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controversie sociologiche/Rapporto tra sviluppo economico e morale

Discontinuità dello sviluppo e ripresa della consapevolezza critica

Gabriele Calvi
p. 131-138

Testo integrale

1Franco Rositi sa pensare e scrivere in modo provocatorio. Pone un problema là ove uno meno se lo aspetta e lo pone in modo che ne porti con sé altri dieci. Se accenna a una soluzione, state certi che non la fa sua interamente. Vuole che altri si impegnino nella ricerca di quella migliore. È un grande socratico, in questo, e se non si trattiene dall’aprire questioni complicate è perché confida che dei volonterosi accettino di dipanarle.

2Ora, la Direzione dei Quaderni di sociologia m’invita ad un colloquio scritto con Rositi sul tema «Turbolenza morale e sviluppo socioeconomico». La richiesta è impegnativa. L’accetto, perché è sempre un piacere conversare con Franco, da venticinque anni, ma devo premettere che non riesco a pensare sulla sua lunghezza d’onda. Sono un empirista ed un praticone, non un sottile «filosofo» quale lui è. E devo aggiungere che non sono affatto volonteroso di cacciarmi in questioni spinose, qual è quella in cui mi si vuol tirare.

3Pertanto mi limiterò a dire solo quello che lo scritto di Rositi ha evocato in me, senza mettermi nel bel mezzo del problema: gli girerò attorno, come fanno gli indiani con i carri dei pionieri.

4Socrate non aveva forse previsto tattiche diversive così irritanti, ma allora Hollywood non esisteva.

La congiuntura attuale e la nuova «etica» dei consumi

5Sembra un fatto scontato, naturale, che la gente modifichi i comportamenti di acquisto e di consumo quando l’economia entra in una fase congiunturale negativa. È accaduto più volte in questo secolo e si è ripetuto in questi ultimi anni. Il fenomeno era già molto consistente negli Stati Uniti nel 1990 - per Natale, a New York, nessuno entrava nei negozi! - e si è manifestato progressivamente anche da noi, a partire dal 1992. Nel 1993, per la prima volta nel dopoguerra, i consumi finali degli italiani, a prezzi costanti, si sono contratti di un -1.1 rispetto all’anno precedente.

6Se vogliamo sbrigarcela da economisti faciloni possiamo pensare che la gente spende meno perché ha meno soldi. Ma ciò è vero solo in parte. Denaro ne circola ancora molto, molto va negli investimenti privati e nel risparmio, le banche non sanno più che farsene della liquidità. Il consumatore medio potrebbe spendere più di quanto spende, questo è provato.

7Una spiegazione più sensata è che sia in atto una razionalizzazione del comportamento di consumo. La gente avrebbe cominciato a regolarsi in modo flessibile e adattativo, secondo le esigenze e le occasioni che di volta in volta si presentano. Ci troveremmo, secondo questa ipotesi, in una situazione di apprendimento quasi-sperimentale nella quale il premio è costituito dal mantenimento del tenore e dello stile di vita del passato con un minor dispendio di mezzi economici. In sostanza, la razionalizzazione dei consumi consisterebbe nel tentativo di ridurre l’attuale conflitto fra bisogni e capacità di spesa, con la definizione di nuovi criteri e nuove regole di comportamento.

8A sostegno dell’ipotesi ci sono vari indizi: la «rivalorizzazione» del denaro, l’importanza nuovamente attribuita al prezzo rispetto agli altri fattori del marketing-mix, i consistenti mutamenti in atto nella scelta fra punti di vendita (con il passaggio da quelli tradizionali ai supermercati, da questi agli iper, ai discount ed agli hard discount), l’abbandono di prestigiose marche industriali a favore di «private labels», ossia dei marchi commerciali e d’insegna con i quali la distribuzione organizzata vende prodotti a prezzi contenuti.

