Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri7la società italiana/Teconoligia, ...Tecnologia/occupazione: la rottur...

la società italiana/Teconoligia, occupazione e disoccupazione

Tecnologia/occupazione: la rottura del circolo virtuoso

Luciano Gallino
p. 5-15

Testo integrale

Eravamo abituati a leggere previsioni secondo le quali
nel 2.000 ciascuno avrebbe lavorato 30 ore alla settimana,
e il resto sarebbe stato tempo libero. Ma mentre ci avviciniamo
al 2.000 sembra più probabile che metà di noi
lavorerà 60 ore alla settimana, e il resto di noi sarà
disoccupato. Che cosa è andato storto?
(da un articolo su “Fortune”, settembre 1994)

  • 1 Cfr. per una vista della dinamica dell’occupazione/disoccupazione in Europa Le dossier dell’emploi (...)

1Intervenendo ad un convegno nell’ottobre 1994 il governatore della Banca d’Italia, Fazio, esprimeva il timore che la ripresa in corso non riuscisse a ridurre la disoccupazione. Molti notarono nei giorni successivi che se così fosse si aprirebbe uno scenario del tutto nuovo. In realtà le cifre danno da lungo tempo ragione a tale timore, anche se finora sono stati pochi gli economisti, i politici e perfino i sindacalisti che abbian dato mostra di accorgersi che la crescita del PIL risulta ormai incapace - e non da ieri ma da decenni - di creare nuovi posti di lavoro. Limitandoci all’Europa, le cifre dicono infatti che nell’insieme dei paesi dell’Unione Europea il PIL (prodotto interno lordo) è cresciuto regolarmente di circa il 2% l’anno tra il 1973 (l’anno dello schock petrolifero) e il 1993, mentre i disoccupati sono saliti da 3-6 milioni a oltre 19 milioni1. Per quanto riguarda l’Italia, si può notare che dal 1981 al 1991 il PIL per abitante misurato in unità di S.P.A. (standard di potere d’acquisto) e in moneta costante (anno di riferimento 1985), cresce del 23%, ovvero da 10,1 a 12,4 milioni, in linea con la tendenza ventennale dei paesi UE; mentre la disoccupazione sale nello stesso periodo da 1,9 a 2,65 milioni (+ 0,75 milioni), cioè del 40%.

  • 2 Tutti i dati su popolazione e PIL sono ricavati dai volumi dell’Annuario dell’Istat, dal 1983 al 19 (...)

2Durante il medesimo decennio (o meglio undicennio) il totale degli occupati passa da 20,5 milioni a 21,6 milioni (+ 1,1 milioni), il che corrisponde ad un aumento del 5,4% in assoluto, ma del 1,1% soltanto se rapportato alla popolazione totale (dal 36,7 al 37,8%). Nello stesso periodo quest’ultima è infatti passata da 33,8 a 37,2 milioni, con un incremento di 1,4 milioni di abitanti2. Da tutto ciò se ne trae che un incremento del PIL misurato in S.P.A., che come noto è sottovalutato rispetto all’andamento monetario pur depurato dell’inflazione, di ben 2 punti all’anno protratto per oltre un decennio, non è riuscito a creare occupazione nemmeno per l’80% dell’incremento - pur modesto - della popolazione. Detto in altro modo: in un periodo di sviluppo tutto sommato sostenuto il sistema economico italiano è riuscito a creare soltanto 100.000 posti di lavoro all’anno, nemmeno sufficienti per tener ferma la disoccupazione al livello iniziale, sebbene la crescita demografica sia stata di sole 127.000 unità annue in media. (Il calcolo è semplificato per dare un’idea immediata delle grandezze in gioco: non si può infatti ignorare che nemmeno nelle classi centrali di età tutta la popolazione rientra nelle forze di lavoro, data la sotto-partecipazione delle donne. Al che si può peraltro obbiettare che è proprio la scarsità della domanda di forza lavoro a limitare l’offerta). Nell’insieme, per assorbire oltre alla crescita demografica anche la maggior domanda di lavoro, in modo da tener fermo il livello di disoccupazione, si sarebbero dovuti creare almeno 200.000 posti di lavoro all’anno - il doppio di quanto è avvenuto.

  • 3 Cfr., uno per tutti, P. A. Samuelson e W. D. Nordhaus, Economia, Zanichelli, Bologna, 1993, 14s ed. (...)

