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la società italiana/Teconoligia, occupazione e disoccupazione

La disoccupazione è tutta colpa della tecnologia? Troppo facile

Aris Accornero
p. 16-27

Testo integrale

1. “Viviamo in una società dominata dal lavoro, ma che non ha abbastanza lavoro per esserne appagata”: questa frase di Hanna Arendt (Vita adiva, Milano, Bompiani, 1938) è resa molto attuale dal dilagare della disoccupazione di massa. E la contraddizione in cui sta l’Occidente “weberiano”. Ma se la recente crisi ciclica ha rinfocolato le discussioni sui rimedi, soltanto raramente si è ripartiti da riflessioni coraggiose circa le cause. E così gli studiosi sono rimasti inerti, molta gente se la è presa con le nuove tecnologie, e i governi si sono dovuti accorgere che le terapie di tipo keynesiano non funzionano più, al punto che non basta più neppure la ripresa della crescita.

1In Italia poi, uno dei 7 paesi più industrializzati, gli interrogativi sulle cause profonde al mass unemployment si accompagnano allo stupore per l’inattesa crescita, fra il 1991 e il 1993, delle persone che hanno perso il lavoro - i disoccupati “in senso stretto” - in confronto a quelle che lo cercano per la prima volta - cioè gli “inoccupati”. È questa redistribuzione dei senza lavoro che ha reso dura la crisi; ciò che colpiva direttamente le famiglie, infatti, era la diminuzione degli occupati, non tanto l’aumento dei disoccupati, molti dei quali si sono del resto ritirati dal mercato del lavoro perché “scoraggiati”, come dicono gli economisti.

2Ma perché questo stupore se in alcune regioni del Sud la disoccupazione resta tuttora un male endemico, e se negli anni ’80, ai tempi del “secondo miracolo economico”, l’Istat contava ancora 2 milioni e 800 mila “disoccupati” (più che negli anni ’50, considerando anche casalinghe e pensionati che cercano lavori o lavoretti)? La prima ragione è che fino a ieri erano pochi i disoccupati “in senso stretto”, quelli cioè che avevano perso il posto e ne cercavano un altro. Infatti è soltanto dal 1991 che i disoccupati “veri” sono tornati a crescere, fin quasi a raddoppiare, sebbene il loro numero rimanesse sempre nettamente inferiore a quello dei giovani “inoccupati”.

3Ma ci sono anche altre ragioni per cui gli italiani sono stati colpiti dalla disoccupazione, fenomeno che pure conoscevano bene, o che per lo meno dovevano conoscere.

4Innanzitutto, nei precedenti vent’anni non vi erano praticamente stati casi di licenziamenti collettivi, sebbene varie aziende li avessero chiesti, anche in cospicua misura: basti ricordare le vicende Unidal negli anni ’70 e Fiat nel 1980. Il sistema degli “ammortizzatori sociali” aveva protetto la collettività dai licenziamenti in massa, consentendo di trasformarli in episodi - a volte lunghissimi - di Cassa integrazione guadagni. Raffreddando i conflitti e congelando i licenziamenti, ciò aveva attutito la percezione sociale dei danni: neanche le crisi aziendali più gravi erano state vissute in tutta la loro portata. In effetti, non vi sono altri paesi i quali offrano una tutela tale da garantire il 90% della paga ai quei lavoratori cui si mantiene il posto: infatti la loro condizione è ritenuta sfortunata ma non drammatica, anche se quando si prolunga può produrre una sindrome simile a quella del disoccupato.

5Vi è poi un’ulteriore ragione: in Italia l’occupazione ha continuato a crescere per ben tre lustri consecutivi. Ne veniva una sensazione di sicurezza, che fra l’86 e il ’90 era del resto corroborata dal boom economico verificatosi nei paesi della Comunità europea. Sebbene quasi tutte le maggiori aziende stessero perdendo posti di lavoro, nessuno se ne accorgeva, anche i posti aggiuntivi venivano creati dalle numerose aziende minori che via via nascevano, più numerose di quelle che nel frattempo morivano. E infine, una sensazione che aggiungeva sicurezza veniva dal fatto che il settore pubblico era il più vasto di tutto l’Occidente, e assicurava un impiego sicuro: lo Stato era un “occupatore di ultima istanza”. Ciò presentava notevoli costi economici ma bilanciava il nostro retaggio sociale di sottoccupazione e di disoccupazione.

6La recessione ha cominciato a picchiare duro quando le maggiori aziende hanno annunciato e messo in opera forti riduzioni di personale; quando la demografia delle imprese ha mostrato un saldo negativo poiché la mortalità aveva superato la natalità e le aziende esistenti non riuscivano a mantenere gli occupati; e quando si è affacciata per la prima volta l’eventualità che la Cassa integrazione venga estesa anche ai pubblici dipendenti “in esubero”.

