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teoria e ricerca

Mercato informale del credito e piccola impresa

Angelo Michelsons
p. 106-125

Abstract

This essay addresses the problem of the capital market for the small firms and proposes a new research approach to the analysis of entrepreneurial decisions in financial matters.
Empirical research and theoretical studies usually deal with the insufficient functioning of this market by analyzing the capital supply in an economic perspective: they neglect demand analysis, since the entrepreneur is generally considered as behaving not correspondingly to economic theory assumptions.
Therefore, the essay attempts to show how the entrepreneurial behaviour can be successfully examined by applying a sociological approach, which has already proved profitable in fields as different as technology, competition-cooperation relations, and productive organization.
By no means the article aims at constructing a general theory: it only tries to single out a new path of research, picking up suggestions from existing studies in sociology and history of the economy.

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Testo integrale

1. Premessa

1È opinione largamente condivisa da studiosi e operatori che il mercato finanziario funzioni poco e male per le piccole imprese, in particolare per quanto concerne la provvisione di capitale di rischio. Su tale mercato domanda e offerta si incontrano con difficoltà per ragioni imputabili tanto alla prima quanto alla seconda; tuttavia, la letteratura ha finora privilegiato soprattutto l’analisi dell’offerta.

2La domanda, ovvero i comportamenti imprenditoriali, è stata generalmente considerata come un dato a priori, quindi, di fatto, come argomento che non valeva la pena di studiare; e questo, soprattutto a causa degli approcci teorici adottati: quello micro-economico, in base al quale il comportamento imprenditoriale è prescritto a priori dal ruolo, e quello «psicologico», secondo il quale i comportamenti reali degli imprenditori sono spiegabili unicamente con fattori personali. Nel primo caso i comportamenti sono già noti, nel secondo non sono comunque passibili di teorizzazione; nel primo i comportamenti non conformi sono spiegabili come «devianti», nel secondo i comportamenti non conformi rappresentano una variabile esterna alla problematica.

3Analizzando l’offerta, emerge che le attività e gli strumenti a favore delle Pmi costituiscono, in genere, una quota assai ridotta del giro d’affari delle istituzioni finanziarie e creditizie: in altri termini, si può ragionevolmente affermare che i crediti concessi alle Pmi siano ritenuti da queste istituzioni poco redditizi e piuttosto rischiosi. Le stesse società di venture capitai destinano generalmente quote ridotte dei loro investimenti globali a partecipazioni nel capitale di rischio delle Pmi, sia che si tratti di operatori indipendenti, sia che possano usufruire di garanzie da parte di agenzie pubbliche. Tuttavia, contrariamente a un’opinione diffusa, il problema della sottocapitalizzazione delle Pmi non è imputabile che in parte alla struttura e al funzionamento del mercato finanziario. Nei principali paesi esteri, caratterizzati da mercati finanziari differenti e provvisti di strumenti appositamente studiati per le Pmi, il problema della sottocapitalizzazione delle imprese minori si pone comunque.

4Anche in presenza di strumenti appositi, la Pmi tende infatti a privilegiare il ricorso a forme di finanziamento relativamente semplici e controllabili dall’imprenditore, quali l’indebitamento bancario a breve e l’autofinanziamento. Anche ammettendo difficoltà di accesso a strumenti specifici di finanziamento, l’imprenditore mostra una certa resistenza a perseguire soluzioni alternative, in primo luogo il ricorso ad operatori istituzionali per realizzare un allargamento della compagine sociale dell’impresa minore, tramite la cessione di parte del capitale di rischio aziendale.

5Questo atteggiamento, che impedisce l’utilizzo di un possibile strumento alternativo rispetto al mercato del credito, sembra essere comune a un gran numero di Pmi, indipendentemente da variabili sociologiche, economiche, geografiche, e giustificabile - da parte dell’imprenditore - con la necessità di mantenere quell’autonomia decisionale e quel controllo della gestione che la presenza di altri soci potrebbe porre in discussione. Da un lato, infatti, l’imprenditore può incontrare vincoli dovuti alla struttura societaria di partenza, sovente caratterizzata dalla compresenza di soci o familiari e nella quale l’ingresso di un nuovo socio potrebbe alterare equilibri delicati, a maggior ragione se si tratta di un socio «ingombrante» come una banca o una società finanziaria. Dall’altro, sembra giocare un ruolo rilevante la scarsa differenziazione funzionale interna delle competenze manageriali: per ragioni di costi (lo stipendio del manager) e culturali (formazione tecnica dell’imprenditore e percezione di superfluità della spesa), poco è lo spazio concesso e/o disponibile per uno sviluppo autonomo della funzione di management finanziario. Senza contare che tale funzione potrebbe diventare centrale nella vita dell’azienda e sarebbe difficilmente controllabile dall’imprenditore.

2. Due approcci analitici alternativi

6Il problema della sottocapitalizzazione dell’impresa minore non può essere affrontato senza tenere conto di tre variabili: il mercato creditizio con cui l’impresa entra in rapporto, l’orizzonte strategico dell’imprenditore e quello dell’impresa, l’imprenditore e la sua impresa non avendo necessariamente prospettive coincidenti. Tale questione è strettamente connessa a quella della sua crescita, rispetto alla quale non sono pochi i problemi di ordine metodologico.

7In particolare, va tenuto presente che la disciplina economica ha il pregio della semplicità nell’analisi dei fatti e nella formulazione di soluzioni praticabili, ma anche, sovente, lo svantaggio dell’astrattezza, nella identificazione degli attori economici e nella definizione dei loro interessi.

8Questo approccio comporta che le scelte dell’imprenditore vengano generalmente analizzate a partire dalla sua impresa (che ne definisce ruolo e campo d’azione) e dalla sua funzione (perseguimento del profitto e/o dello sviluppo dell’impresa, uso ottimale delle risorse, e così via). I singoli imprenditori appaiono così portatori di interessi formalmente uguali (in quanto individuati dalla funzione), sostanzialmente simili (nella misura in cui le loro imprese occupano posizioni simili di settore, di mercato e di dotazione tecnica) e dunque definiti e conoscibili a priori. Ne conseguono comportamenti che sono razionali (rispetto allo scopo) soltanto nella misura in cui essi traggono tutte le conseguenze (secondo una razionalità strumentale) dai loro interessi così definiti. La razionalità descritta dagli economics consente previsione e prescrizione dei comportamenti «corretti» della impresa; eventuali scostamenti dal «modello» costituiscono «errori» di cui si devono cercare le cause: dalle imperfezioni del mercato, alla «turbolenza ambientale», ai limiti conoscitivi e operativi dell’imprenditore.

