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note critiche

Verso un rilancio della sociologia italiana?

A proposito di una nuova collana di metodologia delle scienze umane
Alberto Baldissera
p. 152-163

Testo integrale

1. Un avvenimento di rilievo

  • 1 I volumi sinora pubblicati sono i seguenti: Gianni Losito, L analisi del contenuto nella ricerca s (...)

1Nel corso del 1993 sono stati pubblicati in rapida successione dall’editore Franco Angeli di Milano i primi cinque volumi della nuova collana di metodologia delle scienze umane1. La collana è un’espressione ufficiale della Sezione di metodologia dell’Associazione italiana di sociologia. Ideata nel 1987 da Franco Rositi sul modello dell’analoga iniziativa della casa editrice Sage, la collana è diretta da Alberto Marradi, coadiuvato da un comitato editoriale di cui fanno parte - oltre a Marradi e a Rositi - Gabriele Calvi, Antonio de Lillo, Gino Martinoli e Luca Ricolfi.

2Si tratta - è bene dirlo subito - di un avvenimento di grande rilievo per la comunità sociologica e, più in generale, per le scienze umane del nostro paese: per l’ampiezza del progetto, per i suoi obiettivi, per le sue prospettive. Si tratta inoltre di uno dei primi prodotti scientificamente apprezzabili dell’Associazione italiana di sociologia. Se accettiamo l’ipotesi secondo cui una comunità scientifica viene anzitutto costruita attraverso l’istituzionalizzazione di uno scambio di critiche tra i suoi membri (Polanyi 1958), si potrebbe forse dire: la sua fondazione scientifica.

3In questa nota intendo anzitutto presentare obiettivi e caratteri della collana - così come si desumono dalle dichiarazioni dei suoi responsabili. Presenterò in seguito criticamente i primi cinque volumi finora pubblicati. Sarà anche un’occasione per controllare se le intenzioni abbiano avuto un seguito o siano rimaste tali.

4Posso anticipare la conclusione: questa collana è un modello da imitare e - se possibile - migliorare da parte dei sociologi e di altri cultori delle scienze bimane in Italia.

2. «Piazze, non sentieri di montagna»: obiettivi e caratteri della collana

5Il progetto editoriale prevede, anzitutto, un lavoro di lunga lena. Il piano iniziale della collana, recita una lettera di presentazione dell’editore in data 17 settembre 1993,

  • 2 Di prossima pubblicazione l’editore annuncia testi di Micheli e Manfredi (Correlazione e regression (...)

«prevede ora una cinquantina di volumi su un arco di tempo di circa dieci anni, affidati a studiosi di sociologia, psicologia, statistica, storiografia, economia»2.

6L’orientamento prevalente all’interno del comitato editoriale della collana sembra essere quello di «un’opera tendenzialmente permanente» (Marradi 1993), con gli opportuni controlli e aggiornamenti, oltre alle eventuali innovazioni. Pressoché una generazione di metodologi italiani sarà così attivamente impegnata - in modo diretto o indiretto - nella produzione di questi testi.

7La collana è diretta a un pubblico universitario (studenti e docenti) e professionale, e ha lo scopo di offrire testi di «alta divulgazione» nei diversi settori della metodologia delle scienze umane (non solo di quelle sociali). Nel progetto iniziale di Rositi, «alta divulgazione» significava anzitutto chiarezza e cumulatività dei testi presentati. Sono caratteri ribaditi recentemente da Marradi. Si tratta anzitutto di pubblicare testi dallo stile sobrio e lineare; in secondo luogo di far avanzare la disciplina, senza tuttavia trascurare la necessità di presentare anche dei lavori introduttivi. Con maggiore precisione:

«Il modo in cui ci proponiamo di far avanzare la disciplina è consolidandola, irrobustendola, istituendo dei luoghi di ritrovo comuni dalla collocazione e configurazione note a tutti. Delle piazze, non dei sentieri di montagna. Anche: rimeditando e approfondendo l’esistente. Lavorando alle fondamenta, non agli attici. Sono previste...alcune opere di fondamento, che partono dal livello del suolo e magari anche da sotto, e costruiscono mattone per mattone senza dare alcunché di scontato... Sono anche previste numerose opere su temi più avanzati, nelle quali l’autore... de ve necessariamente dare qualcosa per scontato» (Marradi 1993).