7Il senso di insicurezza sociale che è subentrato quasi all’improvviso spiega lo stupore degli italiani per la disoccupazione, e può anche spiegare la fiducia elettorale da essi repentinamente accordata a chi prometteva loro una ripresa dell’occupazione in cifra tonda. Tale insicurezza potrebbe oltretutto influenzare i giudizi della gente sulle cause del fenomeno, incoraggiando la ricerca di spiegazioni facili: ad esempio, l’apprensione per i posti di lavoro a rischio potrebbe tramutarsi in diffidenza pregiudiziale per la tecnologia, e anche per la grande impresa in quanto portatrice dell’innovazione.

 

2. Se ci si chiede perché è tornata a scoppiare la disoccupazione di massa, diventa quasi inevitabile fornire la risposta più semplice e più intuitiva: la colpa è tutta delle innovazioni tecnologiche. Come spiegazione, questa è senz’altro plausibile. Basta guardarsi intorno per vedere quanto sia incessante, nelle case e nelle strade così come nelle officine e negli uffici, l’introduzione di tecniche o di congegni che risparmiano lavoro o fatica, o tutt’e due. Mentre cresce l’arredo casalingo che ognuno può e deve montarsi da solo, le piccole installazioni domestiche sono rese agevoli da una quantità impressionante non soltanto di attrezzi via via più specializzati, ma anche di “macchine operatrici” vere e proprie, per quanto piccole. Non parliamo poi dei lavori di tipo agricolo: il ronzio dei taglia-erba e lo scoppiettio delle moto-seghe vi raggiungono nelle campagne più quiete e nei boschi più folti.

8Non c’è quasi più nessun lavoro di scavo o movimento di terra che venga eseguito senza l’ausilio di macchinari, la cui potenza aumenta in modo esponenziale, sicché un solo addetto può fare di tutto senza aiuti. Mentre nelle grandi verniciature non si fa quasi più nulla a mano, nei montaggi si sta per ribaltare il rapporto fra operai che operano ed operai che sorvegliano. Non parliamo poi delle operazioni di registrazione o di convalida eseguite mediante “macchine” o terminali dove si introducono tessere o ticket, sia cartacei sia magnetizzati.

9Diventa pertanto facile convincersi che la causa prima di un fenomeno sociale quale la disoccupazione di massa è la tecnologia, specie se si sviluppa con l’elettronica. In alcuni casi, essa è effettivamente e vistosamente servita a ridurre l’occupazione. Prendiamo il caso della Fiat tra gli anni ’70 e ’80. In seguito all’aumento dei costi derivante dalla contestazione operaia e sindacale, e per liberarsi dei “rompiscatole” e non soltanto della manodopera eccedente, l’azienda ha “robotizzato” e meccanizzato in proporzioni incredibili e con cospicui investimenti. In questo caso era quasi dichiarata l’intenzione di diminuire drasticamente la forza lavoro per diminuire radicalmente le turbolenze e le contestazioni. Il modo in cui le novità furono presentate convinse molti che l’ingresso massiccio e diffuso di nuove tecnologie, che la meccanizzazione spinta all’automazione, non potevano servire ad altro che a risparmiare il lavoro e a tagliare gli organici. Cosicché, quando si pensa a uno stabilimento industriale “robotizzato” (dove il robot è il simbolo del lavoro cancellato e soppresso) si è indotti a calcolare subito che ciò comporti qualche migliaio di posti in meno. Del resto, quando si visita una fabbrica, la prima cosa che viene fatta rilevare è: “Per fare questo, ieri ci volevano 60 persone, mentre adesso ne bastano 3”, inducendo a pensare che l’effetto principale della tecnologizzazione sia appunto, se non esclusivamente, la diminuzione dei posti e degli addetti.

10Ma non c’è soltanto l’industria. Basti citare due casi drasticamente irreversibili cui si è assistito in lavori di servizio. Il primo è quando venne resa inutile la presenza del bigliettaio su tram, filobus e autobus, dal momento che il passeggero poteva introdurre moneta o biglietto in una fessura anziché consegnarglieli. Il secondo è ancora sotto i nostri occhi e sta nella diffusione di lettori ottici che decifrano i prezzi di vendita scritti con codici a barre, esonerando la cassiera tradizionale dalla lettura e dalla digitazione.

