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il documento/Lo sviluppo umano

I numeri dell’iniquità

Alfredo Milanaccio
p. 152-164

Testo integrale

1. Nel 1990 le Nazioni Unite, attraverso la propria agenzia UNDP (United Nations Development Programme), hanno iniziato la pubblicazione di un rapporto annuale sullo «sviluppo umano» (RSU), inteso come il modo in cui «la crescita economica, in società differenti, si traduce - o manca di tradursi - in sviluppo umano».

1I quattro rapporti finora pubblicati (nelle edizioni originali da Oxford University Press, 1990-1993; nella edizione italiana da Rosenberg & Sellier, 1992-1993) portano, oltre al titolo comune Lo sviluppo umano, i sottotitoli «Come si definisce, come si misura» (1); «Per una riforma della spesa sociale» (2); «Come ridurre le diseguaglianze mondiali» (3); «Decentrare per partecipare» (4). Essi sono anche indicativi della struttura dei rapporti, la quale è composta da un'ampia parte «monografica» - diversa di anno in anno - e da un altrettanto densa parte di tabelle che riportano le traduzioni quantitative dello «sviluppo umano», la cui sintesi costituisce lo Human Development Index, in italiano Indice di Sviluppo Umano (ISU), ciò che sarà al centro di queste note.

2Il progetto del gruppo di ricerca dell’UNDP - coordinato da Mahbub ul Haq, diretto da Inge Kaul e sostenuto da consulenti esterni come Amartya K. Sen - è molto ambizioso perché in effetti consiste nel predisporre un sistema di monitoraggio globale e mondiale dello «sviluppo umano». Questo è sinteticamente definito (RSU 4, p. 114) come «... un processo di ampliamento delle scelte delle persone. In teoria, queste possono essere infinite e cambiare nel tempo. Ma a tutti i livelli dello sviluppo, le tre scelte essenziali per la gente sono vivere un’esistenza lunga e sana, acquisire conoscenze e accedere alle risorse necessarie per un dignitoso tenore di vita. Se queste scelte non sono disponibili, molte altre opportunità rimangono inaccessibili».

3Per apprezzare la filosofia del gruppo dell’UNDP, questa definizione del concetto di sviluppo umano deve essere letta insieme al suo principale strumento, contenuto nell’affermazione, riportata in ogni Rapporto,

4«... la crescita del PNL è assolutamente indispensabile per raggiungere tutti gli obbiettivi essenziali». Sul concetto e sullo strumento ritorneremo più avanti.

5Il gruppo dell’UNDP ha utilizzato le risorse conoscitive e statistiche dell’intera organizzazione delle Nazioni Unite, nelle diverse articolazioni interne (FAO, UNEP, OMS, UNESCO, ecc.), dei governi dei Paesi membri, ma anche della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, della CEE, di numerose università e ONG (Organizzazioni Non Governative). Il risultato è una imponente banca di dati che si è venuta, nel corso del tempo, ampliando in estensione e profondità: il RSU i riguardava 130 Paesi (con dati riferiti al 1987 o al periodo 1965-87); il RSU 4 ne comprende 173 (con dati al 1990).

6I dati sono presentati attraverso 26 gruppi di indicatori, composti complessivamente da 197 sub-indicatori.

7Fra i gruppi di indicatori si possono trovare, per esempio, la «Formazione del capitale umano» e la «Sicurezza alimentare»; la «Condizione femminile» e la «Crescita dell’urbanizzazione»; «L'indebolimento del tessuto sociale» e il «Flusso degli aiuti ricevuti». All’interno dei singoli gruppi, i sub-indicatori sono specificazioni tematiche: per esempio, nel gruppo «Condizione femminile» si trovano «Mortalità materna», «Età media al primo matrimonio», «Tasso di iscrizione alla scuola terziaria», «Rappresentanti parlamentari» e così via.

8Occorre sottolineare il fatto che l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) non è la sintesi dei 197 sub-indicatori o, almeno, dei 26 gruppi di indicatori. ISU è la sintesi di tre dimensioni: longevità o speranza di vita, conoscenze (tasso di alfabetizzazione più anni di scolarizzazione) e reddito pro-capite (con la formula di Atkinson relativa all’utilità marginale). Per la composizione statistica di queste tre dimensioni sono stati utilizzati soltanto alcuni sub-indicatori: la maggior parte di essi - non utilizzati direttamente - vengono a costituire oltre che estensioni «laterali» delle tre dimensioni principali anche unità di riflessione e di analisi autonome. È questo il caso, per esempio, della «Spesa militare», del «Tasso annuo di deforestazione», del numero di «Bambini allattati al seno a 12-15 mesi» e di molti altri sub-indicatori.