8Presupposto necessario di un’impresa del genere - anzitutto, ma non solo, di una collana di testi dedicati alla metodologia - è l’adozione di strumenti atti a garantire un elevato livello di omogeneità dei lavori pubblicati: «nella concezione, nella forma, nelle scelte terminologiche» (Rositi). Per realizzarlo, la Sezione di metodologia dell’AIS ha prodotto due documenti: il primo (Caratteristiche strutturali) contiene le istruzioni per la redazione dei testi destinate ai potenziali autori dei volumi della collana; il secondo (Glossario) esamina una ventina di campi semantici, con relative famiglie di termini (es. metodo / metodologia / tecnica / procedura). Per ciascuno di questi termini vengono proposte le accezioni consigliabili, quelle consentite e quelle sconsigliate perché generatrici di ambiguità.

9Questi documenti vengono continuamente aggiornati dal comitato editoriale (il primo è ad esempio giunto alla sua sesta versione), che provvede anche a valutare gli indici ragionati dei volumi proposti dagli autori, nonché a indicare i nomi dei tutor, ovvero di studiosi il cui compito è seguire la redazione del volume e consigliarne correzioni e miglioramenti.

10Il Glossario meriterebbe di essere pubblicato in modo autonomo: sia per la sua utilità intrinseca sia per il rispetto che merita il lavoro necessario a produrre un risultato del genere.

11Esposte le intenzioni dei responsabili della collana, si tratta ora di accertare in che misura esse siano state realizzate nei primi volumi sinora pubblicati.

3. Un’introduzione all’analisi dei dati: L’analisi mono-variata di Alberto Marradi

12Il libro di Marradi è dedicato all’analisi mono-variata, che l’A. intende come il passaggio obbligato nel tragitto verso forme più sofisticate di indagine dei dati.

13Il passaggio è obbligato, dato che l’analisi mono-variata ci consente di controllare la fedeltà dei dati a nostra disposizione o, meglio, la corrispondenza tra i valori raccolti e i valori riportati (pp. 23-25). Essa ci segnala inoltre eventuali squilibri nella distribuzione dei dati tra le modalità di una o più variabili e ci stimola a eventuali aggregazioni o trasformazioni; offre infine al lettore l’opportunità di valutare criticamente il lavoro di ricerca che gli viene presentato (pp. 26-28).

14I capitoli centrali del libro sono dedicati all’esame dei problemi riguardanti l’analisi di distribuzione dei dati in categorie non ordinate (pp. 29-66), in categorie ordinate (pp. 67-88) e nelle categorie di una variabile cardinale (pp. 89-138).

15Uno dei concetti centrali del lavoro di Marradi è quello di autonomia semantica delle modalità di una variabile. Con questa espressione, l’A. intende

«il grado in cui il termine o espressione che etichetta una modalità assume significato senza dover ricorrere alle etichette delle altre modalità o dell’intera variabile» (p. 30).

16Consideriamo, ad esempio, una variabile con categorie non ordinate come la cittadinanza. Essa può presentare una modalità come «italiana», la cui comprensione non richiede la conoscenza di modalità alternative della stessa variabile come «francese», «inglese», etc. Considerazioni del genere non possono essere espresse a proposito di variabili derivate da proprietà categoriali ordinate (a es. il livello di scolarità) e di variabili cardinali create mediante misurazione o conteggio, dato che esse dispongono rispettivamente di un grado ridotto o nullo di autonomia semantica delle loro categorie. E differenze nel grado di autonomia semantica delle categorie delle variabili esaminate comportano differenze rilevanti nelle tecniche di analisi monovariata utilizzabili:

«minore è l’autonomia semantica nelle singole categorie, più il centro semantico si sposta dalla categoria isolata alla successione delle categorie e all’intera variabile» (p. 74).

17Scopo principale di Marradi è sottoporre a un esame critico le tecniche utilizzate nell’analisi monovariata. Si vedano i suoi argomenti a favore dell’abbandono della formula di Pearson-Fisher - utilizzata a es. dal programma SPSS - per il calcolo di un valore caratteristico come la curiosi. Questa formula non mantiene infatti le sue promesse di valutare correttamente il grado di «appiattimento» della distribuzione di una variabile cardinale - o meglio di deviazione dalla distribuzione normale (pp. 119-22). Si veda ancora la critica dell’espressione «variabile continua» - ampiamente utilizzata nella letteratura metodologica per caratterizzare variabili come l’altezza, l’età, il peso, etc. È la proprietà a essere continua, sostiene Marradi: «una variabile non può essere per definizione continua, perché il concetto di continuo implica la possibilità di assumere infinite cifre». Mentre, per contro, i dati inseriti in una matrice dati hanno per definizione un numero finito di cifre (p. 90).

