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controversie sociologiche/Concezioni della cittadinanza

Comprendere la “cittadinanza societaria”: risposte a Zincone e Nevola

Pierpaolo Donati
p. 179-184

Testo integrale

1Le osservazioni critiche di Zincone e Nevola colgono alcuni aspetti fondamentali della problematica e sollevano domande assai istruttive. Tuttala, non mi sembra che i due interventi abbiano veramente compreso il messaggio centrale del libro, che consiste nel proporre un’analisi sociologica delle discontinuità apertesi a proposito del concetto e della pratica della cittadinanza nel passaggio dalla società moderna alla società post-moderna. Se non si tiene conto di questo filo rosso, non si possono comprendere gli aspetti più particolari e analitici della trattazione. Inoltre, per comprendere il senso del discorso occorre aver presente la teoria generale della società, che chiamo relazionale, di cui questo volume è, in qualche modo, una applicazione.

2Fatta questa premessa, cerco di riassumere in poche righe le mie risposte ai due interessanti interventi.

3Vorrei innanzitutto fare alcune precisazioni. Il mio volume non è né una protesta contro il moderno, né tantomeno un appello alla tradizione, come afferma Zincone. ‘Protestare’ contro il moderno non avrebbe senso, come non lo avrebbe ‘protestare’ contro l’antico impero romano o contro il secolo XII o XVIII o quant’altro. Cerco invece di fare un’analisi della modernità per quanto riguarda successi e insuccessi agli effetti della sua stessa concezione della cittadinanza. E trovo, o almeno penso di trovare, alcune contraddizioni e alcuni limiti che, dentro il quadro di riferimento della stessa modernità, ritengo non siano sanabili o superabili. Sono queste contraddizioni e questi limiti (in particolare per quanto concerne la triade centrale della rivoluzione dell’89, cioè una precisa versione dei valori di eguaglianza, libertà, fraternità, e soprattutto le loro relazioni) che, a mio avviso, spiegano quel punto di svolta della modernità che preclude ad una sua “fine”, intesa come discontinuità forte (non come annullamento o ritorno all’indietro), in primo luogo per quanto riguarda la concezione e la pratica della cittadinanza e le relative forme di integrazione politica. Di fronte a questa tesi si può dire che le argomentazioni e le analisi offerte sono sbagliate o insufficienti, ma non si può dire che io «protesto contro».

4Parimenti non mi sembra di aver fatto appello ad alcun punto di vista tradizionale. Io non ‘nascondo’ - come sembra garbatamente rimproverarmi Zincone - le buone ragioni del tradizionalismo, per il semplice fatto che non sono tradizionalista. E non lo è neppure il libro, almeno così mi pare. In esso, ho ripetutamente, e forse anche troppo insistentemente, ribadito che la configurazione emergente della cittadinanza (che chiamo societaria) è nuova, anche rispetto al paradigma tocquevilliano, e non può essere interpretata come risorgenza o ripresa di una qualche «tradizione», di qualsiasi sorta. Anzi, in molti punti, ho cercato di mostrare come la modernità sia stata, e sia tuttora, assolutamente necessaria e imprescindibile nel generare questa nuova configurazione ‘reticolare’, che - ripeto - senza modernità non potrebbe essere generata. Anche qui ho cercato di offrire molte ragioni, e certo altre ne potrebbero essere aggiunte (sia detto per inciso, ho dovuto tagliare il volume di quasi cento pagine, per ragioni editoriali, ma in molti altri scritti, tra cui Fondamenti di politica sociale, Roma, Nis, 1993, ho ulteriormente sviluppato alcuni argomenti e ragioni).

5Zincone coglie certamente il nocciolo della questione quando osserva che il discorso della cittadinanza societaria ha un presupposto fondamentale: la crisi del binomio stato-mercato come asse portante dell’intero assetto politico, regolativo, produttivo e distributivo della società moderna. Del resto, i suoi contributi sono stati, al riguardo, illuminanti. E tuttavia, Zincone, contrariamente alla mia tesi, che propende per una crescente stanchezza e insufficienza di tale binomio a regolare la società (e a configurare il complesso della cittadinanza), ritiene che questo binomio sia ancora forte, che esso goda di buona salute. Ne è proprio sicura? È chiaro che non sto parlando di opinioni, di auspici o altro, ma faccio riferimento a una mole ingente di ricerche sul campo e teorie che, a mio avviso, dimostrano il contrario. Può piacere o no, ma questa è la realtà. Non è questione di gusti o di prescrizioni normative.

