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teoria e ricerca

Ermeneutica della sociologia contemporanea

Il problema del rapporto ordine-azione
Nicolò Addario
p. 47-83

Testo integrale

1. La crisi della sociologia come crisi dei suoi oggetti

1Lo stato presente della teoria dell’azione in sociologia non può certo essere ritenuto soddisfacente. Innanzitutto per la semplice ragione che non di una teoria si tratta, ma di una molteplicità di teorie tra loro concorrenti e spesso incomunicanti (cfr. Turner 1985). Ciascuna ha qualche buona freccia nel proprio arco, ma anche evidenti limiti (non solo agli occhi degli avversari). Se per altro tentiamo un confronto critico almeno tra le teorie più accettate, non disponiamo di un criterio con cui cercare di mettere insieme le buone frecce dei vari archi. Ad esempio, come riuscire a combinare la semplicità, la plausibilità e la cogenza dello schema mezzo-fine della teoria della scelta razionale con il riferimento altrettanto plausibile e cogente, tipico dell’interazionismo, al problema per cui ciò che costituisce un fine ha sempre una dimensione simbolica, dipendente da un contesto che Fattore deve interpretare?

2Ma un’altra e ben più forte ragione d’insoddisfazione nasce dalla constatazione che queste teorie, con un’unica eccezione che prenderemo in considerazione alla fine di questo lavoro, producono determinazioni unidimensionali dell’azione. Ciascuna intende riferirsi all’agire in generale, ma là dove l’agire è posto come mosso da “interessi” esso appare del tutto insensibile alla dimensione simbolica o espressiva, e viceversa. Di fronte ai problemi tipici della sociologia (ad esempio perché la gente vota in un certo modo) concezioni unidimensionali dell’azione ci paiono tragicamente insufficienti ed in ultima analisi poco realistiche.

3D’altra parte, sul versante per così dire opposto delle teorie dell’ordine strutturante o simili, le cose non vanno molto meglio. Con l’eccezione infatti della teoria di Parsons e di Luhmann e di qualche altro tentativo recente (lo vedremo), ci troviamo di fronte ad approcci altrettanto unidimensionali e dualistici, nei quali l’azione è la conseguenza meccanica, al livello soggettivo, di vincoli strutturali, norme e istituzioni.

4Da dove nascono questi limiti comuni? Riprendendo un’osservazione ben nota, si può sostenere che tali limiti sono la conseguenza diretta del pensiero dualistico che la sociologia moderna ha ereditato da un’intera tradizione filosofica senza che, nonostante certi sforzi, sia riuscita a superarlo. In altre parole, il cosiddetto dualismo teorico “micro-macro” (Alexander e Al. 1987; Addario 1994a) che caratterizza la sociologia contemporanea sarebbe alla base di tale stallo teoretico. Esso sarebbe la conseguenza dell’assunzione di quadri di riferimento categoriali, presi in prestito dalla filosofia dell’ottocento, che, al di là delle differenze di contenuti, sono accomunati da una stessa forma di pensiero dualistico. Da qui, come è noto, sono sorte due grandi famiglie di teorie, le cosiddette due sociologie (Dawe 1970); da qui però anche, da un lato, teorie dell’azione unidimensionali e incapaci di spiegare l’ordine, e, dall’altro lato, teorie strutturali incapaci di render conto della ricchezza dell’agire sociale e del suo ruolo nel mutamento e nella dinamica sociali. Questa condizione può dunque essere giustamente caratterizzata come crisi degli “oggetti” della sociologia.

5Per chi dunque, sotto la pressione di una crescente richiesta di una migliore comprensione della natura e della dinamica degli oggetti della sociologia, si ponga nella prospettiva di tentare di riconciliare, per così dire, azione e struttura, acquista grande rilevanza cercare di chiarire il nesso tra presupposti e dualismo teorico. A questo fine è necessario individuarne con precisione i tipi fondamentali.

6La messa in discussione di tali presupposti ci porterà, come cercheremo di mostrare nell’analisi critica che segue, alla conclusione che per poter uscire dal dualismo la teoria dell’azione deve essere intrecciata (circolarmente) con il problema dell’ordine. Ma, se azione ed ordine sono intrecciati, il problema della fondazione di una teoria della società dovrà individuare come proprio “oggetto” di base non tanto l’azione o l’ordine presi separatamente, bensì la loro relazione. E ciò probabilmente imporrà radicali innovazioni metodologiche e teoriche, visto che sarà necessario passare dai consueti schemi di causalità lineare a modelli di connessione circolare. Ciò richiederà un nuovo linguaggio, che riteniamo possa essere fornito soltanto da una teoria sistemico-evoluzionistica. Qui siamo però interessati a mostrare come le ragioni di una tale nuova prospettiva nascano tutte all’interno della sociologia tradizionale. Ed è in questo senso che quanto segue rappresenta una sorta di “ermeneutica” della sociologia: ciò che verrà proposto, per quanto poco consueto, intende mantenere un legame con la tradizione.

2. Presupposti metateorici e programmi di ricerca dualistici

7Nel prendere sul serio la questione dei presupposti teorici si incappa in una situazione quantomeno curiosa. Per un verso non c’è praticamente teoria che non dichiari il campo filosofico-metodologico a cui appartiene; ma per l’altro verso, l’ironia vuole che difficilmente i sociologi si impegnino in un approfondito esame di tale campo e di quello avverso con cui spesso polemizzano. Forse v’è l’idea sotterranea che questo sia un compito della filosofia e non della sociologia; ma probabilmente v’è anche il giudizio che discussioni a tale livello siano sostanzialmente inconcludenti. Ora, il fatto che le discussioni sui presupposti non siano servite gran che a far cambiare parere alla maggior parte dei sociologici non significa affatto, di per sé, che tale dibattito sia stato effettivamente inconcludente. In molte discipline il fraintendimento circa la natura dei presupposti di una data teoria è stato occasione di interminabili dibatti tra sordi e non deve perciò creare particolare scandalo se questo è accaduto anche in sociologia. Da qualche tempo in qua, però, in filosofia, logica ed epistemologia e ora anche sociologia si è riconosciuta la fondamentale importanza di un chiarimento preliminare a tale livello (Brown 1984; Kòrner 1983; Zeliini 1985; Morin 1986; Atlan 1987; Luhmann 1990; Alexander 1982). E ciò non solo al fine di un dialogo effettivo tra paradigmi diversi, ma pure per una maggiore autocomprensione dei limiti intrinseci a ciascun paradigma.

8Non v’è perciò ragione sostanziale perché la sociologia rinunci pregiudizialmente ad una riflessione sui propri fondamenti. Si tratterà semmai di cercare un collegamento non estrinseco tra critica dei fondamenti e critica dei contenuti positivi delle teorie.

9Il punto essenziale sembra essere che la natura specifica del “problema” e dell’“oggetto” peculiari di un “programma di ricerca” dipende proprio dai presupposti di questo (Lakatos 1976). Sono tali assunti (ontologici, epistemologici e metodologici) che infatti decidono del quadro concettuale e sostantivo di una teoria. In definitiva una teoria altro non è che la struttura esplicativa di un “problema” la cui origine è al livello dei presupposti. Ogni discussione e/o autoriflessione che escluda tale livello porterà di conseguenza a fraintendimenti inconcludenti e ad una sorta di congelamento teorico. Di conseguenza, se il dualismo micro-macro ha le sue radici al livello dei presupposti metodologici e filosofici, non potrà esservi effettiva soluzione del problema fin quando non avremo sviluppato un quadro presupposizionale adeguato.

10In effetti, come avremo modo di analizzare in dettaglio, il pericolo del dualismo è in un certo senso insito nella natura del problema, almeno per come ci è stato consegnato dalla tradizione. Per altro, quando, nel tentativo di elidere il dualismo, si sono sostituiti dilemmi del tipo “individuo versus società” con relazioni causali come “società - individuo società”, il tradizionale pensiero causalistico si è trovato impigliato nei paradossi della circolarità. Questa è una delle ragioni di fondo, credo, per cui il pensiero dualistico ha continuato ad imporsi (l’altra e ben più rilevante ragione, sul piano “politico”, essendo il suo valore ideologico).

11Tornando al punto iniziale, possiamo provare ad introdurre qualche chiarimento sulla struttura dei quadri di riferimento dominanti in sociologia. In genere si fa riferimento alla questione dei presupposti rubricandola sotto il termine di “metodo” o, più recentemente, di “metateoria”. Tuttavia, per “metodo” la sociologia moderna ha finito per intendere (con la sola eccezione di Parsons e di qualche altro autore contemporaneo) non la definizione esplicita di un quadro categoriale di riferimento, ma l’assunzione di una data “unità d’analisi”, a partire dalla quale si intendono “spiegare” dati fenomeni sociali. Dalla peculiare concezione dell’unità d’analisi, e da un connesso assunto epistemologico, consegue generalmente una corrispondente forma esplicativa, ad esempio “spiegazione” se l’explanans è concepito come “causa” oggettiva dell’explanandum, o “comprensione” se si pone che la connessione causale possa essere intesa soltanto dopo che l’osservatore abbia colto dei “motivi” o dei “significati”.

12Al di là tuttavia di tale restrizione, il metodo riguarda un quadro concettuale più generale. Adottando una posizione che risale a Rickert e Weber, si può intendere il metodo come teoria dei concetti e dei modi della conoscenza. Così, con riguardo alla teoria dell’azione si possono distinguere, in estrema sintesi, almeno quattro domini categoriali che insieme concorrono a costituire tale quadro di presupposti: a) un dominio ontologico concernente la natura del mondo; b) un dominio ontologico riguardante la natura dell’unità d’analisi; c) un dominio gnoseologico relativo ai modi della conoscenza in generale; d) un dominio epistemologico relativo ai modi della conoscenza scientifica. Nell’ambito della nostra tradizione metafisica questi domini hanno assunto la caratteristica forma dualistica di ben noti dilemmi come, rispettivamente, “materia-spirito”, “oggetto-soggetto”, “realismo-convenzionalismo” “spiegazione-comprensione”.

13I primi due dilemmi ontologici hanno prodotto, intersecandosi, “metodi” sociologici di tipo individualistico ed olistico, ciascuno dei quali si è orientato verso argomenti sostantivi di tipo materialistico o idealistico. Si sono così avute teorie basate sull’individualismo metodologico per le quali il “problema” da spiegare è l’azione messa in atto da soggetti i quali, per gli approcci materialisti, sono mossi da “interessi”, mentre per gli approcci idealisti sono mossi da norme e strutture simboliche. Al primo gruppo appartengono indubbiamente l’utilitarismo e i suoi derivati moderni come le teorie della “rational choice”, la teoria dello scambio di Homans e gran parte del comportamentismo. Del secondò fanno parte la sociologia fenomenologica di Alfred Schutz, l’interazionismo simbolico e altre varianti contemporanee di microsociologia come le teorie di Collins e Turner. Allo stesso modo avremo teorie oliste di orientamento materialista-strumentale, come il marxismo, per il quale il problema è la struttura della società e l’azione è solo una conseguenza della forma storica di questa struttura; e altre teorie di orientamento normativo-idealistico, come lo struttural-funzionalismo, per le quali l’azione, che pure ha una sua libertà, risponde comunque ad un principio d’ordine sociale (Addario 1994b).

14Che conseguenze hanno tali presupposti dualistici sulle teorie positive? E proprio quello che cercheremo di mostrare nelle pagine che seguono. Per intanto si può anticipare che una tale impostazione conduce inevitabilmente ad un problema che può essere superato solo tramite una rinuncia alle premesse di partenza, e ad una incompletezza della teoria che contraddice le sue pretese iniziali. L’utilitarismo, per esempio, per spiegare l’agire deve ricorrere a condizioni strutturali (vincoli di equilibrio, fiducia generalizzata, le norme in genere) che appartengono a quella classe di oggetti che la teoria dovrebbe appunto spiegare, in quanto “causati” dall’agire individuale. Ma in tal modo esso mostra di non essere in grado neppure di spiegare effettivamente l’ordine sociale, giacché si trova costretto a presupporre proprio ciò che dovrebbe spiegare. Esso è poi irrimediabilmente unidimensionale avendo escluso a priori dalla sua sfera d’analisi tutto ciò che non può essere ricondotto al canone del razionalismo economicistico. Le teorie strutturali, per contro, si trovano costrette a bandire dal loro campo d’indagine l’agire sociale per mettere, però, sintomaticamente e curiosamente, delle strutture al posto degli attori: esse agiscono, operano, comunicano e qualche volta persino osservano come fossero attori. In altri casi, invece, l’agire umano è ridotto alla pura “messa in moto” meccanica di norme e regole, salvo divenire, qualche volta, un epifenomeno o, all’opposto, un evento assolutamente insondabile e irripetibile.

  • 1 Per una rassegna di alcuni dei più interessanti tentativi in questo senso si rinvia ad Alexander e (...)

15In conclusione, perciò, dualismo micro-macro e unidimensionalità dell’azione, o dell’ordine, sono le due facce della stessa medaglia: il dualismo ontologico dei presupposti di riferimento. Del modo in cui questo dualismo si concretizza nelle teorie positive ci occuperemo nei prossimi tre capitoli, con l’intento di individuare le premesse alla luce delle quali diverrà possibile abbozzare un quadro di riferimento di una teoria non dualistica dell’azione e dell’ordine (ultimi due capitoli). Questa analisi vuole inoltre perseguire l’obiettivo di evidenziare le ragioni, interne ai diversi paradigmi presi in considerazione, per cui sarebbe auspicabile un loro abbandono. Almeno nel senso di un loro deciso “superamento”, come per altro da più parti si sta cercando di fare1. In questa sede ci asterremo dal prendere in considerazione, se non di sfuggita, il ruolo giocato dagli altri due domini presupposizionali, quello gnoseologico e quello epistemologico, per i quali rimandiamo ad un altro lavoro (cfr. Addario 1992).