3A conti fatti, dunque, partendo dalla legge di Okun che nella sua formulazione originaria dice “2 punti percentuali di PIL in più creano un 1 % in più di occupati” il PIL avrebbe dovuto crescere in quel periodo di 4 punti all’anno, in media, all’unico scopo di tener ferma la disoccupazione, e di almeno 6 punti per creare altri 100.000 posti l’anno, pari a 1,1 milioni nel periodo. Tassi di sviluppo di simile entità sono ovviamente del tutto irrealistici, salvo che per brevi periodi e in circostanze eccezionali. Né vale affermare, come si legge in famosi manuali di economia là dove si tratta della legge di Okun, che tassi eccezionalmente alti di sviluppo - ossia pari o superiori al 4% annuo - sono necessari per ridurre di almeno un punto percentuale la disoccupazione principalmente in Italia, a causa della rigidità del mercato italiano del lavoro “dove è più difficile per le imprese licenziare persone durante le recessioni”3. Questa dichiarazione di scarsa elasticità dei tassi di occupazione può infatti valere per i primi anni immediatamente successivi ad un momento di crisi economica, ma non regge se la si applica a periodi lunghi decenni o ventenni.

4Riconosciuto che la crescita economica senza creazione di nuova occupazione nei paesi industriali avanzati non è una prospettiva da temere per il futuro ma una realtà presente qui ed ora, e che essa non data da ieri ma da alcuni lustri, è lecito chiedersi quali sono le cause. (Per inciso: i 41 milioni di nuovi posti di lavoro che l’economia U.S.A. ha creato tra il 1970 e il 1993, e che sono spesso presentati anche da noi come un esempio che l’Europa può invidiare, non fanno eccezione alla regola della jobless growth. Per tre ragioni: a) nello stesso periodo la popolazione degli States è cresciuta di 55 milioni di unità, passando da 203 a 258 milioni in totale; b) se negli U.S.A. il tasso di disoccupazione fosse misurato con criteri analoghi a quelli usati in Europa, esso sarebbe molto più vicino a quello europeo, giacché salirebbe dal 6-7 al 9-10%); c) una quota rilevante dei suddetti posti sono lavori a bassa qualificazione che hanno comportato per chi li occupa una riduzione della retribuzione oscillante tra il 30 e il 50% rispetto all’impiego precedente - una condizione che, ove fosse proposta su larga scala in Europa, produrrebbe non maggior occupazione ma piuttosto disoccupazione). Le cause della crescita senza occupazione, nell’economia mondo affermatasi nella seconda metà del secolo, sono sicuramente molteplici. Tra di esse va però collocata in primo piano la rottura del circolo virtuoso che per due secoli ha fatto sì che l’introduzione di dosi addizionali di tecnologia nel processo produttivo generasse nuova occupazione.

5A spezzare il circolo virtuoso tecnologia/occupazione hanno concorso alcuni fattori interni alle imprese, in presenza di determinate condizioni esterne. Tra i fattori interni si collocano in primo piano: A) l’automazione ricorsiva; B) l’automazione del lavoro d’ufficio; C) il ridisegno globale (o re-engineering del processo produttivo. Tra le condizioni esterne si incontrano anzitutto: C1) la saturazione - ivi compresa la riduzione a mercati di sostituzione - di molti mercati dell’industria manifatturiera nei paesi industriali avanzati; C2) la possibilità di dislocare qualunque tipo di produzione in qualsiasi parte del mondo; C3) il socio-dumping (che si accompagna in vari casi a forme di eco-dumping) praticato sia da paesi sviluppati, come il Giappone ed i nuovi “draghi” dell’Asia (Corea del Sud, Taiwan, Singapore...), che da paesi in via di sviluppo, e che può assumere una molteplicità di forme: orari di lavoro eccezionalmente lunghi (ad esempio le 2.000 ore l’anno dei giapponesi o dei sud-coreani contro le 1.600 degli europei), condizioni d’abitazione e di pendolarità particolarmente pesanti (ancora i giapponesi), sotto-salario, scarsa tutela sindacale (quasi tutti i piccoli draghi dell’Asia, ma anche il Brasile, il Messico, i paesi emergenti dell’Europa orientale).

