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note critiche

Il «tubo di cristallo»: realtà e favola

Filippo Barbano
p. 139-149

Testo integrale

  • 1 Mi riferisco a G. Bonazzi, II tubo di cristallo. Modello giapponese e fabbrica integrata alla Fiat (...)
  • 2 G. Bonazzi, Alienazione e anomia nella grande industria, Milano, Edizioni Avanti, 1963; Idem, Colpa (...)
  • 3 Poiché il lavoro in parola è anche una ricerca come si dice, sul campo, in questo caso su di un gru (...)

1. Chi non crede che il modo di produrre l’Auto sia un fatto di cultura e di etica, oltreché un interesse tecnico ed economico, legga il recente lavoro sul modo giapponese di produrre Auto e Moto, scritto, non senza vivida empatia, da Giuseppe Bonazzi1. Bonazzi, non è fuori luogo ricordarlo, fu autore, molti decenni fa, di una ricerca sull’alienazione e, più recentemente, di un brillante saggio sull’uso politico del Capro espiatorio, nonché di eruditi lavori di storia del pensiero organizzativo2. Ora è preso d’attrazione per l’epos nipponico dell’organizzazione del lavoro e la sociologia della produzione snella, temi dei quali offre una chiara esposizione in meno di 150 pagine, corredate da una Appendice di testimonianze3.

1Il lavoro in parola si fa leggere per molte buone ragioni: per la relativa novità del tema; per i pensieri che esso stimola, sia in corso che a fine lettura; per il significato, non solo tecnico, della nuovissima forma di organizzazione del lavoro; per l’ethos economico produttivo implicato; e per il rapporto di tutto ciò con le forme attuali del capitalismo e del managerialismo; nonché, naturalmente, per il giudizio della sociologia e la ricerca sociale. A brevi commenti su questi due ultimi aspetti dedicherò la seconda parte della presente nota di lettura. La prima parte si diffonde discretamente sui tre capitoli che compongono il lavoro.

 

2. L’esplorazione è tanto ben ordinata che il libro può anche essere letto come una specie di manuale teorico per la giapponesizzazione della produzione Auto. Tuttavia, non bisogna cedere all’illusione della immediata comprensibilità: il linguaggio e gli assunti, il gergo ed i temi sono, non inutilmente, complicati. Il modo giapponese di fare macchine è ricco di ambivalenze: è flessibile ma duro, è essenziale ma complesso, è divorante ma estetico! La «snellezza» è il carattere del modo di produzione, tanto che essa sembra trasferirsi, come per mimesi, nella qualità stessa del prodotto, nel design industriale di macchine e moto, non certo privi di segni e tracce, per così dire, della koiné semiotica nipponica. La formula della snellezza rappresenta, prima di tutto, la giustezza e la sincronia dei tempi, il cosiddetto Just-In-Time (J.I.T.): i tempi della produzione e della consegna delle merci finite, al momento opportuno, per essere montate nei prodotti finiti, in sottogruppi, in parti di essi. Tutto al contrario di quanto avveniva nella produzione fordista di massa, che puntava su economie di scala, sulla fabbricazione prolungata ed uniforme di un dato prodotto e la programmazione della sua quantità e qualità. Secondo il J.I.T. i prodotti escono in serie brevi e differenziate, con aggiustamenti continui alle variazioni della domanda. Il J.I.T. è, propriamente, la continua e perfetta simmetria tra l’offerta dei beni prodotti e la domanda che proviene dal mercato. (Se il mercato, come domanda-offerta di beni, è ciò che massimamente attiva il J.I.T. in questa sua espressione puramente economica - anticipo - il mercato diventa il confine della Fabbrica Integrata, il suo principio, ma anche il suo limite relazionale. Il J.I.T. richiede che si realizzino quattro fondamentali principi: l’elimina- zione delle risorse ridondanti, considerate spreco; il coinvolgimento dei dipendenti nelle decisioni riguardanti la produzione; la partecipazione dei fornitori; il controllo della qualità totale; il che è un modo di agire produttivo con rilevanti conseguenze sul piano della organizzazione del lavoro.

2C’era una volta la vecchia pratica di controllare la produzione ex-post e al termine di lunghissimi percorsi produttivi. L’obiettivo: zero-difetti, zero-scorte, risulta invece tanto più conseguibile quanto più corto è il lotto messo in produzione, prerequisito della qualità totale. In tal modo la qualità si salda direttamente con la flessibilità, con l’adattamento dei programmi alle richieste di mercato; il che si esprime con il controllo totale della qualità (Total Quality Management), in connessione con il J.I.T. Le due formule della sequenza: J.I.T.-T.Q.M. si inseguono indefettibilmente, come lo scoiattolo, che arrampicandosi dentro una ruota, la fa perennemente girare. L’indefettibilità della sequenza: JIT-TQM è tale che la ricezione della giapponesizzazione o è totale o va incontro a seri inconvenienti. Cosicché ci si chiede se il modello giapponese sia interamente esportabile e quali ne siano i costi umani e sociali. Ci sono quindi, in proposito, i favorevoli, gli oppositori, gli apocalittici, i problematici (Bonazzi si dice problematico); i fautori di forme di giapponesizzazione diretta, mediata, selettiva, simbolica. La via occidentaleeuropea alla giapponesizzazione mostra un progredire lento di consapevolezza della sequenza J.I.T.-T.Q.M.: primi snellimenti, applicazioni «lasche» (come dice Bonazzi) o metaforiche, applicazioni strette.

