circolano perché le «famiglie» conservano la loro indipendenza in diversi modi, anche occultando l’identità dei propri membri; i rapporti di conoscenza tra di esse sono limitati all’essenziale21. All’interno di una stessa «famiglia» il potere mafioso, a sua volta, tende a proporsi in maniera non completamente trasparente22: per esempio anche per i fatti più gravi, come un omicidio, il più delle volte non viene conosciuto l’esecutore materiale.

  • 23 Cfr. D. Gambetta, La mafia..., cit., p. 169.

41La mafiosità si esprime attraverso uno stile di vita di cui il silenzio e il riserbo sono qualità fondamentali. Non solo un «uomo d’onore» non deve rivelare a nessuno la sua affiliazione, ma deve evitare di porre troppe domande, di essere curioso su persone, fatti, eventi. Deve essere inoltre in grado di padroneggiare un codice di comunicazione fatto di poche parole, di sottintesi, preferire e comprendere i messaggi obliqui, le allusioni, le metafore. «Nel mio ambiente» sostiene Buscetta «non si fanno mai domande, ma l’interlocutore, quando lo ritiene, ti fa capire, con una frase, con un cenno del capo ed anche con un sorriso... anche col silenzio»23.

42In un universo in cui un agire fortemente determinato, sempre teso fino alle estreme conseguenze, si accompagna ad una comunicazione sociale affidata ad un linguaggio criptico, non facilmente comprensibile crescono a dismisura l’ansia e la sfiducia. Si sviluppa un’ipersensibilità ai segnali perché non solo sono facili i fraintendimenti, ma perché aumentano le possibilità di inganno. La mafia è un mondo in cui è oneroso decidere di chi fidarsi e di chi non fidarsi; nella foresta delle allusioni e nella babele dei segnali prodotti non è agevole distinguere chi mente, chi tace, chi non sa, chi distorce; si comprende allora perché ogni «uomo d’onore», a sua volta, diventi elemento di ulteriore complessità, tendendo a riprodurre all’interno dell’associazione, in funzione difensiva e offensiva, zone di ombra, nicchie oscure, nel cui cuore segreto si annodano e si sciolgono patti, si creano alleanze sempre e comunque duplici, ambigue, provvisorie e contingenti.

  • 24 Cfr. G. Simmel, Sociologia, cit., p. 312.

43La tensione strutturale tra l’occultamento e il disvelamento tipica di ogni associazione segreta agisce anche all’interno del cosmo mafioso: per descriverla si potrebbe far ricorso alla notazione simmeliana che assimila il segreto al denaro. Come il valore della moneta è goduto al massimo nell’atto della sua spesa, così il valore della segretezza svela tutti i suoi tesori nel momento della sua rivelazione: «... il senso di potenza conferito dal possesso di denaro si concentra, nella maniera più completa e piacevole, nell’attimo in cui si disfa di questa potenza. Anche il segreto è sostenuto dalla consapevolezza di poterlo tradire, e di avere in mano in tal modo la potenza per provocare mutamenti di destino e sorprese, gioie e distruzioni, forse anche soltanto un’auto-distruzione»24.

44Nel contesto mafioso al timore generato da questo dualismo di fondo proprio alle dinamiche della segretezza si aggiunge la paura derivante dal fatto che tutti sono al tempo stesso amici e nemici di tutti e che la lealtà richiesta verso Cosa Nostra (tipicamente rappresentata da una totale subordinazione verticistica) si configura sovradeterminata ad ogni altro legame che i membri posseggono.

45Il codice della segretezza, agendo all’interno dei flussi comunicativi in maniera pervasiva e indiscriminata, crea così una situazione di continua tensione tra verità e menzogna, tra il tacere e il comunicare, tra l’esigenza di sapere e il timore di sapere troppo, aumentando in tal modo l’indeterminatezza. Il risultato è una sfiducia organizzata, diffusa, ipnotica che ha prodotto uri escalation di violenza e di efferatezze. Esacerbati oltre un certo livello e riprodotti all’interno, i meccanismi della segretezza da punto di forza si trasformano per la mafia in elementi di debolezza, minando uno dei valori fondamentali della sua tradizione culturale, la fiducia reciproca.

