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teoria e ricerca

Il tempo delle ragazze

Simonetta Tabboni
p. 89-105

Abstract

This research sets out to analyse the conception of time held by young women, a cultural indicator par excellence, for an appraciation of the most complete and far-reaching aspects of youthful culture in the feminin.
The attitudes of young women toward the two fundamental times marking out their lives - the time for work and the time for love - brings to light a new mode of adhering to the principles of modernity, of bringing its purpose to fullfillment. The present is their preferred temporal dimension because their motivation is ambivalent. They seek a balance between themes - rationalization and subjectiva- tion - which, though discordant, are, none the less, essential for establishment of their identity.
The latest arrivals on the scene of male culture, though traditionally the ones who undertake the care of family life, young women seem the best equipped to face a world in which those who only pursue the most celebrated ideas of modernity must inevitably encounter insuperable obstacles of meaning.

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Testo integrale

Introduzione

1Un'abbondante letteratura sociologica, storica, antropologica ha seguito le orme della sociologia classica nel descrivere la concezione del tempo della modernità come pienamente coerente a quei valori, a quelle modalità d'interazione che in tanti modi ne segnano la distanza dal mondo antico.

2Se la modernità è stata prevalentemente interpretata come regno della razionalizzazione, dei rapporti di Gesellschaft, della solidarietà organica, il tempo moderno è stato rappresentato come prevalentemente matematizzato, privo di ogni «qualità», per soddisfare le esigenze organizzative e produttive di una società complessa. La cultura della modernità avrebbe avuto tra i suoi pilastri un tempo mercificato, decontestualizzato dai fenomeni naturali, privato dei significati magici, estatici, edonistici che ne formano la ricchezza in altre culture.

3Il tempo moderno, soprattutto per ciò che riguarda il prevalere del futuro sulle altre dimensioni della temporalità, la svalutazione del «quotidiano» come luogo della ripetizione e della riproduzione, si presterebbe particolarmente a mettere in evidenza i soverchianti caratteri di razionalizzazione che la modernità introduce nell'ambito dei rapporti umani.

4Del tempo moderno come della modernità è stata ripetutamente dichiarata la crisi. Di entrambi e in piena coerenza sono stati denunciati gli esiti di unidimensionalità, d'impoverimento delle migliori capacità umane, di repressione della spontaneità e cancellazione dell’esperienza.

5Di fronte ad un consenso apparentemente così generale, può essere utile avanzare qualche interrogativo.

6È corretto identificare la modernità con il prevalere della sola razionalizzazione e obiettivizzazione, della logica del mercato contro la logica dei sentimenti, del tempo del progetto contro il tempo dell'esperienza, del polo freddo della Gesellschaft contro il polo caldo della Gemeinschaft?

7Non saranno questi aspetti della nuova concezione del mondo, che si afferma lentamente a partire dal XVII secolo in Occidente, solo una parte della modernità, solo una delle sue due facce, quella più vistosa e riconosciuta perché legata alla sua anima scientifica, tecnica, capitalistica, all’impatto culturale del pensiero illuminista più semplificatore?

8È stato recentemente sostenuto in modo convincente che la modernità, già nei suoi primi movimenti come nei suoi più recenti esiti, si afferma non solo come razionalizzazione e obiettivizzazione ma anche come rivendicazione della libertà del soggetto e soggettivizzazione, non solo come tensione verso il futuro, ma come attenzione e concentrazione sulle scelte imposte dal presente. [Touraine 1993]

9Una recente ricerca sulla concezione del tempo delle giovani donne, sul loro modo di organizzare e di attribuire significato al tempo del lavoro, della carriera e al tempo dell’amore, della famiglia, dei rapporti amicali fornisce una testimonianza a favore di quest’ipotesi che è del resto ampiamente fondata storicamente.

10Un’elevata percentuale del campione di ragazze intervistate, debolmente correlata con le fasce d’età, con il livello d’istruzione e di status, adotta un modo di rapportarsi decisamente innovativo nei confronti delle due sfere fondamentali della vita, l’amore e il lavoro, un modo che può essere facilmente dedotto dai loro atteggiamenti e comportamenti nei confronti del tempo quotidiano. Questo modo può essere considerato pienamente, compiutamente moderno se per moderno intendiamo la rottura di qualsiasi principio monistico, l’accettazione della dualità del mondo, la tensione a vivere cercando di tenere insieme le due anime della realtà umana, quella razionale e quella emotiva, di non separare, pur riconoscendone la reciproca irreducibilità, la logica degli interessi e quella delle passioni.

L'oggetto della ricerca

  • 1 La ricerca ha impegnato, fra il 1986 e il 1989, un gruppo di lavoro i cui componenti - Anna Rita Ca (...)

11I risultati che qui presento fanno parte di una più ampia ricerca1 iniziata nel 1980 sulla cultura giovanile. L’idea era che la concezione del tempo potesse essere un indicatore culturale complessivo più soddisfacente rispetto agli indicatori fino ad allora considerati - i giovani e la famiglia, i giovani e il lavoro, i giovani e lo studio - nel fornire una visione d’insieme di ciò che stava cambiando in quegli anni nell’universo giovanile metropolitano.

12L’interesse per i giovani era particolarmente vivo e giustificato in quella congiuntura storica segnata dall’uccisione di Aldo Moro, che sembrava chiudere un’epoca, dalla fine dei movimenti giovanili, dalla crescente indifferenza nei confronti dell’impegno politico.

13Dopo aver dedicato un anno alla ricognizione della letteratura esistente e alla formulazione delle prime ipotesi, abbiamo presentato questi risultati ad un gruppo di colleghi interessati agli stessi argomenti di ricerca, che ci hanno rivolto una critica importante. L’impianto teorico cui facevamo riferimento, le categorie cui intendevamo riferirci per procedere alla ricerca empirica, intervistando in profondità venti ragazzi e ragazze fra i 16 e i 25 anni, sarebbero stati più adatti ad esplorare le modalità dei giovani maschi di rapportarsi al tempo piuttosto che quelle delle giovani donne. Non sarebbe stato comunque corretto utilizzare gli stessi strumenti teorici per fare emergere la concezione maschile e quella femminile del tempo.