3Tra i quattro principi fondamentali del J.I.T, s’è ricordato prima il coinvolgimento dei dipendenti nelle decisioni riguardanti la produzione. Va da sé che il lettore non dovrà confondere il coinvolgimento con la partecipazione. Altre parole «magiche», richiama il coinvolgimento: per esempio l’autonomia: c’è un diritto dovere dell’operato, degli operai di interrompere autonomamente il flusso produttivo, ogni volta che essi notano anomalie e difetti; si possono avere frequenti «livellamenti» delle varie fasi del flusso di lavorazione, non infrequentemente operabili dagli operai stessi, alla fine dei turni, con la conseguenza di più straordinari e giornate di lavoro divise in due turni, anziché in tre... alla fine, però, automazione vuol dire restrizione di autonomia e maggiore automazione. Prima ancora che effetti, i presupposti del coinvolgimento sono: la domanda di polivalenza delle capacità professionali che consente l’interscambio delle posizioni all’interno del gruppo di lavorò; la flessibilità delle squadre di lavoro, rispetto sia alla struttura interna che ai compiti esterni, determinati dai flussi produttivi; l’impegno di ognuno e di tutti nel miglioramento continuo di ogni fattore produttivo. Suggerimenti, discussioni, sperimentazioni, verifiche di possibili cambiamenti sono richiesti; fino alla domanda di una altissima capacità intellettuale: non la destrezza di routine, ma la capacità di diagnosi e soluzione di problemi, rispetto alle conseguenze della introduzione delle nuove tecnologie (ciò che io chiamerei «cefalizzazione»). Il coordinamento verticale o gerarchico del lavoro, di fordistica memoria, trova ora una alternativa nel coordinamento orizzontale e interattivo; il che, per il coinvolgimento in parola, significa interiorizzazione, nei singoli reparti, di obiettivi coerenti con l’obiettivo globale dell’organizzazione; e significa pure autonomia di ogni reparto nell’individuare ed affrontare i propri problemi interni; nonché la integrazione delle capacità possedute dai propri addetti in modo da consentire l’uso efficace di tutta l’informazione localmente disponibile.

  • 4 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo, cit., «Ma evoca anche - continua l’Autore - idee di rigidità (...)
  • 5 Cfr. Ibidem pg. 138. «L’idea della fragilità è suggerita... dal fatto che l’impresa snella è effici (...)

4Il dettato di Bonazzi è suggestivo e può attrarre il lettore all’apologia dell’argomento, così come ad ammirare il modo di costruzione della F.I. (Fabbrica Integrata): una ricomposizione abimis della vecchia gloriosa fabbrica metalmeccanica, fosse pure essa già ad alta tecnologia automatizzata. L’impressione che il libro in parola può suscitare nello studioso e nel ricercatore sociale non può essere la stessa di quella del diligente lettore del manuale di giapponesizzazione. Quali le conseguenze - vien fatto di chiedersi - al di là di ogni sentimento pauperistico o pietistico - per il lavoro ed il lavoratore e per le conseguenze della Qualità Totale nella Fabbrica Integrata e nel mercato del lavoro, versione nipponica hard e applicazioni soft alle Fiat Auto di Termoli, Cassino, Mirafiori ed altrove? Bonazzi crede in una «neocentralità» del lavoro di fabbrica, ma anche il diligente lettore da manuale, se non del tutto sprovveduto, s’interroga se la neocentralità sia quella dell’oggetto-fabbrica, cioè la dominanza dell’oggetto fabbrica, piuttosto che la centralità del soggetto lavoro; anche se, questo - il lavoro - in virtù del coordinamento orizzontale caratteristico della fabbrica flessibile guadagna in densità e qualità di relazioni effettuali, e quindi in autonomia, rispetto alle ottimistiche «relazioni umane» dei sistemi fordisti. L’epica squadra operaia sostituita da Unità Tecnologiche Elementari (U.T.E.). Nella nipponica Fabbrica Integrata la squadra operaia è ricomposta dall’organizzazione per celle produttive e dal perfezionamento della Tecnologia di gruppo, alla ricerca della migliore disposizione di materiali e macchine. La tecnologia di gruppo ebbe già la sua storia negli anni ’40 in U.R.S.S. (stachanovismo a parte): esempio di modo di lavorare socialista-sovietico, contro quello tayloristico e capitalistico; la tecnologia di gruppo passò anche in U.S.A., e, nel secondo dopoguerra, fu rapidamente recepita in Giappone e quindi in Europa e la Fiat alla fine ora l’avrebbe in avanzata sperimentazione. Ma a quando il «tubo di cristallo», secondo la metafora di Bonazzi, che fa da titolo al libro in parola? Perché è proprio la Fabbrica integrata ad essere come un «tubo di cristallo»? «Il tubo è una struttura lineare semplice che evoca idee di essenzialità, snellezza, rapidità di attraversamento»4. «Ma il tubo è di cristallo. La metafora non evoca soltanto rapidità e precisione, ma trasparenza e fragilità... il lavoro tende a diventare trasparente perché l’obiettivo di zero-scorte e zero-difetti rende sempre più superato gestire nell’ombra tempi e risorse»5.

  • 6 Cfr. pg. 68.

5Dalla esperienza acquisita in sede di interessi per la storia del pensiero organizzativo, Bonazzi, individuando il «tubo di cristallo» come un carattere proprio della Fabbrica integrata, fa di entrambi un tipo ideale: nella sequenza: taylorismo, stachanovismo, capitalismo giapponese, Fiat, Bonazzi ravvisa ravvicinamento ed insieme il distanziamento persistente dal modello F.L, nel fatto che la tecnologia di gruppo può essere annoverata tra gli antefatti della Fabbrica Integrata. La vera e propria realizzazione di questa, ancora lontana in Europa e in Fiat, è la cosi- detta Cellular Manifacturing (C.M.). Mentre l’espressione: «Tecnologia di gruppo» sottolinea un particolare tipo di Layout (cioè modo di disporre i macchinari in officina che può essere ora lineare ed ora funzionale), con la C.M. si sottolineano: «gli aspetti organizzativi che discendono da quel Layout e che spesso finiscono con il divenire più importanti del Layout stesso. La C.M. prende questo nome dal fatto che il processo produttivo viene organizzato in celle e queste possono essere definite come ministabilimenti autosufficienti (self-contained-manifactories) a cui è affidata una intera porzione del processo produttivo».6

