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note critiche

Pensare l’azione

Creatività come concetto fondamentale della teoria dell’azione in sociologia e in altre scienze sociali
Jürgen Straub
p. 181-190

Testo integrale

1La tesi fondamentale del libro di Hans Joas, Die Kreativitàt des Handelns (Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1992) si può riassumere così: nella teoria sociologica delazione hanno finora dominato due modelli, il teleologico (razionale rispetto allo scopo) e il normativo (razionale rispetto al valore o alla norma). Nel primo caso l’agire viene concettualizzato, descritto ed analizzato mediante l’applicazione dello schema «mezzi-fini», nel secondo caso invece le descrizioni e le analisi di tipo interpretativo ed esplicativo fanno riferimento a valori e a norme che costituiscono e regolano le azioni. Senza negare l’utilità di questi modelli per la ricerca empirica e per la riflessione teorica in sociologia, Joas tuttavia ne ridimensiona la portata. Entrambi non sanno render ragione, in modo concettualmente e teoreticamente appropriato, degli aspetti creativi della prassi individuale e collettiva, come pure non sanno indicare prospettive promettenti per un’analisi non riduttiva di quella stessa prassi.

  • 1 Bernhard Waldenfels, Der Logos derpraktischen Welt, in Id., Der Stacheldes Fremden, Frankfurt a.M., (...)

2Nella critica al predominio esercitato dai due precedenti modelli, la diagnosi di Joas va d’accordo con la tesi recentemente esposta da Waldenfels1. Anche Waldenfels relativizza gli ordini imposti dalla terminologia diffusa nella teoria dell’azione e lo fa in nome della produttività, o meglio, parafrasando Joas, in nome della creatività, che è termine più felice, perché più universale. Il modello dell’agire razionale rispetto allo scopo e il modello dell’agire normativo, orientato ai valori o alle regole, tematizzano l’agire, come dice Waldenfels, esclusivamente come attività riproduttiva. Secondo questi modelli, i fini o gli scopi, i valori o le norme già prefissati condizionano e determinano l’agire, senza poter minimamente spiegare come l’agire medesimo crei nuove strutture di ordine, siano esse teleologiche o normative, in breve: come l’agire crei il nuovo. Questo trascendimento creativo di ordini, realtà e possibilità dell’agire attraverso l’agire stesso si trova dunque al centro delle riflessioni di Joas. In generale il sorgere del nuovo non viene qui concepito come creatio ex nihilo. Non si sostiene neppure che la considerazione dei fini, dei valori e delle regole diventi totalmente superflua, nel momento in cui si voglia far valere la dimensione creativa delle azioni. L’agire concreto, nel suo compimento e risultato, non è quasi mai né totalmente riproduttivo né esclusivamente creativo. Joas sottolinea d’altronde che l’elogio della routine può rappresentare un giusto contrappeso rispetto alle pretese eccessive di un ideale assolutizzato di creatività. Non è la creatività pura e «trapassante nell’assoluto» di azioni straordinarie ad interessare lo scienziato sociale. Piuttosto Joas si occupa della dimensione creativa, degli aspetti creativi potenzialmente presenti in qualsiasi tipo di azione che l’uomo comune può compiere. Ciò implica, non da ultimo, un conseguente rifiuto del culto elitistico del genio e della creatività. Inoltre, gli argomenti di Joas si riferiscono tanto all’agire individuale, quanto all’agire collettivo, ovvero l’autore si domanda come ad esempio gli esseri umani, solidalmente o conflittualmente, diano vita a realtà sociali nel contesto della strutturazione politica.

3Per comprendere l’intento di Joas è decisiva la constatazione che l’analisi della creatività dell’agire non mira a porre un modello dell’agire creativo accanto ai modelli dell’agire teleologico e normativo. Anche se a mio avviso è già un merito notevole il solo fatto di portare l’attenzione su questo «terzo modello» e di contribuire alla sua chiarificazione concettuale, Joas non si limita soltanto a menzionare aspetti trascurati della nostra prassi. La teoria della creatività dell’agire si prefigge piuttosto di abbracciare, integrare e fondare gli altri due modelli. Il progetto di Joas non pone soltanto le basi affinché l’agire creativo d’ora in avanti non sia più riportato ad una categoria residuale, per giunta concettualmente e teoreticamente vaga; Joas si propone contemporaneamente di delimitare in modo nuovo gli ambiti d’applicazione, considerati significativi ed appropriati, dei modelli teleologico e normativo. Sotto questo profilo la teoria «rende esplicite le assunzioni nascoste in questi modelli. Soltanto una concettualizzazione dell’agire, che tenga conto in maniera conseguente del suo carattere creativo, può anche (...) ordinare logicamente gli altri modelli dell’azione e determinare in modo consistente e adeguato la molteplicità di concetti che vi sono connessi - come i termini di intenzione, norma, identità, ruolo, definizione di situazione, istituzione, routine e altro» (p. 16). Nelle quattro seguenti sezioni esporrò il programma ed alcuni risultati essenziali del volume di Joas.

