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Politica e morte: la dimensione strutturale della violenza nella vita politica

Antonio Costabile
p. 104-129

Testo integrale

Introduzione

1Oggetto di questo lavoro è il tentativo di trattare i rapporti tra la politica e la morte da un punto di vista sociologico.

2La domanda preliminare alla quale occorre dare risposta è la seguente: ha senso, nell’ambito delle scienze sociali, tentare di stabilire un rapporto tra la politica e la morte? La domanda può esser formulata anche così: si tratta di un rapporto meta-storico, chiuso nella sfera della speculazione filosofica e, come tale, estraneo agli interessi ed ai metodi degli scienziati sociali, oppure di un rapporto pienamente storico e sociale, nel senso che può essere studiato nel cammino concreto della società umana?

3In verità, per uno studioso che viva oggi nel Mezzogiorno d’Italia, come il sottoscritto, la soluzione di questo interrogativo nasce - prima ancora che dall’analisi scientifica e dalla storia del pensiero sociologico - dall’osservazione diretta della realtà, dalla vita quotidiana, dai principali fatti sociali e politici.

4Quando una strada, una piazza, un bar, un negozio, un’azienda diventano - in una qualunque località - testimoni di omicidi ed attentati, gli effetti del fenomeno criminale coinvolgono direttamente tutte le forme della vita associata di quella comunità (partiti, sindacati, rete imprenditoriale e commerciale, burocrazia, scuola ed altre organizzazioni), ed anche le convinzioni individuali, le nozioni di giusto ed ingiusto, di legale ed illegale, le credenze, i sentimenti e le tradizioni collettive.

  • 1 Tale realtà è espressa con estrema chiarezza dall’ex Procuratore della Repubblica di Palmi (un paes (...)

5Quando il dominio della legge e dello stato di diritto viene sostituito da quello della violenza privata e della minaccia, muta di conseguenza - rispetto ad una forma di convivenza ordinata e pacifica - tutto il quadro delle scelte poste di fronte all’attore sociale, in quanto la scelta fondamentale (e l’opzione per la vita) spesso non è più garantita dal sistema, ma grava con tutto il suo peso sull’individuo, trasformandone la scala dei valori1.

6A questo punto, si è in presenza di una vera e propria contaminazione sociale della violenza e della morte, cosicché lo studioso si trova a lavorare in un contesto che ha già posto di fatto al suo centro, più o meno consapevolmente, il problema del senso dell'agire sociale e politico di fronte alla realtà della morte violenta.

7Tale problema, durante gli anni sessanta e settanta, è stato presente sulla scena nazionale ed internazionale per lo più in maniera circoscritta (come nel caso dei conflitti armati locali, della lotta contro i regimi dittatoriali, del terrorismo), oppure così ampia da potersi considerare - al tempo stesso - vicina e remota (come la minaccia nucleare).

8Invece, nel corso degli anni ottanta, le dimensioni del problema si sono assai dilatate e ci interessano più direttamente e globalmente, in campo locale, nazionale e nel mondo.

9Di conseguenza, la questione dell’uso della violenza e, in ultima analisi, della minaccia di morte riacquista (o in verità, come vedremo, conferma) la sua posizione centrale nella vita politica.

10Questo lavoro cerca di dimostrare come le aree di crisi, nelle quali la violenza è più manifesta (Mezzogiorno d’Italia, ma pure Bosnia, Russia, Medio-Oriente ecc.), disvelino un doppio processo di occultamento, riguardante la morte e la politica, che è stato fino ad oggi tipico delle società moderne:

  1. la riduzione della morte a fatto prevalentemente privato, attuata attraverso il ridimensionamento e la trasformazione del suo contenuto sociale (oggi infatti, a differenza del passato, la socializzazione della morte nelle società industriali esclude il significato ultimo di questo fenomeno, così come molti aspetti di solidarietà affettiva e materiale, e coinvolge quasi soltanto aspetti organizzativi, di natura medica, funebre e burocratica);

  2. la marginalizzazione - concettuale più che pratica - di uno dei due fondamenti essenziali della politica, cioè l’uso della forza e la minaccia implicita esercitata da chi la detiene (senza di cui il consenso, l’altro elemento basilare, non basta a dare stabilità e durata ai sistemi politici, anche nelle democrazie più avanzate).

11Frutto di questo duplice occultamento è la pretesa di assegnare alla relazione politica - morte una importanza secondaria ed episodica.

12Viceversa, la nostra tesi è che la violenza è una dimensione costitutiva e permanente della realtà politica e che proprio i processi politici più recenti, nel Mezzogiorno, in Italia e sulla scena internazionale, dimostrano che la presenza della coercizione e della morte nella vita politica non è residuale e occasionale, perché il rapporto politica - morte è di natura strutturale e non congiunturale.

13Proveremo anzi ad evidenziare come, per effetto dei processi di trasformazione e di modernizzazione dei sistemi politici, le relazioni tra la politica e la morte tendano dovunque ad aumentare anziché diminuire.

  • 2 In proposito, va ricordato il contributo di interrogativi e suggerimenti - assai interessanti ai fi (...)

14In verità, la ricerca sulle tendenze in atto, sulle crisi di regolazione sociale e di legittimazione interne ai sistemi politici nazionali, così come l’analisi dei conflitti internazionali di questa nuova epoca, successiva alla fine della divisione del mondo in due blocchi contrapposti, richiedono una ricognizione delle reciproche influenze tra i fenomeni della politica e della morte. Si tratta, quindi, di recuperare in pieno questo rapporto - già presente in alcune opere classiche e richiamato con urgenza dalla realtà odierna - all’uso delle scienze sociali, di farne uno strumento di analisi che aiuti a comprendere meglio le crisi degli attori sociali e delle società di oggi2.

  • 3 Cfr. M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1974. Più in generale, per (...)
  • 4 Ad esempio, gli studi di Rokkan (tra gli altri, cfr. S. Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti, Il Mu (...)

15Per quanto concerne l’impostazione metodologica di questo studio, utilizzeremo il metodo storico-comparativo3 secondo le sue applicazioni più ricche ed avanzate4.

16L’analisi che segue si divide in due sezioni:

  • nella prima sottolineeremo come la morte è stata ed è tuttora un fatto sociale di primaria importanza, essenziale per comprendere altri, importanti fatti sociali; a tal proposito ci soffermeremo sul rapporto morte - tradizione - modernità, facendo in particolare riferimento ad alcune riflessioni sulla morte sviluppate nel pensiero sociologico;

  • nella seconda individueremo, in breve, quelli che ci sembrano i concetti di politica più diffusi nelle scienze sociali, e li analizzeremo per mettere in luce come la morte abbia a che vedere con la radice della categoria di politica, e quanto vasto e multiforme sia - da questo punto di vista - il campo delle relazioni politica-morte.

17Nelle conclusioni, infine, riassumeremo i principali orientamenti emersi dalla ricerca.

1. La morte come fatto sociale

18In questa prima parte cercheremo di evidenziare come la morte sia ancora oggi un fatto sociale di grande rilevanza; come siano cambiate, nel passaggio verso la modernità, le forme di socializzazione della morte; come la privatizzazione del senso della morte, attuata nel mondo odierno, si ripercuota sull’intero circuito delle relazioni sociali interessato da tale fenomeno; come, per effetto di tutto ciò, si realizzi la marginalizzazione, l’isolamento della morte stessa e si formino rappresentazioni collettive che trasformano, rispetto alle realtà tradizionali, il contenuto e lo spessore sociale di questo evento.

19La morte, in tutte le società, può essere studiata tanto in relazione alla socializzazione primaria (cioè alla trasmissione ed acquisizione, in età infantile dei principi e fini ultimi di una comunità, delle regole generali e delle aspettative di ruolo) quanto alla socializzazione politica (cioè all’apprendimento dei valori e delle conoscenze riguardanti il sistema politico generale ed il suo funzionamento).

20Inoltre, l’immagine di morte di una data società esercita una diretta influenza sulla formazione delle strutture della personalità, così come l’esperienza personale e traumatica della perdita dei propri cari e dei propri simili può produrre trasformazioni psichiche e comportamentali assai gravi e rilevanti.

21In termini questa volta politici, il timore di perdere la vita costituisce il principale fattore di dominio dell’uomo sugli altri uomini, sia quando la paura è individuale, sia quando è collettiva, come nel caso delle cosiddette «megamorti», possibile conseguenza di un conflitto nucleare.

22Però la morte è anche uno straordinario motivo di coesione sociale, sia dove - come nelle società primitive - rappresenta un momento centrale della vita collettiva, in termini di partecipazione solidale all’evento doloroso, di sostegno materiale alla famiglia in lutto, di culto dei defunti, sia dove - nelle società antiche e moderne - ne viene riconosciuto e celebrato il valore esemplare per la difesa dello Stato da una minaccia interna o straniera (si pensi ai combattenti della resistenza antinazista o a quei morti di mafia divenuti simbolo della riscossa democratica).

23La morte è poi strettamente connessa al processo culturale ed a quello scientifico che, in buona parte, si misurano da sempre proprio con essa e che, avanzando, modificano i caratteri della società e della vita (la scienza allunga resistenza umana e allontana la morte) e le rappresentazioni collettive della morte stessa.

24Infine, ma forse sarebbe più esatto dire innanzitutto, il senso della morte, per i singoli come per le collettività, dipende dal senso attribuito alla vita e viceversa. Infatti, l’immagine della morte di ogni individuo risulta incomprensibile se non si fa riferimento alla sua immagine generale di cos’è un uomo, all’idea che egli ha di sé stesso e del suo ruolo, ai suoi valori etici, alla convinzione di aver speso bene ed in maniera fruttuosa i suoi anni, ovvero di vivere un’esperienza incompiuta o del tutto insensata.

  • 5 N. Elias, La solitudine del morente, Il Mulino, Bologna, 1985, p. 103.
  • 6 F. D’Agostino-F. Vespasiano, lemma «Morte», in F. de Marchi, A. Ellena, B. Cattarinussi, Nuovo Dizi (...)

25Proprio in quanto fatto sociale, la morte è pure una realtà storicamente determinata. Come avverte Elias, “gli atteggiamenti di fronte al morire ed alla morte oggi predominanti non sono né immutabili, né casuali. Si tratta di particolarità di società a un determinato grado di sviluppo e, pertanto, con una struttura specifica”5. Difatti l’immagine della morte, in ogni società, è “correlata alle relazioni sociali, alla comunicazione sociale, ai codici linguistici, alle definizioni istituzionali, alla definizione collettiva dei significati ultimi”6.

26La nostra rappresentazione della morte, in altre parole, è solo una delle rappresentazioni di questo fenomeno presenti nel mondo contemporaneo, tant’è che ancora oggi in molti paesi dell’Africa, dell’Asia, del Centro e del Sud America prevalgono immagini e rituali di morte di natura differente, che coinvolgono tutta la collettività nell’evento doloroso e nel lutto.

