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il documento/Oltre i limiti dello sviluppo

Oltre i limiti... lo sviluppo sostenibile

Giuseppe Scidà
p. 149-160

Testo integrale

Breve storia di un libro fortunato

1È irragionevole pensare ad una crescita demografica ed economica esponenziale in un pianeta limitato. Questo è, in buona sostanza, il messaggio, semplice ed anche per questo dirompente, nella temperie culturale del 1972 ancora completamente permeata di «aspettative crescenti», con il quale il Club di Roma si presentò all’opinione pubblica internazionale a quasi quattro anni dalla sua fondazione, nel 1968. Questo club (cui aderiscono un centinaio di scienziati, sociologi, economisti, pianificatori, statisti e uomini d’affari), tanto informale da essere privo di un bilancio come di strutture burocratiche stabili, è ciò nonostante ancora oggi attivo, sebbene siano anche scomparsi nel frattempo numerosi suoi membri fondatori, particolarmente autorevoli, fra i quali, in special modo, il principale ispiratore ed animatore dell’iniziativa, l’italiano Aurelio Peccei (1984).

2I limiti dello sviluppo era il titolo della versione italiana del clamoroso primo Rapporto al Club di Roma contenente il messaggio prima ricordato. L’edizione francese apparve, invece, con il titolo Halle à la croissance? mentre i mass-media di tutto il mondo cominciarono ad attribuire sempre più frequentemente al Club di Roma la tesi dello «zero growth» che, in verità, era stata diffusa prima ed autonomamente, dall’olandese, Vice Presidente della CEE, Sicco L. Mansholt (Benvenuti, 1972). Tuttavia, il titolo del Rapporto in lingua originale predisposto, grazie ai fondi resi disponili dalla Volkswagen Foundation, da un gruppo di studiosi del System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Technology a Boston (D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens III), suonava, assai più correttamente riguardo al contenuto dello studio, cosi: The limits to growth.

3Obiettivo degli studiosi del MIT in questo rapporto era quello di definire i limiti naturali dell’intero ecosistema mondiale (espressi in pure quantità fisiche) con i quali avrebbero dovuto fare i conti cinque fondamentali fattori di crescita esponenziale in interazione reciproca: la popolazione globale, le derrate alimentari disponibili, l’industrializzazione, l’esaurimento delle risorse naturali, l’inquinamento ambientale. I risultati cui pervenne l’esercitazione furono altamente drammatici: il collasso dell’ecosistema mondiale - dovettero concludere - sarà inevitabile, se non interverranno svolte decisive, al più tardi intorno alla fine del XXI secolo poiché in quegli anni sarà raggiunto il livello massimo della produzione alimentare possibile. Né, avvertivano gli autori del Rapporto, una soluzione potrà essere ricercata nello sviluppo tecnologico; infatti: «i nostri tentativi di introdurre anche le più ottimistiche previsioni sugli effetti della tecnologia nel modello non impediscono il verificarsi del collasso finale della popolazione e dell’industria, in ogni caso non oltre il 2100» (p.119).

4Va rilevato, per altro, che non poteva essere diversamente. L’unico interrogativo effettivamente sottoposto all’elaborazione del computer riguardava, infatti, semplicemente la data del tracollo del pianeta. Mentre, al contrario, tale esito era già contenuto nella dinamica dei dati immessi e nel modello computerizzato di simulazione che, ponendo come assioma la limitatezza delle risorse a fronte di una serie di fattori di crescita esponenziali, rendeva inevitabile, presto o tardi, la crisi generale di un ecosistema ambientale limitato. Il modello di elaborazione utilizzato, denominato «WORLD 3», consisteva in un adattamento di un precedente modello mondiale computerizzato per l’analisi di sistemi dinamici complessi creato da uno dei maggiori esperti mondiali dell’epoca, Jay W. Forrester (1971), fondatore del System Dynamics Group del MIT e, in precedenza, docente dei coniugi Meadows. La metodologia utilizzata dal Forrester, d’altra parte, aveva effettivamente il grande merito di consentire per la prima volta il trattamento simultaneo di una moltitudine di pressioni contemporanee, sebbene di diverso peso, su un ecosistema finito, derivanti dalla crescita esponenziale dei cinque fattori ricordati e dalle loro molteplici interazioni. Al contrario, in passato, gli studi di questo genere, realizzati senza l’ausilio del computer, erano stati costretti a limitarsi all’osservazione del ruolo giocato da una singola interazione. Tipica, ad esempio, è in questo senso l’analisi malthusiana che individuava nella limitata capacità di produzione alimentare a fronte di una crescita demografica esponenziale l’occasione per il tracollo planetario.