4(1) Nel primo capitolo Joas ricostruisce lo sviluppo della teoria dell’azione e analizza quei testi dei sociologi classici, che sono rilevanti per i propri scopi. Incipit e il filo conduttore sono costituiti da un confronto con l’opera di Parsons, The Structure of Social Action. L’esposizione, molto differenziata, di Joas si concentra sugli aspetti particolarmente importanti per la teoria dell’azione, ma non si limita rigidamente a quelli. La linea argomentativa principale mostra come Parsons, in The Structure of Social Action, consideri congiuntamente la critica all’utilitarismo e alle sue forme riduttive di tipo positivistico, inoltre come Parsons si riferisca al punto di convergenza, costituito dalla concezione «volontaristica» dell’azione, infine come egli concettualizzi questa prospettiva in modo originale, ponendola in relazione con una teoria normativa dell’ordine sociale. Joas passa in rassegna anche le critiche rivolte alla teoria di Parsons, ad esempio, quella che si concentra sul ruolo della prospettiva soggettiva (Schùtz), o in generale sullo status dell’elemento cognitivo dell’agire (Warner), o la critica al significato dello schema mezzo-scopo (Luhmann), o all’interpretazione dell’origine di valori e norme comuni (Touraine). Joas elabora dettagliatamente il punto per lui più interessante: tramite l’accento posto sull’elemento normativo e di valore presente nell’agire, Parsons supera le angustie del «modello razionale». Naturalmente anche per Joas alcuni assunti di Parsons risultano indifendibili. Questi sono: «l’incapacità di sviluppare una critica del modello razionale dell’agire diversa da quella che si limita ad attribuire ai sostenitori di questo modello la (presunta) incapacità di risolvere il problema dell’ordine sociale; le difficoltà di trattare le relazioni o interazioni sociali o di analizzare gli orientamenti altruistici spontanei con concetti alternativi a quello di consenso normativo; l’ignoranza nei confronti di un modello dell’azione che la concepisca come autoespressione; alcune ambiguità nel ponderare il significato sociale dell’elemento normativo; inoltre alcune opacità nella distinzione fra desiderio egoistico e interesse razionale» (42).

5Non occorre soffermarsi ulteriormente sull’eccellente analisi condotta da Joas sulla tesi di convergenza, secondo la quale concezioni altrimenti molto eterogenee (Marshall, Max Weber, Durkheim, Pareto) confluiscono in una comune teoria dell’azione, che Parsons ha inteso sviluppare. Da tener fermo è il punto essenziale dell’analisi: Joas spiega il pensiero dell’autore americano principalmente a partire dal conflitto, per Parsons paradigmatico, fra teoria economica e sociologia. Questo conflitto viene ricostruito come tensione fra il modello dell’agire razionale - fondamentale in economia - e un orientamento più universale, comprendente gli aspetti non razionali e irrazionali dell’agire, attribuito alla sociologia. Le decisive carenze della teoria di Parsons derivano - così Joas - dagli inevitabili influssi che il paradigma economico esercita (anche!) su questo sociologo. Così, in The Structure of Social Action, si trova a malapena un’azione, che non possa venir inserita nello schema mezzo-scopo. Infatti, come Joas rileva, Parsons ha proceduto in maniera riduttiva. Una lettura accurata mostra, invece, come aspetti importanti dei lavori di quei pensatori, ai quali Parsons stesso si riferisce nella propria teoria, sfuggano ad una critica di questo genere. Ciononostante, anche queste opere vengono criticate da Joas.

