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la società contemporanea / Prospettive sociologiche su pace e guerra

Il concetto di follia come strumento di (ri)definizione dell’aggressore

The concept of madness as a tool for (re)defining the aggressor
Stefania Tusini
p. 55-68

Abstract

In this article it is proposed a study on the use of the concept of madness as a political rather than a medical-diagnostic tool. In particular, the aim is to show how the attribution of elements of madness to the aggressor is a pattern that has been repeated many times with the aim of discrediting the opponent’s political reasons and translating them into pathology. To this end, particular historical cases are examined, such as the Mau Mau revolt against the British colonisers and the affair of Ulrike Meinhof, leader of the terrorist group Raf.

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Testo integrale

1. Il concetto di follia come dispositivo politico

1In questo lavoro intendo proporre una riflessione sull’uso del concetto di follia come dispositivo politico per delegittimare un aggressore. A tal fine verranno impiegati gli strumenti dell’analisi concettuale per illustrare come, nel dibattito pubblico, taluni concetti vengano fatti slittare semanticamente verso obiettivi predefiniti e imposti come strumenti di lettura del mondo.

2Da un punto di vista del posizionamento teorico, il saggio può essere letto come un contributo in prospettiva critica ed emancipatoria e si inserisce nel solco tracciato da Foucault e Bourdieu (ai cui studi si accennerà solo di sfuggita per ovvie ragioni di spazio). Il procedimento qui impiegato, infatti, intende mostrare come la facoltà di stabilire il «senso» sia patrimonio di quelle categorie politico-economico-sociali in grado di esercitare un potere simbolico (Bourdieu, 1977) inteso come forma di dominio politico-culturale che, senza apparire come tale, agisce sulle rappresentazioni e sulle azioni degli individui (cfr. anche Han [2016] che impiega il concetto di psicopolitica).

  • 1 Di «bombe intelligenti» si è parlato anche nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Per rendere pi (...)

3Un breve esempio chiarirà l’obiettivo cui si tende: quando nel 1991 gli Stati Uniti guidarono l’operazione militare Desert Storm contro l’Iraq di Saddam H.usayn, la propaganda occidentale dette molto rilievo all’impiego delle cosiddette «bombe intelligenti»1 che, «operando chirurgicamente», sarebbero state in grado di limitare il numero di vittime tra i civili e i danni a obiettivi non militari, rendendo così l’attacco più «tollerabile» per l’opinione pubblica. Ovviamente, tutto ciò si rivelò illusorio. Con il senno di poi e con una dose di maggiore disincanto, avremmo potuto/dovuto capire che «bombe intelligenti» era un ossimoro insostenibile; ma in quel frangente ci credemmo tutti.

4Ciò è accaduto (e continuerà ad accadere) perché, come scrive Foucault, «il potere produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità» (1975; trad. it. 2014, 212). Il contributo del filosofo francese si colloca all’interno di una cornice teorica complessa, relativa all’intreccio tra sapere e potere, da cui derivano i concetti di bio-politica e bio-potere, strumenti imprescindibili per la lettura della contemporaneità. Il potere, in questo senso, è visto come una strategia che «non si limita a reprimere, a limitare l’accesso alla realtà, a impedire la formulazione di un discorso: il potere lavora il corpo, penetra il comportamento, si mescola al desiderio e al piacere, ed è in questo lavoro che bisogna sorprenderlo, e questa analisi, che è difficile, è quella che va fatta» (Foucault, 1994; trad. it. 1997, 175).

5A questo proposito, e aderendo a tale convinzione, più che concentrarmi sulle risultanze emerse dalla ricostruzione storico-genetica del concetto di follia realizzata da Foucault (1972), è mia intenzione presentare evidenze in grado di avvalorare la tesi che esso sia stato impiegato nella storia recente con finalità non diagnostiche ma politiche (intese nel senso più ampio del termine) e, in particolare, di controllo.

6Su questo tema l’apporto di Bourdieu risulta quanto mai rilevante per il lavoro sociologico almeno da due punti di vista: la sottolineatura sulle forme e i fondamenti del potere simbolico, e l’accento sulla postura del ricercatore rispetto alla doxa e al senso comune.

7L’analisi bourdesiana sulla modernità, come è noto, intende mettere in luce i meccanismi di salvaguardia dello status quo resi possibili dall’attivazione di dispositivi simbolici e culturali che non si limitano a descrivere la realtà sociale, ma di fatto la costruiscono (Bourdieu, 1994). Tale costruzione è frutto dell’intreccio tra l’azione arbitraria di strutture che generano narrazioni funzionali e i singoli individui che le interiorizzano e le danno per scontate. «Di tutte le forme di “persuasione occulta” la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose» (Bourdieu, Wacquant, 1992; trad. it. 1992, 129) al quale, inconsapevolmente, ci adattiamo.

