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controversie sociologiche/Tradizioni civiche e squilibri regionali in Italia

Le radici della cultura civica nell’Italia divisa

Gianfranco Bettin Lattes
p. 161-171

Testo integrale

  • 1 Cfr. L. W. Moss, Ricerche socio-culturali di studiosi americani, «Bollettino delle ricerche sociali (...)

1. Il libro-ricerca di Robert Putnam sulla tradizione civica regionale nell’Italia contemporanea va salutato con grande interesse da parte degli studiosi di cose politiche per più di un motivo. Primo motivo: Putnam appartiene alla pattuglia di studiosi americani che guardano con straordinaria competenza e con passione simpatetica al caso italiano. Questo filone di specialisti ha ormai una sua piccola storia che inizia negli anni Cinquanta e che vede privilegiare come dimensione della ricerca quella della comunità locale. La comunità locale viene percepita come dimensione ideale per attribuire una connotazione da laboratorio ad esperienze di studio che adottano, molto spesso, nell’ambito della pluralità di tecniche che le contraddistinguono, la tecnica dell’osservazione semipartecipante idonea a conferire alla ricerca una profondità particolare. Tra gli interessi che vengono ricorrentemente coltivati da questi studiosi, curiosi dell’indecifrabilità dell’Italia, c’è quello di illustrare le profonde differenze tra il Nord ed il Sud ed il tentativo di spiegare, anche correndo il rischio di ricorrere a degli stereotipi, quel particolare fenomeno che Edward C. Banfield nel suo studio sull’ethos di Montegrano chiamava «l’incapacità politica» dei cittadini meridionali1. Non v’è dubbio che Putnam occupa nell’ambito di questo filone una posizione di spicco e che il suo lavoro riflette non poco le tematiche e, come meglio si vedrà infra, le interpretazioni che hanno caratterizzato, quasi costantemente, gli studi dei suoi colleghi antropologi, politologi e sociologi italianisti.

  • 2 R. D. Putnam, R. Leonardi, R.Y. Nanetti, La pianta e le radici. Il radicamento delVistituto regiona (...)

1Secondo motivo: il libro suscita interesse per il metodo pluridisciplinare che lo caratterizza. Putnam è un autorevole professore di Government che non si lascia confinare nel recinto della scienza politica. Preceduta da un altro volume pubblicato nel 1985 e dedicato alla misurazione del rendimento istituzionale delle Regioni dopo le prime tre legislature2, la ricerca sulla tradizione civica delle regioni italiane sembra portare a compimento un progetto di lavoro durato quasi cinque lustri inseguendo con encomiabile coerenza un’intuizione già cara a Carlo Cattaneo. Esiste un ordine dei fatti, come lo definiva Cattaneo, vale a dire un contesto socio-economico e culturale proprio di ogni regione che è di importanza decisiva per il radicamento e per lo sviluppo delle libertà e, più in generale, per il consolidamento di una cultura politica democratica. Nel caso italiano questo ordine dei fatti è assai diverso da regione a regione e la storia anche remota di questo ordine produce, per inerzia, effetti virtuosi ed effetti perversi. L’impianto longitudinale di questa ricerca attribuisce alla variabile «tempo» una valenza cruciale per lo sviluppo democratico delle istituzioni prescelte. Un’impostazione siffatta sembra rendere quasi ineluttabile il condizionamento dell’ordine dei fatti stabilito ab immemorabili, dato che il lettore viene riportato all’anno Mille e al momento fondante della civiltà dei Comuni che non potè attecchire nel Meridione, con conseguenze che si pagano ancor oggi.

  • 3 Cfr., la sintesi critica di L. Gallino, Quell Italia che va. Da Harvard: Regioni-modello dov'erano (...)
  • 4 R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993, p. X. Lo stesso (...)
  • 5 Si veda l’accurata illustrazione del metodo di indagine effettuata da Putnam in Op. cit., pp. 14-17 (...)
  • 6 Non si può tacere, tuttavia, di alcune «perle» dovute ad una traduzione che rende con efficacia lo (...)