9La scelta imprenditoriale può però essere esaminata partendo da un altro presupposto, non necessariamente in opposizione al primo, ma comunque avente implicazioni teoriche discordi. Mentre secondo l’approccio precedente la scelta imprenditoriale può essere vista come più o meno aderente ad un modo ottimale definito a priori, in un’ottica diversa non si presume l’esistenza di una scelta ottimale e si analizzano le varie scelte alternative sulla base delle interrelazioni tra mezzi, fini, vincoli e aspettative che caratterizzano l’imprenditore, da un lato, ed i risultati economici ottenuti, dall’altro.

  • 1 Il primo approccio sopra ricordato presuppone una concezione degli aspetti «sociali» come vincolo a (...)
  • 2 La mobilitazione di risorse per costituire un’impresa muove da un progetto imprenditoriale. Ad escl (...)

10La prima linea di analisi non sfugge, in fondo, a un dilemma tipico della teoria economica: da un lato, l’imprenditore si trova «appiattito» sulla sua funzione economica (scelta della combinazione ottimale di risorse); dall’altro, la creatività che dimostra nella sua scelta non è spiegabile con la teoria economica e rinvia o alle sue caratteristiche psicologiche (genialità, propensione al rischio) o a suoi errori casualmente fortunati1. La seconda linea di analisi, pur non risolvendo questi problemi alla radice, consente una maggiore aderenza alla realtà poiché ammette la possibilità teorica di combinazioni diverse delle risorse e, quindi, di modelli diversi di organizzazione industriale e sviluppo economico. Diventa in altri termini rilevante tenere conto dell’orizzonte strategico dell’imprenditore, delle sue attitudini e abilità (Gambetta 1992), e del fatto che egli è, prima ancora che homo oeconomicus, un attore socialmente inserito2. Come argomenta Boudon, i

  • 3 R. Boudon, L’ideologia, Einaudi, Torino, 1991, pp. 10-12.

«comportamenti individuali non sono evidentemente il prodotto di individui disincantati, di calcolatori astratti, ma, al contrario, di individui situati socialmente, in altri termini, di individui che appartengono anzitutto a una famiglia, ma anche ad altri gruppi sociali, e che dispongono di risorse non solo economiche, ma culturali. Questi individui, inoltre, sono posti di fronte non a scelte astratte, ma a scelte i cui termini sono invece fissati da istituzioni concrete»3.

11Considerando le scelte imprenditoriali come risultato complesso dell’interazione tra ruolo economico, motivazioni ed aspettative non solo economiche dell’imprenditore, e ambiente sociale, è forse possibile ricostruire e comprendere con maggiore precisione le traiettorie concrete delle singole imprese. Tale interazione, infatti, muta nel corso del tempo, con delle discontinuità che sovente corrispondono a «salti di qualità», positivi o negativi, voluti o subiti, nella storia della impresa.

3. Mobilitazione delle risorse e vincoli sociali

12L’orizzonte dell’imprenditore non è dato solo dalla sua impresa e dai rapporti che questa intrattiene sul mercato; l’azione «economica» dell’imprenditore non si esaurisce nella conduzione dell’impresa o in operazioni puramente economiche. In particolare, al momento della costituzione dell’impresa - e astraendo per ora da motivazioni e aspettative personali - il neo-imprenditore contrae, più o meno consapevolmente, dei vincoli di carattere sociale ed economico, che costituiscono la principale variabile con cui si trova a fare i conti al momento di operare delle scelte di carattere strategico.

13Possiamo individuare questi vincoli sociali negli impegni assunti di fatto o formalmente dall’imprenditore nei confronti del gruppo sociale che egli mobilita, in varie forme e secondo varie modalità, per costruire l’impresa. Il gruppo sociale può essere a volte molto omogeneo, comprendendo soltanto i familiari dell’imprenditore, ma nella maggior parte dei casi è invece eterogeneo in quanto composto da attori differenti, il cui ruolo nel processo di mobilitazione varia anche di molto. Questo discorso riguarda tutti i «fattori produttivi» e le risorse necessarie all’avvio di un’impresa, ma qui di seguito ci si concentrerà essenzialmente sulle risorse di capitale che, sia detto per inciso, non riguardano unicamente mezzi finanziari.

14In genere, se non è sufficientemente ricco, di famiglia o personalmente, da poter costituire l’impresa con mezzi propri, l’imprenditore deve mobilitare risorse esterne in funzione del suo progetto di impresa: risorse famigliari (lavoro sotto o non pagato, risparmi, uso di locali comuni, ecc.), di soci (idem), di altre imprese (garanzia di commesse, aiuti all’investimento, offerta di macchinario a prezzi ridotti, ecc.), di banche e società finanziarie (apertura di credito, prestiti per l’avvio).

15Il rapporto stabilito con il fornitore di risorse - di solito, con una combinazione dei soggetti elencati in precedenza, a cui si possono aggiungere operatori finanziari specializzati, programmi governativi di incentivo e supporto alle nuove imprese, ecc. - vincola l’imprenditore tanto sotto il profilo economico quanto sotto quello sociale. Infatti, perché questi vari attori accettino di fornire risorse alla nuova intrapresa economica, è necessario innanzitutto che essi «ci credano». Prima del credito monetario, l’imprenditore deve essere cioè in grado di ottenere un credito di fiducia. A seconda del tipo di rapporti personali con gli attori che gli accordano fiducia, verranno definiti rapporti più o meno formali, più o meno coperti da garanzie di vario genere, più o meno vincolanti le scelte future.

16Sfugge in parte a questa situazione l’imprenditore che abbia da effettuare investimenti molto limitati (ad esempio, per una software house o un’impresa di servizi); tuttavia, egli avrà probabilmente bisogno di altre risorse «d’avvio» (ad esempio, lavoro qualificato, per un certo periodo sottopagato) che dovrà, in un certo senso, «prendere a credito», a credito di fiducia. Non vi sfugge, invece, il neo-imprenditore che è diventato tale per avere ereditato l’azienda di famiglia, perché con l’impresa egli eredita di solito anche una serie di impegni non scritti, oltre a contrarne di nuovi con la famiglia stessa. Se la famiglia accetta di fornire il proprio appoggio al potenziale imprenditore, lo farà sulla base di una serie di aspettative che il titolare non potrà non tenere presenti nel corso della sua attività; tanto più che la famiglia è forse l’unico fornitore di risorse che di solito «mette in gioco» tutta se stessa appoggiando il progetto di un suo componente.