6. Mafia e società

46Il sistema mafioso però, come si diceva all’inizio, non è solo organizzazione criminale; esso consta (e necessita) di un vasto reticolo di connessioni con un universo colluso e non, per mezzo del quale l’azione mafiosa si stempera in forme para-legali o legali, mescola lecito e illecito, si infiltra, attraverso una fitta ragnatela di amicizie, di conoscenze, di obbligazioni e di corruzioni nel tessuto connettivo della società fino a disperdersi in esso.

47Come è noto, infatti, l’organizzazione mafiosa usufruisce di un tradizionale appoggio proveniente dal contesto locale che le esprime solidarietà diretta o indiretta e che spesso manifesta un orientamento ad adottare comportamenti e stili di vita simili. Alla base c’è senza dubbio una diffusa consuetudine a rappresentare la mafia come universo culturale con una identità e una specificità autoctone con le quali è difficile non effettuare una qualche, sia pure marginale, identificazione; sotto questa angolazione non c’è frattura o estraneità totale, ma piuttosto un senso di contiguità tra la mafia e la quotidianità dell’essere siciliani.

  • 25 Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta durante un suo interrogatorio ben esemplificano lo scenario in (...)

48Ben si comprende allora come la società tutta possa divenire il luogo dell’occultamento, del nascondimento, della clandestinità che rendono massimi i benefici del comportamento criminale. Non occorre che ci siano sempre collusione, volontà di aderire o sostenere un progetto criminale; il più delle volte la solidarietà informale è frutto spontaneo e involontario della condivisione di uno spazio e di un destino comune. La prossemia crea congiunzioni di fatto, fonda catene di «noi», organizza reticoli di solidarietà e di sostegno. La vicinanza e la (parziale) somiglianza rendono senza dubbio problematico il sottrarsi a forme, anche larvate, di solidarietà e troppo oneroso (in termini di costi personali) evitare i contatti e gli scambi. Sono i piccoli privilegi quotidiani, la consuetudine di servizi reciproci stabilita con chi è vicino che creano legami e obbligazioni: è facile allora all’interno di questa rete che avvolge tutta una realtà sociale trovare la chiave (cioè la persona adatta) per avvicinare, contattare, chiedere favori, «aggiustamenti», benefici, per gli «uomini d’onore»25. Più facile ancora se il codice usato è il codice mafioso che dice e non dice, allude e minaccia, promette, offre e resta vago, facilitando in tal modo il mantenimento di una doppia lealtà. Sullo sfondo, sempre e comunque, aleggia la logica potente della corruzione per assicurare dall’alto (nella pubblica amministrazione, nella giustizia, ecc.) la copertura essenziale, la protezione dal pieno disvelamento e dal perseguimento penale dei comportamenti criminosi.

49In questa dimensione i meccanismi della segretezza mostrano in pieno la loro funzionalità, rinforzata anche dall’atteggiamento di chi non sa e non vuole sapere, di chi non chiede per non conoscere, di chi non pone interrogativi perché attende i premi al silenzio. Tutti sanno che ognuno sa, ma la conoscenza resta segreta, non circola apertamente, non raggiunge quella pubblicità che necessita prese di posizione; segmenti di sapere restano patrimonio dei singoli o di ristrette cerchie e vengono protetti dai rischi della comunicazione palese. Attraverso la pratica del silenzio, del detto e del non detto si facilita la capacità di tolleranza del corpo sociale, la sua accettazione di una realtà che appare come prodotto della propria terra, perverso, impazzito, ma comunque sempre meno distante delle istituzioni dello Stato di diritto, specialmente quando queste ultime appaiono assenti o debolmente coinvolte nella loro attività di regolazione sociale.

50La mafia è radicata sul territorio, trae da esso la sua linfa vitale; al di là della sua dimensione di multinazionale del crimine non ha mai rotto definitivamente il suo legame con la dimensione locale in cui agendo sugli uomini secondo la logica della vicinanza, del contatto, della contaminazione riesce a capitalizzare e ad esercitare un potere considerevole, basato anche sull’accumulazione di un patrimonio consuetudinario di reputazione, con un relativamente basso impiego di energia.