6I risultati delle singole analisi si condensano nella già nota diagnosi: la creatività dell’agire non viene presa in considerazione, o almeno non in maniera adeguata, in nessuna delle teorie esposte nel primo capitolo. Nel vocabolario concettuale dei sociologi classici questo aspetto dell’agire trova al massimo un posto fra le categorie concepite in forma residuale. Tale categoria residuale è definita negativamente in riferimento al tipo di agire razionale affermatosi nella teoria economica, rispetto al quale le azioni più svariate sono indicate, senza ulteriore qualificazione fenomenologica, come deviazioni deficitarie. La differenziazione, introdotta da Pareto, fra agire logico e non logico rientra in questa fattispecie, così come la tipologia molto influente di Max Weber. Anche per la teoria di Schutz, così Joas, il paradigma economico ha svolto una funzione essenziale. Al contrario, altri autori, come Veblen, Cooley o Durkheim hanno reagito, ciascuno a suo modo, rifiutando il modello razionale. Ad eccezione dei pragmatisti americani tutte le teorie classiche sono carenti per le seguenti ragioni: o per l’angustia del modello dell’agire razionale, o, come nel caso di Parsons, per l’insufficenza teoretica dei tentativi di superarlo in nome di un modello di agire normativo. Il fallimento di Parsons viene reso evidente dal fatto che quest’ultimo, come argomenta Joas, ha frainteso tanto le tesi di Weber sul carisma, quanto la teoria del sacro di Durkheim. Queste concezioni non avrebbero dovuto esser comprese, come invece fa Parsons, quali basi per la costruzione di un modello di agire normativo, ma piuttosto quali occasioni per tracciare una teoria generale della creatività. Il punto decisivo della convincente linea argomentativa di Joas è la dimostrazione che neppure Weber e Durkheim sono riusciti a tener conto nelle loro teorie e nel loro vocabolario concettuale dei risultati raggiunti dalle loro analisi empiriche sull’agire creativo. La tesi evidentemente non è che la sociologia non abbia mai, né ieri né oggi, lanciato uno sguardo sulla creatività dell’agire, ma piuttosto che non abbia inserito il fenomeno nel proprio vocabolario teoretico, respingendolo invece fra le mere categorie residuali. Questo rilievo critico vale anche per i lavori di Tònnies e Simmel. «In nessun caso (...) i pensatori trattati da Parsons sono riusciti a integrare in modo armonico le proprie riflessioni sulla creatività» (105). Poiché questo fatto dipende anche da una insufficente definizione dello stesso concetto di creatività, si impone ora improrogabilmente un tentativo di chiarificazione.

7(2) Nel secondo capitolo Joas considera principalmente concezioni non provenienti dalla sociologia, nelle quali la creatività (dell’agire) gioca un ruolo centrale. Secondo Joas, nella storia del pensiero, in particolare del diciottesimo e diciannovesimo secolo, non si possono trovare teorie sviluppate ma soltanto matafore della creatività che articolano alcune esperienze e conoscenze interessanti per il tema in questione. Nell’insieme Joas analizza cinque fra queste concettualizzazioni metaforiche, considerando autori esemplari e decisivi. Con particolare riferimento ai lavori di Marx e dei pragmatisti americani, la ricostruzione fa intravedere una padronanza della materia che è il risultato di una grande dimestichezza con l’argomento.

  • 2 Si veda Jürgen Habermas, Theorie des kommunikatìven Handelns. Band 1: Handlungsratio-nalität und ge (...)

8In dettaglio: in primo luogo viene analizzata l’idea di espressione in Herder, in particolare il modo in cui quest’autore ha voluto svilupparla nelle proprie teorie linguistiche ed estetiche, nel senso di una antropologia generale dell’espressione. La tradizione di pensiero accomunata dal concetto di espressione, che nella teoria dell’azione non è mai stata veramente considerata, ottiene qui l’attenzione dovuta. Va presa sul serio anche l’osservazione di Joas, secondo la quale l’espressione non si riduce ad un aspetto del linguaggio. Non è condivisibile però il giudizio, secondo cui Habermas avrebbe concepito, nella teoria dell’agire comunicativo, il modello di agire drammaturgico in modo tale da far apparire l’espressione soltanto come espressione linguistica2. L’autoespressione nel senso del modello drammaturgico è senza dubbio più di un fenomeno linguistico, come è altrettanto vero che ogni espressione creativa deve venir rielaborata riflessivamente nel medium intersoggettivo del linguaggio, per poter diventare parte dell’ auto comprensione dell’attore. Dopo la suddetta metafora vengono discussi i due termini, di ascendenza marxiana, della produzione e della rivoluzione. Per motivi di spazio rinuncio qui ad una presentazione dettagliata di questa ampia e profonda analisi, nella quale non viene trascurato alcun significativo sviluppo o alcuna critica degli aspetti rilevanti del pensiero marxiano.