17Ma anche in rapporti più formali e contrattualizzati - con una banca, ad esempio - l’imprenditore si trova sovente «impegnato» al di là dei termini stessi del contratto. L’apertura di una linea di credito è infatti, per la banca, allo stesso tempo una scelta di accordare fiducia a un’idea, un progetto che in quel momento comporta inevitabilmente elevati livelli di rischio. Se non esistono forme esterne di garanzia (ad esempio, garanzie pubbliche sui finanziamenti), né altri legami sociali che ricomprendano lo specifico scambio, le scelte dell’imprenditore dovranno essere ben ponderate, per corrispondere alla fiducia accordatagli inizialmente e per non venire escluso dalla fonte di credito in un momento successivo.

18Dunque, appare difficile sostenere che la creazione di un’impresa implichi unicamente un investimento di capitali per acquisire fattori produttivi da combinare in una determinata sequenza organizzativa, al fine di realizzare un prodotto da vendere sul mercato. Questa scarna descrizione contiene tutte le operazioni economiche che effettivamente si svolgono all’atto di costituzione di una nuova impresa: ma si tratta di una descrizione da manuale, insufficiente. La creazione di un’impresa è il risultato di un progetto, di una scelta individuale del futuro imprenditore, ma nella maggior parte dei casi non si è in presenza di un imprenditore con un capitale, che si reca sul mercato per acquisire i fattori produttivi e poi combina i fattori, costituisce l’azienda, comincia a produrre e torna sul mercato per vendere.

19Piuttosto, per riuscire a creare l’azienda, per ottenere le risorse che gli mancano, l’imprenditore mobilita svariati attori sociali per acquisire le risorse di cui essi dispongono e che egli combinerà nell’impresa; stabilisce rapporti di fiducia che inducono gli altri attori a cooperare in varie forme alla realizzazione del suo progetto di impresa; e contrae in tal modo degli impegni, di varia intensità e a diverso titolo, che ne condizioneranno in qualche modo anche le scelte future, in positivo e in negativo, a seconda che egli e gli altri attori mantengano il proprio «impegno» e a seconda che tali impegni confliggano o meno con le necessità di performance e di sviluppo dell’impresa.

20Nelle pagine seguenti, pur senza pretese esaustive si esamineranno alcuni degli attori mobilitati dal futuro imprenditore, con particolare riferimento alla sua raccolta di risorse di capitale.

4. Forme sociali di reperimento delle risorse di capitale

4.1. Impresa e famiglia

21Creare un’impresa significa innanzitutto creare un gruppo di collaboratori, interni ed esterni ad essa, che rendano disponibili alcune risorse. I collaboratori «interni» in generale forniscono tre risorse fondamentali: in ordine di importanza, lavoro retribuito in misura inferiore ai prezzi di mercato, risparmi, competenze specifiche. Il gruppo di collaboratori, che a vario titolo partecipano alla vita aziendale e il più delle volte compartecipano al capitale sociale, comprende famigliari o soci: in genere, i primi accettano di legarsi al titolare condividendone un progetto di emancipazione economica e sociale, i secondi sulla base di un progetto analogo, che tuttavia comprende spesso un comune intento di realizzazione professionale.

22La cooperazione di questo micro-gruppo costituisce in buona sostanza sia il capitale d’avvio, sia un cospicuo contributo alle esigenze successive di finanziamento dell’attività aziendale. Certo, se il ricercatore intende mettere a fuoco le forme da manuale in cui si dovrebbero presentare le risorse per gli investimenti, difficilmente troverà qualcosa di più dei risparmi familiari o della liquidazione dei soci: contributi, questi, che da soli spesso non sono sufficienti all’avvio e al buon funzionamento di un’impresa. Il ricorso alla categoria dell’autofinanziamento dovrebbe gettare luce sul problema: l’autofinanziamento può essere rappresentato dagli utili che vengono reinvestiti, utili che le dimensioni ridotte e gli investimenti limitati della Pmi rendono sufficienti per coprire una parte rilevante dei fabbisogni finanziari. Il problema, tuttavia, risiede nel calcolo di questi utili quale è effettuato dall’imprenditore: difficilmente si tratterà dello stesso tipo di contabilità che contraddistingue la grande impresa.

23L’utile reinvestito - l’autofinanziamento - non è definito come «residuo» dell’attività aziendale, bensì, compatibilmente con i risultati economici, come necessità di investimento dell’azienda. Come rileva più in generale Brusco riferendosi alla realtà dei distretti emiliani, «spesso, nei distretti, il lavoro si trasforma direttamente in capitale, senza passare per il risparmio» (Brusco 1989). Purtroppo, Brusco non ha sviluppato ulteriormente questa «intuizione»: vale comunque la pena di riportare per esteso l’unico riferimento analitico da lui sviluppato in tal senso.

  • 4 S. Brusco, Piccole imprese e distretti industriali, Rosenberg e Sellier, Torino, 1989, pp. 484-485.

«Non si può non notare, infatti, quanto poco rilevante, nello sviluppo di queste aree, sia stata la disponibilità di capitale, o, peggio ancora, il risparmio. Non è questa la sede per portare fino in fondo questo discorso (...). Ma è bene osservare che i capitali investiti in queste aree, fondamentalmente, non rappresentano l’alternativa a beni di consumo, dei quali si è fatto a meno per migliorare la propria condizione futura. Piuttosto, essi sono l’alternativa al riposo, sono la trasformazione dei redditi guadagnati lavorando un numero di ore annue superiore alla media. Un modello che descrivesse queste economie non dovrebbe avere come dati il livello di occupazione e i consumi, per poi dedurne il risparmio. Dovrebbe invece avere come variabili cruciali il numero di persone che ogni famiglia riesce a mettere al lavoro nella impresa famigliare e il numero di ore prestate da ciascuno ogni giorno; dovrebbe assumere come dati i consumi e dedurre da questi dati il livello degli investimenti. E la condizione di partenza, quella che consente di mobilizzare il lavoro dei vecchi e dei fanciulli e che sollecita l’allungamento della giornata di lavoro, è la capacità di fare. Quella capacità di fare che - da sola - riesce a trasformare il riposo in lavoro, e il lavoro in capitale»4.

24Situazioni analoghe possono contraddistinguere anche imprese avviate da un gruppo di soci: ad esempio nel Canavese, come confermano sia l’attuale indagine che la ricerca precedente (Maglione et al. 1990), soprattutto le imprese più recenti, costituite per realizzare un’idea innovativa, sono state create da due o più soci. In entrambi i casi sembra esistere una notevole stabilità nel tempo della composizione del capitale sociale; spesso, comunque, i soci sono gli stessi famigliari.

