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il documento/Lo sviluppo umano

Misurare lo sviluppo umano: un work in progress

Giuseppe Scidà
p. 131-151

Testo integrale

«Così è, o Signore, io misuro,
ma non so quello che misuro»
S. Agostino

Ambivalenza dello sviluppo

1Coesistono comunemente, nonostante i frequenti distinguo introdotti dai più, concezioni diverse, ma si badi bene non necessariamente alternative, che si tende di frequente a mescolare e confondere dietro l’uso, e a volte l’abuso, del termine sviluppo. Volendole schematizzare e polarizzare, si può operare una distinzione fra una concezione meccanicista e cumulativa, nella quale lo sviluppo è concepito essenzialmente come la sommatoria dei valori di mercato creati dalla produzione e le cui finalità sono dunque di ordine materiale e quantitativo, così da poterle riferire ipso facto allo sviluppo economico o più correttamente alla crescita economica, e un’altra, organica, secondo la quale lo sviluppo è dato dal complesso di elementi derivanti dalla promozione della popolazione considerata (cultura, salute, convivenza civile, ecc.), le cui finalità sono dunque di ordine prevalentemente qualitativo ed a carattere eminentemente umanistico così da poter essere riferite allo sviluppo umano nel suo complesso.

2Nella prima concezione, lo sviluppo economico conseguito o meno da un paese si misura (tendendo così ad identificarsi) essenzialmente con il livello del reddito nazionale raggiunto - computato tramite il prodotto nazionale lordo (PNL) o, come oggi più frequentemente si fa, con il prodotto interno lordo (PIL) generalmente considerati pro capite, cioè in termini relativi alla popolazione cui ci si riferisce - mentre lo stato di salute di un’economia si valuta solitamente attribuendo notevole rilievo ai ritmi annui di crescita economica (Fuà, 1993). In questa prospettiva di valutazione dello sviluppo di una nazione, ritenuta generalmente la sola «ortodossa», l’economia risulta ovviamente la scienza sociale che svolge il ruolo dominante e intorno alla quale ruotano gli eventuali contributi di tutte le altre.

3Quando si parla di sviluppo - si sostiene nella seconda concezione - non ci si può riferire ad altro obiettivo che «ad uno sviluppo umano inteso in modo integrale, uno sviluppo al servizio di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, uno sviluppo in tutti i settori e in primo luogo nella soddisfazione dei bisogni elementari», scriveva il padre domenicano Louis-Joseph Lebret nel suo Dynamique concrète du développement (1962). «Lo sviluppo è una questione di uomini. Gli uomini sono i soletti del vero sviluppo, e lo scopo del vero sviluppo sono gli uomini. Lo sviluppo integrale degli uomini è la meta e la misura di tutti i progetti di sviluppo» ha enunciato, con formula efficace, Giovanni Paolo II nel 1987 in occasione del ventennale della Populorum Progressio di Paolo VI (1967) alla predisposizione della quale quel Pontefice aveva chiamato proprio il padre Lebret. La crescita economica, ma anche la salvaguardia ambientale o la partecipazione popolare e qualunque altra preoccupazione presentata come rilevante, in questa concezione non definiscono mai l’obiettivo autonomo o autosufficiente dello sviluppo ma indicano, da diversi punti di vista, un ventaglio di semplici strumenti, più o meno necessari, ma di per sè non sufficienti per favorire il conseguimento dell’unico fine: che non può essere nulla di più ma neppure nulla di meno che lo sviluppo umano cioè il passaggio di una comunità da una vita meno umana ad una vita più umana. Nello stesso senso si esprimeva un gruppo di autorevoli studiosi di scienze sociali, certamente aderenti ad una cultura lontana da quella della chiesa cattolica, nella celebre Dichiarazione di Cocoyoc (Galtung, O’Brien, Preiswerk, 1980:401-411), quando affermavano: «la nostra prima preoccupazione è di definire integralmente lo scopo dello sviluppo. Esso non deve consistere nello sviluppare le cose, bensì l’uomo. L’essere umano ha bisogni fondamentali: cibo, riparo, vestiario, salute, educazione. Qualsiasi processo di sviluppo che non porti alla realizzazione di ciò o, peggio ancora, lo aggravi, è un travisamento dello sviluppo stesso». Quest’ultima concezione è espressione di quella corrente di studiosi dello sviluppo ad orientamento socialista e umanitario che a metà degli anni ’70 si era raccolta intorno all’approccio dei basic needs (ILO, 1976; Streeten, 1981; Scidà, 1982). I bisogni umani fondamentali tuttavia non si esauriscono nei soli bisogni materiali (cibo, acqua potabile, casa, ecc.); essi comprendono una serie di bisogni non materiali come il bisogno sociale di parlare, di sapere, di partecipare agli affari pubblici, di promuovere la propria cultura e di vivere liberamente la propria fede, di sentirsi al sicuro, di avere rispetto per sè e di essere amati (Galtung, 1980; Dag Hammarskjold Foundation, 1975). In altri termini, ogni uomo deve poter essere nelle condizioni di sentirsi libero protagonista del proprio destino.

4Per la soddisfazione dei bisogni umani fondamentali è necessaria la confluenza di molteplici mezzi. Fra questi generalmente si ricordano quelli funzionali ad una mera risposta ai bisogni umani materiali: crescita economica, politiche pubbliche di welfare, aiuti esterni, ecc. Poca o nessuna attenzione si è prestata invece alla risposta ai bisogni non materiali per soddisfare i quali altri mezzi appaiono necessari. In primo luogo rafforzare le comunità da cui gli individui traggono la loro linfa vitale in termini di affettività, cultura, credenze, senso della vita e desiderio di essere di più. Tuttavia rafforzare le comunità vuole dire frequentemente proteggere il loro ambiente vitale per impedire concretamente che si disgreghino. L’azione per proteggere l’ambiente, però, non si può limitare a garantire alla gente il permanere di un forte legame di appartenenza territoriale con tutto ciò che ne deriva per la dignità della specifica cultura locale ma anche educare alla solidarietà non solo sincronica con gli altri membri della comunità ma anche diacronica con le generazioni di figli e nipoti che verranno. Al fondo tale processo aiuta a rendere l’uomo e la sua comunità autentici protagonisti del loro futuro.

5In questa seconda concezione, quella dello sviluppo umano, il ruolo dell’economia, benché sostanzialmente ridimensionato rispetto a quello delle altre scienze sociali ed umane, non manca di rilevanti compiti e funzioni a patto che accetti di concentrare il proprio impegno nello studiare il passaggio, di una determinata popolazione, da una condizione meno umana ad una più umana e, per quanto possibile, con i minori costi economici e sociali e nei tempi più brevi (per un esempio recente e molto soddisfacente di uno studio a più mani realizzato in questa direzione, si veda: Cornia, Joly, Stewart, 1989).