5L’uso su vasta scala del computer per - come titolarono alcuni quotidiani - «interrogare il futuro» (scelta forse attesa dall’opinione pubblica internazionale ma di fatto, all’inizio degli anni ’70, ancora assolutamente innovativa e, dunque, non del tutto compresa riguardo agli intrinsechi limiti ed agli effettivi benefici) fu certamente un elemento non secondario della grande notorietà rapidamente acquisita nel vasto pubblico da I limiti dello sviluppo. Questo libro, pubblicato contemporaneamente in oltre trenta lingue e venduto in circa dieci milioni di copie (cifra senza precedenti considerato il genere di volume) ebbe così una risonanza mondiale incredibile. Ciò al di là del grado di inesattezza o forzatura del titolo prescelto dall’editore nazionale ma anzi, probabilmente, anche grazie a questo. Sembra, infatti, che gli effettivi lettori del volume, benché il linguaggio utilizzato fosse stato reso, grazie alla stesura di Donella Meadows, piano ed a volte accattivante, siano stati solo una ridotta percentuale degli acquirenti.

6Tuttavia, probabilmente, il maggiore scalpore fu suscitato riguardo a questo volume dalle molte e spesso furiose critiche che gli vennero rivolte, in generale per il suo pessimismo, da punti di vista rappresentativi, vorremmo dire, della «geopolitica» del pianeta:

  • esso, infatti, non fu affatto ben visto nel mondo capitalista perché sembrava criticare la struttura dell’economia occidentale e i suoi obiettivi, mettendone pure in discussione lo status quo riguardo alla distribuzione del potere quando avanzava l’orientamento verso una non troppo definita programmazione economica mondiale;

  • infastidì profondamente anche le società socialiste del campo sovietico frustrandone l’attesa di quella promessa, sempre rinnovata ma mai mantenuta, di conseguire quella crescita materiale tale da non dover temere il confronto con le società occidentali;

  • infine, venne considerato, dai paesi del Terzo Mondo, un’inaccettabile profezia di un autentico sopruso dei paesi ricchi nei loro confronti che li condannava, senza l’atteso sviluppo in tempi rapidi, non solo alla povertà ed al sottosviluppo ma anche ad essere perennemente dominati dai primi attraverso gli sfavorevoli meccanismi della divisione internazionale del lavoro e del sistema di scambi.

7Naturalmente gli vennero pure alcune recensioni/segnalazioni relativamente positive essenzialmente da esponenti del mondo accademico e da riviste specializzate in studi previsionali come l’americana «Futures», la francese «Futuribles» ed anche, come prevedibile, da «Futuribili», rivista che allora veniva pubblicata in Italia con un comitato promotore comprendente, fra i molti altri, lo stesso Aurelio Peccei (mentre scriviamo apprendiamo che «Futuribili» sta per riprendere la pubblicazione - sospesa nel 1974 con la morte del direttore Pietro Ferraro - promossa dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Gorizia e diretta da Alberto Gasparini, per i tipi dell’editore Franco Angeli). Il fatto più paradossale fu tuttavia che, al di là di tutte le critiche e dei pochi apprezzamenti, mentre nessun governo al mondo faceva alcunché per frenare la crescita del proprio paese, anzi se possibile tutto il contrario, un periodo di effettiva «crescita zero», meglio di «equilibrio globale», si dovette registrare realmente negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione de I limiti dello sviluppo un po’ in tutto il mondo. In altri termini, il primo shock petrolifero del dicembre 1973 e poi il secondo della fine del 1979 sembrarono quasi rendere il contenuto del volume un caso di profezia che si autoavvera. Il che ha consentito l’equivoca conferma di una tesi sempre negata dai futurologi, quella cioè che i loro modelli possano offrire predizioni sul futuro e non soltanto, come ammoniva il Forrester, un aiuto per approfondire complessi sviluppi futuri.