25L’esistenza di un gruppo di persone della stessa famiglia, coinvolte nella gestione e nella proprietà dell’impresa, può comportare anche dei vincoli allo sviluppo di quest’ultima.

  • 5 M. Ciambotti, I processi di transizione imprenditoriale nelle imprese familiari di minore dimension (...)

«Quando (...) uno o più nuclei familiari (...) influenzano in maniera significativa l’attività direzionale ed imprenditoriale attraverso la proprietà e/o la partecipazione dei loro membri al management, l’impresa può essere considerata ‘familiare’. In essa vengono a intrecciarsi, vicendevolmente, tre distinti sistemi sociali elementari (la famiglia, la proprietà e l’impresa), rispondenti a funzioni e logiche diverse, ma strettamente interdipendenti»5.

26Le varie configurazioni concrete assunte dai rapporti fra i tre sistemi e fra gli attori che partecipano all’attività o alla proprietà aziendale sono numerosissime (Ciambotti 1991, Boldizzoni 1988). Quanto qui preme sottolineare è come determinate scelte di sviluppo dell’impresa possano essere ostacolate, o addirittura impedite, dal prevalere della logica familiare o familiare-proprietaria. Nella letteratura, queste difficoltà sono state esaminate soprattutto in riferimento alla fase di transizione intergenerazionale del ruolo di direzione dell’impresa, e a tali studi si rimanda per una trattazione approfondita (Boldizzoni 1988). Ma analoghe difficoltà possono insorgere ogni qual volta sia in gioco una «scelta strategica», come l’assunzione di un manager e lo sviluppo di una nuova funzione in azienda.

4.2 L’impresa e le imprese: distretti industriali e grandi imprese

  • 6 Se è vero che la singola impresa - soprattutto se è piccola e/o nuova - non ha grande potere di str (...)

27Un’altra importante fonte di risorse per la creazione di una nuova impresa è costituita dalle altre imprese6: il modello più conosciuto di cooperazione fra imprese è ovviamente quello del distretto industriale. In un sistema distrettuale, grazie anche alla sua conoscenza personale degli altri attori economici e al suo inserimento nel tessuto dei rapporti fra imprese, il neoimprenditore è in grado di accedere a una serie di risorse che gli consentono vantaggi finanziari.

28In primo luogo, condizione fondamentale per il buon funzionamento di un distretto è l’esistenza di un mercato di macchine utensili usate, acquistando le quali l’imprenditore realizza consistenti risparmi sugli investimenti (Becattini 1991). In secondo luogo, dato che le sue capacità tecniche e produttive sono ben note alle altre imprese (dove spesso ha lavorato per un certo periodo di tempo), gli sarà agevole inserirsi nella rete di transazioni esistente, ottenendo commesse fin dall’avvio della sua attività e, quindi, garantendosi un flusso di reddito impiegabile per autofinanziare l’impresa.

29Macchinario di seconda mano e commesse sono anche fornite da grandi imprese che decentrano attività in subfornitura. Il tipo di rapporti con il fornitore, tuttavia, tende in questo caso a essere diverso e maggiormente penalizzante, in quanto la grande impresa: i) si pone all’inizio come unico committente e può quindi dettare regole più vincolanti per il fornitore stesso; 2) sia che ci tenga a conservare il rapporto esclusivo con il subfornitore (ad esempio, per le sue capacità tecniche), sia che approfitti del proprio monopsonio per scaricare i costi su di esso, tenderà a ridurre al minimo gli utili corrisposti al subfornitore limitandone grandemente la possibilità di investire in nuovi prodotti e macchinari, di diversificare i propri sbocchi - in una parola, di crescere.

30Senza voler pretendere di essere esaurienti, anche per la relativa scarsità di ricerche empiriche, due esempi possono illustrare il diverso tipo di rapporti che la singola impresa può intrattenere in un distretto oppure con una grande impresa in relazione al problema del credito. In uno studio realizzato a partire dal caso di Prato (Dei Ottati 1991), vengono analizzati presupposti, funzionamento e caratteristiche di quello che viene definito il «mercato secondario del credito» distrettuale. Esso si basa sui rapporti di fiducia che legano le imprese più evolute, operanti su mercati di sbocco esterni, da un lato con i propri subfornitori, dall’altro con le banche. Pratica diffusa tra le imprese maggiori è quella di richiedere finanziamenti superiori alle proprie necessità, ottenendoli grazie alle loro buone performances che offrono sufficiente garanzia alle banche, e di anticipare - in un circuito secondario - parte di questi finanziamenti ai propri subfornitori a tassi convenienti.

  • 7 G. Dei Ottati, II finanziamento dello sviluppo locale, intervento presentato al Convegno «Possibili (...)

«Anticipando, almeno in parte, i mezzi finanziari per effettuare un nuovo investimento, l’imprenditore-creditore, per la quota anticipata, partecipa in modo diretto e personale al rischio che tale investimento non riesca a ripagare se stesso. I rapporti intrecciati di subfornitura e di credito danno così origine ad un’organizzazione assimilabile ad una società implicita»7.

31Anziché basarsi sulla conoscenza reciproca e sulla fiducia, i rapporti con una grande impresa tendono invece a essere improntati a rapporti di forza e a comportamenti opportunistici. L’esempio più classico di «finanziamento capestro» concesso dalla grande impresa ai suoi subfornitori, è costituito dalla Unione Finanziaria Industriale, di proprietà della Fiat. Il suo meccanismo è stato così descritto per gli anni ’50 (Minucci e Vertone i960): dato che il subfornitore viene saldato dalla Fiat a 4-5 mesi e, avendo anticipato gli investimenti, ha in genere urgenza di denaro, egli può rivolgersi all’Ufi, che gli sconta fino al 50% del credito a un tasso del 10,2% - sempre che sulla sua azienda non pendano debiti. Il tal modo il subfornitore doveva compiere i massimi sforzi per sopravvivere come subfornitore, mentre la Fiat otteneva in pratica interessi sul ritardo di pagamento e interessi sul proprio debito.