  • 3 Manfred Frank, Was ist Neostrukturalismus? Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1983.

9Da tener presente: le tre metafore della creatività sopra nominate, che nel senso della distinzione di Habermas si riferiscono al mondo soggettivo dell’attore (espressione), al mondo oggettivo (produzione) e al mondo sociale (rivoluzione), accentuano e tendono ad assolutizzare, per Joas, un solo aspetto dell’idea di creatività. In nessun caso queste possono fungere da fondamento per la costruzione di una teoria generale della creatività. La metafora della vita, come è stata sviluppata nella Lebensphilosophie europea, è ancor meno adeguata a questo scopo. La filosofia della vita infatti non mantiene, così argomenta Joas, il nesso irrinunciabile fra creatività e agire, ma piuttosto trasferisce l’idea di creatività o in una soggettività «esplosiva», totalmente avulsa dalla capacità umana di agire, o la colloca fuori dalla prassi, tramite una specie di «extraterritorialismo metafisico». L’argomentazione a sostegno di questa tesi risulta tuttavia meno differenziata di quanto la lettura delle pagine precedenti non faccia presagire. Joas medesimo dichiara che la propria trattazione, molto selettiva, della filosofia della vita non può tener conto «dell’interna multiformità e ricchezza» di questa eterogenea corrente filosofica (185). Un’analisi stringata del pensiero di Schopenhauer e alcune osservazioni su Nietzsche trasmettono l’impressione che si tratti di una sbrigativa «liquidazione». Il numero degli autori complessivamente considerati è piccolo, e il pensiero nietzschiano non viene in nessun caso sottoposto ad una analisi analoga a quelle precedenti, così sottilmente differenziate dal punto di vista della genesi e della recezione delle varie teorie. Anche se è possibile difendere l’affermazione di Joas, secondo la quale nella filosofia della vita si incontra «una produttività, solo in apparenza concreta, ma in realtà priva di struttura» (Habermas), in modo tale che la cosiddetta vita viene «elevata al rango di un mito postreligioso» (Joas, 185), tuttavia già la base testuale delle interpretazioni tratteggiate risulta troppo esigua. Oltre a ciò potrei avanzare le seguenti obiezioni: avrebbero dovuto esser menzionati soprattutto quegli autori contemporanei che rimandano a Schopenhauer e in particolare a Nietzsche ed a Heidegger e pensano la creatività non più a partire dal concetto di «vita», bensì da quello di linguaggio. Può essere vero che Derrida o Lacan, per far soltanto due nomi, siano caduti in una metafisica del linguaggio, che ha molto in comune con la mitologizzazione postreligiosa della «vita». Si può inoltre dire che questi autori non eliminano affatto «l’uomo autonomo», ma piuttosto lo proiettano, come Frank ha mostrato3, in un linguaggio sbrigativamente «autonomizzato». La trattazione di questa tematica sarebbe stata auspicabile. Così facendo, si sarebbe aperta anche la possibilità di collegare alcuni concetti del linguaggio, cioè dell’agire linguistico, all’idea di creatività, e questo non più sulla base di un’antropologia dell’espressione nel senso di Herder, ma addirittura al di là del modello espressivo. Con uno sguardo al ventesimo secolo questo approccio linguistico alla tematica della creatività mi pare inevitabile, ma ad esempio anche la teoria del linguaggio di Humboldt avrebbe costituito un punto di avvio. E non avrebbe dovuto almeno venir contemplata la lingua nella serie di metafore costruite da Joas, se pensiamo alla famosa frase di Nietzsche, secondo la quale non esistono fatti in sé, ma tutt’al più interpretazioni, ed inoltre interpretazioni che non solamente spiegano (ausle- gen) o esprimono la realtà, ma addirittura la creano? (Trascuro il fatto che Nietzsche non pose affatto il concetto dell’interpretazione in un rapporto esclusivo con la lingua).

