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controversie sociologiche/Tradizioni civiche e squilibri regionali in Italia

Il cavallo di Federico

Luciano Cafagna
p. 172-180

Testo integrale

11. Di scrittura spigliata, il libro di Robert Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane (Milano, Mondadori, 1993 - ed. orig.: Making Democracy Work, Princeton, Princeton University Press, 1993) è importante come tentativo di maritaggio fra un dibattito sociologico aggiornato e temi dotati di forte richiamo sulla «cultura civica generale», almeno italiana, come il rapporto centralismo-autonomismo, o il rapporto Nord-Sud. In questo senso, i meriti dell’opera sono esattamente di segno opposto a quelli dello spirito tocquevilliano, cui l’autore si richiama, e che gli è stato un po’ leggermente vidimato da qualche recensore apologetico (come quello dell’«Economist»). Il merito ineguagliato di Tocqueville è la sua straordinaria capacità abduttiva, tutta basata sulla impressione diretta (come si sa, non citava quasi mai «letteratura su»: le sue letture erano solo occasioni per un pensare pensante e prensile). Il merito di Putnam è, semmai, all’inverso, proprio l’ampio e costante confronto delle risultanze di una ricerca molto tecnica con e idee del suo scaffale di teorici.

2Ma veniamo al contenuto. Le recensioni già apparse numerose sulla stampa quotidiana (ho sott’occhio quelle di Luciano Gallino, di Rosario Villari, di Piero Bevilacqua, in ordine cronologico, ma certo v’è dell’altro) possono indurre in errore, perché tutte messe a fuoco su una sortita «scandalosa» dell’autore, relativamente al problema della genesi storica della ben nota disparità fra il Nord e il Sud del territorio italiano. Dirò più avanti anche di questo, ma prima di tutto ritengo doveroso ristabilire l’esatta prospettiva del libro di cui sto parlando.

3Al centro del lavoro del professore di Harvard sono gli esiti dell’istituzione «regione», generalizzata in Italia (dopo il precedente delle regioni a statuto speciale) nel 1970, sulla base di un disposto costituzionale (gli articoli 114-133 che compongono il titolo V della Costituzione italiana), che era stato procrastinato nell’attuazione per oltre 20 anni. Ha, questo istituto, cambiato davvero qualcosa nel rapporto fra centro e periferia? Come ha funzionato? Che effetti ha avuto sulla democrazia italiana? E sulle diseguaglianze regionali?

4C'è, alle spalle di questo libro, una solida ricerca, condotta su una ampia documentazione e con molti originali sondaggi predisposti dall'autore in lunghi anni di osservazione, insieme con altri studiosi - Raffaella Y. Nanetti e Robert Leonardi - con i quali, anni fa, egli pubblicò un libro che andrebbe letto, o riletto, insieme a questo (La pianta e le radici. Il radicamento dell’istituto regionale nel sistema politico italiano, Bologna, Il Mulino, 1985, cui seguì, anche, una specifica ricerca sulla Basilicata: Il caso 'Basilicata. L'effetto regione dal 1970 al 1986, Bologna, Il Mulino, 1987. Il tema di La pianta e le radici è indicato nel sottotitolo. Il titolo - forse suggerito dall'Istituto Carlo Cattaneo di Bologna, promotore della ricerca - era ricavato da una frase del Cattaneo: «La libertà è una pianta dalle molte radici»). Questa la base. Ma c'è, nello sfondo, un problema di teoria, mutuato fondamentalmente dall'opera di quello che anche a me è sempre parso il più significativo e solido teorico della modernizzazione, Samuel P. Huntington, del quale Putnam assume la tesi che correla strettamente, nella vicenda di una società, processo di modernizzazione e costruzione di tessuti istituzionali. Putnam prova però a impostare questa correlazione in sequenza operativa: se introduco una riforma istituzionale, e questa riforma è logicamente e tecnicamente valida, allora posso attendermi positivi effetti modernizzanti che dilaghino nel tessuto sociale? (Naturalmente tutto ciò presuppone che si abbia una qualche idea sufficientemente chiara di quel che si intende per modernizzazione). Così Putnam si chiede: come influiscono le istituzioni sulla vita politica, sulla distribuzione reale del potere e delle decisioni concernenti la collettività, e, quindi, cosa si può veramente ottenere col mutamento istituzionale.