3. Il problema dell’unidimensionalità

  • 2 Le teorie dell’azione sono tutte, in quanto tali, individualistiche, e ciò conferma il “pregiudizio (...)

16Prenderemo ora in considerazione il problema del carattere unidimensionale delle teorie dell’azione2, per chiarirne le conseguenze.

17Si può legittimamente affermare che il punto di riferimento iniziale di buona parte delle teorie dell’azione sociologiche sia stato e continui ad essere l’opera di Weber. Spesso la concezione weberiana è stata considerata come il prototipo dell’approccio individualistico in sociologia (Collins 1981), ma credo si tratti di un giudizio non esatto. Al contrario, ci sembra corretta la valutazione di Alexander (1982) secondo cui la teoria di Weber rappresenta il primo tentativo di un approccio “sintetico” ovvero “multidimensionale”. Infatti, da un lato Weber non sostenne mai che le strutture sociale fossero l’esclusivo prodotto dell’azione di individui atomistici, mentre in più occasioni avanzò la tesi del carattere inintenzionale dell’ordine sociale; dall’altro lato mostrò, nelle sue analisi storico-comparative, il peso che i cosiddetti fattori condizionanti (come le strutture di potere e le tradizioni culturali) hanno nella determinazione dell’agire. In un certo senso si può giustamente sostenere che questo secondo aspetto della sua ricerca finì col prevalere, lasciando sullo sfondo la problematica dell’agire come comportamento intenzionale orientato da un senso soggettivamente determinato (Weber 1968, pp. 4-21). Proprio per questo ci sembrano svianti quelle critiche (Bubner 1985) che ritengono che la concezione weberiana sia tutta concentrata sul concetto di “senso” fino al punto di tralasciare la determinazione di altri elementi della struttura dell’azione sociale.

18Ma proprio in ragione di ciò è possibile dimostrare (vi ritorneremo nel prossimo capitolo) che Weber andrebbe piuttosto considerato come un precursore di un approccio multidimensionale all’azione, come aveva ben compreso Talcott Parsons. E che questo è probabilmente il modo più produttivo di rileggere Weber oggi. Questa è la ragione per cui non considereremo la concezione weberiana dell’azione come appartenente al campo dell’individualismo metodologico.

3.1. L’individualismo metodologico

19Data la grande varietà di versioni riscontrabile tra coloro che dichiarano di praticarlo non è molto chiaro in che cosa consista l’IM, rigorosamente parlando. Sovente si presenta l’IM come quella dottrina secondo cui ogni spiegazione di fenomeni sociali è valida solo se è espressa in termini di comportamenti realizzati da individui. Ma, come ha dimostrato Steve

  • 3 Lukes (1977, p. 180-182) fa riferimento ai lavori di von Hayek, Popper, Watkins e altri. Tra le div (...)

20Lukes, tale idea ha un senso rigoroso e al tempo stesso distintivo in un unico caso, tra i diversi che è possibile rintracciare nei suoi teorici3. Esso consiste in una teoria del significato secondo cui “ogni affermazione su fenomeni sociali o è un’affermazione sugli esseri umani, oppure è inintelleggibile... Questa teoria comporta che ogni predicato riferito a fenomeni sociali sia definibile in termini di predicati che riguardano fenomeni individuali e che ogni affermazione su fenomeni sociali sia traducibile senza perdita di significato in affermazioni che sono totalmente riferiti agli individui” (Lukes 1977, p. 180). L’IM è perciò costituito da due componenti necessarie: 1) il termine che identifica un fatto sociale deve essere ricondotto ad un predicato individuale-atomistico; 2) i predicati atomistici “spiegano” i fatti sociali o nel senso della spiegazione nomologico-deduttiva (Hempel), oppure nel senso della spiegazione teleologica (von Wright).

21Si noti che la prima condizione è assolutamente centrale perché soltanto se essa è rispettata l’azione non è spiegata anche da ciò che essa dovrebbe spiegare, cioè le strutture sociali. La tesi costitutiva dell’IM, cioè che tutti i fatti sociali, compresi quelli macro-sociali, sono il prodotto di azioni degli individui sarebbe, almeno in parte, vera se si potesse dimostrare che le azioni degli individui sono determinate da fattori esclusivamente individuali, cioè da “motivi” soggettivi il cui significato non sia desumibile dal contesto sociale e che non siano, anche solo parzialmente, originati o condizionati da fattori tipicamente sociali come il denaro (solvibile), il potere legittimo, convenzioni sociali, ecc.

22Ora, Steven Lukes ha dimostrato in modo brillante che tali predicati assolutamente individuali o sono impossibili (non esistono cioè predicati individuali che non rinviino, in modo diretto o indiretto o presupposto, a qualche istituzione sociale), oppure hanno senso solo se si appoggiano a qualche proprietà fisica o biopsichica della “natura umana”, che chiaramente non è utilizzabile dalle scienze sociali, se queste intendono conservare una propria specifica autonomia disciplinare. In poche parole è impossibile, a meno di ridurre le scienze sociali a scienza naturale, predicare di un individuo proprietà assolutamente individuali, ovvero proprietà la cui intensione non descriva o non presupponga una struttura sociale. Non v’è cioè un senso per cui un individuo atomistico possa essere, ad esempio, medico, soldato, operaio, marito, virtuoso, ecc., tutti attributi che presuppongono sia logicamente che semanticamente istituzioni sociali. E ancora, un motivo soggettivo può essere comunicato e/o riconosciuto solo in quanto corrisponda ad una categoria socialmente condivisa e legittimata. Ed è questo suo essere l’elemento di una classe collettiva che lo rende razionale (cioè socialmente possibile). Al contrario, è chiaramente impossibile, fuori da una condizione patologica, ridurre un linguaggio naturale ad un ipotetico linguaggio privato se l’Altro vi è coinvolto in qualche maniera. Il linguaggio e la comunicazione presuppongono la società.

23Ma, se predicati individuali atomistici sono impossibili a meno di non scivolare al livello degli attributi biochimici della specie (che per altro è anch’essa un tipo collettivo), la “spiegazione” individualista è priva di significato non esistendo un’unità d’analisi di cui sia possibile predicare un attributo atomistico rilevante per le scienze sociali come tali.

  • 4 Come la matrice dei payoff, la regola per cui gli esiti possibili sono in un rapporto prefissato, l (...)

24Inoltre, da un punto di vista sociologico il riferimento ad unità d’analisi che abbiano proprietà totalmente individuali imporrebbe quella che Parsons (1968) chiamò l’indipendenza dei fini tra di loro. Ma ciò è logicamente non plausibile perché comporterebbe la casualità degli scambi. Inoltre, poiché gli attori sono descritti come egoisti e razionali, in tali condizioni iniziali l’interazione non sarebbe cooperativa ma di sfruttamento e l’ordine sarebbe quindi impossibile. Come è noto, la struttura logica di questo problema è ben esemplificata dal cosiddetto dilemma del prigioniero nel quale si dimostra che è razionale defezionare (Axelrod 1985). Non a caso la soluzione di questo paradosso impegna tuttora tutti coloro che intendono spiegare l’ordine alla luce di una impostazione individualista. Ma nonostante i numerosi e spesso brillanti sforzi, le diverse soluzioni proposte funzionano solo in quanto introducono nuove condizioni che contraddicono il postulato dell’IM. Ad esempio si sono supposti: a) giochi fortemente strutturati, noti in tale struttura ai giocatori4, e ciò configura già una sorta di istituzione (il “carcere” con le sue regole di premi e punizioni, ecc.); b) norme di reciprocità, di giustizia, ecc.; c) la reiterazione dell’interazione, per supporre la quale si devono ipotizzare condizioni esterne agli attori. In altri casi si è ricorsi a convenzioni che consentano la definizione di interessi comuni precedenti il contratto (Hampton 1986), oppure a norme di reputazione di onestà (come in Hobbes) o ancora ad un’identità dell’attore più complessa, in cui la razionalità convive con passioni pacificate per le quali la lotta di tutti contro tutti è stata sostituita da una competizione per guadagnare posizioni in una gerarchia sociale, la quale presuppone il riconoscimento reciproco degli uomini ed è continuamente riprodotta da questa competizione (Pizzorno 1991).

25Molte di queste proposte, dunque, presuppongono già l’esistenza di norme di socialità tali che rendono possibile il contratto e la competizione non distruttiva (Cfr. Mutti, 1990). E ciò implica a sua volta un’idea di razionalità più complessa di quella presupposta. Weber ci ha mostrato che non appena l’agire razionale strumentale venga riferito, dall’attore stesso, al contesto normativo che lo ha reso possibile e lo ha informato di sé, esso acquista una configurazione in cui scopi e valori si intrecciano ed in cui la possibilità del calcolo formale dipende anche da fattori non-razionali.

26Possiamo riassumere il tutto dicendo che il fatto che l’azione deve essere concepita in modo da poter ragionevolmente raggiungere l’obbiettivo che persegue tenendo conto di una complessa catena di conseguenze, obbliga a contestualizzare l’azione in una “situazione sociale”, che deve essere considerata come una sua condizione che riguarda però anche altri attori. Ma per conoscere una situazione sociale, per poter tener conto delle circostanze, contingenti e non, che strutturano la situazione assumendole nei propri calcoli, sia con riguardo ai mezzi necessari, che devono essere anche leciti, sia con riguardo alla selezione dei fini tra quelli possibili e non solo tra quelli desiderabili, è necessario che l’attore possieda le giuste “aspettative” riguardo gli altri e le loro aspettative e i convenienti criteri di valutazione. Questo riguarda l’interno, per così dire, dell’attore. Ma ciò non è sufficiente. L’attore, infatti, deve possedere certe proprietà che gli siano riconosciute come valide dagli attori con cui necessariamente entra in contatto tramite il proprio agire. Deve cioè avere un’identità sociale che permetta all’altro di avere una ragionevole fiducia che rispetterà il contratto anche quando questo è a realizzazione differita (come avviene nella maggior parte delle transazioni commerciali).

27Queste sono alcune delle ragioni per cui non v’è modello che si rifaccia all’IM che non reintroduca come dati, per lo più sotto forma di “vincoli” e di “regole”, quelle stesse strutture sociali che avrebbe dovuto spiegare. Ma in questo modo, oltre a manifestare una palese contraddizione con le premesse del modello, l’azione diventa un comportamento che “esiste” in quanto anticipa nella sua struttura vincoli e regole sociali. L’ordine, che avrebbe dovuto costituire per così dire l’output dell’agire individuale, diviene invece un input condizionale dell’azione stessa.

28Se negli approcci utilitaristi il riferimento all’IM appare del tutto giustificato da una coerenza con i presupposti atomistici di quest’ultimo, negli approcci centrati sul riferimento al senso simbolico tale coerenza sembra venir meno, dato che è soltanto su un presupposto di condivisione dei valori culturali con l’attore (o gli attori) che un osservatore può “comprendere” il senso che ha soggettivamente orientato l’agire e quindi “spiegarlo” (il che vale anche per gli attori che avessero interagito con l’attore osservato). Il che comporta sin dall’inizio una circostanza - valori e norme condivise - che l’IM nega. Conviene quindi vedere, seppur brevemente, come questo problema si presenti in tali approcci e come, in definitiva, essi finiscano per compiere un’operazione analoga, ma speculare, a quella degli approcci utilitaristi.

3.2. Le teorie non razionaliste

29Gli sviluppi contemporanei di questi approcci sono andati in una direzione che, se da un lato ha consentito di approfondire un dato aspetto delazione - ad esempio, il ruolo del Sé o il processo di significazione simbolica -, dall’altro lato ha confermato e per certi aspetti accentuato il loro carattere unidimensionale. Qui possiamo limitarci a prendere in considerazione soltanto un contributo recente di un autore che ha proposto un approccio di “sintesi” all’interazione. Non sarebbe difficile mostrare che i problemi che anche questa proposta rivela siano da far risalire ad autori come Blumer, Schutz ed in parte anche Mead (cfr.Verhoeven, 1985; Heritage 1987; Addario 1992). Anche in questo caso la teoria produce uno slittamento dal problema dell’azione a quello dell’interazione, assumendo implicitamente che questo comprenda la logica del primo.

30Jonathan Turner (1985, pp. 78-79) ha recentemente sintetizzato il “programma scientifico” delle cosiddette microsociologie in questi termini: “ 1) la realtà sociale implica a) l’azione individuale in b) situazioni e contesti sociali concreti; 2) così, l’unità d’analisi rilevante per lo studio dell’azione sociale è l’interazione tra individui in situazioni sociali; 3) l’universo sociale può essere compreso soltanto in termini d’interazione in un contesto, non con reificate e vaghe nozioni di struttura sociale e valori, credenze e norme ’istituzionalizzate’; 4) il mondo sociale consiste di individui ’attivi’, ’consapevoli’, ’capaci di conoscenza’, che fanno certe ’tacite assunzioni’, evidenziano un ’centro cognitivo’ di attributi e rivelano tecniche interpersonali, e che in virtù di queste assunzioni, attributi e tecniche, ’producono’, ’riparano’, ’alterano’ e ’generano’ in un contesto sociale il ’significato’, la definizione ed il senso dell’ordine sociale”.

