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1Questa sezione monografica propone quattro contributi che interpellano la prospettiva sociologica sui temi della guerra e della pace.

  • 1 Dal titolo del fascicolo 3 del 2022 di «Limes. Rivista italiana di geopolitica».
  • 2 Caracciolo L. (2022), Editoriale. L’ultima parola ai popoli muti, «Limes. Rivista italiana di geop (...)

2Sullo sfondo è la tragica realtà – non più eludibile dopo l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia – della “fine della pace”1. «Trent’anni fa scambiammo la fine della pace per la fine della guerra. Inversione di parole e cose: avendo bollato “guerra fredda” la lunga tregua europea, preferimmo trascurare che crollato un ordine fondato sull’equilibrio del terrore e non avendone negoziato uno nuovo fra vincitori (involontari) e vinti (suicidi), l’instabilità sarebbe stata la cifra del nostro futuro. Altro che Pax Europaea»2.

3Nell’ambito delle scienze sociali, sulla guerra si sono interrogate la prospettiva antropologica, quella storiografica, quella delle relazioni internazionali; gli studi strategici e le analisi di scenario. In campo sociologico, è da tempo consolidato un settore di studi sulle organizzazioni e le pratiche militari, che vanta antesignani non solo nei classici, ma soprattutto nelle ricerche e nelle concettualizzazioni – poi divenute parte del patrimonio teorico della disciplina – dei tanti sociologi che durante la Seconda Guerra Mondiale lavorarono in modo diretto o indiretto per la Difesa statunitense (per una ricostruzione dettagliata dell’impatto della Guerra e della successiva Guerra fredda sulla sociologia, si rinvia al saggio del 2007 di Abbott e Sparrow, Hot war, Cold War: The Structures of Sociological Action, 1940-1955, nel volume Sociology in America: A History, a cura di Craig Calhoun, e al volume Cold War Social Science. Transnational Entanglements, pubblicato nel 2021 a cura di Mark Solovey e Christian Dayè).

4E tuttavia, nel 1985, introducendo il volume The Sociology of War and Peace, Martin Shaw e Colin Creighton rilevavano il rituale esordio, nei contributi sulla guerra, in cui si lamentava la scarsa attenzione della teoria sociologica al tema. Quel volume raccoglieva parte dei lavori presentati a un Congresso della British Sociological Association dedicato a War, Violence and Social Change. Nello stesso anno, usciva il testo di Giddens The Nation State and Violence, che ricostruiva sociologicamente il legame tra violenza, guerra e formazione degli Stati nazionali, storiograficamente accreditato e già centrale anche nella sociologia storica di autori come Charles Tilly e Theda Skocpol.

5La relativa marginalità della guerra come problema sociologico è un topos che ritorna ancora in anni recenti, con la critica al cosiddetto canone e ai classici riconosciuti tali tra i padri fondatori. Per Hans Joas e Wolfgang Knöbl, curatori nel 2013 di War in Social Thought, a tale oblio avrebbero contribuito, oltre che la lunga egemonia del paradigma parsonsiano, anche molte delle teorie degli anni Settanta, Ottanta e Novanta di autori quali Jürgen Habermas, Niklas Luhmann, Pierre Bourdieu e Alain Touraine. Tale responsabilità, secondo Joas e Knöbl, sarebbe tanto più eclatante se si considera quanto la guerra sia stata parte integrante delle loro esperienze biografiche. Quelle stesse esperienze, al contrario, spiegano invece benissimo il loro attivismo teorico e il loro impegno istituzionale durante la Guerra fredda, su uno scenario internazionale in cui la conoscenza sociologica cercava di dare il proprio contributo al disegno delle società e della pace future. Illuminante, su questo, è la ricostruzione di Markus Arnold, nel già citato volume a cura di Mark Solovey e Christian Dayè, del ruolo di questi ed altri sociologi in organizzazioni come il Congress for Future Freedom (finanziato anche dalla CIA), il movimento della New Left e la Mont Pélerin Society.

6Peraltro, facilmente contestabile è anche la tesi che vuole la sociologia classica priva di una trattazione – anche non sistematica – della violenza e della guerra. Il pensiero sociale classico condivide l’universo analitico, epistemologico e persino morale che comprende la guerra e la violenza come meccanismi chiave del cambiamento sociale. È, semmai, la sua reinterpretazione in chiave pacifista che, all’indomani delle due guerre mondiali, ha silenziato questa tradizione teorica.