5Siamo cioè alle prese, in fin dei conti, con quel che è la sostanza della ipotesi del riformismo politico, dai tempi eroici dell'ottocentesca Inghilterra della riforma elettorale a quelli del sofisticato funzionalismo dell’europeista Jean Monnet, il quale, benché dimenticato, in fondo era proprio un neo-istituzionalista sperimentale...: operando su «a», per ottenere il quale è meno difficile disporre degli strumenti per agire, e che ha una sufficiente determinatezza, si presume di poter ottenere «b» (che è poi una complessa - non solo numerosa - combinazione di «bi », «b2 », «b3 » etc.), cui sarebbe difficile mirare direttamente (anche per via di quella complessità), e che appare però in ragionevole connessione con «a». Una procedura - sia detto di passata - diversa da quella «rivoluzionaria», che, per definizione, scatena sequenze ingovernabili, lasciando alla storia di comporle in un «poi» di forma e durata imprecisabili. Non è che il riformismo non abbia i suoi rischi, ma si pone il problema di circoscriverli, come nella fissione nucleare controllata. (Non voglio però ingolfarmi qui nella discussione aperta controcorrente da Albert Hirschman...).

6Per tornare a Putnam, questi sembra assumere, dunque, la problematica del neo-istituzionalismo come un possibile suggerimento operativo («Se è vero che le riforme istituzionali hanno effetti profondi, ci sono buone speranze per i riformatori», p. 22), di cui è utile verificare, se i mezzi di ricerca lo consentono (e il lavoro del gruppo Putnam-Nanetti-Leonardi sembra consentirlo), la validità. Suggestivo, no? Vedremo poi a quali conclusioni effettive, però, arriva su questo punto il nostro autore.

 

72. Per il suo significato nel contesto italiano, la riforma regionale si presta bene come tema di verifica del neo-istituzionalismo. Non a caso quella riforma fu uno dei maggiori - e peraltro realizzato - proponimenti programmatici del governo del centro-sinistra (ingresso dei socialisti di Nenni nelle coalizioni a guida democristiana), insediatosi nel 1963. E, poi (1977), la sua finale realizzazione, in termini di vistoso trasferimento di poteri (i cosiddetti 616 decreti), fu uno dei maggiori prodotti di quel circospetto e transitorio tentativo di alleanza politica fra DC e comunisti (cosa diversa dal più ampio e complesso fenomeno del «consociativismo») che prese allora il nome di «solidarietà nazionale».

8La ricerca putnamiana si snoda su due piani: l’andamento della «soddisfazione» di opinione (cap. II) e il tentativo di misurare il «rendimento» della istituzione (capp. Ill e IV). Il misurare la soddisfazione, si sa, non può che dare risultati generici e approssimativi (l’andare oltre specificando, nei quesiti del poli, a volte può peggiorare i risultati...), ma non di rado sufficientemente indicativi di uno stato generale delle cose. Più impegnativo e interessante è il tentativo di misurazione del rendimento. Qui non posso addentrarmi nel valutarlo tecnicamente, anche perché me ne manca la competenza specifica. Ma, surrogando questa con una certa esperienza di cittadino, e anche di amministratore, e con il buon senso, devo dire che ho trovato i dodici indicatori prescelti dai ricercatori del tutto persuasivi e sostanzialmente coerenti. Il fatto che vi sia fra essi forte concordanza conforta tale giudizio.

