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controversie sociologiche/Concezioni della cittadinanza

Alla ricerca di un nuovo principio di cittadinanza

Questioni di realismo politico
Gaspare Nevola
p. 171-178

Testo integrale

  • 1 Come ad esempio N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Torino, U (...)

1. La nozione di “cittadinanza” pare ormai entrata stabilmente nel linguaggio delle scienze sociali. Oggi ci colpisce non trovare il lemma “cittadinanza” in alcuni dei più autorevoli “dizionari” italiani di sociologia o di politica1. Sarebbe tuttavia ingeneroso, se non improprio, parlare di un difetto del vocabolario consolidato nel passato dalle scienze sociali. A queste si chiede, infatti, di saper innovare linguaggi e focalizzare concetti in rispondenza all’esigenza di analizzare la società nei suoi processi di trasformazione, rispetto alle novità dei problemi che via via la percorrono. Va aggiunto che innovazioni di codice linguistico possono altresì riflettere il mutare di ottiche concettuali di fronte all’incessante sfida di comprendere i fenomeni sociali con una sensibilità interpretativa capace di mostrarsi appagante di fronte alle domande di conoscenza, al clima culturale dei diversi tempi, contesti e orizzonti storici. Guardiamo il mondo sempre attraverso delle “lenti”, diceva Wittgenstein, e il “mondo” è ciò che ci consegnano le nostre lenti. Ma, e questo è il punto, ci è data anche la possibilità di cambiare le lenti, di sceglierne, di volta in volta, il “colore” - e così di cogliere il mondo in sembianze diverse.

  • 2 Per una veloce panoramica del recente dibattito sociologico e politologico italiano cfr. D. Zolo, L (...)

1Il problema della scelta delle lenti accompagna irrimediabilmente la cultura (ogni cultura), e quindi lo stesso cammino delle scienze sociali. Per tornare alla cittadinanza, questa si è ri-affermata da qualche tempo come una lente utile e perspicace per guardare i fenomeni sociali e politici, compresi quelli del nostro paese. Ecco quindi che sociologi e politologi hanno preso a coltivare una categoria e un tema di tradizionale dominio dei giuristi, dei filosofi della politica e del diritto, degli storici politici o delle idee politiche2. Sulle prime, sociologi e politologi hanno recuperato la nozione di cittadinanza per rivitalizzare e ridefinire problematiche da lungo tempo al centro della loro attenzione, quali quelle del welfare state e delle politiche sociali. Progressivamente, da talora semplice riverniciatura terminologica di tematiche logorate dai dibattiti, la cittadinanza è maturata come tema preso sul serio in suo conto e come originale chiave di lettura dei problemi di funzionamento e trasformazione della società contemporanea, compresa la nostra democrazia. La cittadinanza societaria di Donati credo possa essere legittimamente iscritta a questa seconda tendenza negli studi italiani.

2Donati si è occupato a lungo dei problemi dello stato sociale e delle politiche sociali. Ma con questo suo nuovo libro ha (almeno in parte) ridefinito l’oggetto delle sue riflessioni, proponendo un’operazione concettuale che non è di mero aggiornamento nominalistico, ma qualcosa di più ambizioso. Questa operazione viene condotta su due versanti: i) quello di un nuovo paradigma interpretativo (“analitico-ricostruttivo”, direbbe Habermas) per cogliere le trasformazioni delle società democratiche contemporanee; 2) quello di un discorso normativo (“emancipativo”, direbbe Habermas) per identificare le condizioni entro le quali la crisi dell’organizzazione politica della società possa essere superata, migliorando sia il funzionamento del sistema sociale che la vita dei cittadini (qua personae).

  • 3 Elaborata dall’autore in altra sede. Cfr. P. Donati, Teoria relazionale della società, Milano, Ange (...)

3Nello specifico, la fondazione del paradigma interpretativo e del discorso normativo avviene attraverso l’applicazione della “teoria relazionale della società”3 ad un tema quale quello della cittadinanza. E questa applicazione stessa costituisce un altro pregio del volume di Donati. Ciò al di là del fatto che ci si possa (e ci si debba) interrogare sulla persuasività dei risultati raggiunti, sulla persuasività di alcune tesi centrali e di alcuni nevralgici passaggi argomentativi.