Due modi di andare oltre

8A diversi lustri di distanza, due nuovi volumi, con intenti diversi, «rivisitano» I limiti dello sviluppo ma le versioni italiane dei loro titoli ripropongono la piccola questione linguistico-nominalistica, già rilevata, quasi negli stessi termini.

9Prima Eduard Pestel - ingegnere accademico tedesco, membro del Comitato esecutivo del Club di Roma fin dalla sua fondazione e successivamente suo presidente - passati vent’anni dalla nascita del Club di Roma, darà alle stampe Beyond the Limits to Growth, pubblicato in Italia proprio nello stesso anno in cui scompare il suo autore (1988), col titolo: Oltre i limiti dello sviluppo. Questo volume, che si fregia anch’esso dell’indicazione «Rapporto al Club di Roma», intende presentare il personale punto di vista del Pestel sui fatti e le preoccupazioni che portarono i membri fondatori del Club a commissionare e pubblicare I limiti dello sviluppo ma anche sulle critiche furibonde che lo seguirono, per concludere poi con una serie di sue riflessioni sui futuri «grandi dilemmi della problematica mondiale», per usare un’espressione cara ad Aurelio Peccei e da questi sistematicamente utilizzata per definire i settori d’impegno del Club di Roma.

10Poi, nel marzo del 1992, esattamente a vent’anni di distanza dalla pubblicazione del primo Rapporto al Club di Roma, tre dei suoi quattro autori (i coniugi Meadows con J. Randers) tenteranno di replicarne le fortune riproponendone lo schema e dando così alle stampe un volume che intendevano inizialmente intitolare Above the Limits to Growth (Meadows, 1991:15) ma che diverrà (probabilmente per differenziarlo da quello del Pestel) Beyond the Limits mentre l’edizione italiana punterà ancora una volta su: Oltre i limiti dello sviluppo.

11Una breve parentesi va ora aperta per giustificare la pedante elencazione dei titoli delle diverse edizioni dei tre volumi considerati che non può essere sfuggita al lettore. Come sa bene ogni studioso di scienze sociali, c’è una chiara distinzione in inglese fra il termine growth e il termine development che si rispecchia nelle più comuni traduzioni italiane tramite l’uso rispettivamente dei termini crescita e sviluppo. Va pure rilevato che in nessun caso i coniugi Meadows con i loro coautori, nei loro due volumi, al di là dei titoli attribuiti ad essi nella traduzione italiana, si occupano dello sviluppo e ancor meno dei suoi limiti, con un’unica eccezione quando all’esordio del più recente lavoro (1993:21-22) sentono la necessità di dover introdurre «una nota sul linguaggio» precisando che: «la distinzione più importante che faremo in questo libro è quella fra “crescita” e “sviluppo”. Secondo la distinzione del dizionario, [...] “crescere” significa aumentare di dimensioni mediante assimilazione o con crescenza di materiali. “Sviluppare” significa espandere o realizzare le potenzialità di qualcuno o qualcosa, portare a uno stato più pieno, più grande o migliore. Qualcosa che cresce diventa quantitativamente più grande; quando si sviluppa diventa qualitativamente migliore, o almeno differente. [...] Noi pensiamo che nessuna distinzione sia più importante e netta di questa. Essa ci dice che sebbene vi siano limiti alla crescita, non devono necessariamente esservi limiti allo sviluppo». Precisazione, quest’ultima, che suona, sebbene forse involontariamente, come una netta smentita dei titoli prescelti dagli editori per le edizioni italiane dei due volumi.