6È vero, certo, per dirla con le parole di Zincone, che oggi molti vogliono rafforzare il mercato con il vento di destra, e che la spesa pubblica non è ancora caduta vorticosamente. Ma fino a quando la logica del profitto potrà essere intrecciata e sostenuta a vicenda con la dipendenza dallo stato? Fino a quando, sempre per dirla con le sue parole, gli attori sociali organizzati potranno chiedere mercato per gli altri e rendita pubblica per sé? Potrei citare decine e decine di rapporti regionali, nazionali e internazionali che dimostrano la non tenibilità - nel lungo periodo - di questa linea, anche se soprattutto per effetti collaterali e cumulativi, quale che sia il consenso di cui può godere o i marchingegni su cui può reggersi di volta in volta. S’intende: non è tenibile come la sola o dominante logica di governo della società. Io non metto in dubbio che stato e mercato siano ancora attori quanto mai importanti (e francamente spero che lo rimangano a lungo): dico solo che essi hanno oscurato, e tuttora oscurano «l’altra faccia della società», quella che essi non vedono e non vogliono vedere, esterna al mercato e allo stato. Di che cosa si tratta?

7Ho proposto di chiamare questa realtà «privato sociale» (che comprende non solo il volontariato, ma la cooperazione sociale, l’associazionismo e le fondazioni non-profit, il che non significa che non abbiano bilanci, che non abbiano organizzazioni stabili, che non siano ‘professionali’ sotto rilevanti aspetti etici e di competenza, e che addirittura non abbiano anche degli utili). Più in generale ho teorizzato un insieme reticolare di sfere sociali che comprendono tutte le forme di autonomia sociale, in particolare - nelle forme emergenti - le nuove soggettività sociali. Tentare di ridurre questa nuova società civile, come fa Zincone, allo ‘spontaneato’, mi pare davvero riduttivo.

8Centinaia e centinaia di ricerche nazionali e internazionali stanno portando alla luce questa realtà (basterebbe citare solo la ricerca internazionale guidata da L. Salamon). Decine di libri a livello internazionale stanno dibattendo questa nuova società civile (ricordo solo alcuni nomi: J. L. Laville, G. Roustang, W, Streeck, Ph. Schmitter, H. K. Anheier, W. Seibel, J. C. Alexander, J. L. Cohen, A. Arato, J. Keane, C. Offe, A. Touraine, nelle cui opere singole e collettive figurano parecchi altri autori), intesa come la sfera delle interazioni, istituzioni e solidarietà che sostiene la vita pubblica della società fuori dai mondi dell’economia e dello stato, seppure in interazione con essi (e come potrebbe essere diversamente?). E altrettanto chiaro che il termine di società civile non ha ancora una teorizzazione adeguata e che nell’usare una vecchia parola si può incorrere in equivoci. Ma tale è allo stato delle cose il dibattito internazionale, rispetto al quale credo di aver innovato ponendo tale sfera come “terzo polo” della riorganizzazione societaria (sempre che non lo si confonda con i vecchi corpi intermedi o con le forme della beneficenza), un “polo” il cui ruolo societario (nel senso di statutariamente e funzionalmente inscritto nel sistema della società) è esplicitamente negato nel progetto moderno, nel quale risulta marginale, suppletivo, o importante solo per alcune funzioni specializzate (di proposta, di critica, di controllo o altro).

9Esiste oggi un ricchissimo panorama di indagini sociologiche, su cui non posso ovviamente qui ritornare, il quale mostra che questa sfera emergente è una realtà organizzata, politicamente rilevante, economicamente assai attiva (economia sociale), culturalmente portatrice di ‘altri codici’, e, ciò che è essenziale, ben distinta - almeno nelle sue motivazioni, regole e tendenze di fondo - dal mercato e dallo stato. Non si tratta (occorre ripeterlo?) del mondo della beneficenza, o delle attività di benevolenza, cattolica o protestante o di altro genere, o di chi rinuncia a soldi e a realizzazione personale: è un’altra cosa, è un «terzo polo» delle cui caratteristiche e del cui ruolo societario (un ruolo di fatto, non normativo!) ho lungamente parlato nel libro. Ridurlo a un po’ di altruismo, di spontaneismo, magari di pietismo e di umanitarismo, è davvero fuorviante. Vuol dire, nei miei termini, non aver capito che l’intera società va organizzandosi in altro modo rispetto alla cittadinanza moderna (di nuovo: è un fatto, non una mia aspirazione, desiderio o opinione!).

10Si può anche dire che questa diagnosi e questa terapia (dico: più che mie, dei soggetti sociali di cui si sta parlando) non sono realistiche, come sostiene Zincone, ma ciò significa non vedere la realtà e le profonde trasformazioni che si stanno verificando.