2Il metodo seguito dunque è quello dello storico? Non sembra proprio, ma sul punto specifico e fondamentale altri potrà, con ben altra competenza, avanzare delle valutazioni3. Il metodo, in realtà, come si diceva è pluridisciplinare. Putnam abbraccia esplicitamente un’ipotesi di lavoro che era cara anche ai sociologi della Scuola ecologica di Chicago quando studiavano la devianza nelle aree naturali delle comunità urbane ed infatti asserisce che «anche un individuo che sia dotato di molto ‘senso civico’ (highly civic), se viene posto in una società ‘priva di senso civico’ (uncivic), è destinato a comportarsi in modo non cooperativo..., ad agire con egoismo e diffidenza»4. Ma v’è di più. Il libro è un libro a tesi che in maniera trasparente e lineare propone una sua interpretazione sulla relazione che si instaura tra un buon rendimento delle istituzioni di governo regionale e il senso civico che storicamente caratterizza una regione o un gruppo di regioni piuttosto che altre. La tesi viene argomentata a diversi livelli. La ricostruzione storica di fenomeni di lunga durata si affianca ad una sofisticata e documentatissima attività di rilevazione sul campo5. Nessuna ricerca empirica sulla società italiana finora, forse, ha potuto beneficiare di una base così larga e variegata di dati, distribuiti su un arco temporale così esteso essendo focalizzata su un’istituzione di governo che è stata esplorata dalla nascita (1970) ad oggi dallo stesso team di studiosi. Sotto il profilo metodologico, poi, la maturità dell’elaborazione anche in termini di completo dominio del materiale empirico si traduce nella capacità, veramente non comune, di saper collegare livelli di ricerca apparentemente molto lontani fra di loro dall’indagine survey, alla teoria dei giochi, alla discussione di teoria sociologica pura, alla considerazione dell’apporto della rational choice senza che mai il lettore avverta la gratuità dell’approccio oppure il gusto della formulazione astrusa. Il risultato complessivo è, anche in termini di stile espositivo, davvero significativo. Se si considera, infine, il tipo di editore italiano scelto per la pubblicazione sembra facile predire che il libro potrebbe avere una vicenda paragonabile, mutatis mutandis, a quella che visse in un’altra congiuntura politica ed in un altro contesto culturale la ricerca di Robert Lynd su Middletown6. Vale a dire ci si trova di fronte ad uno di quei rari casi in cui una ricerca si configura in maniera tale da potersi permettere di uscire dalle librerie - un poco polverose - degli addetti ai lavori per essere letta e discussa da un pubblico più vasto, dai politici militanti al comune cittadino. Una discussione allargata su queste tematiche non può che far bene alla ricerca per renderla davvero operativa e, più in generale, farà bene alle scienze politiche e sociali che grazie alla divulgazione dei risultati dei loro studi possono vedere rafforzata la loro immagine pubblica. Nel prosieguo di questa scheda, necessariamente selettiva secondo un’ottica di carattere sociologico, si vedrà che di materiale di discussione il volume ne fornisce e non poco.

  • 7 J. Bryce, Democrazie moderne (1921), Milano, Mondadori, 1953, p. 132.

2. Il percorso di lettura che viene proposto in queste pagine risulta costituito dai seguenti punti: a) individuazione della linea di pensiero sociologico e politico che orienta l’analisi empirica dello sviluppo democratico nelle differenti regioni italiane; b) specificazione dei concetti sociologici fondamentali idonei a suffragare la tesi sul rendimento dell’istituzione regionale; c) adeguatezza della scala regionale caratterizzante l’unità di analisi prescelta. Questa tripartizione, che non rende conto adeguatamente della complessità e della ricchezza argomentativa del libro di Putnam & colleghi, sembra tuttavia funzionale sul piano analitico. In concreto si tratta di tre aspetti interdipendenti e come tali da valutare in una forma relativamente distinta oltreché necessariamente succinta. Non v’è dubbio che Putnam riconosce esplicitamente il suo debito verso alcuni classici da Machiavelli, al Federalist , a Tocqueville, per finire al Banfield di The Moral Basis of a Backward Society (1958) e a The Civic Culture di Almond e Verba (1960-1980). Sono questi i riferimenti che puntellano la costruzione della sua nozione di democrazia e che apertis verbis le attribuiscono uno scenario territorialmente ben definito ed imprescindibile per la sua costituzione quello per l’appunto della comunità locale. I paladini delle autonomie locali ritengono, da sempre, che la democrazia autentica è fondata sulle chances che ha il singolo cittadino di prendere confidenza con la politica ad un livello, come quello locale, ove i problemi sono meno complessi, l’autorità più visibile e la partecipazione alle decisioni più possibile che non al livello nazionale. Come sosteneva Bryce, autore che Putnam non cita ma che spiega, forse, perfino meglio del prediletto Tocqueville l’importanza delle radici localistiche ed associazionistiche della democrazia, «un ingrediente essenziale della vera democrazia è il fatto che una parte considerevole dei cittadini abbia fatto esperienze di partecipazione attiva al funzionamento di piccoli gruppi che si autogovernano, siano essi organi locali, o sindacali, o cooperative, o altre forme di attività»7. Non è un caso che Putnam parli quasi sempre di «comunità civica» e di «regioni più o meno civiche»; non è un caso cioè che si preoccupi di misurare la distribuzione della cultura civica sul territorio e che ricorra all'uso di espressioni generiche come il «civismo dell’ambiente» che sembrano presupporre un’impostazione dal determinismo piuttosto spinto. Questa impostazione euristica risulta, d’altronde, in linea con la concezione della democrazia e dei meccanismi sociali che la fanno funzionare. Si comprende così anche - nelle sue luci e nelle sue ombre - la chiave di volta dell’interpretazione sulla diversità di tasso di civismo fra le diverse regioni italiane connessa alla più volte conclamata relazione tra associazionismo e cultura civica.