6Scopo di queste note è quello di delineare brevemente alcuni aspetti tendenzialmente sottovalutati dei fattori interni sopra indicati che concorrono a ridurre i livelli di occupazione, dando per conosciute (salvo qualche breve precisazione) le cennate condizioni esterne. Ma prima guardiamo un po’ più da presso com’era formato, ai bei tempi, il circolo virtuoso tecnologia/ occupazione.

7In esso sono individuabili alcuni segmenti tradizionali, sintetizzabili come segue.

  • 1° segmento: l’introduzione di una nuova tecnologia T e/o di un nuovo modello organizzativo accresce fortemente la produttività (misurata in ore uomo per unità standard di prodotto: meno ore per unità uguale maggior produttività) della fabbricazione del bene X nell’azienda K.

  • 2° segmento: l’aumento di produttività permette all’azienda K di diminuire in misura rilevante il prezzo del bene X.

  • segmento: la diminuzione di prezzo allarga il mercato del bene X e spinge l’azienda K ad aumentare la produzione di X in misura più che proporzionale all’aumento di produttività.

  • 4° segmento: grazie al differenziale positivo tra aumento della produzione e aumento della produttività, l’occupazione aumenta nonostante la diminuzione dell’intensità di lavoro per unità di prodotto.

8Qualche cifra da un caso reale può servire ad illustrare il concatena- mento dei diversi segmenti del circolo tecnologia/occupazione - quand’era virtuoso. Tra il 1946 e il 1958 negli stabilimenti Olivetti di Ivrea le ore effettive di lavoro necessarie per produrre una unità equiparata (una misura che teneva conto di vari parametri, a partire dal differente numero di parti presenti nei vari modelli di macchine da scrivere e calcolatrici) scese dall’indice 100 all’indice 17. Fatto il calcolo inverso, la produttività salì pertanto, in quel periodo, dall’indice 100 a 380. Fattori principali di tale incremento furono l’introduzione della tecnologia dei convogliatori aerei, che eliminarono totalmente la movimentazione a mano delle parti in lavorazione e dei prodotti finiti; nuovi tipi di linee di montaggio; l’inserimento in produzione di un certo numero di macchine transfer.

  • 4 L. Gallino, Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti (1946-195 (...)

9Se un aumento di produttività di quasi il 600% si verificasse in una fabbrica dei nostri giorni, le conseguenze sul livello di occupazione di quella fabbrica sarebbero sicuramente negative. Ma in quel periodo la riduzione delle ore lavorate per unità equiparata, ovvero l’aumento della produttività, fu ipercompensato da un fortissimo aumento della produzione e delle vendite, che crebbero in complesso (facendo sempre riferimento alle unità equiparate) di oltre 13 volte, passando da 45.000 circa nel ’46 a oltre 596.000 nel 1958. L’espansione della produzione permise pertanto di accrescere l’occupazione (misurata restrittivamente sulla base delle ore effettivamente lavorate) di 2,3 volte (dall’indice 100 all’indice 226)4.

10Quello suscitato della Olivetti di Ivrea fu forse un primato; ma incrementi paragonabili e simultanei della produttività, della produzione e dell’occupazione si verificarono in quel periodo e sino a gran parte degli anni ’60 in molti altri settori, dagli elettrodomestici all’abbigliamento e alla stessa industria dell’automobile. Ai nostri giorni, per contro, mentre aumenti analoghi di produttività si sono verificati e altri ugualmente strepitosi (come vedremo poco oltre) si annunciano, aumenti della produzione dell’ordine non diciamo del 1.300%, ma anche solo del 100% in un decennio, sono semplicemente inconcepibili per quasi tutti i maggiori settori dell’industria manifatturiera dei paesi avanzati. Sappiamo che vi sono eccezioni: la produzione di PC o di telefoni cellulari è aumentata in alcuni casi del 20-30% l’anno nel passato quinquennio, e promette di fare anche meglio nel prossimo. Ma si tratta spesso di singole linee di prodotto di singoli produttori entro un sub-settore: se alla produzione di PC si somma la produzione di mainframes, e alla produzione di telefoni cellulari quella di infrastrutture - con riferimento ai medesimi produttori - gli incrementi sono di gran lunga più modesti.

  • 5 Cfr. Aa.vv., Fiat - Punto e a capo. Problemi e prospettive della fabbrica integrata da Termoli a Me (...)