6Nonostante la notevole confusione che di fatto permane in questo campo di studio e di analisi fino all’inizio degli anni ’60, la concezione meccanicistica volta alla mera crescita economica ha, senza troppe difficoltà, sostanzialmente dominato sulle più diffuse concezioni dello sviluppo nelle scienze sociali. Questa netta supremazia si registrava, in particolare, sul piano pratico, cioè nel momento in cui i diversi esperti, specialisti di scienze sociali, erano chiamati dai governi a fornire indicazioni da tradurre in scelte operative per la predisposizione di semplici progetti o più complessi programmi di sviluppo. Naturalmente, questi tentativi di porre in atto specifiche ed «ortodosse» strategie di sviluppo, benché nel lungo periodo siano stati solo raramente valutati positivamente (sia per i deludenti risultati conseguiti in termini di crescita economica e/o per i perversi effetti ottenuti sul piano dell’equilibrio sociale), nel breve periodo hanno avuto in ogni caso la funzione di consolidare e confermare tale supremazia.

7Ciò non di meno, non si può disconoscere o ignorare il fatto che una visione dello sviluppo eccessivamente rigida e semplificata nei pionieri degli studi sullo sviluppo, come non di rado successivamente ci è stata presentata dai loro critici (Hirschman, 1983:191-216; Sen, 1992:313-339), fosse abbastanza lontana dalla reale e personale riflessione teorica di questi capiscuola, così che oggi, rileggendone gli autobiografici percorsi teorici (Meier, Seers, 1984; Meier, 1987), appare di sovente come una caricatura costruita spesso a posteriori semplicemente perché faceva comodo ai loro critici. Prendiamo, ad esempio, fra le molte che ci condurrebbero alle medesime valutazioni, la definizione proposta oltre cinque lustri fa, da S.P. Huntington, autorevole capo scuola americano degli studi sulla modernizzazione e lo sviluppo politico, che definisce lo sviluppo come: «la crescita dell’attività economica complessiva e del prodotto di una società [...] misurata con il prodotto nazionale lordo pro capite, il livello di industrializzazione e il livello di benessere individuale giudicato in base a indici quali la speranza di vita, l’assunzione di calorie, la disponibilità di ospedali e di medici» (Huntington, 1968: 33-34). Questo studioso, benché definisse lo sviluppo in modo rigidamente coerente con la concezione ortodossa, dovendo poi indicare come misurare gli eventuali successi conseguiti, introduceva, a fianco di quelli classici, altri indicatori tutto sommato poco congruenti con la definizione di sviluppo inizialmente data ma forse più orientati a misurarne i risultati in termini di valorizzazione del «capitale umano» (Harbison, Myers, 1964). Quella del capitale umano è una corrente di studi di ascendenza eminentemente economica il cui orientamento prevalente è quello secondo cui una risposta ai bisogni umani materiali è necessaria e utile non in sé ma in quanto mezzo per valorizzare il capitale umano da convogliare al meglio nella produzione così da accrescerne per quanto possibile il prodotto, che resta, dunque, il fine ultimo nella loro concezione dello sviluppo. Come appare evidente nella vita reale, la concezione dello sviluppo, pur riferendosi frequentemente a qualche archetipo fondamentale come i due presentati all’esordio di queste considerazioni, spesso si presenta secondo concezioni necessariamente più complesse, confuse o sfumate. La citazione del classico lavoro di S. P. Huntington è qui utile però anche per un altro aspetto. Essa ci consente, infatti, di sottolineare, se ce ne fosse bisogno, la notevole difficoltà esistente nel superare un problema particolarmente delicato, già ricordata dal versetto di S. Agostino posto ad esergo di questa nota e che, come vedremo, si presenterà assai di frequente nel misurare, ad esempio, lo sviluppo di una nazione: quella della congruenza del metro di misura utilizzato con la definizione dell’oggetto specifico che si intende misurare.

Oltre il pil pro-capite

8Dai primi anni ’60, in concomitanza con il lancio di quello che poi diverrà il primo Decennio delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, andranno vieppiù diffondendosi le pubblicazioni infarcite di indicatori economici (fra i quali il PNL avrà un ruolo centrale) da parte dei vari paesi membri della comunità internazionale che a quel tempo, a seguito del dirompente processo di decolonizzazione, andava continuamente accrescendosi di nuovi membri. Col trascorrere degli anni, in un clima da «olimpiadi dello sviluppo», un numero crescente prima di governi e poi soprattutto di Organizzazioni Internazionali (OI) renderanno pubblici con regolarità una grande messe di dati ufficiali tendenti a presentare una qualche graduatoria dei paesi membri della comunità internazionale in funzione del conseguimento del più elevato sviluppo economico. Non per questo però, si badi bene, tali graduatorie risulteranno particolarmente attendibili (data l’ampia incertezza delle stime su cui quei dati a volte si fondavano) o perfettamente comparabili (per la disomogeneità nella definizione dei fattori che costituivano il dato e, fino a pochi anni fa, anche per la difficoltà di equiparare valori espressi in unità monetarie diverse). Ma non è tutto. Presto gli stessi economisti hanno cominciato a criticare l’indicatore principe - prima il PNL e poi il PIL - come insoddisfacente anche per misurare il solo sviluppo economico. Gli appunti avanzati nel corso del tempo sono stati numerosi; ci limiteremo qui a ricordarne alcuni:

  1. il PIL pro capite è una semplice media derivante dalla sommatoria del valore di tutti i beni e servizi prodotti in un paese destinati o meno alla vendita - nel primo caso in base ad un ben definito prezzo di mercato, nel secondo caso privi di un prezzo definito e non sempre agevolmente definibile - diviso per il numero degli abitanti. Tale media tuttavia nulla ci dice, nè può dirci, su come quella disponibilità media di risorse, cioè la possibilità di rispondere ai bisogni della gente, sia poi effettivamente distribuita fra la popolazione;

  2. qualsiasi produzione di beni viene computata nel PIL solo come un attivo anche se questa procura anche passivi rilevanti in termini di distruzione di risorse naturali non rinnovabili. Tali perdite però non vengono computate con segno negativo nella costruzione del PIL;

  3. la crescita del PIL è sempre considerata come un elemento oggettivamente positivo per lo sviluppo economico e il benessere della gente. In realtà, a ben vedere, non sempre lo è effettivamente: ad esempio, combattere l’inquinamento marino fa lievitare il PIL mentre la purezza del mare, così eventualmente conseguita, produce una flessione del PIL. Esempi di questo genere ne esistono in gran copia;

  4. i servizi prodotti e non generalmente destinati alla vendita, il cui valore è determinato dal valore degli inputs necessari per produrli, soprattutto nel caso dei servizi pubblici tendono a far lievitare indebitamente il PIL in vari modi. Ad esempio, l’esplosione delle agenzie private operanti nel settore della consegna della posta a domicilio (i cosiddetti pony express) consente al PIL di lievitare, accrescendolo del valore del loro servizio aggiuntivo ma il costo degli inputs necessari al funzionamento del sistema postale pubblico non diminuisce il suo apporto nella costruzione del PIL nonostante il minor servizio prestato alla collettività;

  5. la diffusa scoperta, nel corso degli ultimi due decenni nella maggior parte delle società, di una fiorente economia informale generalmente operante nell’ambito del mercato nero non consente, come è ovvio, un’agevole determinazione del PIL. Quest’ultimo risulta così generalmente tanto più sottostimato in una determinata società quanto maggiore è la sua quota di economia nascosta il che, si è rilevato, corrisponde non di rado a percentuali particolarmente significative nelle economie più povere.