18Più in generale, i bersagli preferiti dalla penna tagliente e precisa di Marradi sono scientismo e sciatteria nell’analisi dei dati. Un esempio del primo è il tentativo di aggiungere « scientificità » ai propri dati, calcolando e riportando le percentuali fino al secondo o al terzo decimale - magari in relazione a un numero di casi ridotto o ridottissimo (pp. 45-47). L’accuratezza fittizia si accompagna assai di frequente - in modo solo apparentemente paradossale - a forme di trascuratezza e di incuria nella presentazione dei dati. Marradi ce ne fornisce alcuni esempi tratti da lavori di ricercatori italiani (pp. 83-88). Osservazioni analoghe vengono spese a proposito degli assunti comodi - come a es. la normalità della distribuzione delle variabili - che vengono mantenuti più perchè «gratificano una certa idea della realtà e della scienza» che per la loro adeguatezza per l’analisi delle distribuzioni empiriche (p.118).

19Molto denso, fitto di definizioni, di esempi, di riferimenti storici, di indicazioni pratiche sulle tecniche di analisi e rappresentazione grafica, il libro di Marradi è un’eccellente introduzione ai metodi di analisi dei dati nelle scienze sociali, non solo monovariata, ma anche bivariata (cfr. ad es. pp. 34-44). E’ probabile che, come il suo precedente (Marradi 1984), anche questo libro diventerà nel prossimo futuro una tappa obbligata per lo studio della metodologia delle scienze sociali nel nostro paese.

20Passo ora ad alcune osservazioni critiche. La «premessa» al libro (pp. 9-18) contiene un glossario assai ampio dei concetti utilizzati successivamente: da campione, a proprietà, a definizione operativa, matrice, variabili e mutabili, misurazione e scaling. Anche se le definizioni sono esposte in modo chiaro (eccetto quelle di proprietà categoriale non ordinata e ordinata, che mi sembrano alquanto contorte), questo elenco scarno e privo di esempi può risultare ostico a uno studente alle prime armi, subito sottoposto a un bombardamento di termini e di concetti specifici. Il lettore, tra l’altro, non è stato ancora informato dell’oggetto e degli scopi del volume.

21In alcuni casi, ancora, Marradi razzola male. Dopo aver sottolineato l’opportunità di consentire la lettura delle tabelle in modo del tutto indipendente dal testo, nella tab. 5 (p. 38) egli introduce tra parentesi le frequenze attese di cella senza dichiararlo nel titolo della tabella. La circostanza è indicata solo nel testo (p. 39).

22Mi sembra infine che Marradi attribuisca un rilievo eccessivo agli indici Eq e Sq di equilibrio/squilibrio tra le frequenze delle modalità di una variabile categoriale, anche se questa decisione viene argomentata e giustificata (pp. 53-59). Il cap. 3 del libro (Distribuzione dei dati in categorie ordinate) risulta quindi un po’ appesantito e il lettore perde il filo dell’argomentazione. Sarebbe forse opportuno, in un’edizione successiva, spostare quelle considerazioni in un’appendice.

4. Spiegazione e interpretazione: Tre variabili. Un'introduzione all’analisi multivariata di Luca Ricolfi

23Scopo dichiarato del libro di Ricolfi è presentare al lettore l’analisi multivariata ovvero - per usare le parole di Lazarsfeld e Rosenberg (1955, p. in) - «lo studio e l’interpretazione delle interrelazioni complesse tra una molteplicità di caratteristiche» o proprietà. Il primo capitolo è così dedicato a una presentazione dell’argomento (il paragrafo 1.2 «Ascesa e declino del linguaggio delle variabili» è particolarmente incisivo, anche se probabilmente dedicato più ai metodologi che ai sociologi); il secondo all’analisi bivariata; il terzo a quella trivariata. «Spiegare una relazione» e «spiegare una variabile» sono i titoli del quarto e del quinto capitolo. Alla «grammatica dell’interpretazione» è dedicato infine il sesto capitolo - uno dei più importanti del libro, insieme ai parr. 1.2 e 3.1.

24Il lettore non si dovrebbe tuttavia lasciar ingannare dal sottotitolo del libro («Un ’introduzione all’analisi multivariata»), né dalla dichiarazione dell’A. di volersi limitare a una semplice «proposta terminologica». Lo scopo di Ricolfi è più ambizioso. Si tratta di riformulare la distinzione tra spiegazione e interpretazione: sia nella versione della tradizione epistemologica (Wittgenstein e Habermas; ma Ricolfi poteva anche riferirsi ad Apel 1977), sia in quella della tradizione metodologica di ispirazione lazarsfeldiana (Lazarsfeld 1955).