  • 5 Va precisato che per noi gli “effetti emergenti” sono essenzialmente un modo di descrivere un siste (...)

31E qui evidente quanto tale programma poggi su assunti ontologici, sulla natura della “realtà sociale” e sulla natura dell’attore, assunti che pretendono di trarre la loro forza dall’appello ad un principio di realismo: solo gli attori, l’interazione sono reali, tutto il resto è un derivato oppure un’astrazione! Ma volendo anche ammettere che sia possibile una “sintesi” come quella prospettata da Turner, restano pur sempre le due questioni sollevate precedentemente, e cioè: 1) il fatto che l’azione mantiene un carattere unidimensionale nella misura in cui si enfatizza l’aspetto dell’interpretazione e/o della costruzione cognitiva della situazione, mentre si trascura sia quello degli effetti non-simbolici sul mondo e sull’attore stesso, sia quello delle “motivazioni” nel senso degli “interessi” e degli “ideali; 2) lo spostamento del fuoco analitico dall’azione all’interazione con il connesso problema - del tutto sottovalutato - degli effetti emergenti5 (problema che il carattere “micro” dell’interazione non consente affatto di aggirare). Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante proprio perché le microsociologie intendono programmaticamente spiegare la formazione dell’ordine a partire dall’interazione. Ma, se l’ordine è in larga misura un effetto emergente, si viene a spezzare la possibilità di stabilire un nesso lineare tra l’intenzionalità soggettiva ed i suoi effetti (cfr. anche Turner, 1988).

4. Weber come precursore della multidimensionalità

32Nel precedente capitolo abbiamo mostrato le insufficienze delle teorie dell’azione unidimensionali, ma la tesi - a quelle contrapposta - della necessità di una teoria multidimensionale è stata finora più presupposta che argomentata. E giunto il momento di introdurre un pò più esplicitamente questa problematica. Per ora lo faremo soltanto con un rapido riferimento a Weber come suo precursore. Solo nella parte conclusiva del saggio accenneremo ad una vera e propria teoria multidimensionale.

33Che il riferimento al “senso” nell’ambito della metodologia della sociologia comprendente (nel senso di Weber) sollevi dei problemi, probabilmente non coerentemente risolubili in tale contesto metodologico, è probabile. Ma ciò non deve sviare dal punto essenziale riguardante il concetto di azione sociale: l’agire come comportamento intenzionale congiunto ad un senso soggettivo è “sociale” perché ed in quanto viene riferito agli atteggiamenti attesi di altri attori e orientato in base a questo riferimento. Weber è chiarissimo nell’indicare come tale riferimento alle aspettative di comportamenti altrui strutturi non solo il senso soggettivo, ma l’intero corso d’azione. Ad esempio, “il denaro - dice Weber - designa un bene di scambio che, nello scambio, l’agente accetta poiché orienta il suo agire in base all’aspettativa che numerosi altri individui, ma ignoti e indeterminati, siano da parte loro pronti a prenderlo in scambio nel futuro” (Weber 1968, p. 19). Tale aspettativa condiziona in modo sistematico l’agire dell’attore e contribuisce alla determinazione del senso soggettivo, dato che nel mercato moderno il denaro è l’unico medium universale di scambio e quindi la condizione per qualsiasi attività economica sistematica. Ma il senso soggettivo di un’azione economica determinata ha altre determinazioni nelle preferenze e nelle scelte intenzionali contingenti dell’attore.

34Le aspettative circa i comportamenti altrui (che a loro volta Weber presenta spesso come inerenti ad istituzioni sociali ed a tradizioni culturali) e il senso soggettivamente intenzionato sono appunto concepiti da Weber in una prospettiva multidimensionale come emerge in modo limpido nel passo seguente: “quando un funzionario appare quotidianamente in ufficio, ad un’ora stabilita, ciò non è condizionato soltanto (per quanto lo sia pure) da un’abitudine acquisita (dal costume), e neppure soltanto (per quanto lo sia pure) dalla propria situazione di interessi, a cui egli potrebbe, o meno, conformarsi a suo arbitrio: tale comportamento è condizionato (di regola, anche) dalla ’validità’ dell’ordinamento (il regolamento di servizio) che riveste carattere imperativo, e la cui infrazione non soltanto gli arrecherebbe dei danni, ma è pure di solito aborrita per motivi razionali rispetto al valore... dal suo ’sentimento del dovere’” (Weber 1968, pp. 28-29).

35In tale passo - ma se ne potrebbero citare molti altri - Weber sostiene che l’agire sociale ha una “motivazione” estremamente complessa, costituita dall’intreccio di diversi fattori sia materiali che tradizionalistici che intenzionalmente ideali. Ma nella sua famosissima tipologia dell’agire questo carattere di multidimensionalità sembra assente. Tuttavia la sua trattazione dei tipi di azione razionale in relazione all’etica in sede di analisi del potere da un lato, e del problema del razionalismo occidentale in sede di analisi storico-evolutiva comparata dall’altro lato, mettono in risalto quanto questi tipi di azione siano concepiti con una struttura complessa in cui elementi normativi e valoriali si coniugano con elementi d’opportunità varia e di possibilità “oggettiva”. Tuttavia, questa prospettiva non è tematizzata in modo teoricamente adeguato ed esplicito da Weber, e per questo molti interrogativi che sorgono circa il rapporto tra questa multidimensionalità dell’agire sociale con i tipi di azione che egli individua sono restati senza risposta, almeno per quanto concerne la teoria dell’azione. Ad ogni modo solo Talcott Parsons riprenderà e approfondirà questa strada (oltre a due autori contemporanei come Luhmann ed Habermas e a qualche allievo e prosecutore di Parsons).

36Naturalmente anche altri classici fanno a volte cenno a una concezione multidimensional dell’azione. Durkheim, per esempio, nonostante il suo radicato normativismo aveva in progetto di elaborare una teoria dell’attore i cui fattori costitutivi avrebbero dovuto essere sia sociali che individuali (il famoso “homo duplex”: Durkheim 1914). Ma questa impostazione non fu mai realmente sviluppata. Anche in Marx si trovano tracce di una simile concezione, specie nelle sue opere storiche. Ma il filo conduttore della sua ricerca fu un altro e ad ogni modo è noto come la teoria dell’azione rappresenti il “buco nero” del marxismo.

  • 6 Questo tema è analizzato in profondità in Addario (1992, pp. 93-103).

37Tornando a Weber, nella sua opera v’è dunque una costante tensione a rilevare quanto sia complessa l’azione, specie in rapporto alla razionalità6. Non si tratta soltanto di constatare l’esistenza di una pluralità di tipi di azione (razionale e non) - per quanto ciò costituisca di per sé una critica pungente di qualsiasi teoria che pretenda di fondare una teoria dell’agire in base ad un unico tipo di azione -, ma ancor più si tratta di sottolineare come, quale che sia il tipo di azione, l’agire possa essere pienamente indagato soltanto alla luce di una concezione multidimensionale. La difficoltà ovviamente consiste nel fatto che Weber non esplicito mai teoricamente tale approccio multidimensionale.

  • 7 La tipologia d’azione può perciò essere interpretata come una traiettoria evolutiva ed in tal senso (...)

38La questione è stata ripresa e approfonditamente indagata da Schluch- ter, il quale ha dimostrato la presenza in Weber di una concezione almeno tridimensionale dell’azione. Egli mostra come in Weber l’agire abbia una struttura composta da un fattore cognitivo, da un fattore valutativo e da un fattore espressivo. I tipi di azione scaturirebbero così da un intreccio tra queste tre sfere, ciascuna delle quali è di volta in volta preminente, con una dimensione storico-evolutiva riguardante la loro progressiva differenziazione nella direzione della razionalizzazione7. Queste tre sfere - differenziate o meno sul piano evolutivo - concernono di fatto i modi di concepire e di porre in rapporto reciproco i mezzi, gli scopi ed i valori. Questi modi sono tuttavia colti da un duplice punto di vista, uno interno ed uno esterno all’attore. Anche questo è un aspetto della multidimensionalità (Schlucter 1987).

39Nell’“Introduzione” del 1919-20 a L'etica economica delle religioni universali Weber introduce un passo divenuto famoso: “gli interessi (materiali e ideali), non già le idee, dominano immediatamente l’agire dell’uomo. Ma le ‘immagini del mondo’, create per mezzo delle ’idee’, hanno molto spesso determinato le vie sulle quali poi la dinamica degli interessi continuò a spingere avanti l’agire” (Weber 1982, p. 240). Schlucter ha in proposito osservato che Weber tende a distinguere l’interesse alla “fortuna”, come il benessere e la salute, dall’interesse alla “salvezza”: i due bisogni sono oggetti di conflitto tra gli uomini e “uno dei due conflitti può essere, ma non necessariamente è, una mera funzione dell’altro” (Schluchter 1987, p. 50). Tuttavia, gli interessi vanno colti in quanto sono “motivazioni” dell’agire, ma in ogni caso essi sono sempre, proprio in quanto motivi, interpretati ed istituzionalizzati. Tanto i beni della “fortuna” quanto quelli della “salvezza” sono definiti ed interpretati da sistemi simbolici, e ciò anche con riferimento al loro rapporto. Tutta la sua riflessione sul rapporto tra etica economica e le religioni universali del mondo va in questa direzione. È però l’istituzionalizzazione che deciderà quale fra le possibilità determinate culturalmente verranno effettivamente attualizzate e “in quale modo le motivazioni dell’agire verranno incanalate entro tali possibilità” (ibidem,p. 51). Gli ordinamenti della vita - prodotti dalla istituzionalizzazione - rappresentano per Weber la condizione storicamente determinata entro cui i bisogni di fortuna e di salvezza trovano una soluzione specifica, incanalando condotte di vita congruenti.

  • 8 Nel caso ad esempio dell’imprenditore calvinista, Weber individua tre fattori che devono essere fat (...)

40Indipendentemente perciò dal fatto che non conduca una trattazione sistematica degli ordinamenti della vita (cfr. Schluchter 1987, pp. 52-58), non v’è dubbio che Weber consideri l’agire sotto il duplice punto di vista delle condizioni d’ordine sovra-individuale, sia materiale che ideale, e delle motivazioni soggettive, sia materiali che ideali8. Un’azione è perciò sempre un comportamento ad un tempo motivato e integrato in una configurazione d’ordine che lo ha reso individualmente possibile e socialmente rilevante. Tali condizioni di possibilità riguardano tanto la sfera materiale che quella ideale - nel loro intreccio -, ma quest’ultima è colta nelle tre dimensioni di valore cognitiva, valutativa ed affettiva. Le quali hanno perciò una configurazione “oggettiva” negli ordinamenti istituzionalizzati (come “apparati” e come “etiche” cioè in quanto “senso oggettivato”), ed una configurazione soggettiva negli interessi, nelle idee e nelle morali degli attori. Questo mostra che la multidimensionalità dell’azione in Weber non consiste soltanto, come si diceva, nella copresenza di una pluralità di elementi (normativi, valoriali, d’interesse, affettivi) nella “motivazione” e nel processo con cui l’attore perviene a determinare lo scopo e la sua relazione con i mezzi. Essa consiste pure nella correlata e congruente copresenza di vincoli oggettivi macro-strutturali, che possono operare sia come veri e propri “motivi a causa dei quali”, sia come semplici condizioni di contesto.

5. Teorie individualistiche dell’ordine

41Chiarito in che cosa dunque consista la problematica di un approccio multidimensionale dell’azione, conviene ora tornare alle teorie individualistiche dell’azione per guardare più da vicino come queste teorie cercano di spiegare l’ordine. Nonostante i loro limiti, infatti, potrebbero essere prese in considerazione almeno come teorie - pur incomplete - utili per indagare la riproduzione sociale (non, quindi, la produzione dell’ordine a partire dall’azione). Vedremo infatti come l’ordine sia spiegabile soltanto nei termini di un processo autoriproduttivo di un sistema sociale.

5.1 L’ordine come sistema d’interazione

5.1.1 I modelli razionalistici

42Le teorie razionalistiche di stampo utilitaristico si articola in tre diverse modalità di spiegazione dell’ordine: quella della “mano invisibile”, quella psicologico-associativa e quella “dell’azione collettiva”. Esse si differenziano soprattutto per il modo in cui tematizzano l’interazione.

43Nell’approccio della “mano invisibile” l’interazione è concettualizzata come un sistema d’interdipendenze di scelte, realizzate da individui egoistici e razionali che non condividono né interessi né obbligazioni. In questo approccio l’ordine sociale risulta dunque come un effetto emergente, un “ordine spontaneo” (Hayek, 1973-76; Axelrod, 1985; Zeleny, 1985). Questa soluzione presenta tuttavia diversi problemi. Innanzitutto, poiché l’ordine sociale è descritto come effetto emergente non riducibile alla semplice sommatoria dei comportamenti individuali, è del tutto evidente che esso presenta delle proprietà che non possono essere ricondotte alle (o dedotto dalle) proprietà delle azioni considerate isolatamente (Blau, 1964; Boudon, 1979; Elster, 1978; Coleman, 1990). Così, un bene collettivo emerge dalla logica di un processo cui partecipano attori che perseguono interessi privati e che non si sono affatto coordinati preventivamente. Gli attori quindi producono qualcosa di non voluto. Ma allora, se non v’è nesso tra le intenzioni soggettive e l’ordine emergente, ciò che è razionale per l’individuo può non esserlo più dal punto di vista dell’ordine. L’ordine emergente può inoltre ritorcersi contro l’interesse individuale vanificando la supposta razionalità dell’individuo. Ed in effetti nessun soggetto persegue l’obiettivo della “ricchezza della Nazione” o la disoccupazione e la povertà di ampli strati sociali.