  • 7 M. Vovelle, La morte e l’Occidente, Laterza, Bari, 1986, p. 635.

27Inoltre, la nostra immagine è diversa da quella degli stessi paesi europei nei secoli passati, caratterizzati da “un antico modello di familiarizzazione con la morte”7, proprio di società rurali e contadine poco urbanizzate e con forti vincoli comunitari.

  • 8 Cfr. M. Mauss, Saggio sul dono, in Id., Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino, (...)

28Molte ricerche antropologiche hanno dimostrato come nelle società primitive la morte fosse “un fatto sociale totale”8, cioè un evento che coinvolgeva pienamente l’intera comunità, nella sua rete di relazioni sociali, nelle sue credenze, nei rapporti con il defunto, nei rituali di sepoltura e di lutto. In quelle società la morte aveva spesso un carattere più violento rispetto al mondo attuale (perché la soluzione dei conflitti era prevalentemente affidata all’uso privato della forza fisica) e, nello stesso tempo, più pubblico.

29Solo negli ultimi secoli, a partire dall’età illuministica, si è affermata la tendenza a privilegiare la dimensione privata, intima della morte, fino a giungere, nel nostro secolo, a viverla come un evento quasi nascosto, spogliato delle valenze comunitarie di un tempo e legato a procedure standardizzate.

  • 9 P. Aries, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano, 1978; dello stesso autore vedi pure L'u (...)

30Ariès, uno degli studiosi che ha dedicato maggiore attenzione alla storia sociale della morte in Europa, ha descritto questo lungo processo come il passaggio dalla «morte familiare» alla «morte proibita»9.

1.a La modernità e la morte

31La morte, in verità, è ed è sempre stata un fenomeno a più dimensioni.

  • 10 Cfr. D. Sudnow, L’organizzazione sociale della morte, in P. P. Giglioli e A. Dal Lago, Etnometodolo (...)

32Una novità di oggi consiste in quella particolare dimensione che è stata definita come “l’organizzazione sociale della morte”10.

33Le società industriali avanzate sono società che assegnano lo svolgimento delle principali funzioni ed attività di interesse collettivo a particolari strutture, le organizzazioni. Tutte le sfere della vita sociale, dalla difesa nazionale alla repressione dei reati, dall’istruzione alla sanità, dalla produzione all’informazione, dal commercio al turismo, sono gestite da organizzazioni, più o meno grandi e complesse. Il fenomeno sociale della morte, per diversi suoi aspetti, non sfugge a questa logica.

34Solo in Italia, è stato calcolato che circa 4.000 aziende operano nel settore funerario, con un volume d’affari di circa 3 mila miliardi e un numero di addetti vicino alle 14.000 unità; a queste aziende si rivolgono annualmente circa 600.000 italiani.

  • 11 Anche per il maggior esponente dello struttural-funzionalismo, Talcott Parsons, la morte è un’impor (...)

35L’approccio «funzionale» al fenomeno della morte, che privilegia i caratteri dell’ospedalizzazione del morente, della commercializzazione del rito funebre, della copertura del ruolo sociale rimasto vuoto e del suo costo per la società11, della trasmissione della ricchezza, della proprietà e del prestigio, degli adempimenti burocratici, mettendo invece in ombra tutti i caratteri emotivo-sentimentali e gli interrogativi morali e religiosi, è tipico delle società contraddistinte da un forte grado di razionalizzazione.

36Questa realtà attuale della morte, legata principalmente a fattori organizzativi ed impersonali, determina - rispetto al mondo della tradizione - nuovi tipi di relazioni sociali collegati all’evento luttuoso e nuove immagini collettive di esso; sono così cambiati forme e contenuti dell’intero processo di socializzazione della morte.

37Nelle realtà di tipo tradizionale la socializzazione comprendeva sia la dimensione del senso (religioso) della morte, sia la dimensione comunitaria del sostegno materiale ed affettivo al morente ed ai familiari del defunto.

38Nella modernità, viceversa, la diffusa razionalizzazione delle attività e delle convinzioni (individuali e sociali), l’esistenza delle organizzazioni, condizionano anche la realtà della morte escludendo gli elementi comunitari, affettivi e religiosi, a vantaggio delle dimensioni impersonali e funzionali.

39Di conseguenza, la morte è tuttora un fatto sociale, nel senso che la sua percezione e la sua «gestione» sono determinati socialmente, ma con dimensioni diverse dal passato.

40Oggi, nelle società industriali, la morte è una realtà vissuta prevalentemente in forma privata, che coinvolge il defunto e la sua famiglia, così da disturbare il meno possibile la collettività.

41Per giunta, se la morte è stata preceduta da una lunga malattia, già questa, e soprattutto la sua fase terminale, quasi certamente sarà stata ospedalizzata e rinchiusa affettivamente nella sfera familiare, avendo cura di reprimere quasi ogni manifestazione esterna del dolore.

42La desocializzazione del dolore, iniziata in molti casi con l’insorgere della malattia, si realizza al massimo grado e si completa nella desocializzazione del lutto. La morte è così diventata un tabù, un’esperienza di solitudine per il morente e per i suoi parenti.

  • 12 Questa idea (che nel presente testo non verrà sviluppata) ridimensiona l’aspetto sociale della mort (...)

43La modernità ha affermato l’idea della morte “reale” - naturale, compimento pieno e definitivo di un ciclo di vita che il progresso scientifico rende sempre più lungo e che esclude non solo l’elemento magico, ma pure ogni finalismo religioso ed ogni ipotesi di esistenza di un al di là; infatti, fondamento di legittimità della morte non è più il peccato contro Dio, ma l’ordine naturale/razionale12.

44La modernità, inoltre, sostiene l’idea della morte pacifica, come conseguenza di un efficace monopolio statale della forza fisica, che garantisce controllo e repressione della violenza privata all’interno - favorendo per questa via l’evoluzione dei processi politici in senso democratico - e tutela dalle minacce esterne.

45In effetti, il considerevole allungamento dell’attesa media di vita, realizzatosi in questo secolo per le popolazioni dei paesi europei ed occidentali, costituisce senz’altro una novità positiva di portata eccezionale per l’intera storia umana.

  • 13 M. Vovelle, op. cit., p. 65.

46La sconfitta quasi completa della triade guerra - epidemia - carestia, che soprattutto fino al seicento ha imperversato per l’Europa, rendendo la presenza della morte particolarmente opprimente (tanto da poter definire quei periodi come i “tempi difficili della morte trionfante e dell’uomo raro”13), ha modificato assetti economici, culture ed equilibri politici, quadri mentali di intere società.

  • 14 ibi, p. 4.

47Si pensi che il massimo di 30-35 anni, come speranza media di vita alla nascita, “resterà per le popolazioni europee la regola fino al seicento, e talvolta fino alla fine del secolo successivo”14 e che, al momento della formazione dello Stato unitario italiano, cioè intorno al i860, solo il 20% della popolazione italiana raggiungeva o superava i 60 anni, mentre oggi la durata media di vita in Italia raggiunge circa gli 80 anni per le donne e circa i 75 anni per gli uomini.

48Queste straordinarie conquiste sono spesso sottovalutate dalla ricerca sociale, sia come fattore di cambiamento culturale e politico, sia come fattore di divisione dal passato dell’Europa e dal presente di altre aree del mondo contemporaneo.

49In queste ultime, infatti, i tassi di mortalità infantile ed adulta, per epidemie, guerre, denutrizione e fame, come nell’attuale Somalia, richiamano alla mente l’Europa dei secoli passati e mostrano l’esistenza, vicino a noi ed alle soglie del ventunesimo secolo, di un’altra morte, che esiste ancora oggi per la maggior parte dell’umanità, che ha altre cause e genera altre immagini.

50Ma pure in Occidente, a fianco degli elementi indubitabilmente positivi, emergono altri e più problematici aspetti di questa nuova e più lunga esistenza umana.

  • 15 Vedi, tra gli altri, M. Livolsi, L’Italia che cambia, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (FI), 199 (...)

51Infatti, per l’effetto combinato della maggiore durata della vita media e della velocità dei cambiamenti, in campo scientifico, tecnologico, culturale ed anche nei consumi15, nei costumi, nelle relazioni interpersonali, nel mondo del lavoro, si è pure prolungato il contatto con la morte, nella dimensione personale e in quella dei fenomeni collettivi.

  • 16 Cfr. G. B. Glaser e A. M. Strauss, Awareness of Dying, Chicago, Aldine, 1965; degli stessi autori v (...)
  • 17 Cfr. K. Jaspers, La mia filosofia, Einaudi, Torino, 1981. A p. 207 di questo testo si legge: “nella (...)

52In altri termini, una vita più lunga e più libera dai condizionamenti e dalle crudeltà della vita quotidiana conosciuti nei secoli passati, è anche una vita che, nel suo corso, ha un’esperienza ed un impatto più diretti e polivalenti con la finitezza dell’uomo e delle costruzioni sociali16, con il processo irreversibile di decadenza di corpi, organismi, generazioni, sistemi politici, concetti, immagini collettive17.

53Il singolo individuo, per la prima volta nella storia umana, sopravvive a frequenti cambiamenti, ne porta il peso e ne sopporta la tensione, in termini di mobilità territoriale e sociale, di lavoro e di perdita del lavoro, di famiglia, di sistemi di idee, di assetti politici.

54Tutto ciò produce forti e ripetuti sconvolgimenti socio-psicologici, che si ripercuotono a loro volta sui fondamenti dell’agire sociale e delle relazioni sociali, cioè sui meccanismi attraverso i quali si formano le identità, le appartenenze, i valori, le culture, la fiducia, la legittimazione.

55Inoltre, anche il desiderio di sperimentare, il cosiddetto “vortice dell’operosità”, caratteristico delle società moderne, è in verità - almeno in parte - un forte antidoto proprio contro l’angoscia di vivere, la paura di fermarsi e di scorgere il vuoto dentro e fuori di noi, il timore della morte.

56La complessità sociale rende il mondo sempre più incomprensibile ed incontrollabile per il singolo, facendo crescere l’insensatezza della vita individuale e la solitudine.

  • 18 N. Elias, op. cit., p. 70.

57L’”homo clausus” di Elias muore come vive, cioè da solo, come “un essere isolato privo di senso”18.

  • 19 Vedi T. Parsons, op. cit., p. 448 e segg..

58Già Parsons aveva osservato i caratteri specifici dell’angoscia del malato di oggi, posto di fronte alla frattura fra le possibilità di cura create o ipotizzate da uno sviluppo scientifico e tecnologico a lui sconosciuto (“io non so, ma esiste un potere che può fermare la morte”), la sua non-qualificazione professionale (“io dipendo da altri per la mia salvezza”), l’ineluttabilità della morte (“io so che dovrò morire”)19.