  • 2 La ricerca è stata pubblicata a cura di Alessandro Cavalli, col titolo II tempo dei giovani, Il Mul (...)

14Più perplessi che convinti, abbiamo comunque deciso di accogliere la critica, decidendo di limitare per il momento l’indagine ai soli ragazzi2; alcuni anni dopo abbiamo ripreso la ricerca dedicata alle ragazze utilizzando ancora una volta le interviste in profondità rivolte ad un campione rappresentativo di 100 ragazze fra i 16 e i 25 anni abitanti a Milano.

15La metodologia era qualitativa: alcune delle interviste sono state analizzate con un metodo che avevamo da poco appreso e che ci era sembrato illuminante, capace di sensibilizzarci a cogliere sfumature che sarebbero altrimenti sfuggite nella lettura individuale delle interviste. Nel frattempo avevamo infatti cominciato a lavorare tutti ad un’altra ricerca, in collegamento con gruppi dell’Università di Brema e di Louvain-la-Neuve, sui modelli culturali che emergono dal «racconto» dei giovani sul loro rapporto con il lavoro, usando la tecnica dell’ermeneutica collettiva elaborata da Oevermann e dalla sua scuola.

16Mantenevamo una riserva sulla possibilità di utilizzare il precedente impianto teorico e le tipologie che ci erano servite di guida alla precedente ricerca.

17Sembrava più importante, nel caso delle ragazze, impegnarsi a cogliere, più che la strutturazione /destrutturazione del tempo - il modello e il contro-modello dell’organizzazione del tempo del mondo moderno, nelle sue forme autonome o eteronome - il fenomeno che più colpiva nelle interviste e cioè il continuo intreccio di tempo soggettivo e di tempo oggettivo, di tempo dell’autorealizzazione e di tempo della responsabilità verso gli affetti.

L'ambito teorico: il presente, il quotidiano, l'ambivalenza di fronte alla scelta

18Uno stesso indirizzo di analisi accomuna, negli stessi anni, un sociologo, Niklas Luhmann, e uno storico, Reinhart Koselleck. Per Luhmann il futuro assume, nella concezione del tempo moderna, un ruolo di straordinaria importanza, che attutisce e oscura il sentimento del presente. Il futuro monopolizza ogni attenzione e preoccupazione, diventa aperto e funziona come «magazzino delle possibilità» (Luhmann, 1976: 131). La «puntualizzazione» del presente precede del resto di un centinaio d’anni questo mutamento della prospettiva temporale cosi caratteristico della modernità.

19Analogo il percorso di Koselleck, che sottolinea la correlazione, nella concezione del tempo della modernità fra l’idea di progresso, il posto privilegiato del futuro e la scarsa attenzione al presente. Quest’ultimo perde progressivamente d’importanza, si sottrae all’esperienza man mano che l’accelerazione del cambiamento concentra gli sforzi delle opere e delle fantasie sul futuro. (Koselleck, 1979).

20Se il discorso filosofico e sociologico sul tempo della modernità si apre su una problematica molto ampia che esula in gran parte dagli interessi di questa ricerca, la sua rilevanza ai fini dell’analisi delle modalità contemporanee di vivere il presente appare in piena luce quando si considera che la letteratura sociologica - che sottolinea la necessaria correlazione fra strutturazione consapevole del tempo presente e pianificazione del futuro - appare chiaramente influenzata da quella concezione della storia e del progetto.

21Le ricerche di Bourdieu (1968) Coser e Coser (1963), di Halbwachs (1966), di R. K. Merton (1984) e, indirettamente, anche quella di Le Shan (1952), Lamm, Schmitt, Trommsdorf (1976), Schneider e Lysgard (1953), muovono dal presupposto che, in assenza di gravi carenze nelle condizioni generali di vita, coloro che hanno la possibilità realistica di far progetti, vivano in funzione di questi ultimi, che la capacità di dar significato e di organizzare razionalmente il presente dipenda dalla chiarezza con cui si progetta il futuro, dal sentimento di controllo che si esercita su di esso, dalla gratificazione che si trae dalla contemplazione di un piano che struttura il tempo a venire.

  • 3 Cfr. Sciolla, 1983; Saraceno, 1988; Melucci, 1991. È bene sottolineare che l’approccio al tema dell (...)

22Non si è prestata molta attenzione alla grande quantità di decisioni significative che il presente propone, alla sua nuova, grande, centralità in un’epoca in cui, oltre ad oscurarsi l’orizzonte del futuro, si sono enormemente ampliate le possibilità di sperimentare identità diverse e composite, mentre il corso di vita e la giornata degli attori sociali assumono un andamento notevolmente complesso, simile alla navigazione fra continenti diversi3.

23Recentemente si è parlato di rivalutazione del presente, ma attribuendo a questo atteggiamento il senso prevalente di apertura alle occasioni, di rifiuto di un’identità stabile, quando non di evasione o di edonismo privo di prospettive.

  • 4 Le eccezioni sono rappresentate da A. Melucci (1983; 1991: 4960), da C. Saraceno (1988: 2396) e da (...)

24Raramente si è considerata la possibilità che il presente potesse essere rivalutato in un’ottica di arricchimento invece che di deprivazione esistenziale, che potesse presentarsi come il luogo privilegiato d’affermazione di un’identità dai molti volti, la scena prediletta di un attore sociale impegnato con pari energia su diversi fronti esistenziali4.

  • 5 Come conclude Paolo Jedlowski, aderendo alle posizioni di H. Lefebvre, ma tenendo conto di una molt (...)