11In tal modo, un mestiere è stato in tal modo reso inutile e l’altro nettamente migliorato. E sulla base di questa logica, si può pensare che ogni carta Bancomat per il prelievo di contante o Viacard per pagare il pedaggio in autostrada concorrano a ridurre cassieri ed esattori. Se è cosi, allora è vero che la tecnologia crea disoccupati.

 

3. Ma è proprio vero? In un certo senso, sì. Nella tradizione dell’economia classica - A. Smith, D. Ricardo, K. Marx - la disoccupazione viene affrontata come conseguenza tendenziale del risparmio di lavoro, ottenuto attraverso la divisione del lavoro o, in termini marxiani, attraverso lo sfruttamento del lavoro, la componente “intensiva” sembra venire direttamente dalle macchine e associarsi alla teoria dell’“esercito industriale di riserva”. Del resto, la storia stessa dell’industria è una storia di risparmio del lavoro. Il processo che porta a ridurre la manodopera è innescato certo da calcoli di costo; però il vero parametro di misura è il rendimento per ora lavorata: è proprio la tensione verso l’aumento della produttività che dà luogo a un minor impiego di manodopera, permettendo all’impresa di ottenere: o la stessa produzione con meno manodopera, o una maggiore produzione con la stessa manodopera, o anche più produzione con meno manodopera.

12Nella società industriale matura, con il capitalismo taylor-fordiano, quando cioè l’imprenditore persegue più la “massa” che il “saggio” di profitto - per dirla ancora con Marx - gli obiettivi principali sono stati gli ultimi due. E, in ambedue i casi, la tipica conseguenza del risparmio di lavoro è stata una maggiore disponibilità di beni, accompagnata a volte da riduzioni del loro prezzo, altre volte da lievitazioni del salario, e a volte da tutt’e due gli effetti insieme: una conseguenza tale da consentire poi al sistema economico di riassorbire le ripercussioni del risparmio di lavoro sull’occupazione, negative per natura e per tendenza. Del resto, considerando che esso si realizza innanzitutto introducendo nuova tecnologia (sia macchine che attrezzature), si dovrebbe concludere che il risparmio di lavoro crea di per sè disoccupazione: sarebbe quasi una tautologia, mentre noi sappiamo che a livello aggregato il risparmio di lavoro ha finora creato lavoro: è questo il “modo di produrre capitalistico”.

13Il progresso che ne deriva - beninteso - non sta nel risparmiò di sudore, bensì di addetti. La riduzione della fatica viene perseguita in via incidentale mentre ciò che si persegue è la riduzione della manodopera: è a questo scopo che questa operazione viene meccanizzata, anziché quella. L’abbattimento della fatica, che rivoluziona la condizione operaia pur senza produrre consenso operaio (come invece ha affermato G. Bonazzi nel suo libro II tubo di cristallo, Bologna, il Mulino, 1993), è stato un risultato parallelo ma secondario del progresso tecnologico, perché non era quello il fine che le invenzioni e le innovazioni perseguivano. Per questo motivo aveva ragione Marx, quando invitava polemicamente gli economisti a dimostrare “che la macchina è buona perché risparmia lavoro, poi che è di nuovo buona perché non lo risparmia” (si veda Capitale e tecnologia, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 166).

14La spiegazione tecnologica sembra quasi auto-evidente ma, a rigore, non è quasi mai stata concretamente invocata, sebbene sia implicita nelle teorie basate sul livello dei salari: infatti, se il costo del lavoro diventa eccessivo l’imprenditore deve ridurre la manodopera in via diretta o indiretta, cioè licenziando oppure impiegando macchinario. Se si tralascia l’economia neo-classica, che incolpando i salari rende la disoccupazione “volontaria”, le spiegazioni più ragionate si riferiscono alle fluttuazioni quantitative della domanda e dell’offerta sul mercato dei beni, oppure al mismatch qualitativo-quantitativo fra domanda e offerta sul mercato del lavoro.

15Nella nuova edizione del suo capolavoro, Unemployment (London, Longmans, 1930), W. Beveridge non assume il fattore tecnologia come possibile causa della disoccupazione: quel che più sottolinea sono le fluttuazioni, cicliche oppure stagionali. Infatti, sebbene durante gli anni ’20 vi fossero state nell’industria grandi iniezioni di progresso tecnico, la grande crisi del 1929 non fu spiegata con la tecnologia. La causa individuata da J. M. Keynes per quella, che fu la prima “disoccupazione di massa”, era l’insufficienza della domanda globale, di cui finirono per convincersi perfino gli economisti della scuola tradizionale. Da allora, a livello macro-economico si è ricorsi a spiegazioni basate su teorie della sottoccupazione o della sovra-produzione, lasciando alla micro-economia il compito di considerare la “componente tecnologica” della disoccupazione.

