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controversie sociologiche/Concezioni della cittadinanza

La cittadinanza societaria

Giovanna Zincone
p. 165-170

Testo integrale

1La cittadinanza societaria di Pierpaolo Donati (Bari, Laterza, 1993) è una protesta contro il moderno sia come costruzione della società e dei regimi politici, sia come descrizione che di essi fa il pensiero sociologico.

2Modo di essere e di osservare - secondo Donati - si tengono per mano nel corso del tempo. Perciò, anche la critica che egli muove al moderno parte dalla constatazione del suo fallimento storico. In cosa consisteva il progetto moderno? Perché è fallito? Cosa sta emergendo al suo posto? E, quindi, quale è la descrizione più corretta del presente? Infine, come possiamo indirizzare questo processo in modo da trarne i frutti migliori? Dal punto di vista politico il tentativo moderno si può sintetizzare come valorizzazione degli individui, loro emancipazione dai corpi sociali. Questo espianto dei singoli li ha privati dei loro caratteri sociali, neutralizzati; di conseguenza essi sono divenuti titolari di diritti standardizzati indifferenti alle differenze dei modi di vita. La legge considera sì anche insiemi di individui, ma li tratta collettivamente come categorie (gli anziani, le donne, gli handicappati), non come gruppi associati. In tal modo si sostituiscono procedure di convivenza tra individui anonimi ad appartenenze affettive e tradizionali, si sostituiscono valori forti con procedure di convivenza tra valori tutti parimenti incerti.

3Questo individuo, reso socialmente nudo, indipendente dalla famiglia ma anche non sostenuto da essa, ha bisogno di welfare, in forme sempre più costose, troppo costose. Si spezzano obbligazioni morali e si sostituiscono con obblighi dello stato, con benefici non bilanciati da doveri. Tali diventano i diritti quando non sono inseriti in un tessuto di regole armoniose, perché illuminate dalla necessità di perseguire un obiettivo comune.

4L’individuo reso solitario, insegue mete egoistiche ed assume comportamenti asociali che abbisognano di apparati statali sempre più repressivi, insopportabili. L’incertezza di vite avulse dagli habitat familiari, di vicinato, di mestiere, di parrocchia deve essere bilanciata da grandi macchine di sicurezza sociale. La democrazia liberale, rinunciando a scegliere tra valori, si pone come una semplice garanzia di pluralismo, una pura procedura di selezione e mediazione di interessi, una sorta di grosso smistatore. L’assenza di scelte di valore, di principi orientativi, produce disorientamenti. Questo favorisce comportamenti anomici che richiedono grandi macchine repressive. L’individuo viene ingoiato dalla mastodontica macchina pubblica. Il mito del moderno (l’individualismo) produce il suo assassino (il mega stato).

5Lo stesso vale per il fondamento ideologico delle democrazie liberali - la razionalità limitata, il pensiero debole, la società aperta. Essi mettono in guardia contro la certezza e la verità e cosi minano alla base la possibilità di credere, quindi anche di credere sul serio, nei valori democratici. Questo produce un deficit strutturale di legittimazione.

6Ho cercato di riassumere il filo dell’argomentazione di Donati, un filo che egli stringe attorno agli studiosi che pretendono di aver studiato criticamente le configurazioni passate e presenti dei diritti civili politici e sociali di cittadinanza.

7Chi finora ha studiato la cittadinanza non è stato mai davvero critico anche quando ha pensato di esserlo, perché non è mai uscito dalla logica moderna. Marshall, il primo e più importante teorico della cittadinanza, l’ha vista come un processo lineare, portatore sì di effetti perversi, ma correggibili. Liberali democratici o lib-lab - come Walzer - hanno sottolineato con più forza incompiutezze, contraddizioni, necessità di conciliare individualismo e appartenenze, ma sono rimasti - comunque - all’interno dello stesso edificio concettuale. Infine, Luhmann ha visto sì una crisi radicale della cittadinanza, che si è trasformata da condivisione di valori in una procedura opportunistica di selezione degli interessi per la sopravvivenza del sistema e delle sue classi dirigenti, ha colto sì il carattere distruttivo del moderno, della cittadinanza ad uso delle élites, ma ha considerato questo modello come indistruttibile. Quindi ha continuato a descrivere il presente ed il futuro possibile come il passato: non ha capito il post-moderno e le sue opportunità di affermarsi.