11Indubbiamente, in molte situazioni il privato sociale è lontano dal distinguersi da altre agenzie, specie pubbliche, ma questo fatto non può essere generalizzato, e comunque non è la tendenza di fondo: la tendenza è alla innovazione e alla differenziazione, e se ciò non avvenisse si creerebbero enormi problemi, di cui non posso qui parlare per esteso. Non invoco alcuna superiorità morale del privato sociale, ma semmai rilevo una sua specificità in termini di organizzazione delle relazioni sociali, dei modi e delle forme di costruire e rispondere ai bisogni sociali, con gli ovvi suoi limiti, eccezioni, carenze, e così via (se non li vedessimo, non faremmo ovviamente sociologia, come giustamente osserva Zincone).

12Per concludere su questo punto: la cittadinanza societaria non è una esaltazione unilaterale o fondamentalista di qualcosa che ha a che fare con vecchie tradizioni, con il volontarismo o lo spontaneismo, ma un disegno di organizzazione sociale, politica ed economica imperniato sulla triangolazione fra tre attori stato-mercato-terzo settore anziché solo sui primi due. È chiaro che se il terzo polo non viene più considerato, come nella modernità, un attore residuale, ma in qualche modo paritetico e simmetrico rispetto agli altri due, si va verso una nuova configurazione dell’intero sistema societario. Ciò implica non certo l’annullamento dei diritti individuali, senza i quali - ripeto - questa nuova triangolazione non potrebbe esistere, ma il riconoscimento di altri e nuovi diritti delle relazioni, ovvero una configurazione relazionale dei diritti che ne esalti il valore per i singoli senza andare a detrimento dei diritti altrui.

13Al di là dell’analisi sociologica, Zincone si appella alla mitezza, anche nell’approccio alle scelte e ai valori. Personalmente non ho alcuna difficoltà a condividere pienamente questo appello, che anzi ha il senso di una visione del mondo. In sede politica, questa mitezza ha un nome: è il pluralismo rispettoso dell’umanità dell’uomo, in quanto singolo e in quanto associato. Vengo con ciò all’intervento di Nevola il quale muove le sue osservazioni critiche proprio in relazione e attorno a questo punto nodale.

14Nevola solleva, fra i vari interrogativi, alcune questioni centrali: in che senso la cittadinanza possa essere “cemento politico”, come la cittadinanza possa combinare aspetti universalistici e particolaristici, quale rapporto vi sia tra la visione antropologica (la dimensione dell’umano) e la cittadinanza. Su tutti e tre questi temi, io non posso far altro - in questa sede - che rimandare alla visione generale che fa da sfondo al libro (in particolare al mio Teoria relazionale della società, Milano, Angeli, 1991), perché è in essa che prendono senso sia le analisi proposte sia le valutazioni della situazione presente e dei possibili sbocchi futuri.

15La mia proposta teorica è: partiamo dall’idea che la cittadinanza non sia primariamente (né tantomeno solo) un concetto politico o giuridico, ma sia innanzitutto una relazione sociale, e poi andiamo a vedere che cosa questa impostazione ci fa comprendere (o meno). Non si tratta di uscire dal politico o di ritenere che il politico sia un legame «troppo ristretto», come dice Nevola, o che al suo posto o a sua integrazione si debba porre qualcos’altro (come mi domanda), ma di osservare che il politico è solo una dimensione analitica della relazione sociale-cittadinanza. Se si adotta questo punto di vista, le risposte ai tre interrogativi di cui sopra diventano relativamente semplici.

16La dimensione politica della cittadinanza, come quella giuridica in cui viene normativizzata, non è che “una” dimensione, del tutto specifica, che sta alle altre dimensioni della relazione-cittadinanza come, in generale, avviene per tutte le dimensioni analitiche che giocano nelle relazioni sociali, le quali sono realtà complesse e non riducibili ad una dimensione o funzione. In questo gioco così complesso, anche la relazione-cittadinanza può risolvere solo certi problemi, e non altri. E, nei suoi aspetti politici, solo alcuni. Il “cemento” di oggi non è quello di ieri. E così via.

17Il secondo problema, cioè come la cittadinanza possa combinare aspetti universalistici e particolaristici, è pure posto e analizzato in questo framework relazionale. La dinamica dei rapporti fra universale e particolare è relazionale, il che significa: entrambi si differenziano e hanno problemi di conflitto e integrazione al loro interno e fra di essi. Le possibili «soluzioni» nei nessi universale-particolare riconducono al modo in cui lo stesso problema viene risolto o meno nelle relazioni sociali generalizzate. Non si tratta di «auspicare» (quando mai?) una cittadinanza più attenta ai particolarismi, ma di fare una seria analisi sociologica di come sia l’universale sia il particolare oggi si differenzino e abbiano bisogno di relazionarsi fra loro generando - attraverso conflitti e integrazioni - una nuova configurazione.