9L’ipotesi che sia in atto una razionalizzazione del comportamento di consumo è certamente seducente, ma non sembra spiegare fino in fondo ciò che accade. Come l’ipotesi «monetaristica», citata per prima, anche la razionalizzazione del comportamento di acquisto e consumo sembra una risposta strettamente legata agli aspetti congiunturali della situazione.

10È vero che dalla razionalizzazione sembra emergere un’etica, sia pure un’ethica minor, fatta di regole spicciole. Ma, è solo questo che si sta verificando sotto i nostri occhi?

Solo congiuntura, o qualcos'altro?

11Dobbiamo chiederci, in buona sostanza, se gli attori di cui stiamo cercando di capire il comportamento siano solo dei robot con reazioni programmate, se l’arco della regolazione dei consumi sia solo quello compreso fra la busta paga e i cartellini dei prezzi nei negozi.

12Che cosa sta accadendo davvero? Attraversiamo semplicemente una fase sfavorevole dell’economia, per sopravvivere alla quale basta adottare cautele e limitazioni temporanee, o siamo entrati in un tempo storico diverso, in una turbolenza culturale che richiede adeguamenti progressivamente più profondi ed impegnativi del nostro modello di vita e di consumo?

13La risposta più semplice può esser suggerita dall’osservazione della gente, dell’esperienza quotidiana che compie in casa, al mercato, al lavoro, dalle informazioni che raccoglie, dai pareri che scambia con gli altri, da ciò che legge o vede in televisione ogni giorno.

14Tra la gente, sono in molti a ritenere che la congiuntura economica sia solo un aspetto, anche se il più importante, della realtà attuale. Anzitutto, la gente si rende conto benissimo che questa congiuntura è diversa dalle precedenti poiché è mutato l’intero quadro economico mondiale ed è nuova, e non vantaggiosa, la posizione che il paese occupa in esso. Ora si tratta di competere industrialmente e commercialmente con paesi disposti a tutto, dunque in condizioni mai conosciute in precedenza. Che qualcuno parli di ripresina o ripresa nel 1994 o nel ’95 fa indubbiamente piacere, ma resta dominante la sgradevole sensazione che gli anni buoni se ne siano andati per sempre e che quelli prossimi siano tutt’altro che facili.

15La gente non sa dirlo bene, con le parole che piacerebbero agli economisti, ma nel cuore sa che è sbagliato riferire quanto accade alla congiuntura, poiché non di congiuntura si tratta, bensì di un nuovo ciclo storico ed economico, iniziato solo da pochi anni, destinato a durare a lungo e non necessariamente nel segno dello sviluppo occidentale e di quello nazionale in particolare.

16La realtà attuale vede poi una difficile congiuntura politica internazionale, che ha interagito con quella economica e che ha reso problematiche le relazioni fra l’Ovest e l’Est, fino alla Cina ed alla Corea, fra il Nord ed il Sud, fra paesi marginalizzati in possesso di armi micidiali ed altri paesi sviluppati che quelle armi vorrebbero solo per sé mettendole al bando per tutti gli altri. Vi sono guerre e guerriglie ovunque. La gente non capisce bene se si è davvero alla ricerca di un nuovo ordine mondiale, della pace, di istituzioni internazionali più efficienti, di soluzioni per i problemi etnici, demografici, economici, alimentari, sanitari di tanti giovani paesi, o se si sprechino solo le vuote parole della diplomazia su problemi che sono già fuori controllo.

17Questa congiuntura politica internazionale - ma, lo ripeto, in luogo di congiuntura si potrebbe parlare di un nuovo ciclo storico-economico, iniziato nel 1989 - ha influito sensibilmente anche sulla situazione politica interna, che è divenuta magmatica e non lascia prevedere anni tranquilli.