32In seguito, il maggiore controllo sui costi, che la Fiat attuò a partire dai primi anni ’80, fu realizzato tramite la costituzione negli stabilimenti Fiat di uffici preposti al calcolo della struttura dei costi di produzione delle imprese fornitrici: tale struttura dei costi veniva poi usata come base per negoziare il prezzo dei componenti richiesti al fornitore. La maggiore qualità doveva quindi continuare a conciliarsi con il ribasso dei prezzi, il che, talora, impediva al fornitore quegli investimenti che sarebbero stati necessari proprio per migliorare la qualità. In ultima analisi, il «braccio di ferro» giocato su prezzi e costi rischia di tradursi in un circolo vizioso svantaggioso per entrambi: sprechi derivanti da minore qualità per il committente, minori utili e più scarse spinte a crescere e a migliorare per il fornitore, con perdite economiche per entrambi.

4.3. Investitori istituzionali locali e «angeli»

33«Angeli» e investitori istituzionali locali sono attori che svolgono funzioni analoghe entro contesti di relazioni sociali assai differenti. I primi sono tipici, in particolare, dei paesi anglosassoni, dove i rapporti di carattere economico sono tendenzialmente dualistici, molto prossimi alla società ideale di mercato; i secondi sono invece caratteristici di società, quali quelle europee, in cui la creazione di legami e strutture di mercato si è dovuta «fare largo» all’interno di un insieme di rapporti sociali e di potere preesistenti.

  • 8 Si confronti il saggio di R. T. Harrison e C. M. Mason, «Reti di investimento informale: il caso de (...)

34Le ricerche sul mercato degli investitori privati informali (il «mercato degli angeli») negli Stati Uniti e nel Regno Unito8 mostrano tutte l’importanza che questi attori rivestono nel favorire i processi di creazione di nuove Pmi, di fronte alla scarsa attenzione degli investitori istituzionali. Malgrado questi ultimi siano molto più presenti di quanto accade ad esempio in Italia, le rilevanze empiriche consentono di sostenere che, anche in società di mercato più «pure», il progetto imprenditoriale richiede, e fa riferimento a, processi di mobilitazione sociale di risorse; queste «risorse» sono forse meno strutturate in rapporti sociali, ma presentano caratteristiche analoghe a quelle che contraddistinguono economie più embedded nei rapporti sociali quali quelle europee.

35Probabilmente, il ricorso a questo mercato comporta dei problemi non indifferenti per l’azienda, soprattutto se i contenuti del rapporto sono essenzialmente informati ai principi di scambio: se l’apporto all’intrapresa ha la forma di un prestito, senza ulteriore coinvolgimento del prestatore nelle attività aziendali, allora il rapporto fra i due contraenti avrà caratteristiche molto simili a quelle che esistono fra azionisti e management. Conseguentemente, i margini d’azione e di scelta che avrà l’imprenditore saranno molto più ridotti, in quanto egli dovrà rendere conto pressoché esclusiva- mente di un risultato economico, in termini di rendita. Questa situazione, «meno protetta» rispetto alle società europee, può comportare anche reali vincoli alla crescita dell’impresa. In particolare, le scarse capacità gestionali del nuovo o piccolo imprenditore sembrano essere «punite» più pesantemente.

36In altre realtà sociali - qui faremo riferimento a situazioni italiane, su cui esiste una ricca letteratura storica e sociologica - non solo l’imprenditore risulta più «protetto» dal mercato ad opera del proprio gruppo sociale, ma addirittura - in non pochi casi - è protetto dalle stesse istituzioni che gli forniscono i mezzi finanziari. Mettiamo in prospettiva storica queste affermazioni. Recenti studi, soprattutto di carattere storico, hanno aperto nuovi orizzonti conoscitivi in merito ai meccanismi che hanno attivato i processi di industrializzazione diffusa delle società tuttora caratterizzate dalla predominanza di Pmi. Il tema della creazione di fonti di credito e del finanziamento di nuove iniziative imprenditoriali, in particolare, ha ricevuto un’attenzione che finora era mancata.

37Questo nuovo filone storiografico ha interessato soprattutto l’Italia, anche se non è circoscritto a tale paese. Il dato più significativo che ne emerge è la conferma, anche per le istituzioni creditizie, delle tesi di Bagnasco e Trigilia (Bagnasco 1989, Trigilia 1988) che imputano alle soluzioni istituzionali di supporto all’industrializzazione diffusa una intenzione originaria, costitutiva, di difesa della società locale dal mercato. Il quadro macroeconomico è ben delineato da un recente contributo.

  • 9 A. Polsi, Prima della Banca d’Italia. Spinte unificanti e resistenze regionali, «Meridiana», 1992, (...)

«L’impressione (...) è che in Italia specularmente alla proiezione immediatamente ‘nazionale’ dei gruppi finanziari (intesa come rapporti col centro politico) ed ai tentativi di collegamento orizzontale fra essi, funzioni e si attivi un forte collante di natura ‘anticapitalistica’, che (...) non è soltanto ascrivibile al credito libero- scambista dominante, o alla matrice ideologica dei due grandi movimenti ‘anticapitalistici’, cattolico e in seguito socialista, ma trova anche alimento in quella contrapposizione locale/sovralocale che certamente ha una parte di rilievo nella coscienza delle èlites liberali»9.

38Strumento fondamentale di questo processo furono le casse rurali e le banche popolari (De Rosa 1990), i cui statuti ne esplicitano la funzione di difesa della piccola proprietà contadina contro gli effetti disgreganti dello stato unitario e del correlato libero mercato. Contemporaneamente, tuttavia,

  • 10 Ibid., p. 31.

«... le banche popolari (...), mutuate dall’esempio tedesco (...) fanno del radicamento locale il loro credo, e sono un vero e proprio punto di coagulo della borghesia produttrice, ma anche agraria delle città e delle cittadine del Centro-Nord. Se il limite principale dell’alta banca fino alla crisi del 1893 fu l’incapacità di incidere in maniera significativa nel raccogliere capitali e depositi al di fuori di un ristretto ambito di banchieri e grandi mercanti, le banche popolari furono la prima vera esperienza di coinvolgimento nella moderna economia capitalistica delle borghesie cittadine»10.

39Con successo o meno, banche popolari e altre istituzioni «di difesa» si sono sviluppate, diventando attori economici a pieno titolo e abbandonando perlopiù la vocazione originaria; tuttavia, molti rapporti preferenziali con la società e gli operatori locali si sono mantenuti e consolidati. In particolare, sono rimasti saldi i rapporti di fiducia fra banche e imprese di una determinata società locale, sui quali ci si è già soffermati a lungo. Naturalmente, non dappertutto si è avuto questo tipo di evoluzione, anche se sembrerebbe plausibile affermare che, laddove queste istituzioni si sono radicate nella società locale favorendone lo sviluppo economico, la situazione sia esattamente quella descritta. Società a basso livello di fiducia, senza esperienze analoghe o con ridotti tassi di crescita, saranno probabilmente caratterizzate da situazioni di segno opposto.