- L’esperienza temporale cui si allude oggi col concetto di «quotidiano» è un prodotto della modernità, come è stato messo in luce da un’abbondante letteratura sociologica sull’argomento5.

25Anche se sono sempre esistite forme di organizzazione del tempo e di attività direttamente connesse alla riproduzione della vita materiale, l’idea della sostanziale assenza di scelte e di grandi momenti nella vita di ogni giorno, del suo quasi meccanico ripetersi, prendono forma e si diffondono solo nel corso dell’Ottocento. (Jedlowski, 1986: 30-46; Tabboni, 1988: 59-114).

26Presente e quotidiano, pur essendo concetti diversi, subiscono, nella rappresentazione del tempo delle società moderne, un analogo destino di svalutazione: come il presente tende ad annullarsi nell’ottica della «futurizzazione», così il quotidiano tende a divenire il luogo dell’irrilevanza, dell’assenza di storia, il tempo in cui, per definizione, non può accadere alcun fatto degno di rilievo.

27Quando si sceglie, quando si è costretti a decidere, con un lavoro oneroso di consapevolezza intellettuale e affettiva quali comportamenti e atteggiamenti ci rappresentino più adeguatamente, quando l’identità viene messa in gioco, si abbandona il territorio benevolmente insignificante del quotidiano per inoltrarsi in quello ben più impegnativo della storia, sia personale che collettiva.

  • 6 Mi limito a citare i lavori più noti all’interno del dibattito: Elster (1983; 1983a; 1983b; 1989), (...)

- Negli ultimi dieci anni, si è fatto più intenso il dibattito sociologico intorno ai diversi tipi di razionalità che l’attore sociale adotta per arrivare ad una scelta6.

  • 7 Come nota Birgitta Nedelmann, «A differenza della maggior parte dei sociologi moderni, i grandi soc (...)

28Non molti degli studi prodotti sull’argomento, tuttavia, hanno dato sufficiente risalto al fatto che ben raramente la scelta viene compiuta in base ad una motivazione univoca7.

29Come buona parte dei «classici» ha invece sottolineato, l’attore sociale sceglie molto spesso all’interno di un campo di opzioni rispetto alle quali prova sentimenti ambivalenti (Calabro, 1993).

  • 8 A proposito dell’analisi simmeliana della moda, Nedelmann osserva che: «... In questo contesto, la (...)

30Nell’interazione sociale l’attore si trova in una situazione di normale incertezza fra corsi d’azione che si presentano come ugualmente desiderabili perché diretti a soddisfare bisogni opposti ma parimenti fondamentali8.

31La teoria della scelta razionale - che presuppone che l’attore sia pienamente in grado di valutare vantaggi e svantaggi che gli derivano da una certa linea di condotta e che fra le diverse linee di condotta possibili ne esista una sola in grado di assicurare la massima soddisfazione, conduce, paradossalmente, a ritenere tanto più razionale quel tipo di scelte su cui la razionalità dell’attore, il suo esercizio di confronto e di correzione dell’identità, si esercita assai poco. (Cavalli, 1989: 206).

32La scelta «razionale» coinciderebbe con una scelta ovvia, che non richiede particolari sforzi e confronti fra corsi d’azione alternativi.

33Le ragioni per cui, secondo una certa linea di riflessione sociologica un attore può trovarsi nella condizione di agire sulla base di motivazioni ambivalenti sono, al contrario, estremamente numerose.

34L’ambivalenza è iscritta negli apriori che rendono possibile la vita sociale, nei processi attraverso i quali procede l’attività conoscitiva (Simmel, 1908), nelle strutture normative che prescrivono comportamenti e atteggiamenti incompatibili (Merton, 1976), negli habitus che richiedono un controllo e una repressione continua della spontaneità, nelle istituzioni del potere (Elias, 1982).

  • 9 A questo tema è dedicata la tesi di dottorato di Anna Rita Calabro, L ’ambivalenza sociologica, 199 (...)

35Tutte queste analisi, che non è qui possibile considerare in modo più approfondito9, convergono nel sottolineare l’ambivalenza dell’attore di fronte ai corsi alternativi dell’azione che può intraprendere, ai bisogni incomparabili che vorrebbe contemporaneamente soddisfare.

  • 10 Sono innumerevoli le analisi simmeliane del ruolo che l’ambivalenza gioca nelle interazioni umane. (...)

36Simmel è senza dubbio, fra i classici, colui che ha dato più spazio all’analisi dell’ambivalenza che presiede a gran parte degli orientamenti umani all’azione e che più ne ha approfondito le conseguenze sulla interazione sociale10.

37Come ha notato Nedelmann, «Egli considera la vita sociale come un campo di battaglia che viene conteso testardamente, un centimetro alla volta, da entrambi i principi (ambivalenti N.d.A.) (Simmel, 1986; 40; Simmel, 1971: 296). Nell’interazione sociale, i soggetti tentano di soddisfare i bisogni di riposo e movimento, integrazione ed isolamento, opposizione ed obbedienza, libertà ed obbligo... Nella loro ambivalenza, essi scatenano processi che originano da sè il proprio impulso e continuano all’infinito, dato che la struttura dei bisogni è ambivalente e per definizione irrisolvibile» (Nedelmann, 1989: 572).

38L’ambivalenza analizzata da Simmel mette a fuoco i casi in cui bisogni vengono soddisfatti contemporaneamente.

  • 11 Secondo Nedelmann, che collega l’analisi dell’ambivalenza a quella dei processi autonomi (di Eigend (...)

39Anche se l’ambivalenza è presente nella maggior parte dei quadri cognitivi-affettivi da cui muove la scelta umana e si impone quindi come un tema che non può essere sottovalutato da qualsiasi teoria dell’azione, la sua crucialità diventa evidente quanto più si generalizzano quelle relazioni d’interdipendenza che definiscono una società come «complessa»11.