9Quali le risultanze di questo lavoro? Grosso modo queste: la prima, piuttosto clamorosa, è che, in talune regioni, la nuova istituzione ha svolto i suoi compiti (lasciamo perdere, per ora, se con esiti significativi), in altri no, e con un divario fortissimo fra gruppi e gruppi di regioni. La seconda è che, indipendentemente dalla effettiva capacità di applicazione delle leggi che trasferivano competenze dal centro alla periferia, mutamenti sostanziali, nel senso di una maggiore efficienza della cosa pubblica in generale, di un reale contributo al progresso economico e sociale, di un migliore andamento della vita politica, non se ne sono - ahimè - effettivamente verificati. Metto al primo posto la prima risultanza perché, benché non fosse qui, chiaramente, l’intento principale del lavoro di ricerca, ne è certamente risultato l’apporto più eloquente.

103. A questo punto, però, lo studioso di Harvard, partito con un problema, se ne è trovato fra le mani un altro, quello della marcata differenza fra regioni del Nord e regioni del Sud, emersa con evidenze nuove - e incerto senso, se non ignote, scientificamente originali - dalla indagine sua e dei suoi amici e collaboratori. Questo era già chiaro nel libro apparso nel 1985, che però fu sostanzialmente ignorato. Probabilmente l’andamento degli eventi italiani, e alludo soprattutto alla insurrezione leghista nel Nord Italia, gli ha ora suggerito di concentrarsi su questo secondo problema. In pratica, nel nuovo libro, egli non si sofferma quasi per nulla, infatti, sugli effetti generali della istituzione e della ormai bi-decennale esperienza dell’istituto regionale nella vita italiana, ma finisce sul concentrarsi sulle nuove evidenze relative alla profonda diversità fra le due grandi arre in cui si divide il territorio italiano e che gli sono rivelate dalla sua ricerca.

11Questa reca infatti a una schiacciante e aggiornata conferma della persistenza del dualismo territoriale italiano, e della ampiezza delle sue manifestazioni, non solo economiche, ma cultural-antropologiche e sociali, che - mi sia consentito ricordarlo di passata - un neomeridionalismo di stampo nazionalistico (non saprei definirlo altrimenti), per strane, non sempre comprensibili, e fors’anche controproducenti, ragioni retoriche, tenta oggi di negare, ovvero di presentare non come insieme di chiari fenomeni di «scala» (i quali, come tali, non possono sfuggire a criteri aggregati e unitari di valutazione), bensì come confusa e relativistica «diversità». E l’originalità del lavoro dello studioso di Harvard sta nel fatto che egli, per la prima volta, arriva a serie stime quantitative comparate, in ambiti che non sono quello tradizionale della misurazione di grandezze economiche. Emerge, dai suoi dodici indicatori, un dualismo che si esprime, in modo molto accentuato, nei modi di governo delle regioni centro-settentrionali rispetto a quelle meridionali, e che sono rivelatori di qualche altra cosa. Le regioni centrosettentrionali, per esprimerci realisticamente, sono meno inefficienti (però molto meno) delle altre. Esse, prima di tutto, esibiscono una minore instabilità, e «le regioni che hanno giunte stabili preparano anche i bilanci entro i tempi prestabiliti, destinano i fondi come preventivati nel bilancio, sono in prima linea nell’ideare leggi innovative, e sono anche quelle che hanno un maggior numero di asili nido e di consultori familiari, sviluppano piani regolatori globali, stanziano sussidi per gli agricoltori e rispondono con sollecitudine alle richieste» (p. 86). Per le altre «si verifica esattamente l’opposto».

12Cosa esprimono questi indicatori, al di là di fatti amministrativi? A mio avviso rivelano due cose, anche se Putnam si sofferma su una sola di esse. Rivelano, in primo luogo, che vi sono fatti extra-amministrativi, propri della società, cui certamente si deve ricorrere per spiegare così diversi rendimenti amministrativi. Ma rivelano anche che questi non possono tutto, e che vi è, in qualche modo, un livello politico, da cui non si può prescindere perché quel rendimento potenziale possa esplicarsi in tutta la sua pienezza. Teniamoci per ora ai primi, ai fatti extra-amministrativi.

