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la società italiana/Teconoligia, occupazione e disoccupazione

Transizione tecnologica e crisi dell’occupazione

Giuseppe Berta
p. 28-36

Testo integrale

1. “Pieno impiego o disoccupazione di massa?”, si domandano Chris Freeman e Luc Soete (Work for all or mass unemployment?, London, Pinter, 1994), passando in esame le prospettive che si aprono ai lavoratori europei in questa fine di secolo. Dopo che per trent’anni e oltre dalla fine della guerra la crescita economica era sembrata scongiurare il ripetersi del devastante scenario vissuto dall’Europa fra i due conflitti mondiali, il problema di una stabile disoccupazione di massa si è riaffacciato a partire dal decennio passato. I due economisti imputano la sua ricomparsa a un intreccio fra tendenze distinte che però, incrociandosi, hanno amplificato le loro ripercussioni sul mondo del lavoro: la prima è costituita dalla profonda crisi di aggiustamento strutturale a cui le economie industriali hanno reagito comprimendo il più possibile i costi di lavoro e così dando vita a varie forme di disoccupazione strutturale; la seconda dalla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) che vengono massicciamente impiegate per la razionalizzazione delle imprese industriali e del terziario.

1Il campo di applicazione virtuale delle nuove tecnologie è vastissimo, ciò che dovrebbe tradursi in una moltiplicazione delle attività e delle stesse possibilità occupazionali. Se questo non avviene, è perché le ICT scandiscono una sorta di passaggio d’epoca nella storia economica e tecnologica, marcando un netto distacco dall’era fordista fondata sullo sviluppo dei beni di consumo durevoli. In pratica, i profili lavorativi e le skills ereditati dalla fase della produzione di massa non sono facilmente riconvertibili e adattabili alle tipologie organizzative che il mutamento tecnologico consente di sperimentare. Si determina allora un evidente e forte divario fra l’occupazione potenziale, che potrebbe essere attivata perfezionando un’organizzazione economica modellata sulle ICT, e l’effettiva perdita occupazionale provocata dal mantenimento di una strutturazione ancora complessivamente ricalcata sulle esigenze e le priorità della fase anteriore. Per di più, le ICT hanno recato un colpo violento alla compagine occupazionale rendendo facilmente sostituibili anche risorse e qualità del lavoro che in precedenza erano ritenute appannaggio dei paesi di più antica e solida industrializzazione: l’esperienza recente delle aree del Sud Est asiatico ha rivelato come sia possibile riprodurre e integrare competenze che l’Occidente industriale considerava non tradable, dunque non oggetto di uno scambio di mercato basato sui requisiti esclusivi dell’opportunità e della convenienza.

2La situazione europea odierna riporta all’attualità uno dei dibattiti storici dell’economia politica, quello centrato sull’effettiva probabilità che il mutamento tecnologico generi nuovi lavori in grado di rimpiazzare quelli di cui decreta l’obsolescenza. Si tratta in fondo del problema che poneva Ricardo nel celebre capitolo On machinery, aggiunto alla terza edizione (1821) dei suoi Principles of political economy and taxation, quando osservava che le innovazioni potevano dare luogo a uno squilibrio sociale tale da non essere immediatamente compensabile. L’analisi di Ricardo si riferiva a un’epoca che non aveva ancora nemmeno assistito al completamento della meccanizzazione delle operazioni di tessitura nelle fabbriche cotoniere della rivoluzione industriale: il grande dramma sociale della crisi dei tessitori a mano non si sarebbe verificato che nel decennio successivo, inducendo il parlamento inglese a nominare una commissione d’inchiesta. Ma all’occhio attento dell’economista non era sfuggito come la diffusione delle innovazioni potesse risolversi in uno squilibrio del mercato del lavoro destinato a non essere riassorbito nel breve periodo. Si era, come si è detto, nel pieno della rivoluzione industriale, quando l’espansione dell’economia britannica poteva svolgersi senza scontare la minaccia di nessun concorrente internazionale. Eppure, la situazione-limite considerata da Ricardo presenta qualche spunto per l’interpretazione del presente: il mutamento tecnologico e dell’organizzazione industriale avveniva in condizioni di accentuata flessibilità rese possibili dall’assenza di istituzioni capaci di attutire le asperità che esso produceva, poiché erano ancora in vigore le Combination Laws che impedivano la formazione di organizzazioni di difesa sindacale dei lavoratori e non era ancora stata avviata una legislazione sociale a misura dell’industrialismo.