59Questa angoscia è propria di noi contemporanei perché proietta al massimo grado l’insicurezza dell’attore sociale moderno di fronte alle domande ed alle scelte fondamentali della vita.

60Prima della modernità, in società caratterizzate da una economia agricola arcaica, del tutto dipendente dai tempi e dagli imprevisti della natura e da processi culturali e di comunicazione più lenti e circoscritti, anche la lentezza dei tempi di maturazione interiore e di confronto con gli interrogativi esistenziali (trasmessi e vissuti in maniera tradizionale) costituiva un valore, per le élites e per il popolo.

  • 20 F. Alberoni, Valori, Rizzoli, Milano, 1993.

61Oggi, in condizioni di libertà materiali ed intellettuali molto maggiori, con un bagaglio di esperienze culturali, di strumenti cognitivi, di mezzi di comunicazione assai più vasto e diffuso, accade invece che proprio i ritmi intensi della vita economica, scientifica e culturale rendono tale crescita morale più precaria e problematica, già nella fase educativa20.

62Eppure, tale maturazione è una pre-condizione essenziale affinché l’individuo acquisti un’efficace capacità, critica ed autocritica, di selezione e di scelta tra le variabili presenti nei passaggi più difficili dell’esistenza.

63Cosicché il tempo della modernità è, da una parte, il tempo dell’affermazione dell’individuo e della sua autonomia conoscitiva e morale, ma, dall’altra parte, è anche il tempo di un massiccio condizionamento del soggetto e della sua solitudine.

  • 21 Esiste, a questo proposito, una forte, oggettiva convergenza tra le teorie funzionaliste ed alcuni (...)
  • 22 Su questo tema vedi P. Berger, B. Berger, H. Kellner, The Homeless Mind, Random House, New York, 19 (...)

64Le macrostrutture sociali (organizzative ed istituzionali), la particolare costruzione del sapere sociale che si realizza nelle società moderne - privilegiando i competenti, gli specialisti e creando un nuovo, vastissimo pubblico di analfabeti perché incompetenti21 -, la pluralità dei mondi morali22 e dei contesti politici in cui l’individuo si trova a dover affermare la sua autonomia determinano, dal punto di vista dell’attore sociale, un processo ambivalente.

65Da una parte, la pluralità dei valori presenti nel mondo esterno massimizza la ricchezza di prospettive e, con essa, la domanda di capacità selettiva da parte dell’individuo, ponendogli la necessità di scelte sempre più numerose e rapide; ma, d’altra parte, il contesto sociale, attraverso le sue istituzioni educative, del lavoro, repressive ecc., minimizza la capacità di scelta individuale, esaltando la norma sociale a scapito della ricerca personale di valore.

66Cosicché all’individuo delle società industriali si chiede oggi di saper scegliere sempre di più, in termini morali, politici, educativi ed altro, dopo averlo “costruito” socialmente in senso opposto allo sviluppo di tale capacità.

67Tale modello è in sé contraddittorio, anche se può in qualche modo reggere nei periodi di relativa stabilità socio-politica, perché nel mentre si celebra la modernità come tempo della libertà e, quindi, si esalta la categoria della scelta che è (per eccellenza) proprio una categoria della modernità (e della politica e della scienza esistenti in essa), contemporaneamene si generano strutture, culture, linguaggi sociali che depotenziano l’attore che deve diventare protagonista della scelta.

1.b Morte, “senso” e società

68Vorrei, a questo punto, richiamare le riflessioni di due autori che hanno stabilito un rapporto di interdipendenza profondo ed esplicito tra la società e la morte, cioè un sociologo dell’età classica, Max Weber, e un sociologo contemporaneo, Peter Berger.

  • 23 Per esempio, l’impostazione della ricerca di Durkheim sul suicidio e la tipologia dei suicidi che e (...)

69Altri sociologi, da Durkheim a Pareto, da Marcuse ed Adorno a Fuchs ed Elias, hanno riflettuto da diverse prospettive e con differenti gradi di approfondimento sul tema da noi studiato23, ma le osservazioni di Weber e Berger risultano - ai fini e secondo gli obiettivi della nostra ricerca - particolarmente significative.

70Weber non ha dedicato uno studio specifico al problema sociale della morte, eppure - nella sua celebre opera sull’etica protestante - ci offre delle indicazioni assai interessanti sul rapporto morte-società.

  • 24 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1977.

71Weber ci dice che il senso della vita e la concezione della vocazione e dell’impegno mondano, dai quali trae origine lo spirito del capitalismo, derivano - per i protestanti - direttamente dalla loro visione escatologica della morte e della salvezza mediante predestinazione24.

  • 25 M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1980, p. 20-21.

72Successivamente, a proposito della scienza come professione e del disincantamento del mondo, il sociologo tedesco ha osservato che, a differenza di “...Abramo, o di un qualsiasi contadino dei tempi antichi, che moriva «vecchio e sazio di vita» perché la sua vita, alla sera della sua giornata, gli aveva portato ciò che poteva offrirgli e non rimanevano per lui enigmi da risolvere”, viceversa “...un uomo incivilito, il quale partecipa all’arricchimento della civiltà in idee, conoscenze, problemi, può divenire stanco della vita ma non sazio. Di ciò che la vita dello spirito sempre nuovamente produce egli coglie soltanto la minima parte, e sempre qualcosa di transeunte, mai di definitivo; quindi la morte per lui è un accadimento assurdo. Ed essendo la morte priva di senso, lo è anche la vita civile come tale, in quanto appunto con la sua assurda progressività fa della morte un assurdo”25.

73L’attore sociale moderno, osserva Weber, inserito nel contesto del progresso tecnologico, economico, scientifico, educato e formato culturalmente secondo i principi della razionalità di scopo, è un uomo che non potrà mai - per la sua stessa costituzione sociale e morale - essere «sazio» della vita, vale a dire che non riuscirà mai a darle un senso pieno e compiuto.

74Prigioniero di questa «perdita del senso», di questa insoddisfazione, l’uomo moderno considera la morte come l’interruzione traumatica e definitiva di un percorso e di una ricerca incompleti; in altri termini, sa di essere condannato a morire senza aver potuto prima dare compiutezza e spessore alla sua esistenza.

75La perenne «imperfezione» del progresso, prima o poi, tende a divaricare rispetto alle esigenze «finite» del singolo ed alla sua ricerca di risposte; il moderno Abramo, che vive in un flusso di rapidi cambiamenti sradicato da ogni finalità religiosa, diventerà vecchio, stanco, consapevole di aver raggiunto traguardi culturali, civili, politici, eppure insoddisfatto e schiacciato da interrogativi che rendono assurda la morte e, di conseguenza, la sua stessa vita.

  • 26 Su questo argomento vedi, tra gli altri, G. E. Rusconi, Razionalità, razionalizzazione e burocratiz (...)

76I processi di razionalizzazione formale, aggiunge Weber, iniziati già con l’attività metodica e sistematica dei calvinisti nell’epoca del primo capitalismo, sganciatisi poi dalla radice religiosa e caratterizzati da una sempre maggiore secolarizzazione e dalla convinzione dell’illimitata potenza della ragione umana, hanno via via impoverito e tolto significato alla vita e alla morte26.

  • 27 Adorno ha scritto che l’ideale di una morte personale, «riempita» di senso, “...non è che un misere (...)

77In realtà, il sapere scientifico moderno, dal quale sono nate le scienze sociali, poggia il suo contenuto e il suo linguaggio sulla divisione della vita dalla morte, non più trapasso verso l’al di là, ma, a seguito della crisi delle escatologie religiose, fine totale e senza sbocchi dell’esistenza umana27.

78In questo modo la morte è stata posta progressivamente ai margini del campo del pensabile.

  • 28 Cfr. M. De Certeau, Scrivere Vinnominabile, in AA.VV., Luoghi e oggetti della morte, cit.; cfr. pur (...)

79Essendo anche improduttiva, è diventata indicibile, quasi «immorale»28.

80Uno dei paradossi della razionalità moderna di fronte alla morte è espresso chiaramente dal fatto che, mentre in nome della ragione sovrana si afferma che la morte è solo un fenomeno naturale (da affrontare liberandosi di ogni residuo magico o religioso), si contraddice subito dopo l’assunto del discorso (che vuole la ragione padrona della natura), dal momento che la ragione stessa non riesce a controllare e neppure a pensare la morte, che le sfugge in tante sue dimensioni.

81Questa strutturale debolezza del senso, nella quale vive l’attore sociale moderno, è ancor più drammaticamente amplificata ed esplicitata dalle situazioni in cui, per motivi politici, egli è posto concretamente di fronte al pericolo di morte.

82In questi casi, la razionalità allo scopo funziona poco o nulla nel motivare e dare coesione agli individui, contrastando la rinuncia o la compromissione, ad esempio con il potere criminale (che, anzi, assai spesso incentiva); neppure l’idea di un progresso graduale ma incessante, in campo scientifico, culturale e politico, tipica della modernità, riesce più a fornire un sostegno diffuso agli individui minacciati, dopo il crollo di quei sistemi di fede secolarizzati che sono stati le grandi ideologie politiche dei decenni passati.

83L’altro sociologo che con le sue ricerche costituisce un importante punto di riferimento per il nostro lavoro è Peter Berger.

84Nella visione bergeriana la morte ha una decisiva funzione sociale.

  • 29 P. Berger, La sacra volta, Sugarco, Milano, 1984, p. 93. Dello stesso autore vedi anche Il brusio d (...)

85Infatti, in uno dei suoi studi di sociologia delle religioni, egli scrive: “I mondi che l’uomo costruisce sono incessantemente minacciati dalle forze del caos, infine dall’inevitabile fattualità della morte. A meno che l’ano- mia, il caos, la morte non vengano integrati nel nomos della vita umana, questo nomos non sarà in grado di prevalere sulle esigenze sia della storia collettiva che della biografia individuale. Per ripetere quanto affermato, ogni ordine umano è una comunità che si erige di fronte alla morte. La teodicea rappresenta il tentativo di venire a patti con la morte. Quale che sia il destino di qualsiasi religione storica, o quello della religione in quanto tale, possiamo essere certi che la necessità di un simile tentativo persisterà fintantoché gli uomini morranno e dovranno dare un senso alla morte”29.

86La centralità della posizione della morte nella vita sociale deriva, secondo Berger, dal fatto che la costruzione sociale della realtà è innanzitutto, nel suo fondamento, una «emersione» collettiva dell’uomo dal caos, dal disordine della situazione naturale pre-sociale.

87Tale costruzione del mondo sociale si realizza mediante un’attività di nomizzazione, vale a dire di regolazione e di ordinamento dell’esperienza molteplice.