12Ma le smentite ai titoli prescelti dagli editori stranieri non si limitano a questo. Da parte sua anche Eduard Pestel aveva dedicato un paragrafo (Il «Club crescita zero») del suo volume proprio a prendere le distanze dal titolo dell’editore Fayard per l’edizione francese del primo Rapporto al Club di Roma che con evidente dispetto dell’A. diverrà, invece, il modo più comune, nei mass-media, per etichettare la posizione del Club di Roma. Alt alla crescita?, con il punto interrogativo o meno, o più semplicemente crescita zero sono locuzioni che effettivamente si cercherebbero inutilmente ne I limiti dello sviluppo mentre tutto quello che si può trovare è, alla fine del volume (p. 137 e ss.), il sostegno all’ipotesi di mirare ad «uno stato di equilibrio globale» tale da offrire un regime di debole crescita economica così da garantire il nostro pianeta dai rischi, ritenuti assai vicini, di un collasso brutale e incontrollabile.

13Merita, infine, rilevare che dei due Oltre i limiti dello sviluppo quello del Pestel è certamente il libro che tradisce meno il titolo italiano dedicando non poco spazio a formulare una personale visione dello sviluppo. Posto un netto e aprioristico rifiuto all’idea stessa di «crescita zero» (soprattutto considerati i miliardi di esseri umani che sopravvivono ancora al di sotto della mera sussistenza) il problema che si pone il Pestel è: quale tipo di crescita? A questo proposito, egli distingue la «crescita quantitativa e indifferenziata» (come quella che avviene nei cristalli), che presto o tardi dovrebbe comunque arrestarsi per mancanza di risorse e per il degrado ambientale (1988:29-30), dallo «sviluppo organico» (1988:41-48) (come quello che avviene nella maturazione psicologica e morale degli esseri umani) che comporta un processo di differenziazione degli elementi riguardo a struttura e funzioni nell’ambito di una crescita sistematica interdipendente - tale che nessuna parte cresca a detrimento delle altre - e dunque potenzialmente illimitata. Tuttavia, e questa è la sfida a cui rinvia questo lavoro, la seconda opzione è percorribile solo se si comprende che la transizione comune verso l’interdipendenza globale non è più una possibile scelta ma una dura necessità in direzione della quale operare con decisione.

14In questa prospettiva, il primo problema a cui lavorare, osserva l’A., sta nella creazione di una struttura in grado di guidare la comunità mondiale costituita da un insieme complesso di sottoinsiemi fra loro ampiamente sconnessi, benché non del tutto privo di legami reciproci, verso uno sviluppo organico e interdipendente. In altri termini, si chiede l’A., quale potrà essere l’autorità internazionale effettivamente in grado di imporre la necessaria dinamica compatibile fra le scelte nazionali e regionali del pianeta? Molti dubbi a questo proposito esprime il Pestel riguardo all’attuale classe dirigente che giudica priva di lungimiranza ed anche strutturalmente incapace di favorire la transizione, come pure mostra un certo scetticismo sul pur auspicabile rilancio dell’ONU e delle altre organizzazioni internazionali ancora troppo poco autonome rispetto agli interessi delle maggiori potenze, mentre qualche speranza continua a nutrire sulla funzione del mondo scientifico nel tenere sempre vivo l’allarme sul «mal passo dell’umanità».

15Come il lettore avrà già compreso, il valore del volume del Pestel si compendia essenzialmente nel messaggio di cui è portatore e che, forse, ancor meglio de I limiti dello sviluppo, rappresenta gli effettivi orientamenti e le maggiori preoccupazioni della maggioranza dei membri del Club di Roma. Diversi appaiono invece gli obiettivi, lo stile e il contenuto del secondo Oltre i limiti dello sviluppo. Innanzitutto, il contenuto consiste, in larga misura, in una semplice replica, a vent’anni di distanza, dell’applicazione del Modello «WORLD 3», ovviamente, su una messe di dati statistici più ricca e necessariamente aggiornata e nell’introduzione delle più recenti tendenze relative alle connessioni fra i diversi fattori di crescita esponenziale considerati che rimangono però i cinque già utilizzati nell’applicazione realizzata nel loro primo volume. L’obiettivo di questa nuova esercitazione sembra essere quello di sottoporre a verifica gli orizzonti previsionali emersi da I limiti dello sviluppo ma anche di definire la nuova posizione della società umana rispetto ai suoi limiti.