 

9Nonostante i tanti appunti avanzati ai compendi di statistiche economiche internazionali ruotanti intorno al PIL, verrà frequentemente attribuita loro un’enorme importanza: è sufficiente qui ricordare, per non andare troppo lontano, l’acceso dibattito scaturito non molto tempo fa nel nostro paese - e non solo - quando da parte di un’OI si ritenne di dover mutare il rango dell’Italia elevandola alla quinta posizione nella graduatoria delle maggiori potenze economiche mondiali. Non di rado, inoltre, in alcuni paesi in via di sviluppo a queste graduatorie internazionali sono state attribuite funzioni fra le più disparate che sono andate molto al di là di quanto gli stessi estensori si sarebbero aspettati. Non solo il PIL è assurto, come spesso i media hanno osservato, a nuovo idolo della emergente «cultura» acquisita da questi giovani Stati ma in alcuni casi si è pure preteso dopo qualche piccolo «sacrificio» di ottenere dall’idolo degli autentici «miracoli». Ad esempio, un’artefatta sopravvalutazione dei risultati economici conseguiti da un paese poteva comportare un maggior consenso verso un governo in difficoltà e/o l’apertura di nuove ed ingiustificate linee di credito internazionali. Viceversa, un’intenzionale svalutazione dei risultati conseguiti da un altro paese nel suo cammino verso lo sviluppo economico poteva tradursi sia nell’attribuzione di una maggiore quota di aiuti allo sviluppo da parte del club dei paesi donatori e/o nell’inserimento del paese in questione in una particolare categoria favorita come, ad esempio, i Paesi Meno Avanzati (PMA) creata dalle Nazioni Unite, con tutti i vantaggi che ciò, a seconda dei casi, poteva significare. Abbiamo così inteso rilevare, come il lettore avrà compreso, che non è insolito il fatto che osservatori stranieri in alcune occasioni abbiano avanzato il sospetto, benché mai suffragato da prove definitive per ovvi motivi di carenza dei dati necessari, che settori dipendenti dal governo di paesi del cosiddetto Terzo Mondo abbiano volutamente alterato (o semplicemente sovrastimato o sottostimato a seconda dei propri interessi) i dati riguardanti la propria economia. In Africa, ad esempio, dati di base fondamentali, come l’entità della popolazione di uno Stato, sono spesso assolutamente incerti soprattutto se riferiti a paesi che, di solito per carenza di fondi pubblici adeguati, non sono ogni decennio sottoposti ad un censimento di tipo standard ma a semplici proiezioni basate su indagini campionarie, senza considerare poi il caso, per la verità molto più raro, di popolazioni ancora «vergini», cioè mai censite. Naturalmente, come è evidente, «l’elasticità» del dato riguardante l’entità della popolazione consente di adattare alla bisogna la variabile economica considerata di primaria importanza per ogni valutazione: il PIL pro capite. In effetti le reazioni critiche al crescente fiorire di compendi statistico-economici internazionali da parte delle OI della famiglia delle Nazioni Unite non sono mancate anche se sono state di solito o abilmente assorbite ed omologate o semplicemente accolte con quella benevola negligenza che consente poi di ignorarle del tutto senza disdicevoli polemiche.

10Sul piano internazionale, a questo proposito, non si può dimenticare la creazione, nel 1963 su iniziativa del governo olandese, dell'United Nations Institute for Social Development (per una rassegna dei suoi trentanni di attività si veda: UNRISD, 1993). Grazie alla sua assoluta autonomia, contro- bilanciata d’altra parte da una bassa dotazione di fondi, e forse anche per l’autorevolezza del suo Consiglio d’Amministrazione che vedeva la presenza di due premi Nobel come Gunnar Myrdal e Jan Tinbergen e di due pionieri del «movimento per gli indicatori sociali» come l’americana Eleanor Bernert Sheldon e il francese Jacques Delors, l’UNRISD riuscì a dare al suo esordio un notevole impulso agli studi di base - poi largamente trascurati - relativi ai metodi di misurazione dello sviluppo sociale (Drewnow- ski, Scott, 1966; Drewnowski, 1970) ed alle correlazioni esistenti fra lo sviluppo economico e quello sociale (McGranahan, Pizarro, Richard, 1983). I metodi improntati dall’UNRISD e la notevole quantità di dati raccolti sono stati di solito fatti confluire dal Dipartimento degli affari economici e sociali dell’ONU nella pubblicazione del suo saltuario Rapport sur la Situation sociale dans le monde. Con la morte (1974) del segretario generale del- PONU, il birmano Sithu U Thant, che - in contrasto con le idee prevalenti nel primo Decennio per lo Sviluppo - aveva attribuito allo sviluppo sociale ed alla valorizzazione delle risorse umane grande rilievo, nell’UN- RISD andò declinando l’interesse verso gli studi sulla misurazione dello sviluppo sociale. Contemporaneamente la promettente ricerca di base impostata da Jan Drewnowski all’UNRISD era solo parzialmente giunta a termine perché il sofisticato indice, composto da 9 indicatori fisici e 9 indicatori culturali, atto a misurare il livello di vita, risultava sostanzialmente inapplicabile, per l’assoluta assenza dei dati necessari, a quasi tutti i paesi del Terzo Mondo, cioè ad oltre i due terzi delle nazioni del mondo. Non mancarono naturalmente i tentativi di semplificarlo (riducendo ad esempio da 18 a io gli indicatori da utilizzare) ma la ricerca parve impantanarsi e poi fu sostanzialmente abbandonata o meglio delegata alle spalle più larghe del Comitato per la pianificazione dello sviluppo delle Nazioni Unite dal quale, come prevedibile, non se ne ebbe più notizia. Per un’applicazione dell’indice di Drewnowski, tesa ad un’analisi comparata della qualità della vita nelle diverse regioni italiane, si può vedere un vecchio lavoro di Giovanni Sarpellon dedicato a questo scopo (1976:93-128).