9Dunque, ISU è un indice che colloca i 173 Paesi (non gli individui o i gruppi o le classi) lungo una scala teorica da o a 1 : sono considerati Paesi a sviluppo umano elevato quelli che presentano (1990) un valore di ISU fra 0.80 e 1.00; a sviluppo umano medio quelli con un ISU fra 0.50 e 0.79; a sviluppo umano basso quelli con ISU fra 0.00 e 0.49.

10Con dati del 1990, 55 Paesi presentavano ISU elevati: da 0.983 del Giappone a 0.802 del Qatar; 56 presentavano ISU medi: da 0.794 delle Mauritius a 0.500 del Nicaragua; 62 presentavano ISU bassi: da 0.497 delle Maldive a 0.045 della Guinea. L’Italia occupava il 220 posto, con ISU 0.924, dopo l’Irlanda e prima della Spagna.

11Per ovviare, almeno in parte, alle critiche che possono nascere dalla presentazione di dati per interi Paesi sono state pubblicate tabelle, e le indicazioni metodologiche utilizzate, dell’evoluzione dell’lSU nel tempo (1970-90) e della «correzione» di ISU per tener conto del sesso, o genere, e della distribuzione del reddito. Nei RSU 2 e 3 è anche stato presentato, per 88 Paesi, un Indice di Libertà Umana (ILU), ma è stato pubblicato separatamente rispetto all’ISU e, nel RSU 4, abbandonato.

12Insomma, che cosa è veramente ISU? I numerosi commenti e i dibattiti che, soprattutto in area anglo-sassone, sono apparsi fin dalla pubblicazione del primo rapporto lo hanno di volta in volta definito come un indice di felicità, una misura normativa di uno standard di vita desiderabile, una misura del livello di vita o della qualità della vita.

13Prima di ogni cosa, ISU è un indice di iniquità globale: chi ha la ventura di nascere in Sierra Leone vivrà (male) per 37 anni in meno di chi il caso avrà fatto nascere in Giappone. Sarebbe bene non dimenticare la crudele durezza di questi pochi numeri.

 

2. Da un punto di vista tecnico, ISU è una media non ponderata delle distanze relative della longevità, dell’istruzione e dell’accesso alle risorse monetarie. Poiché, com’è ovvio, il concetto (qui, lo sviluppo umano) è più ampio e articolato dell’indice (qui, ISU), nessuna misura quantitativa potrà mai essere perfettamente adeguata al concetto stesso anche quando - com’è il caso di ISU - le variabili prese in considerazione sono continuamente precisate e arricchite.

14ISU non è un indice normativo perché - anche se si presenta come una scala da 0 a 1 - lo sviluppo umano è concepito come un processo di espansione, o di contrazione, delle scelte. Dunque, poiché non può esistere un limite all’espansione delle scelte in quanto le persone che vivono in un Paese con un ISU già molto elevato possono orientare le loro scelte in altre direzioni, non è corretto attribuire ad ISU un significato normativo.

15D’altra parte, questa esclusione è anche dettata dal buon senso: se ISU fosse un indice normativo, un ISU con valore 1.00 dovrebbe costituire il modello e il traguardo per tutti. In concreto, il modello e il traguardo dovrebbe essere il Giappone (ISU 0.983, 1990): non è certo che gli abitanti delle Bahamas (ISU 0.875, 1990) o di Israele (ISU 0.938, 1990), per migliorare di poco il proprio sviluppo umano, si augurino di vivere in un’organizzazione sociale come quella giapponese. Già esistono potenti spinte culturali alla convergenza sovrasistemica che producono rischi di omologazioni indirettamente autoritarie: considerare ISU come una misura normativa potrebbe essere persino pericoloso.

16Piuttosto, ISU potrebbe essere considerato come una misura normativa, ma con molte cautele e attenzioni (Kelley, 1991), «al contrario», cioè come misura minimale: dunque, come riferimento al fatto che al di sotto di un certo valore di ISU non sono consentite alle persone le scelte essenziali, le libertà di base. Un reddito molto elevato (Stati Uniti, PIL reale pro-capite, 21.449 dollari USA, 1990), per esempio, segnala che i «bisogni» materiali sono poco o punto vincolanti nei riguardi della libertà di scelte delle persone. Un reddito troppo basso (Zaire, PIL reale pro-capite, 367 dollari USA, 1990) segnala una contrazione drastica proprio nella libertà di scelta, anche al di là delle differenze nelle strutture economiche e nei modelli culturali locali. In questo senso, ISU non può essere una misura di un possibile «paradiso» in terra: può però essere un indice di un «inferno», reale e diffuso.