8In questo crocevia il compito del sociologo risulta decisivo in quanto chiamato ad un’attività di smascheramento e denaturalizzazione di tali dispositivi, con l’obiettivo di evidenziare i meccanismi che ne garantiscono la continuità nel tempo. Il concetto di violenza simbolica (o cognitiva) definisce propriamente la capacità di nascondere l’arbitrarietà di tali produzioni e pertanto, secondo Bourdieu, su questo è necessario concentrare l’analisi scientifica.

9A tal fine, il sociologo deve fondare criticamente la sua posizione mediante la pratica riflessiva. «Costruire un oggetto scientifico significa innanzitutto rompere col senso comune, cioè con le rappresentazioni condivise da tutti, siano esse semplici luoghi comuni della vita quotidiana o rappresentazioni ufficiali, spesso inscritte nelle istituzioni, e dunque sia nell’oggettività delle organizzazioni sociali che nei cervelli» (ibidem). La riflessività metodologica ed epistemologica proposta da Bourdieu consente al ricercatore di «tirarsi fuori» dal dato per scontato, sfuggendo alle prenozioni della sociologia spontanea, così da realizzare un’analisi in grado di portare alla luce le modalità di produzione e riproduzione dei dispositivi simbolici, in un’ottica emancipante.

10Tale compito di decostruzione rappresenta l’obiettivo principale del lavoro sociologico, che non può che essere contemporaneamente teorico ed empirico: «tutta la mia impresa scientifica è spinta dalla convinzione che non si può afferrare la logica più profonda del mondo sociale che a condizione di immergersi nella particolarità di una realtà empirica, storicamente situata e datata, ma per costruirla “come caso particolare del possibile”» (Bourdieu, 1994; trad. it. 1995, 16).

11Analizzare come il concetto di follia sia stato ripetutamente impiegato da governi occidentali come strumento per screditare una controparte, illustrando alcuni casi storici particolarmente significativi, va proprio in questa direzione, con la consapevolezza che – riaffermiamolo ancora una volta – avere il potere di controllare gli elementi simbolici significa orientare l’opinione pubblica a favore o contro determinate scelte politiche, economiche o militari, o verso singoli eventi o individui.

2. La guerra russo-ucraina e la «follia» di Putin

12Nella fattispecie di questo saggio, la riflessione ha preso avvio analizzando lo scenario della guerra tra Russia e Ucraina e, in particolare, soffermandosi sul sistema di propaganda antirussa.

13La propaganda bellica, come è noto, è particolarmente insidiosa in quanto tutte le parti in causa hanno interesse a far trapelare narrazioni favorevoli e mirate a sostenere la propria posizione. Non si intende, ovviamente, mettere in discussione il fatto che nel caso sotto osservazione ci sia un aggredito e un aggressore, ma è un tema che qui non è centrale e che lascio all’analisi di studiosi più esperti. Piuttosto, ciò che si intende esaminare è come, almeno in una prima fase del conflitto, da più parti si sia tentato di delegittimare il leader russo insinuando sospetti sulla sua salute mentale.

14Dopo l’invasione dell’Ucraina, infatti, Putin è stato definito paranoico e folle da un coro di autorevoli fonti nazionali e internazionali. Come forse si ricorderà, molti mezzi di informazione nazionali hanno proposto titoli come: «Putin, lo Zar folle che si crede onnipotente. Nella sua mente una realtà parallela» («Il Corriere», 27/2/22); «Putin perso nella paranoia che sembra attraversarlo» («La Stampa», 28/2/22); «Siamo alla follia» («Quotidiano nazionale», 3/3/22); «Lo zar Stranamore. La follia di Putin che agita lo spettro dell’atomica. Due anni di autoreclusione causa Covid lo hanno sospinto in un mood paranoico aggressivo» («Il Giornale», 12/3/22); «Freddo, distante, diffidente: l’atteggiamento di Putin potrebbe nascondere una paranoia» («Corriere», 22/3/22). In questo confortati da importanti fonti politiche e giornalistiche internazionali: il Primo Ministro britannico allora in carica, Boris Johnson, affermava che «we have to accept at the moment that Vladimir Putin is possibly thinking illogically about this and doesn’t see the disaster ahead». Condoleezza Rice che, come è noto, è stata Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato negli Usa, e in quella veste ha partecipato a molti incontri con il leader russo, ha raccontato di aver visto «a different Putin who seems erratic and has an ever-deepening delusional rendering of history». L’attuale addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, affermava: «I’m not going to make an assessment of his mental stability. But I will tell you, certainly the rhetoric, the actions, the justification that he is making for his actions are certainly deeply concerning to us». E il «Washington Post» chiosava: «Russian President Vladimir Putin has changed, says a growing chorus of current and former U.S. and allied officials. He’s more isolated, more eccentric, more dangerous and, perhaps most worrisome of all, more desperate, bordering on irrational» (28/2/22).