  • 8 G. Mosse, La nazionalizzazione delle masse (1974), Bologna, il Mulino, 1975, spec. p. 33 e 221.
  • 9 I dati riguardanti gli iscritti ai Fasci si ritrovano, aggregati territorialmente in vario modo, in (...)

3La comunità civica è una comunità socialmente equilibrata che ha tra le sue componenti essenziali «alti livelli di cooperazione, fiducia, reciprocità, impegno civico e benessere collettivo» (p. 209). La ricerca, tramite la lettura di una serie di sondaggi, arriva a dimostrare che «i cittadini delle regioni civiche sono molto più soddisfatti». Con l’ovvia conseguenza che «felicità è vivere in una comunità civica» (p. 132). Ma come si fa a capire che ci troviamo in presenza di questa società cui ogni uomo agogna? Ancora meglio: c’è la possibilità di disegnare un meccanismo istituzionale o qualcosa di simile che ci consenta di realizzare questo tipo di società dove non c’è? La risposta a questi interrogativi cruciali sembrerebbe essere parzialmente positiva. Infatti «la comunità civica viene in parte classificata, da un punto di vista operativo, in relazione alla densità delle associazioni culturali locali e da quelle ricreazionali» (p. 123). Detto meglio ed in breve, lo sviluppo della democrazia va di pari passo con lo sviluppo dell’associazionismo. Ma si tratta di vedere di quale tipo di associazionismo si tratta ed il contesto valoriale complessivo entro cui l’associazionismo nasce, vive e si sviluppa. Altrimenti i rischi che si corrono non sono piccoli. Due casi esemplari sembrano renderci assai cauti. Mosse ci ha mostrato come le associazioni ginniche, di tiratori e dei cori (tipi di società evocati alle pp. 107 ss. al fine di misurare la «sociabilità civica» nelle venti regioni italiane) hanno avuto un ruolo significativo come base sociale precorritrice della cultura politica del nazismo8. Venendo all’Italia, sembra opportuno osservare che la distribuzione territoriale degli iscritti ai Fasci prima del dicembre 1921 ricorda assai da vicino, ma ovviamente per contrasto, la graduatoria del tasso civico per regioni prospettata da Putnam. Sono in testa alla graduatoria la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna che, da sole, potevano vantare oltre centomila fascisti, pari al 46% del totale nazionale mentre la Calabria registrava un misero 1,1%9.

4A questo stesso proposito non va dimenticato che una delle poche qualificazioni dell’associazionismo esplicitata - tentativamente - da Putnam riguarda, la relazione tra cattolicesimo e sviluppo della cultura civica. Talché «le organizzazioni religiose in Italia rappresentano un’alternativa alla comunità civica, non ne sono un elemento costituitivo (...); i sentimenti religiosi e l’impegno civile sembrano essere reciprocamente incompatibili» (p. 125). Così, senza che ci sia una ricerca ad hoc, come invece avviene per molti altri aspetti esplorati da Putnam & colleghi, si arriva ad affermare che «in Italia i fedeli più devoti sono generalmente i cittadini meno dotati di coscienza civica» e si perviene, in maniera strettamente consequenziaria, ad una diagnosi indubbiamente coraggiosa che suona in questo modo bizzarro: «Il buon governo in Italia, è un sottoprodotto delle bande musicali e delle squadre di calcio, non delle preghiere» (p. 207). Qui la ricerca presenta una smagliatura che fa intravedere un sovradimensionamento della scelta di campo valoriale anglosassone, a tutto scapito di una prospettiva di ricerca opportunamente distaccata e, al tempo stesso, consapevole delle molte facce che assume nel tempo ed in contesti diversi la cultura cattolica con le sue espressioni associative. Come minimo ci si poteva aspettare una verifica delle modalità concrete che accompagnano il vissuto dell’esperienza del cattolico nelle regioni del Nord e nelle regioni del Sud, anche in relazione a distinte congiunture politiche. Tutti questi esempi non intendono certo demolire la tesi-Putnam; semplicemente avvisano della complessità della questione e suggeriscono di evitare frettolose semplificazioni dato che, come tutti sappiamo, lo sviluppo storico-politico non segue un percorso lineare e stabile attraverso i secoli.