44Il paradosso è che l’effetto emergente è comunque inintenzionale, sia che produca condizioni che favoriscano ulteriormente gli attori sia che generi conseguenze perverse o contro-intuitive. In questo senso uno degli aspetti centrali della teoria dell’azione, cioè il collegamento causale tra il senso soggettivamente intenzionato e razionalmente egoista che ha guidato l’agire di ciascun attore e l’effetto globale, si volatilizza nell’interazione tra una molteplicità di attori interdipendenti. L’unico elemento di collegamento tra il livello micro ed il livello macro in tale processo è costituito dalla razionalità formale delle azioni auto-interessate. Ma come abbiamo visto questo elemento formale può essere contraddetto dall’ordine emerso interattivamente rendendolo in un certo senso irrazionale. Ora, sul piano analitico questo approccio solitamente prevede che l’ordine non solo si produca spontaneamente ma anche che si auto-mantenga intorno ad un punto di equilibrio che coincide con un “ottimo sociale” (in senso paretiano) in cui ciascun attore massimizza la propria utilità. Un effetto perverso può così essere corretto perché gli attori penalizzati muteranno i loro comportamenti in modo da pervenire ad un nuovo equilibrio.

45Ma che cosa assicura che tali comportamenti andranno nella direzione per cui emergerà un equilibrio di ottimo sociale? Come dimostrano specie i modelli economici - particolarmente quelli orientati dalla teoria dell’equilibrio economico generale -, sul piano analitico è l’introduzione di alcune restrizioni particolarmente vincolanti che consente di mostrare che un tale sistema può essere in equilibrio. Ma, a parte il fatto che per un risultato così ristretto è necessario che gli attori condividano norme sociali come principi cognitivi, criteri valutativi, media comunicativi (ad esempio come i prezzi monetari), il fatto che l’equilibrio dipenda da ulteriori vincoli generali evidenzia come un dato effetto emergente (nel nostro caso un ordine sociale capace di automantenersi e di rappresentare un ottimo sociale) non possa essere completamente spiegato riduzionisticamente dall’interazione tra parti componenti.

  • 9 Vi sono condizioni iniziali del sistema (come la perfetta concorrenza, la massimizzazione delle uti (...)

46Vi devono essere “condizioni” globali che sono imposte dall’esterno, se si vuole che si produca un certo effetto globale9. In altre parole, la semplice interazione non spiega il sistema: questi è costituito da e si mantiene ad opera di fattori non spiegabili in termini di azioni intenzionali. Di conseguenza, in un modello di questo tipo la formula “ordine dal disordine” è di fatto corretta, nel senso che il disordine riproduce - date certe condizioni indipendenti - l’ordine da cui esso prende forma. Quando si è tentato di estendere questo approccio a fenomeni sociali non economici utilizzando la teoria - in apparenza più realistica - dei giochi reiterati, si è visto che in molti supergiochi (cioè con n giocatori) si presentano molteplici punti d’equilibrio, molti dei quali non sono un ottimo sociale (Hechter 1989).

47Ma il punto essenziale, come abbiamo precedentemente osservato, ci sembra un altro, che la teoria dei giochi ha implicitamente messo molto bene in chiaro. E cioè che l’ordine che emerge spontaneamente possiede, quando e se lo possiede, un punto d’equilibrio perché gli attori fanno le loro mosse sulla base di un comune e vincolante “supergioco”. E questo si riproduce perché ha raggiunto una condizione - ideale - nella quale tutti i partecipanti, comportandosi da attori egoisti razionali, massimizzano le proprie utilità in circostanze di ottimo sociale, secondo però le modalità previste dal supergioco. Il punto di partenza, perciò, non sono soltanto gli attori, anche nel caso che si accettasse l’ipotesi restrittiva dell’homo economicus, ma pure il particolare gioco a cui partecipano, con le sue regole, le sue poste specifiche e le sue restrizioni “istituzionali” (Hardin 1982; Axelrod 1985), e tutto ciò che implicitamente lo ha reso possibile (come il linguaggio). Questo è stato esplicitamente ammesso ed anche formalizzato da Elster (1990) e da James Coleman (1990), il quale propone un approccio circolare “macro-micro-macro”.

48Questa critica, naturalmente, è indirizzata a colpire la pretesa di microfondazione dell’ordine. Ma, se si accetta l’idea per cui questo approccio parte da una certa situazione d’ordine (che tra l’altro spiega anche certe caratteristiche fondamentali degli attori: non solo egoisti razionali, ma anche capitalisti ed operai salariati, politici e cittadini, ecc.) e mostra come i “giocatori” che ne fanno parte riproduco quell’ordine giocando (playing) a quel gioco (game), allora si apre una prospettiva di un certo interesse. Soprattutto, ci sembra, per spiegare alcuni supergiochi molto specifici e circoscritti che sono caratterizzati dalla presenza di un grande numero di attori che interagiscono in modo altamente indiretto ed il cui coordinamento intenzionale è circoscritto a sottogruppi piuttosto piccoli (le “organizzazioni”). Per le ragioni viste, il “game” non può tuttavia mai essere interamente descritto nei termini del “playing” (o del “match”). Tanto più quando tra il “game” ed il relativo “playing” non v’è un nesso di intenzionalità soggettiva.

49Gli altri due tipi di concezione individualistica dell’ordine, nonostante le importanti differenze che le distinguono dalla teoria appena discussa, non introducono novità tali da parare, rispetto al problema qui in discussione, le obiezioni di fondo che sono state sollevate nei confronti delle concezioni del tipo “mano invisibile”. Specie per la versione contrattualista (Coleman, 1986 e 1990; Hechter, 1989), ciò è ben evidenziato dal cosiddetto problema del free-rider, che, come è noto, può essere logicamente superato, solo ricorrendo a strumenti come l’ideologia, la gerarchia e l’autorità, che sono mezzi strutturali che, come tipi generali, gli attori non debbono inventare al momento, ma che già conoscono e che sono già - magari in altra forma - socialmente disponibili.

50Volendo per così dire formalizzare tutto ciò, possiamo dire che la teoria razionalista dell’ordine assume perciò, di fatto, una forma circolare come nel modello di Boudon (1987, pp. 46 e 1984). Secondo Boudon l’ordine può essere descritto con la formula M = M (m [S (P)] ), dove M è il fenomeno strutturale da spiegare come funzione di un insieme m di azioni, il quale è “ weberianamente ” comprensibile solo in relazione ad un contesto sociale S che a sua volta “ deve essere spiegato come il risultato di qualche variabile macrosociologica, o almeno di variabili collocate ad un più alto livello di S La cosa veramente strana è che Boudon affermi che tale modello si rifaccia all’IM nonostante sia del tutto evidente che in tale “ricorsività”) l’interazione stessa dà luogo ad effetti emergenti; 2) essa è inoltre dipendente da strutture sociali assunte come dati; 3) si perde l’esistenza di una connessione cogente tra intenzioni ed effetto d’ordine. Sul piano analitico, dunque, un modello esplicitamente circolare di tale fatta non può certo pretendere il primato “metodologico” degli attori sull’ordine. La circolarità opera stabilendo una copresenza di attore e strutture nella determinazione dell’azione e dell’interazione. Questa a sua volta è un processo emergente che riproduce le strutture.

51Ci sembra evidente che un modello circolare come questo - o come quello di Coleman (1990) - rappresenta uno schema di ragionamento che non può più essere classificato sotto l’etichetta dell’IM. Quello che però non si comprende è perché Boudon, Coleman e altri sostengano che tale modello è una generalizzazione del modo in cui l’IM spiega fenomeni macro-sociali.

5.1.2. La costruzione simbolica dell’ordine

52Prenderemo ora in considerazione le microsociologie non razionaliste per mostrare che anch’esse devono postulare come dato ciò che intendono spiegare (l’ordine), ma che nonostante questo limite esse hanno effettivamente dato un contributo ad una migliore comprensione degli aspetti non razionali dell’azione. Si tratta tuttavia di un contributo ancora una volta unidimensionale che non è in grado di fondare l’ordine sociale.

53Rispetto ai modelli utilitaristi ciò che qui cambia è infatti il contenuto ontologico dell’unità d’analisi. Al posto della razionalità strumentale abbiamo valori, norme, linguaggio, procedure per l’interpretazione della situazione contingente. Il soggetto non ha solo capacità cognitive, ma anche capacità di “ricostruire” e di “creare” la situazione con la sua attività di interpretazione indessicale. Ma a parte questo tipo di differenza, queste teorie presentano problemi logici e teorici del tutto identici a quelli delle teorie razionaliste, salvo che su un punto. Mentre infatti nelle versioni circolari di queste ultime il passaggio dal micro al macro è semplicemente la conseguenza di un adattamento volontario, seppur interessato, dell’individuo a regole e vincoli esterni, e/o il prodotto di un processo emergente, nelle teorie interpretative v’è il tentativo di sviluppare un argomento nuovo in base al quale l’attore sembra effettivamente in grado di giocare un ruolo “riproduttivo” ed anche “creativo”. Il punto essenziale è chiaramente il momento creativo, poiché anche l’adattamento strumentale è riproduttivo sebbene attenga ad una sfera, in apparenza, non propriamente normativa.

54A nostro parere, tuttavia, ciò non rappresenta affatto una soluzione sufficiente del nesso micro-macro in quanto si tratta piuttosto di uno slittamento dal problema dell’azione a quello dell’interazione sociale, in modo per certi aspetti analogo a quanto abbiamo visto accadere nei modelli razionalistici dell’ordine. Uno slittamento che lascia insolute la questione della struttura multidimensionale dell’azione da un lato, e la questione degli effetti emergenti dall’altro.

55Per esempio, lo sforzo più recente di Collins e Turner di abbozzare un modello circolare è un tentativo di aggirare i limiti intrinseci all’individualismo. Ma si tratta di un tentativo impossibile perché essi negano che i processi strutturali presentino proprietà emergenti peculiari. Per essi “la distinzione tra livelli micro e macro è un continuum e non una dicotomia” (Collins 1987, p. 196; Turner e Collins 1989), dato che il macro è una mera aggregazione di micro-incontri. In breve, le strutture, che - come Collins ammette - condizionano l’azione, non hanno altre proprietà che non siano quelle di un semplice “accumulo” spazio - temporale di precedenti micro-incontri.

56La strutturazione sociale si riduce conseguentemente alla “routinizza- zione” delle pratiche quotidiane: “così quando gli scambi di risorse si stabilizzano, gli individui fanno per lo più le stesse cose, nello stesso modo, nello stesso posto e sovente nello stesso tempo... La routinizzazione è... la connessione chiave per la riproduzione delle macrostrutture” (Collins e Turner 1989, p. 128). Queste hanno quindi un effetto di feed-back, ma solo dopo che sono state generate dal processo di stabilizzazione. Per Collins (1981 e 1987), le strutture emergono semplicemente attraverso le “catene di rituali d’interazione” che sono intese come un processo di mera “aggregazione” di micro-rituali e di micro-incontri: “le macrostrutture non consistono di niente di più che un grande numero di incontri, ripetuti (o che qualche volta cambiano) nel tempo e nello spazio” (1987, p. 195).

  • 10 II riferimento alla comunicazione non è infatti una condizione sufficiente per assicurare la riprod (...)

57Ma anche in questo caso, ovviamente, le risorse - cognitive, normative, emotive, materiali - degli attori sono già un input strutturale dell’azione, sono cioè da un lato l’internalizzazione soggettiva di regole e norme sociali e, dall’altro lato, vincoli sociali esterni manipolabili solo entro limiti ristretti. Da un punto di vista logico esse sono quindi un presupposto e non una conseguenza dell’azione. Collins e Turner - insieme a molti altri - non colgono inoltre che la micro-interazione è per definizione una circostanza del tutto “locale” e contingente che, proprio per questo, non costituisce affatto la riproduzione o la produzione ipso fatto di una macrostruttura. Per un verso, manca l’individuazione di uno specifico meccanismo di generalizzazione della micro-riproduzione e/o della micro-produzione10. Che cosa fa sì che rituali e routines si generalizzino? Inoltre, le strutture sono sistemi normativi che anche per gli attori stessi hanno un “senso” che va ben oltre la contingenza dei micro-incontri. Per l’altro verso, è poi assente la consapevolezza che, se non vogliamo ridurre le strutture ad un altro nome per l’individuo, il macro deve essere inteso come un “livello” che ha proprietà nuove rispetto alle proprietà dei micro-eventi che lo compongono. Se così non fosse si finirebbe paradossalmente col togliere autonomia agli attori perché l’ordine altro non sarebbe che l’uniformità di comportamenti stereotipati. Le norme sociali non sono riducibili alla sommatoria di routines e di riti, giacché esse sono prima di tutto la condizione di possibilità generale di ogni tipo di comportamento. In ogni caso il processo di diffusione e generalizzazione sociale riguarda meccanismi (come strutture di comunicazione, di mobilitazione collettiva, di istituzioni ecc.) che non possono essere spiegati soltanto al livello dell’interazione locale né come una loro sommatoria. Anche se interpretiamo questo meccanismo non come una produzione, ma come una riproduzione, esso non è sufficiente per spiegare le macrostrutture.