16Questa nuova applicazione del modello delle dinamiche mondiali senza significative varianti porta in primo luogo all’evidenziazione di non pochi errori ed inesattezze contenuti nei dati utilizzati nello studio di vent’anni prima. Tuttavia, per una fortunata serie di coincidenze, l’insieme di errori accumulati invece di sommarsi finisce per far sì che si annullino a vicenda, così che l’esito di Oltre i limiti dello sviluppo conduce ad una sostanziale riconferma delle dure previsioni del primo Rapporto al Club di Roma. Una particolare enfasi, però, è posta, in quest’occasione, anziché sullo stato di equilibrio globale, sulla società sostenibile, probabilmente anche per associarsi ad una formula già popolare, quella di «sviluppo sostenibile», che, proprio mentre questo secondo studio veniva completato, era celebrata nei fasti del «Primo Summit sulla Terra» di Rio (1992) e ciò nonostante i molto deludenti risultati concreti conseguiti in quell’occasione. In altri termini, intendiamo sottolineare come l’idea/messaggio dello sviluppo sostenibile, al di là di ogni apparenza, sia non meno ardua da essere fatta propria dal mondo occidentale di quanto lo fosse l’equilibrio globale vent’anni prima. Su quest’aspetto, però, torneremo nell’ultimo paragrafo.

17Sul piano del contenuto, ciò che può lasciare interdetto il lettore è la mancanza di ogni revisione della struttura del modello che avrebbe potuto trarre frutto, ad esempio, almeno da alcune delle numerose critiche piovute sul loro primo Rapporto I limiti dello sviluppo o, quanto meno, da quelle avanzate da alcuni degli stessi membri del Club di Roma. Queste ultime riguardavano essenzialmente la struttura del modello costruito nella prospettiva del world as a whole senza dare, dunque, alcun peso alle diversità (di ordine economico, politico ma soprattutto culturale) che ancora caratterizzano le regioni del nostro pianeta al di là dell’incipiente processo di globalizzazione (Scidà, 1990). Già vent’anni fa, in occasione della consegna del primo Rapporto al Club di Roma, M. Mesarovic e E. Pestel, dopo aver avanzato questo genere di critiche, avevano chiesto ed ottenuto di predisporre con la sponsorizzazione del Club di Roma un secondo rapporto (1974) da far seguire a I limiti dello sviluppo elaborato in modo da evidenziare l’eterogeneità del pianeta che rende necessaria la distinzione di almeno un certo numero di grandi regioni del mondo. Tale specifica questione, tutt’altro che secondaria, costituisce sicuramente l’elemento di maggiore alterità sia dal punto di vista scientifico che di orientamento valoriale che separa gli autori dei due Oltre i limiti dello sviluppo e che è ripresa incisivamente dal Pestel anche nel suo più recente volume.

18Lo stile complessivo dell’ultimo lavoro dei coniugi Meadows e J. Randers risulta notevolmente più ridondante se comparato con il precedente I limiti dello sviluppo. In primo luogo, questo volumetto arriva a 320 pagine contro le 160 del primo rapporto al Club di Roma e contiene inoltre un buon numero di capitoli che danno l’impressione di essere più volti ad accattivarsi l’interesse del lettore che ad introdurre elementi utili all’esercitazione previsiva in senso stretto. Un intero capitolo, il secondo, è, ad esempio, dedicato a spiegare, utilizzando vari aneddoti, il semplice concetto di crescita esponenziale. Il terzo capitolo, di oltre 60 pagine, si limita alla presentazione di un quadro statico delle condizioni del pianeta sulla base dei dati utilizzati nel modello, essenzialmente prodotti da organizzazioni internazionali e, dunque, generalmente noti. Il quinto capitolo, per altro di godibile lettura, racconta la storia del «buco dell’ozono», che nelle intenzioni degli AA. costituisce un caso emblematico nel quale l’umanità è stata capace, pur sostenendone i necessari costi, di fermarsi in tempo, prima di superare quel limite che porta al tracollo. L’orientamento ottimistico degli AA. è, dunque, quello che, nonostante tutto, si possono ancora nutrire speranze nel futuro a condizione che l’intera umanità si impegni immediatamente per una crescita più sostenibile.