 

  • 4 Va osservato, en passant, come per molti aspetti la diagnostica di Donati ricordi (e recuperi) quel (...)

2. La riflessione di Donati prende moto da una diagnosi di partenza: la società contemporanea si trova in una crisi di integrazione, di coesione politica. Nelle società democratiche, in particolare, questa situazione è resa palpabile dalle difficoltà del sistema politico a reperire consenso e a produrre governabilità4. Glissando sull’individuazione e valutazione dei suoi specifici indicatori, è una diagnosi sulla quale non si può non convenire, se solo guardiamo agli svolgimenti in atto nel nostro paese, ma anche oltre i nostri confini, in Europa occidentale come nell’oriente europeo excomunista.

  • 5 “Cittadinanza” è qui intesa come quel complesso di condizioni di vita e di status che rendono un ci (...)

4Ora, questa “crisi di integrazione” (politica) - ci fa osservare Donati - significa “crisi della cittadinanza”, dato che la cittadinanza5 si è realizzata come “simbolo” dell’integrazione politica stessa. La prospettiva (il pericolo) è, allora, che la cittadinanza finisca col perdere i suoi significati condivisi e politicamente coesivi, ovvero regredisca rispetto alle sue acquisizioni per la collettività e per i singoli.

5In effetti, la condizione di cittadinanza mostra tutta la sua problematicità come fattore di integrazione appena consideriamo, ad esempio, i costi impliciti nella sua produzione e allocazione, la distribuzione di tali costi, i conflitti che si accendono sulla cittadinanza (sul piano delle appartenenze e delle identità, delle risorse e degli interessi, dei diritti e dei doveri). Donati fa sua questa lettura (che potremmo chiamare “realistica”) della cittadinanza. Ma la delimita a quella che chiama “cittadinanza moderna”. Questa sì è in crisi - egli dice - e in una crisi irrimediabile. Tuttavia, e qui prende avvio il discorso propositivo di Donati, la cittadinanza può essere ripensata in termini “post-moderni”. Ed è in questi termini che egli ritiene possibile ricostituire una concezione della cittadinanza come principio di integrazione sociale e quindi politica. A ciò punta l’idea di “cittadinanza societaria”.

  • 6 P. Donati, La cittadinanza societaria, Bari, Laterza, 1993, p. 6.
  • 7 Ad esempio secondo le varianti storiche modellizzate in G. Zincone, Da sudditi a cittadini, Bologna (...)

6Così, il problema del rischio di perdita di coesione politica della società e della ricerca di una risposta a tale rischio viene formulato nei seguenti termini: “se, e se sì in che senso e in quali modi, la cittadinanza sia o possa essere oggi quel ‘qualcosa’ che può funzionare da ‘cemento’ politico della società” 6. In questa impostazione del problema vi è però un punto che non mi è chiaro. E cioè: in che senso la cittadinanza (ripensata come “societaria”) possa o debba costituirsi come “cemento politico” della società. Mi spiego. Con l’idea di cittadinanza societaria Donati cerca di costruire un “sistema culturale” capace di rispondere alla crisi e ai dilemmi della cittadinanza moderna, qual è quella che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli. Una cittadinanza il cui carattere è stato eminentemente “politico”, vedendo lo Stato come suo perno: si pensi al conferimento da parte dello Stato di diritti ai cittadini, in una forma tipica giuridica7. D’altra parte, per Donati parlare di cittadinanza societaria significa riconoscere che il “legame specificatamente politico” è troppo ristretto e che (al suo posto? a sua integrazione?) bisogna porre l’accento su un “legame sociale” che trascende i limiti e i connotati politici, giuridico-amministrativi della cittadinanza moderna. In che senso, allora, la cittadinanza societaria può costituirsi come “cemento politico” della società?

 

73. Dopo le precedenti battute preliminari, vengo al nucleo di questa nota.

  • 8 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 31.