  • 2 Tra gli argomenti ad hominem trova posto anche la strategia detta «avvelenamento del pozzo» che, p (...)

15Non si intende qui discutere della vera o presunta insanità mentale di Putin. L’obiettivo è piuttosto sollecitare una riflessione sul fatto che l’attribuzione di elementi di follia all’aggressore è uno schema che si è riproposto in occasioni diverse con il fine di screditarne le ragioni e traslarle verso la patologia. Si tratta di una strategia che, nell’ambito della teoria dell’argomentazione, rientra tra gli argumenta ad hominem2, tecniche di discussione molto utilizzate nel dibattito pubblico e che in generale prevedono la critica delle caratteristiche dell’avversario piuttosto che della tesi da questi sostenuta.

16A ciò si aggiunge il fatto che la connotazione del concetto di follia, come è noto, è strettamente legata al contesto culturale di riferimento e la sua definizione dipende dai criteri che di volta in volta, storicamente, hanno determinato i confini della «normalità». Tali caratteristiche ne fanno un concetto sociologico e biopolitico, prima ancora che medico. «La storia della follia è storia di un giudizio – scrive Franco Basaglia – quindi storia della graduale evoluzione dei valori, delle regole, delle credenze, dei sistemi di potere su cui si fonda il gruppo sociale e su cui si iscrivono tutti i fenomeni nel processo di organizzazione della vita associata» (1979, 262).

17In questo senso, senza avventurarci nella complessa disamina delle definizioni possibili, ai nostri fini è sufficiente considerare che, nel corso dei secoli, il termine «follia» ha mutato il suo significato ed è giunto ai giorni nostri con connotazione negativa (Foucault, 1972). Elemento problematico per l’ordine sociale, il folle è infatti generalmente percepito come fuori controllo, dissennato, malato, pericoloso, pazzo, squilibrato, portatore di comportamenti incomprensibili. Questo è il campo semantico del concetto nell’uso comune, ed è precisamente la modalità di impiego che interessa in questa analisi (evidentemente, il medesimo concetto viene invece usato con differente specificazione in ambiti specialistici, in particolare in medicina).

18Di seguito, come detto, saranno esaminate alcune vicende in cui, con il decisivo sostegno della «scienza», l’etichetta di folle è stata attribuita a controparti violente e aggressive con l’obiettivo di squalificarne le ragioni. Prima di entrare in medias res, preme precisare che non è nostra intenzione avallare o giustificare queste ragioni, quali che siano. C’è invece il proposito di portare alla luce una strategia che, a dire il vero, è stata impiegata anche in situazioni in cui le controparti erano vittime (cioè, non aggressori nella specifica situazione che diede luogo all’uso, nei loro confronti, dell’argomento in questione), le cui dichiarazioni rischiavano di destabilizzare un sistema che in questo modo ha tentato di contrattaccare per proteggersi.

19Illustrerò rapidamente due esempi: il caso del rapimento dell’On. Moro da parte delle BR e quello del primo pentito di mafia, Leonardo Vitale. Nel caso dell’On. Moro venne nominato un Comitato di esperti tecnico-politici dal Ministro dell’Interno Cossiga che, esaminando le lettere provenienti dalla prigionia, ne decretò l’instabilità mentale dovuta allo stato di detenzione, quando invece – letti senza pregiudizi – gli scritti di Moro descrivevano lucidamente personaggi e situazioni, colpendo in particolare la DC e i suoi compagni di partito, al fine di provare, lettera dopo lettera, a trovare un compromesso tra lo Stato e i brigatisti per salvarsi la vita (Clementi, 2008). Era la delegittimazione di quella strategia, come impraticabile per lo Stato, che l’argomento della instabilità mentale nei fatti metteva in campo.

20Un altro caso in cui il «folle» era una vittima è relativo al primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, che descrisse a Bruno Contrada (successivamente imputato di collusioni con il sistema mafioso in sede processuale) il funzionamento e l’assetto piramidale di Cosa nostra per come oggi la conosciamo. Vitale, a protezione dell’organizzazione mafiosa, fu dichiarato pazzo e internato in manicomio per circa 15 anni. Rilasciato, venne ucciso da due colpi di lupara (Parlagreco, 1998). Il sistema giudiziario ha dovuto aspettare la confessione di Tommaso Buscetta (che confermò e precisò le dichiarazioni di Vitale), e il coraggio di altri magistrati per entrare in possesso degli elementi necessari a colpire Cosa Nostra.

21In entrambi questi casi i «folli» erano vittime di violenza ma, a causa del ruolo recitato nelle vicende in cui erano implicati, rappresentavano un potenziale pericolo per un sistema (politico in un caso, mafioso nell’altro) che ha reagito a propria salvaguardia, screditando le loro dichiarazioni attraverso l’argomento ad hominem dell’instabilità mentale.