6Coinvolgimento globale, professionalità polivalente, flessibilità di gruppo, indefettibile impegno nel miglioramento produttivo, altissima abilità intellettuale, capacità di soluzione di problemi: tutto ciò ed altro ancora di capacità individuali e risorse umane, la «struttura tubolare» della F.I. è capace di fagocitare, insieme ad ogni sorta di materiali, interazioni e sistemi informativi. Se, al contempo, il lavoratore sospenderà sul lavoro ogni «astuzia» (Bonazzi ne classifica di tre tipi: presupposta, tollerata, vietata), ogni iniziativa informale (giusto quella informalità imprevistamente scoperta nel «gruppo primario» della fabbrica tayloristica) a tutto vantaggio della fluidità e della trasparenza, sarà allora che la Fabbrica integrata e la sua «struttura tubolare» si trasformeranno ed appariranno a guisa di «Tubo di cristallo». La metafora è illuministica ed insieme fiabescamente orientale. Essa evoca il mix di interazioni produttive: rigide e ad un tempo snelle, salde e fragili, visibili e trasparenti, sistemi aperti ed adattivi all’esterno, chiusi e tecnicamente razionali all’interno. Ma è veramente il «tubo di cristallo» come un canale di reciproche, ma soprattutto circolari, interazioni comunicative? O non è invece altro che l’allegoria di ciò che nei Grundrisse marxiani era, profeticamente, il General Intellect diffuso dalla scienza nei sistemi automatici di macchine?

  • 7 Cfr. pg. 71.

7Quali le conseguenze del C.M. (Cellular Management) per il lavoro operaio e, più in generale, per l’organizzazione del lavoro in officina? Bonazzi, opportunamente periodizza il passaggio dalla tradizionale Tecnologia di Gruppo al C.M. Conseguente la tradizione della tecnologia di gruppo venne la tematica della soddisfazione del lavoro e quella, ben nota, del job-enrichment (J.E.) e relativi effetti. Bonazzi rivede i contributi di ricerche in proposito, e ne critica gli esiti in quel superamento del taylorismo che sarebbe rappresentato dal consenso neoartigianale, dalla umanizzazione neoartigianale del lavoro, che avrebbe perfino alimentato un «idillio» neoartigianale; ed arriva ad una confutazione di tutto questo Geist neoartigianale basato sull’ipotesi classica degli effetti del job-enrichment. «L’intento era di verificare... se gli operai dei reparti in C.M. percepissero di svolgere un lavoro più variato e intelligente, se avessero più identità professionale, più autonomia responsabile, più gusto del lavoro, più coesione sociale e più produttività dei loro compagni addetti ai reparti tradizionali»7.

  • 8 Cfr. pg. 72.

8Le ipotesi classiche del job-enrichment non si verificarono: non si può più fare confusione tra C.M. e J.E.. «I cambiamenti che si verificano nel modo di lavorare in C.M. coincidono solo in parte con quelli auspicati dal job-enrichment. Il C.M. può condurre a lavori più variati ed impegnativi sul piano delle responsabilità, ma non necessariamente più autonomi, soprattutto se la responsabilità è orientata a garantire il massimo coordinamento tra le varie fasi del processo e la massima standardizzazione della qualità»8.

  • 9 Cfr. Pg. 99.

9Conclusione: il lavoro, in condizione di C.M., ha + responsabilità e - autonomia. Si apre allora la sequenza: qualità-lavoro trasparente-consenso operaio. Dalla passività dell’esecuzione tayloristica all’importanza della dimensione informale. «La mansione operaia non può più essere raffigurata come il semplice punto di incrocio tra una funzione e un processo, ma va concepita come una sfera che comprende una gamma di modalità esecutive non predeterminate»9.

  • 10 Cfr. pg. 114.

10Entriamo allora in una sorta di reciprocità di alternative: dalle iniziative informali al consenso, oppure, dal consenso alle iniziative informali? Ma dove nasce il consenso? Il consenso, dice Bonazzi, non nasce dal semplice ampliamento degli spazi informali ma dalla riduzione dello sforzo. «Queste considerazioni ci conducono alla tesi centrale della nostra analisi, che la radice del consenso operaio va ricercata nella diminuzione dello sforzo»10.

  • 11 Cfr. S. Weil, Esperienze della vita di fabbrica, articolo del 1941, più tardi pubblicato in «Econom (...)

11Non certo «neoartigianali», e semmai aperti ad un completamento etico della questione operaia - giusto a proposito dello «sforzo» - pensieri come quelli di Simone Weil: «Solo la trasformazione delle macchine può impedire che il tempo degli operai somigli a quello degli orologi. Ma non basta; bisogna che l’avvenire si apra di fronte all’operaio con una certa possibilità di previsione, perché abbia il senso di avanzare nel tempo, di andare, ad ogni sforzo, verso un qualche compimento. Attualmente lo sforzo che sta compiendo non lo conduce in nessun posto, se non all’ora della fine del lavoro. Ma siccome un giorno di lavoro segue l’altro, il compimento di cui si parla non è altro che la morte... Aprire agli operai un avvenire nella rappresentazione del lavoro futuro... una certa conoscenza del funzionamento d’insieme della fabbrica, un’organizzazione della fabbrica che consenta una certa autonomia dei reparti rispetto all’insieme e di ogni operaio rispetto al reparto... sapere per quanto possibile, quel che pressapoco gli toccherà fare negli otto o quindici giorni seguenti e avere anche una certa scelta per ordine di successione dei diversi compiti... In questo modo, senza che siano stati minimamente accresciuti i suoi diritti effettivi, egli proverà quel sentimento di proprietà del quale ha sete il cuore dell’uomo, e che, senza diminuire la pena, abolisce il disgusto11. O questi pensieri della Weil anticipano presupposti tecnici del «tubo di cristallo» oppure essi prospettavano un completamento etico della «rappresentazione del lavoro futuro».

 

  • 12 Cfr. «La città del sole» Aprile, 1993, pg. 7.
  • 13 A partire dalla Bibliografia in calce al saggio di Bonazzi: M. Piore, C. Sabel, Le due vie dello sv (...)