3Freeman e Soete sottolineano naturalmente come il passaggio dal mass unemployment al pieno impiego possa accadere soltanto in presenza di politiche e di un sistema di regole ad hoc, dal momento che la flessibilità - di per sé stessa una parola ambigua, che copre una molteplicità di significati - non può affatto essere assunta come una garanzia assoluta per la ripresa occupazionale. Una maggiore flessibilità, essi dicono, può certamente contribuire alle politiche di aggiustamento strutturale; tuttavia non è mai un fine in sé, né può concorrere in alcun modo a stabilizzare il sistema dell’occupazione (p. 122). È necessario, al contrario, dare un’ossatura all’economia, provvedere a “vertebrarla”, così da attrezzarla a sostenere l’onda lunga del mutamento tecnologico.

4L’impressione, invece, è che gli ultimi dieci-quindici anni non siano affatto andati nella direzione di costituire uno scheletro atto a reggere un periodo di grandi mutamenti. Semmai, è stato il contrario: se l’urto della disoccupazione di massa è oggi avvertito tanto estesamente, è perché si è manifestata la progressiva caduta di efficacia che hanno subito gli ammortizzatori sociali e, in genere, il sistema di garanzie che era stato messo a punto durante il predominio della produzione in grande serie. Il cambiamento appare quindi rapido e minaccioso perché non si dipana nell’alveo di una cornice istituzionale idonea a temperarlo: come ricorda opportunamente Accornero nel suo articolo, Polanyi ha ammonito a non giudicare un processo di mutamento soltanto dalla direzione di marcia che prende, ma anche dal suo ritmo interno. I tempi di una trasformazione sono spesso indicativi del suo grado di criticità, radicalizzando o riducendo le tensioni che derivano dalla necessità di adattare sistema economico e sistema sociale. Nel pilotare quest’azione di adattamento è fondamentale il ruolo delle istituzioni, secondo quanto ha ben delineato di recente la teoria neoistituzionalista di Douglass C. North (Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia, con un introduz. di W. Santagata, Bologna, il Mulino, 1994). North ha enfatizzato come l’evoluzione istituzionale di un’economia e, nel lungo periodo, la sua performance dipendano dall’interazione fra le istituzioni e le organizzazioni, cioè fra il set di regole che fa da involucro all’economia e gli attori economici (Id., Economie performance through time, «The American Economie Review», voi. 84, n. 3, giugno 1994, p. 361). Nel presente, l’occupazione rappresenta probabilmente l’indicatore più rivelante dello scarto esistente fra istituzioni e organizzazioni economiche, ciò che risulta in un aggravamento del travaglio che un’epoca di transizione porta comunque con sé.

 

2. Le cifre che testimoniano di una crescente diseguaglianza economica all’interno dei paesi occidentali (riportate in Inequality. For richer, for poorer, «The Economist», 5 novembre 1994) rendono anche conto in maniera eloquente del venir meno dell’efficacia dell’ombrello protettivo del Welfare State. I divari di reddito tra le fasce della popolazione sono aumentati in proporzione più accentuata nei paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Nuova Zelanda, ove le politiche tendenti a recuperare la massima libertà di mercato sono state perseguite con ferma determinazione. Può non sorprendere che la diseguaglianza sia cresciuta in America, ove le garanzie sociali sono sempre state relativamente scarse, ma deve far riflettere il fatto che le distanze di reddito, accorciatesi fra il 1929 e il 1969, abbiano ricominciato ad ampliarsi sistematicamente dalla fine degli anni settanta. Una tendenza analoga caratterizza il Regno Unito, ove le disparità di reddito non sono mai state così profonde dagli anni trenta in avanti come lo sono oggi.

5I dati che l’«Economist» registra con preoccupazione sono interessanti soprattutto perché pongono in luce l’esaurimento delle misure di stabilizzazione inventate per reagire alla grande crisi del ’29. Non c’è dubbio che gli effetti più egualitari nella distribuzione del reddito siano da attribuire alla strumentazione di intervento sociale che la crisi indusse a sperimentare e poi ad applicare su larga scala. Esse hanno accompagnato, in seguito, la lunga stagione del diffondersi della produzione di massa, permettendo - in primo luogo in Europa, dove l’ingegneria politica del welfare ha trovato il proprio laboratorio migliore - di assicurare una durevole stabilità economica e sociale, con benefici sia per la produttività che per i redditi dei lavoratori.