3. La rivolta dei Mau Mau nel Kenya coloniale (1953-56)

  • 3 Per una critica cfr. Fanon (2011).

22Il primo episodio in ordine cronologico che si intende approfondire si inserisce a pieno titolo nel filone della psichiatria coloniale3 che, come è noto, ha prodotto una rappresentazione etnico-razziale delle popolazioni assoggettate tesa a deumanizzarle giustificando così la colonizzazione.

  • 4 L'origine del termine Mau Mau è incerta. Secondo alcune testimonianze, essi non si sono mai defini (...)

23In particolare, in questo caso, si illustrerà come la rivolta dei primi anni ’50 organizzata dal gruppo armato kenyota dei Mau Mau4 contro i coloni inglesi, sia stata interpretata mediante le categorie proprie dell’etnopsichiatria piuttosto che inquadrata in una cornice di rivendicazioni politiche di ordine indipendentista.

24Il Kenya, come è noto, è stato sotto il controllo britannico dalla fine dell’800 fino al 1963. Nel 1920 il già vigente Protettorato venne modificato istituendo una vera e propria colonia che attribuiva la proprietà delle terre e delle risorse alla Corona (con l’eccezione di una esigua zona costiera di proprietà del sultanato di Zanzibar). Le terre più fertili vennero distribuite tra i coloni britannici, sottraendole ai nativi che furono forzosamente trasferiti in zone meno adatte alla sopravvivenza.

25In questo percorso di colonizzazione i britannici incontrarono la resistenza di alcune tribù e in particolare di quella dei Kikuyu (il gruppo etnico più numeroso); questi ultimi, in seguito alle concessioni di terre agli Europei, erano stati espulsi dagli altipiani, tradizionalmente di loro proprietà, e respinti in riserve molto meno fertili. I Kikuyu erano un popolo di agricoltori e il possesso della terra «meant more than food and a house. It was their permanent residence before, during and after life. To fight for land and freedom, Mau Mau was trying to secure their eternal existence» (Wa Wamwere, 2003, 99). Si aggiunga a ciò che, nel tentativo di «civilizzazione» dei nativi, i colonizzatori cercarono di eradicare, vietandole, tutta una serie di pratiche sociali e politiche di importanza cruciale per il funzionamento della società tribale ma giudicate eccessivamente primitive.

26Questo (e molto altro) condusse molte tribù kenyote, con il fondamentale contributo dei Kikuyu data la numerosità e preminenza nel paese, a fondare un gruppo segreto di guerrieri (i Mau Mau) che si ribellarono al colonialismo britannico nel tentativo di riappropriarsi dei propri territori e della propria autonomia.

27A partire dal 1953 i Mau Mau diedero vita ad una rivolta che durò 3 anni, causando migliaia di vittime (soprattutto fra i kenyoti) e che si concluse con la sconfitta dei guerrieri autoctoni, molti dei quali vennero torturati, violentati e internati in campi di rieducazione insieme a migliaia di civili.

28In questo frangente il Governo della colonia commissionò, significativamente, ad un noto psichiatra dell’epoca uno studio sui guerrieri Mau Mau. John Colin Dixon Carothers (nativo del Sudafrica) aveva già lavorato in Kenya in anni precedenti e nel 1953 aveva dato alle stampe, sotto l’egida dell’OMS, un compendio dal titolo The African Mind in Health and Disease che per diversi anni ebbe una grande risonanza a livello internazionale, ma che la stessa OMS provvide a ritirare dalla circolazione nei primi anni ’70 a causa di contenuti davvero imbarazzanti.

29Nel volume (e in scritti precedenti ivi riassemblati) Carothers sosteneva infatti la tesi dell’inferiorità biologica del cervello dell’adulto africano a causa della quale «la logica è distorta, causa ed effetto sono confusi e alla domanda “perché” si risponde sempre in termini magici e animistici che non permettono ulteriori speculazioni […]. La logica, la speculazione e la ricerca delle vere cause sono soppiantate dalla magia e dall’animismo che forniscono risposte e linee d’azione. [Si tratta di individui] privi di spontaneità, previdenza, tenacia, discernimento e umiltà; incapaci di astrazione e logica, dediti alla fantasia e all’immaginazione; in generale instabili, impulsivi, inaffidabili, irresponsabili» (Carothers, 1953, 87). L’autore paragona l’African mind a quella di un bambino o, peggio, di un europeo lobotomizzato, dato lo scarso uso dei lobi frontali che preclude la capacità «di vedere un evento come parte di una totalità, con delle relazioni significative […] causali, funzionali, spaziali, temporali, verbali, sociali, etiche ed estetiche» (Carothers, 1951, 137). La forma patologica che Carothers maggiormente riscontra negli africani è una sorta di ansia furiosa che rende gli individui eccitati, rumorosi, incoerenti, aggressivi, violenti e pericolosi.

