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la società italiana/Italia illegale:corruzione politica e mafia

Imprese e partiti nel circuito della corruzione

Giulio Sapelli
p. 51-67

Abstract

In this essay, the italian corruption is explained as a unique mechanism ruled by oligopolies of enterprises and political classes aimed at stopping competition and granting resources for the reproduction of illegal elites.
The clientelism and caciquism of business-political clans are the grounds where this corruption develops. This essay proposes a typology of enterprises which are active in corruption.

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Testo integrale

1. Un modello interpretativo della corruzione

1Nel 1992 e nel 1993, la crisi del sistema politico da cui i partiti cercavano di uscire prefigurando un nuovo sistema elettorale in senso maggioritario (sotto la spinta di movimenti di opinione che attraversano trasversalmente tutta la società civile e la classe politica usando lo strumento del referendum contro l’inerzia del parlamento dei partiti) ha toccato la sua acme con una ondata di incriminazioni e di arresti che il potere giudiziario è ora in grado di perseguire con una libertà prima mai avuta, visto il decadere della pressione partitica su di esso. Ciò che emerge dalle inchieste è di grande interesse sociologico, perché, come in linguistica, dove lo studio dei disturbi comunicativi consente di comprendere i fondamenti del linguaggio, la patologia dei rapporti tra partiti e società civile consente di comprendere quali nessi si possano produrre tra azione economica e azione politica. Anche se le patologie che emergono sono in fondo la degenerazione del ruolo di mediatori assoluti degli interessi da parte dei partiti, con la corruzione esse consentono di comprendere quali forme Fazione politica e l’azione economica avevano assunto. Questo fenomeno, che ha sollevato una generale indignazione dell’opinione pubblica, culmina con le dimissioni di Bettino Craxi nel 1993, di ministri socialisti e democristiani, mentre decine e decine di parlamentari hanno ricevuto avvisi di garanzia e richieste che sia concessa l’autorizzazione a procedere, ossia ch’essi siano privati dell’immunità parlamentare e possano essere processati quando non arrestati. Centinaia di arresti sono stati effettuati tra il 1992 e il 1993, coinvolgendo anche manager di grandi imprese pubbliche e private (IRI, ENI, FIAT, Olivetti, tra le altre) e molti imprenditori. Pur coinvolgendo esponenti di tutti i partiti, soprattutto democristiani e socialisti (con pochi comunisti e qualche esponente di piccoli partiti), non è senza ragione che l’inchiesta è partita da Milano, dove i socialisti avevano costruito le loro fortune elettorali, dove si è perfezionata la macchina della corruzione oligopolistica con le imprese private e pubbliche (a differenza di quella clientelistico diffusa o mafiosa del Sud-Italia), e dove Bettino Craxi e Claudio Martelli (poi divenuto Ministro della Giustizia e costretto alle dimissioni) avevano iniziato la loro battaglia intimidatoria contro i magistrati.

2In definitiva, ciò che è emerso con la corruzione è precipuamente questo fenomeno: attraverso meccanismi oligarchici fortemente localizzati (opere pubbliche, affari internazionali, ecc.) la società economica e la società politica costruiscono dei mercati specifici e particolari non previsti e non codificati dalle procedure legali e dalle norme morali vigenti. Di qui la loro illegalità.

3Ciò non di meno, questi mercati costruiti in modo oligarchico si costituivano come veri e propri ordinamenti giuridici di fatto, con regole precise e consensualmente definite dagli oligarchi. La complessità dell’ordinamento di fatto costituisce il salto di qualità rispetto alle forme di corruzione di cui eravamo a conoscenza. Da questo punto di vista ciò che è emerso negli anni 1992-1993 è una rottura dei meccanismi di formazione, lenti e graduali, delle pratiche di costruzione dei mercati. Infatti, il rapporto tra le forme dell’attività economica e l’apparato legislativo esistente è sempre stato contrassegnato da una tensione fisiologica. Prova ne sia l’emergere di istituti che costantemente hanno avuto come compito quello di mediare tra ordinamenti giuridici di fatto e la legge statuale, fondando prassi normative articolate in arbitrati, usi e consuetudini. Caratteristica di tali ordinamenti giuridici di fatto era però la loro pubblica manifestazione esplicitata nelle mutevoli forme del vivere civile.

4La corruzione, invece - che pare ormai tanto diffusa da costituire anch’essa un ordinamento di fatto (regola del «per cento» fisso sui lavori pubblici e regola della spartizione delle «tangenti» secondo la forza elettorale dei partiti) - è caratterizzata dalla segretezza e dal consolidamento di un legame tra gli attori protagonisti di essa che si sviluppa al crocevia tra la società economica e la società politica. Questo fenomeno non può non avere interessato quindi aree non piccole di tutte quelle organizzazioni e di tutte quelle azioni sociali che costituiscono i mercati.

5Una questione da verificare è quanto la fisionomia stessa, non solo dei mercati ma anche degli attori, è stata modificata da queste procedure segrete (modalità di tenuta dei bilanci, prassi amministrative, ecc.). Sorge allora spontanea la domanda: si può parlare anche di un contrattualismo segreto? Si può parlare di un contrattualismo che mutui forme delle procedure contrattualistiche ma che, mentre le pone in atto, le renda spurie o le faccia divenire aspetti di una doppia morale fondata su un’utilità individualistica e un’utilità per l’organizzazione (furto individuale da un lato e furto per l’organizzazione partito/impresa dall’altro)?

6Il compito analitico che sta dinanzi agli scienziati sociali dovrebbe dunque essere quello di innovare il livello delle riflessioni cui sinora si è giunti: esse si articolavano sostanzialmente secondo due modelli prevalenti. Il primo formulava lo schema del patronage o del clientelismo classico: due azioni sociali individuali si incontravano a diversi livelli di potere e di autorità e scambiavano risorse reciprocamente vantaggiose con grandi utilità sul piano della segretezza e della sicurezza e scarse utilità dal punto di vista quantitativo, ché queste azioni individuali avevano appunto dei limiti di gestione. Il secondo modello elaborava lo schema del controllo patrimoniale classico: un soggetto al crocevia tra economia e politica regolava - attraverso l’azione sua e dei suoi seguaci o fedeli - le interconnessioni affaristiche di più soggetti dei mercati e del sistema istituzionale. I vantaggi erano quelli di un potere carismatico (fiducia che diminuisce i costi di transazione); gli svantaggi erano quelli della segmentazione e limitazione personalistica dei mercati che produceva continuamente cadute di autorità e pericoli di tendenze centrifughe.