51L’integrazione della mafia nella società, però, non si manifesta solo a livello territoriale locale, ma giunge al ruolo di segmento inserito in quella «nazione sotterranea» che esprime un’aggregazione di interessi, capace di effettiva tutela politica, tesa a porsi come struttura egemonica dello Stato. In ciò è facilitata da una diffusa disorganizzazione della collettività, da un sistema politico e sociale frammentato, dedito alla propria riproduzione e alla tutela delle posizioni acquisite, che si ricompone a livello occulto attraverso la prassi dei contatti e degli scambi tra potentati legali e illegali, tra forze palesi e poteri nascosti. Questa particolare configurazione di rapporti ha agevolato il passaggio da una coesistenza conflittuale tra mafia e poteri sotterranei ad una vera e propria loro compenetrazione. Come società segreta la mafia ben si inserisce in quella fitta rete di scambi e di solidarietà occulte che si sottraggono ai controlli della pubblicità; essa è divenuta un attore primario di un ampio mercato all’interno del quale è possibile scambiare le risorse provenienti da posizioni istituzionali con quelle prodotte con azioni illegali.

52A fronte di una così complessa configurazione di relazioni che si coniuga con il salto qualitativo «professionale» operato dall’organizzazione mafiosa negli ultimi anni è difficile prevedere il possibile andamento del fenomeno e il suo relativo sviluppo. Appare evidente che la mafia non è semplice delinquenza comune, ma vero e proprio contropotere criminale; infiltrata in alcuni nodi delle istituzioni democratiche, alleata con sezioni del capitalismo finanziario, ha potuto ulteriormente espandere la sua influenza nella società. E lungo la direttiva del potere che vanno allora ricercate le eventuali linee di sviluppo che l’organizzazione mafiosa potrà intraprendere, modificando il suo stesso rapporto con il territorio, probabilmente alterando il tradizionale equilibrio tra consenso e terrore a favore di quest’ultimo.

  • 26 Cfr. ISPES, Osservatorio permanente sulla criminalità in Italia: 7° indagine. I nuovi poteri mafios (...)
  • 27 Particolarmente significative si profilano le parole del giudice Falcone: «Abbiamo poco tempo per s (...)
  • 28 Nella sua audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia Leonardo Messina con l’usuale l (...)

53Gli studiosi più attenti e accreditati del fenomeno avvertono che lo Stato ha tutti i mezzi per sconfiggerla, mentre nella società civile delle stesse zone tradizionalmente sottoposte al controllo mafioso si registrano chiari e inediti segnali di una emergente crisi di legittimazione di Cosa Nostra e di rottura della catena di omertà e di paura26. Ma per riuscire a decifrare la rilevanza di questi segnali, per comprendere se si trasformeranno in passione civile e in energia di mutamento occorre ancora conoscere più a fondo le dinamiche di un fenomeno che si trasforma continuamente27 nel segreto, per cui ad ogni scenario che si chiarisce c’è un continuo rimando ad altri scenari ancora indefiniti, ancora più inquietanti28.

54Infatti la mafia che pure attraverso la parola dei pentiti ha svelato i suoi contorni e le sue logiche non sembra aver perso completamente la sua enigmatica capacità di metamorfosi e l’opacità che oppone ad una piena comprensione dei suoi processi di mutamento. Per alcuni aspetti il segreto che l’ha da sempre caratterizzata funge ancora da cintura di protezione.

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Note

1 Cfr. E. J. Hobsbawm, I ribelli, tr. it., Torino, Einaudi, 1974.

2 Cfr. H. Hess, Mafia, tr. It., Bari, Laterza, 1973.

3 Sulla mafia come metafora della socialità cfr. M. Maffesoli, La maffia. Note sur la socialité de base, «Cahiers Internationaux de Sociologie», 2, 1982; Id. Il tempo delle tribù, tr. it., Roma, Armando, 1988, p. 127.

4 «Mafia del nonno» è quella che secondo Ferrarotti emerge dal libro di Hess, Mafia, cit. Cfr. F. Ferrarotti, Rapporto sulla mafia: da costume locale a problema dello sviluppo nazionale, Napoli, Liguori, 1978, p. 13.