3. In un Foglio di Libreria12 proponendo, per libro del mese II tubo di cristallo di G. Bonazzi rammemoravo il: «Grigio tunnel dalla fabbrica, al centro degli anni Sessanta della sociologia del lavoro come sociologia della miseria e dell’alienazione». E concludevo con un giudizio che Bonazzi riteneva inaccettabile: «Al giudizioso lettore di questo ambizioso saggio, il lavoratore, oltreché trasparente nel tubo di cristallo, non potrà non apparire massimamente esposto, all’esterno di esso, nella jungla dei tubi di cristallo delle nuove fabbriche, ai loro mercati mondiali iper- competitivi, ed infine alle intemperanze (per usare un eufemismo) e agli interessi dei compromessi manageriali e dei loro poteri. Posponi tutto ciò alle virtù “tubolari” della sequenza J.I.T.-T.Q.M. e, dopo la sociologia della miseria - questa era la frase - non ci rimarrà che la miseria della sociologia». Reminiscenze marxiane a parte, non è solo per gli interessi scientifici ed intellettuali, ma per il compito di una responsabile sociologia del presente è giusto che, nelle circostanze di lavori come quello di Bonazzi e della ormai vasta letteratura in proposito (forse è bene ricordare quella accessibile nella nostra lingua)13 - si cerchi anche di formulare qualche giudizio storico-pratico, sui processi organizzativi industriali, attraverso contributi teorici, ma soprattutto come eventi coinvolgenti la vita quotidiana e collettiva, ed anche la responsabilità, intellettuale di sociologi e ricercatori sociali. Anche i sociologi, nel loro piccolo, si inquietano!

  • 14 Cfr. la Introduzione di M. Salvati alla ed. it. di R. Dorè, Bisogna prendere il Giappone sul serio, (...)

12Se partiamo dai contributi teorici, vien fatto di chiedersi se ci sia, e quale, un giudizio omogeneo, negli studi organizzativi, sulla teoria e la pratica della Fabbrica Integrata. I contributi ovviamente non mancano, quanto alla omogeneità del giudizio essa va ricercata nella discreta diversità dei criteri interpretativi che hanno caratterizzato il discorso in questo campo. Criteri che si possono raccogliere in alcune famiglie: per esempio, quella che cerca di rispondere al quesito se il modo giapponese di produrre l’Auto, che chiameremo, raccogliendo una parola già molto in uso «toyotismo», abbia caratteristiche e quali per cui si possa parlare di una continuità, oppure si debba parlare di una discontinuità con il taylorismo ed il fordismo. I sostenitori della discontinuità (fra i quali si trova senza dubbio Bonazzi) al momento stesso in cui ne selezionano alcuni caratteri rilevanti, imprimono al giudizio sul toyotismo una inclinazione positiva, nel senso dello sviluppo tecnico produttivo non senza effetti evoluzionistici: dalla produzione di massa e relativa organizzazione pesante del lavoro, alla produzione di qualità totale e relativa organizzazione snella. Fra, per così dire, i discontinuisti, c’è chi ritiene che malgrado i miglioramenti delle condizioni di lavoro in fabbrica, venuti dopo il taylorismo, e dottrine come quella del job-enrichment, questa sia ampiamente sorpassata dall’ethos del lavoro toyotista. Le posizioni discontinuiste sono presenti, anche sotto forma di apprezzamento o di invito rivolto alle sinistre ed ai sindacati, a considerare meglio il passaggio dal macrocorporativismo, rappresentato, per esempio, negli anni Settanta, dalle negoziazioni tra la fabbrica, sindacati di massa e lo Stato, ad una fabbrica, come quella integrata giapponese, che implica forme molteplici, diffuse e controllabili di microcorporativismo. Questa, mi pare, la posizione per esempio di taluni studiosi di economia14.

  • 15 Cfr. M. Revelli e la sua Introduzione a Taiichi Ohno, Toyota Production System. Lo spirito Toyota, (...)
  • 16 Cfr. Ibidem, pg. XLIV.

13Se è per dare qualche altro esempio, appartiene alla famiglia dei discontinuisti anche un sagace studioso come Marco Revelli, che ha recentemente sottolineato l’analogia a produrre effetti e tuttavia la loro diversità da parte del toyotismo, rispetto al taylorismo ed al fordismo: «... dal razionalismo produttivo fordista (dal concetto dalla libera producibilità della società sul modello di razionalità della fabbrica) derivavano tutti i modelli di artificialismo politico dominanti nel secolo: da quello «duro» del socialismo reale a quello «morbido» delle tecnocrazie capitalistiche, fondati entrambi sull’idea che la macchina burocratica statale potesse, in qualche modo, governare il sociale»15. «Non è facile prevedere se – conclude Revelli - e in quale misura, questa trasformazione assumerà aspetti radicali... ma on molta probabilità essa segnerà una cesura: una di quelle fratture che separano poche diverse della storia. Cosicché si può dire che, in fondo, la via tracciata la Ohno è anch’essa un modo per «uscire dal Novecento»16.

  • 17 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo, cit. pg. 99, nota 3. L’analisi cui si riferisce Bonazzi è qu (...)

14Chi sceglie invece gli argomenti a pro della continuità, non lo fa per negare a diversità, per esempio, tra taylorismo e toyotismo, ma per ricondurre entrambi il continuo storico economico delle condizioni dello sfruttamento, del profitto, delle razionalizzazioni capitalistiche. «La tesi che con la Qualità totale e la Fabbrica Integrata l’azienda riconosce per la prima volta l’importanza del lavoro non proceduralizzato viene sostenuta anche in una analisi di ispirazione sindacale»17.

  • 18 In proposito tra gli interventi più recenti: Axel Leijonhugvud, L'individuo, il mercato e la diviso (...)
  • 19 Questa fu la proposta di autori come J. Thompson che risale già alla seconda metà degli anni Sessan (...)