25La tesi dell’A. (cfr. pp. 67-76) è che spiegazione e interpretazione siano concettualizzabili come due insiemi distinti di operazioni di ricerca o - il che è lo stesso - due diversi canoni di analisi multivariata. Il primo si limita a considerare variabili manifeste - od osservabili - e assume che variabili indipendenti e variabili dipendenti siano semanticamente autonome. Questo procedimento di ricerca comprende i modelli causali veri e propri, i modelli di dipendenza, l’analisi di una relazione tra variabili e l’analisi delle «influenze congiunte» di due o più variabili indipendenti su una variabile dipendente (Rosenberg 1968 - un libro di grande valore, giustamente sottolineato da Ricolfi). La tecnica caratteristica della spiegazione è, da questo punto di vista, la regressione.

26L’interpretazione opera invece su variabili osservabili e su variabili latenti (ipotetiche, più che inosservabili - come sembra sostenere Ricolfi, a es. a p. 25), considera per lo più variabili semanticamente non autonome, si serve anzitutto di tecniche come l’analisi fattoriale, l’analisi della struttura latente e l’analisi del profilo latente.

27L’interesse di questa proposta non è tanto nella caratterizzazione del termine «spiegazione», quanto in quella del concetto di «interpretazione», inteso come procedimento di ricerca formalizzabile e fondato su principi e criteri di plausibilità definiti.

28Si tratta senza dubbio di una proposta interessante, ma che forse meriterebbe di essere meglio articolata e definita. Anzitutto, come riconosce lo stesso A., la distinzione tra spiegazione e interpretazione non è così netta come potrebbe apparire a prima vista, dato che l’autonomia semantica delle variabili non è un fundamentum divisionis (Marradi 1992) soddisfacente tra le due classi di operazioni di ricerca. Il criterio fondamentale di distinzione tra spiegazione e interpretazione diventa allora per Ricolfi il carattere manifesto o latente delle variabili, mentre quello dell’autonomia semantica delle stesse, pur di rilievo secondario, permetterebbe tuttavia di articolare una tipologia delle operazioni di ricerca e di distinguere «spiegazione in senso stretto» e «chiarificazione», da un lato, e «ricostruzione» e «decodificazione», dall’altro (cfr. p. 75, nota 31). I primi due concetti hanno per oggetto variabili manifeste e fanno capo all’«esplicazione» o alla spiegazione in senso lato; i secondi due all’interpretazione in senso lato.

29Più specificamente, per «ricostruzione» o recupero (recovering) Ricolfi intende l’imputazione causale ipotetica di un insieme di effetti interconnessi (e manifesti) a una o più determinanti comuni. Un esempio riportato è l’analisi del suicidio egoistico da parte di Emile Durkheim (1897). Pur prendendo atto dell’esistenza di una forte correlazione tra le due variabili, Durkheim rifiuta con energia l’ipotesi di una relazione causale tra istruzione e tasso di suicidio e avanza invece l’ipotesi che le due variabili dipendano entrambe da una terza variabile:

«Questi due fatti [livello di istruzione e tasso di suicidio] sono prodotti simultanei di uno stesso stato generale che essi traducono in forme diverse. L’uomo cerca di istruirsi e si uccide perché la società religiosa, di cui fa parte, ha perduto la coesione; ma egli non si uccide perché si istruisce» (Durkheim, 1987, p. 217; Ricolfi 1993, p. 65).

30Secondo Ricolfi, questo è un esempio paradigmatico dell’interpretazione come ricostruzione:

«una correlazione empirica tra due variabili semanticamente autonome viene imputata a una variabile latente, e le relazioni di quest’ultima con le due variabili di partenza sono presentate come relazioni causali» (p. 65).

31Relazioni causali ipotetiche, sarebbe opportuno specificare. L’interpretazione come ricostruzione, nel significato attribuito a questi termini da Ricolfi, sembra più un procedimento utile a formulare delle ipotesi causali (da sottoporre in seguito a controllo empirico) che una procedura dotata di un valore autonomo: una premessa eventuale a una successiva analisi causale, ovvero a un procedimento in cui tutte le variabili siano osservabili («spiegazione in senso stretto» nella terminologia di Ricolfi).

32È importante sottolineare l’aggettivo eventuale. Un’analisi più approfondita delle variabili oggetto di interpretazione può infatti portare alla conclusione che, in quello specifico caso, il linguaggio delle variabili (causale o interpretativo) può essere fuorviante.