7Propongo un terzo modello interpretativo. A mio parere esso è apparso nella realtà degli anni Ottanta: è oligarchico perché è paretianamente collettivo e autoregolato quanto a sistema di cooptazione (come nell’aristocrazia veneziana descritta da Pareto), sia sul fronte dell’economia, sia su quello della politica. È espansivo quanto a capacità d’incorporare quote sempre più ingenti di affari, ma è debole sul fronte della segretezza e della fiducia perché i grandi numeri alzano la soglia della discrezione necessaria e la centralità della transazione economica minimizza il ruolo della fiducia e del carisma (e qui sta il punto di maggior diversità rispetto alle «nuove» famiglie mafiose). I grandi numeri, e i meccanismi di scala che da essi derivano, impongono poi la riformulazione delle regole del mercato e del concetto stesso di rappresentanza degli interessi.

8Il carattere generalizzato della corruzione sottrae a essa ogni utilità competitiva omologando di fatto la posizione dei competitori sul mercato: in sostanza, i costi di transazione sostenuti dagli attori economici non generano più vantaggi individuali apprezzabili ma si riducono al pagamento di un balzello di accesso al mercato. Si creano a questo punto le condizioni per una involuzione monopolistica dell’attività economica regolamentata attraverso l’oculata turnazione degli operatori economici nell’accesso al meccanismo di concussione-corruzione; in questo quadro, i sistemi di rappresentanza degli interessi cessano di essere centri di difesa delle regole del mercato e dell’etica professionale per divenire le centrali regolatrici della turnazione nella corresponsione dei «premi» o degli «obblighi».

9Un altro aspetto di questo terzo modello è la forte omogeneità categoriale e territoriale dei nuclei imprenditoriali coinvolti; in parallelo, si è sviluppata una legislazione regionale di impianto protezionistico (con riserva di quote del mercato degli appalti pubblici agli imprenditori locali) che la Comunità Economica Europea sta provvedendo a smantellare in quanto lesiva del principio della libera concorrenza. In quest’ottica, la liberalizzazione dei mercati e l’estensione delle normative della CEE possono assumere una valenza nuova: esse, cioè, introducendo nuovi competitori estranei al sistema di gestione del potere, offrono concrete speranze di scardinare le consorterie politico-economiche introducendo regole di concorrenza nel mercato.

10Questo dovrebbe essere tuttavia accompagnato da capacità di autoriforma dei partiti in merito ai loro finanziamenti, che in Italia sono regolati da una legge continuamente disattesa, come dimostrano anche i comportamenti imprenditoriali. Le imprese private pagavano i partiti per ottenere favori. Le imprese pubbliche versavano regolarmente copiosi finanziamenti ai partiti di governo (e così facevano talune imprese private). La «mano visibile» partitica che controlla l’accesso alle risorse economiche si configura come costitutivamente più propensa alla corruzione, non vi è dubbio, ma, oltre a questo, ciò che troppo spesso è sottaciuto nella riflessione sui caratteri assunti dall’espansione della «mano visibile» governata dalla gerarchia politica è il fatto che essa ha mutato in modo irreversibile la morfologia dello Stato; la sua natura di «imprenditore politico» ha posto le basi per una trasformazione della sovranità popolare. Essa è promossa non soltanto dall’avvento delle associazioni e dalla rappresentanza degli interessi funzionali. Rappresentanza degli interessi funzionali che ha al suo centro il potere situazionale di fatto o di condizionamento che l’impresa può esercitare sul processo decisorio politico. Tanto più può esercitare questo condizionamento, quanto più l’impresa si inserisce nel sistema di trasformazione delle strutture individualistiche della sovranità anche attraverso le sue associazioni rappresentative che condividono la caduta della credenza nella legalità.

  • 1 M. Morisi, Le leggi del consenso. Partiti e interessi nei primi Parlamenti della Repubblica, p. 173

11«Il parlamento - ha detto Morisi - è stato la leva per una grande strategia consolidante... che è consistita: nel valorizzare le differenziazioni e le frammentazioni della società civile: nello stimolare i relativi interessi a partecipare ai benefici e alle risorse che il sistema politico poteva produrre e distribuire (in modo puntuale e pervasivo); nell’incentivare sostegno politico - ma anche culturale - verso gli artefici e i garanti del sistema medesimo»1.

  • 2 Ibidem, p. 177.

12Le politiche distributive, in un sistema che aveva conosciuto identità e penetrazione tardive, con una relativamente precoce partecipazione (rispetto all’Europa del Sud) sono state, dunque, centrali per aumentare l’eterogeneità differenziante del Parlamento, bloccando l’efficacia e l’efficienza di una capacità legislativa non frammentata e particolarista. Nella lotta per il controllo del centro che si è svolta negli anni Ottanta tra DC e PSI, quest’ultimo ha perseguito la stessa logica che aveva garantito il consolidamento democristiano massimizzando il monocratismo leaderistico come potere di veto e come potere di pressione lobbistico e illegale, portando in tal modo all’acme la perdita di potenzialità istituzionale del parlamento. «La produzione intensiva e pervasiva di un consenso tendenzialmente particolaristico... ha impedito [così] che l’azione parlamentare aiutasse lo sviluppo di un sentimento diffuso di cittadinanza e che, su tale base, si attivasse in parlamento quella funzione di coordinamento del pluralismo istituzionale e sociale di cui si sono via via arricchiti lo stato e la società nel nostro Paese, resa necessaria non tanto dalla collocazione del parlamento nel sistema di governo, quanto dalla sua stessa posizione cruciale nell’organizzazione politica del popolo»2.

  • 3 G. R. Huntington, Political order in changing society, New Haven, Yale University Press, 1968.