40Sarebbe comunque azzardato sostenere che questo genere di evoluzione positiva dei rapporti locali fra banche e imprese sia imputabile unicamente alle dinamiche socio-economiche endogene. Se le norme di comportamento economico locali sono, come vedremo fra poco, fondamentali nell’integrare i rapporti di fiducia e nell’orientare le decisioni di molti attori, è però anche vero che variabili istituzionali e organizzative extra-locali svolgono un ruolo altrettanto basilare.

4.4. Norme e istituzioni locali

  • 11 Si confronti il saggio di J. Saglio, «Razionalità economica e preferenze identitarie: il distretto (...)

41Vi sono anche casi documentati in cui è la stessa istituzione creditizia a non voler crescere assumendo un nuovo orizzonte di riferimento. A Oyonnax, in Rhone-Alpes, un distretto industriale specializzato nella lavorazione delle materie plastiche e altamente dinamico, accanto alle filiali delle principali banche nazionali opera una banca locale che continua ad attenersi strettamente alle regole di comportamento locale11.

42Cresciuta con il distretto, alle cui imprese ha per lungo tempo offerto il credito che altre banche consideravano troppo rischioso fornire, la banca in questione non intende espandersi e travalicare i confini di Oyonnax, pur avendone i mezzi. Il titolare sostiene infatti che gli è indispensabile conoscere a fondo le persone che si rivolgono a lui per prestiti e consigli, e che il suo ruolo è sempre stato fondamentale per lo sviluppo dell’industria locale. Non solo, infatti, egli ha garantito i necessari finanziamenti a chiunque godesse della sua fiducia, cosi favorendo - fra l’altro - l’introduzione di non poche innovazioni tecnologiche nella regione. In non pochi casi egli si è anche assunto l’onere di saldare i debiti verso altre imprese di suoi clienti falliti, sostenendo che non potevano essere interrotti i circuiti creditizi locali, pena il danneggiamento non di una singola impresa ma dell’insieme dell’industria locale. Ed era dall’insieme dell’industria locale, non dalla singola impresa, che la sua banca traeva profitto.

43Altre società locali, prive di istituzioni creditizie sviluppate, possono elaborare meccanismi informali collettivi. Un caso particolarmente interessante è quello della regione di St. Georges-de-Beauce, nel Quebec (Carrier 1991). Questa regione, di recente industrializzazione, ha un sistema informale di norme di comportamento economico che si impernia su due regole fondamentali: investire sempre e comunque all’interno della regione e mantenere il controllo delle imprese locali rispetto a eventuali investitori esterni. Coerentemente con questo atteggiamento diffuso, il rapido sviluppo industriale è stato «governato» da comitati di imprenditori e altri notabili sin dagli inizi. Fino alla data della ricerca di Carrier, i tentativi di alcuni di modificare le norme di base sono stati bloccati a maggioranza.

  • 12 Cfr. E. Sik, Mercati, scambio di lavoro e stato socialista: il caso ungherese, in A. Bagnasco (a cu (...)

44Anche se i singoli interessi sono pienamente tutelati, queste norme sembrano riflettere una concezione dei processi di industrializzazione come patrimonio dell’intera comunità. Ne è riprova il meccanismo sociale che ha favorito la raccolta del capitale necessario alla creazione delle nuove imprese nella regione. Come, in passato, i membri della comunità contribuivano con parte del proprio tempo libero alla costruzione della casa per le coppie di sposi, così il neoimprenditore otteneva credito in forma amicale dai suoi concittadini per avviare l’azienda. Il meccanismo ha funzionato per molti, e non sono stati rilevati comportamenti opportunistici. Dunque, su una forma di cooperazione sociale preesistente è stato attivato un circuito creditizio d’interesse collettivo, senza mediazioni istituzionali. I prestiti reciproci hanno ulteriormente rinsaldato i già forti rapporti collaborativi, e nel contempo con limitato impegno da parte di molti, è stato possibile concentrare rapidamente i capitali necessari12.

  • 13 In Italia, un caso simile è costituito dall’Emilia Romagna: cfr. S. Brusco, E. Righi, Locai governm (...)

45Questi meccanismi sociali di mobilitazione di risorse per il finanziamento delle imprese possono però presentare problemi di adattamento al mutare delle condizioni esterne. Esistono peraltro situazioni più strutturate, soprattutto sotto il profilo istituzionale, che sembrano disporre di un patrimonio di esperienze e di strumenti tale da rendere, almeno in via teorica, più semplice l’individuazione di nuove soluzioni nei rapporti fra imprese e mercato del credito locale. Il maggiore grado di istituzionalizzazione esistente in certe regioni e paesi d’Europa consente spesso un migliore coordinamento delle iniziative e, correlatamente, un più deciso orientamento a interventi consapevoli di regolazione dell’economia. Il riferimento, quasi d’obbligo, è alla Germania occidentale, dove - fin dal secondo dopoguerra - sono stati approntati strumenti formali anche nel campo del finanziamento alle Pmi13.

46Un primo esempio è costituito dalle società di garanzia fidi tedesche, enti istituiti per legge nel dopoguerra e diffusi su tutto il territorio, dove sono gestiti da attori locali quali le Camere di commercio. Le società di garanzia fidi si sono rivelate strumenti particolarmente efficaci per favorire lo sviluppo delle Pmi, soprattutto in anni recenti, quando si sono orientate decisamente alla promozione di progetti innovativi e hanno abbandonato qualsiasi intervento di salvataggio. Elemento fondamentale del loro successo è la partecipazione delle banche regionali alla loro gestione: coinvolte nella economia locale, queste ultime arrivano a conoscere a fondo le performances e le caratteristiche delle imprese locali e sono pertanto molto più orientate a favorirne gli investimenti.

47Analogo discorso può essere fatto per le banche cooperative (Kreditge- nossenschaften) e le Casse di risparmio tedesche:

  • 14 C. Sabel et al., Regional prosperities compared, «Economy & Society», 1989, n. 4, p. 395.

«The boards of directors of the co-operative banks are typically comprised of the owners or directors of the leading firms in the district; and since all the firms are thus in effect indebted to each other, they form a kind of consortium. (...) this system guarantees that judgements regarding the granting of credit (...) will be made by persons long familiar with the companies and personalities concerned»14.