11Proprio mentre declinava la ricerca di cui si è riferito, emerse per meritoria iniziativa dell’International Labour Organization (ILO, 1976) un approccio allo sviluppo incentrato sui basic needs che rendeva molto necessario disporre di un metro di misura congruente, cioè che consentisse di misurare i progressi eventualmente conseguiti dai diversi paesi con riferimento alla specifica scala di priorità e di valori considerati in questo approccio, avendo già verificato l’ampia inadeguatezza allo scopo del PNL pro capite (Hicks, Streeten, 1979; de Neufville, 1982). Innanzi tutto era chiaro che quest’approccio metteva a fuoco i bisogni e non puntava dunque in prima battuta sui ritmi di crescita economica e la conseguente lievitazione del PNL pro capite - benché, per la verità, non si considerasse il sopravvenire di queste eventualità una iattura (Hicks, 1984) - ma, piuttosto, su un’urgente e più adeguata risposta ai bisogni umani fondamentali. Questa nuova scuola di pensiero, in pratica, tende a preferire, fra un modello di crescita a ritmi accelerati ma caratterizzato da forti ineguaglianze e una crescita moderata ma accompagnata da una più equa ripartizione, questa seconda opzione (molto rappresentativo di questa posizione è l’autorevole studio promosso dalla World Bank e dall’IDS della Sussex University: Che- nery, Ahluwalia, Bell, Duloy, Jolly, 1974).

12È questo il clima culturale - presto bollato come miserabilista - nel quale nasce, nel 1977 ad opera di ricercatori (Morris, Liser, 1977; Morris, 1979) dell’Overseas Development Council, il Physical Quality of Life Index (PQLI), che si accontenta, rispetto all’indice composto costruito dal Drewnowski, soltanto di tre - generalmente noti - indicatori di base che mescola attribuendo loro eguale peso: la mortalità infantile, la speranza di vita alla nascita e il livello di istruzione. Da questi dati si ricava un indice composto che può oscillare fra il valore teorico minimo (cioè il peggiore risultato) di o ed il valore massimo di 100. E forse superfluo aggiungere che la graduatoria ricavata applicando il PQLI - pubblicata con grande clamore su un gran numero di riviste popolari e almanacchi (Hicks, Streeten, 1979; Larson, Wilford, 1979) - creò in quegli anni notevole sensazione nell’opinione pubblica internazionale anche perchè, probabilmente per la prima volta, si elencavano tutti i paesi del mondo attribuendo loro un rango diverso, e spesso assai diverso, da quello consueto o comunque prevedibile determinato dal PNL pro capite. Ad esempio, riferendosi ai dati del 1976, ad un piccolo e poco noto paese come lo Sri Lanka con un PNL pro capite di 200 $ veniva attribuito un valore del PQLI di 82 che finiva per umiliare ed offendere l’Iran dello Scià che con un PNL pro capite di 1930 $ si vedeva attribuito un PQLI di 39. Questo metro di misura ebbe dunque grande risonanza ed al suo esordio un notevole apprezzamento, tanto da essere pubblicato dall’autorevole - e relativamente «conservatore», essendo espressione dei paesi donatori di aiuti associati nel Development Assistance Committee (DAC) - Rapporto annuale dell’Organisation for Economie Co-operation and Development (OECD, 1978).

13Negli anni successivi, il PQLI senza i clamori dell’esordio esce gradualmente di scena, in buona misura per non essere stato in grado di acquisire il necessario consenso scientifico internazionale e conseguentemente la definitiva sponsorizzazione di un’OI. Al PQLI però subito subentra l’uso di un indicatore, se possibile, ancora più semplice: il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni (in breve TMIS5). Questo indicatore è già da tempo proposto dall’United Nations Children’s Fund (UNICEF, 1994: 87) quale metro di misura complessivo «per valutare il livello del benessere dei bambini e il suo tasso di cambiamento», locuzione quest’ultima che ricalca la definizione ufficiale di sviluppo umano data da questa OI. Come l’UNI- CEF non si stanca di rilevare, il TMIS5, oltre ad essere probabilmente l’indicatore più congruo per misurare il conseguimento dei propri fini istituzionali, presenta alcuni significativi meriti che lo rendono concorrenziale rispetto ad ogni altro indicatore semplice o composto dello sviluppo umano. In primo luogo, il TMIS5 è particolarmente significativo perché è un indicatore di risultato e non di mezzi come, ad esempio, il livello di scolarizzazione o il numero di medici per mille abitanti. Il dato numerico di questa variabile, inoltre, è la conseguenza di un vasto ventaglio di fattori che comprendono «lo stato nutrizionale e le conoscenze sanitarie delle madri; il livello di vaccinazioni e di uso dei sali reidratanti; la disponibilità di cibo; la disponibilità di acqua potabile e di servizi igienici ed infine le condizioni generali dell’ambiente in cui vive il bambino» (UNICEF, 1994: 87). Così il TMIS5 è utilizzato dall’UNICEF (al posto del PNL o del PIL pro capite) come metro di misura di tutti i paesi del globo e punto di vista dal quale valutarne gli sforzi e risultati conseguiti nel loro cammino storico. Tali elaborazioni sono pubblicate regolarmente nel Rapporto annuale (UNICEF, 1994) ma ora anche in un nuovo compendio statistico internazionale, presumibilmente annuale, apparso per la prima volta solo lo scorso anno (UNICEF, 1993).

14Negli anni a noi più vicini, infine, vanno guadagnando terreno presso il grande pubblico Rapporti annuali prodotti da Enti, Associazioni private o Centri studio disparati (come - solo per fare due esempi fra i più noti - Amnesty International o il World Watch Institute) specializzati su single issue e solitamente caratterizzati dall’adesione a gerarchie di valori ben definiti fra i quali la crescita economica, qualora sia considerata - il che normalmente non avviene -, occupa sicuramente una posizione marginale. Resta il fatto che questi come altri consimili Rapporti, benché solitamente apprezzati ed occasionalmente citati dagli studiosi del settore, non sono minimamente riusciti ad intaccare il prestigio o a corrodore il ruolo egemonico detenuto da un Rapporto come il World Development Report della World Bank che resta incontestabilmente l’insostituibile punto di riferimento, per lo meno sul piano quantitativo, di qualsivoglia studio contemporaneo sullo sviluppo anche se vocato ad affrontare solo problematiche connesse a particolari politiche sociali (ad esempio si veda: World Bank, 1980, 1990 e 1993).

Verso la misura dello sviluppo umano

15Fino ad oggi, dunque, la produzione di Rapporti annuali a diverso titolo convergenti su tematiche connesse con lo sviluppo, inteso nel suo senso più ampio, ha continuato a lievitare. Si tratta per lo più di prodotti emanati dagli apparati tecnico-scientifici delle diverse e più autorevoli OI facenti poco o tanto capo al sistema delle Nazioni Unite: l’International Labour Organization (ILO), la Food and Agricultural Organization (FAO), la United Nations Educational Scientific and Cultural Organization (UNESCO), la World Health Organization (WHO), la World Bank, XInternational Monetary Fund (IMF), la United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), per citare solo alcune delle più note. Fra queste, tuttavia, merita notare come fino al 1990, solo lo United Nations Development Programme (UNDP) risultava privo di un Rapporto annuale rivolto all’opinione pubblica internazionale.