13È precipuamente questa «posizione cruciale» che è venuta ponendosi in discussione nel corso degli anni. La radice di ciò risiede, in fondo, nella relativa debolezza dei partiti italiani (e di quelli sud-europei, se si escludono - per le ragioni note - i comunisti). Sembra un paradosso, ma invece proprio di debolezza si tratta, allorché guardiamo al funzionamento reale della «partecipazione politica di partito», che trova la sua cristallizzazione decisionale - in democrazia - nel lavoro parlamentare. Debolezza perché troppo pervasiva è l’azione di partito, che non crea, però, «comunità politiche» in grado di istituzionalizzare la politica. In definitiva era questo il messaggio universalistico che Huntington aveva consegnato alla comunità scientifica internazionale nel suo classico lavoro, che oggi è più che mai attuale3. Le società istituzionalizzate, e quindi «civili», impongono un prezzo all’esercizio del potere, producendo meccanismi di autorità che implicano la limitazione delle risorse che possono essere impiegate nella lotta politica, limitazioni che si esplicano in procedure e in norme da rispettarsi allorché si lotta per il potere e lo si esercita. Ciò è l’esatto contrario di ciò che accade nella proliferazione delle pratiche particolaristiche di acquisizione del consenso che trovano il loro veicolo e quindi la loro massimizzazione nella macchina del partito caciquistico.

  • 4 F. Neumann, Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 21.

14Nel pluralismo l’esito di ciò non è il Leviatano, ma Behemot: si legga ciò che Franz Neumann disse di Behemoth: «Nell’escatologia ebraica - di origine babilonese - Behemoth e Leviathan designano due mostri: Behemoth è il seguace della terra (del deserto), Leviathan del mare... Entrambi sono mostri del Caos. Secondo l’Apocalisse, Behemoth e Leviathan riappariranno brevemente prima della fine del mondo e instaureranno il regno del terrore, ma verranno distrutti da Dio... E Hobbes rese popolare sia Leviathan che [sic!] Behemoth. Il suo Leviathan è un’analisi dello stato, ovvero di un sistema politico di coercizione in cui sono ancora conservate le vestigia del dominio della legge e dei diritti individuali. Il suo Behemoth, invece, o il Long Parliament, che tratta della guerra civile del XVII secolo, descrive un non Stato, un caos, una situazione di illegalità, disordine e anarchia»4.

  • 5 T. Lowi, The end of liberalism. The second Republic of the United States, New Yok, Norton, 1969.

15Behemoth si afferma laddove il parlamento viene sconfitto tramite la crisi dei partiti, così come è accaduto, secondo Lowi, negli USA, dove questi ultimi accedono direttamente all’esecutivo monocratico5.

  • 6 M. Calise (a cura di), Come cambiano i partiti, Bologna, Il Mulino, 1992.

16«Il cambiamento... più importante... realizzato dai partiti in questo secolo - ci ha ricordato Mauro Calise in un importante lavoro - è nell’essere riusciti a superare la antica dicotomia tra società e stato forgiando un sistema di governo in cui le domande sociali fossero direttamente rappresentate in seno all’esecutivo. Il governo di partito, nei suoi successi e nei suoi fallimenti, non è altro infatti che l’istituzionalizzazione delle principali e contrastanti domande sociali in un nuovo tipo di sistema politico che appunto dai partiti dipende»6.

17L’alternativa a ciò è la regressione verso una nuova forma di liberalismo che non può che essere il neopatrimonialismo di una società fortemente disuguale dal punto di vista della partecipazione politica e della competizione economica.

  • 7 F. Cazzola, Della corruzione, fisiologia e patologia di un sistema politico, Bologna, Il Mulino, 19 (...)

18Quando disporremo di un’ampia serie di ricerche empiriche sui rapporti illegali tra politica ed economia - e quindi anche sulla corruzione - potremo comprendere quanti passi verso questo nuovo regime abbiamo compiuto, nella disgregazione del parlamento e dei partiti. Ci aiuteranno in questo compito gli studi fondamentali di Cazzola, Della Porta, Vannucci e Chiesi7.

  • 8 F. Cazzola, Storia e anatomia della corruzione in Italia, «Il progetto», n. 74, 1993, PP- 50-64.

19Sarà essenziale, a mio parere, porre al centro dell’analisi il comportamento delle imprese al crocevia tra pubblica amministrazione e sistema politico. Già sin da ora emergono, dall’ondata di informazioni disponibili sulla scorta del biennio 1992-1993, nonché dei ragionamenti prima esposti, alcuni lineamenti-guida nell’analisi riferiti, ad esempio, ai settori che più estesamente sono stati sottratti all’«invisibilità illegale dall’azione della magistratura»8.

2. II caso del sistema edilizio

20Di grande chiarezza è a questo proposito la tipologia e la morfologia dell’illegalità e della corruzione nel sistema edilizio. Al di là della considerazione che il sistema delle «tangenti» era universalmente praticato da tempi immemorabili ogni qual volta si veniva a contatto con l’apparato pubblico, è indubbio che la svolta nella costruzione dei mercati illegali avviene in Italia - guardando il problema, lo ripeto, dall’ottica dell’edilizia - dopo il Centro Sinistra, nella seconda metà degli anni Sessanta. Gli imprenditori del settore acquistano sempre più la consapevolezza di trovarsi dinanzi a un potere politico estremamente debole e non sorretto da una pubblica amministrazione in grado di costituirsi come un potere tecnocratico dinanzi agli interessi della società civile. Nel mentre la costruzione di macchine di partito clientelari scarsamente istituzionalizzate ma sempre più complesse richiede costi sempre più elevati per l’avidità del «clan» e delle «cliques» che ne controllano le risorse di influenza e di autorità. Le imprese comprendono quale sia l’«Anello debole» della catena tra decisione politica e decisione amministrativa e si auto-propongono come risolutrici dei problemi finanziari che scaturiscono da tale avidità acquisitiva. Allorché grazie alla legge 765 si favoriscono i raggruppamenti per tipologia di imprese si viene determinando una più stabile cristallizzazione dei comportamenti collusivi delle aziende, nella stragrande maggioranza a conduzione familiare. L’Albo Nazionale dei Costruttori - la cui revisione è oggetto, mentre scrivo, di pesanti polemiche parlamentari - suddivide in tre gruppi le imprese rispetto alla loro capacità di affrontare lavori più o meno generali e complessi, più o meno mediamente grandi e complessi, piccoli e scarsamente complessi. Questo produce una rigida gerarchizzazione dei mercati che sancisce istituzionalmente una divisione di fatto: poche grandi imprese a dimensioni internazionale a fronte di una polverizzazione settoriale spiccatissima.