16La tecnologia non viene invocata neppure da un’autrice impegnata come J. Robinson: si vedano i saggi raccolti in Teoria dell'occupazione (Milano, Etas Kompass, 1966). Non lo fa neppure E. Malinvaud, che nel libro intitolato appunto La disoccupazione di massa (Bari, Laterza, 1986) ne individua le cause nel livello dei salari reali. Nè si sogna di alludere alla tecnologia il premio Nobel R. Solow, nella sua replica (vedi «La Rivista Trimestrale», 1-2, 1987).

17L’eventualità di effetti occupazionali negativi della tecnologia fu presa in considerazione solamente a partire dagli anni ’30, durante i quali si ebbe una intensificazione del progresso tecnico e si aprì una prospettiva che colpiva molto l’immaginazione: quella descritta da J. Diebold, in Automation. The advent of the automatic factory (New York, Basic Books, 1952). Fu F. Pollock, nel suo pionieristico studio Automazione (Torino, Einaudi, 1956), a sottolineare il problema e anche a gettare l’allarme. Il libro infatti aveva per sottotitolo: “Dati per la valutazione delle conseguenze economiche e sociali”, ma teneva anche conto degli effetti positivi: la creazione di nuovi posti di lavoro, a maggiore contenuto professionale, proprio in quei settori ed aziende che producevano nuovi mezzi di produzione e che, pertanto, stavano distruggendo altri posti.

18In Italia il tema fu dibattuto senza vistosi timori, e anzi con una questa fiducia, al congresso internazionale del 1960 “Il progresso tecnologico e la società italiana”: ma all’epoca l’industria era ancora in piena crescita e nessuno poteva dire no alla tecnologia. (Vedi i due volumi curati da F. Momigliano, dal titolo Lavoratori e sindacati di fronte alle trasformazioni del processo produttivo, Milano, Feltrinelli, 1962). Negli anni ’60 i lavoratori conquistarono le prime riduzioni effettive d’orario a parità di paga, con la “settimana corta”, e cominciarono a diffondersi i consumi di massa. Pareva pertanto che le innovazioni tecnologiche si sarebbero riverberate positiva- mente sull’occupazione nei servizi e sui livelli di professionalità (era l’epoca in cui S. Mallet intravide l’“operaio tecnico”). Ma venne in evidenza altresì la necessità di pilotare le conseguenze sociali del progresso tecnico, per prevenirne gli effetti negativi e per redistribuire quelli positivi. In generale, si doveva oramai puntare decisamente all’obiettivo della piena occupazione. In particolare, bisognava far sì che il “sistema professionale” rimanesse nella misura del possibile in sintonia con il “sistema produttivo” - come sottolinea F. Janossy - formando, qualificando e addestrando all’uopo la manodopera, e riqualificandola ove necessario (I miracoli economici, Roma, Editori Riuniti, 1978: una meditata versione macro-sociale della teoria del mismatch fra la domanda e l’offerta di lavoro). E questo approccio alle relazioni fra “progresso tecnico” e occupazione fu condiviso dai più fino a tutti gli anni ’70.

19A partire dal primo shock petrolifero l’incremento di produttività del lavoro, sia oraria che pro-capite, si è fatto più rapido, al punto che la sua dinamica ha superato talvolta quella della popolazione. La tendenza a produrre di più con meno persone ha reso inutili tante braccia. Con gli anni ’80, la preoccupazione per gli effetti delle tecnologie ha cominciato a serpeggiare negli ambienti di lavoro e nelle famiglie interessate. A livello sociale, la si può datare in Italia con l’istituto dei pre-pensionamenti, nato quando si constatò che stavano ormai diventando obsoleti interi mestieri, come quelli dei minatori, dei navalmeccanici, e soprattutto dei linotypisti: figura quasi soppressa dalla fotocomposizione.

 