5Putnam include, poi, nelle «reti di impegno civico» società calcistiche, cori, associazioni per l’osservazione degli uccelli, Rotary Club et alia. L’insieme è assai eterogeneo per finalità istituzionali, per dimensione organizzativa, per la partecipazione che suscita negli aderenti e, soprattutto, per la reale influenza che determina nella comunità ove opera. Già C. Wright Mills ci avvertiva che alle associazioni si può aderire passivamente per strumentalizzarne i vantaggi senza che ci sia un indotto esterno in termini di partecipazione civica. L’idea di fondo che un tessuto diffuso di libere associazioni fra eguali alimenti una cultura civica con evidenti benefici sulla vita politica e sullo sviluppo economico resta suggestiva. Stante la centralità della tesi, non sembra improprio lamentare l’assenza di un esame empirico più ravvicinato e soprattutto più accurato delle caratteristiche delle relazioni sociali interne alle singole associazioni nonché della forma e della reale influenza del network associativo complessivo, da esplorarsi ad esempio in alcune comunità locali campione, in termini di produzione di una cultura civica robusta e pervasiva.

3. I governi regionali che funzionano meglio in Italia sono quelli che lavorano in contesti comunitari caratterizzati da solidarietà di natura orizzontale, in cui sono attive numerose associazioni, cooperative e quant’altro sia utile a mantenere in vita un certo grado di impegno civico. Le comunità dominate da verticalismo vale a dire contraddistinte da sfruttamento e da dipendenza sono, invece, assai meno efficaci sotto il profilo del rendimento istituzionale. L’approccio teorico sviluppato da Putnam & colleghi per spiegare il caso italiano in questi termini dicotomizzanti - che separano il grano centro-settentrionale dal loglio meridionale - ci rinvia alla logica dell’azione collettiva e, specialmente, al concetto di «capitale sociale» sul quale merita di soffermarsi brevemente.

  • 10 Pierre Bourdieu ha delineato questo concetto una prima volta nel saggio Le capitai social notes pro (...)

6Il concetto di capitale sociale viene ripreso da James S. Coleman che, a sua volta, lo sviluppa a partire da Glenn Loury. Non va però trascurata per la sua maggiore accuratezza e per la sua originalità la trattazione del concetto dovuta a Pierre Bourdieu10. La pedanteria non incoraggia certo la comprensione; ma è difficile non osservare che il concetto di capitale sociale è un classico concetto pigliatutto, apparentemente comodo da usare come una sorta di causa causarum cui addebitare anche la spiegazione della durata e della stabilità delle tradizioni civiche. Putnam non era certo tenuto ad una ricostruzione filologica del concetto dato che il suo fine era di renderlo operativo al massimo grado: «il capitale sociale indica le caratteristiche della struttura sociale di una collettività che permettono di aumentare l’efficienza della collettività stessa. Questo capitale... permette alla società di essere più efficiente e di meglio rispondere alle sfide del momento». Tuttavia è chiaro che si introduce un elemento di ambiguità sul piano interpretativo perché la definizione di Coleman è un mix di elementi culturali (norme e fiducia) e di elementi strutturali (reti di relazioni). La duplicità del concetto, che in parte ci riporta ad una dimensione della cultura e in parte classifica le interazioni dominanti in un dato contesto, viene sottolineata esplicitamente da Putnam, a più riprese, nel capitolo VI Capitale sociale e successo delle istituzioni. «Per capitale sociale intendiamo qui la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo» (p. 196). «Le reti di impegno civico, come le associazioni di quartiere, i cori, le cooperative, i circoli sportivi, i partiti di massa e altri simili... sono l’espressione di interazioni orizzontali e rappresentano una componente essenziale del capitale sociale» (p. 204, c.n.). In breve, si assiste alla sovrapposizione inevitabile di due piani concettuali che forse sarebbe stato più opportuno mantenere distinti. Sotto il profilo dell’analisi culturale che, a tratti sembra prendere il sopravvento, Putnam giustamente identifica la norma di reciprocità come norma-base del vivere associato: un’idea che attraversa, come è noto, la teoria sociologica e antropologica. Ma non possiamo sfuggire all’interrogativo retorico: non è che la norma di reciprocità funziona da collante principale del quadro sociale e politico anche in una società, dominata dalle relazioni patrono- cliente e con un grado di «civismo» prossimo allo zero?