8Nel delineare una concezione di cittadinanza alternativa a quella legata alla modernità (e alla convergenza delle tradizioni politiche liberale e socialista - il lib-lab), un punto che mi è parso particolarmente interessante nel lavoro di Donati è il rilievo secondo cui “l’universale della modernità si scontra con le appartenenze particolari non risolte oppure si frantuma in un pluralismo senza fondamento”8. A essere così toccato è uno dei problemi nevralgici delle società contemporanee, a partire dalla nostra democrazia: il problema del particolarismo.

  • 9 Cfr. G. E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, Bologna, il Mulino, 1993; R. D. Putnam, La t (...)

9La risorgenza o il riacutizzarsi del problema del particolarismo riguarda tanto la dimensione dell’“identità” quanto quella degli “interessi”; il fenomeno, come sappiamo, si esprime attraverso atteggiamenti e rivendicazioni egoistici, localistici, di difesa di interessi di categoria, la cui conseguenza è certo poco salutare per quel senso civico di comune appartenenza ad una comunità di cittadini - senso civico che deve restare a fondamento di una società democratica9. Le appartenenze, gli interessi, le identità particolaristiche - perso il quadro universalistico della modernità - rischiano di mettere a repentaglio quel solidarismo civico sul quale si regge la “democrazia dei cittadini” e la stessa possibilità che i cittadini possano tutti condurre o aspirare a una vita da gentlemen - nel senso di cui diceva Marshall.

10La prospettiva della cittadinanza societaria intende farsi carico, tra l’altro (e forse in modo particolare, se ho letto bene) proprio del problema del particolarismo. A suo modo, essa vuole offrire una via, una “direzione” di ricomposizione della frammentazione (identitaria, utilitaristica, territoriale) delle società democratiche. A suo modo, la cittadinanza societaria indica una prospettiva di “governabilità” del particolarismo. Ciò, tuttavia, a partire dal convincimento (che trovo condivisibile) che il particolarismo resta certo insidioso per la coesione civica, per i principi di eguaglianza dei cittadini e per la stessa tenuta democratica, e che pure non è superabile negandolo nel quadro di una visione semplicemente e tradizionalmente “universalistica” della cittadinanza. Di seguito cercherò di sollevare qualche interrogativo sul modo in cui la “cittadinanza societaria” si propone di affrontare e risolvere il problema del particolarismo.

  • 10 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 32.
  • 11 Ibid., p. 33.
  • 12 Ibid.

11Si chiede Donati: “Come è possibile costruire un universalismo tale che la società riesca a mantenere alcune fondamentali garanzie della modernità (in termini di diritti civili, politici, sociali) e nello stesso tempo sia un universalismo incarnabile... entro contesti diversi, formazioni sociali diverse, entro diverse province finite di significato?”10. La risposta sta in un “universalismo più differenziato”, e cioè in “1) una generalizzazione di valori fondamentali, in modo che questi siano applicabili ad un numero più esteso di sfere sociali, e nello stesso tempo 2) una specificazione di tali valori secondo modalità adatte ad ogni contesto particolare”11. Poco più avanti Donati così precisa il suo punto di vista: “cittadinanza diventa un titolo di appartenenza ad una comunità che mobilita e vincola solo per aspetti specifici e limitati, quelli relativi al sistema di riferimento (città, comune, nazione, comunità sovranazionale), mentre per il resto lascia liberi i soggetti di agire le proprie appartenenze umane in altre sfere sociali”12.

12Di fronte a questa concezione della cittadinanza si può osservare che se la cittadinanza resta (deve restare) un quadro di diritti/doveri che vincola le condotte dei cittadini sorgono due ordini di problemi:

  1. il primo inerente alla compatibilità di vincoli relativi ai diversi sistemi di riferimento (che non sono solo territoriali, ma anche funzionali, valoriali). In questo caso, nel quadro della cittadinanza societaria, chi/cosa si fa carico della definizione e del mantenimento della “compatibilità dei diversi vincoli”? Se non se ne fa carico nessuno, non si corre il rischio di affidare tale ricerca di “compatibilità dei vincoli” ad un “volontarismo delle condotte” dettato da “volontà” inconciliabili o “conciliabili” solo per via coercitiva e dei rapporti di forza (tra città, nazione, ordinamento sovranazionale; ma anche tra categorie di interessi o tra classi sociali, tra quadri di valore, tra opzioni ideologiche o identitarie)?