10Se gettassimo nuovamente uno sguardo più ampio ad autori del nostro presente, si profilerebbe, sulla base del pensiero di Joas, un compito teoreticamente molto interessante e produttivo, che può essere qui soltanto accennato. La provo cazione postmoderna di una abolizione del «soggetto capace di riflettere e di agire autonomamente» può esser affrontata, come Joas mostra allusivamente, in form; innovativa solo dalla prospettiva di una teoria della creatività dell’agire. La teoria; di Joas può integrare in misura ragguardevole argomenti della parte avversa, senza perder con questo lo status di una teoria dell’azione, capace di valorizzare la potenzialità ermeneutica dei concetti di autocoscienza, autodeterminazione e autorealizzazione e di non considerarli come ingenue autoillusioni di un’epoca da lungo tempo tramontata. La teoria di Joas è estremamente sensibile a quegli aspetti dell’agire, che non sono né determinati esternamente né controllati internamente dal soggetto agente, senza che ciò significhi aprire le porte al puro irrazionalismo o ad una quasi religiosa metafisica del linguaggio. Nel terzo capitolo, che ha impianto sistematico, tale aspetto viene posto maggiormente in evidenza. E questo ad esempio il caso, che si verifica quando Joas, nella fase di elaborazione dettagliata dei lineamenti della propria teoria, si appoggia al concetto di situazione di Bòhler, tramite il quale le situazioni ottengono una specie di «diritto» alla consultazione e alla codeterminazione nel processo di formazione delle azioni. Tali riflessioni valorizzano gli aspetti contingenti (ereignishafte Momente) nell’agire al di là della rigida pseudoalternativa fra autonomia e eteronomia, ma anche al di là della soluzione offerta da concezioni strettamente intersoggettive (alle quali la posizione di Joas è in molti punti certamente affine). Ma questi momenti non sono neppure completamente comprensibili come meri accadimenti, che non possano venir più connessi al concetto di azione. Questo aspetto segna una differenza importante tra il pensiero di Joas e quello di alcune varianti della teoria sistemica o (post-) strutturai tica. Nella teoria della creatività vedo il tentativo oggi più promettente di problematizzare e di superare le tradizionali linee di separazione fra soggetto e mondo, attività e passività, agente e paziente, razionalità e irrazionalità. Tale caratteristica però avrebbe dovuto venir valorizzata maggiormente, non solo tramite una trattazione più differenziata della filosofia della vita, ma in particolare anche mediante l’analisi di posizioni «postmoderne», nelle quali il linguaggio gioca un ruolo così eminente. Queste ultime posizioni vengono presentate da Joas, senz’altro in forma semplificata, come mere concezioni epigonali della Lebensphilosophie, come mostra specialmente una parte del quarto capitolo. La presentazione già fin troppo breve del concetto di creatività, proprio della filosofia della vita, diviene ancor meno chiara, quando ad esempio Joas cita come importante provocazione postmoderna la «scepsi nei confronti di un atteggiamento attivistico verso il mondo» di Sloterdijk e la sua «richiesta di abbandono e di Geschehenlassen (disponibilità a lasciar accadere)» (366). La connessione, sommariamente indicata da Joas tra filosofia della vita e pensiero «postmoderno»,- diviene problematica, come mostra anche l’esempio addotto, non appena si consideri come Joas abbia introdotto il concetto di creatività della Lebensphilosophie. C’è una differenza insormontabile tra la volontà di potenza di Nietzsche e la critica «eurotaoistica» della «Cinetica politica» di Sloterdijk ed anche il tentativo, intrapreso da quest’ultimo, di rievocare il concetto di «lasciare essere» contro un attivismo cinico e in generale contro ogni teoria dell’agire.

11Comunque sia: dovrebbe esser ormai chiaro che Joas non vede nella filosofia della vita alcun punto di appoggio per la propria intrapresa. Una via di uscita dalla sfavorevole situazione, in cui da un lato la creatività dell’agire viene trascurata, marginalizzata o concepita in modo unilaterale, e nella quale dall’altro lato l’idea di creatività non si trova più in un rapporto costitutivo con l’agire, viene offerta secondo Joas dal pragmatismo americano. Sotto il titolo «intelligenza e ricostruzione» Joas analizza le concettualizzazioni della creatività dell’agire proposte in particolare da Dewey, ma anche da Peirce, James e George H. Mead e altri. Ci sono riflessioni fondamentali dei pragmatisti che Joas difende contro i pregiudizi, non ancora del tutto superati, dello «spirito europeo» ed alle quali egli si collega spesso direttamente a fini sistematici. Naturalmente neppure il pragmatismo offre una teoria compiuta della creatività dell’agire. Compito del terzo capitolo è di presentare nei suoi lineamenti una teoria siffatta.