40Se per tutti i giovani che si preparano oggi ad assumere il ruolo adulto le motivazioni all’azione non possono che essere ambivalenti in un elevato numero di casi, data l’odierna «eccedenza di cultura «(Rositi, 1983), per le giovani donne l’analisi dell’ambivalenza davanti alle scelte, si propone in termini molto specifici e risulta decisiva per la comprensione del loro rapporto con la temporalità. (Saraceno, 1988).

41La definizione del ruolo femminile porta oggi i segni di un’evidente ambivalenza sociologica (Merton, 1976).

42La forma principale di ambivalenza sociologica, il core-type, si ha, secondo Merton, quando «aspettative normative incompatibili coesistono in un singolo ruolo o in un singolo status sociale» (Merton, 1976: 6).

43L’ambivalenza psicologica può quindi trarre alimento da una fonte strutturale, nel senso che «sentimenti, convinzioni e azioni che rimandano al concetto di ambivalenza psicologica possono essere parzialmente compresi come risposte ad un conflitto iscritto nella struttura sociale e in modelli di situazione» (Merton, 1976: 19).

44Merton elenca sei tipi di ambivalenza sociologica che derivano dalla prima e principale ora descritta.

45Per l’analisi del ruolo femminile è certamente la seconda a rivestire maggiore interesse: l’ambivalenza ha origine, in questo caso, dal conflitto che si crea fra le varie posizioni sociali che ad un individuo può accadere di occupare. Quando la presenza femminile sul mercato del lavoro, ad esempio, diventa molto consistente o pari a quella maschile, allora non può che nascere un conflitto fra le aspettative che la donna si trova a dover fronteggiare come responsabile della cura della famiglia e come responsabile del proprio posto di lavoro.

46Diversamente da Parsons che ritiene che, di fronte a questo tipo di conflitto, l’attore sia guidato alla scelta da una norma dominante, e che quindi il conflitto si componga con l’accertamento di una priorità, Merton si serve del concetto di ambivalenza sociologica per delineare la forma di un processo: «Dal punto di vista dell’ambivalenza sociologica, possiamo interpretare un ruolo sociale come organizzazione dinamica di norme e contro-norme, non come una combinazione di attributi dominanti». Accade così che «le norme principali e le contro-norme secondarie governino alternativamente il comportamento producendo ambivalenze» (Merton, 1976: 17).

47L’analisi mertoniana dell’ambivalenza approda così alla descrizione di un comportamento oscillatorio che costituisce la più frequente risposta dell’attore di fronte ai conflitti iscritti nel ruolo: dato che queste norme non possono simultaneamente trovare espressione nel comportamento, accade che si esprimano in oscillazione di comportamenti...» (Merton, 1976: 8); «... per far fronte dinamicamente ai mutevoli bisogni della relazione, vengono attivate alternativamente norme differenti e contraddittorie..» (Merton, 1976: 18).

48L'oscillazione fra atteggiamento e comportamenti antitetici è così, spesso, il risultato dell’adesione alterna, da parte dell’attore, alle norme e alle contro-norme che regolano il suo ruolo.

49Ritorniamo ora all’analisi del ruolo sociale femminile nella società contemporanea: non c’è dubbio che oggi vengano indicati alle donne, a tutti i livelli del processo di socializzazione, valori, norme, modelli di comportamento ben difficilmente conciliabili. Adottando l’ottica mertoniana, possiamo dire che l’ambivalenza sociologica ha buone probabilità di affermarsi, nei comportamenti e atteggiamenti femminili, di fronte alla prescrizione di norme e contro-norme apertamente in conflitto.

50Il ruolo femminile richiede oggi l’adempimento, da parte della stessa persona, con lo stesso livello di cogenza, di funzioni pubbliche e private, strumentali / di mercato / professionali e affettive/famigliari/di «cura».

La ricerca dell’equilibrio e la priorità del presente

51Gli strumenti teorici costruiti per analizzare la modernità e la concezione del tempo che la caratterizza si adattano solo in parte a descrivere il modo in cui molte ragazze organizzano e vivono il tempo quotidiano.

52La maggior parte delle ragazze agisce in funzione del presente, introduce importanti note di particolarismo e affettività all’ interno del proprio tempo di lavoro nonché importanti note di razionalizzazione nella gestione degli affetti, facendo del quotidiano la scena di una continua riflessione sulle scelte fonda- mentali dell’esistenza, alla ricerca di elementi di connessione fra ambiti di significato diversi e contrastanti.

53Così Marilena, 23 anni, studentessa d’architettura-lavoratrice e Maria Luisa, 21 anni, estetista, il cui tempo quotidiano è densissimo d’impegni sia lavorativi che affettivi, esprimono la loro reticenza a parlare di futuro e di progetti:

«Non faccio progetti, come si fa a far progetti? Io cerco di realizzare parecchie cose ogni giorno, pensandoci, rifiutando quello che non mi va, mettendocela tutta nelle cose in cui credo...mah... i progetti... io posso dire che ci provo, tutti i giorni ci provo... no... no non ho progetti…forse non ci credo proprio ai progetti...».

«Quando ero piccola facevo i progetti, adesso, francamente, non ci credo più, ho quasi paura che porti rogna... mi sembra meglio darmi da fare tutti i giorni per non arrivare a sera con l’impressione che mi manchi qualcosa...»

54La giornata di queste ragazze può essere rigorosamente strutturata temporalmente, anche in assenza di un progetto, o sulla base di un progetto espresso con molta reticenza, che viene continuamente verificato nella sua capacità di «tenuta» nel presente.

55Il fatto che la loro vita sia dominata dall’esigenza di realizzarsi rispetto a due temi esistenziali dissonanti e non gerarchizzati, il fatto che esse affrontino con lo stesso impegno operativo, con lo stesso coinvolgimento emotivo, le richieste della vita professionale e quelle della vita affettiva, non può che far convergere sul presente, nella maggior parte dei casi, tutta la loro energia e attenzione.