13L’ambito esplicativo cui lo studioso di Harvard ricorre è quello del «civismo» (il termine lo va a pescare, non a caso, nella coppia «civismincivisme» del vocabolario francese). Il richiamo a Tocqueville, qui, raggiunge la sua vetta. Ma è solo una suggestione. Con Tocqueville - l’ho detto all’inizio - bisogna stare attenti: Tocqueville formalizzava poco (per questo gli analisti non lo amano); e, in più, è spesso soggetto a mis-interpretazioni segmentali, quando non addirittura a citazioni al minuto, da «carta da ciocco- latini», mentre il suo è un pensiero profondamente unitario, basato però non su un qualche organicismo, o su una rigorosa sistematicità formale, quanto piuttosto su una coerente inquietudine d’assieme, relativa al transito epocale dalla tradizione alla modernità... E il neo-tocquevillismo americano, infatti, vive rigoglioso, come una grande religione culturale, da più di mezzo secolo, e può far crescere sofisticate antenne, ma non può dare né analisi né ricette... Oltre e più che a Tocqueville, dunque, e a scrittori effettivamente intrisi di spirito tocquevilliano (come Michael Walzer), Putnam si rifà, in realtà, alle formalizzazioni e sperimentazioni d’indagine empirica della teoria della «civic culture» di Gabriel Almond e Sidney Verba. E arriva a produrre una sorta di scala di misurazione del «civismo». Questi sforzi sono sempre un po’ eroici. Ma, se son prodotti con i parametri critici di una seria acribia scientifica - riescono ad avere una loro eloquenza. E ci lasciano meditare.

14Solo qualche appunto, dunque. La visione che Putnam ha del dualismo territoriale italiano, come dualismo a forte impronta antropologico-culturale, è senz’altro, a mio avviso, corretta, anche se non è sufficiente, mi sia consentito dirlo, a giustificare l’omissione brutale dei dati geofisici e geoeconomici. (Un tempo questi erano quasi tutto, oggi li si ignora addirittura, il che mi sembra, francamente, un opposto estremismo. A tanto portano le indigestioni; e chi si è reso sazio di carni piccanti, per lungo tempo preferirà nutrirsi solo di verdure). Ma, per tenerci all’ambito prescelto dallo studioso, vi è almeno da rilevare l’omissione del profilo sociologico-religioso. La religiosità settentrionale è senza dubbio caratterizzabile in modo piuttosto diverso da quella prevalente nel Mezzogiorno e questo non è certamente senza influenza anche sulle forme assunte dal «civismo» nelle due aree.

154. L’idea che, invece, lo studioso americano sembra avere della genesi di quel dualismo mi appare un po’ puerile e ingenua. Lo hanno già rilevato altri (Rosario Villari, «La Repubblica», 31 ottobre-1 novembre 1993; Piero Bevilacqua, «L’Unità», 15 novembre 1993). E dico puerile e ingenua non tanto riferendomi alla tesi in sé - perché quella, iri una corretta forma allusiva al tempo di una grande divaricazione storica, ha ascendenze nobilissime, che Putnam sembra peraltro ignorare - quanto piuttosto al trattamento. Già il più illustre dei grandi meridionalisti storici - Giustino Fortunato - aveva, in pagine bellissime, che, sebbene poche, erano cariche di sapienza, richiamato addirittura lo spezzarsi, sullo scorcio del secolo Vili della unità politica «romana» fra l’Italia dell’Etruria e quella del Sannio, enfatizzando però, come momento decisivo, il manifestarsi della gran differenza «rappresentata lassù dalla precoce nascita, quaggiù dalla perenne assenza del Comune» (G. Fortunato, Il mezzogiorno e lo Stato italiano, voi. II, Firenze, Vallecchi, 1926, pp. 307-309).