33Un esempio in merito si trova nell’analisi che Boudon (si veda a es. Boudon & Bourricaud, 1986) ha dedicato ai risultati della celebre ricerca di Christopher Jenks e associati sulle fonti delle diseguaglianze sociali in Usa (Jenks 1972). Com’è noto, Jenks ha mostrato come il livello di istruzione abbia solo una modesta influenza sull’acquisizione dello status sociale, anche in una società meritocratica come gli USA. L’interpretazione che Jenks fornisce di questo risultato sorprendente è che lo status sociale sia determinato da un insieme di fattori causali manifesti (il livello di istruzione, a es.) e latenti - ossia non facilmente osservabili - come l’intensità dell’ambizione, la rete di relazioni sociali in cui l’attore è inserito, il caso etc. Jenks propone quindi che la varianza della variabile dipendente non spiegata dalle variabili manifeste, come il livello di istruzione, venga attribuita all’azione congiunta dell’insieme di cause latenti indicato.

34Ora, osserva Boudon, «non è sicuro che sia opportuno concepire lo status come la risultante di un insieme di cause». Ad esempio, l’influenza del livello di istruzione sullo status può variare grandemente a seconda del sistema di interazione considerato. Dipende in altri termini dai caratteri della domanda di lavoro (indicati a es. dalla distribuzione dei titoli di studio) e da quelli dell’offerta di lavoro (espressi dalla quantità e qualità degli status occupazionali disponibili in un certo periodo). In questo caso, conclude Boudon,

«la variabile ‘dipendente’ - lo status sociale - non può essere espressa come una funzione semplice di altre variabili che caratterizzano gli individui osservati».

35È quindi fuori luogo supporre che esista in ogni caso

«un insieme di variabili individuali x1,x2,...xn legate tra di loro da una funzione semplice...le quali permetterebbero - se osservabili - di predire esattamente lo status» (Boudon & Bourricaud 1986, pp. 68-69).

36La debolezza della relazione causale tra le variabili non sembra dovuta in questo caso alla presenza di variabili latenti, ma alla struttura contingente del sistema di interazione in cui quelle variabili sono inserite.

37Insomma: le distinzioni e le argomentazioni di Ricolfi sarebbero più convincenti se egli riconoscesse in modo esplicito i limiti delle tecniche di analisi multi- variata o almeno se egli non tentasse di generalizzare tali argomentazioni ad altri ambiti di discorso - come l’epistemologia delle scienze sociali. Questo era ad esempio il caso di Lazarsfeld (1955) che - nel contributo da cui prende spunto il libro di Ricolfi - delimitava in modo esplicito il significato dei termini ’spiegazione’ e ’interpretazione’ da lui utilizzati.

38Un’ultima osservazione. Dal punto di vista espresso in precedenza, mi sembra opinabile l’affermazione di Ricolfi (peraltro non molto argomentata) secondo cui

«il termine ‘comprensione’ non rimanda a una classe di operazioni di ricerca, ma a un (possibile) risultato del processo di ricerca» (71).

39Se così fosse, non si comprenderebbero i motivi che indussero Max Weber (1961, voi. I, pp. 7 segg.) a distinguere tra due tipi di comprensione (aktuelles Verstehen ed erklàrendes Verstehen), né quelli che hanno indotto più recentemente Boudon a respingere l’ipotesi di una sostanziale non controllabilità delle operazioni che fanno parte della comprensione (è questa la tesi di Abel 1948; per una critica cfr. Boudon 1992).

40Queste notazioni critiche non intendono diminuire il valore del lavoro di Ricolfi. Ben documentato e argomentato, nutrito di una notevole consapevolezza storica e critica, il suo è un eccellente contributo allo sviluppo della metodologia delle scienze sociali e all’analisi multivariata dei dati.

41In vista della seconda edizione, alcune modifiche del testo sarebbero tuttavia auspicabili. La lettura del libro - ci avverte subito l’A. - presuppone la conoscenza della logica della correlazione e della regressione, delle proprietà dei coefficienti di regressione standardizzati o ‘pesi beta’, e delle loro relazioni con i coefficienti di regressione parziale e con il coefficiente di determinazione. Decisione più che legittima. Ma perché Ricolfi non ci fornisce in appendice una breve presentazione del tema? Una semplice introduzione, un ripasso per chi non frequenta quotidianamente questi argomenti o non ha momentaneamente a disposizione i testi indicati dall’A. (p. 7, nota 1).

42Infine. Poiché Ricolfi rifiuta una prospettiva sostanzialistica della conoscenza (p. 71, nota), per evitare equivoci potrebbe forse evitare un ricorso così esteso e sistematico al concetto di essenza (cfr. a es. pp. 25, 47, 73, 81, 155). Sembra quasi, qui e là, che egli consideri l’interpretazione come una forma di conoscenza dell’essenza della realtà o almeno dei suoi aspetti profondi, noumenici, di cui quelli manifesti, fenomenici - oggetto della spiegazione - sarebbero solo una manifestazione.