88Quest’opera collettiva, sulla quale poggia le sue basi ogni tipo di interazione sociale, dalla più semplice alla più complessa, muove alle sue origini, ed è continuamente minacciata e messa in discussione, dalla più grave perdita di senso e di ordine conosciuta dall’uomo, appunto la morte.

89Il pungolo della morte, per Berger, opera in maniera ambivalente, perché costituisce - nello stesso tempo - la causa originaria e la principale minaccia di ogni società.

90Infatti, da questo pericolo scaturisce il bisogno - diventato con il tempo un carattere antropologico - di dare senso ed ordine all’esperienza attraverso i vari livelli dell’interazione sociale; inoltre, da questo stimolo deriva una permanente domanda religiosa, inesauribile nonostante l’avanzare dei processi di secolarizzazione.

91Ma l’altro aspetto del fenomeno morte segnala che l’impresa comune e mai completata di costruzione di un «mondo significativo» (che inizia appunto con la fuoriuscita dal dominio della morte = caos) corre continuamente il pericolo di interrompersi, di ripiombare nella disgregazione più completa, per colpa della morte stessa.

92Berger definisce difatti la morte come la situazione-limite per eccellenza della realtà umana perché, ancor di più della vecchiaia e della malattia, sconvolge gli ordinati modelli abituali del vivere e del produrre in società, ne mostra tutta la fragilità, richiede un continuo ed efficace contenimento della paura che essa stessa incute.

93Le considerazioni di Peter Berger ci inducono a guardare anche da un altro punto di vista ai fenomeni di violenza manifestatisi in questi ultimi anni nelle società avanzate: esistono delle spinte alla violenza che sono insite nel mutamento sociale inteso come cambiamento incessante, in quanto quest’ultimo spesso produce forme di reazione sociale e politica alla paura di ricadere nel caos o disordine originario.

  • 30 Cfr. su questo aspetto S. N. Eisenstadt, Mutamento sociale e tradizione nei processi innovativi, Li (...)

94Naturalmente, agiscono molti fattori nel contenere ovvero amplificare queste sollecitazioni alla violenza: le caratteristiche delle culture di provenienza degli attori sociali che interagiscono, la valutazione che queste culture danno della modernità, il rapporto tra le tradizioni personali, quelle di gruppo e quelle nazionali con il cambiamento; l’intensità dei fenomeni di mobilità territoriale e professionale; la precarietà delle relazioni familiari e sociali; innanzitutto, il ruolo politico di contenimento dei fattori di disgregazione e la capacità del sistema politico-istituzionale di governare il cambiamento (sociale e strutturale), vale a dire di mediare efficacemente tra le condizioni esistenti e le opportunità di sviluppo30.

95I teorici ed i sostenitori del cambiamento interpretato come valore in sé dimenticano, spesso, che gli interrogativi di ogni attore sociale che vive nella modernità (e, ancor di più, di chiunque svolge funzioni politiche) sono essenzialmente due, e non uno solo: come e cosa cambiare per sopravvivere in un processo di continue trasformazioni sociali e culturali? Cosa dura, cosa trattiene la società dalla minaccia del disordine violento e distruttivo?

96L’attore sociale, che nelle democrazie è pure attore politico, così come l’uomo di governo, a qualunque livello, hanno sempre più a che fare con l’inscindibilità delle due domande e quindi, da molti versanti, con il fenomeno della morte.

97Questo vale sia per quanto riguarda quel che muore nel cambiamento sociale, sia per quanto concerne quel che resiste alla morte e può divenire guida del processo di trasformazione; ancora una volta, quindi, la morte nel suo duplice aspetto, come Berger sottolinea, di minaccia e di stimolo positivo.

2. I significati del termine “politica” e le relazioni fra la politica e la morte

98In questa seconda sezione del lavoro proveremo - innanzitutto - ad individuare i significati di politica che ci sembrano meglio riassumere i tre distinti e principali approcci a questo concetto.

99Tale selezione preliminare si rende necessaria perché le multiformi attività umane a vario titolo riconducibili alla sfera dell’amministrare, del dare comandi, del discutere insieme sui problemi sociali, hanno dato luogo ad una pluralità di definizioni teoriche che riguardano la politica.

100Chiameremo la prima definizione, incentrata sul tema del governo, «minima»; la seconda, incentrata sul tema dello Stato, «moderna»; la terza, che concentra l’attenzione sul motivo della forza fisica legittima, «classica». Come osserveremo, ognuna di queste tre definizioni contiene diversi riferimenti al fenomeno sociale della morte.

2.a La definizione minima

101Il primo significato considera la politica essenzialmente come governo dello Stato.

102Si tratta di un approccio che sottolinea come l’elemento centrale, la costante di tutti i sistemi politici - moderni e pre/moderni - sia appunto il governo.

  • 31 Questo approccio mette in evidenza come il governo sia “... l’attività, la funzione identificante d (...)

103Esistono e sono esistiti, difatti, vari livelli di differenziazione strutturale nei sistemi politici, ma l’attività di governo ed una apposita istituzione destinata a tal fine sono sempre stati presenti31.

104In sostanza, tali osservazioni segnalano che, soprattutto tra gli studiosi della politica nel mondo antico e tra quelli che hanno concentrato i loro studi sui processi di formazione degli stati moderni, è diffusa una visione della politica intrinsecamente legata all’esercizio del potere di governo, che ha la sua prima e massima espressione nel controllo degli apparati di repressione e di quelli militari.

  • 32 A questo proposito, come suggerisce Schiera, è interessante notare la comune radice etimologica dei (...)

105Politica, in questo contesto, può leggersi come governo-polizia32, nel senso che suo obiettivo primario è la conservazione debordine interno e della sicurezza in campo internazionale.

  • 33 Cfr. P. Corbetta e A. Parisi, L’opinione pubblica italiana di fronte alla pena di morte, in AA.VV., (...)

106È di tutta evidenza quanto esteso sia il legame politica-morte a partire da questa definizione «minima». Tale legame attiene principalmente alle molteplici conseguenze dell’attività di governo, che avendo sempre a che fare, in primo luogo, con l’ordine pubblico e la sicurezza internazionale, deve fare i conti, ripetutamente, con varie forme di morte fisica violenta (guerra, repressione di attività eversive e criminali, pena capitale33 ecc.).

107Questa dimensione del rapporto politica-morte, conseguente all’idea che la politica riguarda prima di tutto l’ordine interno ed internazionale, può essere utilizzata sia in senso storico - geografico (cioè come propria di periodi storici passati e, oggi, di aree geografiche aventi regimi non democratici), sia come parte di una relazione politica - morte di portata ancora più vasta.

2.b La definizione moderna

  • 34 Vedi N. Bobbio, lemma «Politica», in Dizionario di Politica, cit., p. 827; di questo studioso vedi (...)

108In questa accezione, a noi più vicina, il termine politica fa riferimento a tutte le attività in qualche misura collegabili con lo Stato34.

109Siamo qui in presenza di un concetto sicuramente più esteso di politica, che non pone al suo centro un solo elemento (come nel caso precedente con il governo), bensì un insieme di fenomeni e di attività, in vario modo riconducibili all’azione dello Stato ed al rapporto bidirezionale (dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto) che questo stabilisce con i sudditicittadini.

110Una siffatta visione della politica, che chiamiamo «moderna» (sebbene le sue origini possano risalire alla polis greca) perché lo spostamento dell’attenzione degli studiosi sugli interventi dello Stato nella società è principalmente legato ai processi di modernizzazione, di politicizzazione di massa ed all’aumentata complessità interna dei sistemi politici avvenuta nell’ultimo cinquantennio, esprime con forza le contraddizioni della società e della razionalità moderne nei confronti della morte.

111Il significato «minimo» di politica implica, in genere, un rapporto politica-morte più manifesto e collettivamente riconosciuto.

112Viceversa, il significato «moderno» tende a rifiutare questo rapporto, pure se esso acquista per certi aspetti una estensione ancora maggiore, nella vita collettiva ed in quella individuale.

113In effetti, le relazioni tra la politica e la morte restano ancora fonda- mentali anche nei regimi politici tipici delle società industriali avanzate, anziché scomparire o ridimensionarsi, ma il loro fulcro tende a spostarsi - rispetto ai regimi non/democratici - dal potere di dare la morte ed uccidere (che persiste, ma emerge di più nei momenti di acuta crisi interna o internazionale), a quello di attuare politiche rivolte a difendere la vita e ritardare la morte.

114Non è questo l’obiettivo del presente lavoro, ma è qui opportuno richiamare T attenzione sulla grande quantità di leggi, approvate o in discussione nel nostro Parlamento, che riguardano in vario modo 1‘argomento morte, per ribadire quanto e come l’attività legislativa di uno Stato moderno, pure se si fa di tutto per tacerlo, sia anche un legiferare sulla morte, in maniera diretta o indiretta.

115Basti pensare alla politica sanitaria, alle politiche assistenziali, alle politiche di repressione dei fenomeni criminali, alle politiche di difesa e militari, alle politiche economiche, di tutela dell’ambiente, antinfortunistiche ecc...

116Analoghe osservazioni possono proporsi in ambito regionale e locale, perché pure le Regioni ed i Comuni intervengono in tanti modi a proposito della morte: dall’ordine pubblico alla sicurezza stradale, dall’assistenza alla vecchiaia, alla malattia ed all’emarginazione alla lotta contro la droga nei quartieri e nelle scuole, dalla normativa edilizia generale alla prevenzione antisismica, dall’igiene civica alle politiche cimiteriali ecc…

117In questa prospettiva «moderna» della politica manca un fattore centrale permanente nel rapporto politica-morte, appunto a causa dell’ampiezza dei contenuti dell’attività politica e della compresenza e dell’alterna prevalenza di vari tipi di morte, per cui l’elemento fondamentale della relazione può variare ripetutamente, ed è possibile - di fatto - individuarlo solo attraverso l’analisi dei processi politici in atto in un paese in un determinato periodo.

118Così, nei momenti di guerra, di attentati terroristici o mafiosi, di referendum sulla pena di morte, questo rapporto si concentra sull’aspetto della morte fisica violenta; in altri casi, il dibattito e la lotta politico-culturale possono focalizzarsi sulla morte ambientale o biologica (come nel caso del referendum italiano sulle centrali nucleari o di quello di alcuni Stati americani sull’eutanasia attiva), o sulla morte per droga e sulle politiche più adeguate a contrastare il crimine e il consumo di stupefacenti.

119Questa idea della politica, quindi, è molto legata alla realtà della morte, eppure è anche assai legata - storicamente e culturalmente - al tentativo di occultamento del rapporto politica-morte, che si è realizzato soprattutto in questo secondo dopoguerra.

120In conseguenza di ciò, è venuta affermandosi una rigida dicotomia concettuale tra la politica e la morte.