  2. Il secondo problema concerne, per riprendere le parole di Donati, la libertà dei “soggetti di agire le proprie appartenenze umane in altre sfere sociali”. Con questo si vuole forse dire che il riferimento ad una comune condizione umana fornisce agli individui (o persone) o ai gruppi quei vincoli di cittadinanza che devono persistere come garanti di convivenza e solidarismo civili in una società democratica? Se fosse così mi chiedo, allora, se possiamo ritenere superato (o superabile) l’uso “partigiano” e “ideologico” della condizione e dell’identità stessa di “esseri umani”.

13In Donati il riferimento alla “dimensione umana” non è un orpello retorico, né un marginale richiamo filosofico di sfondo. È invece un riferimento centrale e costitutivo per la stessa concezione di cittadinanza societaria. Del resto, non credo si possa facilmente negare la rilevanza della “dimensione umana” nello studio della società. Né il punto può essere tacitato come questione assiologica o filosofica che sta a latere degli interessi conoscitivi del sociologo o del politologo. E però l’introduzione della “dimensione umana” nel discorso sulla cittadinanza, lo spostamento dell’accento teorico dallo Stato e dall’individuo alla “persona” solleva un problema per l’analisi sociopolitica - un problema che assume una salienza di prim’ordine proprio di fronte ad un tema quale quello della cittadinanza.

14Uno dei meriti del lavoro di Donati sta, a mio avviso, proprio nell’esplicita trattazione della questione e nell’altrettanto esplicito tentativo di proporre un’idea di cittadinanza fondata sul primato della persona, dell’“essere umano”. Su questo orientamento si può concordare o meno - e personalmente ho qualche perplessità. Va comunque riconosciuto che questo tipo di orientamento ci aiuta a cogliere i limiti e la parzialità di alcune visioni “tecnologiche” o “sistematiche” della società - quelle di un certo Luhmann, per intenderci, secondo il quale per la conoscenza sociologica sarebbe ormai venuto meno il tempo di riferire la società alla soggettività e all’intersoggettività umana, sarebbe insomma scaduta l’epoca delle visioni antropocentriche della società.

  • 13 T. Todorov, Noi e gli altri, Torino, Einaudi, 1991, pp. 450-51.

15Eppure, detto questo, resta problematico porre la “dimensione umana” a fondazione della cittadinanza. E ciò per motivi essenzialmente analitici, di teoria e comprensione del funzionamento e delle dinamiche della società, delle comunità politiche. Al momento non spenderò altre parole su questo punto (sul quale peraltro non potrò non ritornare in seguito), se non quelle di Todorov, con le quali intenderei chiarire almeno il senso del mio rilievo: “l’uomo non è il cittadino, diceva Rousseau... L’uomo viene giudicato a partire da principi etici; il comportamento del cittadino dipende da una prospettiva politica. Non si può eliminare nessuno di questi due aspetti della vita umana e neanche li si può ridurre l’uno all’altro: è meglio restare coscienti di tale dualità a volte tragica”13.

 

  • 14 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 47.
  • 15 Ibid., p. 13.

4. Facciamo un altro passo avanti. Uno degli obiettivi principali di Donati è “chiarire se e a quali condizioni ‘la democrazia’ possa essere sviluppata attraverso ‘più cittadinanza”14. Sviluppare “più cittadinanza” per Donati significa elaborare una cultura e un’organizzazione dei diritti di cittadinanza capaci di mettere cittadini, gruppi e categorie sociali in condizioni di vivere in una società ispirata, appunto, all’idea di cittadinanza societaria. Il modello di società democratica a cittadinanza societaria ha un fondamento concettuale nella “teoria relazionale” - teoria secondo la quale la società va intesa come “fenomeno associativo”, ossia “come insieme di formazioni sociali auto-organizzate capaci di esprimere fini comuni e azioni collettive per realizzarli”15. Come “fenomeno associativo” la società prende forma e dinamica in riferimento ad una rete di relazioni propriamente sociali tra soggetti.

  • 16 Ibid., p. 19.