4. Se nei processi economici di sviluppo e di crescita si verificano incessanti movimenti di redistribuzione delle forze di lavoro fra rami, fra aziende e fra zone, questo è l’effetto dei cambiamenti tecnologici, i quali consentono di risparmiare lavoro nella produzione di beni già noti, e di produrre beni nuovi, che diminuiscono l’impiego di lavoro. E così che compare la disoccupazione tecnologica, spiega P. Sylos Labini che affronta la questione nella raccolta di saggi Nuove tecnologie e disoccupazione (Bari, Laterza, 1989: vedi in particolare “Anche la teoria della disoccupazione è storicamente condizionata”). Sylos Labini chiarisce che “non è erroneo ma semplicistico collegare la disoccupazione al progresso tecnico, il quale ha effetti contrastanti”. Così, l’innovazione tecnologica nei mezzi di produzione riduce ad esempio il lavoro necessario nelle aziende che fabbricano manufatti, ma lo aumenta - a volte di parecchio - sia nelle aziende che producono quei mezzi di produzione sia in quelle altre che producono le attrezzature a essi connesse. Questi effetti sono riassorbiti dagli aggiustamenti fisiologici che il sistema realizza orientando la manodopera verso quei rami dove l’innovazioni, avvenute altrove, possono far nascere una domanda di lavoro. Effetti più difficili da riassorbire si hanno invece nei rami dove la sostituzione di capitale “vivo” con capitale “morto” determina incrementi di produttività e riduzioni di personale tali da annullare gli effetti degli eventuali travasi di manodopera.

20Tutti questi effetti si intrecciano e si sovrappongono in rami, in aziende e in zone dove i dislivelli tecnologici permangono, anche in tempi di innovazione diffusa. Decisivi - avrebbe detto K. Polanyi - sono i tempi dei processi che, nel risparmiare lavoro in un ramo, trasferiscono altrove le conseguenze degli aumenti di produttività li realizzati; processi che non sono quasi mai sincronici, anche se stanno diminuendo i divari derivanti dalla coesistenza delle varie fasi tecnologiche, anche perché la “globalizzazione” delle economie nelle varie parti del pianeta diminuisce di per sé il gap. (Quando gli imprenditori realizzano un investimento in un paese meno evoluto, non tentano più sistematicamente di mantenere le distanze; a volte trasferiscono tecnologie d’avanguardia, altre volte innestano il nuovo sul vecchio, e soltanto qualche volta mantengono le tecnologie vecchie.)

21Sylos Labini ci ricorda che vi sono talune innovazioni le quali danno origine a nuovi beni di consumo e altre che rendono possibili nuovi servizi: tutto ciò non riduce, anzi accresce la domanda di lavoro. Nel bel saggio del 1986, Le nuove tecnologie e lo sviluppo economico, i postulati del suo ragionamento sono due. Il primo è che, “a parità di domanda reale, ogni aumento di produttività - che in ultima analisi dipende dalle innovazioni, nota Sylos Labini - si traduce in un aumento della disoccupazione”. Il secondo postulato è che, a parità di produttività, “ogni aumento della domanda di beni dà luogo a un aumento della domanda di lavoro, e quindi dell’occupazione” (p. 50).

22Pertanto bisogna sempre tenere conto di ciò che fa variare da un lato la domanda, sia di beni che di lavoro, e dall’altro lato la produttività. Tenuto conto che nè la produzione nè la produttività sono costanti nel tempo, e che la produttività tende a crescere con maggiore costanza della produzione (infatti sale anche quando l’altra scende, come durante le crisi). Secondo Sylos Labini, le variabili che più direttamente influiscono sulla domanda di lavoro sono in positivo la domanda di beni, in negativo il rapporto fra le retribuzioni e i prezzi di quei “beni che possono sostituire il lavoro, fra cui sono - in primo luogo - le macchine” (p. 51).

23A questo punto, un’avvertenza si rende necessaria. E tradizione degli studiosi di economia, anche quelli più avvertiti, considerare la tecnologia (sia come progresso tecnico che come innovazione tecnologica) nella sua veste pura: infatti si parla quasi sempre di macchine. Da tale punto di vista, a rigore, molti cambiamenti che avvengono nei luoghi di lavoro al seguito di interventi organizzativi non dovrebbero avere effetti occupazionali se non richiedono investimenti e ammortamenti, come spesso capita. Viceversa, sappiamo che le innovazioni organizzative hanno un impatto occupazionale sempre più cospicuo, anche se non facile da calcolare in termini di costi. Ciò non invalida certo il ragionamento degli economisti, ma lo ridimensiona. (Trovo ad esempio significativo che la spiegazione “salariale” della disoccupazione sia stata rinnovata, se non nei fini almeno nei mezzi, da un economista come R. Akerlof, che è tornato a riflettere sulla questione con un po’ di fantasia.)

24Non dimentichiamo poi un altro correttivo. Il rapporto fra le innovazioni specificamente atte a “liberare” lavoro e le altre sta evolvendo in favore di queste ultime: si pensi a quanto il mondo della produzione e del consumo è stato cambiato dalle strabilianti tecnologie dei materiali, che consentono oggi di avere scarpe e orologi, collant e aerei in plastica. E queste innovazioni non sono necessariamente tali da togliere lavoro: alcune lo danno proprio.