121La prima è stata sempre di più intesa (specie negli Stati del «welfare» e, attraverso il loro ruolo trainante, tendenzialmente in tutto il mondo) unicamente come quella fondamentale attività umana, razionalmente ordinata, rivolta al raggiungimento di progressivi livelli di benessere e alla soluzione non-violenta a dei conflitti.

  • 35 Sulla morte come suprema «necessitas» cfr. E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 19 (...)

122Mentre la seconda, viceversa, rappresenta la suprema «necessità»35, cioè la non attività assoluta, l’interruzione traumatica di una convivenza ordinata, di un tessuto di relazioni sociali e di lavoro, della continuità dei processi sociali.

123Su queste basi la politica, nella modernizzazione, è diventata assai spesso l’attività umana più dichiaratamente proiettata alla ricerca della prosperità economica e della felicità, opponendosi quasi ontologicamente alla morte, «addolcita», isolata, respinta.

124La politica, difatti, è uno dei campi dell’agire umano ove più avanzato è lo sforzo di marginalizzare la morte e di sottoporla a controllo, ottenendo su questa via grandi successi (si pensi all’ampio spazio sottratto alla morte dalle politiche sociali) ed altrettanto grandi sconfitte (perché la morte resta pur sempre, a livello individuale e collettivo, incontrollabile ed imprevedibile, non solo per motivi biologici e per eventi naturali, ma anche per la natura stessa del potere e per i conflitti interni ed internazionali tra i poteri).

2.c La definizione classica

  • 36 Ha scritto in proposito Norberto Bobbio: “Non qualunque gruppo sociale in grado di usare anche con (...)

125Il terzo significato di politica, che abbiamo chiamato «classico», perché presente nei testi classici di sociologia e politologia ed ancora oggi molto utilizzato dagli studiosi, definisce l’essenza della politica non in relazione ai suoi contenuti - come nelle due definizioni già esaminate -, ma al mezzo caratteristico del potere politico: l’uso esclusivo della forza fisica, cioè, in ultima analisi, del potere di dare la morte36.

  • 37 In merito all’antagonismo amico-nemico, Schmitt scrisse: “I concetti di amico, nemico, lotta acquis (...)

126Tra gli autori classici già Cari Schmitt, nell’opera in cui indica le categorie di amico e di nemico come fondatrici del concetto di «politico», caratterizza questo attraverso l’irriducibile antagonismo e lo scontro, anche violento, tra gli attori sociali37.

  • 38 “...si è solidali solo contro qualcuno”, così scriveva Roberto Michels (vedi Id., La sociologia del (...)

127È opportuno notare che, in una visione così radicalmente conflittuale della vita politica, la solidarietà tra i soggetti sociali può essere solo negativa, nel senso che si è amici sempre e solo contro qualcuno, perché fonte ultima di unità è la divergenza di interessi, dalla quale nascono alleanze in vista di sempre nuove prove di forza tra gruppi antagonistici38.

  • 39 Sulla complessa e attuale problematica relativa ai vari movimenti politici che, in Italia e in Euro (...)

128Quest’idea di solidarietà «chiusa», «ostile all’altro», riemersa così prepotentemente sulla scena politica italiana ed europea39 degli ultimi anni, è intrinsecamente collegata alla morte, vale a dire al potere di minaccia contro l’avversario.

129I due momenti di questa solidarietà, quindi, sono i seguenti: la scoperta, da parte di un soggetto sociale, di avere interessi contrastanti rispetto a quelli di altri individui e gruppi; l’aggregazione contro questi ultimi con chi condivide i propri interessi.

130Mezzo e fine dell’aggregazione è la forza da utilizzare contro il nemico.

131È semplice osservare come tale impostazione dei rapporti politici si muova tutta dentro o ai confini della realtà sociale della morte.

132Ma è ancora a Max Weber che dobbiamo tornare, perché è lui l’autore che maggiormente sviluppa ed articola, fin nel fondamento della politica, il rapporto tra questa e la coercizione fisica (e, dunque, la morte).

  • 40 “Noi definiamo la «politica» come l’aspirazione a una partecipazione al potere o ad un’influenza su (...)
  • 41 “...lo Stato moderno è un gruppo di potere in forma istituzionale che ha mirato con successo a mono (...)

133Le ben note definizioni weberiane di politica40 e di Stato moderno41 indicano come per il sociologo tedesco, e dopo di lui per tanta parte degli studiosi della stessa materia, fondamento della politica è il monopolio della forza fisica legittima, cioè il binomio forza-legittimazione.

134Questo è il punto di arrivo di un percorso teorico che serve a ricostruire la formazione dello Stato moderno e che - ai nostri fini - è essenziale in breve riassumere.

  • 42 Economia e Società, cit., vol. IV°, p. 1.

135Il ragionamento weberiano prende le mosse da quello che, in Economia e Società, viene indicato come il minimum concettuale di ogni comunità politica, cioè “...il mantenimento mediante l‘uso della forza di un dominio ordinato sopra un territorio e sopra i suoi occupanti”42.

136Inoltre, per consolidare questo dominio di un gruppo politico su un territorio e su chi vi abita, è necessario un «agire di comunità», che colleghi l’elemento della coercizione a una capacità di regolazione della vita sociale; ad un certo punto di questo processo di sviluppo, l’agire di comunità dà origine ad una forma di «pathos particolare», che fornisce ai membri della comunità stessa senso di appartenenza e identità collettiva.

  • 43 Ibi, vol. IV°, p. 3.

137Weber, in proposito, ha scritto che l’azione della comunità politica “...implica, almeno di regola, la coercizione mediante la minaccia e la distruzione della vita e della libertà di movimento, tanto di soggetti estranei alla comunità quanto dei partecipanti stessi. Ciò che qui si esige dall’individuo è che egli affronti eventualmente anche la morte, se gli interessi della comunità lo richiedono. E questo che imprime alla comunità politica il suo pathos particolare, ponendo i suoi fondamenti emotivi durevoli. Comuni destini politici - cioè in prima linea le comuni lotte politiche per la vita e per la morte - fondano comunità di memorie, che spesso agiscono più fortemente dei vincoli della comunità culturale, linguistica o di stirpe. Sono questi comuni destini che...costituiscono l’elemento decisivo, in ultima analisi, della «coscienza di nazionalità»43.

  • 44 Ibi, vol. IV°, p. 5.

138L’evoluzione ulteriore della comunità politica tende quasi sempre verso “la monopolizzazione dell’uso della forza legittima da parte del gruppo territoriale politico e la sua associazione razionale in forma di ordinamento istituzionale”44, cioè tende verso la completa repressione della violenza privata e l’affermazione dello «apparato coercitivo politico» come dell’apparato repressivo più forte e, insieme, come dell’unico legittimo (cosicché pure tutto il successivo sviluppo delle burocrazie pubbliche, fino ai grandi apparati amministrativi degli Stati democratici più avanzati, risulta fondato sul monopolio della forza fisica legittima).

139Questo cammino politico è tutto quanto, nei suoi presupposti e nel suo processo, dialetticamente riferito alla morte.

140Naturalmente, l’impiego della forza fisica non è il mezzo più abituale, né il solo di cui disponga lo Stato per il perseguimento dei suoi fini, ma è senz’altro il suo «mezzo specifico»; inoltre, la definitiva affermazione della comunità politica (e dello Stato) richiede un «consenso di legittimità».

141Il grande contributo di Weber alla teoria del potere politico consiste, dunque, nell’averne indicato un elemento distintivo (la coercizione fisica), una modalità di esercizio (il monopolio), una qualità caratteristica (la legittimità).

142Ogni potere politico, in altre parole, per esistere in quanto tale deve reprimere la violenza privata e far trionfare il suo indiscusso ed esclusivo controllo dei mezzi di coercizione.

143Questa è la radice, l’elemento distintivo e la conditio sine qua non del potere politico, eppure la realtà dimostra - aggiunge Weber - che il possesso in via esclusiva dei mezzi esterni di coazione, o comunque in misura enormemente superiore a qualunque altro gruppo sociale, non basta a garantirgli stabilità e durata, se tale potere non poggia anche su «motivi di giustificazione intrinseca» (carisma-tradizione-legge).

144Sulla base di questi tre «fondamenti di legittimità» (a cui Weber collega la sua tipologia delle forme di potere legittimo: carismatico-tradizionale-razionale/legale) la maggioranza della popolazione fa propri e si riconosce nei valori/cardine del sistema politico, cioè in quell’insieme di principi e di norme attraverso i quali sono definite le principali finalità dell’ordinamento politico e le procedure di conquista e di esercizio del potere.

145È di grande importanza notare come, nella teoria weberiana sulla formazione ed evoluzione della comunità politica, la morte sia collegata tanto al momento della coercizione quanto a quello della legittimazione.

146La morte, difatti, si presenta come fenomeno importante in due dimensioni cruciali del processo politico che, prima, porta alla costruzione dello Stato moderno e, poi, ne garantisce la persistenza: la morte come forma estrema di coercizione fisica; la morte come pathos.

147La morte, dunque, è secondo Weber - ai fini del potere politico - fondante su due livelli. E fondante in quanto forma estrema di violenza, e sappiamo che il gruppo politico che aspira alla leadership nazionale, per affermarsi e mantenere dopo la propria posizione di dominio, deve dimostrare che il suo apparato repressivo-militare (cioè il suo potere di dare la morte) è superiore a quello degli altri gruppi presenti nel sistema e, nel contempo, è l’unico veramente in grado di difendere l’integrità nazionale dalle minacce straniere.

  • 45 Sul tema della «antinomia della compiutezza del potere» e sul significato del «contropotere del las (...)

148Ma essa è fondante pure come massimo elemento di coesione nazionale, perché nulla unisce di più un paese e il suo popolo della memoria di «comuni destini», forgiati attraverso il sacrificio della vita (o la disponibilità a questo sacrificio45) da parte dei fondatori della comunità.

149Basti pensare alla funzione unificatrice svolta in Italia dai protagonisti della lotta risorgimentale, nel secolo scorso, e, nel secondo dopoguerra, dai combattenti della resistenza antifascista ed antinazista.

150Si può anche osservare, a questo proposito, che la crisi profonda dei sistemi politici assai spesso coincide appunto con un affievolimento - esaurimento della spinta unificatrice proveniente dai «padri della patria», cioè da quei personaggi carismatici forniti di una vasta legittimazione politica che nasce dalla loro comprovata disponibilità a perdere la vita per fini collettivi di libertà, indipendenza nazionale, giustizia sociale.

151E si può aggiungere che i periodi di transizione politica, da un sistema in declino ad un altro in formazione, risultano spesso tanto più confusi e contradditori (e più difficile il raggiungimento dell’obiettivo di una stabilità sistemica fondata su governanti legittimati) quanto più sono carenti queste presenze, di uomini che siano espressione di un’autentica, coerente, sofferta opposizione ai regimi politici precedenti, ed ai loro limiti.