15I discontinuisti, insomma, prospettano nel passaggio, dal taylorismo al toyotismo, una diversità tecnico-evolutiva lungo un processo di differenziazione di dati di organizzazione che, con la tecnologia di gruppo (automatizzata prima ed informatizzata poi) si trovano incorporati simultaneamente negli apparati e nel lavoratore, come sua intelligenza tecnico-scientifica del lavoro e sapere operaio professionale; al contrario, senza rinnegare la diversità del nuovo modo di fare l’Automobile, in presenza delle Nuove Tecnologie, rispetto al modo di massa, svolto con le tradizionali macchine e linee di montaggio, i continuisti sussumono quella diversità in un processo storico generalizzato al capitalismo, donde gli stessi esiti ora pluralistici ora distici di storicismo tecnico-evoluzionistico. Una sorta di sospensione di giudizio si insinua in quelle due posizioni, la prima delle quali enfatizza una integrazione microsociologica e la seconda una integrazione macrosociologica. Una incompletezza etica, si rileva nelle soluzioni sia microcorporativistiche sia macrocorporativistiche della questione del conflitto e del consenso. Si tratta di soluzioni le quali, prendendo in considerazione il «mercato», seppure in maniera diversa (positivamente le posizioni del tipo Fabbrica Integrata, negativamente le posizioni del tipo Azienda capitalistica) - o si affidano alla «mano invisibile» o non riconoscono al mercato libero la composizione di società civile relazionale e quotidiana, risultato di processi storico sociali di individuazione di dati di relazione sociale e di trasformazioni in corso nella divisione del lavoro e nella concezione del lavoro18. C’è insomma da chiedersi se, almeno in Occidente, l’idea di «mercato» evocata dalla dottrina della Fabbrica integrata non sia ancora tale da restringere, limitare i contributi degli stessi studi organizzativi, quando arrivano ad enucleare nel fenomeno organizzativo industriale una situazione relazionale e/o comunicante tra un nucleo tecnologico interno chiuso e di razionalità tecnica e parti o province organizzative esterne a contatto con l’ambiente, di razionalità limitata ed adattiva19.

  • 20 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo cit., pg. 136 e 137.

16Al contributo di Thompson si riferisce pure Bonazzi nel capitolo conclusivo del libro in parola. «Nel modello di Thompson ci sono due aspetti da sottolineare... La logica generale dell’organizzazione... nel ricercare un livello minimo accettabile di comunicazioni lasche tra le varie parti. Di qui la grande fortuna che oggi godono i temi connessi alla comunicazione aziendale... » L’avvento del post-fordismo fece entrare in crisi l’idea del nucleo tecnico come involucro sigillato... «si scoperse che la reattività al mercato è una condizione di eccellenza, che le componenti più esterne dell’organizzazione non devono attutire le variazioni bensì riportarle celermente al nucleo tecnico, e che questo deve rispondere in modo flessibile alla domanda di mercato»20.

  • 21 «Noi sosteniamo che le innovazioni tecnologiche avvenute in Fiat negli anni ’80 hanno posto le prem (...)
  • 22 Cfr. Ibidem pp. 142-143.
  • 23 Cfr. Ibidem pg. 143.

17Che poi, queste nuove idee organizzative si convertano nel fatto-FIAT, ciò è dato quasi per scontato nel libro di Bonazzi e nel suo periodizzamento, puramente cronologico della recente storia di quell’azienda: dagli anni Ottanta di Fabbrica ad Alta Automazione agli anni Novanta di Fabbrica Integrata21. Nei primi mesi del 1994 fatti cataclismatici hanno ricominciato a scuotere l’Azienda torinese ed il suo contesto cittadino, provinciale e nazionale. Bonazzi la mette in termini di un «ricco programma di ricerche sulle prossime tappe della Fiat verso la produzione snella». E allude ad una ipotetica terza via fiattina nei «rapporti di officina»: «... che non è la Mitbestimmung tedesca, né la illuminata disponibilità umana giapponese, ma è piuttosto una forma di contrattazione fra U.T.E. e management istituzionalmente incorporata nelle strutture produttive. «Potrà questa forma inedita di mediazione - si chiede tuttavia Bonazzi - risolvere le inevitabili tensioni tra linea del fronte e il quartier generale della produzione?»22. Negli ultimi mesi del 1993 e nei primi mesi del 1994 il «quartier generale della produzione» (in una incredibile incertezza e disinformazione sui suoi programmi torinesi e nazionali) ha riaperto, con Cassa integrazione a-go-go fra operai ed impiegati, la «questione torinese» legata alle forme della sua socialità23.

  • 24 Cfr. ibidem g. 143.

18Chi ora legge il lavoro di Bonazzi si chiede perché ogni passaggio evolutivo dell’Azienda automobilistica torinese debba essere fatto vivere, nella realtà torinese e nazionale, con la ineluttabilità del terremoto, con la inevitabilità dell’evento naturalistico. Al bravo lettore del manuale di giapponesizzazione, perfino a lui, allora, il «tubo», come metafora, potrebbe sembrare, meno che concetto analitico, strumento piuttosto ambiguo, evocante l’uso clinico del termometro al mercurio, da applicare ad operai e capi nelle epidemie di febbre aziendali. Anche nella scienza e nella ricerca sociale l’uso di metafore è suggestivo ma, a misura che la metafora sfugge ad ogni episteme propria che non sia quella del simbolo, la discesa nel parterre interpretativo psicanalitico può attrarre anche il lettore più accondiscendente. Si sono sentiti ripetere, nel 1984, gli stessi argomenti perenni degli anni Settanta e Ottanta: «Meglio cento cassa integrati, oggi, che diecimila domani». Possono soddisfare questi argomenti sugli esuberi strutturali, il sociologo e il ricercatore sociale, senza che essi abbiano almeno un moto di rifiuto del sociologismo fatalistico e filisteo? L’interrogativo non può certo avere risposta solo incentivando la ricerca empirica. Non indifferenti al quesito, le assunzioni di Bonazzi, al termine del suo libro: «Si pensava che le fabbriche non avessero più nulla da dire alla ricerca sociale e da molti anni i sociologi del lavoro, soprattutto in Italia, le avevano abbandonate. Vi sono buone ragioni invece per ritenere che nel volgere di pochi anni l’ambigua semplicità dell’impresa a tubo di cristallo riaprirà una stagione di studi che si pensava esaurita»24.