17Queste osservazioni potrebbero valere anche per quanti hanno considerato - erroneamente - ISU come un indicatore di qualità della vita. ISU non è un indicatore di qualità della vita sia perché non prende in considerazione (non può: ricordiamo che i dati che confluiscono all’UNDP provengono in buona parte dai governi dei Paesi membri dell’ONU) gli indicatori soggettivi, che tanta parte occupano nella letteratura recente sulla qualità della vita, sia perché gli indicatori oggettivi sono globalmente orientati a definire misure di benessere, come risposta a bisogni di base (Hicks e Streeten, 1979) o come ricerca della «felicità» (Sen, 1993). Soprattutto, ISU è lontano - per necessità e per scelta - dalle misure di qualità della vita che mettono al centro del benessere la disponibilità di risorse relazionali alla base della soddisfazione di bisogni materiali e post-materiali (Allardt, 1976).

18Non indicatore normativo per uno standard - modo e forma - di vita desiderabile, che farebbe coincidere il vertice (ISU = 1.00) nella «beatitudine»; non misura riduttiva della qualità della vita. Che cosa è ISU?

19ISU è il tentativo, incompleto ma perfettibile, contraddittorio ma generoso, di rispondere con il linguaggio dei numeri a queste semplici domande:

«Le persone riescono a vivere a lungo? Possono evitare la morte nei primi anni di vita? Possono sfuggire alle patologie prevenibili? Evitare l’analfabetismo? Sono libere dalla fame e dalla denutrizione? Godono di libertà personale? (Anand e Sen, 1992, anche in RSU 4, p. 117).

20Sono le stesse domande che - ogni giorno - sono poste alla vita di 4 miliardi di esseri umani: se esse hanno in qualche modo risposta positiva, il minimo necessario per poter operare, o anche solo pensare, le scelte essenziali, è garantito. In quanto ciò non accade, e non accade ogni giorno per 4 miliardi di esseri umani, per una, alcune o tutte le risposte a quelle domande, ISU trova la sua ragion d’essere e la sua legittimazione etica, ben al di là delle critiche tecniche e sostantive che sono state fatte (Lind, 1991; McGillivray, 1991).

21Tuttavia, se pure le emozioni fanno inevitabilmente parte dell’osservazione esse non possono diventare principio d’orientamento dell’analisi. Senza dimenticare che, per esempio, il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni (per 1000 nati vivi, 1990) è 297 in Mozambico; 292 in Afghanistan; 284 in Mali (media dei Paesi industrializzati: 16) occorre quindi segnalare i tre principali limiti di ISU: la relazione fra sviluppo umano e crescita economica; la faticosa comparazione fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo; la marginalità assegnata agli indicatori ambientali.

 

3. Se la popolazione mondiale è divisa in quintili, il 20 per cento più ricco riceve P82.7 per cento del reddito totale mondiale; il 20 per cento più povero ne riceve invece P1.4 per cento. Se si somma il reddito totale mondiale ricevuto dai tre quintili più poveri, ciò che, in altre parole, significa il 60 per cento della popolazione mondiale, il risultato 03.7 per cento. Ovvero, che il 20 per cento più ricco ha un reddito 130 volte superiore al 20 per cento più povero.

22Questi altri «numeri dell’iniquità» sono probabilmente sembrati al gruppo dell’UNDP sufficienti per sostenere l’equivalenza - citata all’inizio - fra sviluppo umano e crescita economica: «... la crescita del PNL è assolutamente indispensabile per raggiungere tutti gli obbiettivi essenziali». Questa verità sembra essere talmente evidente da diventare controversa o discutibile.

23Io voglio qui sostenere: a. che sviluppo umano e crescita economica non sono sinonimi, dalla seconda non discende necessariamente il primo; b. che se la crescita economica, nei Paesi in via di sviluppo, si realizzasse attraverso giganteschi trasferimenti gratuiti dai Paesi industrializzati, avrebbe effetti soltanto marginali; c. che se la crescita economica, nei Paesi in via di sviluppo, si realizzasse attraverso modalità identiche o analoghe a quelle che hanno reso i Paesi industrializzati quel che sono, occorrerebbe contabilizzare il collasso ambientale del pianeta.

24E che tutto ciò è tragico poiché deve fare i conti con la risorsa tempo: non ci sono cento o duecento anni, ci sono un paio di generazioni.

25La non equivalenza fra sviluppo umano e crescita economica è sottolineata dallo stesso gruppo dell’UNDP. «La crescita economica non comporta automaticamente un miglioramento della vita delle persone», recita il titolo di un paragrafo (RSU 3, p. 13). Tuttavia, il testo dello stesso paragrafo insiste sulle diseguaglianze derivanti da fattori specificamente economici, anzi monetari in senso stretto.

26Il tasso annuo di crescita del PNL pro-capite nel decennio 1980-90 nei Paesi in via di sviluppo è aumentato (+ 2.3) più che nei Paesi industrializzati (+ 2.2). Tale tendenza è omogenea, salvo una piccola riduzione, a quella rilevata nel quindicennio precedente: fra il 1963 e il 1980, la crescita del PNL pro-capite nei Paesi in via di sviluppo è stata + 2.9; nei Paesi industrializzati, + 2.3.