7L’uso della dimensione regionale come scala dominante dell’analisi viene giustificato da Putnam con l’interesse sperimentale di iniziare, a partire dal 1970, una ricerca sistematica e di lungo periodo sullo sviluppo di nuove istituzioni di governo e sul loro rapporto con il loro ambiente (p. Vili). Via via che l’esperimento istituzionale procedeva diventavano sempre più evidenti le enormi differenze nel successo e nel fallimento dei diversi governi regionali e diventò sempre più chiaro agli occhi dei ricercatori che queste differenze avevano delle radici storiche profonde. Ma sorge inevitabilmente un altro interrogativo: perché l’analisi resta costantemente focalizzata sulle Regioni, considerate nella loro definizione amministrativa di questi ultimi cinque lustri, quando secondo Putnam & colleghi, le differenze «regionali» di cultura civica - con annesse differenze di sviluppo economico e politico generale - si basano su esperienze assai più circoscritte territorialmente come i Comuni medioevali? Forse sarebbe stato più appropriato selezionare un insieme di aree locali ad alta omogeneità interna con confini più contenuti. E Putnam ad ammettere delle forti disparità nello stesso ambito regionale: riporta, infatti, l’esempio della ricerca di Pino Arlacchi Mafia contadini e latifondo nella Calabria tradizionale (1980) dove l’autoritarismo di Crotone, si confronta con la violenza dei clan di Gioia Tauro e con una inspiegabile, si dovrebbe dire, tradizione di associazionismo nel contiguo Cosentino. Dalle stesse diversità, poi, discendono diversità di stabilità sociale e di progresso economico nelle tre aree sub-regionali, ma questa differenziazione interna non si configura, neppure in termini metodologici, come un problema sul quale si debba far luce. Anche le sei regioni «selezionate in modo da rappresentare le profonde diversità del Paese» (p. 16) non sembrano essere casi rappresentativi della condizione nazionale né tantomeno si possono ritenere rappresentative, in maniera esaustiva, delle due zone in cui si pretende sia divisa l’Italia secondo un parametro distributivo delle regioni un po’ sbrigativo: «In tutto il volume, ci si riferisce con il termine Nord a partire dalla Toscana, dall’Umbria e dalle Marche in su, mentre dal Lazio e dall’Abruzzo in giù ci si riferisce con il termine Sud» (cfr., nota 56 a p. 246).

8Il punto più importante sembra, tuttavia, un altro. Il capitale sociale non si può formare, né può esser messo a frutto con profitto né tantomeno si può patrimonializzare e riprodurre attraverso i secoli se non ci sono degli imprenditori sui generis deputati a questa importante funzione. Orbene, i governanti delle Regioni in quanto probabili membri di questa classe imprenditoriale speciale avrebbero forse meritato, in termini di spazio di ricerca, un’attenzione maggiore di quella a loro riservata. Vediamo un po’ più da vicino quest’aspetto.

  • 11 Sia consentito rinviare a G. Bettin, A. Magnier, Il consigliere comunale, Padova, Cedam, 1989, a p. (...)

4. L’istituzione delle Regioni ha segnato, secondo Putnam, la formazione di una nuova classe di politici professionisti. In particolare, il consigliere regionale, fin dal momento in cui l’ente Regione ha cominciato a muovere i suoi primi passi «aveva un profilo più simile a quello di un parlamentare che di un consigliere comunale (...). Nella scala politica italiana, il consigliere regionale occupava un gradino in alto poiché la sua carica segnava la linea di demarcazione tra chi faceva politica a livello di volontariato ed il politico di professione a tempo, pieno» (p. 33). Fino a che punto, oggi, possiamo accettare un’osservazione così tranchanteì Senz’altro non si può condividere un’interpretazione del ruolo del consigliere comunale, per lo meno nelle grandi città, come di un ruolo meno significativo, in termini di influenza, di quello di un consigliere regionale e neppure come di un ruolo di un eletto che fa politica «a livello di volontariato». In altre parole, i dati di ricerca sui consiglieri regionali andavano maggiormente problematizzati. A parte una svista marginale sulla percentuale di laureati tra i consiglieri regionali che ha compiuto gli studi universitari al 1989, percentuale che non risulterebbe quasi il doppio di quella dei consiglieri comunali bensì quasi il quadruplo11, l’analisi di Putnam & colleghi suscita qualche perplessità in ordine alla reale consapevolezza del grado e del tipo di professionalizzazione di questa importante sezione della classe politica italiana.