30Nominato Commissario speciale nel 1954 dal Governo coloniale britannico, Carothers, come detto, fu incaricato di studiare il profilo psichico dei ribelli Mau Mau così da fornire alle autorità strumenti efficaci di intervento. Nel volume scaturito da questa indagine, The Psychology of Mau Mau, Carothers (1954) – è bene precisarlo fin da subito – non fa mai riferimento al dominio coloniale, né al problema della terra, né al sentimento indipendentista crescente come motivazioni sottostanti la rivolta. Piuttosto le gesta dei Mau Mau vengono lette esclusivamente come patologiche, legate alla forest mentality che, secondo l’autore, li caratterizzava unitamente ad un atteggiamento infantile e irresponsabile, e a comportamenti estremamente violenti.

31L’autore, di fatto, prestò le sue teorie non solo per escludere dal dibattito le motivazioni politiche della rivolta, ma per renderle del tutto ingiustificabili e inconsistenti, fornendo così elementi per la repressione, che fu durissima. «I ribelli dimostrarono una forza e una determinazione tali da costringere le autorità coloniali a dichiarare la legge marziale e a far intervenire l’esercito britannico. Le operazioni contro-insurrezionali in Kenya coinvolsero 10.000 soldati britannici e più di 20.000 irregolari tra poliziotti e coloni. […] la Royal Air Force bombardò a tappeto le foreste che ospitavano i campi dei Mau Mau; la maggior parte della popolazione Kikuyu fu spostata in villaggi sorvegliati dalle home guards. Diverse centinaia di sospetti militanti furono imprigionati in campi dove le dure condizioni, le percosse e le torture erano all’ordine del giorno. Nel corso del conflitto furono impiccati più di mille ribelli e trovarono la morte 20.000 Mau Mau e 100.000 civili Kikuyu» (Kennedy, 2017, 62).

32Carothers, come detto, interpreta tutto questo in chiave meramente psicopatologica, ignorando non solo l’ideologia indipendentista del movimento dei Mau Mau, ma anche la caratura dei suoi leaders, alcuni dei quali con formazione universitaria (tra i quali Jomo Kenyatta, successivamente eletto come primo Presidente del Kenya indipendente), e pertanto molto lontani dalla mentalità primitiva addotta per spiegare la ribellione: «questo movimento sorge dallo sviluppo di una situazione conflittuale e ansiogena in persone che, a partire dal contatto con una cultura straniera, hanno perduto l’appoggio e le influenze vincolanti della loro propria tradizione ma non i loro modi di pensiero magico (Carothers 1954, 15) […] Alcuni sono semplicemente criminali psicopatici […] in generale guidati forze diaboliche e da istinti bestiali» (ivi, 21).

33I Mau Mau, pertanto, avrebbero vissuto un forte disallineamento dovuto alle innovazioni portate dalla colonizzazione che aveva proposto nuovi modelli sociali in un ambiente molto conformista e tradizionalista. Ciò avrebbe sviluppato sentimenti di frustrazione e rivalsa a causa del tentativo fallito di emulare i colonizzatori britannici, e questo avrebbe fatto esplodere il loro rancore. Ciò si sarebbe saldato su un istinto criminale quale espressione di alcuni tratti riscontrati in varie razze africane e definite da Carothers come «dissociazione della personalità».

34In tal modo, la psichiatria fu di fatto arruolata tra gli strumenti del dominio coloniale, diventando strumento dell’azione colonizzatrice e di copertura scientifica delle scelte operate. La totale cancellazione delle ragioni politiche della rivolta dei Mau Mau in nome di motivazioni legate a malattie mentali ha giustificato l’ordine coloniale e l’impresa «civilizzatrice» di popolazioni considerate inferiori e primitive. La rivolta contro i colonizzatori britannici, in questo modo, non vide riconosciuta la propria dignità politica e venne derubricata all’azione di un gruppo di alienati violenti e rancorosi, con tutte le conseguenze del caso.

4. Il caso di Ulrike Meinhof, leader della Raf

35Il medesimo schema di cancellazione delle ragioni politiche e conseguente interpretazione psicopatologica delle azioni dell’aggressore è stato applicato negli anni ’70 in Germania. Si tratta delle vicende che riguardano la Raf (Rote Armee Fraktion), e in particolare la sua leader, Ulrike Meinhof, cofondatrice di uno dei gruppi terroristici di estrema sinistra più noti della turbolenta stagione tra gli anni ’60 e ’80.

36L’organizzazione, inizialmente nota anche come «Banda Baader- Meinhof», si rese responsabile di numerose operazioni terroristiche particolarmente violente, al punto da rappresentare un grave e destabilizzante problema di sicurezza nazionale. Fondata nel 1970 come gruppo di guerriglia urbana in Germania Ovest, la Raf si considerava parte di un più ampio movimento antimperialista, sulla scia dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo e delle rivolte studentesche degli anni Sessanta5.