  • 25 Traggo Fespressione: «teratismi dell’industria» da un lavoro certamente antesignano della sociologi (...)
  • 26 Sulla scia di indirizzi intellettuali e di ricerca come: D. Landes, A che cosa servono i padroni. L (...)

19I sociologi del lavoro ed i ricercatori sociali non andranno dunque in cassa integrazione per mancanza di oggetti di studio e di ricerca! Ma quale sociologia del lavoro? Non più la sociologia della alienazione, della marginalità, delle condizioni neoartigianali? Ma neppure una sociologia più o meno consapevolmente filistea, cioè silente, sui possibili «teratismi»25 insorgenti nelle forme vuoi pluralistiche vuoi olistiche dell’organizzazione aziendale; una sociologia quieta fra le conseguenze del darwinismo sociale nelle forme micro o macrocorporativistiche di sistema economico-politico. Ciò che qui chiamo filisteismo, non è nuovo nella storia della sociologia, ed è come un soddisfarsi, un accontentarsi di ciò che può rappresentare, in un determinato momento, il sapere analitico; l’atteggiamento filisteo è indifferente alla completezza del giudizio storico-pratico, al completamento etico dei dati analitici. In altre parole, meno equivocabili, circa i rapporti di fatto e valore, se la tendenza degli studi organizzativi recenti è quella di riconoscere nel fenomeno organizzativo (specie aziendale) una situazione relazionale e/o comunicativa e soprattutto trasparente tra un nucleo tecnico e parti organizzative in connessione con un ambiente, ciò induce a misurare lunghezza e trasparenza del «tubo» di Bonazzi in tale situazione comunicativa e trasparente; e quando ciò si faccia senza filisteismo ci si avvede che il «tubo di cristallo» ha bisogno di essere rideterminato in lunghezza e trasparenza in almeno due direzioni: nella direzione del mercato, che non è solo quello dei consumi ma anche quello delle relazioni quotidiane e private di una più ampia società civile; e nella direzione dei gruppi manageriali, dei quartieri generali della produzione, le loro regole, decisioni, consenso. Sappiamo sempre di più su ciò che fanno operai e tecnici, e, sappiamo sempre meno su ciò che pensano dirigenti e managers. Rompere il silenzio filisteo vuol dire concretamente porre tre questioni, non certo nuove, ma con una combinazione loro diversa. Le questioni sono: quella della tecnologia, quella del managerialismo26 e quella dell’etica. L’etica del comportamento economico della quale si parla già molto. Ma anche quell’Etica, il giudizio e la individuazione storica della quale hanno fatto forte, completandola, la concezione sociologica weberiana sulla nascita del capitalismo; quell’Etica che ora non sembra indifferente, per esempio in termini di confucianesimo e di ethos familiare, a completare la interpretazione di fenomeni di sviluppo economico come quelli del Giappone e dei paesi del Sud Est asiatico.

 

4. Il caso della Fiat, che salva e, ad un tempo, perde la ricerca, non aiuta Bonazzi a porre la distinzione tra le due realtà: una metaforica e l’altra concettuale, cioè tra il «tubo di cristallo» e la «fabbrica integrata»; e quindi a mettere in chiaro i rapporti tra quel collettore del General Intellect informatico aziendale, quel canale, per così dire, di cefalizzazione del lavoro, che è il «tubo di cristallo» e la «fabbrica integrata»; la quale, quanto meno nella dottrina giapponese, è un ente territoriale, comunitario, nazionale e totale. Ora, non si può dire che la Fiat faccia di tutto per essere tale. Il «tubo di cristallo» esaurisce in sé la «fabbrica integrata»? Oppure questa trova il suo limite in quello? Ma anche a prescindere dallo «spirito» giapponese della fabbrica totale, sono gli stessi studi di organizzazione - come ho già rilevato prima - che pongono il problema della comunicazione, della interattività, del carattere interfacciale dei rapporti tra l’azienda come un nucleo tecnico fortemente internalizzato alla sua razionalità tecnica e la fabbrica territoriale come «distretto» o spazio socioeconomico, non solo riducibile al mercato. L’esempio Fiat, in definitiva, ha indotto Bonazzi ad una laudatio del «tubo di cristallo» che, al di fuori della trasparenza territoriale, perde ogni senso reale e, al di dentro del caso della Fiat, ci viene restituito come una bella favola.

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Note

1 Mi riferisco a G. Bonazzi, II tubo di cristallo. Modello giapponese e fabbrica integrata alla Fiat Auto, Bologna, Il Mulino, 1993.

2 G. Bonazzi, Alienazione e anomia nella grande industria, Milano, Edizioni Avanti, 1963; Idem, Colpa e potere, Bologna, Il Mulino, 1983; Idem, Dentro e fuori della fabbrica. Storia ragionata della sociologia dell'organizzazione, Milano, Angeli, 1984; Idem, Storia del pensiero organizzativo, Milano, Angeli, 1989.

3 Poiché il lavoro in parola è anche una ricerca come si dice, sul campo, in questo caso su di un gruppo di alti dirigenti Fiat ed operai è bene dire che l’iniziativa è stata resa possibile da fondi CNR e ministeriali.

4 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo, cit., «Ma evoca anche - continua l’Autore - idee di rigidità e di precisione e questo è l’apparente paradosso: che per ottenere la massima flessibilità degli esiti occorre rispettare alcune rigidità di processo». Cfr. ibidem, pg. 138.