 

5. Chiediamoci a questo punto se vi sono evidenze tali da confortare la tesi che dà alle tecnologie la colpa della disoccupazione di massa, tesi che Sylos Labini non respinge del tutto quando afferma che oggi “è il risparmio di lavoro che prevale”, e che “costituisce la principale origine della disoccupazione in senso stretto” (p. 89). Allo stato attuale delle conoscenze, non vi è una risposta che sia esauriente e univoca. Manca infatti una evidenza empirica consolidata, tale da poter dimostrare l’assunto, per quanto plausibile. Per capire se la tecnologia distrugge posti di lavoro - nel senso che il saldo occupazionale è negativo - bisognerebbe effettuare indagini longitudinali molto accurate, in grado di monitorare quanto via via è conseguito a una determinata innovazione. A tal fine, è indispensabile basarsi su tavole intersettoriali onde verificare sia gli effetti diretti sia quelli indiretti, considerando quindi le conseguenze delle nuove tecnologie sull’occupazione nei rami ove sono state applicate e in quelli funzionalmente connessi, depurando i dati - nella misura del possibile - dalle fluttuazioni della domanda.

25Ma questo sembra un bel sogno, visto che pur serissima indagine Istat sulle forze di lavoro non rileva i motivi per cui sono stati licenziati quegli interpellati che hanno perso il posto; e i dati del Collocamento, miserevoli sotto ogni profilo, non dicono assolutamente nulla. Quindi manca qualsiasi base perché chiunque possa dire che la tecnologia ha provocato tot licenziamenti.

26Le uniche verifiche empiriche oggi disponibili sono di tipo comparato e a livello aggregato. Orbene, la tecnologia non spiega i divari nazionali, assai sensibili, fra i tassi di disoccupazione (e anche di occupazione). Se esistesse una relazione causale inversa tra l’introduzione di macchinari e di attrezzature, e l’andamento dell’occupazione, allora non ci dovrebbero essere differenze così pronunciate, in fatto di occupazione e di disoccupazione, fra paesi come l’Italia e il Giappone che, oltre ad avere strutture produttive molto simili, hanno forti affinità nei livelli e nelle dinamiche delle tecnologie. Si può obiettare che in Giappone vi sono pochi disoccupati perché c’è il “life-time employment” ma, a parte che esso tutela soltanto un terzo degli occupati, va ricordato quanto già detto: l’Italia è un paese che fino a ieri ha molto tutelato l’occupazione.

27Se poi come indicatore si prendono i dati di Ricerca & Sviluppo, affidabilmente predittivi dei trend tecnologici, i confronti non sono meno contraddittori: tenendo conto dei grossi processi di ristrutturazione subiti dalle rispettive economie, Stati Uniti, Canada e Giappone dovrebbero avere più disoccupati e non già meno disoccupati degli altri paesi industriali. Se fosse vero che le nuove tecnologie distruggono più posti di quanti non ne creano, bisognerebbe spiegare come mai l’economia americana ne ha prodotti così tanti negli anni ’90 nonostante la vera e propria ondata di innovazioni, anche avanzate, con cui ha risposto alla sfida giapponese. Bisognerebbe spiegare, inoltre, come mai l’area dove domina il mass unemployment, vale a dire la Comunità europea, nella seconda metà degli anni ’80 abbia prodotto oltre 9 milioni di posti di lavoro aggiuntivi, di cui 8 nel settore privato, proprio mentre erano in corso processi di cambiamento non certo marginali.

28E poi bisognerebbe spiegare perché la disoccupazione non sia un problema per le “tigri”, i paesi dell’Asia che in questi anni, dopo il take-off’ si stanno aggressivamente industrializzando con tecnologie a volte modernissime, e comunque quasi sempre più avanzate dei contesti, sovente ottocenteschi, in cui esse operano. Là il trasferimento tecnologico non ha avuto i drammatici effetti che vengono sovente lamentati: anzi si è avuta una forte lievitazione, non soltanto della produttività ma dell’occupazione e dei redditi. Né sembra corretto osservare che, nel frattempo, i paesi di provenienza di quelle tecnologie hanno perso posti: intanto è difficile da dimostrare, e poi anche in questo caso andrebbero considerati i vantaggi nella bilancia dei pagamenti, a parte l’influenza più in generale. Piuttosto, è il caso di rammentare quanto aveva detto A. Toynbee nel 1952: che la tecnologia penetra più di ogni altro aspetto perché la diversa velocità di penetrazione delle novità agiscono “in ragione inversa al loro valore culturale”. (Il mondo e l’Occidente, Palermo, Sellerio, 1993).