4.5. Quando si afferma la logica del mercato: successo economico e nuove norme di riferimento

48A conclusione di questa veloce panoramica, sembra possibile trarre la conclusione che i processi di industrializzazione di piccola impresa sono accompagnati dalla creazione di un mercato del credito ad essi funzionale. Ogni configurazione concreta è caratterizzata da una varietà di combinazioni di differenti meccanismi sociali di attivazione di un mercato informale del credito, la cui caratteristica comune è di essere basati sulla mobilitazione di gruppi sociali più o meno allargati, e sull’uso di risorse non unicamente monetarie. Ma che succede quando l’impresa, o meglio, il sistema di imprese, ha successo sul mercato e il mercato locale non è piu in grado di supportarne le nuove esigenze? Questa evoluzione può avere dinamiche molto differenti, ma tre sembrano essere i possibili «punti critici».

49Come appare evidente in molti casi distrettuali, il successo stesso del distretto e la sua conseguente esposizione alla concorrenza internazionale possono comportare una «frattura», una differenziazione degli interessi delle imprese che occupano diverse posizioni nella filiera produttiva. Ne conseguono tensioni nei meccanismi tradizionali di regolazione locale dell’economia, tensioni che possono portare a una perdita di efficacia dei tradizionali strumenti di intervento a favore delle Pmi. Il dibattito che interessa da alcuni anni enti e associazioni di categoria in Emilia Romagna è in tal senso significativo. I tradizionali pilastri dell’intervento pubblico in quella regione, ovvero l’offerta di servizi reali e il rapporto fra enti pubblici e associazioni di imprese, sembrano non essere più in grado di rispondere alle esigenze di molte Pmi di successo: queste ultime, ben posizionate sui mercati esteri, sembrano infatti necessitare di supporti finanziari ad hoc.

50Una seconda situazione critica si può verificare quando sono le istituzioni creditizie ad avere successo e a perseguire strategie di sviluppo non più riferite al proprio «locale». Anche in questo caso vi possono essere molteplici configurazioni concrete, ma va tuttavia ricordata l’importanza delle banche per le Pmi, anche come strumento (pur improprio) per investimenti di medio-lungo periodo. Le imprese più dinamiche e quelle più marginali possono entrambe, per ragioni opposte, non trovare più interlocutori adeguati nel sistema creditizio: le seconde non saranno più considerate investimenti redditizi, le prime non troveranno quell’assistenza specializzata di cui hanno bisogno.

51Anche il passaggio da un sistema regolativo di grande impresa a un altro, di Pmi, può creare non pochi problemi: il caso del Canavese, ad esempio (Maglione et al. 1990), è riprova significativa di come un potenziale di risorse umane non riesca a far decollare un sistema di imprese per carenze gravi del sistema politico istituzionale. La stessa erraticità di atteggiamento del- l’Olivetti nei confronti dei propri fornitori locali (Michelsons 1989) costituisce testimonianza della traumaticità di un passaggio da un sistema di riferimento a un altro privo di regole.

52Il terzo punto critico concerne non più l’economia, ma la società. Regole condivise, progettualità imprenditoriale capace di mobilitare risorse sociali, abilità e aspettative «localizzate», costituiscono un sistema identitario la cui riproduzione non è mai data per scontata.

5. Conclusioni: neutralità del credito e strategie di mobilità sociale

53Nella sua recente introduzione al libro di Steindl «Piccola grande impresa», Giacomo Becattini solleva il problema della cosiddetta «neutralità del credito» (Becattini 1990); riprendendo lo stesso Steindl e Alfred Marshall, Becattini ipotizza l’importanza di un sistema creditizio neutrale rispetto al differente potere di mercato delle varie imprese, come elemento in grado di: tradurre in imprese l’offerta di imprenditoria presente in una società (funzione economica) e garantire quindi un consenso sociale al sistema capitalistico (funzione politica). Il consenso sarebbe garantito dal fatto che ad una fascia significativa, per quanto ristretta, di popolazione lavoratrice vengono offerte le opportunità per diventare proprietaria dei mezzi di produzione, in tal modo realizzando un obiettivo di emancipazione individuale, ovvero di mobilità sociale ascendente.

54Recenti studi storici su istituzioni creditizie tipiche di realtà cosiddette a industria diffusa sembrano confermare, peraltro, un’impressione altrettanto diffusa: che il credito non sia per nulla neutrale. Quanto emerge da tali studi, che abbiamo discusso nel precedente capitolo, è che:

  • molte istituzioni creditizie locali sono sorte con finalità di carattere extra-economico, supportate da ideologie di difesa della società locale, pre- o proto-industriale, nei confronti del mercato;

  • l’efficacia di tali istituzioni (accanto ad altre di carattere formativo ecc.) è stata fondamentale per favorire, se non perfino garantire, un processo di industrializzazione diffusa, a base endogena e con valorizzazione della cultura e del sapere tecnico locale.

55Naturalmente, è necessario operare una scansione tra fase di difesa/de- collo industriale di un’area e fase successiva, in cui il confronto con nuovi mercati ha imposto anche alle istituzioni creditizie «di difesa» di aderire e adeguarsi a nuove logiche, più prettamente «economiche». Ma, in ogni caso, si è trattato di istituzioni non neutrali ed efficaci nei confronti della micro-imprenditoria nella misura in cui non si ponevano gli «obiettivi di mercato» tipici della propria epoca.

56Due circuiti sembrano quindi compresenti: un circuito capitalista del credito che si valorizza con le operazioni effettivamente redditizie (finanziarie, con il pubblico e il grande capitale) e un circuito minore, spesso informale, di supporto a nuove iniziative apparentemente aleatorie e rischiose, in cui si intrecciano sfide imprenditoriali (la nuova idea) e motivazioni esistenziali (lavoro alternativo, mobilità sociale, obiettivi professionali).

57Indagini e intuizioni di economisti e sociologi sugli attuali sistemi di piccola impresa hanno fornito indicazioni preziose su cos’è il credito in queste aree: formalmente esso è analogo al credito istituzionale, ma la scala su cui opera è diversa e, almeno in parte, anche i criteri di impiego sono orientati a una più o meno generica progettualità della comunità locale anziché al mero calcolo di redditività dell’investimento. In questo quadro rivestono un’importanza fondamentale i rapporti di fiducia fra gli attori locali.

58Sotto il profilo della singola impresa, e secondo quanto dicono le teorie sulla natalità imprenditoriale, possiamo individuare due fasi, caratterizzate da due mercati di riferimento differenti: una prima in cui si tratta di far leva sulle potenzialità sociali disponibili per tentare l’avventura imprenditoriale, una seconda in cui si è ormai inseriti nel, e a confronto con il, mercato capitalistico, non più locale.