18In merito, poi, al terzo problema, e cioè quale rapporto vi sia tra la visione antropologica (la dimensione dell’umano) e la cittadinanza, di nuovo rimando alla teoria generale della relazione sociale: ogni relazione sociale presuppone una relazione all’umano, e non può essere diversamente, per implicita che tale relazione sia o possa essere. Io non dico: bisogna fondare la nuova cittadinanza su questo o su quello. Sostengo invece che, così come la ridefinizione dei diritti in senso moderno ha avuto alla sua origine una nuova antropologia (esplicita sempre nella dichiarazione dell’89), parimenti accade oggi. Dietro la dinamica del complesso dei diritti e doveri inerenti a ciò che le società chiamano cittadinanza, c’è, nascosta o non esplicitata, una nuova mappa antropologica. L’argomento in termini previsionali è che la triade dei diritti civili-politici-sociali non può fare passi in avanti se non la si riferisce alla quarta ‘dimensione’ dei diritti culturali, che hanno una necessaria, per quanto sempre latente, referenza all’ambiente metafisico di ciò che si intende per ‘umano’ (la L dello schema Agii). E rilevo che non esistono alternative credibili ad una concezione dell’umano che lo pongono fuori dal suo carattere ‘personale’.

19Il discorso parte da una constatazione sociologica e tenta poi di esplicitare la tesi, certo discutibile, che nessun avanzamento progressivo dei diritti è di fatto possibile se non lo si àncora ad una visione dell’umano che sia capace di vedere negli attori umani (= persone) dei soggetti, appunto, e non dei ‘prodotti’ o dei meccanismi della società.

20Nevola solleva poi una serie di altri interrogativi più puntuali. Innanzitutto il problema della compatibilità fra vincoli (o lealtà) diverse posti sugli individui da parte di diversi sistemi di appartenenza (e quindi di cittadinanza), e dunque dai problemi di conflitto che ne discendono. Mi limito qui ad osservare che questo problema rimanda, per la sua soluzione empirica, sul piano istituzionale, al fatto che le cittadinanze «locali» debbono essere iscritte in un complesso di cittadinanza di ordine più generale, fino ad una cittadinanza mondiale. Sul piano teorico, siamo rimandati alla comprensione di come può essere allargato e generalizzato un sistema di azione, senza il quale la cittadinanza dovrebbe funzionare (e io sostengo che, alla lunga, non può) con schemi di puro adattamento, di mera comunicazione o di un azionismo che non garantiscono nulla (per fenomenologia sociale, non per norme a priori!).

21Lo stesso dicasi per quanto riguarda il dubbio sul possibile “eccesso di fiducia” che Nevola mi addebita nell’attribuire alle sfere sociali del terzo settore una capacità auto-regolativa di cooperare fra loro. Sono d’accordo con Nevola che occorra qui una teoria e una pratica realistica della cooperazione. Ma io non dico che lo stato sparisca, dato che è anche troppo ovvio osservare che solo un potere superiore ai partecipanti può assicurare l’enforcement delle regole del gioco, fra cui quelle che debbono controllare il free riding. E però va anche notato che, di fatto, nel terzo settore il problema del free rider è assai diverso da come si pone nelle sfere dello stato e del mercato, perché i beni di cui il terzo settore tratta sono beni “relazionali”, cioè possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme. Diversamente da quanto accade nelle sfere dello stato e del mercato, chi non c’è non dà il suo contributo al ‘momento’ della produzione non può neppure esserci o essere parte al ‘momento’ della fruizione. Ma questo non va senza condizioni ed eccezioni, senza problemi di relazionamento, anche quelli che Nevola acutamente intravvede, per discutere i quali occorrerebbe una lunga trattazione.

22Non penso certamente, con queste brevi righe, di aver risposto a tutte le domande e osservazioni dei miei interlocutori. Li ringrazio, comunque, per i loro dubbi e critiche, da cui ho appreso molto. Come ringrazio la rivista per l’ospitalità.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Pierpaolo Donati, «Comprendere la “cittadinanza societaria”: risposte a Zincone e Nevola»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 179-184.

Notizia bibliografica digitale

Pierpaolo Donati, «Comprendere la “cittadinanza societaria”: risposte a Zincone e Nevola»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5642; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5642

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Autore

Pierpaolo Donati

Dipartimento di Sociologia - Università di Bologna

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