6La reazione liberista avviatasi dalla fine degli anni settanta, nelle realtà come il mondo anglosassone dove è riuscita a poggiare su un vasto consenso politico, ha smantellato un apparato di welfare e un sistema di vincoli denunciandone le insostenibili strutture di costo. D’altronde, è evidente che la loro inadeguatezza col tempo sarebbe risultata in ogni caso, giacché si trattava di una strumentazione progettata per corrispondere alle necessità e ai bisogni di un’epoca economica e industriale in via di superamento. Ma la sua demolizione è andata avanti senza che venissero riprogettate in parallelo nuove istituzioni per assolvere a identiche funzioni sociali; al contrario, si è accreditata la convinzione che la flessibilità del lavoro, unitamente alla piena libertà accordata ai meccanismi di mercato, fosse di per sé una condizione della ripresa occupazionale. In altri termini, si è alimentata la persuasione che, riducendo la schermatura normativa del mercato del lavoro, i lavoratori potessero perseguire da sé la ricerca delle migliori condizioni d’impiego. Ne è scaturita una moltiplicazione dei differenziali retributivi e di reddito che non si è affatto rivelata propedeutica a più elevati livelli occupazionali. Ancora l’“Economist” segnala come la generalizzazione di salari bassi divenga alla lunga un ostacolo alla mobilità dei lavoratori, mentre quest’ultima si incrementa man mano che si sale verso l’alto della scala retributiva.

7L’ipotesi che una riduzione del grado di eguaglianza nei redditi sia utile per stimolare l’efficienza economica sembra ormai smentita, giacché la produttività è aumentata di più in quelle nazioni dove si è meno allargato il ventaglio retributivo, come nel caso di Germania e Giappone, due paesi in cui l’intelaiatura del capitalismo “organizzato” sembra aver resistito ottimamente. L’evidenza empirica dà sostanza, dunque, al risultato teorico che giudica “nocivo per la crescita” uno stato di pronunciata diseguaglianza nei redditi, in quanto suscita politiche che non offrono tutela adeguata dei diritti di proprietà e non garantiscono l’appropriazione privata del ritorno degli investimenti, come appare dallo studio di due economisti (T. Persson e G. Tabellini, Is inequality harmful for growth?, «The American Economic Review», voi. 84, n. 3, giugno 1994, pp. 600-21).

8Lo schermo protettivo fornito dalle politiche redistributive, che era stato eretto a difesa della società dopo il panico di massa degli anni trenta, è venuto ad attenuarsi proprio in concomitanza con gli interventi di aggiustamento strutturale nell’industria e la propagazione delle ICT, aggravando i problemi di una transizione già di per sé accidentata. Insomma, a voler proseguire nella ricerca di parallelismi storici senza timore di indulgere alle esasperazioni, si potrebbe perfino evocare il quadro sociale tratteggiato dal Polanyi della Grande trasformazione: il vecchio sistema paternalistico di Speenhamland per l’assistenza ai poveri venne soppresso proprio quando - nel 1795 - la rivoluzione industriale stava per entrare nella sua fase acuta, lasciando parte della popolazione esposta ai contraccolpi di un ordinamento di mercato che ancora non conosceva. Il confronto, già lo si è anticipato, suonerebbe tuttavia azzardato e fuorviante: può quindi valere soltanto come un espediente argomentativo per cogliere la situazione di difficoltà e di sconcerto in cui rischiano di trovarsi quelle componenti del mondo del lavoro che si sono scoperte di colpo minacciate dalle conseguenze di azioni tese a un aggressivo rilancio di competitività delle organizzazioni economiche. Sui posti di lavoro incombe, in questo scorcio finale di secolo, un rischio ulteriore, quello di non essere più in linea con le esigenze di competitività che non sembrano risparmiare più alcun settore, fino a includere di fatto la totalità delle occupazioni di ogni “sistema-paese”, come recita una formula ormai abusata.