56Scegliere, decidere di separare ciò che potrebbe restare unito, dividere ambiti di significato disegnandone nettamente i confini per il futuro, è un’operazione che la maggior parte delle ragazze cerca di evitare perché pienamente consapevole dei costi che le grandi scelte esistenziali comportano e per una diffusa avversione a sottomettersi ai dettati normativi dominanti nelle diverse sfere sociali in cui sono chiamate ad operare.

  • 12 Sono le ragioni ampiamente illustrate da Carol Gilligan (1987) nel suo famoso saggio sull’orientame (...)

57Le stesse ragioni per le quali le ragazze tendono ad evitare una logica astratta nell’applicare il giudizio morale12, a non aderire univocamente a principi universalistici, le induce a fare del presente una sorta di laboratorio di riflessione-sperimentazione su circostanze e rapporti, a riconoscersi contemporaneamente oppure successivamente in atteggiamenti e comportamenti che la cultura egemone impone come alternativi e separati, ciascuno destinato alla sfera istituzionale che lo prevede.

58Per questo il presente, il momento in cui si può tentare l'affermazione di istanze opposte o in cui si compie una scelta reversibile, assume tanta importanza, viene così tenacemente messo alla prova e accompagnato da uno scrupoloso lavoro di assunzione delle proprie responsabilità di soggetti.

59All’ambivalenza strutturale che definisce oggi il ruolo femminile, la maggior parte delle ragazze non reagisce operando una scelta ed eliminando uno dei poli dell’ambivalenza.

60Anche se alcune di loro si sottomettono a questa dolorosa mutilazione esistenziale, molte altre assumono consapevolmente l’ambivalenza, mentre altre ancora ne esibiscono inconsapevolmente le tracce.

61Questo tenace attivarsi per tenere insieme ciò che si presenta separato, questo lavoro di composizione di elementi che si presentano come reciprocamente estranei nella cultura dominante ha il senso di una ricerca d'equilibrio che costituisce la fonte della ricchezza ed imprevedibilità del quotidiano delle giovani donne. L’ambivalenza femminile non è interpretabile che in una minoranza di casi come semplice conseguenza dell’ambivalenza strutturale iscritta nel ruolo della donna contemporanea, come adattamento ad un modello di vita che penalizza la donna. Il segno dell’iniziativa è quasi sempre ben visibile nel lavoro di opposizione - che la maggior parte delle ragazze compie - nei confronti degli universi culturali in cui si trova ad agire, cercando di far valere, contro di essi, anche gli orientamenti che provengono da altri universi.

62Il modo in cui tante ragazze lottano per non essere assorbite in modo totalizzante dai due sistemi temporali fra cui si distribuisce la loro giornata rivela una precisa intenzionalità, la scelta di tenere insieme ciò che nei tempi sociali si presenta diviso da invalicabili confini, di soddisfare le richieste di «razionalità» del mondo dello studio-lavoro insieme alle richieste di «cura» del mondo degli affetti, senza relegarle all’interno di spazi/tempi diversi.

  • 13 Seguendo quindi il modello simmeliano dell’ambivalenza.

63Non tutte le ragazze che cercano di comporre i tempi dissonanti della loro giornata e che assumono l’ambivalenza seguono la stessa via. Alcune privilegiano un’immagine sostanzialmente relazionale, centrata su un rapporto soddisfacente con gli altri, pur all’interno di una attività quotidiana dal ritmo molto sostenuto, che soddisfa pienamente i requisiti di «razionalità»: affermando quindi contemporaneamente la loro lealtà verso universi eterogenei e soddisfacendo bisogni contradditori13.

64Ancora Marilena e Nicoletta, 22 anni, impiegata dicono:

«Studio e lavoro circa quattordici ore al giorno, ho fatto i conti... Faccio molta fatica, ci sono momenti difficili, anche umilianti, qualche volta, coi tempi che corrono... Però lavoro in un gruppo di amici, dove c’è anche Filippo, il mio ragazzo. Ci conosciamo, ci stimiamo, abbiamo in testa le stesse cose e ci crediamo. Con Filippo le cose vanno bene anche per questo... Spesso mettersi a lavorare insieme ad un progetto è come andare in vacanza insieme... Oddio, forse ho un po’ esagerato, però è proprio fonda- mentale per me che il lavoro sia questa cosa, che ci siano dentro anche i sentimenti... Mi hanno sempre fatto paura le persone tutte lavoro, tipo mio padre o «Il posto delle fragole», sai...
«Lavorare mi piace, non è che sto in ufficio aspettando di uscire. Quello che veramente mi piace nel lavoro è il contatto con la gente. Molto famigliare. Mi sento a mio agio... Anche di me, quello che mi piace di me stessa, è la mia disponibilità verso gli altri... un buon lavoro c’è già se hai un buon rapporto con la gente, io non posso fare altrimenti, sennò mi angoscio...»

  • 14 In questo caso si segue invece il modello mertoniano d’ambivalenza.

65Altre ragazze esprimono l’ambivalenza nei confronti dei due grandi temi esistenziali in comportamenti oscillatori14, in cui i due ordini temporali conflittuali ottengono alternativamente la precedenza. Nel corso del tempo dedicato allo studio o al lavoro si registra una sorta di movimento pendolare fra momenti in cui prevale il tempo «qualitativo» degli affetti e momenti in cui l’attenzione è completamente assorbita dalle esigenze del lavoro o dello studio.