11La Fiat, ad esempio, che produceva 10 vetture di media cilindrata all’anno per addetto alla produzione nel 1979, è arrivata a produrne oltre 75 nel 1994, nel nuovo stabilimento di Melfi. Ciò corrisponde a un incremento di produttività di 7,5 volte in quindici anni, perfino superiore a quello visto sopra della Olivetti nel tredicennio 1946-1958 - a prescindere dal fatto che le vetture del ’94 hanno dei contenuti tecnologici molto superiori a quelli del’79. Ma nello stesso periodo il mercato dell’auto è cresciuto in Europa di poco più del 3% annuo, pari a circa 0,5 volte in totale; di conseguenza gli addetti alla produzione automobilistica sono dovunque diminuiti5. Questi rapporti tra produttività e mercato sono in realtà affatto comuni. Il circolo virtuoso tecnologia/occupazione si è quasi dovunque spezzato: e la rottura ha un palese carattere strutturale, non congiunturale.

12Del predetto circolo sono esistite ed esistono naturalmente delle varianti. Ad esempio: l’occupazione non aumenta nell’azienda K perché il mercato del bene X da essa prodotto non si allarga a sufficienza, ma aumenta nell’azienda J che produce la tecnologia T (per dire, convogliatori aerei e di superficie, macchine a controllo numerico) per poi venderla a K e ad altre aziende consimili. Oppure: l’occupazione non aumenta né nell’azienda K né nell’azienda J, però aumenta nei settori che vendono materiali o semilavorati o componenti a K o a J, e/o nei settori che offrono servizi per sostenere il ciclo di vita del prodotto X: distribuzione - manutenzione - assistenza - assicurazione etc. In queste varianti, come nel circolo virtuoso originario o “puro”, il saldo dell’occupazione è comunque positivo, purché ci si riferisca ad uno spazio territoriale relativamente ampio (ma che non può coincidere con il mondo!).

13Possiamo ora definire meglio i fattori interni che tendono ormai a impedire che la tecnologia contribuisca ad aumentare l’occupazione, tenuto conto della presenza co-determinante - va ancora sottolineato -, delle condizioni esterne ricordate sopra.

14Automazione Ricorsiva. Essa si presenta quando determinate tecnologie dell’automazione vengono applicate direttamente alla fabbricazione di tecnologie analoghe, che eventualmente vengono poi applicate alla produzione delle prime allo scopo di elevare il loro livello di automazione. Tra i casi più rappresentativi di Automazione Ricorsiva si possono menzionare: i robot che fabbricano robot; le macchine a controllo numerico (CN) che fabbricano macchine a CN; i computers che controllano la fabbricazione di computers o parti essenziali di essi (microprocessori, videoterminali, dischi rigidi, etc.); i computers che controllano la attività di computers e reti di computers; il software che controlla la produzione e la riproduzione industriale di software.

15È ovvio che in molti casi il circuito è assai più complesso: è possibile incontrare robot i quali fabbricano parti di macchine a CN che saranno utilizzate per produrre parti di computers da destinare al controllo di robot industriali. Ma il processo di base non cambia: artefatti del genere X con un livello di automazione A1 producono artefatti del genere Y con un livello di automazione A1 o A2 che possono venire successivamente impiegati per produrre artefatti del genere X elevandone il livello di automazione ad A2 od A3. E ad ogni passo di questo circuito autoreferenziale il lavoro umano necessario per fabbricare un’unità di prodotto diminuisce.

16Gli effetti dell’Automazione Ricorsiva sono molteplici. In primo luogo si ottengono (è implicito in quanto appena detto) elevati incrementi di produttività, che possono superare il 30% all’anno, nella produzione di tecnologie dell’automazione. Le fenomenali diminuzioni di prezzo non, si badi, a parità di prestazioni, bensì a prestazioni fortemente crescenti (sotto forma di capacità in bit dei microprocessori, memoria RAM, capacità dei dischi fissi, velocità in Megahertz etc.) verificatesi nel campo dei personal computers negli ultimi tre o quattro anni sono soltanto uno dei casi in cui incrementi di produttività di tale ordine di grandezza hanno toccato con maggior evidenza gli utenti finali.