5 Cfr. G. Simmel, Sociologia, tr. it., Milano, Comunità, 1989, cap. V.

6 Cfr. G. Simmel, Filosofia del denaro, tr. it., Torino, Utet, 1984, p. 548.

7 Cfr. P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, Milano, Mondadori, 1992, pp. VII-VIII.

8 Così, per esempio, Nicolò Turrisi Colonna, primo ad esaminare le condizioni della Sicilia dopo l’unità e a notare in modo chiaro il sorgere della mafia ammoniva sul pericolo della «setta» che andava diffondendosi in tutta l’isola. «Setta» scriveva «... che dà e riceve protezione... che dà e riceve soccorso... che poco o nulla teme la forza pubblica». (Cfr. N. Turrisi Colonna, Cenni sullo stato attuale della Sicurezza Pubblica in Sicilia, Palermo, 1854, p. 30). Nelle Lettere meridionali di Pasquale Villari (1878) si legge invece «Questa mafia non ha statuti scritti, non è una società segreta» (cfr. R. Ciuni, Un secolo di mafia, in Storia della Sicilia, a cura di R. Romeo, Napoli, Società Editrice, 1977, vol. IX, p. 338). A sua volta Lestingi, procuratore del Re, nel 1880 sosteneva: «Esiste il mafioso, non la mafia» (cfr. F. Lestingi, La mafia in Sicilia, «Archivio di psichiatria e antropologia criminale», I, 1880, p. 292).

9 Cfr. H. Hess, La mafia, cit.

10 Molti pentiti concordano nel definire il nucleo organizzativo interno con l’espressione «Cosa Nostra», quasi a sottolinearne l’organicità interna e la separatezza dal contesto. Le formule attraverso le quali due «uomini d’onore» vengono reciprocamente presentati da un terzo che li conosce entrambi «Questo è cosa nostra», «Questo è la stessa cosa» ben sottolineano l’enfasi sul senso di totale appartenenza. In un recente studio Gambetta ricostruisce criticamente la storia dell’emergenza dell’espressione «Cosa Nostra», ipotizzandone la derivazione «da un gioco tra interpretazione esterna e riappropriazione interna»; in questo senso l’espressione «Cosa Nostra» emersa casualmente in alcuni interrogatori di pentiti sarebbe poi stata fatta propria dagli appartenenti all’organizzazione mafiosa. Cfr. D. Gambetta, La mafia siciliana, Torino, Einaudi, 1992, p. 194.

11 È fondamentale a riguardo considerare la posizione dei cosiddetti pentiti che, dopo un innumerevole numero di lutti tra le persone care, avendo compreso che la loro vita era in pericolo e il loro destino segnato, hanno deciso di collaborare, rimanendo però fondamentalmente «uomini d’onore» e non trasferendo la loro lealtà nei confronti dello Stato. L’irreversibilità della loro identità di appartenenti a Cosa Nostra e del senso di distanza dallo Stato è ben rappresentata nel libro di G. Falcone e M. Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991.

12 Una frase della testimonianza del pentito Salvatore Contorno sintetizza il principio in questione con una regola: «E regola fondamentale per un uomo d’onore non rivolgersi alla Polizia se subisce un furto o qualsivoglia delitto»; cfr. D. Gambetta, La mafia siciliana, cit., p. 163.

13 Si veda per esempio P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Bologna, Il Mulino, 1983.

14 Arlacchi ha riassunto le tre funzioni fondamentali del potere mafioso tradizionale in protezione, mediazione e repressione; ibid., cap. II.

15 Dichiara Calderone: «Quando si fa un omicidio... non si è obbligati a dire a tutti i membri della famiglia che è stato il soldato tale a sparare... Si intuisce che un dato omicidio è stato eseguito da qualcuno della famiglia, ma solo il capodecina conosce l’identità del killer». Cfr. P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, cit., p. 155.

16 Ibid., p. 149.

17 Calderone sottolinea incisivamente la differenza tra criminalità comune e mafia: «Mi scuserete di questa differenza che faccio fra mafia e delinquenza comune, ma ci tengo. Tutti i mafiosi ci tengono. È importante: noialtri siamo mafiosi, gli altri sono uomini comuni. Siamo uomini d’onore. E non tanto perché abbiamo prestato giuramento, ma perché siamo l’elite della criminalità», ibidem, p. 5. Il senso di separatezza dagli uomini comuni e la consapevolezza della propria superiorità è ben rappresentato dal personaggio di don Mariano Arena di II giorno della civetta di Leonardo Sciascia.