66Ancora Maria Luisa e Silvia, 22 anni, studentessa di ingegneria dicono:

«A me piace molto il mio lavoro, lavoro bene, ho fatto una scuola di tre anni, della Provincia, molto qualificante. Quando ho una cliente, e ci sono giorni in cui ne faccio proprio tante, mi lascio completamente assorbire, mi sembra quasi di dimenticare tutto. Però poi non è vero, perché ogni tanto stacco, faccio due chiacchere per combinare qualcosa per la sera, telefono a Luigi che non vorrebbe parlare di faccende personali quando è al lavoro, ma per me è necessario, e allora lo costringo, invento qualcosa per scuoterlo, così mi ricarico. Io credo proprio che se non ci fosse Luigi che mi va proprio bene e che cerco in tutti i modi di far andar bene, non ce la farei a lavorare tanto...»
«Fra università e studio a casa, io finisco per lavorare un numero di ore assurdo, però mi piace, anche se non faccio più sport, anche se non riesco mai a fare la ceretta... Tutti i momenti liberi sono per Michele, ci divertiamo un casino insieme... ridiamo come cretini, come i compagni di banco... Michele lo penso come una cosa leggera, ma invece è pesante, in senso buono... voglio dire che per me lui è importante come ingegneria e che mi pone tutti i giorni quasi gli stessi problemi... ridiamo molto ma litighiamo e ci fraintendiamo anche molto... ogni giorno devo trovare qualche soluzione per noi, per fortuna lui collabora... La mia giornata è così... un po’ a studiare e un po’ a litigare e a ridere con Michele... dormo poco e sono spesso stanchissima... ma non c'è male, per il momento...»

67Anna, 24 anni, fa l'operaia tessile, ha una bambina di due anni e dice:

«Il mio lavoro mi piace, poi sto bene con le altre ragazze, siamo amiche, però devo mandare la bambina al nido. Piero sto quasi tutto il giorno senza parlargli e mi fa soffrire... io vorrei non tagliare così la comunicazione. Io gli telefono, intrallazzo, ma non sempre ci riesco a parlare come vorrei... Il mio ideale sarebbe lavorare in casa con un'amica o due che ci starebbero, fare le magliaie, così potrei ogni tanto dare un’occhiata alla bambina, passare mezz’ora con lei, fare la corte a Piero... non credo che lavorerei meno, anzi... potrei trovare i soldi per comprare le macchine».

68Nei casi qui considerati, le ragazze sembrano essersi allontanate da quel modello della «doppia presenza» che le loro madri avevano seguito nel loro percorso di «emancipazione». Se la «doppia presenza» significava accettare un doppio impegno, una doppia vita, dividersi dolorosamente in due nel corso della giornata, rispettando in certi tempi/luoghi le regole della razionalizzazione imperanti nel mondo del lavoro, mentre in altri tempi/luoghi ci si prodigava negli impegni di «cura», la non volontà di scegliere di queste ragazze, il loro sforzo di riunire tempi incompatibili mantenendoli in reciproca tensione, richiede ovviamente una fantasia e una forza notevoli, ma non prevede la scissione, il trauma del passaggio da un mondo all'altro. In molti casi le ragazze lasciano chiaramente capire che la loro giornata tutta intera è dominata da un doppio disegno esistenziale, che non accettano l'imposizione alienante di vestire i panni di due personaggi su scene teatrali in cui le parti non potrebbero essere più dissimili. Il loro personaggio è uno e il rischio di scissione è tanto minore quanto più lo sguardo rimane fisso sul presente, su un quotidiano in cui si riesce a rispondere sia dell’autorealizzazione sentimentale che di quella professionale.

Conclusioni

69L’indicatore «concezione del tempo» mette in piena luce la fisionomia di soggetti che sembrano spesso in grado di stabilire un rapporto finora poco previsto e tematizzato con le fondamenta culturali del mondo moderno, di fornirne un'interpretazione originale, più ricca di possibilità di sviluppo, meno unidimensionale di quella che regna nella sfera della cultura oggettiva, tradizionalmente «maschile».

  • 15 Come ha recentemente sostenuto Alain Touraine «Quanto più l’ideologia modernista si è disinteressat (...)

70La modalità di interpretazione alternativa della modernità che questa ricerca individua come femminile, ma che potrebbe caratterizzare anche molti giovani maschi - apre un discorso di notevole interesse su una nuova capacità di far convivere e interagire due facce della modernità che sono per lo più state separate, sia nella riflessione teorica che nella coscienza individuale prevalente dei contemporanei15.

71Lo sforzo che molte ragazze compiono per tenere insieme, nel loro tempo quotidiano, razionalizzazione e relazionalità, logica strumentale e logica del desiderio, si configura come una novità tutt’altro che trascurabile nel panorama culturale contemporaneo.

72Nei frequenti casi in cui questo esercizio d’integrazione e di equilibrio fra temi esistenziali incompatibili è coronato dal successo, ciò che le ragazze ottengono sembra avvicinarsi a quell’ideale di «nuova sintesi» proposto da Thompson nel suo famoso saggio «Tempo, disciplina del lavoro e capitalismo industriale» (1982). Al termine di quel saggio in cui analizza l’impatto traumatico del tempo moderno, disciplinato, produttivistico, mercificato sul tempo premoderno sregolato, ancora strettamente congiunto all’attività umana e ai suoi ritmi, Thompson si augura che le società umane sappiano, nel futuro, riattualizzare, ovviamente trasformandole e adattandole ai nuovi bisogni, esperienze temporali del passato. Quelle esperienze sono state troppo semplicemente cancellate nel corso della vittoriosa colonizzazione portata a termine dal tempo moderno e occorre oggi una «nuova sintesi» che innesti il nuovo tempo quantitativo della macchina sul vecchio tronco del tempo qualitativo dell’esperienza, della spontaneità, della fantasia, recuperando dimensioni ormai perdute del vissuto temporale senza rinunciare alle conquiste della moderna rivoluzione del tempo.

73Anche se il concetto hegeliano - marxiano di sintesi non si adatta a dar conto dell’opera femminile di ricerca di difficili equilibri, dell’ambivalenza verso i diversi codici temporali, non c’è dubbio che il disegno complesso del quotidiano di molte ragazze presenti notevoli somiglianze, almeno per ciò che riguarda la convivenza di tempi diversi, con l’ideale proposto da Thompson.