  • 4 Margret Kaiser-El-Safti, Der Nacbdenker. Die Entstehung der Metapsychologie Freuds in ihn Abhängigk (...)

12Prima di procedere oltre, mi sia concessa ancora una notazione critica sulle metafore della creatività presentate nel volume: colpisce il fatto che Joas faccia appena un accenno ad uno degli autori che maggiormente si impongono, in relazione a questo tema. Ovviamente alludo a Freud e alla tradizione psicoanalitica, che Joas «relega» in una nota: «Rinuncio in questo contesto a prendere in considerazione la domanda, in quale misura la tradizione psicoanalitica offra contributi teoretici al tema della creatività, che superino i risultati della Lebensphilosophie e si avvicinino alle idee del pragmatismo» (178). Ma è lecito dubitare che la psicoanalisi non possa venir respinta nella irrilevanza. Si potrebbe certamente argomentare che con le analisi contenute in certi lavori di Schopenhauer e di Nietzsche siano stati coperti anche aspetti del pensiero freudiano. Freud riprese anche idee che i due filosofi avevano già formulato4. Inoltre è giusto dire che la tematica della creatività è stata per molti aspetti elaborata dai pragmatisti in una forma così esauriente che la psicoanalisi non ha potuto aggiungervi altro. Tutto ciò non rende a mio avviso affatto superflua una trattazione più dettagliata. I due concetti metaforici fondamentali che avrebbero dovuto venir chiamati in causa sono «sessualità» e «inconscio». Orientandosi alla seconda topica di Freud, si dovrebbe considerare che il senso di questi concetti è determinato, anche in una teoria dell’a- gire creativo, dal complesso gioco dinamico che coinvolge il principio del piacere (Es), quello della realtà (Ich) e quello della morale (Uber-Ich). Questa specifica strutturazione dell’agire si trova soltanto nei contributi teoretici della psicoanalisi e non ha riscontro nella filosofia della vita e nel pragmatismo. Se si accetta questa tesi, non si dovrebbero considerare soltanto Freud e gli altri classici della psicoanalisi, ma anche una serie di autori impegnati di recente nella riformulazione della scienza dell’inconscio secondo i canoni della teoria dell’agire.

13(3) Nell’insieme, Joas intraprende nel terzo capitolo un’opera di chiarificazione del concetto di creatività. Nel corso di questa chiarificazione diviene comprensibile quello che Joas intende quando afferma che la teoria della creatività abbraccia i modelli teleologico e normativo, addirittura che potrebbe fondare tutti i modelli di agire costruiti secondo il criterio razionale. Joas vuole problematizzare la razionalità come principio basilare per la tipologia dell’agire, ricostruendone i presupposti impliciti e raramente considerati. Queste ricostruzioni mostrano in modo inequivocabile la necessità di andare più a fondo nell’analisi dell’agire, fino a trovare la creatività. Per render espliciti i presupposti dei modelli razionali, vengono «analizzati il carattere intenzionale, la specifica corporeità e la originaria, socialità dell’umana capacità di agire» (217). Tre assunzioni implicite, a cui Joas dedica molte spazio, si rivelano problematiche e non sufficentemente meditate: la capacità d: agire secondo fini, la padronanza del proprio corpo da parte dell’attore e da ultime la sua autonomia rispetto agli altri attori e all’ambiente. Lacune in ciascuno d questi livelli provocano, secondo i modelli razionali, diminuzioni di razionalità e allo stesso tempo, un offuscamento del genuino carattere di azione. Proprio questa equiparazione riduzionistica fra razionalità e azione viene energicamente respinta da Joas, in nome di una categoria più ampia di azione. In dettaglio, Joas fonda ed espone i capisaldi della propria teoria, indicando tre fasi: (i) la formulazione di una interpretazione non teleologica di intenzionalità, attraverso un profondo studio della situazionalità (Situiertheit) dell'agire; (2) l’esposizione della corporeità dell’agire mediante l’analisi della costituzione dello schema corporeo; (3) l’articolazione di un concetto di agire a carattere non individualistico. Per motivi di spazio tralascio ulteriori approfondimenti. L’analisi di Joas conduce ad elaborare un concetto di azione che «non astrae rigidamente dal contesto situazionale e biografico dell’agire» e che può evitare di «considerare l’agire umano così subordinato ai comandi della concezione della razionalità, al punto che la molteplicità fenomenica dell’agire venga letta principalmente dal punto di vista di una carenza di razionalità» (286).