27Dunque, anche se bisogna segnalare l’inversione di tendenza per i Paesi dell’Africa sub-sahariana (1963-80: + 1.3; 1980-90: -1.1), e il peggioramento del PNL reale pro-capite, cioè a parità di potere d’acquisto, per un quarto di secolo la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo è stata costante e forte.

28Da ciò è derivato un eguale o analogo aumento dello sviluppo umano? Certo, la risposta dipende in primo luogo da come si concettualizza operativamente lo sviluppo umano: se l’aumento del reddito pro-capite entra a far parte - com’è il caso di ISU - dell’indicatore, allora la risposta è positiva. Ma lo sviluppo umano è definibile - nei RSU è ripetuto quasi ad ogni pagina - come «un processo di ampliamento delle scelte delle persone».

29L’ampliamento delle scelte delle persone non può prescindere dalle libertà umane e politiche: gli stessi redattori dei RSU dichiarano che «... lo sviluppo umano è incompleto se non comprende la libertà». (RSU 2, p. 30).

30Confrontando i dati dell’unica ricerca globale finora disponibile (Humana, 1986), si osserva con evidenza che nessun Paese con ISU basso si colloca nella fascia alta dell’Indice delle Libertà Umane (ILU): invece, non pochi Paesi, e non soltanto quelli dell’ex-socialismo reale, con ISU elevato o medio stanno nella fascia bassa dell’ILU. (L’Italia sta nella parte alta della fascia media dell’ILU).

31Anche trascurando il non secondario aspetto delle libertà umane e politiche (esiste una disomogeneità sostanziale: ILU è evidentemente costruito da ricercatori super-partes; la base di dati di ISU è invece fornita dai governi), resta il fatto che delle altre due componenti ISU - speranza di vita e scolarizzazione - la prima è nei Paesi in via di sviluppo nettamente migliorata (pari a 100 la media dei Paesi industrializzati, dal 1960 al 1990 l’incremento è stato da 67 a 84); la seconda è invece di poco peggiorata (dal 1980 al 1990, da 38 a 37 rispetto a 100 della media dei Paesi industrializzati).

32Insomma, la relazione fra crescita economica e sviluppo umano è incerta - rispetto alla stessa composizione interna di ISU - e concettualmente problematica, perché il riferimento costante è alla vecchia immagine dello sviluppo come riduzione dell’angolo formato dalle lame di una forbice. Gli stessi ricercatori dell’UNDP sembrano rendersene conto quando sottolineano l’importanza esemplare delle ONG (Organizzazioni Non Governative), dette anche organizzazioni popolari, in campo tecnico, amministrativo, finanziario. Le ONG propongono davvero modelli esemplari, rispettosi delle culture e delle risorse ecosistemiche locali: il loro peso complessivo è però ancora del tutto marginale (RSU 4, capp. 2, 4 e 3).

33Tutto ciò porta ai punti b. e c. sopra segnalati.

34Immaginiamo lo scenario di un sogno di solidarietà globale, che le attuali mode politico-culturali definirebbero un delirio. Tutti gli individui appartenenti al 20 per cento più ricco (primo quintile di reddito) della popolazione mondiale (ricordiamo che in esso vanno comprese, per esempio, la Bulgaria o la Georgia) decidono di trasferire - con entusiasmo e convinzione - il 5 per cento del proprio reddito alle popolazioni del 40 per cento più povero (quarto e quinto quintile di reddito) con la garanzia minima che tali trasferimenti non vadano - come invece oggi notoriamente accade a piccoli o grandi satrapi locali e alle loro «famiglie» etniche o militari.

35Il risultato di tale sogno sta nei seguenti numeri: al 20 per cento più ricco resterebbe il 76.7 per cento del reddito mondiale; il 40 per cento più povero riceverebbe il 9.3 per cento del reddito mondiale, anziché il 3.3 per cento come nel 1989.

36Oppure, per ragionare con argomenti più diretti, immaginiamo che i 20 Paesi con ISU più elevato (sostituendo Islanda e Lussemburgo - che non forniscono dati utilizzabili - con Italia e Spagna) intendano in modo concreto il concetto di sviluppo umano e mettano mano alle proprie borse trasferendo ai Paesi in via di sviluppo il 3 per cento del loro risparmio interno lordo (in percentuale del PIL).

37Ne risulta una cifra astronomica: il risparmio interno lordo totale assomma (1990) a 3.687 miliardi di dollari; il 3 per cento sarà dunque 184 miliardi di dollari.

38Poiché gli esseri umani viventi nei Paesi in via di sviluppo (1991) erano 4.160 milioni, a ciascuno di essi verrebbero trasferiti 44 dollari e 23 centesimi.

39Tutto ciò costituirebbe la base concreta per innumerevoli iniziative locali di crescita economica e di sviluppo umano, ma non sposterebbe affatto i termini delle diseguaglianze mondiali, dell’iniquità globale, perché i numeri del denominatore - il volume globale della popolazione - sono troppo grandi.