9Un altro elemento collegato alla formazione di una classe politica regionale autonoma e fortemente caratterizzata sarebbe offerto da quell'atteggiamento che Putnam chiama la «depolarizzazione ideologica», dovuto ad una concezione altamente pragmatica della gestione pubblica e consistente in un orientamento molto più disincantato rispetto a quello degli elettori e, forse, anche a quello dei parlamentari. «Il pluralismo della politica regionale non ha niente a che fare con il ‘pluralismo polarizzato' presente da tempo nella politica nazionale. In Regione si è imparato a fare opposizione senza suscitare rancore e nel pieno rispetto degli avversari (...). I conflitti ideologici sono stati lasciati alle spalle, si è optato per una più stretta collaborazione, gli estremismi hanno lasciato il posto alla moderazione, il dogmatismo alla tolleranza, le teorie astratte sono state sostituite da una gestione manageriale» (p. 43). La spiegazione offerta della progressiva deideologizzazione e di una corrispondente accentuazione del pragmatismo del personale politico rieletto in consiglio regionale viene ricondotta alla tesi della «socializzazione istituzionale» secondo cui «esattamente come i suoi fautori avevano sperato, la riforma regionale ha dato luogo a ‘un nuovo modo di fare politica'» (pp. 45-6). La tesi viene empiricamente validata sulla base di una misurazione approfondita del livello di ideologizzazione dei consiglieri regionali facendo ricorso a delle domande mirate su varie questioni attinenti al tema.

10L'ampio paragrafo sul nuovo modo di far politica dei vertici politici regionali rappresenta probabilmente una delle parti più accurate, in termini di indicatori empirici usati, di tutta la ricerca. Eppure ad un lettore italiano, un poco smaliziato, non può non venire in mente che in questa importante e documentatissima trasformazione del modo di far politica nelle Regioni possono essere stati influenti mutamenti politici e culturali che hanno travalicato i confini regionali e che possono essere anche del tutto indipendenti dall'istituzione e dal funzionamento del governo regionale. In qualche caso la depolarizzazione ideologica e lo sviluppo di una cultura di governo potrebbero essere lette come un percorso che si diparte dalla perdita di peso delle ideologie politiche e arriva ad una concezione dell'agire politico praticato come agire affaristico personale. D'altra parte la riflessione sul processo di socializzazione istituzionale avrebbe potuto lasciare qualche spiraglio anche ad un’interpretazione meno unilaterale, condotta, ad esempio, in una chiave michelsiana sulle trasformazioni della leadership legate alla sua durata.

  • 12 E. Recchi, Il network politico dell'amministratore comunale italiano, «Polis», V, n. 2, agosto 1991 (...)

11Una delle tesi forti avanzata da Putnam & colleghi è quella del progressivo rafforzamento dell'autonomia regionale che si tradurrebbe, in concreto, nel consolidamento del processo di istituzionalizzazione della politica delle Regioni ed in un processo di reclutamento del personale politico «sottratto sempre di più allo strapotere dei capipartito locali» (p. 47). La tesi verrebbe ulteriormente confortata da una rilevazione sul network dei consiglieri regionali che conferma la forte originalità della ricerca: quella di Putnam, infatti, è la prima e la sola ricerca in Italia che produca dati di questa natura tramite una rilevazione ripetuta a distanza di tempo dal 1970 al 1989. Con il trascorrere degli anni si osserva che diventano più frequenti i contatti dei consiglieri regionali con gli altri attori politici del livello regionale e meno frequenti i contatti con gli amministratori locali (cfr., fig. 2.6 a p. 52). L’analisi della rete relazionale riguarda circa il 50% degli eletti in Regione; dobbiamo, allora, chiederci che tipo di relazione instaura l’altro 50% di consiglieri regionali le cui risposte non vengono riportate, forse, perché la loro rete si disperde in direzioni non omogenee. Non si sa, d’altro canto, quanti sono i consiglieri che orientano prevalentemente il loro network verso il livello nazionale. Ma il punto è che non ha senso dedurre dalla rete relazionale così concepita un grado maggiore o minore di autonomia regionale; tra l’altro i casi elaborati sono classificati in una forma brutalmente dicotomica locale/regionale senza distinguere e misurare la diversa intensità della frequenza verso il livello locale e verso il livello regionale. Rilevazioni analoghe, ma effettuate sul livello municipale, hanno riscontrato che i consiglieri comunali dispongono di una quota di relazioni con il centro del sistema politico superiore a quella che riguarda le relazioni instaurate con il governo e con la burocrazia regionale12. Non è legittimo dedurre sulla base di un network così configurato che si assista ad una limitazione dell’autonomia municipale. A parte ogni altra considerazione, manca un dato essenziale: non si sa quale è il contenuto della relazione tra il livello periferico ed il livello centrale del potere politico e non sembra assurdo ritenere, a meno che non ci si muova in una logica di ottuso separatismo, che i rapporti intergovernativi, formali o informali che siano ai vari livelli territoriali, possono corrispondere a criteri di opportuna funzionalità.