18Una terza congiuntura, per la quale la gente ha una sensibilità tutta particolare, è l’ambientale. Essa si aggiunge alle precedenti, si intreccia con esse e, per certi aspetti, le sovrasta. Questa congiuntura è data dall’aggravarsi del problema della protezione della natura, del clima, dell’atmosfera, della purezza dell’aria e dell’acqua; dal problema del contenimento degli sprechi, da quello enorme dello smaltimento dei rifiuti urbani e di quelli tossici ed inquinanti, del riciclaggio di plastica, vetro, carta, metalli, dalla qualità dell’ambiente urbano che peggiora tragicamente là ove la crescita demografica si accompagna alla concentrazione della popolazione in aree metropolitane. Nella consapevolezza del momento, pertanto, la gente comune, quella che si siede ogni sera davanti alla televisione, non si interroga semplicemente sulla busta paga e sui prezzi, ma viene considerando quanto meno tre grandi ordini di problemi - l’economico, il politico e l’ambientale - ai quali può assegnare priorità diverse, ma che non disgiunge più gli uni dagli altri.

19Questa globalizzazione dei problemi pone la coscienza individuale e collettiva in una nuova dimensione, è un fatto culturale nuovo. Diviene progressivamente manifesto a tutti che lo sviluppo economico non è di per sé auspicabile, né prevedibile, se disgiunto da quello politico e dalla protezione ambientale.

20Diviene sempre più evidente, pure, che si è tutti parte in causa: non vi sono attori e spettatori nella gestione dei tre ordini di problemi, tutti vi sono implicati, vi sono responsabilità che spettano ad ognuno, personalmente. La sensazione diffusa di vivere sul proscenio, e non in platea, genera nella gente un atteggiamento morale nuovo, in cui possiamo riconoscere il tentativo di adeguare norme e criteri dell’agire quotidiano ad una rappresentazione più complessa e problematica della realtà.

21Per noi, che stiamo discutendo una questione particolare, i termini sono più semplici. Anzitutto, non ha senso parlare di sviluppo economico come di una prospettiva unidimensionale ed a sé stante. Conseguentemente, potrebbe essere vano il tentativo di cercare un rapporto specifico ed esclusivo fra crescita economica e vita morale. Preso atto, poi, che la continuità dello sviluppo economico si è interrotta, potremmo pensare che non rappresenti una costante per il futuro. In questo caso, ci rimarrebbe forse la curiosità di scoprire quali siano state le possibili connessioni fra lo sviluppo economico crescente, per alcuni decenni, e la vita morale, ma non avrebbe senso discutere il problema per un futuro che potrebbe non esserci.

Gli effetti cognitivi di un ciclo economico protratto

22Non so se si potrà mai rispondere in modo argomentato, o empiricamente fondato, alle sollecitazioni che Rositi ci dà, senza troppo preoccuparsi del nostro imbarazzo, dopo aver definito il rapporto fra vita morale e sviluppo altamente problematico e di reciprocità critica.

23Personalmente, non riesco a individuare dei nessi sufficientemente chiari e schematici - sia pure riduttivi - tra la crescita economica e la vita morale. Il rapporto non diviene più netto se mi limito a considerare l’ultimo quarantennio in Italia.

24Dallo sviluppo dell’economia sono venuti l’aumento e la diffusione del benessere, l’istruzione e l’informazione di massa, l’accelerazione dei consumi, l’attrezzatura moderna della casa, l’automobile, il tempo libero, le vacanze. Tutto ciò ha influito notevolmente sulle abitudini di vita, i costumi, la relazione fra uomo e donna, il lavoro, la vita familiare e quella sociale. L’interesse per i mondi privati e vitali si è esteso, quello per il mondo pubblico si è ridotto.

25Non c’è chi non veda quali enormi cambiamenti comportamentali abbia provocato l’avvento di una società opulenta e consumistica. Ma è difficile stabilire quale sia stato il senso etico di tali cambiamenti o impostare un bilancio dal quale si ricavi con certezza che il continuo sviluppo ha peggiorato o migliorato la vita morale del paese. Su quali categorie di persone, di situazioni, di comportamenti potremmo fare un tale bilancio? E rispetto a quale altro periodo storico, a quale altro ciclo economico?