40Uscendo realisticamente dai sogni, si deve entrare, come sta accadendo attualmente al 3-4 per cento della popolazione cinese adulta, nel campo della crescita economica ed - eventualmente - dello sviluppo umano realizzata attraverso modi industrial-occidentali, o nipponici.

41Nel 1963 il consumo totale di energia commerciale (non per usi domestici) nei Paesi industrializzati fu di 2.321 miliardi di kg. di petrolio equivalenti (Mkg. PE); nel 1990 negli stessi Paesi, lo stesso consumo fu di 4.443 Mkg. PE. Nel 1963 i Paesi in via di sviluppo consumarono 709 Mkg. PE; nel 1990 consumarono 2.084 Mkg. PE.

42Il tasso annuo di variazione - incremento, ovviamente - dello stesso tipo di consumo è interessante: fra il i960 e il 1974, il tasso dei Paesi industrializzati fu 6.0 (quello dei Paesi in via di sviluppo: 6.2); fra il 1980 e il 1990, il tasso di incremento nei Paesi industrializzati fu 1.4 (quello dei Paesi in via di sviluppo: 3.1).

43Poiché disponiamo (RSU 4, pp. 193 e 219) dei dati del consumo di energia commerciale pro-capite (kg. di petrolio equivalente, Kg. PE) e di quelli relativi all’incremento della popolazione (RSU 4, pp. 190 e 217) non è difficile fare qualche operazione aritmetica e qualche previsione.

44Nel 1990 il consumo pro-capite nei Paesi industrializzati fu 4.937 kg. PE: con un tasso di variazione annuo uguale a quello del decennio 1980-90 (1.4) e un incremento costante della popolazione nel decennio 1990-2000 (0.6 per cento annuo), quindi con stima del volume globale a 1.290 milioni di persone, il consumo pro-capite sarà 3.676 kg. PE e il consumo totale 7.322 miliardi di Kg. PE.

45Nel 1990 il consumo pro-capite nei Paesi in via di sviluppo fu 2.084 kg. PE: con un tasso di variazione annuo uguale a quello del decennio 1980-1990 (5.1) e un incremento costante della popolazione nel decennio 1990-2000 (1.9 per cento annuo), quindi con stima del volume globale a 4.930 milioni di persone, il consumo pro-capite sarà 3.426 kg. PE e il consumo totale di 16.891 miliardi di kg. PE.

46Dunque, fra cinque anni il mondo consumerà 24.213.000.000.000 di kg. PE: questo è evidentemente un valore sottostimato perché ad esso vanno aggiunti i consumi domestici, non dimenticando che nel 2000 quasi i due terzi della popolazione mondiale vivranno in agglomerati urbani.

47Oltre 24 mila miliardi di kg.PE sono un valore che si avvicina al limite della capacità di carico ambientale del pianeta? È difficile dirlo: in ogni caso si rischia sempre di fare le cassandre pessimiste e inascoltate. Tuttavia, un indicatore di sviluppo umano non può dimenticare questi numeri.

 

4. Invece, sia fra i gruppi di indicatori sia fra i numerosi sub-indicatori, lo spazio dedicato all’ambiente naturale, alle sue trasformazioni, alle sue relazioni con le azioni e lo sviluppo umano, è obbiettivamente marginale.

48Anche nei testi dei rapporti, cioè nella parte politico-programmatica dei RSU che precede la documentazione statistica, all’ambiente e ai suoi dirompenti problemi è concesso qualche cenno secondario. Non si tratta di mettere in discussione gli orientamenti del gruppo di ricerca dell’UNDP, le sue opzioni ideologiche, perché esse sono - in quanto tali - legittime; né criticare le evidenti priorità accordate a questo o quel problema planetario: è altrettanto legittimo che alcuni ritengano più importante la riduzione delle diseguaglianze umane, mentre altri ritengano più importante la riduzione - catastrofica - della biodiversità.

49È opportuno, invece, sottolineare quella che a me sembra una incoerenza logica all’interno dello stesso ISU.

50Infatti, se lo sviluppo umano si riferisce, in uno dei suoi tre fattori costitutivi alla «... facoltà delle persone di vivere una vita lunga e sana...», non sembra davvero possibile ignorare che oggi la stessa «speranza di vita» è legata alle trasformazioni umane dell’ambiente naturale: per esempio, le conseguenze del buco nella fascia di ozono, che oggi sembra essere più ampio delle più pessimistiche previsioni di ieri, colpiranno le aree del pianeta più esposte all’irraggiamento solare e, dunque, buona parte delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, in particolare quelle dei Paesi definiti «a sviluppo minimo».