  • 6 Cfr. C. Freeman e L. Soete, Information technology and employment, 1st. Merit, Maastricht, 1993. V. (...)

17A parte i comprensibili effetti diretti sull’occupazione, le caratteristiche proprie dell’Automazione Ricorsiva hanno su di essa effetti indiretti parimenti negativi. Essa rende infatti conveniente trasferire produzioni o segmenti di esse nei paesi in via di sviluppo dove la forza lavoro è meno qualificata, e costa comunque molto meno: anche 1-2 dollari l’ora contro 25-30 $ nei paesi avanzati. Ciò è reso possibile dal fatto che quasi tutto il sapere necessario per fabbricare un dato prodotto è incorporato nella struttura, nella memoria e nei programmi delle macchine automatiche che lo fabbricano. Il risultato netto è che i posti di lavoro i quali vanno perduti nei settori e nei paesi dove si applicano le tecnologie dell’automazione non sono più recuperati - in termini quantitativi - né nei settori dove queste tecnologie sono originariamente prodotte, né in quelli ad esse indirettamente collegate. La riduzione dei livelli di occupazione indotta dall’automazione della produzione di hardware e di software non è compensata, ad esempio, nemmeno se nel conto si introducono i posti di lavoro creati in settori come i servizi d’informazione, lo sviluppo di banche dati, l’editoria elettronica, la formazione di personale informatico e simili6.

18Perfino in un settore considerato ad altissimo tasso di sviluppo come le telecomunicazioni i posti di lavoro persi nella produzione delle attrezzature (reti di trasmissione, ripetitori etc.) non risultano compensati da nuovi posti di lavoro nei servizi connessi, come mostra la situazione critica - e le decine di migliaia di posti di lavoro tagliati negli ultimi due anni - di quasi tutti i maggiori produttori europei, come Alcatei, Siemens, Bosch, Philips. Al tempo stesso l’Automazione Ricorsiva contribuisce a tenere bassa l’occupazione anche nei paesi in via di sviluppo in cui si cominciano a produrre tecnologie dell’automazione.

19L'automazione del lavoro d'ufficio. Se qualcuno ancora pensa che automazione del lavoro d’ufficio (ALU per brevità) significhi dotare tutti gli impiegati d’un dato settore aziendale con un PC, e quindi sia in pratica ormai realizzata, dovrà forse presto ricredersi. I PC e le stazioni di lavoro hanno modificato da anni molti contenuti del lavoro d’ufficio, ma in senso stretto non si può affermare che essi lo abbiano automatizzato. Di fatto la produttività media degli uffici dei principali settori industriali, dei servizi, e della PA, non è salita di molto con l’avvento dei PC. La vera automazione degli uffici sta arrivando ora.

20La ALU si può sinteticamente definire come un processo in forza del quale moltissimi lavori finora svolti manualmente, anche se con l’ausilio di un PC, da impiegate, segretari, tecnici, dirigenti, vengono eseguite con sistemi automatici fondati su quelle che conviene ormai chiamare Nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (NTIC) - l’integrazione di informatica, multimedia, telecomunicazioni, banche dati, reti di trasmissione dati e reti di reti, come l’ormai celeberrima Internet.

21Le NTIC rendono possibile il reperimento rapidissimo e selettivo - perché nelle reti sono lanciati alla ricerca degli agenti intelligenti (che sono in concreto dei sistemi software dotati di capacità di intelligenza artificiale) - di testi, documenti, immagini, grafici, filmati memorizzati in archivi vicini e lontani (anche migliaia di chilometri) ed il loro immediato inserimento in un testo multimediale. Inoltre permettono l’inserimento automatico alla fonte (ad esempio nell’istante in cui si riceve un ordine, o si consegna un prodotto) di qualsiasi dato avente rilevanza amministrativa.

22In presenza di un ordinativo o di una commessa, le NTIC sono ora capaci di generare a distanza tanto ordini alla produzione, quanto, ad esempio, elaborare automaticamente ordini ai fornitori a partire da un disegno “letto” e interpretato sulla base di uno “scanning” (in effetti una forma di tomografia) tridimensionale. Procedono quando necessario alla definizione automatica della configurazione di sistemi tecnologici Complessi (computers, impianti telefonici per aziende e collettività, sistemi di sicurezza ecc.) formati da migliaia di parti differenti. Non soltanto rendono normale, ma per certi aspetti impongono l’uso delle reti planetarie di banche dati per qualsiasi tipo di lavoro, e riducono per tal via, e per l’uso sempre più esteso di forme di teleconferenza, la necessità di spostarsi.