21La modernizzazione degli anni ’60 e ’70 mette alla prova un meccanismo ancora in fase sperimentale. Iniziano i grandi lavori: elettrificazione delle ferrovie, autostrade, metropolitane, la trasformazione dei centri cittadini da nuclei abitativi a nuclei terziari. Le grandi imprese sono gli attori essenziali di questo processo: soltanto esse si sono attrezzate in termini professionali e finanziari, potendo acquistare tecnologie di processo e di prodotto.

22Esse erano poche e avevano dinanzi a sé grandi quantità di lavoro: le tendenze collusive erano basse e si potevano lasciare ampi spazi per le imprese medie e piccole. I guadagni sono enormi, con un trasferimento dei capitali rapido verso queste aree di affari ad alti tassi di profitto, con un aumento delle imprese che si contendono i lavori. S’impone così la necessità di ripartire i lavori: regionalmente, localmente, settorialmente.

23L’aumento dei soggetti porta non solo alla specializzazione produttiva, ma anche alla collusione istituzionalizzata, mentre si sviluppano i consorzi di imprese e gli albi per specializzazione professionale. Ma all’aumento del numero delle imprese fa poi riscontro il basso grado d’incremento degli investimenti, la riduzione del margine di guadagno, la scarsità relativa e crescente dei lavori.

24Il tutto nella cornice istituzionale creata dal potere legislativo - secondo la prassi che ho precedentemente richiamato - per regolamentare le procedure di aggiudicazione dei lavori: la concessione, le gare d’appalto, le trattative private, a licitazione privata, a concorso. A fronte di ciò soprattutto le grandi imprese hanno messo in atto procedure collusive: si raggruppano in lobbies e ognuna di tali lobbies cerca un referente partitico privilegiato che scambi la protezione della collusione tra imprese e tra queste e il centro decisorio erogatorio dei lavori in cambio di risorse materiali. Questa è la situazione prevalente, fin verso la fine degli anni ’70. La costruzione di mercati autarchici locali, regionali o comunali, diviene utile per spartire risorse decisorie e finanziarie premianti, secondo criteri che favoriscono l’estensione di patti taciti di non interferenza reciproca e di stabilità del meccanismo (le «imprese DC», ad esempio, non ostacolano quelle «PSI» e viceversa). Si tratta di mercati illegali ancora chiusi e primitivi. Poi verrà la CEE, con l’obbligo di pubblicità delle gare e di favorire la competizione. Le imprese «premono» dunque sul governo per decelerare l’applicazione delle direttive comunitarie e continuare ad agire nei mercati protetti.

25Il governo dei mercati, in ogni caso, inizia a complicarsi. Solo poche grandi imprese si affermano, come ho già detto, in una competizione sempre più dura. Un ruolo lo svolgono anche le grandi imprese dell’IRL Allorché i grandi privati spesso non riescono a raggiungere l’accordo esse intervengono per dare una sorta di stabilità istituzionale al mercato. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, si tratta di scatole vuote, che favoriscono talune grandi imprese private, che pagano i clan politici e ampliano i loro profitti. Spesso ciò che contraddistingue la presenza pubblica nel settore è la creazione delle cosiddette «imprese politiche»: si assume un appalto e poi si assumono i dipendenti per un «obbligo» politico-clientelare. Ma come fare per corrispondere loro salari e stipendi? Si partecipa alla spartizione delle risorse attraverso la collusione sui mercati. Questa a sua volta rafforza il clientelismo politico, che si estrinseca in una vera e propria proliferazione a cascata della dipendenza e della complicità. In questo caso, che non è quello dei grandi gruppi privati, la politica prevale sull’economia e ne condiziona ogni passo.

26Negli altri casi il «meccanismo unico» funziona a pieno regime nella reciprocità tra politica ed economia: ogni oligopolio fa riferimento a un clan politico, che può essere (nei casi più continui dell’erogazione di lavori) trasversale e interpartitico - e a un segmento balcanizzato della pubblica amministrazione. La cooptazione è regolata da precisi obblighi a cui ci si sottopone in cambio dei lavori da ottenere in una prospettiva temporale medio-lunga: pagare una quota ai partiti (che funziona da tassa per superare la barriera all’entrata) e attendere il proprio turno nell’ottenimento dei lavori, quando si verserà una quota aggiuntiva al partito di riferimento e/o al cassiere di tutti i partiti che distribuirà le quote in prima persona.

27È un equilibrio dinamico e quindi instabile. Può presentarsi un concorrente e non rispettare i patti (non pagare, non voler colludere, ecc.): ecco allora che le imprese più potenti, che sono leaders dei gruppi collusivi, unitamente ai clan dei partiti e alla pubblica amministrazione balcanizzata, mettono in atto meccanismi dissuasivi e, al limite, distruttivi di coloro che non accettano tali regole. Gli strumenti sono innumerevoli e varrebbe la pena farne un giorno una descrizione dettagliata.

28Ciò che conta sottolineare è il meccanismo decisorio che governa questi mercati illegali, corrotti. Le grandi scelte politiche (lavori, appalti, ecc...) vengono decise consensualmente tra imprese potenti e potenti clan partitici. È una decisione di lungo periodo e per grandi linee. Poi esiste la gestione quotidiana del processo, assicurata attraverso il controllo dei Consigli di Amministrazione e di tutti i centri decisionali degli enti. Fondamentale è assicurarsi o la partecipazione o, quantomeno, la neutralità dell’opposizione politica, che ha potenti strumenti di veto che spesso, tuttavia, non usa, per calcoli di opportunità e per l’instaurazione di una reciprocità di favori. Da questo punto di vista esigenze collusive dei mercati e cosiddetto opportunismo vanno di pari passo e collimano attraverso trasversalità oligopolistiche tra clan politici e imprese. Nascono le grandi «cupole collusive» allorché s’intraprendono i grandi «progetti» nazionali: ci si spartisce ogni risorsa settore per settore. Ma si tratta di oligarchie instabili, sottoposte a spinte esogene (i poteri non collusivi dello stato) ed endogene (i free-rider e le imprese politiche che rompono spesso delicati equilibri). In ogni caso i «cartelli» sono inevitabilmente differenziati e scossi da tensioni che hanno il loro sismografo nei costi. Invece di abbassare le tariffe dei lavori e delle corresponsioni («premi» e «obblighi») illegali si è andato verso un’esplosione dei costi, con aumenti sproporzionati dettati dalla necessità d’incrementare i prezzi e gli utili dei lavori. La quantità però diviene qualità: si cementificano i corsi d’acqua, si fanno autostrade che terminano contro le montagne, in un controllo capillare del mercato, dal tombino alla centrale nucleare; si costruiscono opere in perdita purché si produca cash-flow e si entri in nuovi mercati.