51Non deve inoltre essere dimenticato il fatto - decisivo - che più dei due terzi dell’umanità si cura con farmaci di origine esclusivamente vegetale: se gli ecosistemi che producono quei vegetali, oltre che le conoscenze terapeutiche umane ad essi collegate, scompariranno, non si vede con quali mezzi lo sviluppo umano «vivere una vita lunga e sana» possa essere perseguito. Ignorato nei fattori di composizione di ISU, l’ambiente è alquanto trascurato anche nei gruppi di indicatori e nei sub-indicatori. Del tutto escluso nel RSU i, l’ambiente compare nei RSU 2 e 3 con i gruppi «Sovraffollamento urbano» e «Bilancio delle risorse naturali», nel quale, tuttavia, i soli dati direttamente rilevanti sono quelli riferiti alla «Media annua di deforestazione» (in cui si riportano dati sul tasso annuo per il periodo 1981-85 e soltanto per i Paesi in via di sviluppo) e all’«Indice dell’effetto serra». Occorre però ricordare che nel RSU 2 non erano comprese la Cina e l’India, cioè circa un terzo dell’umanità.

52L’«Indice dell’effetto serra» non è più presente nel RSU 4, nel quale, tuttavia, compare un nuovo gruppo di indicatori orientato ai problemi ambientali («Ambiente e inquinamento»), composto da «Principali città con più giorni di emissioni elevate di zolfo»; «Emissione di inquinanti atmosferici tradizionali»; «Rifiuti industriali per unità di PIL»; «Carta riciclata in percentuale di quella consumata»; «Scorte di combustibile nucleare consumate»; «Popolazione servita da impianti di depurazione delle acque»; «Scorie speciali e nocive generate».

53Si tratta - come credo sia evidente - di dati piuttosto generici, la relativa utilità dei quali è ridotta dal fatto che vengono riportati soltanto per il macro-aggregato composto dai Paesi industrializzati e, più in dettaglio, per 25 Paesi ad ISU elevato.

54La stessa presenza del gruppo «Ambiente e inquinamento» non è prevista per i Paesi in via di sviluppo. Le possibilità di comparazione fra gruppi diversi di Paesi che però perseguono analoghi modelli di crescita economica, pur collocandosi oggi a differenti livelli, sono virtualmente precluse.

55Per esempio, le informazioni sulla «Media annua di deforestazione» sono centrali non soltanto per l’Indonesia o il Brasile: negli ultimi venti anni in Italia (ISU 0.924) sono stati cancellati quasi 800.000 ettari di boschi e foreste - più della metà per incendi in maggioranza dolosi - e le indagini del Ministero dell’Ambiente nel triennio 1990-92 ci informano che il 40 per cento del patrimonio boschivo italiano è più o meno gravemente compromesso, ancora dagli incendi, dall’inquinamento, dalle piogge acide, da agenti parassitari (ISTAT, 1993). Negli stessi Stati Uniti, milioni di ettari di superficie agricola sono in via di desertificazione.

56Questo è il terzo limite rilevante del lavoro dell’UNDP: con la eccessiva identità fra crescita economica e sviluppo umano e la marginalità assegnata all’ambiente, la difficoltà di comparazione per sub-indicatori importanti.

57Infatti, quanto è stato osservato per i dati ambientali vale anche per altri. Per esempio, il gruppo «Profilo sanitario» è composto da sub-indicatori diversi per i Paesi industrializzati e per i Paesi in via di sviluppo: il «Numero di nuovi casi di AIDS» non è presente fra i dati dei Paesi in via di sviluppo.

58È certo che le statistiche sanitarie ed epidemiologiche, per dire, della Danimarca o della Norvegia siano più accurate ed affidabili di quelle dell’Uganda o della Thailandia: è altrettanto certo che, anche in assenza dei dati ufficiali forniti dai singoli governi, esistono stime dell’OMS che sarebbe stato opportuno richiamare e presentare al pubblico.

59Non credo che questi limiti o assenze siano da imputare al desiderio di non appesantire pubblicazioni già molto dense o all’obbligo istituzionale di contenere le informazioni nei limiti dell’ufficialità. Ritengo invece che la ragione principale possa trovarsi nel «modello del mondo» che ha orientato i ricercatori dell’UNDP.

60In breve. Esiste un Nord, ricco, industrializzato, collocato a livelli elevati di crescita economica e di sviluppo umano; esiste un Sud, povero, agricolo o pre-industriale, collocato a livelli bassi, o infimi, di crescita economica e di sviluppo umano.

61Il modo stesso di presentare i dati - separatamente per il Nord e per il Sud - potrebbe confermare questa ipotesi. Non è certo la difficoltà nella presentazione disaggregata dei dati ciò che ha fatto dimenticare che possono esistere dei Sud nel Nord e alcuni Nord nel Sud, ovvero che esistono dei Sud all’interno dello stesso Sud o che non tutto il Nord sta «in alto».