14(4) I problemi trattati nel quarto capitolo mostrano alcune conseguenze della concezione sopra delineata, tanto per gli ulteriori sviluppi teorici, quanto per la ricerca empirica e per diversi ambiti di applicazione. Nell’insieme si tratta principalmente della fondazione e della concretizzazione tramite esempi di una teoria della società, elaborata sulla base di una teoria dell’azione che non si astiene neppure da tradizionali campi di ricerca macrosociologici. Con ciò la teoria della creatività si presenta come ambiziosa concorrente dei modelli funzionalistici, di tipo strutturalistico o sistemico. L’ambizione macrosociologica viene annunciata nel corso di una analisi molto istruttiva di assunti empirici e teorici dedicati all’agire collettivo, vale a dire, ai movimenti sociali.

15In seguito l’intento macrosociologico di Joas viene rafforzato da una critica, altrettanto eccellente, al funzionalismo. Nel confronto con Luhmann, Habermas, Alexander e Miinch, Joas afferma che una concezione della società fondata sulla teoria dell’azione è superiore ai contributi di qualunque tipo di pensiero funzionalistico. Le riflessioni, mantenute inizialmente ad un livello di generalità, confluiscono poi in una sezione, nella quale viene presentata un’alternativa, fondata sulla proposta di Joas, rispetto alla teoria funzionalistica della differenziazione. Specialmente lo sviluppo sociale può e deve venir analizzato, così Joas, senza scendere in nessun caso a compromessi con il funzionalismo. Questa alternativa raccoglie le concezioni chiamate da Joas teorie della costituzione sociale (Konstitutionstheorien). Tra queste vengono annoverati i contributi di: Etzioni, alcuni rappresentanti dell’interazionismo simbolico, Giddens, Hall, Collins, Bourdieu, Touraine, Castoriadis, in certo grado Alexander e Habermas. Processi di differenziazione, in generale ogni tipo di riproduzione o trasformazione di un ordine sociale, vengono collegati dalle suddette teorie all’agire dotato di senso dei consociati - senza che esse vincolino ingenuamente le spiegazioni sociologiche al modello teleologico intenzionalistico. Il punto di avvio delle teorie concernenti la costituzione sociale, condiviso dalla teoria dell’azione, accentua la contingenza e la discontinuità storica e si rivolge contro il determinismo strutturalistico tanto del funzionalismo sistemico quanto del marxismo. Nello stesso tempo la concettualizazione delle realtà sociali, fornita dalla teoria dell’azione, garantisce un’adeguata considerazione della interna molteplicità ed eterogeneità delle società tradizionali ed anche, in particolar modo, delle società moderne. La principale caratteristica anti-olistica ed antideterministica delle teorie suddette non accresce soltanto la complessità del pensiero sociologico, ma dinamizza anche il concetto di società. Non sono da trascurare infine le implicazioni normative dell'assunto di Joas e di teorie affini: la consapevolezza della contingenza, in particolare dei limiti di un controllo intenzionale dello sviluppo sociale, rimane in stretto contatto con il rilievo conferito al complesso gioco di interrelazioni fra questo sviluppo e l’agire dei soggetti sociali. Come «nucleo normativo» della propria concezione Joas può quindi conservare l'idea dell'autodeterminazione, «perché questa idea esprime il desiderio degli attori di riconoscere negli ordini sociali l'opera della propria volontà (...). Attraverso il collegamento con la teoria della differenziazione sociale l’idea astratta dell’autodeterminazione diventa una teoria della democrazia. La domanda sulle cause, sui portatori e sugli effetti dei processi di democratizzazione come pure delle strutture istituzionali delle società democratiche o di un mondo democratico diviene l'asse centrale della formazione della teoria» (347).