29Le «cupole collusive» sono pervase così da tensioni continue tra e nelle imprese, tra e nei partiti e tra i clan dei partiti e le imprese. Se i clan non trovano un accordo di spartizione essi - monopsonisticamente - possono spesso imporre il blocco di importanti lavori, generando conflitti tra le imprese e minacciando la stessa pace sociale, con lo spauracchio della disoccupazione.

  • 9 D. Vogel, The globalization of business ethics: why american remains distintive, «California manage (...)

30In questo senso «Phomunculus faustiano» si ribella: foraggiato dapprima dalle imprese il clan politico ha poi acquisito via via un potere autonomo di controllo dei centri nevralgici del processo decisionale e può ricattare le imprese. Queste, piuttosto che impegnarsi nella competizione e sottrarsi alla collusione, sottostanno al ricatto. Occorre, in ogni caso, essere consapevoli che ciò di cui abbiamo bisogno, è un’analisi empirica più sistematica del comportamento delle imprese. Naturalmente occorre inquadrarla in un contesto antropologico, come ci consente di fare l’esarne dei modelli etici dominanti nel capitalismo americano da un lato, e nel capitalismo europeo dall’altro, di cui, aggiungo io, l’Italia costituisce una versione peggiorativa e non certo migliorativa9.

3. Le imprese nel circuito della corruzione

31I valori etici dominanti nel capitalismo anglosassone possono così essere sintetizzati: centralità della scelta etica personale e individuale; meccanismo di controllo e di regolazione di tali scelte etiche in un contesto di forte aderenza tra propensione dei comportamenti individuali a valori di una legalità diffusa che sono appropriati anche dalle strutture organizzative dominanti; applicabilità universalistica di tali valori al di là delle contingenze. A fronte di ciò l’orientamento etico prevalente nel capitalismo europeo, e in primis in forma distorsiva ed aggravante nel capitalismo italiano, possono così essere sintetizzati: l’orientamento a massimizzare la responsabilità dell’impresa anziché quello della persona è prevalente, instaurandosi un circolo perverso e non virtuoso tra persona e organizzazione, favorendo in tal modo forme di astuzia e comportamenti opportunistici per la mancata sincronia che c’è tra orientamenti individuali all’azione e comportamenti nell’organizzazione. Forte prevalenza nella e sull’impresa delle norme e dei valori della società circostante che finiscono per diventare vere e proprie norme comunitarie che annichiliscono e inibiscono le scelte individuali alternative; orientamento etico fortemente conseguenzialista anziché deontologico che si adatta alle specifiche circostanze e muta secondo i legami sociali che via via si instaurano, in perfetta continuità e contiguità con l’orientamento trasformistico vigente nella società civile e nella società politica.

  • 10 W. W. Powel, P. J. di Maggio, The New Institutionalism in Organizational Analysis, Chicago, Chicago (...)

32Le più recenti teorie neoistituzionalistiche dell’organizzazione contribuiscono ad ancor più rafforzare questi risultati analitici10.

33Quest’approccio enfatizza infatti l’interconnessione che esiste tra valori comunitari e valori dell’impresa ponendo fortemente l’accento sull’interazione con i meccanismi non di mercato delle strutture organizzative, incoraggiando una conformità con l’ambiente. Si tratta di una sorta di isomorfismo che fa sì che si possa prospettare una complementarietà con l’ambiente istituzionale da parte dell’impresa.

  • 11 C. Demattè (a cura di), Tempo per un nuovo inizio. Intervista al giudice PierCamillo Davigo, «Econo (...)

34È su questa base che si dovrà procedere all’individuazione delle «cordate politiche e [delle] cordate di imprenditori e manager, dalle quali le persone competenti, ma oneste, vengono inesorabilmente espulse, per semplici motivi di sicurezza dei complici». Cordate in cui si esplicitano gradi diversi di potere e situazioni diverse nell’orientamento all’azione: «... In alcuni casi erano gli imprenditori che si attivavano [nella corruzione] per evitare il confronto con la concorrenza. Ma... [in] altri casi la “parte debole” erano effettivamente le imprese»11.

  • 12 F. Cazzola, Storia e anatomia della corruzione in Italia, «Il progetto», n. 74, 1993.

35Tra l’imprenditore che sostituisce professionalità con conoscenza dell’apparato amministrativo e corruzione dei politici e l’imprenditore che deve sottostare al pedaggio o della cordata o del monopsonio politico la differenza è molto forte, pur muovendosi nella stessa atmosfera culturale12. Qui si rivela l’eccessiva rigidità dell’approccio neo-istituzionalista negli studi organizzativi, che non consente di comprendere come vi possano essere degli «scarti» dalla norma, delle differenziazioni culturali e come talune imprese, proprio per la loro autoreferenzialità, possano essere relativamente autonome - generalmente quando dispongono di leader «eccezionali» - rispetto al contesto ambientale e produrre un orientamento etico universalistico, di forte «credenza nella legalità».

36Si può in ogni caso ipotizzare già sin da ora, sulla scorta delle prime «informali» e riservate notizie di cui disponiamo, una provvisoria tipologia delle imprese partecipanti alle cordate illegali dell’azione cleptocratica (come avrebbe detto Pareto). La prima è quella che si forma istituendo un rapporto tra il comportamento degli imprenditori e dei manager (e quindi dalle imprese) impegnati nelle cordate cleptocratiche rispetto alla dimensione d’impresa e al controllo dei mercati.

Imprenditori

Dimensione di impresa e controllo dei mercati

Rapporto con i partiti

Alta

Bassa

Centralizzati

Caciquisti

a) attivi

1

2

7

8

b) passivi

3

4

9

10

c) free-raider

5

6

11

12

37La seconda è quella che istituisce un rapporto rispetto alla tipologia centralizzata o caciquista dei partiti che esercitano un controllo monopolitistico o monopsonico.