5.2. La teoria “duale” di Giddens

58Tra i non molti tentativi che hanno cercato di stabilire una relazione circolare tra ordine ed azione superando presupposti dualistici si dovrebbe prendere in considerazione la riflessione di Jurgen Habermas (1986). Tuttavia qui ce ne asterremo data la particolare complessità della sua teoria dell’agire comunicativo, che si pone anche in una prospettiva filosofica e non solo sociologica. Peraltro non sarebbe difficile mostrare che anche Habermas finisce col riproporre un nuovo dualismo nella contrapposizione tra sistema ed agire comunicativo. E ciò proprio a causa di un concetto di sistema che esclude per definizione la possibilità di includere la soggettività come proprio oggetto.

59Conviene piuttosto soffermarci sulla ricerca di Anthony Giddens (1984), che ha avuto un vasto impatto sulla teoria sociologica contemporanea. L’approdo finale di questa ricerca più che decennale è la teoria della strutturazione, “basata sulla premessa che (il) dualismo debba essere riconcettualizzato come dualità - la dualità della struttura”. Poiché questo concetto di dualità è strettamente connesso con un particolare modello di attore e di azione che riteniamo ancora più interessante, è da qui che conviene partire.

60Egli propone quello che chiama lo “stratification model” di attore o “sé agente”. I tre processi di base che lo compongono - le capacita di monitoraggio riflessivo, di razionalizzazione e di motivazione - sono sì psicologici, ma nel contempo si costituiscono con e sulla base di materiali che sono biologici e culturali: il corpo e il linguaggio-cultura. La coscienza assume così tre forme intrecciate: se la coscienza si basa su una memoria come rievocazione che razionalizza e dà continuità all’esperienza di vita, “allora la coscienza pratica e quella discorsiva si riferiscono al meccanismo psicologico di rievocazione utilizzato nei contesti d'azione. La coscienza discorsiva connota quelle forme di rievocazione che l’attore è capace di esprimere verbalmente. La coscienza pratica implica il richiamo di ciò a cui l'agente ha accesso nella durée dell'azione senza essere capace di esprimere quello che a tale proposito 'conosce'. L'inconscio si riferisce ai modi di richiamo cui l’agente non ha accesso diretto perché c’è una 'barriera' negativa che inibisce in qualche modo la sua immediata incorporazione nel monitoraggio riflessivo della condotta e, più specificamente, nella coscienza discorsiva” (1984, p. 49).

61Il blocco dipende da un “sistema di sicurezza ontologica” di controllo dell’ansia e di preservazione che si forma tramite repressioni che inibiscono il linguaggio. La formazione di questo sistema di “sicurezza ontologica” è fortemente dipendente dalla centralità del corpo nelle prime fasi dell’evoluzione ontogenetica infantile. Esso è il punto d’origine ed il medium della socialità in quanto consente lo sviluppo graduale di una rete “di legami di fiducia” con l'ambiente prossimo che fornisce il modello ed il supporto per legami più vasti e per l’internalizzazione di norme sociali generalizzate. La fiducia ha alla base la stabilizzazione delle relazioni che hanno assicurato l’integrità, innanzitutto corporea, dell'individuo in routines predicibili, che proprio per questo possono strutturarsi in aspettative stabili. La coscienza pratica è per questo l’elemento dominante della prassi, e per lo stesso motivo l'azione tende alla routine, alla schematizzazione abitudinaria.

62La routine, tuttavia, “è essenziale sia per la continuità della personalità... sia per le istituzioni della società che sono tali solo attraverso la loro continua riproduzione” (1984, p. 60). Qui veniamo alla “dualità della struttura”: essa va intesa come “l'essenziale ricorsività della vita sociale, in quanto costituita nelle pratiche sociali: la struttura è sia il medium che il risultato della riproduzione delle pratiche” (1979, p. .5). La struttura è costituita da “regole di trasformazione” intese come “interpretazioni codificate di regole piuttosto che come regole” determinanti un insieme di “trasformazioni ammissibili”. Nella riproduzione sociale si deve tuttavia distinguere l’integrazione sociale - riguardante la formazione di un ordine al livello delle micro-interazioni faccia-a-faccia - dall’integrazione sistemica - nella quale si stabilizzano delle connessioni “con quelli che sono fisicamente assenti nel tempo o nello spazio” (1984, pp. 21-28).

63Giddens, perciò, compie a nostro parere un indubbio importante passo avanti, sia perché abbozza una effettiva teoria dell’attore, sia perché tratta le norme strutturali come un presupposto-risorsa dell’azione e come un risultato di questa. Ciononostante egli non esce del tutto dall’orizzonte del pensiero dualista. In primo luogo perché non coglie l’insidia rappresentata dall’antinomia logica implicata dalla “dualità” e, in secondo luogo, perché compie un errore di realismo gnoseologico che finisce col dare una sorta di “primogenitura” alla “praxis”. Iniziamo da quest’ultimo punto.

64Sono diversi i luoghi in cui emerge il realismo di fondo della sua epistemologia. Uno dei più chiari è quando afferma: “...la struttura, o le proprietà strutturali... esistono solo in quanto c’è continuità nella riproduzione attraverso il tempo e lo spazio. E tale continuità esiste solo nelle e attraverso le attività riflessivamente monitorizzate di attori in situazioni, le quali hanno una serie di conseguenze attese e inintenzionali” (1984, p. 212). Insomma le pratiche sono qualcosa di più reale delle strutture, che infatti rappresentano “un ordine virtuale”. Ciò significa che “i sistemi sociali... non hanno ’strutture’ ma piuttosto che esibiscono ’proprietà strutturali’ e che la struttura esiste, in quanto presenza di spazio/tempo, solo nelle sue istanziazioni (“instantiations”) in tali pratiche e come tracce di memoria che orientano la condotta di agenti umani competenti” (1984, p. 17). L’ordine reale è nella materialità spazio/temporale della prassi di cui si può dire che “esiste” effettivamente solo nella sua “durée” e nei suoi effetti. V’è insomma come l’idea che le regole, le norme, siano, in quanto fenomeni ideali, meno reali del fare, che ha sempre una sua peculiare materialità.

65Per questo, come Giddens stesso sembra ad un certo punto percepire (1984, p. 163), la teoria della strutturazione finisce col proporre un primato della praxis. E questa che, in quanto “riproduzione”, assicura anche l’“esistenza” della struttura. Ma è proprio tale primato che finisce col ristabilire una sorta di dualismo tra “agency” come riproduzione e perciò come “processo causale”, e struttura come “condizione” riprodotta. Per questo, come è stato osservato, la teoria della strutturazione oscilla tra “l’iperattività dell’agente, il cui corollario è un’innata volatilità della società, e... la rigida coerenza delle proprietà strutturali associate... alla peculiare ricorsività della vita sociale” (Archer 1985. 63). Il primato della prassi comporta infatti di assegnare all’attore un ruolo costantemente attivo e in un certo senso creativo, cosa che Giddens ottiene definendo appunto le strutture come regole d’interpretazione di regole di trasformazione. Questa iperattività dell’attore, tipica delle suggestioni etnometodologiche, è solo attenuata ma non eliminata dalla preminenza che viene assegnata alla coscienza pratica. Il carattere riproduttivo della prassi controbilancia tale tendenziale volatilità sociale, ma appare chiaramente in contrasto con la nozione di regola. Giddens si è proposto di risolvere il dilemma azione/ordine stabilendo una relazione ricorsiva tra struttura e azione, ma quest’ultima tende ad assumere il primato perché i presupposti ontologici della strutturazione assegnano uno status di realismo fattuale solo alla prassi (e all’attore), mentre le regole sono solo “virtuali”.

66Una seconda ragione di questa tendenza a ripristinare il dualismo va cercata, come al solito, nel fatto che un modello circolare attore-società implica - per via dell’effetto emergente dell’interazione - un salto logico tra “intenzione” e struttura inintenzionale. Sia le strutture che la “riproduzione” sociale mostrano una loro relativa autonomia sia dalle intenzioni che dai comportamenti stessi. La “dualità” va allora intesa come l’impossibilità di stabilire una connessione causale tra le intenzionalità individuali e gli effetti emergenti delle interazioni, impossibilità che riguarda anche - seppur in misura minore - il caso in cui l’intenzionalità si esprime attraverso grandi organizzazioni, le quali devono comunque costantemente confrontarsi col problema degli effetti inattesi o contro-intuitivi ad un livello superiore.

6. Alcune considerazioni intermedie

67Nel riassumere quanto abbiamo appreso da questa lunga analisi, dobbiamo prima distinguere tra il problema dell’azione e quello dell’ordine. In seguito considereremo il loro rapporto.

6.1. La “struttura” dell’azione

68Per quanto riguarda l’azione, tre sono le conclusioni principali cui siamo pervenuti.

6.1.1

69I modelli individualistici dualistici veri e propri non sono in grado di determinare l’azione nel “sistema analitico” soltanto a partire dalle proprietà postulate per il fattore causante (l’attore). Senza infatti l’introduzione di “condizioni” sociali all’input, sia interne all’attore che esterne, il sistema non è “risolvibile”. Anche come teoria dell’azione l’individualismo deve quindi presupporre la società. Per contro, il difetto delle teorie strutturaliste consiste nel fatto che esse riducono l’agire a mera “espressione” delle strutture, togliendo così significatività al concetto di azione. Da questo punto di vista, una volta che si sia accettata l’idea che l’azione presuppone la società, una teoria dell’agire deve in qualche modo assumere una prospettiva che sia ad un tempo strutturalista ed individualista. Ma ciò a sua volta implica che si abbandoni qualsiasi presupposto dualistico.

6.1.2

70Il carattere multidimensionale dell’azione è in ultima analisi una conseguenza del punto precedente, ossia del fatto che l’agire presuppone determinanti sociali. Abbiamo visto come queste determinanti vadano distinte in esterne ed interne. Le prime sono costituite da quei fattori culturali, istituzionali e materiali che vincolano l’attore, ma che proprio perciò configurano per lui un campo di possibilità e quindi di alternative e di attribuzione di senso. Le seconde rappresentano la componente “interiorizzata” di norme e valori relativi alle condizioni sociali esterne. Si tratterà di vedere in che modo tali componenti potranno essere determinate e soprattutto secondo quali modalità potranno essere interrelate senza che ciò tolga autonomia ai due ambiti (interno ed esterno).

6.1.3

71La contingenza della situazione - che può essere più o meno ampia a seconda della natura del più ampio contesto di cui è immediatamente parte - è un carattere su cui insistono l’interazionismo e l’etnometodologia per mostrare il ruolo “attivo” dell’attore. Questo ruolo indubbiamente c’è, giacché è proprio esso che consente di considerare l’autonomia dell’attore. Ma per le considerazioni svolte in precedenza non si deve cadere nell’errore di sostenere che le situazioni siano ogni volta “costruite” da capo, che tale costruzione non avvenga in base alle “competenze sociali” degli attori e senza la costrizione di vincoli che gli attori non possono manipolare. Il fatto è che il processo formativo della situazione accettata collettivamente è esso stesso un effetto emergente che dura nel tempo e che retroagisce sui motivi e sui processi cognitivi ben al di là della capacità di guida dei singoli soggetti. Né d’altra parte questa attività ricostruttiva è meramente interpretativa o simbolica in quanto concerne anche la selezione tra corsi di azione alternativi che hanno fini e conseguenze pratiche, sia per l’attore che per gli altri. Il problema della contingenza della situazione e del grado di conformità a norme e valori non deve sopravanzare logicamente il problema di come sia possibile l’azione (e la soggettività).

6.2. La riproduzione dell’ordine e l’autonomia del sociale

  • 11 E questa per esempio la logica seguita dalla teoria a tre stadi di Coleman (1990, pp. 11-21) basata (...)

72Venendo ora a considerare il problema dell’ordine, va innanzitutto detto che l’analisi precedente ha chiaramente mostrato che, poiché l’ordine sociale è un presupposto, l’azione può essere soltanto utilizzata come elemento della riproduzione e del mutamento, non come origine dell’ordine. Il problema dell’origine ha una diversa natura, riguardando la sociogenesi di interi sistemi sociali. Questa va probabilmente concettualizzata come parte di un processo di evoluzione sociale. Per quel che ne sappiamo, le società - a parte ovviamente il nucleo sociale umano originario, se mai è esistito - sorgono in genere le une dalle altre attraverso processi evoluzionistici, con una traiettoria che allo sguardo retrospettivo e ricostruttivo dell’osservatore appare come una filogenesi (per quanto complessa e multidirezionale). Ciò significa che, finché non abbia avuto inizio il processo evoluzionistico, ogni società si autoriproduce (con o senza mutamenti) nello spazio/tempo. Il problema dell’ordine riguarda allora il modo di tale autoriproduzione, nel quale l’azione deve rientrare. Questo a sua volta implica passare a considerare non più semplicemente l’azione individuale, ma l’interazione globale in modelli di tipo circolare11, e ciò fa sorgere dei problemi. In sintesi si tratta di questo.