5. Scrivere la storia con le nuove tecnologie: L’uso del calcolatore in storiografia di Oscar Itzcovich

43Scopo di Itzcovich è stimolare i suoi colleghi storici a utilizzare con maggior frequenza le applicazioni number crunching del calcolatore, ovvero a non usarlo solo o anzitutto come semplice macchina da scrivere più sofisticata. Per raggiungere il suo scopo, l’A. non si limita a presentare tecniche e procedure di particolare interesse per il lavoro dello storico, ma cerca anche di mostrare come gli usi del calcolatore costringano lo storico

«molto più di quanto non facessero gli strumenti di indagine tradizionali, ad analizzare accuratamente la documentazione in suo possesso e a rendere esplicite (se non addirittura a formalizzare) le proprie ipotesi di lavoro» (p. 9).

44Questa e altre considerazioni dell’A. sull’opportunità di evitare o superare un’opposizione preconcetta all’elaborazione statistica dei dati disponibili (ma esistono ancora storici che si oppongono all’elaborazione di serie storiche come quelle dei prezzi, della popolazione, etc.?) sono del tutto condivisibili. Assai meno accettabile è invece l’affermazione secondo cui

«l’uso del linguaggio matematico porta naturalmente a privilegiare la ricerca delle strutture, delle regolarità sottostanti a eventi diversi, degli invarianti che, almeno in parte, possono spiegare il variabile comportamento dei fenomeni studiati» (p. 81).

  • 3 Discutibile è anche l’espressione «campione naturale» che Itzcovich usa per designare l’aggregato d (...)

45Non si vede come delle costanti possano spiegare delle variazioni - a meno di non far propria una credenza essenzialistica (à la Marx) secondo cui compito principale delle scienze sociali sarebbe quello di individuare le leggi essenziali, le strutture fondamentali che, per così dire, generano i fenomeni variabili dell’esperienza storica. In questo caso, com’è evidente, la formalizzazione matematica o l’analisi quantitativa di dati non c’entrano proprio per nulla3.

46Se si assume come certa l’ostilità di molti storiografi nei confronti dell’esplicitazione e della formalizzazione di ipotesi e di modelli, le argomentazioni utilizzate dall’A. per scalfire tale ostilità sembrano del tutto ragionevoli (cfr. p. 113 segg.). Di particolare interesse sono da questo punto di vista, anche per i sociologi, le ricerche esaminate da Itzcovich, come ad esempio l’applicazione di un modello econometrico - elaborato da Pedrini et al. (1979) - per lo studio delle piramidi e l’economia dell’antico Egitto; la simulazione del funzionamento di società ideali, come quella descritta in Utopia di Thomas More (Domingo e Varsavsky 1966); il modello del sistema dell’economia della riserva signorile, descritto da W. Kula nella sua Teoria economica del sistema feudale (1970) e formalizzato successivamente dallo stesso Itzcovich.

47Di grande interesse anche l’accenno - pur alquanto succinto - all’analisi controfattuale, ovvero all’elaborazione di modelli ipotetici che permettono di stimare gli andamenti possibili di una costellazione di variabili in presenza o in assenza di un certo fattore causale, e di valutare poi gli scostamenti rispetto agli eventi effettivamenti accaduti.

48L’A. cita in proposito il lavoro di Fogel (1964) riguardo al probabile limitato impatto della costruzione delle ferrovie sullo sviluppo economico degli Stati Uniti nel XIX secolo. Modelli del genere non sono necessariamente quantitativi, come sembra propenso a ritenere Itzcovich. Un buon esempio in questo senso è l’analisi di W.G. Runciman (1983a) della struttura economica e sociale della Roma repubblicana. Se nel quarto e terzo secolo prima di Cristo quella società avesse goduto di qualche forma di democrazia sociale e politica, sostiene Runciman, allora un’evoluzione verso una società capitalistica basata sulle classi sarebbe stata molto probabile. Considerazioni analoghe sono state avanzate dallo stesso autore a proposito della valutazione del ruolo della rivoluzione francese nel determinare lo sviluppo sociale e politico della Francia nel XIX secolo (Runciman 1983b).

49Di grande interesse, nel libro di Itzcovich, è inoltre la presentazione dell’impiego di un database relazionale e del linguaggio SQL (Structured Query Language) nella prosopografia. Si tratta, in altri termini, della costruzione e dell’analisi di vasti archivi di casi - tratti da fonti seriali come i censimenti, le liste di leva o di contribuenti - descritti in relazione a un certo insieme di proprietà su cui sono disponibili informazioni precise (cfr. pp. 46-58).