5 Cfr. Ibidem pg. 138. «L’idea della fragilità è suggerita... dal fatto che l’impresa snella è efficientissima se tutto funziona bene ma è senza difese se sorge un qualunque intoppo» (cfr pg. 139). «Leggerezza, rapidità, precisione, trasparenza sono alcune delle stesse proprietà postmoderne che Calvino propone - nelle sue note Lezioni americane - di tramandare al prossimo millennio» (cfr. pg. 141).

6 Cfr. pg. 68.

7 Cfr. pg. 71.

8 Cfr. pg. 72.

9 Cfr. Pg. 99.

10 Cfr. pg. 114.

11 Cfr. S. Weil, Esperienze della vita di fabbrica, articolo del 1941, più tardi pubblicato in «Economie et Humanisme», raccolto in La condizione operaia, Milano, Mondadori, 1990 (ed. or. La condition ouvrière, Gallimard, Paris 1951) (pp. 289-290).

12 Cfr. «La città del sole» Aprile, 1993, pg. 7.

13 A partire dalla Bibliografia in calce al saggio di Bonazzi: M. Piore, C. Sabel, Le due vie dello sviluppo industriale, Torino, Isedi, 1987 (ed. or. The Second Industrial Divide, New York, Basic Books, 1984; D. Landes (a cura di), A che servono i padroni?, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, ed ivi di C. Sabel e J. Zeit in Historical Alternatives to Mass Production, «Past and Present», n. 108, 1985; K. Dohse, U. Jurgens, T. Malsch, Dal fordismo al toyotismo? L'organizzazione sociale dei processi di lavoro nell'industria automobilistica giapponese, «Sociologia del lavoro» 1988, n. 34 (ed. or. 1984); U. Jurgens, Struttura e precondizioni sociali del toyotismo nelle fabbriche giapponesi, «Sociologia del lavoro», 1988, n. 34; R. Locke, S. Negrelli, Il caso Fiat Auto, in M. Regini C. Sabel (a cura di), Strategie del riaggiustamento industriale, Bologna, Il Mulino, 1989; R. Dorè, Bisogna prendere il Giappone sul serio, Bologna, Il Mulino, 1990 (ed. or. Thing Japan Seriously, London, The Athlone Press. 1986); R. I. Schonberger, Tecniche produttive giapponesi, Milano, Angeli, 1990 (ed. or. Japanese Manufacturing Techniques. Nine Hidden Lessons o Semplicity, New York, The Free Press, 1982); M. Aoki, La microstruttura della economia giapponese, Milano, Angeli, 1991 (ed. or. Information, Incentives, and Bargaining in the Japanese Economy, Cambridge, Cambridge U. P. 1988); G. C. Cainarca, M. Colombo (a cura di), Tecnologia e organizzazione nell'automazione integrale della fabbrica. Il caso della metalmeccanica italiana, Milano, Politecnico di Milano; B. Catterò, Automazione e integrazione. L'organizzazione del lavoro nello stabilimento Fiat di Termoli 3, «Prospettive di ricerca industriale in Europa», Torino, Dipartimento di scienze sociali, 1991; C. Cerruti, V. Rieser, Fiat: qualità totale e fabbrica integrata, Roma, Ediesse, 1991; B. Coriat, Ripensare l'organizzazione del lavoro. Modelli e prassi nel modello giapponese, Bari, Dedalo, 1991 (ed. or. Penser à l'envers. Partis, Bourgois, 1991); S. Schingoll, Il sistema di produzione giapponese Toyota dal punto di vista dellTndustrial Engineering, Milano, Angeli 1987 (ed. or. A Study of the Toyota Production System from an Industrial Engineering Veiwpoint, Cambridge, Mass, Productivity Press, 1989^. Thompson, L'azione organizzativa, Torino, Isedi, 1991 (ed. or. Organization in Action, New York, MacGraw-Hill, 1967),!. P. Womack, D. T. Jones, D. Ross, La macchina che ha cambiato il mondo, Milano, Rizzoli, 1991 (ed. or. The Machine taht changed the World, London Macmillan, 1990); H. Kern M. Schumann, La fine della divisione del lavoro}, Torino Einaudi, 1991 (ed. or. Das Ende der Arbeisteilung, Munchen, Beck, 1984); C. Filosa, G. Pala, Il terzo impero del sole. Il neocorporativismo giapponese nel nuovo ordinamento mondiale, Bologna, Synergon, 1992; T. Ohno, Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993, con Introduzione di M. Revelli (pp. XI-XLIV) (ed or. Toyota Production System, 1978). Si aggiunga il gruppo di articoli pubblicato sui «Quaderni di sociologia» XXXVI, 1992, n. 3 dal titolo Come si lavora nella fabbrica integrata: G. Bonazzi, Modello giapponese, toyotismo, produzione snella: alcune questioni aperte (pp. 19-34): V. Rieser, La Fiat e la nuova fase della razionalizzazione (pp. 33-62); M. Schumann, Forza lavoro e produzione snella nell'industria metalmeccanica tedesca (pp. 63-78): , Paris, Seuil, 1976, e specialmente le pagine sulla questione dei complessi automatici di macchine nei Grundrisse marxiani (pp. 46 e seg).

14 Cfr. la Introduzione di M. Salvati alla ed. it. di R. Dorè, Bisogna prendere il Giappone sul serio, Bologna, Il Mulino, 1990, nella quale rivolgendosi ad una «persona di sinistra media» ne registra sia l’irritazione di pelle, ovvero l’idiosincrasia per il microcorporativismo, sia l’inclinazione per la macroconflittualità, che sono entrambi «costruzioni culturali». Alla persona di sinistra media Salvati consiglia di «farsi sfidare con candore ed onestà di spirito (non dico abbandonando le proprie categorie, che è impossibile) dall’analisi delle proposte di Dorè» (cfr. pg. XIX). «Quanto a Dorè: “La solidarietà di classe” - una solidarietà trasversale che unisce insieme persone che si collocano nella medesima posizione giuridica (... è il modello della “società per azioni ” che prevale da noi) - è superata nelle proposte di Dorè da una solidarietà microcorporativa, che fonde insieme tutte le persone che lavorano per o hanno rapporti stretti con la stessa impresa, quale sia il rapporto giuridico che ad essa le lega. Questo è male, molto male, per la nostra persona di sinistra media» (cfr. pg. XVIII).