16Tali Rapporti trovano la loro ragione d’essere in primo luogo nella regolare diffusione di dati aggiornati riferiti a qualche settore particolare di loro rispettiva competenza, presentando solitamente informazioni relative a tutte le nazioni sovrane della comunità internazionale. Le OI accompagnano normalmente la pubblicazione di questi dati, cioè la parte «tecnica» del Rapporto, con una parte più «politica» che può spaziare da una particolare interpretazione dei dati pubblicati alle raccomandazioni ai governi membri, connesse con i prevedibili trends emergenti e non di rado con una serie di approfondimenti relativi sia a questioni specifiche ma ritenute rilevanti negli ambiti di loro pertinenza che a questioni di ordine generale quando riferite allo sviluppo tout court.

17La parte cosiddetta «politica» è resa consuetudinariamente in una forma, per quanto possibile, generale e con uno stile molto «diplomatico» per evitare risentimenti ed irritazioni da parte di uno o più paesi membri che, non va dimenticato, sono solitamente i finanziatori che consentono la stessa sussistenza dell’OL Così facendo, le OI se da un lato svolgono uno dei loro compiti istituzionali, quello di pubblicizzare gli specifici dati statistici raccolti, dall’altro colgono l’occasione per esprimere autorevolmente determinati orientamenti e giudizi non di rado di ordine generale. Nonostante le cautele di cui si è detto, però, non è insolito che di volta in volta Luna o l’altra OI viva momenti di notevoli difficoltà come conseguenza delle sue scelte «politiche», sebbene all’opinione pubblica internazionale vengano spesso presentati dai media come problemi di ordine essenzialmente finanziario. Al contrario, questi ultimi sono spesso fatti artatamente insorgere da membri dissenzienti per opporsi alla linea politica sviluppata dal gruppo politico-tecnocratico che gestisce la vita e influenza la linea «politica» generale di una determinata OI. Ciò avviene in particolare quando ad un determinato e proporzionalmente rilevante impegno contributivo non corrisponde, come generalmente avviene nelle OI della famiglia delle Nazioni Unite, un corrispondente (cioè quasi proporzionale) potere di voto ma i diversi paesi membri, al di là dell’entità della loro partecipazione finanziaria, dispongono tutti di un voto solo e del medesimo peso.

18Tornando alla molteplicità di Rapporti prodotti, merita notare come questi siano soliti ordinare i paesi del mondo non in base all’alfabeto ma attribuendo loro un rango a partire generalmente dal loro PNL pro capite. Quest’ultimo, in altri termini, finisce per costituire non solo il più significativo metro di misura dei loro risultati economici ma in buona sostanza la lente del cannocchiale attraverso la quale si guardano gli sforzi di sviluppo di qualsiasi paese ed anche la prospettiva in base alla quale si colgono le differenze e si mettono a fuoco le valutazioni comparate fra i risultati conseguiti da diversi paesi. Nel 1990, però, lo United Nations Development Programme (UNDP) decide, da un lato, di por fine alla sua lunga assenza dal panorama dei Rapporti annuali internazionali, e, dall’altro, di produrne uno che si caratterizza proprio per la sua pretesa di guardare la complessità dei processi di sviluppo emergenti, si potrebbe dire ad «occhio nudo». Infatti, benché si aiuti anche con il cannocchiale usato da tutti gli altri Rapporti, lo utilizza, in un certo qual modo, alla rovescia come di seguito mostreremo. «Il reddito», osserva Mahbub ul Haq (1991: 32), artefice del nuovo Rapporto dell’UNDP, «è solo uno degli elementi - pur estremamente importante - che tuttavia non esaurisce la gamma dei fattori che definiscono la qualità della vita umana. Salute, educazione, ambiente fisico e libertà - per citarne solo alcuni - possono essere importanti quanto il reddito». Lo stesso titolo a ben vedere suona volutamente controcorrente: Lo sviluppo umano, tanto che, recensendo il primo Rapporto, Ignacy Sachs (1991: 91) non ha ironicamente potuto fare a meno di osservare: «ha un titolo pleonastico [...] come se lo sviluppo potesse essere non-umano o anti-umano». Ma c’è di più; coerentemente con il titolo, questo Rapporto si propone di produrre ed applicare sistematicamente un nuovo metro di misura dello sviluppo, nuovo proprio perchè pretende di misurare lo sviluppo umano in senso proprio e non come qualcosa comunque riconducibile alla crescita economica. A questo proposito è ragionevole chiedersi: perchè solo ora? ed ancora, quale specifico oggetto si intende misurare?

19In primo luogo, l’UNDP, per la sua area d’interesse rivolta genericamente allo sviluppo mondiale, non dispone di dati di sua competenza esclusiva da esibire nel Rapporto annuale. Conseguentemente, dalla sua creazione nel gennaio 1966 fino al 1990, non ha prodotto alcun rapporto annuale tramite il quale rivolgersi all’opinione pubblica internazionale, limitandosi alla regolare rendicontazione in merito all’uso dei diversificati fondi volontari ricevuti in amministrazione dall’UNDP. Annualmente, infatti, i suoi amministratori sono tenuti a redigere un bilancio ad uso quasi esclusivo delle agenzie delle Nazioni Unite conferenti i fondi e dei governi dei paesi donatori, non essendo previste per l’UNDP quote obbligatorie versate dai paesi membri. In questi anni ’90, però, il panorama generale è apparso per più versi preoccupante ed in mutazione tanto da richiedere probabilmente all’UNDP un intervento più incisivo. Sono essenzialmente i deludenti e frustranti risultati conseguiti nell’arena della cooperazione internazionale allo sviluppo da parte di tutte le agenzie di aiuti bilaterali e multilaterali a costringere a porsi senza mezzi termini la questione più scottante, che potrebbe forse essere formulata così: «gli aiuti servono? E a chi?». Si è assistito, infatti, ad una flessione significativa dell’entità dei fondi stanziati annualmente per l’aiuto pubblico allo sviluppo (aps), il che suona come un autentico campanello d’allarme per l’UNDP. La crisi si è poi accentuata inevitabilmente in questo quarto Decennio per lo Sviluppo promulgato dalle Nazioni Unite per la concomitante negativa congiuntura economica generale che, per di più, ha visto Taps essere convogliato significativamente dai governi donatori verso gli aiuti bilaterali a discapito di quelli multilaterali dei quali l’UNDP costituisce il maggior ente gestore nella famiglia delle Nazioni Unite. È questa situazione congiunturale, crediamo, a stimolare l’UNDP ad un’azione più evidente, incisiva ma soprattutto di grande differenziazione dalle altre agenzie multilaterali ed in primis dalla World Bank che è da tempo nel mirino dei media che tendono a rimproverarle qualsiasi insuccesso sopravvenga nella politica degli aiuti.