18 Questa sorta di carisma viene riconosciuto dal giudice Falcone, quando sostiene: «La mafia ha un’organizzazione ferrea: sì “deve” basare su dei valori. Sono uomini, non vermiciattoli; li chiamiamo pecorai, ma sono il precipitato della saggezza siciliana, gente che ti comanda con gli occhi». Questa dichiarazione per l’evidente sensazione che suscita è riportata nella quarta di copertina del volume di L. Rossi, I disarmati, Milano, Mondadori, 1992.

19 Cfr. P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, cit., p. 146.

20 Ibid., p. 24.

21 Tommaso Buscetta ben descrive il modo complicato in cui le informazioni vengono scambiate: «Quando un uomo d’onore ha bisogno di contattare il capo o membri di altre famiglie, si rivolge al capo della propria, il quale lo pone in contatto per mezzo di un membro della famiglia che conosca entrambe le parti. In siffatta maniera viene assicurato un sistema molto efficace per assicurare la segretezza maggiore delle famiglie mafiose, infatti, i rapporti di conoscenza vengono limitati all’essenziale e si sa ben poco delle altre famiglie»; cfr. D. Gambetta, La mafia..., cit., p. 171.

22 Emblematica è la condizione dei «posati», cioè di coloro che sono momentaneamente allontanati e tenuti sotto controllo ovviamente a loro insaputa. «Chi è posato» afferma Messina «non lo sa. Si fa una riunione senza l’uomo e si decide che per sei mesi va osservato; se è furbo se ne accorge». Cfr. l’audizione di Leonardo Messina in Mafia & potere, supplemento dell’« Unità», 15, aprile, 1993, p. 55.

23 Cfr. D. Gambetta, La mafia..., cit., p. 169.

24 Cfr. G. Simmel, Sociologia, cit., p. 312.

25 Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta durante un suo interrogatorio ben esemplificano lo scenario interpretativo sopra delineato: «Desidero sottolineare che attorno alle famiglie e agli uomini d’onore vi è una massa incredibile di persone che, pur non essendo mafiose, collaborano coi mafiosi, talora inconsapevolmente. Tutto ciò dipende da quel clima perdurante di “contiguità” rispetto alle organizzazioni mafiose, che rende le stesse tanto potenti... Circa il tenore di tali rapporti faccio presente che gli stessi non possono essere ricondotti alla situazione di assoggettamento. Si tratta di situazioni in cui coloro che cooperano si attendono anche dei vantaggi». Cfr. D. Gambetta, La mafia..., cit., p. 24.

26 Cfr. ISPES, Osservatorio permanente sulla criminalità in Italia: 7° indagine. I nuovi poteri mafiosi e la criminalità in Italia, Roma, ISPES, 1992.

27 Particolarmente significative si profilano le parole del giudice Falcone: «Abbiamo poco tempo per sfruttare le conoscenze acquisite, poco tempo per riprendere il lavoro di gruppo... Dopodiché, tutto sarà dimenticato, di nuovo scenderà la nebbia». Cfr. Cose di Cosa Nostra, cit., pp. 11-12.

28 Nella sua audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia Leonardo Messina con l’usuale linguaggio allusivo mafioso adombra nuove frontiere per il potere mafioso che intenderebbe, secondo il pentito, portare avanti un progetto di piena autonomia politica. «Non è la prima volta che Cosa Nostra cambia nome e pelle. I corleonesi si debbono spogliare di tutti gli uomini. Sta cambiando il sistema, si stanno rigenerando». A proposito dei motivi di un’importante riunione tenuta ad Enna sostiene: «Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro». Cfr. Mafia & Potere, cit., pp. 53-54.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Maria Luisa Maniscalco, «Mafia e segreto. Meccanismi sociali della segretezza e criminalità organizzata»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 93-109.

Notizia bibliografica digitale

Maria Luisa Maniscalco, «Mafia e segreto. Meccanismi sociali della segretezza e criminalità organizzata»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/6593; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.6593

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Autore

Maria Luisa Maniscalco

Dipartimento di Sociologia e Scienza della politica - Università di Salerno

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Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

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