 

3. In una polemica serrata che ha destato scalpore negli Stati Uniti, Paul Krugman ha puntato il dito contro quella che ha chiamato “Possessione della competitività” (Competitiveness: a dangerous obsession, «Foreign Affairs», marzo-aprile 1994, pp. 28-44), accusandola di essere nient’altro che una moda retorica del linguaggio economico, in grado però di infliggere guasti pesanti alle politiche pubbliche nazionali. L’analogia fra l’impresa e il sistema economico di una nazione, entrata così in voga durante gli anni ottanta, ha sostenuto Krugman, è un espediente di comodo che permette di semplificare i problemi della politica economica, istituendo una corrispondenza che non ha alcun fondamento nella realtà. Un’impresa che non è più competitiva si trova in una posizione insostenibile, fino a scontare la sanzione definitiva di un’uscita dal mercato; ma una nazione, per quanto infelice possa essere la sua riuscita economica, non avrà mai davanti a sé una precisa e ultimativa bottom-line, oltre la quale resta soltanto la sua estromissione dal business. Allo stesso modo, non esiste una concorrenza economica diretta fra i vari paesi, nel senso almeno che la crescita dell’uno non comporta automaticamente il declino nel rango di un altro, come invece asseriscono i teorici di un confronto internazionale che vedrebbe oggi coinvolti in un gioco a somma zero Stati Uniti, Giappone ed Europa.

9La questione della competitività sarebbe così una metafora - e per giunta ingannevole - per alludere ai problemi di produttività che i differenti sistemi economici hanno di fronte. Ma la ricerca di incrementi competitivi può anche recare grandi delusioni, una volta che si mobilitino le risorse pubbliche per raggiungere obiettivi erronei. Per esempio, secondo Krugman, gli Stati Uniti non dovrebbero inoltrarsi in una politica di sostegno all’innovazione per soccorrere le imprese manifatturiere impegnate nella concorrenza internazionale, se ciò può andare a detrimento del settore dei servizi che, pur operando per il mercato interno, ha un rilievo prioritario. La gran parte dell’occupazione e dell’attività economica ad alto valore aggiunto si concentra, in America, nel settore dei servizi, ed è lì che bisognerebbe intervenire per elevarne produttività e qualità, dal momento che il terziario è responsabile, ben più dell’industria, della stagnazione del tenore di vita della popolazione americana. E questo comparto è largamente al riparo dalla sfida della concorrenza internazionale. Ogni seria politica dell’occupazione (e Krugman non distingue, da questo punto vista, fra le proposte dell’amministrazione Clinton e i piani elaborati da Delors in sede Cee, per i quali ha pure parole di apprezzamento) dovrebbe perciò rinunciare ad appellarsi alla vuota, sebbene facile e accattivante, retorica della competitività - “un termine senza senso quando sia applicato alle economie nazionali” (p. 44) -, per fare i conti nel concreto con le specificità di assetto economico delle attività che scelga di potenziare. Ma certo la sua indicazione è netta: il futuro dell’occupazione non sta tanto nei settori high-tech, a elevata intensità di capitale, quanto nei lavori terziari che, proprio perché sottratti alla dinamica dei fattori internazionali, sono meglio adatti a soddisfare le esigenze di incremento degli standard di vita di una società.

 

4. Anche Freeman e Soete individuano il volano della crescita occupazionale europea nella creazione di un sistema dei servizi, poco tradable e autonomo perché protetto dalla concorrenza internazionale, pertanto meno soggetto alle oscillazioni del ciclo economico. Al centro della loro ipotesi di dotare l’economia di una struttura “vertebrata”, di uno scheletro che possa agevolare la transizione dall’organizzazione delle attività ancora dipendente dal modello fordista al nuovo e più duttile paradigma tecnologico delle ICT, vi sono due linee fondamentali di intervento. La prima consiste in un programma di investimenti nelle infrastrutture delle telecomunicazioni; la seconda nell’alimentazione di un terziario destinato alla promozione dei servizi alla persona, alla tutela dell’ambiente e al leisure. La connessione fra entrambe le direttrici dovrebbe essere demandata a quella politica della formazione delle risorse umane che è attualmente, almeno nelle dichiarazioni di principio, in cima alla lista delle priorità di ogni politica pubblica all’altezza dei tempi.