26In relazione alla vita morale si è detto e scritto tante volte che lo sviluppo economico ha causato, direttamente o indirettamente, lo sradicamento culturale di larga parte della popolazione, la perdita di certezze e valori tradizionali, la secolarizzazione, il relativismo del giudizio etico, l’autolegittimazione, il trionfo della soggettività e dell’individualismo radicale, il permessivismo, l’edonismo di massa. C’è della verità in tutto questo, ma è pur vero che vi è stata un’altra faccia del cambiamento, moralmente più apprezzabile. Sono fortemente diminuiti il controllo sociale cogente ed ipocrita, il conformismo, l’ossequio formale a norme e consuetudini non condivise. Per contro, sono aumentati il discernimento e la capacità critica, l’elaborazione e l’introiezione delle norme etiche, l’esercizio della responsabilità. In una società che concede libertà fino alla licenza, la condotta morale è divenuta tutta a rischio, si è fatta impegnativa e difficile, il suo valore si è enormemente accresciuto.

27In sostanza, per quanto il problema sfugga di mano per ogni verso, credo si debba riconoscere che allo sviluppo economico, ed ai suoi portati sociali, si è accompagnato il passaggio da una vita morale eteronoma ad una più autonoma e che ciò costituisca un dato culturale di rilievo, attinente a quanto discutiamo, anche se non riguarda direttamente principi, norme o condotte specifiche.

28L’esame analitico di queste ultime, e di quanto siano mutate nel corso degli ultimi decenni, rischierebbe di portarci da un terreno relativamente neutro a quello del moralismo che anche Rositi teme. Tanto varrebbe, allora, rinunciare totalmente al senso del ridicolo ed affrontare il problema con le statistiche ufficiali del 1950 e del 1990 in mano, scegliendo come indicatori della moralità pubblica crimini, reati vari, suicidi, divorzi, aborti, e così via.

29Ho l’impressione, lo ripeto, di non portare alcun contributo alla discussione impostata da Rositi. Non riesco a cogliere un rapporto diretto fra la continuità dello sviluppo economico dei passati decenni e le manifestazioni morali. Mi pare evidente, invece, il nesso fra un tale sviluppo e la rappresentazione che la gente si è fatta gradualmente della realtà, con tutto ciò che ne deriva. Su questo punto penso - dovrei dire: ho la certezza - che la crescita continua dell’economia, il progressivo benessere, la sicurezza sociale garantita oltre ogni ragionevole limite abbiano veramente alterato la percezione del reale, il senso della vita e delle sue sfide, la rappresentazione delle difficoltà e dei problemi individuali e collettivi.

30Su questo piano, che è cognitivo prima che etico, possiamo tutti pensare che il clima socioeconomico molle e ottundente degli scorsi decenni sia stato davvero nefasto per lo spirito di alcune generazioni, delle quali può aver distorto gli obiettivi esistenziali, soffocato le attitudini, isterilito sul nascere il coraggio delle grandi scelte.

31Il benessere e la sicurezza eccessivi, o troppo a lungo protratti, deformano sicuramente la nostra visione del mondo, la conoscenza di noi stessi e di quanto ci accade. Questa mia affermazione - nella quale riecheggiano i risultati di tante ricerche di psicologia cognitiva, sociale, dell5 apprendimento e della motivazione - va un poco oltre, e per altra via, rispetto a quanto scrive Rositi: «se è vero che un complesso di regole può affermarsi in una comunità a seguito di un cumulo di prove ed errori, ma sempre su una qualche adeguatezza alle risorse esistenti, alle paure dominanti, alle speranze ed alle attese comuni, dunque sulla base di qualche successo o di una qualche efficienza, è anche vero che una modificazione delle risorse, per incremento o per decremento, impone un problema a qualsivoglia assetto normativo raggiunto».