  • 3 «European Journal of Social Theory», 13, 2, pp. 193-212.

7È quanto sostiene, ad esempio, Siniša Maleševic in How Pacifist Were the Founding Fathers? War and Violence in Classical Sociology (2010)3. I padri fondatori della sociologia non solo trattarono con concetti e modelli complessi i temi della violenza e della guerra, ma in molti casi condivisero una comprensione “marziale” della vita sociale. Così che, per questo studioso della nazione e del nazionalismo, concetti e idee di quei classici avrebbero ancora molto da insegnare, se rivisitati. È quel che lo stesso autore fa nel volume The Sociology of War and Violence (2010), attingendo a Ludwig Gumplowicz, Franz Oppenheimer, Gustav Ratzenhofer, Alexander Rustow, Lester Ward, Albion Small, William McDougall, Franco Savorgnan, a Vilfredo Pareto, Robert Michels e Gaetano Mosca, rivisitando inoltre i contributi di Durkheim e Marx e mostrando la rilevanza della sociologia di Weber per la comprensione delle relazioni tra guerra, forza, potere e modernità.

8Il punto chiave è che, per i classici, la guerra non era un problema sociale. Violenza e guerra erano fenomeni sociali storicamente dati, rispetto ai quali si poneva la questione, sociologicamente fondativa, dell’ordine sociale; su questa si sarebbe innestata, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale con lo sgancio delle bombe atomiche, quella della pace (compresa la pace strutturale, nell’accezione di Johan Galtung) come ordine sociale globale.

9Il conflitto nucleare, le armi biologiche, le armi autonome, la fine dell’equilibrio della guerra fredda e l’instabilità che ne è seguita contribuiscono alla ridefinizione della guerra come problema sociale globale. I testi di Alessandro Cavalli e di Fabrizio Battistelli partono proprio da qui. Quest’ultimo attingendo alla sociologia militare e agli studi sul disarmo, di cui è esponente riconosciuto; il primo, affrontando il tema di una possibile governance futura che recuperi l’utopia kantiana della pace perpetua. Il contributo di Massimo Pendenza torna sul tema dei classici, intervenendo sulla lettura che vuole Durkheim un nazionalista e collegando guerra e pace alle modalità con cui si esercita la sovranità statale; Stefania Tusini argomenta sull’uso del concetto di “follia” come strumento di de-umanizzazione dell’aggressore e di legittimazione della guerra difensiva.

  • 4 Si veda anche il fascicolo n. 70-71 (LX, 2016), Verso la sociologia mondo. La lezione di Luciano G (...)

10Abbondonato un nazionalismo metodologico ormai non più euristicamente adeguato, una sociologia che – come auspicava nel 2007 Luciano Gallino – guardi alla società-mondo4 non può non interrogarsi sull’ordine globale, dimensione costitutiva di qualunque ordine sociale e, quindi, su guerra e pace.

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Note

1 Dal titolo del fascicolo 3 del 2022 di «Limes. Rivista italiana di geopolitica».

2 Caracciolo L. (2022), Editoriale. L’ultima parola ai popoli muti, «Limes. Rivista italiana di geopolitica», 3, pp. 7-32 . Citazione a p. 7.

3 «European Journal of Social Theory», 13, 2, pp. 193-212.

4 Si veda anche il fascicolo n. 70-71 (LX, 2016), Verso la sociologia mondo. La lezione di Luciano Gallino di questa rivista.
La Direzione si assume direttamente la responsabilità della pubblicazione dei saggi di questa sezione monografica, avendoli discussi con gli/le autori/autrici.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Maria Carmela Agodi e Massimo Pendenza, «Presentazione»Quaderni di Sociologia, 90- LXVI | 2022, 5-7.

Notizia bibliografica digitale

Maria Carmela Agodi e Massimo Pendenza, «Presentazione»Quaderni di Sociologia [Online], 90- LXVI | 2022, online dal 01 septembre 2023, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5163; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5163

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Autori

Maria Carmela Agodi

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