74L’invenzione delle ragazze, il risultato della loro capacità d’opposizione, diversamente dall’auspicata sintesi di Thompson, vengono sollecitati da una contraddizione fra tempi dissonanti che non è destinata a risolversi, ma a riproporsi continuamente negli stessi termini, anche se ad un altro livello.

  • 16 Cfr. Nedelmann, 1989.

75Accade infatti molto spesso, nei casi in cui il soggetto sperimenta una forte ambivalenza nei confronti di ambiti significativi della sua vita sociale - ciò che accade alle ragazze nei confronti del tempo obiettivo delle istituzioni dello studio e del lavoro - che da quell’ambivalenza si sviluppi un processo che si autoalimenta riproponendo continuamente le stesse antinomie a diversi livelli16.

76La nuova sintesi di Thompson viene quindi realizzata da parecchie ragazze, ma solo nel senso che esse perseguono, accettano, si sforzano di far convivere nella loro giornata dissonanze temporali che in realtà appartengono a pieno titolo alla cultura della modernità.

77Dato lo stretto legame che esiste fra identità e progetto, la maggior parte delle ragazze, poste di fronte all’esigenza di rispondere con le opere e attraverso il riconoscimento altrui, alla domanda «chi sono?» si impegnano a portare in scena un personaggio che risponde ad istanze ed esigenze tanto fondamentali, quanto antitetiche, senza in molti casi neppure pretendere di separarle. Anche se le esigenze sono incompatibili, il conflitto che ne nasce non porta necessariamente ad una contrapposizione, ma molto più spesso alla consapevolezza, più o meno accentuata e sviluppata, di una tensione, intorno alla quale si organizza il nocciolo di un’identità che non si pone una meta definitiva ma si nutre di continue acquisizioni e ridefinizioni.

78Secondo Touraine «... la modernità è stata troppo a lungo definita unicamente come razionalità strumentale, dominio sul mondo fornito dalla scienza e dalla tecnica. Questa visione razionalista non fornisce che un’idea parziale della modernità, piuttosto ne nasconde l’altra metà: l’emergere del soggetto umano come libertà e come creazione. Non esiste una figura unica della modernità, ma due figure protese l’una verso l’altra in un dialogo che ne costituisce il fondamento: la razionalizzazione e la soggettivizzazione. [Touraine, 1992: 240]. Se questo è vero, allora queste ragazze che s’impegnano a far convivere principi opposti, che mediano per tenere insieme l’autorealizzazione professionale e la responsabilità verso gli affetti, la ricerca del piacere e la logica del mercato, risultano dei soggetti a pieno titolo della cultura della modernità.

79Le critiche che da anni vengono rivolte ai principi cardine della modernità potrebbero condurre - piuttosto che nella direzione suggerita dal pensiero post-moderno - a valorizzare quelle forme di cultura che sono invece pienamente moderne, il cui centro è costituito da una ricerca di arbitrato fra principi opposti e complementari, dall’aspirazione a non aderire ad un solo ordine di valori fino alle sue estreme conseguenze.

80Possiamo considerare compiutamente moderni - non una nuova sintesi fra il vecchio e il nuovo come propone Thompson - ma quelle pratiche e quegli atteggiamenti che si sviluppano dall’accettata tensione fra i valori antitetici su cui è nata e si è sviluppata la modernità.

81Il mondo delle giovani donne, così come appare attraverso l’analisi della loro concezione del tempo, in particolare del loro rapporto quotidiano con la sfera pubblica dell’esistenza, restituisce i contorni di una cultura che mantiene in costante tensione i valori opposti senza dissociarli, che assume l’ambivalenza, che rifiuta la semplificazione del trionfo di un solo principio, come la sua integrazione col principio opposto.

82Le ragazze accettano per lo più lo sforzo di vivere privilegiando le situazioni fluide, conflittuali, di mediazione, accettando l’alterità delle due principali sfere esistenziali, ma nello stesso tempo ricercando ogni via praticabile per tenerle congiunte.

83Probabilmente perché sono le ultime arrivate nel mondo della cultura oggettiva della modernità, probabilmente perché la loro piena cittadinanza non è ancora raggiunta, probabilmente perché tradizionalmente si portano dietro un ordine di preoccupazioni - la relazionalità, la cura dei rapporti, il timore della separazione, il gusto della concretezza, l’abitudine ad esercitare forme alternative di potere - si trovano oggi meglio equipaggiate ad affrontare un mondo in cui chi segua fino in fondo le regole più celebrate della modernità non può che incontrare difficoltà insuperabili di senso.

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Note

1 La ricerca ha impegnato, fra il 1986 e il 1989, un gruppo di lavoro i cui componenti - Anna Rita Calabro, Celestino Colucci, Carmen Leccardi, Marita Rampazi, Simonetta Tabboni - sotto la direzione di Alessandro Cavalli da molti anni svolgevano un lavoro comune di studio sul tempo e i giovani. La parte di ricerca di cui si presentano qui i risultati riguarda il rapporto delle giovani donne con il lavoro e lo studio quotidiano. E stata pubblicata da chi scrive col titolo Costruire nel presente. Le giovani donne, il tempo, il denaro. Angeli, Milano 1991. Un’altra parte della ricerca, che verrà presto pubblicata per intero, è stata portata a termine da Marita Rampazi, nel volume Le radici del presente, Angeli, Milano, 1992.

Per ciò che riguarda il disegno della ricerca, la scelta del campione, i criteri seguiti nel corso dell’intervista, la sua durata, la griglia interpretativa utilizzata, l’influenza del metodo proposto da Zoll (1984), ispirato all’ermeneutica oggettiva di Oevermann (1979; 1983), si rimanda alle note metodologiche di Rampazi (1992: 155-6) e di Cavalli (1985: 37-45).