38Il rapporto con la pubblica amministrazione è ininfluente rispetto ai fini tipologici perché si presuppone ch’essa sia invariabilmente «balcanizzata» allorché si opera nella caduta della «credenza alla legalità».

39Si è «attivi» allorché si è impegnati nella condotta cleptocratica non soltanto in prima persona, ma come elementi regolatori e come fondatori. Si è «passivi» quando per tradizione culturale o per esclusione storico-politica dal meccanismo cleptocratico si sottostà a esso per necessità, per garantire la sopravvivenza dell’impresa, sia rispetto a gruppi imprenditoriali, sia rispetto a gruppi politici, sia rispetto a cordate consolidate. Si è «free-rider» quando si è estranei al processo di continuità cleptocratica e si tenta di infrangerne le regole allorché si decide di concorrere in aree di affari già «occupate» dalle cordate stabilizzate.

40Il modello i) contrassegna orientamenti all’azione e prezzi tendenzialmente monopolistici o spartitorio-oligopolistici: tali imprenditori costituiscono la chiave del «meccanismo unico cleptocratico». Il modello 2) individua imprenditori emergenti che sostituiscono o cercano di sostituire il potere di mercato con risorse clientelari e di contiguità cleptocratica. Le «imprese politiche» appartengono generalmente, al loro sorgere, a questo modello, anche se non è, la loro tipologia, esclusiva rispetto a questo modello.

41Il gruppo 3) segnala imprese dove sono presenti e prevalenti orientamenti etici fondati sulla «credenza nella legalità», che non usano il loro poter di mercato per entrare nel governo dei mercati illegali e si astengono dal cercare affari in quelle aree, potendo agire diversamente. Similmente il gruppo 4). Più difficile è formulare un ideal tipo per i modelli 5) e 6).

42Nel primo caso si cerca di utilizzare il forte potere situazionale di fatto per infrangere i patti criminali per necessità e ragioni di sopravvivenza; nel secondo caso - se così si tenta di fare - si è di norma destinati alla morte dell’impresa e al ritiro dai mercati illegali.

4. I partiti nel circuito della corruzione

43Più complesso il rapporto con i partiti. Essi possono essere: centralizzati, allorché il centro di raccolta dei «premi» e degli «obblighi» vengono capitalizzati da un centro economico che dipende dalla direzione politica ed esclude una spartizione secondo meccanismi di clan o di gruppo fortemente personalizzati; «caciquisti» ossia la quintessenza della riattualizzazione del clientelismo notabilare. Essi costituiscono le gerarchie dei capi cordata che utilizzano la macchina del partito, (finanziamento pubblico, apparati tecnici, ecc.) per massimizzare le loro utilità personali o di gruppo o di clan (che sono gruppi più stabili, non occasionali, uniti da forte appartenenza o biologicamente familiari). Indicatore di ciò è l’arricchimento dei capi, contestualmente all’impoverimento della macchina burocratica del partito.

44Il primo modello, rispetto alla corruzione politico-economica, sia elettorale sia amministrativa, è tipico dei paesi laddove la centralizzazione e, quindi l’istituzionalizzazione politica si è affermata pienamente: sono i casi francesi, austriaco, tedesco, con le società di consulenza e le fondazioni, che raccolgono monocraticamente tutti i «premi» e tutti gli «obblighi» (o, almeno, questa è la tendenza).

45Il secondo modello è tipico dell’Europa del Sud e dell’America Latina, nonché con forti accentuazioni più spiccatamente neo-patrimonialistiche nel Nord-America. Il caso inglese si situa a metà tra questi tipi ideali, grazie al modello federativo-sindacale laburista e la forte personalizzazione patrimoniale conservatrice.

46Naturalmente la realtà è più complessa e mossa dello schema qui proposto: si deve prefigurare un continuum d’infiniti punti dove volta a volta collocare, tra le due polarità estreme, le esperienze dei singoli partiti, che possono vedere convivere, nella loro storica vicenda concreta (pensiamo, ad esempio, all’esperienza comunista occidentale in proposito) forme tipologiche diverse.

47Ciò che è importante ai nostri fini è il fatto che i partiti centralisti offrono più garanzie rispetto alla continuità del comportamento cleptocratico e collusivo. Essi dispensano più certezze e benefici assicurabili nel lungo periodo di quanto non possa accadere con i « caciques» del neo-notabilitato patri-monialistico. Esso può dilaniarsi in lotte intestine o esterne. Soprattutto a causa della più scarsa fedeltà o fiducia circolante (estremamente localizzata e mai universalistica) può più facilmente essere colpito dalla repressione.

48A questo proposito, come è stato reso esplicito dalla legge di amnistia francese, quanto più circola centralizzazione cleptocratica tanto più la classe politica tende a unirsi al di là delle divisioni ideologiche, per opporre il potere legislativo al potere giudiziario, salvandosi cosi dalla repressione promossa da quest’ultimo. È quanto più difficilmente accade in Italia, come è noto, dove la competizione clanistica impedisce, oltre alla pressione dell’opinione pubblica, per lungo tempo qualsiasi tentativo di unificare la classe politica in una «salvifica» operazione. In ogni caso tanto più le imprese sono potenti nelle poliarchie e tanto più i partiti sono centralistici (modello 7) tanto più le cordate oligopolistiche sono persistenti e coese e permettono di soddisfare alte aliquote degli interessi rappresentati. Nel caso in cui ci si confronti con i «caciquisti» (caso 8) i poteri di veto politici possono essere più distruttivi, perché erratici e «briganteschi», in un ideal tipo del «capitalismo politico primitivo». Per i free rider 11) e 12) ci sono poche speranze: il potere della violenza e della minaccia può essere usato con impeto assai forte, senza riguardo alcuno che non sia l’utilità a breve termine. Anche l’imprenditore passivo che, rispetto alla centralizzazione, può trovarsi dinanzi spartizione regolata e regolare (caso 9), nel caso dell’interlocutore «caci-quistico» troverà dinanzi a sé un potere estraneo a tutte le sue norme di comportamento di lungo periodo, minaccioso e vendicativo, con l’arbitrio dell’imprenditorialità e dell’erraticità, anziché della regolarità collusiva.