59In questa seconda fase, se da un lato subentrano elementi critici di carattere prettamente economico (l’impresa ha ormai una sua vita propria, scandita da regole competitive e gestionali piuttosto restrittive), dall’altro permangono, anche se solo sullo sfondo, alcuni vincoli e alcune determinazioni derivanti dalla prima fase - vincoli e determinazioni non necessariamente negativi se conciliabili con la logica d’impresa.

60Questa concezione dell’impresa minore embedded (Granovetter 1985) in rapporti sociali, che progressivamente si «sbozzola» assumendo, per necessità, sfide sempre più «economiche», cosi come il fatto che l’imprenditore con obiettivi di mobilità, di realizzazione di una idea, di continuazione dell’attività di famiglia, ecc., sia spesso privo di competenze «capitalistiche», implicano scelte e traiettorie di sviluppo non necessariamente coerenti con le necessità di mercato.

61Ciò premesso, dalla trattazione precedente sembrano emergere due suggestioni teoriche significative:

  • poche sono le imprese che diventano compiutamente capitalistiche, pochi sono gli imprenditori che diventano (scelgono di diventare e possono farlo) manager, svolgendo tale attività come una professione, entro un orizzonte sgombro da altre variabili; tuttavia il sistema capitalistico, tanto dal punto di vista economico quanto da quello del consenso sociale - questo è il messaggio di Becattini -, funziona proprio in virtù dei progetti e dei processi di mobilità sociale che si veicolano nella creazione di Pmi;

  • il mercato del credito non è neutrale perché - operando secondo logica finanziaria, di breve periodo - non ha alcun bisogno di clienti quali le Pmi, che al massimo possono rappresentare un investimento «sociale» in termini di consenso; le Pmi devono crearsi le proprie forme di finanziamento, soprattutto in fase d’avvio, mobilitando risorse sociali che, in modi e misure diversi, ne vincoleranno l’azione futura.

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Note

1 Il primo approccio sopra ricordato presuppone una concezione degli aspetti «sociali» come vincolo allo sviluppo economico: cattivo funzionamento delle relazioni sociali di mercato, cultura «arretrata» dell’imprenditore sono fra gli esempi più diffusi riportati in queste analisi. Il secondo, invece, si basa su una concezione della dimensione sociale come risorsa per lo sviluppo economico, in quanto sarebbe essa ad attivarlo, organizzarlo e regolarlo.

2 La mobilitazione di risorse per costituire un’impresa muove da un progetto imprenditoriale. Ad esclusione dei casi, relativamente rari, in cui l’imprenditore si pone l’obiettivo del profitto come ragione basilare dell’intrapresa, nel progetto imprenditoriale si intrecciano elementi attinenti la collocazione sociale dell’imprenditore ed elementi relativi alla sua «storia professionale». In altri termini, le motivazioni sottostanti alla decisione di divenire imprenditore ricomprendono in forma difficilmente districabile obiettivi di realizzazione professionale e obiettivi di mobilità - o consolidamento - sociale. La collocazione sociale dell’imprenditore, nel suo doppio significato di posizione di classe (ex operaio, figlio di imprenditori, ecc.) e di network di rapporti in cui si trova inserito, contribuisce a determinarne aspettative e abilità e a definire l’orizzonte di riferimento delle sue scelte come titolare di un’impresa.

3 R. Boudon, L’ideologia, Einaudi, Torino, 1991, pp. 10-12.

4 S. Brusco, Piccole imprese e distretti industriali, Rosenberg e Sellier, Torino, 1989, pp. 484-485.

5 M. Ciambotti, I processi di transizione imprenditoriale nelle imprese familiari di minore dimensione, «Small Business», 1991, pp. 22-23.

6 Se è vero che la singola impresa - soprattutto se è piccola e/o nuova - non ha grande potere di strutturare il mercato in cui si colloca, è però anche vero che la struttura di ogni mercato è fortemente determinata dal tipo di rapporti fra imprese e di regolazione istituzionale dell’economia che la contraddistinguono. Questi elementi sono, sotto molti aspetti, assai più importanti del settore industriale, del tipo di prodotto o delle traiettorie tecnologiche, nel definire le prospettive di crescita di un’azienda new comer. In altri termini, sono le specifiche forme di scambio fra attori economici, i rapporti di potere che li uniscono e le norme che ne orientano le scelte a determinare, più del, o in stretta connessione con il, calcolo economico, l’orizzonte strategico dell’imprenditore.

7 G. Dei Ottati, II finanziamento dello sviluppo locale, intervento presentato al Convegno «Possibilità e limiti dello sviluppo locale» organizzato dall’lRIS Prato, Firenze, 16-21 settembre 1991, p. 10.

8 Si confronti il saggio di R. T. Harrison e C. M. Mason, «Reti di investimento informale: il caso del Regno Unito», di prossima pubblicazione nel volume dei Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti citato alla nota 1.

9 A. Polsi, Prima della Banca d’Italia. Spinte unificanti e resistenze regionali, «Meridiana», 1992, n. 14, pp. 30-31.

10 Ibid., p. 31.

11 Si confronti il saggio di J. Saglio, «Razionalità economica e preferenze identitarie: il distretto industriale di Oyonnax», di prossima pubblicazione nel volume dei Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti citato alla nota in calce alla prima pagina del testo.

12 Cfr. E. Sik, Mercati, scambio di lavoro e stato socialista: il caso ungherese, in A. Bagnasco (a cura di), l’altra metà dell’economiay Liguori, Napoli, 1986 per un meccanismo sociale simile in Ungheria, lo «scambio di lavoro», progressivamente estesosi dalle attività agricole all’economia informale nell’epoca del socialismo reale.

13 In Italia, un caso simile è costituito dall’Emilia Romagna: cfr. S. Brusco, E. Righi, Locai government, industrial policy and social consensus in Modena, «Economy & Society», 1989, n. 4.

14 C. Sabel et al., Regional prosperities compared, «Economy & Society», 1989, n. 4, p. 395.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Angelo Michelsons, «Mercato informale del credito e piccola impresa»Quaderni di Sociologia, 6 | 1993, 106-125.

Notizia bibliografica digitale

Angelo Michelsons, «Mercato informale del credito e piccola impresa»Quaderni di Sociologia [Online], 6 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5727; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5727

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Angelo Michelsons

CESDI - Torino

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