20D’altra parte, l’UNDP, non disponendo - a differenza di altre OI - di un massiccio apparato tecnico da utilizzare, ha potuto crearsi, in buona misura ex novo, scegliendo cioè come si suol dire fior da fiore, uno strumento tecnico di prim’ordine per indipendenza ed autorevolezza internazionale. E riuscita a selezionare così un ampio staff di consulenti proveniente prevalentemente dal mondo accademico da impegnare proprio nella predisposizione del Rapporto annuale. L’ideatore e responsabile del Rapporto su Lo Sviluppo Umano è, come anticipato, il pakistano Mahbub ul Haq, già ministro delle Finanze e della Pianificazione nel suo paese, poi consulente alla World Bank negli anni della presidenza di Robert Strange McNamara - cioè nel periodo in cui questa OI sposava l’approccio allo sviluppo fondato sulla risposta ai basic needs (Scidà, 1983) - ed ora consigliere speciale dell’Amministratore dell’UNDP, William H. Draper III. Per il suo nuovo impegno, ul Haq si è così potuto circondare di alcuni dei più autorevoli esperti dello sviluppo sul piano mondiale con i quali aveva già avuto occasione di lavorare in passato. Fra questi ricordiamo: Dragoslav Avramovic, Keith Griffin, Gustav Ranis, Amartya K. Sen, Guy Standing, Frances Stewart, Paul Streeten. In conclusione, ci pare di poter affermare che, tutto considerato, l’UNDP era alla fine degli anni ’80 nella condizione di, ed ha potuto disporre delle risorse umane per, predisporre un nuovo ed autorevole Rapporto in un panorama che si presentava già molto affollato e tutto sommato fin troppo uniforme.

21Con Lo sviluppo umano, l’UNDP ha inteso offrire una visione diversa e più aderente ai fatti nel rispecchiare le condizioni della qualità della vita nel pianeta misurandola con un ventaglio di interrogativi selezionati e rivolti tentativamente a tutti i 173 paesi considerati nel Rapporto. Sono così considerate questioni ritenute particolarmente delicate e pregnanti per lo sviluppo umano, cioè per quello che viene definito come «un processo di ampliamento della gamma di scelte della gente» (UNDP, 1:11). Più precisamente, il fuoco dell’analisi che sottostà allo sviluppo umano e dal quale consegue la sua gerarchia di priorità fondamentali ci viene presentato in un documento tecnico redatto da Sudhir Anand e Amartya Sen e parzialmente pubblicato nel Rapporto su Lo sviluppo umano 4 (pp. 117-118) dove si osserva: « Le persone riescono a vivere a lungo? Possono evitare la morte nei primi anni di vita? Possono sfuggire alle patologie prevenibili? Evitare l’analfabetismo? Sono libere dalla fame e dalla denutrizione? Godono di libertà personale? Sono queste le caratteristiche principali del benessere che risultano dal considerare le persone al centro di tutta l’attività di sviluppo. Il rafforzamento della loro capacità di esercitare queste funzioni elementari è il cuore dello sviluppo umano. Le conquiste della gente - siano esse in termini di longevità o di alfabetizzazione funzionale - sono valutate come fini in se stessi. Questa impostazione può essere contrapposta ad altre, più vicine al filone ortodosso della teoria economica, che si occupano dello sviluppo delle risorse umane. In questo caso l’accento viene posto sugli esseri umani in quanto risorsa, come un fattore delle attività produttive. Lo sviluppo delle risorse umane è visto in termini del loro contributo alla generazione del reddito - un investimento come gli altri per aumentare il potenziale produttivo. Mentre l’impostazione dello sviluppo umano valuta le capacità legate, ad esempio, alla salute, all’alimentazione e all’istruzione primaria, in quanto fini in sè - considerando il reddito solamente come uno strumento per raggiungerli - la teoria dello sviluppo delle risorse umane (come l’investimento nel «capitale umano») si basa su valutazioni esattamente opposte. Questo punto di vista valuta gli investimenti nel capitale umano - comprese la salute, l’alimentazione e l’istruzione - interamente nei termini del reddito o del prodotto in più che l’investimento ha generato, valutandolo positivamente solo nel caso che il tasso di rendimento superi il costo del capitale. Al contrario, i fautori della teoria dello sviluppo umano chiederebbero l’ampliamento delle capacità delle persone di leggere e scrivere, di essere ben nutrite e sane, anche nel caso che il rendimento dell’investimento in alfabetizzazione, o nel migliorare la provvista calorica e i servizi sanitari, misurato secondo la prassi economica convenzionale, fosse pari a zero (sebbene, naturalmente, esso sia in genere comunque molto alto)».

22L’Indice di Sviluppo Umano (ISU) è così costruito su tre elementi fondamentali riguardanti la longevità, le conoscenze e il reddito che analizzeremo di seguito separatamente:

  1. la longevità si fonda sulla speranza di vita alla nascita, indicatore che viene inserito nell’indice senza alcuna correzione. Il suo valore in anni è rapportato al valore del paese con la massima-speranza di vita e a quello con la minima fra i 173 paesi complessivamente considerati nel quarto Rapporto. Questa - merita notare - rimane una misura eminentemente quantitativa per cui il problema della qualità della vita resta ancora aperto e molto probabilmente ulteriori integrazioni in questa direzione dovranno essere previste nella definitiva messa a punto dell’ISU;

  2. l’indicatore delle conoscenze è dato dal raccordo fra due variabili: la prima relativa alla percentuale di alfabetizzazione degli adulti che determina l’indicatore per i 2/3 mentre il terzo rimanente è dato dalla media degli anni di scolarità degli individui di età superiore ai 25 anni. L’indicatore risultante entra a far parte dell’indice, anch’esso collocandosi nel continuum definito dai valori conseguiti dal paese con i risultati scolastici massimi e da quello con i risultati scolastici minimi;