19Tuttavia, al di là dell’eterogeneità e della lunghezza, ciò che più infastidisce il lettore europeo, crediamo sia il capitolo conclusivo. In esso, con un tono didascalico e semplicistico (perché evasivo riguardo a non poche questioni che creano conflitti), gli AA. chiudono il loro lavoro elencando una serie di convinzioni o deduzioni errate ciascuna seguita dai loro corretti insegnamenti riguardo ai comportamenti umani, quasi dimenticando la lezione di umiltà che pure dovrebbero aver ascoltato da Jay Forrester, riguardo al fatto che l’output di un modello come WORLD 3 è solo quello di aiutare ad approfondire e discutere i complessi sviluppi futuri. Forse, però, il vero target dell’ultimo capitolo sono semplicemente alcuni giornalisti frettolosi che, limitandosi a leggere le sole conclusioni, necessitano dell’imbeccata di messaggi semplici e poco problematici da cui trarre agevolmente titoli efficaci.

20Se l’obiettivo dominante, dunque, sembra spesso essere quello di rinverdire il successo di vendita del primo volume dei coniugi Meadows e dei loro colleghi, temiamo tuttavia che solo minimamente coglieranno questo risultato. Ci sembra che questo secondo sia, infatti, un volume tutto sommato un po’ troppo eterogeneo forse perché volto ad una pluralità eccessiva di targets, tanto che potrebbe finire, a nostro parere, per non accontentare nessuno, ad eccezione forse del pubblico costituito dagli studenti universitari americani che, non avendo vissuto l’«evento» rappresentato vent’anni fa dalla pubblicazione de I limiti dello sviluppo, possono essere incuriositi da un volume che ne replica il contenuto ed è scritto in modo spesso divulgativo ed accattivante.

L'impervio sentiero dello sviluppo sostenibile

21La locuzione «sviluppo sostenibile», già da alcuni anni, conosce presso l’opinione pubblica internazionale una crescente notorietà e un relativo consenso di massima. Anche il credito e il conseguente impegno che raccolgono, soprattutto fra alcuni movimenti di base, le iniziative per la difesa dell’ambiente vivo sono fenomeni relativamente recenti nell’occidente giudaico-cristiano mentre non si può dire lo stesso, ad esempio, per le regioni del mondo ad influenza religiosa buddista. In queste ultime, l’armonica convivenza dell’uomo con la natura fa parte dei più tradizionali valori di queste antiche società, valori dai quali comunemente gli individui sono plasmati ed educati fin dalla nascita, essendo parte significativa delle fondamenta culturali e spirituali di queste civiltà. Diversamente dalla tradizione giudaico-cristiana, il buddismo, come ricorda Daisaku Ikeda nel suo dialogo con Aurelio Peccei (1983), insegna che l’uomo è stato creato e messo in condizione di vivere da tutti quegli elementi che condizionano e rendono possibile la vita intorno a lui e non, dunque, da un unico Dio. Per questo, per il buddista, è un elementare atto di giustizia, oltre che di rispetto religioso, quello di fare tutto ciò che gli è umanamente possibile per salvaguardare premurosamente il suo ambiente ed in particolare di evitare in ogni modo di porre fine a qualsiasi altra vita.

22Il moderno fenomeno di mutamento sociale e culturale a cui assistiamo in Italia e nell’intero Occidente riguardo agli atteggiamenti nei confronti della natura e dell’ambiente appare per più versi incoraggiante, sottintendendo nella tradizione cristiana una nuova dedizione ed una particolare attenzione per la «creazione delicata» - come Christopher Derrick (1972) ha definito l’ambiente vivo - dono dell’unico Dio che l’uomo ha ereditato come sua dimora. Tuttavia merita forse sottolineare come, nella cultura cristiana, incentrata sulla persona, l’ambiente non è, e forse non sarà mai, vissuto con la medesima sensibilità per la natura di buona parte del mondo orientale portatore di una tradizione religiosa diversa. L’obiettivo di uno sviluppo sostenibile appare per molti versi dunque non così a portata di mano come si vorrebbe far credere.