29Non vi è neppure piena coincidenza fra i luoghi del progresso tecnologico e i luoghi dei licenziamenti in massa. Sarebbe arduo infatti sostenere che negli ultimi 15 anni le imprese italiane con oltre 300 dipendenti hanno introdotto continue innovazioni tecnologiche, tali che l’occupazione è costantemente diminuita, mentre le tecnologie sono rimaste praticamente ferme nelle imprese con meno di 200 dipendenti dove, al contrario, l’occupazione è salita di continuo. E poi, quali novità tecnologiche sarebbero responsabili dei duri colpi subiti dall’occupazione nelle compagnie aeree di quasi tutto il mondo? All’opposto, come mai gli organici delle banche non pare abbiano risentito le conseguenze della galoppante diffusione delle carte di credito e di Bancomat, destinate a risparmiare lavoro? Perché l’occupazione non è diminuita fra quelli che erano una volta i “viaggiatori di commercio”, che ordinano ormai tutto con mezzi telematici? E come spiegare la recente ondata di licenziamenti alla IBM, i cui main-frame hanno tolto lavoro in altre aziende, ma che ha ridotto il proprio personale per avere fabbricato troppi computer... (È che ha sbagliato strategie, come ha spiegato dettagliatamente la «New York Review of Books» del io aprile 1994).

30L’analisi comparata ci deve rendere dunque avvertiti. Infatti, lo stesso mass unemployment non attanaglia tutto l’Occidente ma soltanto una parte, e anche questo suggerisce di non generalizzare troppo le proprietà esplicative della variabile tecnologica.

 

6. Naturalmente si può dire che, da una certa data in poi, da un certo stadio tecnologico in poi, le innovazioni hanno assunto un carattere tale da abbattere drasticamente l’impiego di lavoro, o da rendere non più trasmissibili i vantaggi presso altri rami, o tutt’e due le cose insieme, come se da un certo momento in poi il risparmio del lavoro avesse cessato di produrre a sua volta posti di lavoro, a differenza dei due secoli precedenti. La congettura che si stia verificando un tale turning-point si baserebbe sulla diversa natura dei cambiamenti determinati dalle tecnologie che trasmettono o manipolano le informazioni: informatica, telematica, e cosi via. Anche se non è facile ammetterla da chi, come gli economisti, si basa sul calcolo dei costi, la si potrebbe accettare, se oltre a delle impressioni vi fosse almeno qualche prova. Potrebbe essere che la massa di informazioni trattate ha superato la soglia critica che non aveva ancora raggiunto durante tutti gli anni in cui si parlava di “office automation”. Aveva ragione L. Thurow quando rilevava che l’introduzione massiccia di tecnologie dell’informazione stava producendo nelle imprese un ingorgo di dati, piuttosto che un risparmio di costi (La tecnologia dell’inefficienza, «Politica ed Economia», 9, 1987). Forse è poi scattato qualcosa. Ma ci sono tuttora pochi casi di disoccupazione diffusa fra i colletti bianchi, e le imprese che effettuano licenziamenti, motivandoli con stati di crisi aziendale, non paiono sistematicamente bugiarde.

31Quindi è necessario guardare oltre la tecnologia, pur considerandola, quasi per definizione, una concausa. Ciò a cui bisogna guardare è il lavoro mal distribuito per colpa della sua divisione sociale, non certo tecnica: troppi sono i superlavoristi e troppi i sottoccupati. (Vedi di J. Schor, The overworked American. The unexpected decline of leisure, New York, Basic Books, 1993). Valgano le odierne riflessioni sulla ripartizione del lavoro, attraverso manovre sui tempi e riduzioni degli orari, come rimedio alla disoccupazione di massa, dove taluni paiono considerare la produttività come il vero nemico, anche se la possibilità di lavorare meno deriva proprio dal risparmio di lavoro. (Si veda II cerchio quadrato, supplemento a «Il Manifesto» del 22 maggio 1994, che riecheggia posizioni espresse in sedi diverse da D. De Masi, C. Offe, G. Aznar e W. Sachs.)