62In altre parole, le lame della forbice il cui angolo segnala il grado di diseguaglianza sono due, e due soltanto.

63È una immagine - una rappresentazione - del mondo decisamente invecchiata, proprio a causa dell’inasprirsi di alcune diseguaglianze negli ultimi trent’anni.

 

5. I rapporti sullo sviluppo umano sono opere ammirevoli e preziose: di anno in anno segnalano con passione e competenza problemi globali, che cioè - piaccia o meno - coinvolgono tutti; i dati presentati sono la base per innumerevoli riflessioni, tecnico-metodologiche ed etico-politiche. Ogni ricercatore sociale dovrebbe essere grato all’UNDP.

64Tuttavia, vanno - per riprendere le parole dell’articolo di Allen Kelley - «maneggiati con attenzione». Fin dalla pubblicazione del primo RSU le critiche, i commenti e i suggerimenti sono stati numerosi: alcuni - pur conservando l’orientamento originario - sono stati accolti dal gruppo di ricerca dell’UNDP, che si è dunque mostrato sensibile ad un movimento dalla «periferia» al «centro».

65Vorrei concludere con un altro tipo di proposta, che riguarda proprio la «periferia». I rapporti dell’UNDP possono essere utilizzati in due modi, o «contemplando» - con mestizia - le informazioni globali raccolte, elaborate e pubblicate «dall’alto» oppure, attraverso i percorsi di ricerca che sono anch’essi messi in evidenza, costruendo «dal basso» delle serie di ISU locali. Con ciò si darebbe risposta a una delle critiche più ricorrenti - i dati sono presentati come medie nazionali - alla quale tuttavia un’agenzia delle Nazioni Unite non può evidentemente rispondere in prima persona.

66Si tratterebbe di un lavoro che richiede pazienza ma non impossibile da un punto di vista tecnico né particolarmente oneroso da un punto di vista finanziario.

67Il vecchio slogan «agire localmente e pensare globalmente» può valere anche per la ricerca sociale: inoltre, con basi statistiche più contenute e, quindi, più governabili la stessa composizione interna di ISU potrebbe essere innovata, almeno in via sperimentale, con le due componenti di cui oggi l’indice UNDP è maggiormente carente, le libertà umane e civili e l’ambiente.

68Per le libertà umane e civili esistono, oltre al pionieristico lavoro di Humana, le informazioni costantemente - anche per l’Italia - raccolte da Amnesty International e dallo svedese SIPRI; per l’ambiente, voglio qui ricordare soltanto la ricchezza delle informazioni contenute nella terza edizione delle Statistiche ambientali dell’ISTAT, pubblicate alla fine del 1993 e - poiché l’ambiente non fa audience - nel più generale e protervo silenzio.

Post Scriptum

69Nei giorni in cui questo numero dei Quaderni di sociologia stava per andare in stampa è stata pubblicata l’edizione italiana del quinto RSU, che porta il sottotitolo “Nuove sicurezze”. Il breve spazio che mi è concesso sarà utilizzato per uno schematico aggiornamento di quanto esposto sopra.

70I ricercatori dell’UNDP, anche in vista del prossimo vertice mondiale per lo sviluppo sociale (Copenaghen, marzo 1993), hanno dedicato la parte tematica del RSU al tema della sicurezza, anzi delle sicurezze, ritenendolo fondamentale per il mondo del XXI secolo e articolando il concetto in quattro caratteristiche.

71La sicurezza è una questione di rilevanza universale: esistono minacce comuni a tutto il globo (disoccupazione, droga, criminalità e inquinamento sono le prime per pericolosità) e minacce specifiche per aree (carestie, conflitti etnici) ed entrambe sono in aumento. La sicurezza, o il rischio, presentano componenti di forte interdipendenza: con il processo di globalizzazione, di fatto non esistono più “isole felici” che non possano esse stesse essere minacciate da eventi o fenomeni originatisi anche a grande distanza spaziale o culturale. La sicurezza è un obbiettivo che può meglio essere raggiunto con azioni preventive', qui l’esempio paradigmatico non può che essere l’Aids sia per quanto riguarda la prevenzione della sua ulteriore diffusione sia rispetto alla presumibile - quasi certa - origine dell’epidemia. Infine, e sociologicamente centrale, la sicurezza non può che essere riferita alle persone: certo, a rischio possono essere intere culture, popolazioni, gruppi etnici, territori ma, alla fine, la sicurezza si misura attraverso il grado di libertà dalla paura con cui le persone compiono le loro scelte.

72Rendere attive le sicurezze, accrescerle o, quando è il caso, costruirle ex-novo costa, costa moltissimo. Ma in questi ultimi anni il mondo si è trovato a disposizione un’opportunità unica e, per lungo tempo, insperata: l’utilizzo del “dividendo di pace”, cioè la somma delle percentuali dei PIL per la spesa militare in parte “liberate” a causa del processo di distensione internazionale. Si tratta di una cifra enorme: per il periodo 1987-1994 il dividendo di pace è stimato in circa 950 miliardi di dollari 1991. Per il periodo 1995-2000, altri 460 miliardi di dollari.