16A ben vedere questo relazionamento associativo trova svolgimento in due diversi processi, che a livello analitico si possono così separare: 1) un processo di relazionamento all’interno della “comunità societaria autorganizzata” - ossia un processo di relazionamento tra le “autonomie sociali” costitutive della “nuova società civile”; 2) un processo di relazionamento “fra ‘potere politico formale’ (sistema politico amministrativo) e ‘nuova società civile16.

17Un aspetto qualificante questi processi di relazionamelo è la logica che, per così dire, guida queste relazioni “associative”, “propriamente sociali”. Riguardo al primo processo di relazionamento, Donati esclude che siano la logica del “politico” (del comando, dell’autorità) e quella dell’“economico” (dell’utilità, dello scambio) a guidare le relazioni sociali. In positivo, la logica delle relazioni che raccorda la rete associativa della “nuova società civile” viene identificata nella “reciprocità”, intesa nel senso di reciprocità propriamente sociale (e in ultimo “umana”), e non già nei termini di “scambio economico”.

18Non è invece chiaro quale possa essere la logica che guida il secondo processo di relazionamento (quello tra “potere politico formale” e “comunità societaria”). Anche in questo caso, pare di capire che Donati escluda la logica dell’autorità politica e quella dello scambio economico. Non risulta però chiaro se al loro posto sia attiva la logica della reciprocità umana o altro. Ad ogni modo, mi è difficile capire come la “nuova società civile” delle “autonomie sociali” possa relazionarsi alla sfera delle istituzioni formali senza quanto meno contaminarsi con la logica dei rapporti d’autorità e del diritto. Dubbi analoghi concernono la possibilità per la “nuova società civile” delle autonomie sociali di isolarsi, chiudersi rispetto alla logica utilitaristica del mercato. Insomma, le autonomie sociali possono relazionarsi al sistema politico-amministrativo facendo valere come logica di relazionamento una loro logica autonoma e sui generis, che non ha nulla a che vedere con quella che ispira lo Stato (autorità e diritto), oltre che con quella che ispira il mercato (utilità, scambio)?

  • 17 Cfr. ibid, (ad esempio a p. 19).
  • 18 Ibid., p. 92.

19In effetti, non risultano del tutto chiari la necessità e il peso che Donati assegna al raccordo tra sfera delle istituzioni politiche e sfera della “comunità societaria” (o nuova società civile). Da un lato sembra che tale raccordo sia necessario e di grande peso per assicurare l’integrazione politica di una società democratica17. Dall’altro, però, perno dell’idea di cittadinanza societaria è l’“auto-organizzazione” della comunità societaria. In ultimo, tuttavia, sembra che sia la seconda versione ad essere privilegiata. Il modello di società democratica e cittadinanza societaria diventa infatti una società che “si auto-regola attraverso il massimo possibile delle autonomie sociali, le quali concertano cooperativamente le regole in base alle quali produrre decisioni vincolanti per tutti”18.

20Ora, il principio della cittadinanza societaria mi pare possa raccogliere e innovare l’eredità integratrice della cittadinanza moderna in crisi e con questo offrire una via per affrontare le difficoltà di tenuta di una società democratica a condizione che, una volta riconosciuta la legittimità delle differenze, il “diritto alla diversità”, riesca ad indicare strumenti, per così dire, di “governo del particolare”. In ultima istanza, si tratta di ricomporre, con modalità dotate di legittimità e di autoritatività, le rischiose tendenze del sociale alla frammentazione. E questo al di qua del comune riferimento alla condizione di “esseri umani”. La risposta di Donati, come si è visto, sta nel cogliere nelle “autonomie sociali” la capacità di “auto-regolare ” la società, in modo “cooperativo” e “vincolante per tutti”.

21Uno dei punti critici di questa risposta va a mio avviso visto nell’eccessiva fiducia risposta nella “cooperazione” come “auto-regolazione” (non conflittuale). Sappiamo come la cooperazione sociale sia un delicato equilibrio continuamente esposto ai comportamenti di free riding, i quali possono mandare a monte la cooperazione stessa e quindi il conseguimento del “bene comune” che si vorrebbe realizzare. Sappiamo anche che il modo classico per fronteggiare il problema del free riding è l’intervento di un’autorità capace e legittimata a fare rispettare accordi e regole, avvalendosi di strumenti di sanzione.