23Si possono cogliere, ad esempio, abbastanza comunemente, anche elementi profondamente deludenti nel mutamento culturale e sociale del mondo occidentale riguardo alla questione in oggetto che si traducono non di rado in una serie di comportamenti e atteggiamenti che, se non puntualmente ripresi, possono essere onestamente giudicati per lo meno aberranti. Il desiderio di disporre di un ambiente sano e piacevole, infatti, è spesso vissuto come un diritto privatistico o quanto meno una sorta di appannaggio di tipo localistico. La salubrità, la bellezza e la sostenibilità dell’ambiente, insomma, improvvisamente vissute come merci scarse, sono entrate rapidamente a far parte del paniere dei beni di consumo più desiderabili diventando uno dei più ambiti status symbol del mondo occidentale. Si tratta di quelli che Fred Hirsch (1981) ha definito «beni posizionali», cioè quei beni che mantengono un loro elevato valore proprio nella misura in cui sono riservati ad una ristretta minoranza. Ormai, soddisfatti in larga misura nel nostro mondo i bisogni biologici fondamentali, aumenta vertiginosamente negli individui l’importanza attribuita (e, dunque, le aspettative crescenti) ai beni posizionali.

24Lo stesso sbandierato impegno filo-ecologico di alcuni si è già tramutato, per molti di essi, in una banale e superficiale frequentazione di un’ideologia «debole», sebbene alla moda, priva di qualsiasi coerente traduzione concreta nei comportamenti. Solo per alcuni, certamente i più coerenti, ma la cui visione delle cose pare spesso anche allucinata da una fanatica adesione alla nuova ideologia verde, l’impegno nei movimenti ecologici si traduce in un rigido naturalismo etico che trova applicazione in comportamenti conseguenti. Tale posizione mostra però, non di rado, di assumere caratteri illiberali quando ad esempio sposa impostazioni come quella della deep ecology tesa a dare un valore assoluto alla natura in sè, alle sue leggi e alle sue logiche concepite come autonome da quelle della vita umana. Simili posizioni, orientate su ordini di priorità nel complesso innaturali all’uomo della civiltà occidentale (che non può essere altro che antropocentrico), sono nel complesso assai poco condivise, oltre che fondate su «verità impazzite», in un campo in cui, per giunta, i dati certi sui molti errori commessi e sulle vie più sicure per migliorare realmente la situazione sono spesso ancora troppo incerti, benché non sia difficile riconoscere che i danni creati da una crescita materiale incontrollata siano non solo inequivocabili ma anche in bella evidenza sotto gli occhi di tutti. Ciò non di meno, in un'arena travagliata dalla coesistenza di distinti e spesso divergenti modelli di razionalità come quelli evocati dai termini «crescita economica», «sviluppo umano» e «salvaguardia dell’ecosistema», i policy makers non possono esimersi dal prendere decisioni operative pressanti, a volte anche di notevole portata. Come ha osservato Denis Goulet (1986), tuttavia, la razionalità tecnologica, quella politica e quella etica, ciascuna con fini e metodi distinti, si contendono il diritto di imporre la propria ed esclusiva visione nel determinare la scelta degli obiettivi e dei processi operativi. L’esito, sempre insoddisfacente, varia fra scelte tecnicamente ineccepibili ma politicamente irrealizzabili o moralmente inaccettabili da un lato e scelte eticamente fondate ma tecnicamente inefficienti o politicamente impossibili da realizzare, dall’altro. In questa situazione, ai policy makers chiamati a compiere scelte operative, non resta altro da fare che seguire, con rara umiltà, orientamenti funzionali alla minimalizzazione dei rischi già a suo tempo suggeriti dall’autore de II piccolo è bello, il compianto Ernest Friedrich Schumacher, quando, invitando a riconoscere l’inevitabilità degli errori commessi dall’intervento umano, suggeriva di mantenerlo per lo meno piccolo e soprattutto reversibile quale antidoto efficace per evitare devastazioni permanenti. Nello stesso senso si pronunzia Claus Offe (1987:70-71) quando scrive che: «dimensioni ridotte, prossimità alla natura, semplicità [...] non sono in alcun modo virtù morali o estetiche di per sé evidenti. Esse possono rappresentare non di meno un prezzo vantaggioso e giustificabile razionalmente, dal momento che con il suo pagamento si possono risparmiare ulteriori e più rischiosi aumenti di complessità e più difficili problemi di governo. “Piccolo” non è in alcun modo necessariamente “bello”, bensì è talvolta “intelligente”».