16Sotto il titolo Democratizzazione del problema della differenziazione Joas espone, limitatamente ad alcuni aspetti, in che modo la differenziazione sociale, per le Konstitutionstheorien, possa venir compresa come problema della società, nei confronti del quale i consociati prendono posizione agendo. I movimenti sociali ad esempio appaiono a diversi teorici, da molto tempo, anche come protesta contro la differenziazione funzionale e i suoi effetti, per lo meno contro il grado e il modo di determinati processi di differenziazione. Con Touraine e contro Luhmann Joas combatte l'interpretazione riduttiva di queste proteste come mera «ripulsa» illusoria di un corso delle cose in ogni caso non alterabile. La democratizzazione della differenziazione, proposta da Joas, respinge l’ordine tecnocratico e il sostegno teoretico ad una differenziazione sociale omnipervasiva. In pari tempo Joas è giustamente scettico nei confronti del «meccanismo», caratteristico perla teoria di Beck, della nascita di rischi e del loro superamento. Nella prospettiva di Joas, invece, la politicizzazione della differenziazione permette di focalizzare un ambito conflittuale che è centrale per le moderne società. In tale ambito la creatività degli attori collettivi, come pure la distribuzione del potere fra gli attori coinvolti, è decisiva per stabilire quale differenziazione debba venir considerata auspicabile, e quindi realizzata, e quale invece no.

17Nell’ultima sezione del libro Joas si diffonde sulle già menzionate provocazioni dei «postmoderni». Mi limito ad un punto centrale, ovvero alla diagnosi degli sviluppi sociopsicologici del presente. Joas mostra in modo convincente che il proprio assunto è capace di comprendere una trasformazione sociale, nella quale espressività, creatività e autenticità sono diventate sempre più valori culturali rilevanti per la prassi. La visione del mondo e della personalità edonistica dello «yuppie», oggi rappresentata e festeggiata senza freni, non è senz’altro da mettere in relazione con il concetto di una «creatività integrata », che Joas riprende da Maslow. L’altra faccia del piacere «yuppie» di partecipare al gioco della differenza sono specifiche forme di violenza. Joas le interpreta come reazione di coloro che non vivono la coesistenza postmoderna di stili eterogeni come un divertente cambiamento, bensì come pretesa eccessiva, che provoca insicurezza e paura, sbarrando la strada alla formazione individualizzata di una creatività integrata.

18In continuo contatto con i risultati della ricerca empirica, Joas delinea alla fine della sua diagnosi una terza via che si snoda oltre il dominio di una ragione meramente disciplinatrice, ma anche oltre il cinismo di uno sfrenato individualismo estetico ed edonistico. Il concetto principale della creatività integrata è collegato ad uno stile di vita che lascia ad ogni individuo il più ampio spazio, senza dover per questo respingere sbrigativamente e cinicamente ogni pretesa di universalizzabilità nei confronti delle forme di vita. Questo progetto può a buon diritto alimentare la speranza di contrastare almeno quella violenza che Joas vede come espressione di una «creatività integrata» bloccata. La rilevanza pratico-politica delle considerazioni di Joas si fa più evidente alla conclusione del volume. Queste riflessioni conducono direttamente al cuore del discorso politico contemporaneo. Dopo aver letto analisi astratte sulla teoria dell’azione, si rivela alla fine anche il significato di queste ultime per la comprensione, politicamente mediata, di problemi pratici, sociali o sociopsicologici. Il punto di forza del volume sono senz’altro le sue diagnosi, le sue analisi critiche e l’arricchimento innovativo dato alla teoria dell’azione. Considerando questi aspetti centrali, non esito a definire tale progetto come il più importante contributo contemporaneo non solo alla teoria dell’azione in sociologia, ma anche alla teoria dell’azione in generale. Nella misura in cui ad esempio la filosofia, la politologia, la pedagogia o la psicologia vengono comprese e praticate come scienze riguardanti l’agire umano, il volume di Joas può senza dubbio venir recepito con straordinario profitto anche da queste discipline.

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Note

1 Bernhard Waldenfels, Der Logos derpraktischen Welt, in Id., Der Stacheldes Fremden, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1990, pp. 83-103; si veda anche Id., Ordnung im Zwielicht, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1987.

2 Si veda Jürgen Habermas, Theorie des kommunikatìven Handelns. Band 1: Handlungsratio-nalität und gesellschaftliche Rationalisierung. Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1981, p. 128.

3 Manfred Frank, Was ist Neostrukturalismus? Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1983.

4 Margret Kaiser-El-Safti, Der Nacbdenker. Die Entstehung der Metapsychologie Freuds in ihn Abhängigkeit von Schopenhauer und Nietzsche, Bonn, Bouvier, 1987.

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Notizia bibliografica

Jürgen Straub, «Pensare l’azione»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 181-190.

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Jürgen Straub, «Pensare l’azione»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5864; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5864

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Autore

Jürgen Straub

Universitàt Erlangen - Nurnberg

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