  • 6 Dopo l’arresto dei suoi leaders la Raf continuò a essere operativa con azioni violente, uccisioni, (...)

37Grazie ad un intenso lavoro investigativo, gli apparati di sicurezza tedeschi riuscirono a neutralizzarne il nucleo storico già a metà del 19726. Alcuni componenti furono uccisi in scontri a fuoco, altri arrestati e chiusi in carceri di massima sicurezza con condizioni di detenzione molto difficili; tra questi ultimi figurava Ulrike Meinhof (Krebs, 1991).

38Meinhof nasce in una famiglia di livello culturale elevato: padre direttore di museo e madre insegnante. Nel periodo in cui frequenta l’Università (intorno alla metà degli anni ’50) si iscrive alla Lega degli studenti socialisti e diviene portavoce del movimento che si batteva contro la corsa al riarmo della Germania post-bellica, voluto da Adenauer, scrivendo articoli in cui avanzava espliciti paragoni con il periodo nazista.

39Nel 1960 diventa redattrice di una rivista molto nota negli ambienti della sinistra tedesca (Konkret). Qualche anno dopo sposa l’editore e conduce una vita agiata e borghese. In quegli anni si iscrive anche al KPD (Partito comunista tedesco) nonostante fosse stato dichiarato fuorilegge dalle autorità. Dalle colonne della rivista, Meinhof proponeva riflessioni sulla conflittualità sociale in Germania, sul movimento contro il riarmo tedesco, fino alla contestazione studentesca e alle proteste contro la guerra in Vietnam, maturando via via opinioni politiche sempre più critiche rispetto allo status quo.

40Meinhof estremizzò progressivamente le sue posizioni e cominciò a opporsi anche alla funzione di mediazione operata dal giornalismo, dimettendosi dalla redazione di Konkret dopo il rifiuto di pubblicare una serie di documenti redatti direttamente dalla Lega degli studenti socialisti sulla condizione sociale nelle scuole tedesche.

41Si trasferisce a Berlino dove lavora con adolescenti detenute in un istituto di correzione femminile, arricchendo sul campo la sua formazione pedagogica universitaria. Matura una critica profonda verso il sistema educativo tedesco, accusato di autoritarismo, che diventa materiale per la sceneggiatura di un film. Sempre in quegli anni, «tra il 1964 e il 1969 scrive 12 documentari radiofonici […]. La sua era una produzione innovativa, stilisticamente pregnante, nonché di grande presa sul pubblico. All’avanguardia» (Grieco, 2010, 138). Proprio delle potenzialità del mezzo radiofonico come strumento di controinformazione avrebbe dovuto trattare il corso assegnatole alla Freie Universität di Berlino per l’a.a. 1969-70.

42In quegli anni le azioni del movimento di protesta extraparlamentare si stavano inasprendo. Gudrun Ensslin e Andreas Baader (futuri componenti della Banda) diedero fuoco ai grandi magazzini Kaufhaus Schneider a Francoforte per contestare l’appoggio della Germania alla guerra in Vietnam. Baader venne arrestato e Meinhof ne organizzò la fuga entrando così, da quel momento, in clandestinità.

  • 7 In un lavoro precedente (Tusini, 2019), a seguito degli attentati di matrice islamista avvenuti in (...)

43Il comunicato scritto da Meinhof per la liberazione di Baader rappresenta il testo fondativo della Raf e posiziona esplicitamente il gruppo all’interno di un movimento internazionale contro l’ingiustizia del capitalismo e dell’imperialismo che faceva riferimento alla dottrina marxista-leninista. «Gli articoli che la Meinhof scrisse da giornalista e i successivi comunicati affidati alla stampa in qualità di portavoce della Raf, evidenziano la progressiva radicalizzazione del suo pensiero7» (Bacherini, 2020, 153).

44Nel 1971, contemporaneamente alle prime rapine di autofinanziamento e alle prime vittime, esce un testo nel quale vengono illustrati e motivati azioni e obiettivi: Das Konzept Stadtguerrilla (Raf, 1971), una sorta di manifesto ideologico dell’organizzazione e, più in generale, della lotta armata rivoluzionaria latamente ispirata ai movimenti latino-americani.

45Il testo, benché firmato dall’intera Raf, viene attribuito a Meinhof che, in merito, ebbe modo di esplicitare il suo pensiero: «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato, se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più» (cit. in Bausano, Quadrelli, a cura di, 2016).