8A tutte queste diagnosi più o meno compiacenti nei confronti del moderno, ma sempre convinte di una sua sostanziale vittoria, Donati contrappone una diagnosi di sconfitta ed una proposta di superamento. Il mercato e lo stato non hanno distrutto le organizzazioni della società civile. La logica del profitto e quella dell’autorità - basate entrambe su rapporti asimmetrici di potere e di sfruttamento - non hanno il dominio assoluto dei nostri sistemi di convivenza; esse sono, al contrario, crescentemente sfidate dal principio simmetrico di reciprocità (che si contrappone a quello di autorità-potere) e dal valore di solidarietà (che si contrappone a quello utilitaristico). Il vettore di questi valori è il privato sociale. In esso si realizza un principio di autonomia non in senso liberale (autonomia come sottrarsi al principio gerarchico, alle leggi dello stato), né in senso psicologico (autonomia come capacità autoriflessiva, autocritica quindi come emancipazione continua anche dai propri pregiudizi, dai propri valori e dalle proprie certezze), ma autonomia come creazione di nuovi modi di vita, produzione di nuovi beni e servizi, filiazione di nuove certezze. Quindi un’autonomia non in negativo come propongono i liberali, non in chiave critica distruttiva come propongono certe scuole psicologiche, ma un’autonomia come innovazione positiva, produttiva, generatrice.

9Se si possono individuare ‘sottosistemi-sociali’ di volta in volta storicamente trainanti, allora - osserva Donati - come per il moderno il traino è stato il mercato, oggi il traino è il privato sociale. Questo settore dovrebbe crescentemente sostituire un welfare che produce servizi troppo uguali, che deresponsabilizza gli utenti perché rende invisibile il legame tra chi fa e chi usa. Non solo, uno spazio più ampio andrebbe lasciato alle solidarietà non strutturate, ai legami familiari e amicali.

10Quanto c’è di vero nella diagnosi di Donati e quanto c’è di buono nella sua terapia? Non mi pare che né la diagnosi né la terapia siano realistiche.

11Il mercato ed il welfare godono ancora di buona salute. Tutte le analisi sulla crisi del welfare mostrano che si tratta di una crisi non epocale: la spesa sociale pubblica non è caduta vorticosamente. Quanto al mercato, il vento di destra ha cercato semmai di rinforzarlo. La logica del profitto e la logica della dipendenza suddita dallo stato si intrecciano e si sostengono a vicenda (come mostrano anche i recenti scandali italiani). Fuor di retorica, tutti gli attori sociali organizzati chiedono mercato per gli altri e rendita pubblica per sé.

12Logiche non troppo diverse governano purtroppo anche il privato sociale. Donati sostiene che l’autonomia di questo settore sta nel fatto che esso “si sceglie da chi dipendere”. Di fatto trae le sue risorse dallo stato o dal mercato. Perché - come osserva lo stesso Donati - la presenza di personale volontario che presta la propria opera gratis, come attività svolta nel tempo libero, è marginale. Quindi più che di volontariato si dovrebbe parlare di “spontaneato”. Di imprese nate con obiettivi sociali, composte da umani mediamente meno interessati al profitto e al potere rispetto ad altri promotori di imprese. Si tratterebbe di umani - se ho ben capito Donati - disposti ad accettare minori guadagni e minori autoaffermazioni individuali, in cambio del piacere di svolgere un’attività moralmente appagante.