23Effetti sull’occupazione, prossimi e venturi? Sono desumibili dagli incrementi di produttività che sono previsti, in forza dello sviluppo dell’ALU, non solo nell’industria, ma nella maggior parte del settore dei servizi e della PA: fino al 40-50% all’anno nel prossimo decennio. Incrementi di produttività di quest’ordine di grandezza chiudono in effetti la porta, presumibilmente in modo definitivo, alla speranza di recuperare nel settore dei servizi - si sottolinei: almeno quale oggi si configura - e nella PA, le perdite dell’occupazione che si stanno registrando da decenni nel settore primario, in specie nell’industria manifatturiera. Il processo del lavoro d’ufficio viene di fatto ad assomigliare, tramite la ALU, al processo di fabbricazione nell’industria manifatturiera.

24Va ricordato al riguardo che l’incidenza degli addetti all’industria manifatturiera sul totale della popolazione in condizione professionale sta scendendo rapidamente verso il 10%, un livello che sarà toccato probabilmente dagli Stati Uniti (dove al presente è già al 18%) verso il 2.000, e poco più tardi dai paesi europei. La ALU rende impensabile che 1’85% della popolazione in condizione professionale, tolti gli addetti alle manifatture, e tolto pure un 5% di addetti all’agricoltura o agrindustria che sia, possa trovare occupazione nel settore globale dei servizi, per quanto innovativo esso possa essere - e, per ripetere una riserva d’obbligo, per quanto si possa al presente anticipare. Salvo, s’intende, invenzioni di carattere tecnologico- economico-sociale di portata prodigiosa, per ora non affatto alle viste, la ALU prefigura pertanto - accompagnandosi agli effetti diretti e indiretti dell’automazione ricorsiva, di cui abbiam detto, e del ridisegno globale del processo produttivo, di cui diremo subito - una riduzione secca della popolazione in condizione professionale in tutti i paesi avanzati.

25Il ridisegno globale (o Re-engineering, o anche Business Process Reengineering) del processo produttivo (RGP). Il dizionario di cui occorre disporre per poter descrivere o almeno designare con precisione i mutamenti organizzativi susseguitisi nelle aziende a partire dagli anni ’80 si sviluppa alla velocità di un film artificiosamente accelerato e pare non avere fine. Avevamo appena cominciato a capire natura ed effetti della ristrutturazione (principi base: concentrazione dell’attività aziendale sul prodotto che si sa fare meglio; ciascun componente dell’azienda deve agire come un imprenditore; l’interno dell’organizzazione è un mercato tal quale l’esterno: ciascuno compra in esso soltanto i beni o i servizi che gli convengono) che è arrivata la esternalizzazione (ovvero outsourcing: concentrazione delle risorse sul processo produttivo primario; acquisto da fonti esterne di gran parte di beni e servizi prima prodotti in proprio, si tratti di manutenzione, servizi legali o sistemi informativi). Mediante la esternalizzazione - va notato, al fine di darne una misura indicativa - i maggiori produttori di automobili sono passati in pochi anni dal 40% al 60-65% di parti fabbricate all’esterno, e contano di salire tra breve all’85%.

26D’altra parte stavamo ancora facendo i conti con la qualità totale (come dire che i difetti del prodotto vanno eliminati nel punto preciso in cui hanno origine, non a fondo linea; al cliente non si vende un oggetto ma un complesso di servizi - assistenza - sostegno in caso di emergenza, etc.) che ci è piombata addosso la produzione snella (nella quale criteri organizzativi come “giusto in tempo; “niente giacenze né depositi; “è l’ordine del cliente che fa muovere la produzione”; “integrazione delle funzioni di programmazione, preparazione ed esecuzione del lavoro” sono tutti al servizio di un principio base: sopprimere i tempi morti in ogni fase del processo produttivo, dal progetto alla consegna).