32Sono anch’io convinto che i sistemi normativi siano sensibili alle oscillazioni congiunturali di breve periodo e, a maggior ragione, posso pensare che risentano fortemente dei lunghi cicli economici di prosperità o indigenza. Ma, se l’effetto principale di tali cicli sta nell’offuscamento del senso del reale e della vita, per gli individui come per le collettività, quale rilevanza resta al problema etico in senso stretto? Perché Rositi si preoccupa di capire «quale significato produca per l’ordine morale» il continuo ampliamento dell’orizzonte delle risorse, «il suo costante dileguarsi e quella sua costante espansione in cui sono cresciute già molte generazioni, e probabilmente molte altre cresceranno», mentre sembra interessargli meno lo stravolgimento gnoseologico e metafisico, potremmo dire, che ne è conseguito primariamente?

Nuove consapevolezze epocali e atteggiamenti critici

33Non c’è dubbio che l’insieme degli avvenimenti economici, politici ed ambientali, succedutisi dal 1989 ad oggi, stia provocando nella gente un’uscita rapida, e per certi versi traumatica, da una specie di narcosi. Riaprendo gli occhi, molti si trovano di fronte a una dura realtà, molto diversa da quel conciliante vaneggiamento a cui si erano assuefatti in fasi prolungate di benessere e tranquillità.

34Il fenomeno è di grandi proporzioni: investe la maggioranza della popolazione ed una estesa gamma di comportamenti, fra i quali principalmente quelli di risparmio, acquisto e consumo. Per questo motivo gli si può conferire un significato economico, come potremmo attribuirgliene uno etico tenuto conto che esprime l’adesione a norme e regole nuove.

35Ho accennato io stesso, all’inizio, a una possibile nuova «etica» dei consumi, ma ho usato le virgolette perché ciò che mi colpisce, di quanto accade, non è la modificazione delle norme e dei comportamenti, che pur avviene in modo veloce e radicale. Come l’assuefazione al benessere ed alla sicurezza, così l’improvviso oscurarsi dell’intero orizzonte, dal 1989 in poi, ha indotto una visione del mondo, una diversa rappresentazione del reale, di sé, degli altri, della vita. La congiuntura negativa sul piano economico, politico ed ambientale ha agito come una massa critica nello scardinare le certezze costruite da un perdurante sviluppo. I dogmi di una società che si pensava condannata alla crescita sono caduti tutti insieme, in breve tempo. È cambiata l’esperienza di vita: mi parrebbe interessante scoprire per quale verso abbiamo modificato il senso ed il valore che attribuiamo a noi stessi ed alle cose che ci circondano, prima di rilevare qual è il nuovo assetto normativo che ci stiamo dando.

36A una riflessione che si avviasse per questa via sarebbero utili materiali empirici e documentazione aggiornata, oltre che un disegno strategico d’insieme. Non dispongo di dati ad hoc, né di idee organizzate. Posso offrire solo uno stimolo che riprendo da sondaggi recenti sugli atteggiamenti ecologici. Questi mi consentono, dapprima, di segnalare una visione nuova del rapporto fra economia ed ecologia, e di ripensare poi al modo in cui lo sviluppo economico è stato concepito in passato.

37I sondaggi cui faccio riferimento sono due. Il primo è stato realizzato in 22 paesi da The George H. Gallup International Institute, nel 1992. Il secondo è invece dovuto all’International Social Survey Programme, che l’ha attuato nel 1993 in 18 paesi.

38Questi sondaggi rilevano numerose informazioni che qui trascurerò per concentrare l’attenzione su una sola domanda che, pur in forma diversa e con articolazione diversa delle risposte, compare in entrambe. Si tratta della domanda che propone di scegliere prioritariamente fra sviluppo economico e protezione ambientale.