73Il passaggio analitico all’interazione comporta il passaggio dall’azione al... sistema sociale. Come abbiamo visto, anche quando si cerca di descrivere l’effetto emergente in termini di sommatoria di stati individuali, si tratta di un risultato che dipende da condizioni normative iniziali e da vincoli strutturali di equilibrio. Entro tale quadro l’interazione può poi evolvere tramite processi di “auto-organizzazione”, ma con ciò si spezzano appunto i legami cogenti tra le intenzioni individuali e gli effetti emergenti. Ciò che qui è veramente importante sono perciò la forma dei processi interattivi e i vincoli strutturali. In altre parole, se il sociale è più della somma delle singole azioni (l’“equilibrio” auto-riproduttivo), il sistema d’interazione, con le sue condizioni macro, rappresenta già un modo per descrivere l’ordine. Ma in tale sistema le azioni individuali “appaiono” all’osservatore esterno come schemi uniformi di comportamenti normativamente e materialmente vincolati.

  • 12 Ed è proprio per tali ragioni che l’ordine sociale non può essere ridotto all’interazione sociale, (...)

74Accade cosi che è il sistema nella sua totalità che definisce il cosa ed il come possa essere perseguito come “interesse individuale”. L’intenzione riguarda il ristretto raggio motivazionale dell’interesse individuale e perciò il nesso che essa ha con il processo auto-riproduttivo dell’intero sistema è quello di una possibilità condizionata: i comportamenti particolari sono azioni selezionate all’interno di possibilità definite da un sistema di norme, di istituzioni, di vincoli materiali e tecnologici, i quali sono più o meno cogenti a seconda dell’ambito sociale e della situazione contingente. Non è vero il contrario, almeno finché il sistema si autoriproduce. E perciò solo in un senso traslato che si può dire che l’azione riproduce il sistema12.

75Sul piano analitico emerge dunque chiaramente l’autonomia del sociale. Questo era risultato anche a proposito dell’azione, ma qui il problema si pone nel senso di chiedersi che valore abbia l’idea che l’interazione riproduca l’ordine. Poiché, analiticamente parlando, l’interazione stessa è riproduttiva solo nella misura in cui è vincola strutturalmente, è cioè essa stessa un fattore - certo dinamico - d’ordine, bisognerebbe rispondere che il valore di una tale idea è assai compromesso. Anche disponendo di strumenti analitici più potenti degli attuali, capaci ad esempio di descrivere finemente rapporti d’interdipendenza, resta il fatto che il sistema è tale proprio perché ha vincoli e proprietà suoi propri. È vero che in tale descrizione figurerebbero anche vincoli dal lato dei singoli attori, ma si deve comprendere che anche questi stessi vincoli individuali sono in realtà un prodotto sociale. In un approccio multidimensionale (e non dualistico) all’azione, l’agire individuale è per altro concepito come socialmente vincolato ex-ante. Un approccio simile sarebbe quindi particolarmente indicato per una teoria dell’interazione riproduttiva macro-sociale. Nello stesso tempo tuttavia si tratterebbe di una teoria probabilmente pleonastica salvo che per un aspetto che prenderemo in considerazione nel prossimo paragrafo.

76Una tale teoria, infatti, non aggiungerebbe molto di nuovo a quanto già non si sarebbe dovuto teorizzare ai fini dell’azione, visto che questa deve comprendere sia fattori di personalità che fattori normativi e materiali macro-sociali. Il che appunto comporta quanto meno una teoria del sistema sociale. Ciò pone a sua volta un problema di circolarità apparente. Apparente perché un sistema sociale che è posto come condizione dell’azione deve per l’appunto essere concettualizzato presupponendo logicamente l’azione, un’azione però che nel mentre risponde alle esigenze dell’attore è predisposta a connessioni interattive, è cioè intrinsecamente riproduttiva. Il tentativo di descrivere il sistema tramite una rappresentazione minuta della sua rete interattiva riproduttiva è perciò semplicemente inutile. Almeno finché questa è riducibile alla “logica” di sottosistemi strutturali e alle relazioni tra questi. Questo almeno sul piano strutturale. Sul piano dei processi un approccio macro offre il vantaggio di non pretendere di descrivere finemente il meccanismo interattivo di milioni di attori. Esso si limita di fatto a prendere atto di quanto implicitamente ammesso da modelli individualisti del tipo “mano invisibile”, e cioè che le azioni degli attori considerati seguono un ben specifico schema e subiscono certi vincoli. Il che consente di astrarre dai singoli e di limitarsi alla logica dello schema di comportamento e ai vincoli. Naturalmente un tale approccio deve rendere esplicito che quella logica e quei vincoli “includono” i modi specifici con cui gli attori individuali raggiungono i loro scopi come parte della riproduzione del sistema globale.

77Rovesciando il rapporto tra “effetto emergente” e motivi individuali - considerando cioè questi ultimi come un prodotto del primo e non viceversa - si depotenzia anche il problema della dualità tra struttura ed azione. L’ordine sociale non dipende direttamente dalle intenzioni soggettive e proprio per questo appare come un effetto emergente (spesso perverso o contro-intuitivo). Questo è ciò che le teorie individualiste dell’ordine sottacciono ed è forse l’elemento di verità che coglie Habermas quando individua un dualismo tra agire comunicativo e sistema sociale, almeno nel senso per cui è solo - sebbene non sempre - a livello individuale o di piccolo gruppo o “localmente” che l’attore riesce a trovare una connessione cogente tra l’intenzione dell’agire ed il suo effetto reale. Ma questo non significa che gli attori non possano attribuire senso alle macrostrutture, significa piuttosto che la connessione tra attori e sistema sociale raramente avviene tramite l’esito dell’azione, ma si serve piuttosto di altri meccanismi (che sono gli stessi che operano come premessa dell’azione stessa). L’attore è interessato quasi esclusivamente all’effetto “locale” e comunque è in genere soltanto a questo livello che può stabilire una connessione tra intenzione ed effetto dell’azione. È al livello iniziale della sua determinazione che l’azione trova un collegamento tra ordine sociale ed intenzione in quanto è lì che essa è per l’appunto il prodotto di una connessione di senso tra soggetto e strutture sociali. Ma rispetto agli effetti dell’interazione sociale resta il problema della “dualità” tra azione e macrostruttura.

6.3. Sul rapporto tra ordine e interazione

78Da quanto abbiamo appena detto emerge dunque che la riproduzione di un sistema è più agilmente spiegata da un metodo macro, una volta che questo includa logicamente l’agire sociale. In questo senso allora una teoria multidimensionale dell’agire diviene essenziale anche ai fini di una teoria della riproduzione dell’ordine. Questa è la ragione per cui, date le regole e i vincoli e le risorse, i comportamenti seguono (a parità di altre circostanze e sul presupposto di una peculiare attivazione degli attori) e le concatenazioni tra tali comportamenti sono tali da riprodurre tutti gli elementi del sistema ed il sistema nella sua globalità. La devianza stessa, la “crisi” e il mutamento vanno visti come parte di questa autoriproduzione in quanto inclusi nell’orizzonte di possibilità del sistema. Naturalmente vi sono sistemi in cui i comportamenti previsti sono di tipo strategico, ma ciò non cambia la logica complessiva: ciò che è attualizzabile come azione rientra nell’orizzonte di possibilità determinato dal sistema. Questo significa che dal punto di vista della dinamica auto-riproduttiva dell’ordine sociale sono basilari i valori e le norme istituzionalizzate ed i vincoli strutturali (tecnologici, cognitivi, ecologici, biologici) che danno forma all’interazione e che determinano (almeno per alcuni aspetti fondamentali) le identità degli attori.

  • 13 E la possibilità che un approccio struttural-normativo ha di implicare “motivi” e “ragioni” individ (...)

79In tale prospettiva, il compito della teoria dell’azione è quello di descrivere il meccanismo attraverso cui gli attori individuali internalizzano tale sistema, sulla base di “motivi” e “ragioni soggettive”13, realizzando i comportamenti attesi (anche attraverso il conflitto). Rappresentare Finterò processo di riproduzione sociale, descrivendo anche l’insieme dettagliato delle complesse interazioni sociali, appare in effetti un compito enormemente sproporzionato rispetto alle attuali capacità delle scienze sociali, e forse persino inutile. Gli approcci macro - nel senso qui precisato - presentano il vantaggio di essere più malleabili e di funzionare in modo tutto sommato (relativamente) soddisfacente. Essi inoltre evitano il paradosso di dover considerare l’ordine come un effetto inintenzionale giacché non è un suo presupposto la tesi - tipicamente individualista o storicista - che la società sia un prodotto voluto dagli attori. Mettendo insieme Marx e Weber, si potrebbe dire che un tale approccio considera che gli uomini fanno la loro storia collettiva, ma non nelle condizioni da essi scelte e mai secondo le loro intenzioni. Gli uomini più semplicemente si limitano a perseguire scopi che sono stati resi possibili da condizioni che essi non hanno intenzionalmente generato.

7. La teoria del sistema generale dell’azione sociale

  • 14 In realtà dovremmo citarne almeno un terzo, e cioè quello rappresentato, di fatto, dalla teoria del (...)
  • 15 La scarsa diffusione della teoria di Luhmann (1990 e, con De Giorgi, 1992) tra i sociologi è dovuto (...)
  • 16 Non abbiamo considerato neppure l’etnometodologia. Ciò perché, sebbene sia stata sovente identifica (...)

80Finora non abbiamo preso seriamente in considerazione alcuna teoria strutturale. Dato infatti che non siamo interessati a chiarire il problema dell’ordine in quanto tale, ma soltanto in quanto sia direttamente connesso al problema dell’azione, e poiché l’approccio strutturale o non si occupa del tutto di azione o, se lo fa, tratta l’azione come una “variabile dipendente”, è chiaro che qualsiasi analisi ravvicinata di tali teorie non sarebbe stata utile ad illuminare ulteriormente la nostra problematica. Tuttavia, a parte alcuni tentativi recenti di sviluppare schemi integrati “micro-macro”, che per altro riteniamo siano ancora insoddisfacenti proprio sul piano logico (ovvero dei presupposti categoriali) (cfr. Addario 1994b e 1994c), vi sono almeno due teorie generali di tipo strutturale che interessano il nostro problema, prospettandone una vera e propria soluzione (almeno in termini presupposizionali e logici)14. Ci riferiamo alla teoria di Parsons e a quella ben più recente, ancorché poco diffusa, di Luhmann15. Crediamo che quello di Parsons rappresenti il tentativo più serio e riuscito di sviluppare una teoria multidimensionale dell’azione16, nonostante i numerosi e perduranti fraintendimenti cui è andato incontro.

  • 17 Per un approfondimento di quanto segue si rimanda ad Addario (1991 e 1992, cap.IV).

81Sebbene abbia subito nel tempo una lunga evoluzione, esso possiede uno schema di fondo che nella sostanza è rimasto invariato. Per esprimerci in modo sintetico, è sufficiente qui ricordare che il “frame of reference” di questa teoria prevede, come è stato detto anche da Alexander (1983), una definizione multidimensionale e non dualistica dell’azione17. Parsons definisce, già nella Struttura dell’azione sociale (1937), l’azione attraverso una sua scomposizione in elementi quali i “motivi” (interni all’attore), le norme e i valori sociali ed infine la “situazione”, in cui operano vincoli e opportunità contingenti sotto forma di mezzi disponibili, aspettative di sanzioni e capacità comportamentali. Questo schema, che egli specifica come “analitico”, viene successivamente sviluppato in termini sistemici assumendo la nota forma dello schema AGIL. L’azione è ora interpretata come ciò che emerge dall’interazione, nella contingenza data, di quattro sistemi primari, che sono definiti in termini reciprocamente indipendenti: il sistema comportamentale (A), il sistema della personalità (G), il sistema sociale (I) e il sistema culturale (L). Va osservato che due di questi sistemi rappresentano, secondo la tradizionale concezione, elementi “micro”. L’azione è dunque il prodotto di un’interazione “micro-macro”. Ciascun sistema componente ha una struttura e processi specifici che ne assicurano l’autonomia nonostante le interazioni in cui sono coinvolti e da cui emerge l’azione, e ciò assicura che nessun sistema sia mai completamente determinato dagli altri (Parsons 1977).

  • 18 Va anche ricordato che ogni elemento dell’azione è esso stesso inteso in modo non dualistico, come (...)

82Parsons con ciò ha chiaramente eliminato qualsiasi dualismo ontologico riguardante la natura dell’unità d’analisi18 e può di conseguenza “tecnica- mente” spiegare l’agire come il prodotto di fattori strutturali ed individuali. Questi, analiticamente concettualizzati come sistemi, interagiscono ciascuno sulla base della propria specifica autonomia. Ogni sistema ha propri “confini”, il vincolo rispetto all’azione essendo “semplicemente” la funzione specializzata cui è deputato in quanto sottosistema di un più generale sistema. La loro interazione è realizzata tramite media comunicativi che mettono in contatto tra loro, in modo da consentirne un confronto reciproco, elementi strutturalmente eterogenei (ciò che costituisce il regime di interscambi). L’azione risulta allora “volontaristica” perché il sistema della personalità ne ha autonomamente determinato i “motivi” e quindi l’indirizzo e le modalità soggettivi. Ma risulta nel contempo strutturata perché i motivi sono stati selezionati in relazione alle condizioni poste dalla situazione e in base ai “criteri” socialmente pertinenti e “validi” (cfr. Munch, 1987).