27Non è finita. Stavamo giusto tentando di codificare il significato esatto di impresa rete , il quale comporta chiedersi se è corretto definire in questo modo l’intreccio derivante da imprese che producono parti del proprio prodotto in stabilimenti che producono anche per terzi, oppure se non bisogna riservare tale termine ad un insieme di imprese, coordinato da una di esse chiaramente individuata, ciascuna delle quali ha rapporti sistematici con gran parte delle altre. E l’intreccio non coordinato di processi produttivi su un vastissimo territorio che deriva dalla suscitata esternalizzazione, è definibile o no come un’impresa rete? Eravamo ancora a metà di tale tentativo, che si è preconizzato l’avvento prossimo dell’impresa virtuale: espressione che significa una sede centrale ridotta al minimo, gran numero di collaboratori saltuari e viaggianti coordinati grazie alle NTIC, progettazione e produzione affidate flessibilmente a gruppi residenti in città o paesi differenti, che possono anche non incontrarsi mai. Ed ora, come se non bastasse, ecco arrivare il ridisegno globale del processo produttivo (o RGP).

28Tra alcuni esperti la tentazione è grande di collocare il RGP nella vasta classe delle etichette inedite per contenuti in realtà ben noti. Di fatto capita di veder presentati come un intervento di RGP l’introduzione isolata di questo o quel modello o criterio organizzativo tra i tanti richiamati sopra. D’altra parte sembra doversi ammettere che il concetto di RGP abbia un referente specifico - o meglio due. In primo luogo esso può esser preso per designare quelle situazioni aziendali dove sono state successivamente introdotte tutte o quasi, e in modo dettato più dall’occasione o da sfide ambientali contingenti che da un disegno - e non necessariamente nell’ordine in cui le abbiamo elencate, benché nel farlo si sia qui seguito un certo ordine storico - le suddette innovazioni organizzative. Chiamiamo questa sorta di RGP il RGP diacronico. In secondo luogo troviamo il RGP sincronico», ovvero l’introduzione in una data azienda delle stesse innovazioni in modo sistematico e concentrato nel tempo.

  • 7 Per un esame meno convenzionale della media di queste condizioni esterne si raccomanda la lettura d (...)

29Il RGP diacronico e quello sincronico, l’uno in modo più diluito nel tempo, l’altro in tempi più rapidi, hanno rilevantissimi effetti positivi sulla produttività, e negativi - stante i fattori esterni già ricordati: saturazione dei mercati, possibilità di dislocazione senza limiti della produzione, socio- dumping7 - sui livelli di occupazione. Per tre ragioni:

  1. Permettono il pieno dispiegamento delle potenzialità delle NTIC, in specie nel campo dell’automazione del lavoro d’ufficio come dinnanzi caratterizzata.

  2. Portano ad eliminare con una radicalità e completezza mai viste in passato le sacche di lavoro improduttivo entro un’organizzazione produttiva. L’obbiettivo è quello di saturare il tempo di lavoro di tutti i componenti dell’organizzazione, dirigenti compresi, al 100%, e di ricavare da tale 100% il doppio o il triplo delle prestazioni di prima - pagando molto di più la metà restante degli addetti iniziali che reggerà questa sfida.

    • 8 Cfr. L. Gallino, Informatica e qualità del lavoro, Einaudi, Torino, 1985, 2a ed.

    Infine liberano - in parte sulla base di incentivi materiali e simbolici, in parte perché le azioni di ciascuno sono assoggettate a forme di controllo puntiforme e di verifica dei risultati molto più efficaci che non nei modelli organizzativi tradizionali - un grande potenziale di intelligenza e di partecipazione da parte di tutti i membri dell’organizzazione. Ciascuno tende a diventare, con il RGP, il manager di sé stesso, mentre perdono di senso concetti come mansione, organigramma, gerarchia. Tutto ciò si converte in un forte aumento della produttività complessiva di un’azienda. E questo l’ingrato paradosso della qualità del lavoro: quanto più migliora, soprattutto nei suoi aspetti più complessi (l’autonomia decisionale, il controllo sugli obbiettivi, etc.)8, tanto più contribuisce a ridurre il lavoro necessario per unità di prodotto.

30In sintesi, non è azzardato affermare che negli ultimi 10-15 anni il ridisegno globale diacronico delle organizzazioni produttive è stato, come nei prossimi 10-15 anni sarà quello sincronico, un fattore di eliminazione di posti di lavoro forse più efficace della stessa tecnologia della meccanizzazione e automazione o delle NTIC prese a sé - anche se il RGP non avrebbe potuto essere effettuato, e meno che mai lo sarà nel futuro prossimo, se non fosse stato stimolato e sorretto dalle une come dalle altre.