  • 13 P. Farneti, I partiti politici e il sistema di potere, in V. Castronovo (a cura di), L'Italia conte (...)
  • 14 M. Fedele, Autonomia politica regionale e sistema dei partiti, Milano, Giuffrè, 1988, tomo II, Le f (...)
  • 15 Si rinvia alla interessante ricerca di Roberto Segatori, Asfissia di un ceto politico.Uitinerario b (...)

5. L’esame della letteratura specialistica sugli effetti reali del processo di regionalizzazione del nostro sistema politico sembra, comunque, condurre a conclusioni che non collimano pienamente con le tesi di Putnam & colleghi. Bisogna, tuttavia, ribadire che i nostri studiosi hanno come scopo eminente quello di spiegare il rendimento istituzionale anche e soprattutto in termini di differenza di radicamento di cultura civica nelle comunità locali costitutive dei differenti quadri socio-territoriali regionali. Non andrebbe dimenticato, soprattutto da chi predilige un’impostazione storico-politica, che l’esperimento regionale ha un vizio di origine che ne spiega non poco le debolezze degli anni successivi. L’istituto regionale risponde, nella sua costituzione di struttura di servizi pubblici condizionata finanziariamente dalle elargizioni del centro, ad una politica di «dispersione delle tensioni» che consente la deresponsabilizzazione della classe politica nazionale al governo del Paese13. Alla fine degli anni Ottanta una delle poche ricerche empiriche approfondite condotta da Marcello Fedele sui consiglieri regionali delle prime quattro legislature eletti nelle liste del PCI, della DC e del PSI in Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio, Puglia, Toscana e Veneto perviene all’osservazione che le assemblee regionali non sembrano rappresentare la sede di una classe politica emergente. La composizione dei consigli regionali esaminata dal 1970 al 1985 comproverebbe la tendenza dei partiti a strutturare in maniera accentuata al loro interno «processi di appartenenza e di lealtà del proprio personale»14. Si obietterà, giustamente, che oggi l’imprinting partitocratico segna il passo ovunque; ma ciò non avviene certo a favore di un incremento dell’autonomia dell’arena politica regionale. I suggerimenti di Putnam & colleghi sull’incidenza di variabili come l’equilibrio dell’assetto socio-economico, il grado di cultura civica e la tenuta del governo regionale una volta che siano applicati ad un caso di regione non sospetta l’Umbria, per un intervallo di tempo medio-lungo che copre tutte le legislature, non consentono una verifica congruente con i risultati positivi sostenuti, pur con dovizia di dati15. Eppure dello spirito ottimistico di questa bella ricerca c’è un gran bisogno oggi, in uno scenario ove le subculture politiche più stabili si stanno decomponendo sotto il maglio dirompente della Lega e della crisi economica. Non ci resta che sperare che il prossimo futuro consenta l’estensione della interpretazione positiva di Putnam anche all’altra fetta d’Italia carente sul piano della cultura civica; d’altro canto proprio in questi mesi, mentre siamo a metà del guado verso un sistema politico innovato, possiamo constatare che non mancano segnali incoraggianti nella direzione che vede anche le regioni del Sud impegnate a recuperare il loro atavico ritardo.

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Note

1 Cfr. L. W. Moss, Ricerche socio-culturali di studiosi americani, «Bollettino delle ricerche sociali», a. i, novembre 1961, n. 6, pp. 502-517. Si veda anche l’edizione della ricerca di E. Banfield (1958), Le basi morali di una società arretrata, Bologna, il Mulino, 1976 curata da D. De Masi con gli interventi di Cancian, Pizzorno, Galtung, Colombis ed altri.