2 La ricerca è stata pubblicata a cura di Alessandro Cavalli, col titolo II tempo dei giovani, Il Mulino, Bologna, 1985.

3 Cfr. Sciolla, 1983; Saraceno, 1988; Melucci, 1991. È bene sottolineare che l’approccio al tema dell’identità degli autori citati differisce notevolmente.

4 Le eccezioni sono rappresentate da A. Melucci (1983; 1991: 4960), da C. Saraceno (1988: 2396) e da C. Mongardini (1989 e 1993).

5 Come conclude Paolo Jedlowski, aderendo alle posizioni di H. Lefebvre, ma tenendo conto di una molteplicità di altre fonti di ricerca, «Lo svilupparsi del capitalismo industriale, se da un lato provoca sensibili e massicce trasformazioni nelle condizioni di vita quotidiana, dall’altro provoca... la formazione di quello che potremmo chiamare un sentimento della quotidianità, precedentemente sconosciuto. Tale sentimento sembra presentarsi effettivamente per la prima volta in forma compiuta nella letteratura occidentale con il romanticismo tedesco; qui il quotidiano... tende ad assumere la valenza di qualcosa che è insieme prosaico ed insensato». (Jedlowski, 1986: 33).

6 Mi limito a citare i lavori più noti all’interno del dibattito: Elster (1983; 1983a; 1983b; 1989), Hacking (1983), Tuomela (1976), Boudon (1983, 1987, 1991); Ricolfi e Sciolla (1989); Harsany (1983); von Wright (1971); Addario (1989); Petitt (1978).

7 Come nota Birgitta Nedelmann, «A differenza della maggior parte dei sociologi moderni, i grandi sociologi del passato hanno sempre sottolineato il fatto che Fazione sociale si fonda di rado su interessi unici e non ambigui. Spesso gli attori sociali si trovano intrappolati in quello che Max Weber chiamava «lotta di motivi» (Weber, 1961,1, 9), che provoca un contrasto irrisolvibile. Quale che sia la parte che prevale nel conflitto, Forientamento dell’azione verso un insieme d’interessi avviene necessariamente a spese dell’insieme perdente. Qualsiasi azione intraprenda un individuo, un elemento della sua motivazione o interesse resta insoddisfatto - cosa che gli farà assegnare la precedenza a questo interesse negato la volta successiva. Ciò a sua volta danneggia l’interesse primario e così via. (Nedelmann, 1989).

8 A proposito dell’analisi simmeliana della moda, Nedelmann osserva che: «... In questo contesto, la metafora di Simmel del ponte e della porta sembra particolarmente appropriata. Come il ponte e la porta, la moda allo stesso tempo unisce e divide. Entrambe le funzioni sono necessariamente connesse. Il compimento della funzione unificante rappresenta la condizione per il compimento della funzione di divisione, e viceversa (Simmel, 1985, 31). Caratteristico della moda è che entrambe le funzioni vengano conservate simultaneamente..., che nessuno dei due poli dell’ambivalenza domini sull’altro... L’interrogativo posto dalla moda non è «essere o non essere; la moda è contemporaneamente essere e non essere» (Simmel, 1985, 37) (Nedelmann, 1989: 576-77).

9 A questo tema è dedicata la tesi di dottorato di Anna Rita Calabro, L ’ambivalenza sociologica, 1993, in corso di stampa.

10 Sono innumerevoli le analisi simmeliane del ruolo che l’ambivalenza gioca nelle interazioni umane. Per un’analisi di questo tema, vedi Calabro 1989; Nedelmann, 1989, 1991.

11 Secondo Nedelmann, che collega l’analisi dell’ambivalenza a quella dei processi autonomi (di Eigendynamic), a partire dall’affermazione del carattere processuale del concetto simmeliano di Wechselwyrkung (interazione sociale), il cui significato risulta più ampio di quanto non sia in grado di dar conto la traduzione: «Possiamo supporre che fenomeni sociali di questo tipo, che sono causati e costituiti da ambivalenze, diventino più comuni e importanti nella società moderna. Il fatto che le ambivalenze sociali diventino tratti strutturali di una società sempre più differenziata nei termini dell’organizzazione del lavoro sembra confermare questa ipotesi». (Nedelmann, 1989: 581; vedi anche 1980; 1984).

12 Sono le ragioni ampiamente illustrate da Carol Gilligan (1987) nel suo famoso saggio sull’orientamento morale prevalente fra le donne.

13 Seguendo quindi il modello simmeliano dell’ambivalenza.

14 In questo caso si segue invece il modello mertoniano d’ambivalenza.

15 Come ha recentemente sostenuto Alain Touraine «Quanto più l’ideologia modernista si è disinteressata al mondo delle relazioni interpersonali, giudicate inferiori alla partecipazione alle opere collettive, quindi al mondo del lavoro, tanto più il ritorno del soggetto si manifesta prima di tutto per l’importanza centrale che viene conferita alle relazioni d’amore e all’erotismo, inseparabilmente legate. La vita privata non è più rinchiusa nel regno nascosto - e gestito dalle donne - della riproduzione sociale, della trasmissione dell’eredità. Essa diviene pubblica perché la nostra cultura attribuisce altrettanta importanza all’affermazione e alla libertà del soggetto che al progresso tecnico e economico e alla capacità di gestire collettivamente i cambiamenti sociali». (Touraine, 1990).

16 Cfr. Nedelmann, 1989.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Simonetta Tabboni, «Il tempo delle ragazze»Quaderni di Sociologia, 6 | 1993, 89-105.

Notizia bibliografica digitale

Simonetta Tabboni, «Il tempo delle ragazze»Quaderni di Sociologia [Online], 6 | 1993, online dal 30 novembre 2015, consultato il 25 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5722; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5722

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