46Sul concetto di guerriglia urbana la stessa Meinhof precisò, inoltre, che si trattava della «connessione tra la lotta di classe nazionale e quella internazionale […] [che] consente di rendere evidenti nelle coscienze degli uomini le condizioni del dominio imperialista. La lotta di classe può progredire solo se l’impegno legale si combina con quello illegale, quando il lavoro politico-propagandistico ha la prospettiva della lotta armata […]. [Questa] mira a distruggere l’apparato statale in punti isolati, a metterlo fuori gioco in alcuni ambiti e a distruggere il mito dell’onnipresenza del sistema e della sua inviolabilità» (cit. in Von Huyn, 1987, 110-111).

47Come detto, nel 1972 i membri del nucleo storico vengono uccisi o arrestati. I prigionieri (tra cui Meinhof) vennero incarcerati nella prigione di Ossendorf (presso Colonia) e nel 1974 trasferiti nella prigione di Stammheim, vicino Stoccarda, dove era stato costruito un padiglione apposito per svolgere il processo. Durante le udienze Meinhof, benché stremata dalle condizioni di detenzione, continuò a rivendicare gli atti di violenza del gruppo come strumenti necessari a condurre una battaglia antimperialista.

  • 8 L’anno successivo vengono trovati morti in carcere anche Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl (...)
  • 9 L’operazione venne realizzata senza alcuna richiesta di consenso alla famiglia e solo nel 2002 Bet (...)

48Nel 1976 Ulrike Meinhof muore in carcere, ufficialmente per suicidio, ma le circostanze del suo decesso non sono mai state chiarite fino in fondo (Rapporto della Commissione internazionale d’inchiesta, 1979)8. Poco dopo la sua morte, il suo cervello venne asportato9 con l’intenzione di studiarlo al fine di rinvenire tracce di patologie mentali. L’autopsia realizzata dal prof. Peiffer rivelò «un danno ai tessuti cerebrali di entità tale da giustificare la presenza di gravi disturbi della personalità» (Grieco, 2010, 237).

49In realtà già nel 1973 si provò a sottoporla in vita ad un’invasiva indagine al cervello nel tentativo di comprendere quanto fossero consapevoli (o patologiche) le scelte operate nel periodo di militanza nella Raf. «La presenza di presunte alterazioni tumorali diagnosticate e asportate nel 1962 avrebbero – secondo il pubblico ministero – potuto condurre a una incapacità di intendere e volere, a una sorta di “alienazione mentale”, […ma in quel frangente] il giudice decise di respingere la richiesta» (https://www.uzak.it/​blog/​ulrikes-brain.html).

50Il cervello di Meinhof venne esaminato nuovamente negli anni successivi da un altro scienziato (prof. Bogerts dell’Istituto di Psichiatria e Medicina Psicosomatica dell’Università di Magdeburgo; 2021) che «riprese la posizione del suo anziano collega [prof. Peiffer] e aggiunse che era possibile riconoscere analogie tra le mutazioni presenti nel cervello di Frau Meinhof e in quello del serial killer Wagner [operativo nei primi decenni del ’900 in Germania]» (Grieco, 2010, 238). Alla BBC dichiarò inoltre che «The slide into terror can be explained by the brain illness» (http://news.bbc.co.uk/​2/​hi/​europe/​2455647.stm).

51L’argomento fu usato per spiegare il fatto, altrimenti (evidentemente) incomprensibile, di come una giovane giornalista di successo con un matrimonio «borghese» alle spalle avesse potuto divenire una feroce terrorista. Meinhof, infatti, come detto, prima di aderire alla lotta armata aveva diretto una rivista di sinistra, teneva conferenze, era stata sposata con un intellettuale di spicco, chiamata ad insegnare all’Università di Berlino e considerata una delle voci chiave della sinistra intellettuale della Germania occidentale. Proprio queste sue caratteristiche rendevano particolarmente indecifrabili le sue decisioni. Perciò, «it seemed more natural to locate the source of her violence in brain deformity than in the political conflicts of postwar Germany» (Kundnani, 2012, 4).

52Il tentativo era propriamente quello di spiegarne le scelte con la presenza di disturbi mentali pur sapendo che Meinhof, come abbondantemente mostrato nella prima parte del paragrafo, aveva redatto personalmente svariati documenti in cui argomentava con dettaglio e passione la sua consapevole e lucida adesione politica alla lotta armata.

53La ricerca di una giustificazione biologica per leggere il dissenso come una forma di patologia o di anormalità non solo non consente una corretta comprensione delle ragioni politiche dei terroristi nella loro reale complessità, ma di fatto le cancella dal panorama interpretativo e le depoliticizza completamente. Se l’adesione al terrorismo di Meinhof viene ricondotta a un semplice effetto di patologie mentali, nessuna rivendicazione politica è accettabile in quanto dettata dalla patologia stessa.