39Migliaia di persone di ogni età e condizione sociale, appartenenti a paesi sviluppati come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Svizzera, Giappone ed a paesi poveri come Filippine, Cile, Turchia, Polonia, India, hanno indicato nei due sondaggi quali sono i problemi ambientali più gravi, a loro giudizio, quali le fonti di inquinamento, gli effetti della degradazione ambientale previsti nel breve e nel lungo termine, le possibili vie per uno sviluppo sostenibile, il ruolo delle istituzioni e dei singoli cittadini nella protezione della natura. Poi, si sono trovati di fronte alla domanda chiave, che nel sondaggio Gallup suona così: Con quale delle due affermazioni seguenti lei è d'accordo? 1. Alla protezione ambientale va data priorità, anche a costo di rallentare lo sviluppo economico; 2. allo sviluppo economico va data pronta, anche a costo di danneggiare in qualche misura l’ambiente.

40Le risposte raccolte dall’istituto Gallup in tutto il mondo dicono chela maggioranza degli intervistati, nella proporzione media di due terzi contro un terzo, sono per la protezione ambientale anche a scapito dello sviluppo. L’aspetto stupefacente dei risultati è dato dal fatto che anche i paesi poveri non si discostano molto dalla proporzione media delle risposte. Pare di potere dire, insomma, che l’esperienza ed il senso comune suggeriscono alla gente che lo sviluppo è in conflitto con l’ambiente e che questo conflitto non può essere sanato semplicemente mettendo l’industria al servizio dell’ambiente.

41L’atteggiamento degli italiani è messo a fuoco dal secondo sondaggio. Sulla questione precedente, i nostri intervistati dovevano esprimere il loro pensiero dicendo quanto erano d’accordo con queste affermazioni: i. Per proteggere l’ambiente l’Italia ha bisogno della crescita economica; 2. La crescita economica danneggia inevitabilmente l'ambiente. Poiché la prima affermazione ottiene il 45% dei consensi e la seconda il 55%, possiamo dire che il senso della risposta conferma il risultato Gallup, al di là delle differenze tecniche e del wording delle domande. È anche interessante da notare che il 66% degli italiani è disposto a pagare a prezzi più alti i prodotti e i servizi per proteggere l’ambiente, mentre allo stesso fine è meno disposto a pagare tasse (37%). È il 50% degli intervistati, infine, che dichiara di accettare una riduzione del livello di vita se ciò avvantaggia l’ambiente.

42Perché ho ripreso queste informazioni che, in quanto tratte da dichiarazioni verbali, hanno un puro valore indicativo e sono credibili solo nella loro genericità? I motivi sono più di uno.

43Anzitutto, i dati confermano che la crisi ambientale è presente nella coscienza collettiva nazionale ed internazionale come un evento minaccioso. Su questo punto la documentazione offerta dai sondaggi è molto ampia. In secondo luogo, non è pensabile che la sensibilità della coscienza collettiva si sia sviluppata solo negli ultimi anni. Evidentemente, mentre cresceva il benessere e si prolungava il ciclo economico positivo aumentava anche la consapevolezza degli effetti negativi che essi avevano sull’ambiente. Ciò induce a chiederci, criticamente, che cosa abbiamo inteso ed intendiamo per «sviluppo economico», ed amplifica ancor di più le domande che Rositi si pone. Infine - e mi sembra il punto più rilevante - l’esito dei sondaggi conferma una diversa visione della realtà ed una collocazione nuova, in essa, delle esigenze che concernono lo sviluppo economico, il benessere individuale, il benessere collettivo, la natura, il pianeta.

44Non so se questa nuova forma di coscienza per la quale milioni di persone sembrano propendere per get a life, e non più come in passato per get the economie growth, o get the money, possa considerarsi un progresso etico dell’umanità. Sono certo, però, che essa promana da una conoscenza più illuminata e più chiara della collocazione dell’uomo d’oggi nel suo tempo, nella realtà complessa e difficile che ha contribuito a creare.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gabriele Calvi, «Discontinuità dello sviluppo e ripresa della consapevolezza critica»Quaderni di Sociologia, 6 | 1993, 131-138.

Notizia bibliografica digitale

Gabriele Calvi, «Discontinuità dello sviluppo e ripresa della consapevolezza critica»Quaderni di Sociologia [Online], 6 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5739; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5739

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Autore

Gabriele Calvi

EURISKO, Milano

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