152Cosi come, parlando della morte nella prospettiva bergeriana che fa riferimento all’intera società, abbiamo osservato che questo fenomeno è nello stesso tempo uno stimolo ed una minaccia, ora nell’ordinamento politico, seguendo lo sviluppo della teoria weberiana sul potere, possiamo notare che la morte costituisce (sempre) un continuo pericolo di disgregazione, che produce coercizione e solidarietà «chiuse», ma anche (almeno potenzialmente) un altrettanto importante fattore di unificazione e di solidarietà positiva.

153Si tratta di due linee d’azione che si riferiscono al fenomeno della morte e procedono in due direzioni distinte: la prima è morte = violenza = solidarietà negativa = politica come esercizio del potere per interessi privati o di gruppo; la seconda è morte = coesione = solidarietà aperta = politica come strumento di cambiamento collettivo in nome di valori universalistici di collaborazione tra gli uomini.

154L’equivoco teorico nel quale sono incorsi tanti studiosi poggia sull’astrazione dalla vita politica concreta, che porta a considerare queste due linee come elidentisi reciprocamente, mentre - al contrario - queste linee sono assai spesso presenti entrambe nel processo politico, che si sostanzia di una continua tensione e di una faticosa ricerca di equilibrio tra i due elementi.

155Questa ricerca degenera e produce un’esplosione di violenza quando si determina uno spostamento troppo marcato verso uno dei due poli: se prevale il primo indirizzo, la corruzione e/o la violenza delle istituzioni pubbliche sfascia il sistema; se c’è una prevalenza del secondo, il giacobinismo genera poi quasi sempre tirannia, rivolta, e una nuova spirale di violenza.

156In entrambi i casi il processo si conclude in genere nella morte = disgregazione sociale e politica.

157Weber, segnalando l’esistenza di una legittimazione esterna, fondata sulla paura della pena che il potere può infliggere, e di una legittimazione interna, legata alla condivisione dei valori/guida dell’ordinamento, supera la dicotomia di cui si è detto ed indica la vera natura dialettica del potere politico.

158Un’ultima osservazione merita, infine, il rapporto tra la scelta e la politica nella modernità.

159Prima abbiamo introdotto F argomento, parlando del problema della scelta che vive Fattore sociale in un mondo caratterizzato da una pluralità di significati e di opzioni, ed abbiamo osservato come questo sia un problema tipicamente «moderno».

  • 46 La politica, nei sistemi sociali moderni, è al centro di una fitta trama di relazioni con la morte (...)

160Ma, è ora il caso di aggiungere, la scelta politica primaria è proprio quella - personale e collettiva - che riguarda la vita e la morte (morte violenta, morte ecologica, morte sociale, morte dei fenomeni sociali, morte naturale/biologica, ecc.)46.

161La scelta - che appunto diventa sinonimo della modernità come tempo del politeismo valoriale, mentre nella tradizione il campo delle opzioni è più ridotto e non comprende i valori fondamentali «validi da sempre» - ha dunque a che vedere con l’essenza della condizione umana nel mondo contemporaneo e con l’essenza della politica e della morte.

  • 47 P. Rossi, La scelta umana e i valori, in Id., Lo storicismo tedesco contemporaneo, Einaudi, Torino, (...)

162Come ha giustamente osservato Pietro Rossi a proposito del senso della politica in Weber, “...la politica è un agire inserito in rapporti di forza e diretto ad instaurare e a mantenere il dominio di alcuni individui su altri, che si esplica attraverso una serie di decisioni poggianti ognuna su una scelta”47.

163In questa prospettiva l’agire politico risulta dunque determinato da una situazione (il cui elemento centrale è dato dai rapporti di forza e quindi dalla coercizione) e da una lotta tra valori (in cui è centrale il dato della scelta).

  • 48 Ibi, p. 346 e p. 348.

164Ma “il posto dell’uomo nel mondo riveste un intrinseco carattere drammatico...” in quanto “i valori medesimi sono sottoposti alla scelta e non sottratti ad essa. I valori non costituiscono infatti un mondo trascendente dotato di un’interna connessione necessaria, ma si organizzano in una molteplicità di sfere in lotta reciproca”48.

165La politica, intesa come scontro tra valori (che per l’attore politico significa l’acquisizione di alcuni di essi come principi di orientamento nelle decisioni e il rifiuto di altri) in un contesto caratterizzato da rapporti di dominio, incontra la morte su due versanti.

166Sul versante concreto e diretto della violenza (disciplinata dalla legge - a vari gradi e con diversi contenuti - oppure arbitraria), perché il dominio in ultima analisi si fonda e si realizza sempre mediante l’impiego della forza, fino al suo uso estremo, che consiste nel dare la morte.

167Su quello dei valori che vengono scelti, i quali servono appunto ad attribuire differenti finalità e qualità alla forza, in quanto - ad esempio - valori autoritari moltiplicano i contenuti e i significati della violenza diretta e della minaccia di morte come strumento di conquista e mantenimento del potere, mentre valori democratici sottolineano la necessità di contenere la violenza. Essa - in quest’ultimo caso - diventa legittima solo per reprimere la violenza privata ovvero - con diverse gradazioni - ogni forma di trasgressione delle decisioni pubbliche correttamente assunte secondo le regole generali dell’ordinamento politico.

168In verità, quand’anche si scelga la seconda opzione valoriale, quella democratica, la realtà della violenza e della morte rimane fondante, come dimostrano ampiamente gli eventi quotidiani della vita politica, dalle «manette agli evasori fiscali» in Italia alla reintroduzione della pena di morte in alcuni stati americani.

169I periodi e le situazioni di crisi dei sistemi politici, in cui il ricorso privato alla violenza, di persone e gruppi, diventa più diffuso e il pericolo di vita collegato alle scelte politiche si fa assai più frequente, non costituiscono quindi una anomalia perché collegano la politica all’uso della forza, ma perché quest’ultimo, che è un dato permanente dei sistemi politici, si presenta qui in maniera socialmente disordinata e disgregante.

170Queste realtà svelano anche la fragilità di quelle teorie politiche di tipo deterministico, che si basano su una falsa catena di equazioni: politica = democrazia = pacificazione = abolizione della violenza = violenza a-politica.

171Invece, la politica non equivale alla democrazia, e la democrazia, per la sua stessa natura e per i suoi obiettivi, è un regime in fieri, così come risulta processuale ed esposto ad arresti e arretramenti il cammino della pacificazione sociale, che è continuamente messa in pericolo anche dall’avanzata dei processi democratici, che portano alla ribalta nuovi attori, nuove domande, e - con essi - nuovi scontri di interessi.

172Di conseguenza, i periodi in cui la violenza esplode e rischia di travolgere istituzioni e Stati non sono la dimostrazione della fine della politica, che continua a vivere e prosperare ben oltre le illusioni di natura idealistica e positivistica, ma piuttosto la dimostrazione della crisi delle democrazie moderne e della loro capacità di regolazione sociale.

Conclusioni

173A ben guardare, questa breve e sommaria ricognizione teorica sulla morte e sulla politica nel pensiero sociologico e politologico sembra confermare quanto l’osservazione empirica segnala, con particolare virulenza e drammaticità, allo studioso che viva oggi nel Mezzogiorno d’Italia.

174Vale a dire che le relazioni tra la realtà politica ed il multiforme fenomeno della morte non sono passeggere e limitate a momenti particolari, ma organiche, perché radicate nei contenuti fondamentali della morte e della politica.

175Si tratta di contenuti e relazioni che i processi di modernizzazione non eliminano né riducono, che anzi assai spesso dilatano, anche quando un grado maggiore di pacificazione sociale produce un soddisfacente contenimento della violenza privata (proprio la carenza oggi di questo elemento fa luce su tutto il quadro che, in momenti più tranquilli, è più semplice nascondere).

176Questa analisi si misura continuamente con il doppio occultamento di cui si è detto già all’inizio: quello del dato sociale nella morte (disgregatrice e fondatrice di relazioni sociali) e del dato coercitivo e violento nella politica.

177Occultamento che provoca incomprensione dei processi politici in atto e che si ripresenta nel tentativo, ben presente oggi nel mondo intellettuale e scientifico, di ridurre il problema della violenza (criminale, terroristica, militare, giovanile, razziale ecc.) nella dimensione della a-politicità (oppure, ma fa lo stesso, della «morte della politica»).

178È il vecchio vizio etnocentrico della cultura europea e occidentale, che, come Narciso, per guardare troppo sé stessa, dimentica l’altro, il mondo, le sue origini.

179Proprio alla luce delle osservazioni teoriche anzidette, quello che emerge - in termini di fenomeni violenti - da diverse regioni meridionali italiane come dalle tante aree di crisi interne ai paesi sviluppati (criminalità organizzata, ma pure disgregazione delle entità statali, rigurgiti etnici e razziali, violenza metropolitana ecc.), e dalle zone orientali dell’Europa (le convulse transizioni in corso nei paesi ex-comunisti), e dalle aree povere del resto del mondo, non è riconducibile ad un’improvvisa assenza della politica.

180Si tratta, al contrario, di fenomeni interamente politici; quello che emerge, piuttosto, è un deficit di democrazia, di capacità di governo democratico dei processi politici, che si avverte drammaticamente su tutti i piani, dal più locale a quello più globale.

181Tale difficoltà riguarda l’ulteriore sviluppo democratico dei sistemi complessi nelle società avanzate; riguarda la gestione democratica delle transizioni nei sistemi poveri o ex-totalitari; riguarda, infine, le relazioni internazionali, laddove - per la loro stessa natura - non c’è mai stato né un monopolio della forza, né un assetto democratico.

182Tutto ciò, anche nei suoi aspetti più tragici ed angoscianti, come in Bosnia, in Sicilia o in Calabria, non testimonia dunque la fine della politica, ma che stiamo vivendo una fase di costruzione di un nuovo ordine interno e internazionale, esposto a tanti pericoli e prospettive, in cui riemergono tumultuosamente i fondamenti primi della politica: il conflitto violento e la necessità di una forma di regolazione legittima delle relazioni sociali, pena la disgregazione sistemica.

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Note

1 Tale realtà è espressa con estrema chiarezza dall’ex Procuratore della Repubblica di Palmi (un paese della provincia di Reggio Calabria), Agostino Cordova, il quale in un’intervista pub blicata sul periodico reggino “Insieme per la Città”, anno 1991, n. 5, dopo,aver sottolineato che “l’ordinamento della mafia in Calabria coesiste con quello dello Stato, sovrapponendosi sempre più apertamente ad esso... permeando e saturando tutte le strutture sociali, impadronendosi di esse e gestendo, pilotando o condizionando attività private, pubbliche e politiche”, ha aggiunto : “Tra le tante conseguenze del fenomeno mafioso è il decadimento dei valori, l’alterazione dei comuni criteri di valutazione, tal che l’illecito è divenuto la norma comunemente accettata e il lecito l’eccezione, e tal che non desta più scalpore commettere i reati, ma il perseguirli. In tale contesto è « normale » che i genitori dicano di ignorare perché siano stati uccisi i figli e viceversa: tanto più che la sanzione dello Stato è non solo aleatoria e remota, ma del tutto irrisoria rispetto a quella certa, immediata e radicale dell’ordinamento mafioso”.