15 Cfr. M. Revelli e la sua Introduzione a Taiichi Ohno, Toyota Production System. Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993, pg. XLIII «Gli stessi modelli organizzativi del «partito di massa» e del «sindacato generale» erano fortemente tributari della filosofia produttiva fordistataylorista, del suo carattere burocratico-impositivo della sua razionalità sinottica. Ora tutto questo viene, per certi aspetti, eroso alle radici» (cfr. Ibidem pp. XLIII-XLIV). La vocazione egemonica dell’impresa totale non solo svalorizza le ragioni maggiormente condivise del «compromesso produttivo» rinviando a nuove forme di «nazionalismo aziendale» ma ricondurrebbe altresì al rapporto di fabbrica quei territori sociali cosidetti - secondo la tradizione marxistica - della « riproduzione sociale ».

16 Cfr. Ibidem, pg. XLIV.

17 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo, cit. pg. 99, nota 3. L’analisi cui si riferisce Bonazzi è quella di C. Cerruti, V. Rieser, Fiat: qualità totale e fabbrica integrata, cit. «I due autori - continuava Bonazzi - sostengono che questo riconoscimento costituisce un passo avanti nel superamento del taylorismo e ciò, si lascia intendere, è un fattore importante di consenso operaio. Nel complesso tuttavia - conclude Bonazzi, caratterizzando implicitamente la differenza tra discontinuisti e continuisti - gli autori non sembrano rendersi conto della sostanziale differenza esistente tra il modello neoartigianale e il modello paragiapponese adottato dalla Fiat».

18 In proposito tra gli interventi più recenti: Axel Leijonhugvud, L'individuo, il mercato e la divisone del lavoro, «Il Mulino», XLII, 1983, n. 35 (pp. 1011-1025).

19 Questa fu la proposta di autori come J. Thompson che risale già alla seconda metà degli anni Sessanta: Organization in Action, New York, MacGraw-Hill, 1967 (trad. it. L'azione organizzativa, Torino, Isedi, 1988, con Introduzone di B. Maggi (pp. 20-58). Precedenti ricezioni italiane di Thompson in B. Maggi, Organizzazione: teoria e metodo, Milano, Isedi, 1977; E in A. Fabris, Storia delle teorie organizzative, Milano, Isedi, 1990. Si può dire che a partire dalla distinzione di Thompson tra nucleo tecnico organizzativo interno e provincie organizzative esterne, in queste, alla luce (fella storia dell’analisi organizzativa, possiamo ritrovare la cosiddetta fase «classica» di dette analisi e la fase «neo-classica»: la prima caratterizzata da un contestualismo differenzialistico e la seconda da un situazionismo individuazionistico, ove però l’interesse attuale per la periodizzazione sarebbe quello di riunire le due fasi in una attuale terza fase interteorica, di interattività tra contestualismo e situazionismo, tra differenzialismo contestuale e individuazionismo situazionale o relazionale.

20 Cfr. G. Bonazzi, Il tubo di cristallo cit., pg. 136 e 137.

21 «Noi sosteniamo che le innovazioni tecnologiche avvenute in Fiat negli anni ’80 hanno posto le premesse per superare un regime produttivo che favoriva il trattenimento opportunistico delle informazioni, e successivamente la nuova situazione è stata sfruttata dalla Fiat per sollecitare la collaborazione operaia per l’obiettivo della Qualità Totale» (cfr. ibidem, pg. 125). Nei primi anni Novanta la Fiat lanciò i cosidetti Circoli di qualità e i programmi di riduzione di specifiche difettosità individuate dall’azienda (C.E.D.A.C.: Cause Effect Dragram of Chart).

22 Cfr. Ibidem pp. 142-143.

23 Cfr. Ibidem pg. 143.

24 Cfr. ibidem g. 143.

25 Traggo Fespressione: «teratismi dell’industria» da un lavoro certamente antesignano della sociologia dell’industria nellTtalia degli anni Tenta. F. Mauro, Teratismi dell industria. Anomalie e squilibri. Ingiustizie basilari nella ripartizione dei beni mondiali, e loro ripercussioni nello sviluppo economico delle Nazioni. Errori che insegnano, nella ubicazione degli impianti, dimensione delle aziende, organizzazione tecnica, utilizzazione degli uomini, economia dei trasporti, conquista dei mercati, organizzazione delle esportazioni, Milano, Ulrico Hoepli Editori, 1942. E precedente solo di un anno, un secondo reperto della nostra letteratura in sociologia del lavoro, ancora di F. Mauro, Il capo nellazienda industriale, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 1941. Le inclinazioni corporative di questo autore, del resto conoscitore delle realtà economico industriali europee, statunitense e giapponese, sono trasparenti più in questo secondo lavoro e specialmente nella quinta delle quindici leggi o precetti relativi alla figura del campo aziendale.

26 Sulla scia di indirizzi intellettuali e di ricerca come: D. Landes, A che cosa servono i padroni. Le alternative storiche dell’industrializzazione, Torino, Bollati Boringhieri, 1987; I. E. Noble, La questione tecnologica, Torino, Bollati Boringhieri, 1983: questo Autore è già noto in Italia per Progettare VAmerica. La scienza, la tecnologia e la nascita con capitalismo monopolistico, Torino, Einaudi, 1987.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Filippo Barbano, «Il «tubo di cristallo»: realtà e favola»Quaderni di Sociologia, 6 | 1993, 139-149.

Notizia bibliografica digitale

Filippo Barbano, «Il «tubo di cristallo»: realtà e favola»Quaderni di Sociologia [Online], 6 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5753; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5753

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Autore

Filippo Barbano

Dipartimento di Scienze Sociali - Università di Torino

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