22Possiamo però anche supporre che il delicato equilibrio cooperativo sia realizzabile da “autonomie sociali” non vincolate da autorità (statale). Ma in questo caso dobbiamo allora aggiungere o che le “autonomie sociali” (in quanto soggetti “sovrani”) concordano sulla distribuzione delle risorse e dei diritti di cittadinanza e sulla distribuzione dei loro costi, oppure che esse attiveranno modalità competitive e conflittuali per far valere le proprie ragioni e i propri diritti. In un’ottica di44comportamento strategico”, la cooperazione potrebbe allora risultare dalla volontà e capacità delle parti di evitare un danno reciproco. Un’altra possibilità è naturalmente L’intervento surrogatorio dello Stato, con le sue norme di diritto legittime e vincolanti per tutte le parti.

  • 19 Ibid., p. 191.

23Donati sembra optare per un’altra possibilità ancora. Quando scrive che “La legittimazione dell’autonomia appare sempre più come pre-e metapolitica” 19, intende riaffermare che le autonomie sociali potrebbero autoregolare la società senza accendere conflitti, senza seguire logiche d’azione di tipo “strategico”, senza lasciarsi assorbire dall’ordinamento normativo- autoritativo dello Stato e senza “barattare” il principio della loro autonomia con quello della coesione sociale per via autoritativa.

24Può bastare, per assicurare coesione democratica ad una società, l’appello alla “reciprocità tra persone”, l’appello alla “reciprocità umana”? E questo appello riflette un’analisi delle dinamiche di una società o vuole essere un richiamo prescrittivo, l’indicazione emancipativa di una meta utopica per una società che metta all’angolo la ricerca del profitto, la sete di potere, le strategie del conflitto?

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Note

1 Come ad esempio N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Torino, Utet, 1983; L. Gallino, Dizionario di sociologia, Torino, Utet, 1983.

2 Per una veloce panoramica del recente dibattito sociologico e politologico italiano cfr. D. Zolo, La riscoperta della cittadinanza, saggio introduttivo a J. M. Barbalet, Cittadinanza, Diritti, conflitto e diseguaglianza sociale, Padova, Liviana, 1992.

3 Elaborata dall’autore in altra sede. Cfr. P. Donati, Teoria relazionale della società, Milano, Angeli, 1991.

4 Va osservato, en passant, come per molti aspetti la diagnostica di Donati ricordi (e recuperi) quella di Habermas di una ventina di anni fa. L’alto livello di astrazione concettuale delle due analisi corre peraltro il rischio di stemperare le differenze più puntuali nei due scenari di “crisi”. Nei due casi, una maggiore attenzione alle specifiche situazioni della società contemporanea considerate avrebbe giovato ad una comprensione più precisa dei fattori, motivi e condizioni della crisi diagnosticata.

5 “Cittadinanza” è qui intesa come quel complesso di condizioni di vita e di status che rendono un cittadino membro effettivo e a pieno titolo della sua comunità politica (citizenship), e non come l’insieme dei cittadini (citizenry).

6 P. Donati, La cittadinanza societaria, Bari, Laterza, 1993, p. 6.

7 Ad esempio secondo le varianti storiche modellizzate in G. Zincone, Da sudditi a cittadini, Bologna, il Mulino, 1992.

8 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 31.

9 Cfr. G. E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, Bologna, il Mulino, 1993; R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993.

10 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 32.

11 Ibid., p. 33.

12 Ibid.

13 T. Todorov, Noi e gli altri, Torino, Einaudi, 1991, pp. 450-51.

14 P. Donati, La cittadinanza societaria, cit., p. 47.

15 Ibid., p. 13.

16 Ibid., p. 19.

17 Cfr. ibid, (ad esempio a p. 19).

18 Ibid., p. 92.

19 Ibid., p. 191.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gaspare Nevola, «Alla ricerca di un nuovo principio di cittadinanza »Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 171-178.

Notizia bibliografica digitale

Gaspare Nevola, «Alla ricerca di un nuovo principio di cittadinanza »Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5638; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5638

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Gaspare Nevola

Dipartimento di Studi Politici - Università di Torino

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