32Ma bisogna anche guardare ai meccanismi allocativi, che sono determinati da aspetti istituzionali sui quali nulla può la tecnologia. In Italia, abbiamo uno Stato sociale le cui politiche del lavoro sono state sempre appiattite sulle politiche dell’occupazione, uno Stato assistenziale che ha preferito elargire aiuti piuttosto che fornire servizi: la politica dei trasferimenti monetari rispecchiava infatti un’amministrazione mai amica, a volte nemica, quasi sempre estranea; si pensi a cosa è stata l’esperienza degli Uffici di collocamento: mai un’informazione aggiornata, utile per avvicinare la domanda e l’offerta; mai un consiglio tecnico competente su come e su dove cercare lavoro (e lavoratori); mai una politica selettiva e mirata: i giovani rispetto agli adulti, i disoccupati di lungo periodo rispetto agli altri; mai un tentativo di fornire, di integrare o, tanto meno, di rimodellare una qualificazione; mai un colloquio amichevole. E naturalmente, nessuna ombra di sistema informatizzato per registrare e gestire dati nazionali, nonostante il progetto “Teleporto” (quindi nessun licenziamento tecnologico fra il personale...) E così, grazie a questo Stato sociale - tutto “istituzione” e niente “amministrazione” - in quegli uffici non ci andava più nessuno, almeno a trovare lavoro, per cui ci si è ridotti oggi ad auspicare le agenzie private, visto che in Italia il diritto sia della domanda che dell’offerta all’informazione in tempo utile sul mercato del lavoro non è diventato un diritto di cittadinanza.

33Fra le spiegazioni della disoccupazione di massa in Europa non si deve trascurare quella di R. Dorè, basata sui fattori socio-culturali e socioistituzionali (e perfino su quelli biologici) cui si devono da un lato le diseguaglianze in fatto di istruzione e di “learning ability”, e dall’altro i livelli di tutela, sia legati che salariali. L’elevarsi continuo e veloce della “learning ability” priva del lavoro - in parte involontariamente, in parte volontariamente - chi non può offrire le doti oggi richieste ma non può neppure accettare uno sconto di prezzo. (La disoccupazione moderna: un male incurabile?, «il Mulino», 352, 1994.) Dore non tocca tuttavia il problema del salario, e fa bene; ma se si pensa al nodo dell’immigrazione, bisognerebbe riflettere sul fatto che la forza lavoro indigena non sta più venendo sostituita da forza lavoro extra-comunitaria per scelte determinate dal livello di paga bensì dal livello di status. Il che riduce la quota parte di capacità esplicativa delle teorie basate sui livelli salariali.

 

7. In conclusione si può dire che la tecnologia spiega per fin troppo, e questo non è un vantaggio: la variabile che spiega troppo rischia sempre di non spiegare niente. E quindi un elemento di prudenza metodologica e di saggezza scientifica non far spiegare tutta la disoccupazione di massa dalla tecnologia. Non si può affatto negare che essa elimini posti di lavoro, ma occorre determinare il peso e capire bene gli influssi di questa variabile “pigliatutto”. Altrimenti si finisce col farla funzionare come qualcosa di essenzialmente simbolico, se non proprio come l’associazione fra il volo delle cicogne e l’andamento della fecondità...

34D’altra parte, siccome è vero che l’uomo si distingue dalle altre specie animali perché sa dominare la natura, e questo dominio sulla natura lo ottiene soltanto mediante la tecnologia che - afferma A. Gehlen in Le origini dell’uomo e la tarda cultura (Milano, Il Saggiatore, 1994) - non è il complemento bensì la condizione della sua stessa esistenza, allora bisogna pensarci bene prima di dare alla tecnologia tutta la colpa della disoccupazione di massa. Infatti, se ne dovrebbero trarre conseguenze che andrebbero molto al di là dell’accusa stessa: sarebbe come dire che il rapporto fra la tecnologia e l’occupazione è del tutto analogo a quello fra la tecnologia e l’ambiente.

35Vi è poi una considerazione-limite. L’industria - dice Sylos Labini - è “l’area caratteristica delle innovazioni tecnologiche, poiché produce le macchine e le attrezzature che le incorporano” (vedi Tendenze dell’occupazione nei grandi settori dell’economia e le innovazioni tecnologiche, p. 80). Siccome la quota di occupazione dell’industria sta scendendo - del resto non ha mai toccato il 40% del totale, neppure nell’Unione Sovietica industrializzata da Stalin - essa non potrebbe comunque produrre disoccupazione: fra un po’ non ci sarebbe più, nel senso che le poche fabbriche residue sarebbero tutte completamente automatiche e questo non è molto credibile...

36Addebitare la disoccupazione di massa alla tecnologia, insomma, sembra francamente inaccettabile, anche quando la tecnologia, in certe fasi, può essere responsabile di un saldo negativo fra i posti distrutti e quelli creati.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Aris Accornero, «La disoccupazione è tutta colpa della tecnologia? Troppo facile»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 16-27.

Notizia bibliografica digitale

Aris Accornero, «La disoccupazione è tutta colpa della tecnologia? Troppo facile»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 21 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5572; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5572

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Autore

Aris Accornero

Dipartimento di Sociologia - Università di Roma “La Sapienza“

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