13Forse le cose stanno davvero come dice Donati, ma occorrerebbe provarlo. Bisognerebbe capire quanto è i plus valore che lo spontaneato regala alla società. Infatti, quando si va ad analizzare il costo di un posto letto messo a disposizione dalla Caritas si vede che costa più di un albergo e offre presumibilmente minori comodità, in ogni caso è più caro della ‘concorrenza’ laica. Può darsi che il volontariato “spenda” il sovraprofitto pubblico in attività - come la cura degli immigrati irregolari - che non può mettere in bilancio. Lo ritengo probabile, ma occorre provarlo. Allo stesso modo, se si vuole sottolineare il fatto che una parte del lavoro prestato nel terzo settore è virtualmente gratuito perché lì gli stipendi sono più bassi, occorre prendere in considerazione tutti gli aspetti di quelle occupazioni e fare un bilancio complessivo. Quanto guadagnano in flessibilità, tempo libero, piacere di fare cose appaganti gli spontanei? In cosa si distinguono dai dipendenti pubblici, se non nell’invenzione dell’attività e nell’apertura al mercato? Donati ci rivela anche lo spazio limitato di questa differenza. In Italia il terzo settore è più stato-dipendente che mercato-dipendente, quindi la differenza rispetto agli statali si assottiglia. Lo stesso carattere creativo dell’impresa sociale riguarda l’imprenditore spontaneo o il gruppetto di imprenditori che avvia, non gli altri, che assomigliano piuttosto ad impiegati pubblici, solo più precari, quindi più ricattabili.

14Al loro interno questi gruppi hanno - secondo Donati - rapporti più paritari e più responsabilizzanti (se ho ben capito il senso che lui dà al termine reciprocità). Anche su questa affermazione ho qualche dubbio. Mi pare che negli ambienti del volontariato circoli molto paternalismo, in certi casi con venature neanche troppo nascoste di autoritarismo come nel caso di San Patrignano. Anche io sto facendo ipotesi approssimative, ma non sta a me provare la superiorità morale del privato sociale, io posso solo cercare di falsificare questa tesi, mostrando che quanto meno subisce palesi eccezioni.

15Donati dice che il volontariato moderno non somiglia a quello passato, sia per questa reciprocità-responsabilità negli atteggiamenti, sia per la sua diffusione di massa. Sulla responsabilità ho già detto, sul carattere di massa non so, ma ho l’impressione che se il welfare pubblico cessasse, il privato sociale rivelerebbe il suo carattere, sussidiario e residuale. Mi associo quindi a coloro che vedono in questo modello una nostalgia del passato. Nella quale nostalgia del passato non trovo nulla di male, purché la si espliciti: è un peccato che nell’esposizione di Donati manchi l’espressione “perdita di memoria”. Il tradizionalismo non deve vergognarsi di sé, deve però essere capace di spiegare le sue buone ragioni.

16A me pare che l’associazionismo di oggi, molto più di quello delle origini, prosperi di appoggi non solo pubblici, ma politici e di parte. E questo conferma una tesi che avanzavo nel mio libro Da sudditi a cittadini: la società civile organizzata ottiene appoggi, riconoscimenti e deleghe pubbliche in quanto a) sia forte, b) sia leale nei confronti di chi occupa le arene decisionali. Un sistema societario lo è davvero se il riconoscimento pubblico nasce più dalla forza che dalle lealtà. Entriamo nel mondo dei progetti politici e dei desideri ed usciamo dal mondo delle descrizioni e delle rilevazioni, quando parliamo di un privato sociale autonomo dallo stato, permeato da spirito di responsabilizzazione dei produttori e degli utenti, caratterizzato da rapporti interni paritari, di reciprocità.

17Si può cercare di far qualcosa in questo senso, sarebbe una buona cosa, ma non una cosa nuova. Tutto il movimento americano del case work mirava a responsabilizzare i percettori di welfare, a rintrodurli nel mondo del lavoro, a rimuovere le cause caratteriali e psicologiche della loro esclusione sociale.

18Notiamo innanzitutto che questo atteggiamento si radica più nell’etica protestante che in quella cattolica. Anche oggi in Italia il volontariato protestante tende molto di più ad instaurare rapporti responsabilizzanti del tipo “solo se fai questo ti do questo” o “ti aiuto a fare, non faccio per te’.