2 In proposito, va ricordato il contributo di interrogativi e suggerimenti - assai interessanti ai fini della presente ricerca - che emerge in questi ultimi anni da diverse opere di sociologi (vedi, tra gli altri, F. Crespi, Azione sociale e potere, Il Mulino, Bologna, 1989; Id., Evento e struttura, Il Mulino, Bologna, 1993; P. P. Giglioli, Teorie dell’azione, in A. Panebianco (a cura di), L'analisi della politica, Il Mulino, Bologna, 1989; A. Touraine, Il ritorno dell'attore sociale, Editori Riuniti, Roma, 1988) e politologi (vedi, ad esempio, A. Panebianco, Introduzione, in L’analisi della politica, cit.), i quali sottolineano - da diversi punti di vista - come sia necessario tornare a fare i conti con le domande di fondo che si pone l’uomo di oggi, nel suo agire sociale e politico.

3 Cfr. M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1974. Più in generale, per una introduzione sugli scopi e sui problemi delle diverse forme di comparazione cfr. A. Marradi, Concetti e metodo per la ricerca sociale, La Giuntina, Firenze, 1991; N. Smelser, La comparazione nelle scienze sociali, Il Mulino, Bologna, 1982.

4 Ad esempio, gli studi di Rokkan (tra gli altri, cfr. S. Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti, Il Mulino, Bologna, 1982 - con una preziosa introduzione di A. Panebianco cfr. pure “Rivista Italiana di Scienza Politica”, anno 1980, n. 3, che contiene tre saggi, di Daalder, Flora e dello stesso Rokkan, dedicati alla teoria e al metodo dello studioso norvegese), che sono particolarmente utili per il loro tentativo di leggere Weber in chiave sistemica e di interpretare la complessità dello sviluppo sociale e politico in termini di interazione dinamica tra gli elementi economici, politici e culturali. Queste indicazioni riassumono il tentativo di definire un quadro analitico-metodologico di riferimento, entro il quale sia possibile leggere in maniera più completa i fenomeni di violenza assai presenti nel sistema politico e sociale della Calabria e del Mezzogiorno, di cui il sottoscritto sta occupandosi in alcune ricerche empiriche.

5 N. Elias, La solitudine del morente, Il Mulino, Bologna, 1985, p. 103.

6 F. D’Agostino-F. Vespasiano, lemma «Morte», in F. de Marchi, A. Ellena, B. Cattarinussi, Nuovo Dizionario di Sociologia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1987, p. 1310. Tra i pochi studi sociologi che anche in Italia hanno analizzato il fenomeno della morte, merita senz’altro di essere ricordato A. Cavicchia Scalmonti (a cura di), Il «senso» della morte. Contributi per una sociologia della morte, Liguori, Napoli, 1984. Dal punto di vista scientifico e metodologico, negli ultimi anni si può osservare anche da noi l’emergere di una prospettiva di ricerca interdisciplinare su questo argomento (già segnalatasi da tempo negli USA e in altri paesi), con l’obiettivo di mettere a confronto i risultati delle ricerche condotte sul fenomeno sociale della morte da diverse scienze sociali e umane, e cioè da sociologi, antropologi, storici, filosofi, politologi, studiosi di psicanalisi. Cfr., ad esempio, AA.VV., Luoghi e oggetti della morte, Savelli, Milano, 1979; AA.VV., La morte oggi, Feltrinelli, Milano, 1985.

7 M. Vovelle, La morte e l’Occidente, Laterza, Bari, 1986, p. 635.

8 Cfr. M. Mauss, Saggio sul dono, in Id., Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino, 1965.

9 P. Aries, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano, 1978; dello stesso autore vedi pure L'uomo e la morte dal Medioevo ad oggi, Laterza, Bari, 1980.

10 Cfr. D. Sudnow, L’organizzazione sociale della morte, in P. P. Giglioli e A. Dal Lago, Etnometodologia, Il Mulino, Bologna, 1983.

11 Anche per il maggior esponente dello struttural-funzionalismo, Talcott Parsons, la morte è un’importante questione sociale. Secondo Parsons la morte è una realtà disfunzionale da considerare nel calcolo dei costi e dei benefici di una società organizzata in maniera altamente razionale. Ad esempio, egli scrive: “Si deve richiamare l’attenzione su un aspetto specifico del fenomeno malattia, e cioè sulla morte prematura. Da diversi punti di vista la nascita e l’allevamento di un bambino rappresentano un «costo» per la società, attraverso la gravidanza, la cura dell’infante, la socializzazione, l’addestramento formale e diversi altri canali. Una morte prematura, prima che l’individuo abbia avuto la possibilità di svolgere la sua quota completa di ruoli sociali, significa che il suo costo è stato «rimborsato» soltanto in parte”, in T. Parsons, Il Sistema Sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1965, p. 439.

12 Questa idea (che nel presente testo non verrà sviluppata) ridimensiona l’aspetto sociale della morte, privilegiando invece il fattore biologico - naturale, che dovrebbe essere governabile dall’uomo attraverso la ragione e la scienza, alle quali è affidato il compito di liberarci da ogni residuo magico - religioso. Cfr. W. Fuchs, Le immagini della morte nella società moderna, Einaudi, Torino, 1973.

13 M. Vovelle, op. cit., p. 65.

14 ibi, p. 4.

15 Vedi, tra gli altri, M. Livolsi, L’Italia che cambia, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (FI), 1993.

16 Cfr. G. B. Glaser e A. M. Strauss, Awareness of Dying, Chicago, Aldine, 1965; degli stessi autori vedi anche Time for Dying, Chicago, Aldine, 1968.

17 Cfr. K. Jaspers, La mia filosofia, Einaudi, Torino, 1981. A p. 207 di questo testo si legge: “nella vita tutto ciò che fu raggiunto è per noi come cosa morta. Niente di quel che è già compiuto si può dire che viva. Tutte le volte che aspiriamo a compiere quel che ci proponiamo, non facciamo che aspirare a quello che, in quanto è portato a compimento, è morto”. Forse questo particolare aspetto della personalità dell’uomo contemporaneo, sottolineato dalla filosofia esistenzialista, non è privo di riflessi sul problema del sovraccarico di domande che grava sui sistemi politici moderni (vedi in proposito R. Rose, Risorse dei governi e sovraccarico di domande, in “ Rivista Italiana di Scienze Politiche”, anno 1975, n. 5), laddove la grande possibilità di esplicazione delle potenzialità personali può produrre il raggiungimento di molti traguardi, cioè, in linguaggio jaspersiano, di molte «cose morte», fonte di continua insoddisfazione.

18 N. Elias, op. cit., p. 70.

19 Vedi T. Parsons, op. cit., p. 448 e segg..

20 F. Alberoni, Valori, Rizzoli, Milano, 1993.

21 Esiste, a questo proposito, una forte, oggettiva convergenza tra le teorie funzionaliste ed alcuni principi culturali affermatisi nella società industriale contemporanea. Secondo entrambi, infatti, la società - e solo essa - stabilisce, attraverso le sue principali istituzioni, i modelli di orientamento di valore che indicano la direzione giusta per risolvere i dilemmi d’azione che si pongono al soggetto sociale. Solo la società, inoltre, può modificare tali modelli di orientamento di valore, in particolari momenti, a certe condizioni, in base a competenze tecniche specifiche (lo scienziato, il politico, il medico, il sacerdote ecc.). Di conseguenza, il singolo individuo, al di fuori di certe forme di consumo, di certi momenti di partecipazione politica e della vita strettamente privata, non deve neppure porsi il problema di scegliere tra le alternative sociali fondamentali, sulle quali sono abilitati a decidere solo i competenti, gli unici legittimati a farlo, mentre è praticamente illegittimo che lo faccia il singolo attore sociale.

22 Su questo tema vedi P. Berger, B. Berger, H. Kellner, The Homeless Mind, Random House, New York, 1973; L. Sciolla (a cura di), Identità, Rosenberg & Sellier, Torino, 1983; P. Jedlow- ski, Il disagio di essere moderni - Intervista a Peter Berger, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, anno 1992, n. 1; P. Jedlowski, Quello che tutti sanno - Per una discussione sul concetto di senso comune, in “Rassegna Italiana di Sociologia” (in corso di stampa); A. Dal Lago, Il politeismo moderno, Unicopli, Milano, 1985; A. Melucci, Il gioco delVio, Feltrinelli, Milano, 1991.

23 Per esempio, l’impostazione della ricerca di Durkheim sul suicidio e la tipologia dei suicidi che egli propone cercano di stabilire valide correlazioni tra questa particolare forma di morte e le condizioni sociali che possono favorirla, con particolare attenzione ai problemi di interazione sociale e di coesione morale che così emergono; vedi E. Durkheim, Sociologia del suicidio. Newton Compton, Roma, 1974. Pareto accenna al fenomeno sociale della morte nella sua classificazione dei «residui» (per la precisione nella seconda classe, quella della persistenza degli aggregati), come persistenza delle relazioni dei viventi con i morti e come persistenza delle relazioni di un morto e delle cose che erano sue mentre ancora era in vita; vedi V. Pareto, Trattato di sociologia generale, Edizioni di Comunità, Milano, 1964. Successivamente, è soprattutto ad alcuni esponenti della scuola di Francoforte che dobbiamo il riemergere, nel secondo dopoguerra, dell’attenzione sul tema della morte nel pensiero sociologico. La riflessione sulla Germania dopo il nazismo, sulla società capitalistica e sulle sue crisi, lo studio approfondito di Hegel, Marx, Freud, spingono infatti Marcuse, Adorno e Fromm a trattare questo argomento in alcune loro opere. Secondo Marcuse, ad esempio, la morte - in una società repressiva ed omologante come quella industriale - non è altro che un mezzo di repressione di cui il potere si serve per rendere gli uomini subalterni ai propri fini. Cosicché il dato naturale del morire viene distorto e diventa un fondamentale strumento di sottomissione, utilizzato per soffocare la volontà umana di liberazione, che Marcuse chiama gli «sforzi utopistici» (vedi H. Marcuse, Eros e Civiltà, Einaudi, Torino, 1968, p. 248; dello stesso autore vedi anche The Ideology of Death, in H. Feifel (a cura di), The Meaning of Death, Me Graw-Hill, New York, 1959).

24 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1977.