2 R. D. Putnam, R. Leonardi, R.Y. Nanetti, La pianta e le radici. Il radicamento delVistituto regionale nel sistema politico italiano, Bologna, il Mulino, 1985.

3 Cfr., la sintesi critica di L. Gallino, Quell Italia che va. Da Harvard: Regioni-modello dov'erano i Comuni medioevali, in «La Stampa Tuttolibri», 873, ottobre 1993, p. 6.

4 R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993, p. X. Lo stesso Putnam, peraltro, ribadisce che il contesto sociale ha un’influenza importante sulla vita dell’individuo e che le diverse forme di devianza nelle città americane hanno un’incidenza minore «fra coloro che hanno avuto la fortuna di vivere in un quartiere in cui la gente va in chiesa e vi sono organizzazioni sociali attive»: cfr., il suo intervento su II futuro del modello democratico occidentale, «queste istituzioni», XXI, aprile-giugno 1993, n. 94, p. 17.

5 Si veda l’accurata illustrazione del metodo di indagine effettuata da Putnam in Op. cit., pp. 14-17 e spec., Appendice A, pp. 219-224.

6 Non si può tacere, tuttavia, di alcune «perle» dovute ad una traduzione che rende con efficacia lo stile chiaro e gradevolissimo di Making Democracy Work, ma che si sarebbe potuta giovare a latere dell’intervento di uno specialista. Tra gli scivoloni più curiosi, tenuto conto del tema trattato, ci sono «i 616 decreti del 1977» che tornano - inesorabilmente - a p. 28, 51, 53 e «il dolce marmorizzato» (p. 53) equivalente alla marble-cake che materializza una metafora misteriosa per il lettore italiano.

7 J. Bryce, Democrazie moderne (1921), Milano, Mondadori, 1953, p. 132.

8 G. Mosse, La nazionalizzazione delle masse (1974), Bologna, il Mulino, 1975, spec. p. 33 e 221.

9 I dati riguardanti gli iscritti ai Fasci si ritrovano, aggregati territorialmente in vario modo, in R. De Felice, Mussolini il fascista. I. La conquista del potere 1921-1925, Torino, Einaudi, 1966, alle pp. 6-11 e in E. Gentile, Storia del partito fascista. 1 91 9-1 92 2 movimento e milizia, Bari, Laterza, 1989 alle pp. 346-9.

10 Pierre Bourdieu ha delineato questo concetto una prima volta nel saggio Le capitai social notes provisoires, «Actes de la recherche en sciences sociales», n. 31, janvier 1980, pp. 2-3 e, successivamente, in una forma più sistematica comparando il concetto di capitale sociale con quelli di capitale economico e capitale culturale; cfr., P. Bourdieu, «The Forms of Capital» (1983) in J. C. Richardson (a cura di), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education, New York-London, Greenwood Press, 1986, pp. 241-258.

11 Sia consentito rinviare a G. Bettin, A. Magnier, Il consigliere comunale, Padova, Cedam, 1989, a p. 247. Naturalmente il confronto meriterebbe un’opportuna taratura dato che le fonti dei dati non sono omogenee, così come non lo sono i contesti territoriali di riferimento.

12 E. Recchi, Il network politico dell'amministratore comunale italiano, «Polis», V, n. 2, agosto 1991, spec. p. 257.

13 P. Farneti, I partiti politici e il sistema di potere, in V. Castronovo (a cura di), L'Italia contemporanea 1945-19-75, Torino, Einaudi, spec., pp. 91-2.

14 M. Fedele, Autonomia politica regionale e sistema dei partiti, Milano, Giuffrè, 1988, tomo II, Le forme politiche del regionalismo, pp. 5 ss.

15 Si rinvia alla interessante ricerca di Roberto Segatori, Asfissia di un ceto politico.Uitinerario biografico e politico degli amministratori regionali dell'Umbria (1970-1992), in G. Bettin (a cura di), Classe politica e città, Padova, Cedam, 1993, pp. 145-178. Per Putnam & colleghi la Regione Umbria manifesta, insieme all’Emilia-Romagna,il massimo livello di rendimento istituzionale nell’intervallo 1978-1985 (cfr., la fig. 4.1 a p. 98.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gianfranco Bettin Lattes, «Le radici della cultura civica nell’Italia divisa»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 161-171.

Notizia bibliografica digitale

Gianfranco Bettin Lattes, «Le radici della cultura civica nell’Italia divisa»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5844; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5844

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Autore

Gianfranco Bettin Lattes

Dipartimento di Sociologia Politica - Università di Firenze

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