19Il post-moderno funziona se ha memoria, se no diventa un altro modem estremo, un’altra pericolosa illusione che si possa reinventare il mondo. 1 moderno nelle sue peggiori configurazioni politiche si è fatto forte di verità e di avversioni non di dubbi, come sostiene Donati. Non si capisce Popper, la sua società aperta, se non si capisce il suo timore per il giacobinismo di ogni colore. L’invito a considerare le verità assolute come deperibili, e a non farne quindi una piattaforma per reprimere chi non le condivide, è un invito prima di tutto alla mitezza. Un invito che non dovrebbe dispiacere ad un cristiano, perché anche il percorso cristiano avviene per tentativi ed errori, è sempre incompiuto. E la storia della Chiesa cattolica dimostra che la pretesa di fissare verità e di reprimere gli errori comporta molti delitti e molte revisioni storiche. Solo un clima di libertà e concorrenza di idee fa della scelta religiosa una scelta meditata e libera. Solo una concorrenza tra ipotesi porta ad ipotesi affidabili, vere finché non vengono falsificate. Praticare la tolleranza non significa non battersi e non argomentare in favore dei propri valori o, nel campo scientifico, delle proprie tesi. Popper al contrario invita ad essere innamorati delle proprie tesi a non abbandonarle, se non dopo molti ed inspiegabili tradimenti. Ancor meno scettici sono i contrattualisti. Essi partono, al contrario, da alcuni postulati etici. Rawls, ad esempio, basa il suo ragionamento su un presupposto forte di identità: accettare di far finta di essere coperti da un velo di ignoranza sul nostro status sociale, quando vogliamo prendere decisioni pubbliche moralmente valide significa che siamo tutti disposti a fingere di poter aver avuto un’altra sorte, pronti a pensare di essere un umano a caso, un umano tra gli umani. Il contrattualismo crollerebbe se la sua ipotesi di antropologia supponesse umani che si pensano unici, affetti da egocentrismo e da narcisismo.

20Il pessimismo sulla natura umana riguarda solo una parte del pensiero democratico-liberale. Fortunatamente questa parte è riuscita a far passare qualche legge e qualche costituzione. Mi spiego.

21Donati sostiene che l’accesso di diritti degli individui dentro le famiglie ha spezzato l’unità e la solidarietà familiare. Ma non è il diritto dei fanciulli che ha creato i maltrattamenti familiari, non è la tutela delle donne sposate che ha creato gli stupri in casa e le percosse, non è il divorzio e la pratica degli alimenti che hanno creato l’abbandono di spose e bimbi privi di mezzi. Questi sono tutti rimedi, rimedi troppo blandi. Allo stesso modo non sono i diritti dei lavoratori che creano lo sfruttamento. Ci sono certo diritti dei deboli che finiscono per ritorcersi contro di loro, ma questo tema esula dal discorso che stiamo facendo. Qui parliamo dei diritti degli individui dentro i corpi sociali: diritti nella famiglia, nell’impresa, nel partito, nel sindacato, nell’associazione volontaria, nella Chiesa. A me non pare che questi diritti squisitamente moderni, secondo la definizione di Constant, accolta da Donati, non siano oggi troppo forti. Al contrario, vedo ancora molto forti i diritti delle famiglie, delle imprese, dei sindacati, dei partiti, delle associazioni volontarie, delle Chiese sui loro membri, cioè i diritti dei vertici, dei più membri forti sui membri più deboli.

22Il moderno ha ancora molta strada da fare prima di farci desiderare un ambiguo post-moderno. Questo non vuol dire che non possiamo pensare a vie più societarie, a vie - cioè - in cui cooperative o associazioni (all’in- terno delle quali i diritti dei membri e dei fruitori siano ben tutelati) si occupino di quote importanti di funzioni e le assolvano in modo più autonomo e diversificato. Luoghi in cui lavoro, affetto e appartenenza siano conciliabili vanno trovati, purché conciliare lavoro, affetto e appartenenza non diventi un obbligo, un obbligo imposto magari con la violenza.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Giovanna Zincone, «La cittadinanza societaria»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 165-170.

Notizia bibliografica digitale

Giovanna Zincone, «La cittadinanza societaria»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5628; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5628

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Autore

Giovanna Zincone

Dipartimento di Scienze Sociali - Università di Torino

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