16Putnam non fa che riprendere una vecchia questione, avendo Paria di scoprirla. (Ma è poi da dire che Fortunato la aveva inquadrata nella amara consapevolezza di una opposta gravitazione entro il più grandioso dualismo fra mondo eurocontinentale e mondo mediterraneo, che io non saprei proprio archiviare sotto le squallide rubriche del naturalismo e del determinismo, come non di rado, magari allusivamente, si è fatto). Analogamente, Putnam sembra non conoscere la letteratura sul «dualismo» nel fenomeno dell’agglomerazione urbana in Italia, e quindi del diverso rapporto città-campagna nelle due parti del paese, una chiave di volta per il tema che egli vuole affrontare, fenomeno di cui pure ha sentore (si vedano p. 138, le note 83 del capitolo IV e 66 del capitolo V): con la conseguenza che egli sottovaluta il peso delle diversità della storia agraria delle due grandi aree, criticando addirittura coloro che ne sottolineano l’importanza (si veda p. 263). Molto appropriatamente, e a ragione, Piero Bevilacqua, uno dei maggiori conoscitori della storia della agricoltura italiana, ha sottolineato l’importanza, come fattore di formazione «civica», della lunga costruzione di un complesso regime dell’uso delle acque dell’Italia del Nord: l’enorme peso dell’uso sociale delle acque, nella formazione di diverse civiltà, è ben noto. (Per questo ho prima avanzato il sospetto che il titolo cattaneo del precedente libro - «La pianta e le radici» - nulla abbia a che fare con Putnam: naturalmente non si può aver letto tutto, per carità, ma Romagnosi, Bruschetti e Cattaneo sembrano piuttosto estranei a questo pur meritorio autore americano). Questo vale per la Padania. Ma una diversa e altrimenti significativa storia agraria opera anche per l’Italia centrale.

17Si può comunque «canalizzare» così rigidamente, ergere a dato causale - e la domanda che pongo vuole essere a questo punto metodologica - un momento del passato tanto remoto come la storia medievale del territorio italiano? Tra gli eventi e le strutture di un passato remoto e quelli del passato recente ci sono secoli e secoli. Ma se è giusto attirare l’attenzione su remote diversità - quando è fuori di dubbio che queste siano, come certamente è del caso, molto significative - la considerazione genetica non può dimenticare altri modi di aprirsi agli interrogativi sul rapporto fra passato e presente. E non ci si può esimere dal chiedersi perché, in Italia, la storia operò, nei suoi decorsi successivi, consolidando quelle diversità, invece di aprirsi a quelle stesse occasioni di mutamento che il fluire degli eventi mondiali pur offrì ad altre aree. Si ricordi, per restare sul terreno delle giga- causazioni, la ben nota tesi degli effetti periferizzanti provocati dal ribaltamento della centralità dei commerci fuori dal Mediterraneo, a seguito delle grandi scoperte: che può integrarsi con l’altra, meno nota, del diversamente fitto, e dualistico, evolversi successivo dei rapporti con il «centro» mondiale - non più mediterraneo ma atlantico, epperò pur sempre ancora europeo - da parte delle due grandi zone d’Italia. E si ricordi anche la gloriosa tradizione di pensiero (di origine ghibellina) che connette il problema della «decadenza italiana» (e perciò della «perdita di colpi» nella evoluzione della modernità di questo paese), al prevalere dell’atomismo politico e dunque al fallimento nazionale dell’istituto monarchico: impostazione, se si vuole, di senso inverso a quella di Putnam, che, invece, magari senza saperlo, è, di matrice guelfa... Se il condizionamento del passato potesse assumersi in termini così rigidi e monistici, tra l’altro, tutta la storia successiva sarebbe già scritta in una sola premessa. È assai giusto che il social theorist tenga conto della «dipendenza dal percorso» (path dipendence), ma il «percorso» è, appunto, percorso, una cosa complessa, si snoda nel tempo, con affluenti, ostacoli, dislivelli. Modelli ed eventi trovano la loro possibilità di composizione, poi, se questo sforzo lo si vuol fare, in una logica che è sostanzialmente darwiniana, che premia o punisce possibilità in relazione a condizioni «esterne» (e qui l’ambiente è «il resto» della storia) di sopravvivenza, ed è l’unica, a mio avviso, nella quale le ragioni della teoria e quelle della storia possano convivere senza unilaterale sacrificio.