25 M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1980, p. 20-21.

26 Su questo argomento vedi, tra gli altri, G. E. Rusconi, Razionalità, razionalizzazione e burocratizzazione in P. Rossi (a cura di), Max Weber e l’analisi del mondo moderno, Einaudi, Torino, 1981; P. Rossi, Max Weber. Oltre lo storicismo, Il Saggiatore - Mondadori, Milano, 1988.

27 Adorno ha scritto che l’ideale di una morte personale, «riempita» di senso, “...non è che un miserevole inganno, con cui si cerca di nascondere che ormai gli uomini crepano e basta”. Vedi T. W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino, 1979, p. 284. Altre sue osservazioni sul fenomeno della morte si leggono in Id., Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, e in AA.VV., La personalità autoritaria, Edizioni di Comunità, Milano, 1973 (in particolare, nel volume secondo, nella sezione riguardante P«ideologia religiosa»). Dagli spunti di riflessione offerti da questo autore sul tema della morte emergono due ordini di considerazioni. Il primo si ricollega ad alcune osservazioni sulla natura repressiva della società contemporanea, con una impronta meno utopistica e più tragica rispetto a Marcuse, dalla quale traspare una più forte influenza hegeliana e weberiana. La morte è qui intesa come manifestazione estrema dell’organizzazione totalitaria sulla quale si basa la società moderna, che produce la nullificazione dell’individuo, della sua vita e della sua morte; in questa prospettiva, inoltre, la morte è vista nella luce dell’aumentata «pressione del dominio» dell’uomo sull’uomo, resa possibile dai progressi scientifici e tecnologici. Il secondo insieme di considerazioni di Adorno sulla morte è ancora più originale, e riguarda direttamente il rapporto di quest’ultima con la modernità. Più precisamente, con quegli aspetti della modernità attinenti alla crisi dell’individuo e al trionfo dell’individualismo, ai caratteri della conoscenza razionale e al culto del «nuovo». Adorno, a questo proposito, sottolinea come le caratteristiche della morte oggi devono essere analizzate sia in rapporto ai processi di mercificazione, omologazione, alienazione tipici della società industriale, sia in relazione alla rottura tra «vecchio» e «nuovo» che in questa stessa società si determina. Sull’argomento politica - alienazione - angoscia vedi F. Neumann, Lo stato democratico e lo stato autoritario, Il Mulino, Bologna, 1973.

28 Cfr. M. De Certeau, Scrivere Vinnominabile, in AA.VV., Luoghi e oggetti della morte, cit.; cfr. pure, nello stesso libro, J. Baudrillard, L’economia politica e la morte; vedi anche P. Berger e B. Berger, Sociologia, Il Mulino, Bologna, 1987, dove, nel capitolo su Vecchiaia malattia e morte, si legge (p. 438): “...nella società moderna...è andato stabilendosi un culto della gioventù, della salute e della vita: essere giovani, sani e ricchi di energie vitali è generalmente considerato non solo la condizione felice di chi è favorito dalla natura con queste qualità, ma anche, in un certo modo, un dovere morale per ognuno di noi. Di conseguenza, essere vecchi, malati o vicini alla morte appare non solo come una disgrazia, ma, per certi versi, come una carenza morale”.

29 P. Berger, La sacra volta, Sugarco, Milano, 1984, p. 93. Dello stesso autore vedi anche Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna, 1970 e L'imperativo eretico, Leumann, Torino, 1987.

30 Cfr. su questo aspetto S. N. Eisenstadt, Mutamento sociale e tradizione nei processi innovativi, Liguori, Napoli, 1974; dello stesso autore vedi pure La società post/modema e la sua legittimazione, in “Mondoperaio”, anno 1990, n. 7.

31 Questo approccio mette in evidenza come il governo sia “... l’attività, la funzione identificante dell’agire politico, il nucleo irriducibile, senza il quale appare arduo pensare la dimensione stessa della politicità”, tant’è che, pure nel più semplice dei sistemi politici, “...partiti, parlamenti, elezioni, apparati burocratici sviluppati possono mancare, una qualche struttura di governo no”, vedi M. Cotta, Governi, in G. Pasquino (a cura di), Manuale ài scienza della politica, Il Mulino, Bologna, 1986, p. 329.

32 A questo proposito, come suggerisce Schiera, è interessante notare la comune radice etimologica dei termini politica e polizia, e come, nell’Europa del ‘600 - specialmente in Francia e in Prussia - il termine polizia indicasse, in generale, “l’insieme delle attività di governo”, e, in senso più tecnico, “una somma di interventi prefissati su materie ormai consolidate e tendenzialmente riducibili alla sicurezza ed alla tranquillità dei sudditi (e del principe)”, vedi P. Schiera, lemma «Stato di polizia», in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di Politica, Utet, Torino, 1983, p. 1142. Questo rapporto politica - polizia sottolinea, in sostanza, le finalità di «ordine» insite nella politica.

33 Cfr. P. Corbetta e A. Parisi, L’opinione pubblica italiana di fronte alla pena di morte, in AA.VV., La pena di morte nel mondo, Marietti, Casale Monferrato (AL), 1983.

34 Vedi N. Bobbio, lemma «Politica», in Dizionario di Politica, cit., p. 827; di questo studioso vedi pure Stato, governo, società - Per una teoria generale della politica, Einaudi, Torino, 1985; per un quadro riepilogativo dell’approccio sociologico allo studio dello Stato, vedi L. Gallino, lemma «Sociologia dello Stato», in Id., Sociologia della Politica, Utet, Torino, 1989.

35 Sulla morte come suprema «necessitas» cfr. E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982 (in particolare p. 255 e segg.).

36 Ha scritto in proposito Norberto Bobbio: “Non qualunque gruppo sociale in grado di usare anche con una certa continuità la forza (un’associazione a delinquere, una ciurma pirata, un gruppo sovversivo ecc.) esercita un potere politico. Ciò che caratterizza il potere politico è Pesclusività dell’uso della forza rispetto a tutti i gruppi che agiscono in un determinato contesto sociale”. Vedi N. Bobbio, lemma «Politica», in Dizionario di Politica, cit., p. 829. Anche due dei maggiori politologi contemporanei, come Almond e Powell, nel cercare una definizione della «specificità» della politica, affermano: “Quando parliamo di sistema politico, vi includiamo tutte quelle interazioni che riguardano l’uso di una coercizione fisica legittima”, e aggiungono poco dopo che pure nelle società primitive si può parlare di sistema politico, nella misura in cui esse risultino “...ancora comparabili con quelle entità politiche nelle quali vi è qualcosa che si avvicina al monopolio della coercizione fisica legittima” (G. A. Almond, G. B. Powell, Politica comparata, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 27 e p. 28).

37 In merito all’antagonismo amico-nemico, Schmitt scrisse: “I concetti di amico, nemico, lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica...La guerra non ha bisogno di essere qualcosa di quotidiano o di normale, e neppure di essere vista come qualcosa di ideale e di desiderabile: essa deve però esistere come possibilità reale, perché il concetto di nemico possa mantenere il suo significato”. Vedi C. Schmitt, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 116. Per uno sviluppo successivo di questo approccio, vedi J. Freund, L’essence du politique, Sirey, Parigi, 1965.

38 “...si è solidali solo contro qualcuno”, così scriveva Roberto Michels (vedi Id., La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, Il Mulino, Bologna, 1966, p. 332). Per una analisi del contributo teorico di questo studioso e una antologia dei suoi scritti, vedi G. Sivini (a cura di), Michels, Il Mulino, Bologna, 1980.

39 Sulla complessa e attuale problematica relativa ai vari movimenti politici che, in Italia e in Europa, stanno riproponendo - da varie angolazioni - il problema delle radici etniche e territoriali come principale fattore di identificazione politica, vedi G. E. Rusconi, Etnia: un costrutto polemico, in «Polis», anno 1992, n. 3; Id., Se cessiamo di essere una nazione, Il Mulino, Bologna, 1993; A. Melucci, M. Diani, Nazioni senza Stato. I movimenti etnico-nazionali in Occidente, Feltrinelli, Milano, 1992.

40 “Noi definiamo la «politica» come l’aspirazione a una partecipazione al potere o ad un’influenza sulla distribuzione del potere...”, in M. Weber, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1981, vol. IV°, p. 479.

41 “...lo Stato moderno è un gruppo di potere in forma istituzionale che ha mirato con successo a monopolizzare, nell’ambito di un dato territorio, l’impiego legittimo della forza fisica come mezzo di potere...”, vedi Economia e Società, cit., vol. IV°, p. 483. Sulla dialettica comando- consenso (con particolare attenzione al mondo greco e alle origini della politica) vedi M. Bonanni, Il cerchio e la piramide, Il Mulino, Bologna, 1992.

42 Economia e Società, cit., vol. IV°, p. 1.

43 Ibi, vol. IV°, p. 3.

44 Ibi, vol. IV°, p. 5.

45 Sul tema della «antinomia della compiutezza del potere» e sul significato del «contropotere del lasciarsi uccidere», di cui è espressione il martire, vedi H. Popitz, Fenomenologia del potere, Il Mulino, Bologna, 1990. Scrive Popitz a p. 77-78: “Il detentore di potere può uccidere il martire (egli è signore della sua morte), ma non può costringerlo a rimanere in vita, a fare qualcosa per rimanere in vita. Egli non è più, quindi, «signore della vita e della morte», perché ha perso il dominio sulla vita dell’altro...Quando il martire sfida l’alternativa del detentore di potere dimostra nel medesimo tempo di essere egli stesso colui che decide in ultima istanza”.

46 La politica, nei sistemi sociali moderni, è al centro di una fitta trama di relazioni con la morte «violenta» (conflitti internazionali, guerre civili, terrorismo, criminalità organizzata ecc.), con la morte «ecologica» (inquinamento, deforestazione, cementificazione, dissesto idro- geologico ecc.), con la morte «sociale» (vecchiaia abbandonata, emarginazione sociale, devianza e violenza giovanile), con la morte dei «fenomeni sociali» (i regimi ex-comunisti), con la morte «naturale-biologica» (epidemie, malattie), con la morte per fame e carestie e con altri tipi di morte. Per un approfondimento antropologico sulle forme di morte cfr. L. V. Thomas, Antropologia della morte, Garzanti, Milano, 1976.

47 P. Rossi, La scelta umana e i valori, in Id., Lo storicismo tedesco contemporaneo, Einaudi, Torino, 1971, p. 356.

48 Ibi, p. 346 e p. 348.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Antonio Costabile, «Politica e morte: la dimensione strutturale della violenza nella vita politica»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 104-129.

Notizia bibliografica digitale

Antonio Costabile, «Politica e morte: la dimensione strutturale della violenza nella vita politica»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5618; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5618

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Antonio Costabile

Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica - Università della Calabria

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