83Ma v’è di più. Introducendo elementi bio-comportamentali e normativi (in un senso che combina Durkheim con Weber e Pareto), Parsons mette in chiaro che l’azione non è concepibile in via puramente razionale ed intenzionale: in essa vi sono elementi non-razionali e non-intenzionali. L’agire poggia su capacità comportamentali che non hanno affatto una base culturale e neppure intenzionale. La coscienza ha non solo un lato oscuro ed inconscio, ma pure una base “pulsionale” che la lega all’organismo e alle vicende evolutive di questo. La formazione della personalità dipende inoltre da un lungo processo d’interazione con altre personalità e con istituzioni di socializzazione, e di conseguenza l’universo dei simboli che essa ha appreso o interiorizzato come valori e norme rappresenta, prima di arrivare alla coscienza, uno sfondo precategoriale oggettivato rispetto a cui non sono possibili alternative. Sul piano cognitivo ciò costituisce evidentemente un momento non-razionale, ed anche per questo l’azione non può essere ridotta al “senso”. Ma la non-razionalità emerge anche sul piano normativo tutte le volte che l’azione utilizza orientamenti culturali in modo “tradizionalistico”, o si abbandona a routines abitudinarie e “costumi”, o si orienta a valori e sistemi etici assunti - e non potrebbe essere diversamente - in termini di “fede” e dunque in via non-razionale (Parsons 1978), o infine si indirizza a fini affettivi ed espressivi.

84Ed è proprio in ragione del suo carattere analiticamente multidimensionale che questo approccio consente di cogliere come l’azione abbia sempre una combinazione di elementi normativi razionali e di elementi normativi non-razionali. La razionalità è solo una delle categorie del pensiero, il quale è sempre implicato nell’azione. Il diverso modo di combinarsi di tali elementi razionali e non razionali determina i tipi di azione. Così perfino l’agire irrazionale è il risultato di una particolare combinazione di tali componenti, una combinazione in cui essi sono in una relazione di conflitto e di tensione (Parsons 1978, p. 237). Facendo tesoro di tematiche particolarmente significative nelle opere di Weber, Durkheim e Freud, Parsons (1978) cerca di render conto di questa complessità dell’azione umana assumendo che essa derivi, in ultima istanza, dalla “condizione umana”, nel suo duplice aspetto fisico-biologico e “telico” o trascendente. In tale inscindibile ambivalenza trovano necessario fondamento gli orientamenti dell’azione: quello cognitivo nei confronti del mondo fisico e biologico per quanto esso è connesso alla sopravvivenza dell’uomo; quello indirizzato al “senso” complessivo che i diversi aspetti - fisici, biologici e sociali - della condizione umana devono assumere. Perciò l’agire è inteso da Parsons come una risposta a un problema esistenziale in cui, per usare termini di Weber, i bisogni della “fortuna” (che definiscono la dimensione normativo-cognitiva e razionale-strumentale dell’agire, ma anche quella non-razionale e dell’affettività) si intrecciano a, e traggono senso da, i bisogni di “salvezza” (che definiscono la dimensione normativa - razionale e non-razionale- dell’orientamento al “senso” e all’espressività).

8. L’interazione come sistema ecologico-evoluzionistico

  • 19 Come è noto, lo sviluppo tecnico di questo concetto è dovuto a due biologi, Maturana e Varela (1980 (...)

85Nonostante le ben note e tanto ripetute quanto infondate critiche, l’aspetto essenziale della teoria di Parsons consiste nell’idea di autonomia degli elementi dell’azione, in particolare di attore e sistema sociale. L’autonomia è analiticamente concettualizzata in due modi complementari: a) ciascun elemento (sottosistema) del sistema d’azione è posto su uno stesso livello analitico, cosicché le loro relazioni configurano un processo di code- terminazione circolare, il cui effetto emergente è per l’appunto l’azione; b) ciò nonostante, o meglio, proprio in virtù di ciò, ciascuno di essi ha una propria struttura (analiticamente descritta) e propri processi auto-riproduttivi (“mantenimento dei confini”). Oggi disponiamo di un concetto molto preciso e ben sviluppato per descrivere un tale tipo di assetto e di processi: quello di sistema autopoietico o auto-riproduttivo19. Parsons non era a conoscenza di questo tipo di teorizzazione, che per altro inizia a delinearsi con chiarezza soltanto nei primi anni settanta. Per questo si trovano in lui ancora alcuni residui organicisti. Ma l’idea di sistema sociale che egli era andato sviluppando andava chiaramente in una direzione analoga: i suoi sistemi sono di un tipo che oggi definiremmo “operativamente chiuso in modo ricorsivo”. Un tipo per il quale la capacità di “auto-confinamento”, ossia di definizione di un assetto stabile e specifico di processi ricorsivi di autoriproduzione nello spazio/tempo, è la condizione di possibilità per allacciare relazioni produttive e sistematiche con l’ambiente. Ciò naturalmente vale anche per Fazione, che per definizione è riproduttiva della struttura sociale e della struttura biopsichica (come è ben evidenziato dall’appartenenza del sistema d’azione al sistema della condizione umana). Ed è proprio perché i suoi elementi sono sistemi autonomi che essa implica (almeno) sia una teoria del sistema psichico (attore) sia una teoria del sistema sociale, le quali si configurano come complementari (visto che co-partecipano nella spiegazione dell’agire umano). Con ciò ogni dualismo è evidentemente scomparso, ed i tre oggetti della teoria sociale (attore, società e azione) sono descritti come autonomi e al tempo stesso co-determinantesi.

86Rispetto, tuttavia, al nostro problema, nel modello manca una vera e propria descrizione del modo in cui l’agire sociale rientra sui suoi elementi, per esempio il sistema sociale, contribuendo a riprodurli proprio in quanto azione. Ciò infatti non è spiegato né al livello (superiore) del sistema della condizione umana - in cui sono descritti processi più astratti e generali di determinazione della specie -, né al livello (inferiore) dei costituenti del sistema d’azione. A questo livello le relazioni tra sottosistemi non sono infatti azioni in senso “tecnico” (cfr. Addario 1991), ma interscambi mediati da mezzi di comunicazione simbolica. Il fatto è che tutto il modello di Parsons è costruito intorno al progetto, già ben definito sin da “La struttura” (1937), di concettualizzare l’agire in quanto “atto-unità”, non come interazione. Ciò creò dei problemi a Parsons, che qualche volta tendeva a confondere interazione ed ordine (sistema) sociale. L’ordine sociale non può infatti essere definito in termini d’interazione per alcune evidenti ragioni.

87Tra queste ricordiamo: a) sul piano logico-analitico l’attore non è “dentro” la società, poiché nel modello essi sono due sistemi autonomi che interagiscono; b) il sistema sociale è definito, fondamentalmente, come una struttura material-normativa (in ciò differenziato dal sistema culturale) e dunque, coerentemente col punto precedente, non può essere inteso come una “collettività4; c) l’interazione è, per definizione, relativa ad una pluralità (locale o generale) di attori. Quest’ultimo punto implica variabili assenti in Parsons: il numero e il tempo e, di conseguenza, la dimensione “strategica” di buona parte dell’agire. Sono queste variabili che rendono “malleabile” ed anche socialmente variabile la “doppia contingenza” che caratterizza il punto di vista di ciascun attore nell’interazione (cfr. Addario 1992, p. 286 e ss.). E sono sempre queste variabili che danno luogo a dinamiche che il modello non può prendere seriamente in considerazione (ci riferiamo alle cosiddette dinamiche “popolazionali”, come l’istituzionalizzazione di schemi d’azione, l’affermarsi e il decadere di “stili di vita”, ecc.).

  • 20 Nonostante infatti le profonde innovazioni introdotte dal recente sviluppo tecnico (specie sotto il (...)

88È proprio in ragione di ciò che riteniamo che i vantaggi teorici offerti dal modello di Parsons non possano essere mantenuti e potenziati soltanto da una sua revisione alla luce della teoria dei sistemi autopoietici20. A nostro parere occorre anche un’innovazione per quanto riguarda la descrizione della dinamica interattiva tra i componenti di ciascun livello analitico. Per esempio, se guardiamo all’interazione sociale è evidente che per ciascun attore “in situazione” la doppia contingenza è, salvo il caso della semplice relazione diadica, non bilaterale ma multipla. Ciascun attore deve insomma anticipare i possibili condizionamenti e le reazioni di una pluralità di attori, ecc. Ed è qui che sorgono dinamiche di strategia, tattica, ecc. Ma lo stesso ragionamento deve essere fatto valere, sul piano operativo, anche per quanto riguarda il sistema sociale (e quello culturale), nel quale Punita operativa dei suoi sottosistemi è costituita da specifiche dinamiche tra unità appartenenti ad una stessa classe (ad esempio, economica) o tra unità appartenenti a classi differenziate ma complementari (ad esempio tra membri della classe dei sistemi psichici e quella delle organizzazioni economiche).

  • 21 Si veda per esempio Hawley (1986) e Hannan e Freeman (1989). Anche la teoria dell’attore di Gallino (...)

89Proponiamo così di integrare il modello funzionale di Parsons, rivisto in prospettiva autopoietica, con un punto di vista ecologico-evoluzionistico. Si tratta di una prospettiva che ha una certa tradizione in sociologia, ma che soprattutto in questi ultimi anni ha avuto importanti ed innovativi sviluppi in vari settori21. In estrema sintesi (cfr. Addario 1992, pp. 174 e ss.) la proposta consiste nell’utilizzare le categorie funzionali di Parsons (in sostanza AGIL) come criterio per definire classi di popolazioni sociali (ad esempio: di sistemi psichici, di sistemi organizzativi, di sistemi simbolici). I membri di ciascuna classe popolazionale possono interagire sulla base di due forme fondamentali di relazione, ossia per competizione e per associazione (simbolica, di “interesse”, ecc.). I membri invece appartenenti a classi diverse interagiscono, salvo casi particolari, in via complementare, in quanto sono cioè capaci di realizzare connessioni d’interdipendenza funzionale (dette comunità). La stessa interdipendenza può tuttavia comportare anche competizione, e come conseguenza anche associazione, se le popolazioni implicate danno luogo ad una “nicchia” socioecologica che in gran parte condividono. In tal caso esse competono per risorse che producono congiunta- mente e, proprio per regolare la loro distribuzione conflittuale, possono dar luogo a associazioni orizzontali.

90Su questa base, e tenuto conto del significato funzionale delle classi popolazionali di base, è possibile sviluppare un modello dinamico piuttosto complesso e articolato, ove il fuoco analitico è sempre l’interazione. Essa è sempre colta da un punto di vista privilegiato (per esempio, quello degli attori o delle organizzazioni), ma in ogni caso è descritto nei termini delle relazioni tra membri di tutte e quattro le classi funzionali. La dinamica di queste relazioni è colta tramite il concetto di selezione mediata da media comunicativi. La selezione opera con tempi diversi ai diversi livelli, in genere più ampi quanto più si sale di livello. Ciascun ambito d’interazione, descrivibile nei termini della differenziazione sociale, è caratterizzato da una forma modale di comportamenti (“attrattore”) che definisce lo schema contingentemente più idoneo.

91Le unità o le popolazioni che si discostano da tale forma modale sono selezionate negativamente, andando ad occupare “nicchie” di “devianti”, di “subculture”, di “marginalità”, ecc, che in seguito potranno magari costituire il luogo per la generazione di nuove e innovative forme modali. L’idoneità delle forme è definita in base a molteplici “dimensioni” di criteri che valgono in relazione alla natura struttural-funzionale delle popolazioni implicate, e al tipo di “situazione” che struttura le loro interazioni, cosi come queste si sono storicamente sviluppate. L’idoneità in una situazione “lavorativa” in regime di mercato capitalistico, ad esempio, si configurerà in base alle esigenze funzionali sia dei sistemi psichici in quanto “lavoratori”, sia delle organizzazioni in quanto “imprese”, tenuto conto del significato storico di “remunerazione” e di “profitto”. Il modello funzionale di Parsons fornisce i concetti per determinare tali criteri e le relative “situazioni”, che potranno poi essere opportunamente storicizzati.

92La selezione negativa è mitigata ed arginata in parte da quella forma di selezione positiva che è operata dalle modalità di interazione associativa. Ciò vale però essenzialmente al livello delle unità individuali e comporta che la selezione negativa operi principalmente al livello di gruppo o di (sub)popolazione associata. Su questa base, è relativamente agevole spiegare, teoricamente, la formazione di complessi sistemi d’interdipendenza e di associazione, il loro mutamento endogeno e persino la loro evoluzione. Ma anche la logica dell’interazione locale, di piccolo gruppo e faccia-a-faccia (cfr. Addario, 1992, cap. III).

93Cambia però completamente la prospettiva con cui tradizionalmente gran parte della sociologia ha guardato tali oggetti. Qui si enfatizza la presenza di “logiche” d’interazione sistemiche ed evoluzionistiche, che sono, in quanto tali, indipendenti dai particolari “contenuti” storico-culturali che le caratterizzano. Questi contenuti sono certo importanti, ed in fondo assolutamente decisivi ed inevitabili, per gli attori che li hanno perseguiti e per le società che li hanno generati e di cui si sono sostanziate. Ma nel medio e lungo periodo ciò che poi emerge come veramente (relativamente) stabile è il più delle volte qualcosa di inintenzionale, perverso, controintuitivo. Se queste logiche non avessero contenuti gli uomini non potrebbero agire nel modo in cui agiscono e vivono, ma ciò non toglie che non accada mai (o quasi, non certamente nel lungo periodo) che la storia proceda secondo le loro intenzioni. Come ben si vede, del resto, nelle vicende dei movimenti sociali, e nelle loro dinamiche apparentemente cicliche e sempre inintenzionali. Le società però evolvono e nell’evoluzione, compresa quella sociale, la selezione opera proprio su tali contenuti, decidendo lo sviluppo, il sotto- sviluppo e l’estinzione di interi sistemi sociali concreti. Da ambo i lati, l’azione sociale e l’evoluzione, i contenuti sono dunque basilari, ma in modi assolutamente diversi e incomunicanti. In questa polarità sta forse il senso della “condizione umana”. Ma in ogni caso si tratta di riuscire a fare a meno sia di una “ideologia” del soggetto che di una “filosofia” della storia, senza peraltro rinunciare a tentare di spiegare perché gli uomini agiscano in base a significati culturali, volontà, scopi e interessi specifici, sebbene le società procedano per conto loro. Un approccio come quello qui appena accennato si sforza appunto di offrire strumenti per cogliere la dinamica di questo paradosso. Come sempre nel caso dei paradossi, si tratta di riuscire a trovare il modo di guardare in faccia le Gorgoni senza restarne pietrificati. Ogni dualismo rifugge dal paradosso, ma esso sempre si ripresenta, tanto puntuale quanto inaspettato e paralizzante.