  3. l’indicatore utilizzato per il reddito è il PIL reale pro capite in dollari corretti secondo la parità del potere di acquisto (in breve: PPP $). Questo nuovo metodo di calcolo, messo recentemente a punto all’Università della Pennsylvania (Fuà, 1993), consente di superare i problemi di comparazione fra valori espressi in unità monetarie diverse valutando il reddito medio di ogni abitante di ciascun paese in funzione del suo potere d’acquisto in quel paese anziché averne un valore del tutto astratto ed irreale perchè riferito ai prezzi dei beni negli scambi internazionali. Questo dato così depurato, sebbene entri a far parte a pieno titolo dell’ISU, è computato in modo molto limitato, accogliendo il presupposto che il crescere dei redditi oltre una certa quota dà un contributo positivo allo sviluppo umano ma fortemente decrescente. Un esempio pratico crediamo possa risultare utile. Il paese con il più alto PIL reale pro capite in PPP $ sono, secondo il quarto Rapporto su Lo sviluppo umano, gli Stati Uniti con 20.874 (PPP $). U loro reddito è computato integralmente solo per la quota base, corrispondente alla soglia di povertà (tale soglia è pari a 4.829 dollari ne Lo sviluppo umano 4, corrispondente alla media della soglia di povertà di 17 paesi industria- lizzati convertita in PPP $). Si procede poi, ove necessario, per blocchi di multipli della soglia di povertà di ognuno dei quali si considera una quota sempre più piccola derivante dall’elevazione a potenza inferiore ad uno e via via sempre decrescente (1/2 per il primo multiplo: la cifra compresa fra 4.830 e 9.658; 1/3 per il multiplo successivo; poi 1/4, ecc.). Così facendo, di fatto, il reddito USA si traduce nell’ISU nella cifra 5.075 mentre il reddito di un paese come la Lituania essendo di 4.913 (PPP $), cioè meno di un quarto di quello degli USA ma di poco superiore alla soglia di povertà che - lo ricordiamo - è integralmente computata, entra nell’ISU con la quota di 4.847. Certamente il confronto dei redditi fra USA e Lituania rimane a favore dei primi (come potrebbe essere diversamente?) ma la diseguaglianza dal rapporto di 100 a 23,5 è ora passata a quello di 100 a 95,5. Riferendoci a risultati come questo abbiamo precedentemente notato che l’UNDP, benché usi il consueto «cannocchiale» del PIL pro capite, sembra quasi utilizzarlo alla rovescia, il che, come prevedibile, genera non poche reazioni critiche.

23Il dibattito sull’ISU è stato e resta vivacissimo anche perchè lo stesso Rapporto su Lo sviluppo umano si presenta annualmente con i caratteri di un vero work in progress presentando continue novità. Ad esempio, è stato calcolato un ISU corretto per tener conto anche delle disparità sessuali nei vari paesi. L'Italia (che aveva già perso quattro posizioni passando dalla classica graduatoria del PNL a quella dell’ISU) con questa variante migliora la sua posizione ma la peggiora poi appena l'ISU viene corretto tenendo conto anche della distribuzione dei redditi. Ancora, l’ISU è stato altresì calcolato non su base nazionale ma per regioni di un paese o per gruppi sociali infranazionali appartenenti ad etnie diverse - questa procedura di elaborazione di dati disaggregati però è stata possibile applicarla a soli cinque paesi che provvedono ad una adeguata colletta dei dati: USA, India, Messico, Turchia e Swaziland. In conclusione, Lo sviluppo umano ha visto introdurre nelle sue pagine continui ritocchi ed aggiustamenti che tengono in parte conto dei numerosi suggerimenti e critiche che gli sono state tempestivamente rivolte o che fanno, in qualche misura, tesoro dei precedenti tentativi - indice di Drewnowski, PQLI, TMIS5 - prima ricordati, sia pure molto sommariamente (Dasgupta, Weale, 1992; Desai, 1991; Genné, 1992; Hopkins, 1991; Kelley, 1991; Kingma, 1993; McGillivray, White, 1991; Pyatt, 1991; Rao, 1991; Salvatore, 1991).

24LTSU, in sostanza, ci pare ancora lontano dall'aver assunto un profilo definitivo e sicuramente non ha ancora conseguito un assetto stabilizzato se solo si considera che la variabile centrale nella definizione di sviluppo umano, la libertà, è ancora del tutto assente nella costruzione di tale metro di misurazione. L'introduzione di un Indicatore di Libertà Umana (ILU) in grado di valutare questa dimensione fondamentale per lo sviluppo umano a qualsiasi settore operativo venga riferita (economico, politico o culturale) è un lavoro ancora appena abbozzato di cui si dà notizia in Lo sviluppo umano 2\ 27-30. In questo Rapporto, per altro, si fa riferimento al solo, benché pregevole, contributo di Charles Humana (1986) e si mostrano le numerose e notevoli difficoltà a cui si deve far fronte per mettere a punto un indicatore che tenga conto di quella molteplicità di limitazioni alla libertà umana che lo studioso indiano Amartya Sen (1994) distingue in «negative» (libertà da qualcosa) e «positive» (libertà di fare qualcosa).

25Crediamo perciò che si debba lavorare ancora e celermente affinchè prima dell'anno 2.000 si sia in grado di tradurre rapidamente e con qualche certezza in un unico indice informazioni spesso smentite da governi o provenienti da fonti poco affidabili, relative a questioni come: lavoro forzato o minorile, tortura o coercizione, pene corporali, pena di morte, affiliazione obbligatoria ad un partito o a un’organizzazione, per citare solo cinque delle quaranta variabili considerate da C. Humana nella sua guida mondiale ai diritti umani. Altrettanto ci si deve attendere, a nostro parere, circa la predisposizione di un indicatore ampiamente accettato sul piano internazionale in grado di valutare progressi e regressi della condizione ambientale, connessi all’intervento umano (ma è concepibile un indicatore ambientale nazionale?). Resta, infine, ancora largamente aperto il problema della carenza ma anche della qualità non sempre affidabile dei dati di base (Stewart, 1989) su cui è costruito l'ISU che presuppone adeguati investimenti da parte dei paesi del Terzo Mondo o addirittura aiuti internazionali da orientare in questa direzione. L’UNDP, infatti, anche nel suo ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano 4 (1993: 29) non manca a questo proposito di redarguire i responsabili degli uffici statistici governativi scrivendo: «La maggior parte dei paesi dedica molto impegno alla pubblicazione di statistiche sulla crescita economica, ma prodiga sforzi inferiori per quelle che misurano la condizione umana». Nella defatigante ricerca di un metro di misura onnicomprensivo delle dimensioni dello sviluppo umano si rischia di dimenticare che nessun metro può essere migliore della qualità dei dati che utilizza.

26In conclusione, ci pare che al concetto di sviluppo umano come al metro di misura (benché ancora in fieri) proposti dall’UNDP possa arridere maggiore successo rispetto ai precedenti tentativi visti. Il nostro ottimismo si fonda sul pragmatismo mostrato dai responsabili della costruzione dell’ISU nel coniugare le due concezioni di sviluppo presentate all’esordio di questa nota (crescita economica e promozione umana) solo apparentemente antagonistiche una volta convenuto quale debba essere il fine dello sviluppo (Hatem, Malpede, 1992). Una parola definitiva, tuttavia, sul futuro dell’ISU e sulla concezione dello sviluppo umano crediamo possa probabilmente venire solo il prossimo anno quando queste tematiche saranno oggetto centrale di discussione e dibattito in occasione del Summit Mondiale sullo Sviluppo Sociale organizzato dal UNRISD sotto gli auspici delle Nazioni Unite.

Post Scriptum

27La recente pubblicazione del Rapporto su Lo Sviluppo Umano 5 (Rosenberg & Sellier, Torino) ci stimola ad aggiungere alle riflessioni precedenti una breve integrazione, con riferimento a due aspetti: 1) rendere conto degli ultimi avanzamenti nel work in progress per la costruzione dell’ISU; 2) rivedere alcune delle nostre considerazioni prospettiche che il nuovo Rapporto sembra in qualche misura ridefinire.