10Le idee che esprimono Freeman e Soete vanno sicuramente nella direzione già identificata in molti documenti europei e nella più aggiornata letteratura in tema di sviluppo dell’occupazione. Quel che essi fanno con maggior chiarezza di altri è di mettere in luce che, se queste priorità sono vere, allora l’interrogativo dominante diventa quello circa i modi di realizzare un trasferimento di risorse al contempo imponente e straordinariamente complicato. È probabile che i capitali che dovranno servire alla realizzazione delle “autostrade telematiche” debbano essere sottratti alla costruzione delle autostrade tradizionali, se è giusto ipotizzare un’importanza decrescente della movimentazione fisica delle persone e delle merci nella nuova organizzazione economica che si va profilando. Se questo avverrà, naturalmente si apriranno spazi ingenti per una politica di riequilibrio ambientale che oggi cozza contro le rigidità del vecchio paradigma tecnologico su cui è fondata la struttura economica. D’altro lato, tra i vantaggi da ascrivere alla transizione che le economie sviluppate stanno affrontando vanno segnati anche i margini per un miglioramento dell’ambiente: sarebbe erroneo trascurarli quando si calcolano i costi e i benefici per la società insiti in un nuovo modello economico, non compendiabili esclusivamente nel saldo occupazionale.

11Ma Freeman e Soete non dubitano che il potenziale delle ICT sia enorme, anche per le risorse che potranno liberare, a patto che la loro marcia sia assistita da un’architettura di infrastrutture e servizi tuttora a uno stadio appena embrionale. La loro diagnosi delle linee evolutive del sistema economico europeo non differisce troppo, quanto a prospettive, dal futuro possibile che Shigeto Tsuru delinea al termine del suo profilo del capitalismo giapponese di questo dopoguerra (Japan's capitalism: creative defeat and beyond, New York, Cambridge University Press, 1993): anche per lui lo scenario fa perno sulla crescita di attività orientate al welfare, ai servizi di medicalizzazione e di assistenza alla persona, alla cura della qualità ambientale e del tempo libero. Anche per Tsuru l’accento viene a cadere sui processi educativi e formativi, collocati nell’orizzonte di un’economia mista le cui ragioni forti possono essere recuperate appunto a motivo delle necessità di grandi programmi di investimento pubblici e privati.

12Economia mista e obiettivi di welfare: in un certo senso si è dinanzi a un richiamo ai motivi migliori degli anni trenta, l’epoca classica del mass unemployment. Ma il binomio ricompare con una sostanziale differenza rispetto al passato perché non si ricompone più all’interno dell’azione del protagonista di allora, lo stato. In misura più o meno accentuata, tutte le politiche ipotizzate prevedono un trasferimento di risorse e di funzioni dallo stato a organizzazioni di servizio operanti attraverso l’attivazione di originali, e talora inedite, forme di mercato. Del resto, anche quando si domanda all’operatore pubblico di intervenire massicciamente, lo si fa nell’intento di condizionare i meccanismi economici agendo dal lato dell’offerta piuttosto che da quello della domanda: come nel caso delle politiche formative - vero e proprio architrave di ogni strategia volta a creare occupazione -, che postulano il rafforzamento della situazione di mercato dei lavoratori in modo da ridurne l’incertezza e l’instabilità occupazionale, allentandone la subordinazione alla domanda. Nell’universo high-tech come nel campo delle professioni finalizzate a sviluppare reti efficienti di tutela individuale e collettiva, la frontiera in perenne movimento della formazione risalta come il punto d’incontro in cui dovrebbero equilibrarsi e compenetrarsi l’iniziativa privata e l’interesse pubblico. È forse attorno a questo nodo che dovrebbe essere valutata l’efficacia di istituzioni in grado di assicurare delle linee-guida al cambiamento; mentre è già su di esso, d'altronde, che si stanno mettendo a punto programmi di governo in vista di una ridefinizione delle identità politiche.

 

5. L’investimento per scopi formativi è l’asse portante delle idee sul welfare cui il Labour party inglese sta lavorando nell’approssimarsi delle scadenze politiche che potrebbero riportarlo al potere, dopo un quindicennio di incontrastato predominio del liberismo tory. Nessuna formazione della socialdemocrazia europea ha associato così intensamente la propria identificazione storica con la costruzione del Welfare State come i laburisti, ciò che rende particolarmente sintomatico il loro tentativo di ricostruzione programmatica, nel momento in cui la leadership del partito sta cercando di emanciparsi dal lascito di una tradizione cospicua, ma ingombrante.