  • 13 D. Della Porta, Lo scambio occulto, casi di corruzione politica in Italia, Bologna, Il Mulino, 1992 (...)
  • 14 R. Chiesi, Imprenditori, corruttori e vittime, «Il progetto», n. 74, 1993, pp. 87-94.

49Le categorie individuate da Donatella Della Porta studiando la corruzione dal fronte del sistema politico sono congeniali per poter essere applicate in guisa di «complementarietà politica», a tutte le forme tipologiche qui richiamate, con quel perspicace rapporto istituito dalla ricercatrice tra politica, amministrazione e interessi. Il «clan gerarchico» con alta divisione del lavoro cleptocratico; il «comitato d’affari» duraturo o a bassa divisione gerarchica e del lavoro; la «frazione ‘occasionale’ di partito»: ecco le forme dell’azione politico-amministrativa che ritroviamo nel comportamento partitico nei confronti delle imprese sui mercati illegali.13 Tali categorie vanno interrelate con i modelli di relazione tra imprenditori e politici individuati da Chiesi14: il «vecchio sistema di condizionamento politico dei grandi oligopoli economici»; l’alleanza organica e pubblica tra «imprenditori e politici di spicco»; la «tassa di entrata» che gli imprenditori pagano quando i politici esercitano un controllo monopsonico su risorse potenziali; i «faccendieri politici» del controllo pubblico dell’economia. Solo accumulando analisi empiriche mettendo alla prova consolidati modelli e quanto qui si è proposto, realizzando un «circolo virtuoso» della ricerca, si potrà porre le basi per un decisivo sviluppo degli studi.

5. Conclusione: il ruolo della divisione dei poteri

50In questa prospettiva, credo sia importante concludere questo mio modesto saggio - una proposta interpretativa che vuol stimolare ulteriori ricerche - con l’evocazione di due problemi essenziali su cui occorre lavorare in futuro.

  • 15 D. Hine, Governing Italy. The Politics of bargained pluralism, Oxford, Clarendon Press, 1993, P- 30 (...)

51Perché la classe politica non ha decisamente scelto la strada del sostegno istituzionale ai costi di funzionamento delle sue macchine partitiche attraverso il rafforzamento delle risorse tramite il finanziamento pubblico? La risposta non può che essere quella che enfatizza il fatto che si trattò di una scelta diretta ad ampliare l’area non regolata dei mercati, cosi da avere o di illudersi di poter avere «mano libera». Essa ci aiuta a comprendere, tuttavia, che l’incapacità di costruire regole istituzionali è il tratto fondamentale della classe politica e più in generale della classe dirigente italiana. È nella sua vocazione storica al particolarismo e alla frammentazione personalistica, con scarsa incentivazione alla creazione di sistemi di ruoli e di procedura che s’annida il distruttore Behemoth. In questo senso alla frammentazione partitica si combina la disgregazione della rappresentanza degli interessi: «The most fundamental problem of the contemporary Italian political system may thus be said to stem from its aggregative capacities. The democratic framework allows for the extensive articulation of political demands, but it is less satisfactory in combining these demands into a effective programme. Government policies are constructed of the basis of incrementalism and inclusion, rather than clear choice and selectivity. This problem is present in both political parties and formal institutions of governement. It begins in the complexities of interest - group representation, with both public - and private - sector interests articulated on a highly disaggregated basis. It is manifest in the party system, where not only is the number of parties high, but so too is the internal fragmentation of some of the most important individual parties»15.

52Tanto più la disgregazione avanza tanto più il «meccanismo unico» dell’illegalità politica ha agio di svilupparsi e di proliferare, incrementando i costi generali per il sistema sociale e aggravando la governabilità delfiniera nazione. Per questo abbassare il grado dello sviluppo dei «mercati illegali» è fondamentale per poter promuovere orientamenti favorevoli alla ricostruzione istituzionale della Repubblica Italiana. In caso contrario Behemoth prevarrà.

  • 16 L. Cafagna, La grande slavina. L'Italia verso la crisi della democrazia, Venezia, Marsilio, 1993.

53Infine, occorrerà sviluppare la ricerca sul ruolo svolto nella riaffermazione della credenza nella legalità, dal potere giudiziario, che non può essere «letto» come da più parti si è tentati di fare, come l’epifenomeno di una guerra tra poteri statali in cui il potere giudiziario muove all’attacco della politica tout-court16.

  • 17 N. Bobbio, Saggi sulla scienza politica in Italia, Bari, Laterza, 1966.

54Si tratta di una visione distorcente e simpatetica con la cultura e la pratica disgregatrice di chi lavora per un Leviatano che sancirebbe - di fatto - la continuità cleptocratica e invererebbe la dittatura, quali che siano le ispirazioni più o meno nobili di questi interpreti. Assumere un punto di vista paretiano sulla corruzione non vuol dire, infatti, fare del realismo conoscitivo la «virtù» di uno storicismo giustificazionista, come ci insegnò il Norberto Bobbio dei tempi in cui era uno sconosciuto (ai più) esegeta dei teorici elitisti italiani17.

55Ciò che conta, invece, è l’antidoto anti-funzionalista che l’azione giudiziaria ci consegna. Il «meccanismo unico» incontrò nella sua strada, nel suo dispiegarsi, sia gli imprevisti degli orientamenti morali e dell’azione dei soggetti consapevoli della cittadinanza (proletaires o bourgeois) sulle fondamenta storiche del costituzionalismo italiano. Esso resiste, pur nella bufera delle più inquietanti «costituzioni materiali», illegali o no ch’esse siano.

56Il principio della divisione dei poteri è la quintessenza della democrazia non neo-patrimonialista e oligarchica. Non la lotta tra i poteri. Ma neppure il loro reciproco annichilimento e la loro reciproca subordinazione, come si è tentato di fare recentemente nel nostro Paese, allorché si è promosso il referendum sulla responsabilità civile dei giudici e si è impedito a molti magistrati, con decisioni politiche, di fare il loro dovere.

  • 18 C. Row, La grande truffa. Il caso Calvi e il crack del Banco Ambrosiano, Milano, Monda- dori, 1993.