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Note

1 Per una rassegna di alcuni dei più interessanti tentativi in questo senso si rinvia ad Alexander e al. (1987), Addario (1994a, 1994b, 1994c) e alla bibliografia ivi citata.

2 Le teorie dell’azione sono tutte, in quanto tali, individualistiche, e ciò conferma il “pregiudizio” esercitato da presupposti non teoricamente tematizzati. Fa eccezione la teoria del sistema d’azione sociale di Talcott Parsons.

3 Lukes (1977, p. 180-182) fa riferimento ai lavori di von Hayek, Popper, Watkins e altri. Tra le diverse formulazioni non accettabili egli individua: a) un atomismo truistico per il quale è autoevidente che i fenomeni sociali siano spiegabili solo in termini dell’analisi dei comportamenti individuali; b) una tesi epistemologica che poggia sull’assunto ontologico secondo cui solo gli individui sono reali; c) una teoria negativa per cui non esistono “leggi” sociali; d) una dottrina sociale che afferma che la società ha il suo fine nel benessere dell’individuo. Lukes dimostra che queste “versioni” dell’IM sono o banali (come la prima) o false.

4 Come la matrice dei payoff, la regola per cui gli esiti possibili sono in un rapporto prefissato, la regola per cui gli attori non possono uscire dal gioco né possono sfruttarsi l’un l’altro a turno (cfr. Axelrod 1985).

5 Va precisato che per noi gli “effetti emergenti” sono essenzialmente un modo di descrivere un sistema - identificato da una proprietà caratterizzante - nei termini della sua struttura, ossia di una specifica forma di relazione tra componenti. Nella descrizione il processo di identificazione del sistema è iniziato col definire l’unità d’analisi e la proprietà che lo caratterizza.

6 Questo tema è analizzato in profondità in Addario (1992, pp. 93-103).

7 La tipologia d’azione può perciò essere interpretata come una traiettoria evolutiva ed in tal senso Schlucter la propone come centrale in una teoria weberiana dell’evoluzione storica. Richard Miinch (1988, p. n) ha giustamente osservato che ciò comporta l’idea che il processo evolutivo procede per progressiva eliminazione delle forme meno razionali. Tale idea va però incontro ad almeno due obiezioni. In primo luogo essa sembra riproporre una ennesima filosofia della storia, l’evoluzione come perseguimento progressivo di un telos. In secondo luogo, si pone il problema come sia possibile l’ordine sociale nello stadio evolutivo caratterizzato dalla sola razionalità formale. È però possibile intendere l’evoluzione non come un processo filogenetico verso una più accentuata razionalità formale, ma come un processo di differenziazione di ambiti in cui predomina un tipo piuttosto che altri tipi. Va poi tenuto presente che ogni tipo è costituito dalle tre sfere di valore: la razionalità è sempre legata ad un qualche elemento irrazionale o non-razionale.

8 Nel caso ad esempio dell’imprenditore calvinista, Weber individua tre fattori che devono essere fatti convergere per spiegare tale tipo di agire economico razionale: a) le condizioni materiali dell’economia di mercato (presupposti materiali della razionalità formale); b) le condizioni “ideali” (etica protestante e connessa etica economica) del calcolo economico; c) le “motivazioni psicologiche”, costituite dal successo economico quale segno dell’appartenenza dell’imprenditore alla schiera degli eletti (“ascesi intramondana”). Si noti come in questo caso la motivazione soggettiva, benché certo individualista, non sia affatto utilitarista: è la “salvezza” e non 1’“utilità” personale il bene perseguito. Essa convoglia l’individualismo proprietario entro un quadro normativo (la “professione”) nel quale la ricerca del guadagno riceve un senso soggettivo sociale, etico. L’individualismo etico è perciò profondamente diverso dall’individualismo utilitarista: il primo trova il proprio senso, soggettivamente intenzionato, in un’etica sociale; il secondo ha un riferimento esclusivo al bene del soggetto senza un limite interno che non sia la pura minaccia che gli provenga dall’altro

9 Vi sono condizioni iniziali del sistema (come la perfetta concorrenza, la massimizzazione delle utilità e dei profitti individuali, l’assenza di extraprofitti, la presenza di un “banditore” neutrale, ecc.) e condizioni di equilibrio in presenza delle quali il sistema si riproduce. Il problema consiste nel fatto che la “soluzione” del sistema è unica e stabile solo in presenza di vincoli generali particolarmente restrittivi. Tra questi citiamo: l’assenza di rendimenti crescenti di scala, la divisibilità delle tecniche di produzione, la completa succedaneità di tutti i beni, l’invariabilità dell’insieme aggregato delle preferenze al variare dei prezzi. Molte di queste condizioni sono sintetizzabili nell’assenza di effetti interattivi (moltiplicativi) che modifichino le condizioni iniziali. Il punto essenziale di tali condizioni di equilibrio è per noi non la loro irrealtà fattuale, ma il loro carattere di vincoli che non sono spiegabili all’interno del sistema analitico e che sono comunque “sociali”.

10 II riferimento alla comunicazione non è infatti una condizione sufficiente per assicurare la riproduzione al livello macro.

11 E questa per esempio la logica seguita dalla teoria a tre stadi di Coleman (1990, pp. 11-21) basata sui concetti di “transizione macro-micro”, “interazione” e “transizione micro-macro”. Incredibilmente, però, Coleman insiste nel considerare la sua teoria come individualista e l’azione come meramente strumentale.

12 Ed è proprio per tali ragioni che l’ordine sociale non può essere ridotto all’interazione sociale, neppure quella “globale”. Vi sono sempre elementi che l’interazione, proprio in quanto complesso processo spazio-temporale, deve assumere come suoi presupposti. È sarà l’effetto complessivo, ma articolato e temporalmente differenziato, dell’interazione che riprodurrà o modificherà in maniera più o meno rilevante l’insieme degli elementi che vi hanno partecipato, compresi tali presupposti macrostrutturali. L’interazione è l’aspetto dinamico, processuale di un sistema d’interdipendenze globalmente vincolato.

13 E la possibilità che un approccio struttural-normativo ha di implicare “motivi” e “ragioni” individuali che consente di superare la tradizionale contrapposizione tra l’approccio individualistico- razionale e l’approccio normativo, ove il primo considererebbe l’attore come solamente “attratto da” prospettive di ricompense future, mentre il secondo lo considererebbe come soltanto “spinto da” forze sociali (Elster 1990, p. 97). In precedenza abbiamo però visto come i “motivi” siano sempre un mix di elementi che alla mente dell’attore si presentano come “fattori in vista dei quali” e “fattori a causa dei quali”. L’approccio normativo qui propugnato sostiene che anche i “motivi in vista dei quali” sono socialmente determinati, sia in quanto possibili sia in quanto legittimi e persino in quanto desiderabili (la desiderabilità individuale come funzione del valore sociale attribuito a beni, posizioni, ecc.). Questo non ha niente a che fare con l’idea per cui l’approccio normativo negherebbe che gli uomini siano mossi (anche) dalla razionalità strumentale. Ciò che esso afferma è che lo stesso agire strumentale è concretamente realizzato per mezzo di, entro i limiti di ed in vista di valori, norme ed istituzioni sociali che sono indipendenti dalle scelte dei singoli attori presi separatamente. È un errore considerare, come fa Elster (1990), le norme sociali alla stregua di imperativi. E ciò non solo perché da tempo la sociologia distingue tra valori e norme, ma anche perché essa all’interno delle norme distingue tra imperativi (“regole del gioco”), standards congnitivi, standards valutativi e standards apprezzativi (o emotivo- espressivi), tutti intesi come campi di variazione più o meno ristretti. E solo perché l’attore opera entro un tale quadro che può formarsi aspettative calcolabili circa le conseguenze delle proprie alternative di scelta. In questo senso le norme ed i valori anticipano le conseguenze possibili.

14 In realtà dovremmo citarne almeno un terzo, e cioè quello rappresentato, di fatto, dalla teoria dell’attore di Gallino (1987). La struttura logica, infatti, del modello di attore di Gallino implica una teoria della sociatà quale parte della mente del soggetto. In tal modo l’azione risulta di fatto codeterminata da fattori soggettivi e da fattori sociali, ed è così superato ogni dualismo. Tuttavia, rispetto al problema qui in discussione, questa soluzione non risulta del tutto soddisfacente, giacché, sul piano logico-analitico, nel modello i vincoli e i condizionamenti macrosociali appaiono soltanto come dimensione interna all’attore, come valori norme e conoscenze interiorizzate, mentre una teoria complessiva dell’azione sociale deve prendere in considerazione anche il versante esterno all’attore, anche nella sua forma di contingenza (la “situazione”), inclusi quegli elementi che l’attore deve assumere come “dati” non manipolabili o interpretabili

15 La scarsa diffusione della teoria di Luhmann (1990 e, con De Giorgi, 1992) tra i sociologi è dovuto probabilmente all’uso di un linguaggio particolarmente astratto e di concetti complessi, desunti da una letteratura specialistica e multidisciplinare poco conosciuta dalla stragrande maggioranza della comunità sociologica. Qualsiasi seria discussione di teoria non può tuttavia prescindere dal considerare attentamente questo autore. In questa specifica sede noi ce ne asterremo perché il suo approccio è meno “funzionale” al tipo di “ermeneutica” della sociologia che stiamo perseguendo in queste pagine, che non quello di Parsons.

16 Non abbiamo considerato neppure l’etnometodologia. Ciò perché, sebbene sia stata sovente identificata come un tipo di microsociologia (Collins,‘1981; Alexander e al., 1987, pp.27-28), si tratta in verità di un approccio che rompe con tutta la tradizione sociologica, giacché essa ha per suo specifico oggetto non un qualche tipo di “struttura” - micro o macro che sia -, ma quegli etnometodi con cui ogni forma di struttura sociale è descritta-interpretata-osservata- riprodotta. Con ciò essa trascende ogni classica problematica micro-macro, verso cui esprime la propria “indifferenza etnometodologica‘: essa è interessata non agli oggetti sociali ma ai metodi pratici con cui tali oggetti sono resi “dati” ovvi del mondo della vita quotidiana. Essa ritiene, in generale, che quelle stesse pratiche che sono generative delle microstrutture (situazioni) sono anche generative delle macrostrutture sociali (cfr. Shegloff, 1987; Heritage, 1987). Così ciò che per la sociologia “tradizionale” fa problema, per l’etnometodologia rappresenta al massimo un tema d’interesse subordinato (cfr. Hilbert, 1990).

17 Per un approfondimento di quanto segue si rimanda ad Addario (1991 e 1992, cap.IV).

18 Va anche ricordato che ogni elemento dell’azione è esso stesso inteso in modo non dualistico, come una particolare combinazione di “energia” (o materia) e di “informazione” simbolica. Da ciò egli fa discendere il principio della doppia gerarchia cibernetica come regolatore del regime d’intercambi tra i quattro sottosistemi del sistema d’azione. Principale conseguenza di ciò è che i quattro sottosistemi non sono tra di loro in una relazione gerarchica - come troppo spesso è stato erroneamente inteso -, ma costituiscono una eterarchia. Cfr. Addario, 1991.

19 Come è noto, lo sviluppo tecnico di questo concetto è dovuto a due biologi, Maturana e Varela (1980). Per un’analisi approfondita di tale concetto si rinvia ad Addario (1992) e, in una prospettiva in parte differente, a Luhmann (1990).

20 Nonostante infatti le profonde innovazioni introdotte dal recente sviluppo tecnico (specie sotto il profilo epistemologico e ontologico), il concetto di autopoiesi riprende un’idea di autoriproduzione che nelle scienze sociali si trova, seppur a volte confusa con il concetto filosofico di “totalità”, già nei fisiocrati, in Marx, in Spencer e nei moderni modelli di sviluppo economico.

21 Si veda per esempio Hawley (1986) e Hannan e Freeman (1989). Anche la teoria dell’attore di Gallino (1987) fa riferimento ad un orientamento evoluzionista, ma con una curvatura nel senso della sociobiologia (pur ampiamente rivista e corretta), mentre noi, in ragione dei nostri specifici scopi, previlegiamo un punto di vista propriamente ecologico*. Il nostro schema teorico (qui ovviamente solo appena accennato) riprende per altro un concetto di attore largamente influenzato dal modello di Gallino.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Nicolò Addario, «Ermeneutica della sociologia contemporanea»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 47-83.

Notizia bibliografica digitale

Nicolò Addario, «Ermeneutica della sociologia contemporanea»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5592; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5592

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Autore

Nicolò Addario

Dipartimento di Studi politici e sociali

Università di Pavia

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