50L’A. presenta in proposito alcune caratteristiche del data base ARTIGEN - prodotto da un gruppo di storici dell’Università di Genova. Si tratta di un archivio nominativo costruito sulla base di oltre 9.000 contratti di apprendistato, stipulati in Genova tra il 1450 e il 1530. Le elaborazioni sinora eseguite hanno permesso di «compilare un elenco di oltre 240 denominazioni di mestiere, di conoscere l’età di accesso all’apprendistato, di ricostruire un gran numero di carriere artigianali, ecc.» (p. 46); ovvero di ricostruire, per usare il linguaggio della sociologia, la struttura occupazionale della comunità locale, nonché i modelli di mobilità sociale intra e intergenerazionale allora esistenti. Un insieme di dati prezioso, soprattutto quando le risultanze ottenute potranno essere comparate a quelle riguardanti altre comunità cittadine - marittime e no, in Italia e altrove.

51A differenza degli autori degli altri volumi sinora pubblicati, Itzcovich dedica alcune pagine (pp. 44-60) alla presentazione delle procedure, dei comandi e delle funzioni di un programma di raccolta e analisi dei dati la cui identità viene rivelata solo in nota, forse per evitare un’eccessiva pubblicità. La presentazione è un po’ troppo dettagliata e meriterebbe di essere spostata, almeno in gran parte, in un’appendice. Analogo spostamento avrebbe meritato l’illustrazione di due gruppi di tecniche per il riconoscimento dei cognomi (pp. 63-76).

52Più interessanti e utili le notazioni sulle procedure di immissione dei dati (pp. 59-60), che avrebbero forse meritato maggiore attenzione; quelle sui rischi connessi a un impiego acritico delle fonti seriali di dati - in cui incorre a es. chi non compie lo sforzo di ricostruire gli scopi che hanno orientato la costruzione e sedimentazione di questi insiemi di informazioni strutturate; infine le osservazioni sulla varietà di criteri che presiedono alla divisione di una popolazione in «notabili», nobili, poveri, miserabili etc., nonché all’attribuzione di singoli individui a ciascuna di queste classi (pp. 76-77).

6. L'analisi dei gruppi e del contenuto: le monografie di Roberto Biorcio e di Gianni Losito

53Più specialistici, dedicati come sono a una sola famiglia di tecniche di analisi dei dati, sono i volumi di Roberto Biorcio (L’analisi dei gruppi) e di Gianni Losito (L'analisi del contenuto nella ricerca sociale).

54Il libro di Biorcio è dedicato all’illustrazione dei caratteri dei differenti algoritmi di classificazione automatica dei casi in gruppi o cluster. Per gruppo Biorcio intende un «qualunque sottoinsieme degli oggetti da classificare» che soddisfi a questi requisiti:

«a) la distanza tra tutte le coppie di elementi appartenenti ad un gruppo è inferiore a una certa soglia; b) la media delle distanze fra tutte le coppie... è inferiore a una data soglia» (p. 21).

55Le famiglie di tecniche esaminate sono quelle della classificazione gerarchica (cap. 4), della classificazione sulla base di partizioni ripetute (cap. 5) e delle strategie miste (cap. 6).

56Nei primi capitoli Biorcio critica giustamente il pregiudizio ingenuo secondo cui la miglior strategia di classificazione automatica degli oggetti consisterebbe nella ricerca di gruppi di oggetti simili sotto il maggior numero di aspetti. L’aumento del numero dei criteri di classificazione non produce solo un aumento dell’informazione, ma anche del rumore - ossia delle distorsioni di ogni tipo. Prima di sottoporre i dati disponibili a qualche tipo di classificazione automatica, è opportuno - consiglia Biorcio - selezionare e individuare i fundamenta divisionis della classificazione che si intende produrre. Questa circostanza potrebbe far riflettere sull’adeguatezza del termine «automatico» per caratterizzare queste insieme di procedure.

57Più ampia e più ricca di informazioni è infine la monografia dedicata da Gianni Losito ai differenti tipi di analisi del contenuto, ovvero all’analisi del contenuto quantitativa (cap. 2), all’analisi del contenuto come «inchiesta» (cap. 3) e all’analisi del discorso (cap. 4). Il libro è un repertorio assai utile di tecniche e di procedure, con molti esempi e un’ampia bibliografia. Il suo punto debole è forse nella preferenza che Losito manifesta per uno stile espositivo ciceroniano piuttosto che tacitiano. Al posto della prosa sobria e lineare raccomandata da Marradi (1993) nella sua Presentazione della collana («Frasi brevi: soggetto, verbo, predicato. Pochi aggettivi; meno svolazzi»), Losito preferisce talvolta frasi molto lunghe, se non mozzafiato, con un numero notevole di subordinate - come risulta già dall’Introduzione al volume. Ma si tratta dell’unico neo in un libro per il resto solido e documentato, che ha pienamente raggiunto il suo scopo.