18Le enfasi, però, vogliamo riconoscerlo, hanno spesso valore eminentemente simbolico: formulano, in modo magari «grosso», proposizioni capaci di attirare l’attenzione, per trasferire più facilmente, poi, questa attenzione su «altro», che è quel che sta veramente a cuore a chi ragiona, un «altro», che viene poi trattato in modo più sottile. E non di rado si va di grosso sulla storia, per aprirsi la strada a un più elaborato teorizzare in termini di scienze sociali: agli storici di professione, che abbiano qualche simpatia per le scienze sociali, non rimane che rassegnarsi a questo procedere e contenere le smorfie istintive della propria bocca. È bene, dunque, per non fare torto all’autore del libro di cui sto parlando, capire le vocazioni e le intenzioni che guidano l’enfasi da lui scelta. Putnam mette l’accento su un dato momento della storia passata del «caso» italiano - quello del divaricarsi istituzionale fra un’area a monarchia feudale e un’area a libere città a ordinamento comunale - perché è profondamente preso dal dibattito teorico sul ruolo delle istituzioni e dalla curiosità di verificarne gli estremi. Il fatto che egli indichi lì la radice è, se vogliamo, accidentale nella stretta economia del suo discorso. Non lo è il fatto - che conta di più, prendiamone atto - che egli scopra qualcosa che gli fa piuttosto enfatizzare l’influenza passata di una comunque radicata cultura civica nel generare istituzioni, o farle vivere, anziché l’influenza presente di istituzioni volute da riformatori nel provocare progresso civile - «incivilimento», come si sarebbe detto una volta, o modernizzazione che dir si voglia oggi. Ha sacrosanta ragione Gallino quando osserva («La Stampa. Tuttolibri», ottobre 1993) che il passato «muore molto più lentamente di quanto non si possa mai sperare o temere» e che «aver ignorato questa perenne dialettica di permanenza e mutamento, di tradizione e modernità ha condannato le scienze sociali, in epoca recente, a sconfitte ignominiose». Dobbiamo capire che Putnam rovescia il problema che si era posto in partenza.

195. La domanda prima che Putnam si era posto, infatti, come abbiamo visto in principio, era se i «riformatori» possono uscire ottimisti o no da uno studio che, come questo, tenti di verificare se una riforma istituzionale determinata - qui quella regionale - ha recato effetti positivi; dalla quale domanda se ne può derivare un’altra: se quei riformatori, in caso di risposta positiva alla prima, possano cavare dall’esempio studiato qualche insegnamento strumentale, su come più facilmente arrivare a dei buoni risultati.

20La mia opinione, come ho detto, è che Putnam e i suoi amici non siano in realtà pervenuti a un giudizio veramente positivo degli effetti della istituzione regionale. Il lettore quasi non se ne accorge, tanto è naturale lo scivolamento da un piano all’altro. Pure è come ho detto. E il lettore non si accorge quasi, inoltre, che le conclusioni che si possono trarre dagli esiti generali della ricerca, per quel che concerne gli effetti della istituzione delle regioni, sono sostanzialmente negativi. Non è che l’autore non lo dica. Ma lo dice in modo un po’ ambiguo.