28Riguardo le tre componenti dell’ISU, cioè longevità, conoscenza e livello di vita, solo quest’ultima ha conosciuto una piccolissima revisione per cui la soglia di povertà prima utilizzata (pari a 4.829 $) quota fino alla quale il reddito procapite era integralmente considerato (corrispondente alla media della soglia di povertà di 17 paesi industrializzati convertita in PPP $) è ora sostituita da una nuova soglia fissata in 5.120 $ e corrispondente alla attuale media mondiale del PIL procapite in $ in termini di parità di potere d’acquisto (PPP). Nulla è invece mutato circa il generale meccanismo di calcolo dell’indice del livello di vita prima ricordato.

29Molto più rilevante è invece un altro cambiamento che coinvolge il modo di calcolare l’ISU stesso. Come si ricorderà, una volta computati per un paese i rispettivi valori delle tre componenti, ciascuno di questi veniva rapportato al migliore ed al peggiore valore conseguito quell’anno da un qualsiasi altro paese con riferimento alla medesima componente. Tale procedimento poteva - come si osserva nell’ultimo Rapporto - frustrare gli sforzi di quei paesi poveri che, pur impegnandosi in politiche per lo sviluppo umano, potevano non registrare miglioramenti numerici nell’indice del loro ISU a seguito di eventuali rilevanti progressi conseguiti da altri paesi (spesso i più ricchi) che, in tal modo del tutto involontariamente, avrebbe allontanato la soglia dell’ottimo impedendo l’emergere di tangibili miglioramenti dei risultati conseguiti, ad esempio per alcuni paesi poveri. Al di là di queste considerazioni di ordine prevalentemente politico, ciò che qui, sul piano scientifico, appare più interessante è il fatto che in realtà il TSU non ci offriva risultati confrontabili nel tempo per un determinato paese, ad esempio l’Italia, se non nella misura di poter affermare quanti e quali altri paesi conseguivano risultati migliori o peggiori ciascun anno. Così noi non avremmo mai potuto affermare, in base all’ISU, se nell’Italia del 1994 lo sviluppo umano è ad un livello migliore o peggiore che nel 1993. La nuova revisione introdotta, che fissa per un lungo periodo i risultati migliori e peggiori di ciascuna componente (vedi schema seguente), ci consente invece di superare questo limite inerente l’ISU che è ora divenuto un metro rigido e non più elastico al mutare degli anni. Il solo, irrilevante, inconveniente che si introduce con questa revisione ci sembra essere il fatto che teoricamente il valore numerico dell’ISU, che era prima sempre compreso fra o e 1, potrebbe fra alcuni anni e per alcuni paesi superare l’unità o malauguratamente diventare di segno negativo per altri.

Minimi e massimi stabiliti per i valori ISU dal 1994

Minimo

Massimo

speranza di vita (anni)

25

85

alfabetizzazione degli adulti (%)

0

100

media degli anni di scolarità

0

15

reddito (PIL reale procapite in $ PPP)

200

40000

30Lo Sviluppo Umano è tuttavia, sembra per molti versi rappresentare una svolta nel cammino, relativamente lineare, percorso nei precedenti Rapporti. La notorietà e l’autorevolezza acquisite attraverso il lavoro realizzato dallo staff indipendente per la predisposizione del Rapporto annuale, se da un lato ha evidentemente consentito di conseguire uno degli obiettivi dell’UNDP, deve, dall’altro, aver anche richiamato troppe attenzioni e pressioni su di esso, che sembra essersi orientato a non andare oltre in questo campo. Così dalla lettura di quest’ultimo Rapporto sembra emergere l’orientamento a concludere l’epoca della ricerca di un realistico metro di misura per sostituirla con quella più pragmatica e certamente non meno irta di difficoltà della progettazione ed eventuale gestione politica delle grandi riforme a livello internazionale.

31È ormai caduto il più assoluto silenzio, ad esempio, sull’introduzione di quella nuova componente nell’ISU, certamente ad elevato contenuto politico ma ciò non di meno fondamentale, relativa all’inserimento di un indicatore della libertà umana a cui si è fatto cenno precedentemente, tematica alla quale era pur stato dedicato gran parte de Lo Sviluppo Limano 2 (nel 1991). Anche la questione della salvaguardia dell’ambiente che tanta attenzione aveva ricevuto nei precedenti Rapporti, tanto da sembrare di dover presto entrare a far parte dell’ISU con una specifica componente, è ora esplicitamente rinviata (o forse più probabilmente accantonata, presumibilmente per evitare i conflitti facilmente generati dai grandissimi interessi economici soggiacenti alla questione ambientale). Con poche parole, tipiche del linguaggio diplomatico, ne Lo Sviluppo Umano 5 (p. 100) così si affronta ed esaurisce ogni discussione a proposito dell’introduzione di un indicatore ambientale nell’ISU: “Le ricerche preliminari hanno mostrato che non sembra esservi sufficiente consenso, per il momento, sugli indicatori e sulla metodologia da utilizzare. In questo settore quindi la ricerca prosegue ”.

32Ma c’è di più. Anche la ricerca di base per la costruzione di uno strumento di misura sempre più attendibile perché multidimensionale, nonostante quanto affermato nell’ultima frase citata, sembra essere in buona sostanza conclusasi a giudicare da quest’altro brano dello stesso Rapporto (p. 102). “Dopo i cambiamenti di quest’anno, proponiamo che nel prossimo futuro non siano apportate modificazioni importanti al metodo di base, anche se nel prossimo Rapporto, in occasione della Conferenza internazionale delle donne che si terrà a Pechino nel 1995, presenteremo indici corretti per tener conto della differenza di sesso”. Il metro dunque sembra essere stato definitivamente costruito, sebbene se ne possono immaginare usi molto differenziati disponendo di dati nazionali altrettanto differenziati, come ad esempio: per sesso, regioni dello stesso Stato, gruppi etnici, frazioni di redditieri, ecc. Adesso manca soltanto un riconoscimento formale internazionale dell’ISU che è presumibilmente atteso nel Summit Mondiale sullo Sviluppo Sociale della prima metà del 1993 a Copenaghen. A questo evento di notevole peso per l’intero sistema delle Nazioni Unite è dedicato non a caso un notevolissimo spazio ne Lo sviluppo umano 5 e dal Summit, immaginiamo, si attendono precise indicazioni sul ruolo da assumere e sulle risorse su cui contare per il futuro impegno dell’UNDP.

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Notizia bibliografica

Giuseppe Scidà, «Misurare lo sviluppo umano: un work in progress»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 131-151.

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Giuseppe Scidà, «Misurare lo sviluppo umano: un work in progress»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5608; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5608

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Giuseppe Scidà

Dipartimento di Sociologia - Università di Bologna - sede di Forlì

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