57Nell’agone terribile della lotta contro il terrorismo e la criminalità mafiosa ciò suonò come un pericolosissimo tentativo di delegittimare la loro azione e la loro funzione e un incoraggiamento non alla «politica» ma a delinquenti dalle variegate forme. Non a caso il capo più illustre della cleptocrazia caciquista guidò quella battaglia, che iniziò - ancora non a caso - con la sua requisitoria in Parlamento contro l’arresto del banchiere della P2 Guido Calvi18.

58Naturalmente ciò non implica che la magistratura italiana sia stata esente da inquinamenti e che segmenti di essa non siano stati attivamente partecipi del «meccanismo unico» qui descritto, o, ancora, che la risposta che settori di essa diedero a quel tentativo destabilizzante del nostro ordinamento democratico non sia stata lesiva di talune distinzioni tra i poteri o di taluni diritti inviolabili della libertà della persona. Occorre, tuttavia, distinguere caso per caso e questi elementi non mettono in discussione il ruolo di un settore decisivo della legalità repubblicana.

  • 19 G. Maranini, Giustizia in catene, Milano, Comunità, 1964.

59Questa non è, però, la sostanza del problema. Essa risiede, invece, nel fatto che pur tra mille resistenze la Repubblica ha raggiunto quell’obiettivo che il tanto a sproposito citato Maranini indicava in merito al rapporto tra magistratura e politica. Ossia superare i limiti che furono propri (oltreché del fascismo) dello Stato liberale in merito alle garanzie dei cittadini e all’indipendenza della magistratura, così come è sancito nella nostra Carta Costituzionale, principio di cui Maranini a gran voce chiedeva l’applicazione19.

  • 20 M. Cappelletti, Giudici legislatori?, Milano, Giuffrè, 1984.

60Come ha messo in risalto Cappelletti20, tutti i sistemi democratici tendono all’ampliamento delle aree di azione dei giudici, per effetto delle profonde trasformazioni intervenute nella società e nella prassi amministrativa allorché la criminalità aumenta. In questo contesto la magistratura italiana spicca per il suo elevato grado di potenziale indipendenza, il che fa spesso sì che sulla sua azione abbiano un ruolo spropositato i condizionamenti politici. Il fulcro dell’indipendenza deve concretarsi invece nel monopolio dell’azione penale, così come è oggi in Italia, mentre il fulcro della rappresentanza nazionale deve sempre essere il Parlamento. La sua legittimità è quindi un bene prezioso - o dovrebbe esserlo - per tutti i poteri dello Stato.

61Ebbene, la recente riforma del codice penale, e soprattutto le susseguenti decisioni giurisprudenziali nella temperie sia della difesa dei diritti civili, sia dell’aumento della capacità e della volontà repressiva dello stato a fronte della criminalità in primo luogo mafiosa, hanno ulteriormente ampliato il potere d’intervento dei magistrati. Ma questo è stato l’effetto sia di una decisione del potere legislativo repubblicano sia dell’ampliamento di specifiche forme di criminalità con cui essi son venuti confrontandosi.

62Si ripropone, insomma, ancora una volta, la non completa prevedibilità dell’agire sociale nel divenire storico e delle sue conseguenze.

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Note

1 M. Morisi, Le leggi del consenso. Partiti e interessi nei primi Parlamenti della Repubblica, p. 173.

2 Ibidem, p. 177.

3 G. R. Huntington, Political order in changing society, New Haven, Yale University Press, 1968.

4 F. Neumann, Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 21.

5 T. Lowi, The end of liberalism. The second Republic of the United States, New Yok, Norton, 1969.

6 M. Calise (a cura di), Come cambiano i partiti, Bologna, Il Mulino, 1992.

7 F. Cazzola, Della corruzione, fisiologia e patologia di un sistema politico, Bologna, Il Mulino, 1988. D. Della Porta, Lo scambio occulto casi di corruzione politica in Italia, Bologna, Il Mulino, 1992.

L. Vannucci, La realtà economica della corruzione politica. Analisi di un caso, «Stato e mercato», n. 34, 1992; Scambio occulto, «Il progetto», n. 74, 1993, pp. 121-126. Fenomenologia delle tangenti, la razionalità degli scambi occulti, «Etica degli affari e delle professioni», n. 1, 1993, PP- 30-33.

8 F. Cazzola, Storia e anatomia della corruzione in Italia, «Il progetto», n. 74, 1993, PP- 50-64.

9 D. Vogel, The globalization of business ethics: why american remains distintive, «California management review», n. 1, 1992.

10 W. W. Powel, P. J. di Maggio, The New Institutionalism in Organizational Analysis, Chicago, Chicago University Press, 1991.

11 C. Demattè (a cura di), Tempo per un nuovo inizio. Intervista al giudice PierCamillo Davigo, «Economia e Management», n. 2, 1993, pp. 11-16.

12 F. Cazzola, Storia e anatomia della corruzione in Italia, «Il progetto», n. 74, 1993.

G. Ben Dor, Corruption. Industrialization and Political Development Revisionist Thesis Revisited, «Comparative Political Studies», n. 7, 1974, pp. 63-83.

13 D. Della Porta, Lo scambio occulto, casi di corruzione politica in Italia, Bologna, Il Mulino, 1992.

14 R. Chiesi, Imprenditori, corruttori e vittime, «Il progetto», n. 74, 1993, pp. 87-94.

15 D. Hine, Governing Italy. The Politics of bargained pluralism, Oxford, Clarendon Press, 1993, P- 301.

16 L. Cafagna, La grande slavina. L'Italia verso la crisi della democrazia, Venezia, Marsilio, 1993.

17 N. Bobbio, Saggi sulla scienza politica in Italia, Bari, Laterza, 1966.

18 C. Row, La grande truffa. Il caso Calvi e il crack del Banco Ambrosiano, Milano, Monda- dori, 1993.

19 G. Maranini, Giustizia in catene, Milano, Comunità, 1964.

20 M. Cappelletti, Giudici legislatori?, Milano, Giuffrè, 1984.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Giulio Sapelli, «Imprese e partiti nel circuito della corruzione»Quaderni di Sociologia, 5 | 1993, 51-67.

Notizia bibliografica digitale

Giulio Sapelli, «Imprese e partiti nel circuito della corruzione»Quaderni di Sociologia [Online], 5 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5799; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5799

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Giulio Sapelli

Dipartimento di Storia moderna e contemporanea - Università Statale di Milano

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