31Poscritto: ragionare sulle cause recenti della rottura del circolo virtuoso tecnologia/occupazione non significa scartare a priori l’ipotesi che esso si possa ricostituire in un futuro prossimo, anche se quasi certamente su basi tecnologiche, economiche e sociali profondamente diverse. Oltre a tutto, come la tecnologia si evolva nei prossimi vent’anni non è in grado di dirlo con precisione nessun tipo di technological forecasting, o previsione tecnologica, così come nessuno prevedeva appena quindici anni fa che il microprocessore avrebbe cambiato il modo di produrre come quello di comunicare.

32Nemmeno contribuisce di per sé, il ragionamento che si diceva, a individuare le condizioni che potrebbero portare a tale ricostituzione. Dovrebbe però contribuire a rendere più evidenti alcune cose:

  • quanto il problema sia al presente enormemente sottovalutato, tanto in sede di analisi economica, quanto in campo politico e sindacale;

  • come l’analisi degli effetti della tecnologia non possa e non debba venir separata dall’analisi dei modelli organizzativi d’azienda o di stabilimento con cui essa nella realtà si compenetra;

  • infine quanto smisurata si annunci l’impresa di inventare nel prossimo futuro una nuova economia che mentre produce con un quarto o meno degli addetti tutti i beni materiali ed i servizi che al presente appaiono necessari alla totalità della popolazione, sappia contemporaneamente offrire - a fronte delle colossali quantità di lavoro di cui mostrano di avere bisogno come non mai tutte le società moderne - ai tre quarti di popolazione rimanenti altri lavori che per qualità intrinseca e reddito siano anch’essi a misura d’uomo.

33Il che implica che si tratti in larga parte di attività ad alta intensità di tecnologia, perché la tecnologia, dopotutto, migliora effettivamente la qualità del lavoro e della vita - a condizione, s’intende, di essere occupati; attività che però, a codesto fine, debbono risultare al tempo stesso ad alta intensità di lavoro. Di questo tipo intrattabile, ma ineludibile, è l’equazione da risolvere per rilanciare, se mai sarà possibile, il circuito tecnologia/occupazione.

Torna su

Note

1 Cfr. per una vista della dinamica dell’occupazione/disoccupazione in Europa Le dossier dell’emploi 1964-1994, «Les Cahiers de l’Express», genn. 1994.

2 Tutti i dati su popolazione e PIL sono ricavati dai volumi dell’Annuario dell’Istat, dal 1983 al 1993.

3 Cfr., uno per tutti, P. A. Samuelson e W. D. Nordhaus, Economia, Zanichelli, Bologna, 1993, 14s ed. Il passo citato è a p. 634

4 L. Gallino, Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti (1946-1959). Ricerca sui fattori interni di espansione di un’impresa, Giuffré, Milano, 1960, p. 81 sgg.

5 Cfr. Aa.vv., Fiat - Punto e a capo. Problemi e prospettive della fabbrica integrata da Termoli a Melfi, Ediesse, Roma, 1993, p. 26 sgg.

6 Cfr. C. Freeman e L. Soete, Information technology and employment, 1st. Merit, Maastricht, 1993. V. spec. p. 78 sgg.

7 Per un esame meno convenzionale della media di queste condizioni esterne si raccomanda la lettura di I limiti della competitività. Rapporto del Gruppo di Lisbona, CNEL, Roma, 1994.

8 Cfr. L. Gallino, Informatica e qualità del lavoro, Einaudi, Torino, 1985, 2a ed.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luciano Gallino, «Tecnologia/occupazione: la rottura del circolo virtuoso»Quaderni di Sociologia, 7 | 1995, 5-15.

Notizia bibliografica digitale

Luciano Gallino, «Tecnologia/occupazione: la rottura del circolo virtuoso»Quaderni di Sociologia [Online], 7 | 1995, online dal 30 novembre 2015, consultato il 26 mai 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5564; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5564

Torna su

Autore

Luciano Gallino

Dipartimento di Scienze Sociali - Università di Torino

Articoli dello stesso autore

Torna su

Diritti d'autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search