7 Considerazioni conclusive

58Le note che precedono dovrebbero aver consentito al lettore di apprezzare l’ampiezza dei temi toccati dalla collana e le ambizioni del progetto scientifico ed editoriale dei suoi responsabili.

59Gli obiettivi iniziali sono stati in gran parte raggiunti. Le critiche contenute in questa nota dovrebbero essere intese anzitutto come stimolo a perfezionare una formula e gli strumenti adottati per conseguirla. Forse l’unico consiglio che si può dare ai responsabili della collana è quello di non dimenticare i loro lettori, le loro caratteristiche e le loro esigenze. Accanto a testi destinati agli studiosi della disciplina e ai cultori delle scienze umane - come Le tre variabili di Ricolfi - la collana dovrebbe prevedere testi di carattere esplicitamente introduttivo, destinati agli studenti dei primi anni di università (un modello potrebbe essere il volume di Marradi sull’analisi monovariata) e a quelli che frequentano corsi universitari più avanzati - come presumibilmente i lettori dei testi di Biorcio e di Losito. Insomma: le esigenze di studio e di documentazione dei lettori dovrebbero forse essere più accuratamente individuate e le proposte editoriali maggiormente articolate. E tuttavia molto probabile che il Comitato editoriale della collana abbia già affrontato e risolto questi problemi.

60Un’ultima osservazione a proposito della diffusione della collana o di singoli volumi della stessa all’estero. Nella sua Presentazione (1993) della collana, Marradi accenna a contatti con metodologi delle scienze umane spagnoli e alla prospettiva di trasformare la collana «da una collana italiana a una collana italo-spagnola». Date le potenzialità del mercato costituito dai paesi di lingua spagnola, un’eventualità del genere non può che essere considerata con favore e vivamente auspicata.

61La prospettiva internazionale - mi permetto tuttavia di aggiungere - meriterebbe di essere ulteriormente ampliata. L’obiettivo sarebbe in questo caso rendere accessibile almeno alcuni tra i libri della collana a tutta la comunità scientifica internazionale - quella che legge e scrive in inglese.

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Bibliografia

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Note

1 I volumi sinora pubblicati sono i seguenti: Gianni Losito, L analisi del contenuto nella ricerca sociale, pp. 176; Luca Ricolfi, Tre variabili. Un'introduzione all'analisi multivariata, pp. 208; Alberto Marradi, L'analisi monovariata, pp. 160; Roberto Biorcio, L'analisi dei gruppi, pp. 112; Oscar Itzcovich, L'uso del calcolatore in storiografia, pp. 160.

2 Di prossima pubblicazione l’editore annuncia testi di Micheli e Manfredi (Correlazione e regressione), Zajczyk (Le fonti pubblicate per le statistiche sociali), De Lillo (I loglineari), Frudà e Mattioli (Documenti visivi nella ricerca sociale), Marradi (Classificazione e scale). Ricolti (Tipologia delle tecniche di analisi dei dati), Agnoli (Le definizioni operative), Amaturo e Ricolti (Costrutti latenti di rappresentazione), Amaturo (Scaling multidimensional), Guala e Peri {Sondaggi postali e telefonici), Altieri e Saporiti (La ricerca valutativa. Valutazione dei programmi di intervento sociale), Giampaglia e Ricolti (Costrutti latenti: tecniche di attribuzione).

3 Discutibile è anche l’espressione «campione naturale» che Itzcovich usa per designare l’aggregato di informazioni di cui dispone in genere lo storico (p. 84). Si tratta in realtà, come riconosce lo stesso A., di un insieme di informazioni selezionate dal caso e dalla volontà degli uomini, contemporanei e no agli eventi, in relazione a fini specifici. Quale «naturalità» può allora caratterizzare questo insieme di informazioni?

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alberto Baldissera, «Verso un rilancio della sociologia italiana?»Quaderni di Sociologia, 6 | 1993, 152-163.

Notizia bibliografica digitale

Alberto Baldissera, «Verso un rilancio della sociologia italiana?»Quaderni di Sociologia [Online], 6 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5759; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5759

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Autore

Alberto Baldissera

Dipartimento di Scienze Sociali - Università di Torino

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