21In che consiste l’ambiguità? Consiste nel fatto che, nonostante la sua inchiesta faccia emergere chiaramente che gli italiani, anche nelle regioni più benevole verso l’istituto regionale, appaiono assai poco entusiasti della azione di questo, egli dirotta una «soddisfazione» per nulla dovuta alla «efficienza» di quello e di chi lo ha governato, ma solo al «fare più democratico» (p. 60), benché sostanzialmente inefficiente, dei suoi burocrati, rispetto a quello della amministrazione centrale, che, in ogni caso, sopravvaluta. In realtà, quel che emerge più nitidamente dalla inchiesta è una avversione forte, e crescente, dei cittadini nei confronti dello Stato italiano, dei suoi governi e della sua amministrazione, rispetto alla quale il decentramento, quale lo si è avuto, non vien fuori affatto come apprezzato rimedio, ma come pura e semplice occasione di confronto limitato alle sole «buone maniere» (per così dire) nel trattare con il cittadino. Che questo forte risentimento politico verso il modo di governo del paese - ben noto del resto a chi abbia seguito negli anni le indagini demoscopiche comparative della Comunità europea - possa poi prendere nel Nord, oggi, forme «federaliste» non pare in alcun modo attribuibile, quindi, a una opinione particolarmente buona che i cittadini di quelle regioni si siano fatti dei governi regionali. Tra l’altro Putnam non se ne è accorto, perché i suoi schemi interpretativi - benché tutt’altro che inefficaci - erano un po’ troppo generali e non molto specificamente aderenti alla realtà italiana: ma le sue indagini mostrano chiaramente che l’istituto regionale è stato un possente fattore di quel «consociativismo» cui tanti collegano l’impossibilità di «efficienza» di governo in Italia. All’autore appare solo che a livello regionale non si riproduce il «pluralismo polarizzato» del modello di Giovanni Sartori (p. 43). Si, ma su che basi e in che direzione? Appunto: quella di un consociativismo che oggi tutti condannano e al quale attribuiscono, se non la responsabilità diretta della crisi fiscale, morale e politica dell’Italia, tuttavia una complicità cumulativa nei fattori di questa e, in ogni caso, una corresponsabilità - essa sì pienamente tale - nel ritardo nella formazione di una dialettica democratica delle alternanze. L’istituto regionale ha avuto, ahimè, la sua parte in tutto questo.

226. L’introduzione dell’istituto regionale in Italia, dunque, non sembra confortare troppo il principio che riforme istituzionali possano recare a più profonde mutazioni positive nella struttura della società. Sarà certamente possibile che altre riforme pervengano a questo, ma non in base a un principio generale che l’esempio qui considerato possa comunque confortare.

23Ma mettiamo anche che il dualismo registrato dalla ricerca Putnam possa, esso, con molta buona volontà, essere inteso come una prova del fatto che, almeno in una parte dell’Italia, dove ricorrono, per ragioni storiche, determinate condizioni, il risultato possa considerarsi positivo. (Abbiamo visto che non è proprio così e che la pur molto migliore capacità di risposta delle regioni settentrionali non significa affatto questo). Bene, dato, e comunque non concesso, che così fosse, quale indicazione strumentale potrebbero ricavarne i «riformatori» di cui lo studioso di Harvard si preoccupa all’inizio delle sue pagine, oltre quella che le riforme riescono meglio dove, per così dire, sembrerebbe essercene meno bisogno?

24Se la «spiegazione storica» di Hilary Putnam fosse soddisfacente, ebbene, ai «riformatori» che volessero invece incaponirsi ad agire dove il bisogno di mutamento appare maggiore, non resterebbe che ricavarne il suggerimento di avvalersi del «cavallo di Federico», o, piuttosto, del nousotrone. Per chi non lo sapesse, Il cavallo di Federico è il titolo di un romanzo- divertissement (Milano, Mondadori, 1991), nel quale uno dei più genuini e generosi «riformatori» militanti italiani, che è anche uomo di molta cultura e, soprattutto, per sua fortuna, di tantissimo spirito, Giorgio Ruffolo, racconta l’invenzione, nel 2077, di una macchina - il nousotrone, aggeggio cliometrico e dotato di potenza controfattuale - capace di cambiare le premesse del presente, e quindi il presente stesso, riformando il passato. E racconta della applicazione di tale magiscientifica macchina al Duecento italiano, mediante una diversa «mossa del cavallo» di Federico II nella battaglia di Cortenuova (1237), tale da «scavalcare i secoli», vincere non la sola battaglia, come in effetti fu, ma la storia, come invece non fu, e fantariformare, così, ghibellinamente, l’Italia di oggi... Quello che ipotizza Ruffolo è un uso ghibellino del nousotrone. Il riformatore putnamiano potrebbe tentarne, per contro - perché no? - un uso guelfo.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luciano Cafagna, «Il cavallo di Federico»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 172-180.

Notizia bibliografica digitale

Luciano Cafagna, «Il cavallo di Federico»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5854; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5854

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Autore

Luciano Cafagna

Facoltà di Lettere - Università di Pisa

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