13La commissione che ha allo studio la sicurezza sociale ha prodotto in ottobre un documento ambizioso, tanto che il nuovo leader laburista, Tony Blair, l’ha presentato come il più grande sforzo di reinvenzione di un sistema di welfare dai tempi di Beveridge. Anch’esso rispecchia l’inclinazione per l’approccio ispirato alla supply-side economics che è l’autentico denominatore comune di tutti i piani odierni di job creation. La proposta più innovativa che vi è contenuta è quella di una “banca per l’apprendimento”. Essa dovrebbe offrire a ogni cittadino la possibilità di usufruire dei finanziamenti necessari per un periodo triennale di istruzione post-scolastica o di formazione. L’attore pubblico - in questo caso il Tesoro - dovrebbe incaricarsi di compensare lo scarto fra la remunerazione dei depositi degli investitori e il tasso agevolato d’interesse al quale verrebbero concessi i prestiti (cfr. Welfare reform. What about the cost?, «The Economist», 29 ottobre 1994). Tutto questo allo scopo, non solo di irrobustire l’autonoma capacità di movimento del lavoratore sul mercato, puntando sull’innalzamento della sua qualità professionale soggettiva, ma di disegnare dei profili in possesso di doti imprenditive, disposti a esplorare delle possibilità di lavoro autonomo al di là del catalogo consueto delle occupazioni.

14Può darsi che, a prescindere dagli interrogativi circa la sostenibilità dei costi che tali strumenti implicano, sia lecito scorgere in questi lineamenti di politica sociale i segni premonitori della nascita della “sinistra di mercato” preconizzata dall’«Economist» come soggetto emergente dell’arena europea (The left's new start, «The Economist», 11 giugno 1994). Vale a dire di una sinistra orientata, più che a ingabbiare il mercato in un complesso di regole e di vincoli, a utilizzarlo per le valenze egualitarie che potrebbe sprigionare. Certo è che si tratta di una socialdemocrazia ormai incline a scindersi dal proprio patrimonio storico. Scommettere sulle chances che avranno le nuove professioni, un’area di lavoro autonomo collegata a un’offerta sempre più differenziata di servizi, un terziario di cui si esaltano le sollecitazioni al dinamismo sociale, insomma accogliere la prospettiva della “fine della società dei salariati” (come dice R. Brunetta, La fine della società dei salariati, Venezia, Marsilio, 1994) per aderirvi fino in fondo, equivale a una riconversione di centottanta gradi per un partito in precedenza incapsulato nel proprio insediamento sociale e unito da un patto costitutivo al mondo del lavoro dipendente. Alla conclusione di una simile trasmutazione varrà la pena di stabilire se i valori di riferimento da cui essa ha tratto origine - l’eredità del welfare state e l’imperativo politico di rinnovarla - conserveranno ancora qualche tratto in comune con la tradizione al di là delle parole e se non saranno stati completamente rideclinati. L’itinerario lungo il quale si è avviato il Labour party mostra - insieme con gli ostacoli che già lo punteggiano - la problematicità del mantenimento dell’identità della sinistra europea, quando essa voglia reggere il passo con il ritmo della transizione economica e sociale, serbando nel medesimo tempo la fedeltà ai fini politici che ne hanno fatto un attore determinante della crescita di questo dopoguerra. La socialdemocrazia riuscirà a perpetuare il proprio ruolo soltanto se riuscirà a partecipare con autorevolezza alla costruzione di un gioco istituzionale tale da ridurre il divario fra sistema economico e società, in primo luogo sul terreno dell’elaborazione di una nuova mappa del lavoro e delle professioni.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Giuseppe Berta, «Transizione tecnologica e crisi dell’occupazione»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 28-36.

Notizia bibliografica digitale

Giuseppe Berta, «Transizione tecnologica e crisi dell’occupazione»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 22 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5574; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5574

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Autore

Giuseppe Berta

Istituto di Economia- Libero Istituto Universitario “C. Cattaneo”, Castellanza

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