73Naturalmente non bisogna dimenticare che, insieme alla riduzione dei conflitti armati fra stati è di molto cresciuto il numero dei conflitti armati interni a un singolo stato; che il numero globale dei militari dal 1990 non è diminuito (sono sempre più di 30 milioni); che, in campo scientifico- tecnologico, più di un quarto dei ricercatori di tutto il mondo (1.5 milioni di persone) fino al 1990 lavorava direttamente per il settore militare e i processi di riconversione delle menti sono forse più lenti di quelli degli impianti.

74Resta il fatto che quei 1410 miliardi di dollari sono “a disposizione” di scopi un po’ più nobili che non scannare scientificamente qualcuno definito, all’improvviso o da tempo, il Nemico.

75Posso qui soltanto fare un cenno al fatto che di recente è cresciuto l’interesse delle scienze sociali per le sicurezze, individuali e collettive. I lavori di Lasch, di Giddens, di Beck, di Duclos, di Inglehart sono soltanto i più noti e possono essere bene integrati con l’ultima fatica dell’UNDP.

76Il quinto RSU presenta alcune novità importanti - sulle quali converrà ritornare con un dibattito metodologico ad ampio respiro - anche nella raccolta e presentazione delle informazioni statistiche (basate su dati 1992).

77Sono state mantenute le tre dimensioni di base per il calcolo dell’ISU (longevità, scolarità, reddito) ma sono cambiati alcuni fattori interni ad esse e, soprattutto, sono stati adottati nuovi valori di riferimento per gli estremi, in particolare rispetto al reddito e alla speranza di vita. Ciò permette un confronto più significativo fra i paesi e nel tempo, un limite dei primi quattro RSU che avevo ritenuto di dover segnalare nei paragrafi precedenti.

78I risultati già si vedono: per esempio, la correlazione fra ISU e PIL è molto meno stretta che nei primi RSU. Questo implica, oltre alla retrocessione del Giappone dal primo al terzo posto dell’ISU, che l’eventuale differenza nella posizione occupata nella classifica PIL e nella classifica ISU è molto più marcata e significativa delle diverse strategie di sviluppo.

79Se continua ad essere evidente che i paesi ricchi in denaro hanno anche un ISU alto, adesso possiamo riflettere meglio sul significato del rapporto fra ricchezza economica e progresso civile, e umano, di paesi come Singapore, Kuwait, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Libia, Oman, Iraq, Algeria, i quali, nella classifica dello sviluppo umano retrocedono rispettivamente di 22, 23, 36, 25, 52, 36, 38, 54, 41 e 37 posti (l’Italia retrocede di 5 posti).

80Invece, paesi a reddito basso, come la Cina, o medio-basso come la Cecoslovacchia (sono dati 1992, la separazione non era ancora avvenuta), la Lituania, la Costa Rica, o bassissimo, come il Vietnam, guadagnano rispettivamente 49, 29, 35, 36, 34 posti nella classifica ISU. È proprio la possibilità offerta per questi tipi di confronto ciò che fa dell’ISU un indicatore perfettibile ma prezioso.

81Inoltre, RSU 5, oltre ad approfondire le metodologie necessarie alla correzione di ISU rispetto alle diseguaglianze fra i sessi e alla distribuzione del reddito, mette in maggiore evidenza le disparità (= iniquità) regionali all’interno dello stesso paese. Un solo esempio: lo stato nigeriano di Ben- del vanta un ISU (0.66) superiore a quello medio di un paese progredito come Sri Lanka, mentre un altro stato nigeriano, il Borno, ha un ISU (0,15) ben più basso dell’ISU più basso del mondo (Guinea, 0.19).

82Infine, come nota ancora dolente, l’ambiente. Nonostante RSU 5 si apra con un capitolo dedicato allo sviluppo sostenibile - inteso però come crescita dell’equità piuttosto che come “far pace” con la natura - i sub-indicatori ambientali restano quelli, limitati e contraddittori, dei precedenti RSU.

83Forse bisogna incominciare a riflettere sul fatto che la costruzione di indicatori socio-ambientali soddisfacenti presuppone una interazione fra modelli concettuali delle scienze umane e modelli concettuali delle scienze naturali che, al momento, è ancora immatura oltre che poco esplorata e poco richiesta.

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Bibliografia

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alfredo Milanaccio, «I numeri dell’iniquità»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 152-164.

Notizia bibliografica digitale

Alfredo Milanaccio, «I numeri dell’iniquità»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5622; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5622

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Autore

Alfredo Milanaccio

Dipartimento di Scienze Sociali - Università di Torino

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