25Resta, per altro, una via alternativa indubbiamente assai poco frequentata ma, a nostro parere, di gran lunga più affascinante: quella suggerita da D. Goulet (1986) quando ha sostenuto che i rappresentanti di tre distinti tipi di razionalità - quella tecnologica, quella politica e quella etica - dovrebbero operare secondo uno schema di interazione circolare, e non verticale. Questo è l’unico modo per evitare il riduzionismo. Solo dall’interno del sistema di condizionamenti che avviluppa ogni decisione relativa allo sviluppo, i portatori di un’etica antropocentrica possono far emergere i costi e le implicazioni di valore delle decisioni ed azioni in esame.

26In un simile contesto e dopo il fallimento del «Primo Summit sulla Terra» di Rio, non ci pare corretto, in conclusione, nutrire eccessive illusioni su mutamenti concreti nel breve periodo, come gli AA. di Oltre i limiti dello sviluppo (1993) sembrano fare. Solo apparente è, infatti, la convergenza conseguita intorno all’idea di «sviluppo sostenibile» perché, come è emerso a Rio, assai di frequente è utilizzata come una coperta troppo corta per coprire tutti i divergenti interessi delle nazioni della Terra. Nord e Sud del mondo restano, infatti, per la verità, essenzialmente divisi: mentre i governi dei paesi più poveri, infatti, vorrebbero tirare la coperta dello «sviluppo sostenibile» dalla parte della crescita materiale che la gente di quei paesi ancora attende, i responsabili dei paesi ricchi paiono semmai disposti a tirarla dalla parte della intangibilità dell’ambiente trascurando ogni principio circa l’inalienabile sovranità dei popoli sul proprio territorio. Sul piano etico va riconosciuto al contrario che né il valore dello sviluppo né quello della difesa dell’eco-sistema possono essere trattati strumentalmente, cioè come funzionalmente alternativi, in quanto entrambi rappresentano fini di valore, sebbene nessuno dei due sia assoluto. Proprio quest’ultimo - cioè il rifiuto di separare i problemi dell’ambiente da quelli dello sviluppo - è in effetti il pilastro su cui si fonda il concetto originale di sviluppo sostenibile proposto dal Rapporto della Comissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Brundtland, 1988), quando ad esempio afferma: «Un mondo in cui la povertà sia endemica sarà sempre esposto a catastrofi ecologiche e di altro genere. Il soddisfacimento di bisogni essenziali esige non solo una nuova era di crescita economica per nazioni in cui la maggioranza degli abitanti siano poveri, ma anche la garanzia che tali poveri abbiano la loro giusta parte delle risorse necessarie a sostenere tale crescita. Una siffatta equità dovrebbe essere coadiuvata sia da sistemi politici che assicurino l’effettiva partecipazione dei cittadini nel processo decisionale, sia da una maggiore democrazia a livello delle scelte internazionali».

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Bibliografia

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Giuseppe Scidà, «Oltre i limiti... lo sviluppo sostenibile»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 149-160.

Notizia bibliografica digitale

Giuseppe Scidà, «Oltre i limiti... lo sviluppo sostenibile»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5841; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5841

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Autore

Giuseppe Scidà

Dipartimento di Sociologia - Università di Bologna - Sede di Forlì

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