5. Conclusioni

54I confini semantici del concetto di follia, come detto, sono per loro natura indicali e si sono spostati nel tempo assumendo di volta in volta conformazioni differenti. In questo saggio sono stati illustrati alcuni eventi nei quali il concetto è stato impiegato con finalità politiche, piuttosto che medico-diagnostiche, con il fine di squalificare le motivazioni che hanno mosso le azioni di controparti aggressive. Il tutto con il contributo della «scienza» che ha cooperato in maniera determinante a far sì che si potessero trarre simili conclusioni.

55Ritenere che Putin sia folle, o che lo siano stati i Mau Mau, o Ulrike Meinhof, può risultare rassicurante, perché ciò li qualifica come casi isolati; d’altra parte, non consente un’analisi adeguata dei fenomeni e (spesso) la conseguente messa a punto di strumenti di contrasto efficaci.

56Nella fattispecie della guerra russo-ucraina, inoltre, tacciare il leader russo di insanità mentale significa allontanare la possibilità di intavolare una trattativa di pace con un interlocutore che, per definizione, non risulta sufficientemente affidabile.

57Etichettare l’aggressore come folle significa, infatti, non solo delegittimarlo, ma rinunciare a comprenderne le scelte che, in genere (quantomeno nei casi qui trattati), non paiono scaturire da disfunzioni mentali patologiche, ma da convinzioni politicamente motivate, anche se non per questo condivisibili.

58Come sostiene Soldani, studioso di psypolitics, riflettendo su Putin (ma la considerazione mi pare avere una valenza più generale), «focalizzare così tanto l’attenzione su una persona o un suo aspetto ha un effetto decontestualizzante. Ci fa dimenticare la storia, le relazioni di potere, gli interessi costituiti facendoci concentrare su [altri] aspetti» (Il Giornale.it, 2022).

59In generale, quindi, le metafore e le analogie che fanno riferimento a medicina, psicologia, psichiatria o epidemiologia hanno l’effetto di depoliticizzare argomenti e concetti, e orientano il dibattito pubblico verso l’accettazione di un’analisi fuorviante della situazione, eludendo la possibilità di ragionare in termini politici su eventi politici.

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Note

1 Di «bombe intelligenti» si è parlato anche nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Per rendere più accettabili le guerre contemporanee si sono varate altre locuzioni dello stesso tenore come «guerra umanitaria» o «danni collaterali» (per indicare innocenti colpiti durante il conflitto).

2 Tra gli argomenti ad hominem trova posto anche la strategia detta «avvelenamento del pozzo» che, pur sempre centrata sul discredito dell’avversario, viene messa in atto in maniera preventiva, ancora prima che quest’ultimo si pronunci (Beltrani, 2009).

3 Per una critica cfr. Fanon (2011).

4 L'origine del termine Mau Mau è incerta. Secondo alcune testimonianze, essi non si sono mai definiti tali, preferendo invece il titolo militare di Kenya Land and Freedom Army (KLFA; Kanogo, 1992, 23-25).

5 Il sito https://socialhistoryportal.org/raf raccoglie la versione digitalizzata di circa 1.200 documenti originali prodotti dalla e sulla Raf.

6 Dopo l’arresto dei suoi leaders la Raf continuò a essere operativa con azioni violente, uccisioni, rapimenti. Nel corso del 1992 le attività cessarono e nel 1998 il gruppo si sciolse mediante un comunicato ufficiale.

7 In un lavoro precedente (Tusini, 2019), a seguito degli attentati di matrice islamista avvenuti in Europa alcuni anni fa, ho proposto un’analisi del concetto di radicalizzazione impiegato in passato con connotazione positiva, poi scomparso e tornato in auge dopo l’attacco alle Twin Towers con connotazione drasticamente peggiorativa e soprattutto presentato (immotivatamente) come indissolubilmente legato all’opzione terrorista. Nel periodo tra fine ’800 e inizi ’900, infatti, venivano definiti «radicali» i movimenti per l’ampiamento dei diritti politici, civili e sindacali considerati di ispirazione liberale, democratica, progressista. Ad oggi il termine risulta invece collegato ad un campo semantico del tutto opposto rimandando a termini quali antiliberale, fondamentalista, antidemocratico e regressivo.

8 L’anno successivo vengono trovati morti in carcere anche Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Rasper, anch’essi ufficialmente per suicidio.

9 L’operazione venne realizzata senza alcuna richiesta di consenso alla famiglia e solo nel 2002 Bettina Rohl, figlia di Meinhof, otterrà la legittima restituzione del cervello della madre.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Stefania Tusini, «Il concetto di follia come strumento di (ri)definizione dell’aggressore»Quaderni di Sociologia, 90- LXVI | 2022, 55-68.

Notizia bibliografica digitale

Stefania Tusini, «Il concetto di follia come strumento di (ri)definizione dell’aggressore»Quaderni di Sociologia [Online], 90- LXVI | 2022, online dal 01 septembre 2023, consultato il 21 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5100; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5100

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Stefania Tusini

Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Internazionali (SUSI) – Università per Stranieri di Perugia

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