Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri90- LXVIla società contemporanea / Prospe...Stato di guerra e Stato di pace

la società contemporanea / Prospettive sociologiche su pace e guerra

Stato di guerra e Stato di pace

Riflessioni durkheimiane sul legame tra sovranità e volontà
State of war and State of peace. Durkhemian reflections on the link between sovereignty and the will
Massimo Pendenza
p. 41-54

Abstract

The aim of the essay is twofold: first, to show that Durkheim’s engagement with the facts of war had a contingent end in propaganda and that his real objective was eminently scientific, coinciding with the outlawing of the State when it presents itself as ‘disconnected from the social body,’ and for this reason defined as ‘pathological,’ and the concomitant valorization of its opposite, that is, of a State theorized instead as ‘connected with its parts,’ internal and external. The second aim generalizes the reflections of the first to advance the hypothesis of the possible risk of derailment from the groove traced by humanism, the latter understood as an ideality that promotes peace, when State sovereignty draws strength from a will not connected, or not bent, to any will other than that of its own self-referential mania. From this we derive the space for a non-ideological support of humanist ideality – or as Durkheim puts it, of ‘human morality’ – because of the possibility of peace and against that of war, averse to any political realism that puts the nation and its particular interests at the center.

Torna su

Testo integrale

1. Premessa

1Teoricamente disinteressato alla politica, la sociologia di Durkheim non è mai stata tuttavia con essa incompatibile, i cui problemi sono stati da egli affrontati sempre e soltanto per motivi morali. Anche quelli legati alla Prima Guerra Mondiale, evento verso il quale Durkheim non ha fatto mancare il proprio impegno scientifico, civile e morale, ampiamente documentato con dovizie di particolari (Lukes, 1973; Toscano, 1995; Eulriet, 2010; Fournier, 2013). Membro di diverse commissioni di inchiesta e di studio sulle cause e le conseguenze devastanti della guerra, per molti tale impegno altro non sarebbe che la prova del suo fervido attaccamento alla nazione francese e del suo “nazionalismo” – da alcuni considerato estremo (Mitchel, 1931) se non addirittura inneggiante al fascismo (Ranulf, 1939). E i fatti dimostrano indubbiamente che una scelta patriottica fu realmente compiuta da Durkheim e che un certo nazionalismo fu effettivamente esercitato. Gli stessi fatti però non devono essere posti a coincidenza con un’esaltazione del primato della nazione da un punto di vista politico, storico e normativo. Per le ragioni che vedremo, l’orientamento politico di Durkheim non va confuso col suo sapere accademico. Se un certo atteggiamento sciovinista fu da egli assunto durante il periodo bellico, questo non fu in difesa dell’integrità della propria, specifica terra. L’idea di patria da egli promossa non coincideva affatto con la difesa della cultura particolare francese (per quanto elevata a modello universale), ma solo del suo spirito umanistico.

  • 1 Oltre all’edizione originale pubblicata anche in italiano nel 1915 da Librairie Armand Colin per r (...)

2A partire da questo sfondo, l’obiettivo del saggio è duplice. Mostrare innanzitutto che l’impegno di Durkheim nei fatti di guerra ha avuto nella propaganda un fine contingente e che il suo vero obiettivo era eminentemente scientifico, coincidente con la messa al bando dello Stato quando questo si presenta “sconnesso dal corpo sociale”, e perciò da lui definito “patologico”, e la concomitante valorizzazione di uno Stato teorizzato invece come “connesso” con le sue parti, interne ed esterne. Se in La Germania al di sopra di tutto ([1915a] 2022) troviamo descritto il primo tipo, è in Lezioni di sociologia (elaborate a Bordeaux tra il 1898 e il 1900, ma pubblicato postumo nel 1950) che ricaviamo invece una descrizione del secondo, uno Stato sociologicamente caratterizzato e politicamente socialista1. A dimostrazione che una teorizzazione dello Stato da parte di Durkheim ha avuto una prima elaborazione, poi successivamente ripresa e applicata al caso tedesco in occasione dell’evento bellico. Il secondo obiettivo generalizza le riflessioni del primo per avanzare l’ipotesi del possibile rischio di deragliamento dal solco tracciato dall’umanesimo, inteso come idealità che promuove la pace, quando la sovranità statuale trae forza da una volontà non connessa, oppure non piegata, a nessuna altra volontà che quella della propria mania di autoreferenzialità. Da ciò, ricaviamo lo spazio per un sostegno non ideologico all’idealità di stampo umanista – o come afferma Durkheim, della “morale umana” – in ragione della possibilità della pace e contro quella della guerra, avversa ad ogni realismo politico che mette al centro la nazione e i suoi interessi particolari.

2. Agire politicamente per necessità morale

3Quali siano le prove che dimostrano il reale contributo di Durkheim al sostegno dello sforzo bellico e della propaganda del suo paese è facile da ricostruire. Possiamo indicare in quattro i momenti cruciali di tale impegno, che corrispondono anche a quattro domande sul conflitto, poste certo a guisa della propaganda francese contro la Germania, ma anche di una certa risposta oggettiva che Durkheim andava cercando con l’ausilio del suo metodo (Toscano, 1996; 2015) nonché, in ragione di una proposta idealista inneggiante ad una società più giusta (Pendenza, 2015b). Queste domande sono: “Chi ha voluto la guerra?”; “Per quali motivi l’ha voluta?”; “Come resistere e vincere?” e “Quale politica per il futuro della Francia dopo la guerra?”. Alle quattro domande corrispondono altrettanti testi.

  • 2 “Prove – scriveranno gli autori, nel Proemio – scevre da qualunque apprezzamento” (ivi, 5), per le (...)

4Chi ha voluto la guerra? (Durkheim, Denis, 1915) è il primo dei tre volumi a cui Durkheim partecipò in seno al Comité de Publication des études et documents de la guerre – fondato per l’occasione della guerra da Durkheim e da altri illustri colleghi allo scopo di studiare i documenti delle cancellerie di Stato e indagare sulle cause del conflitto. Scritto insieme a Denis, e tradotto immediatamente in lingua italiana, ha come sottotitolo Le origini della guerra secondo i documenti diplomatici, che richiama gli intenti del gruppo di intellettuali del Comité. Il lavoro analizza con dovizie di particolari i cinque libri, ognuno designato con un colore diverso, con i quali gli Stati coinvolti nella guerra si affrettarono a spiegare al pubblico le loro ragioni e ad addossare le responsabilità agli altri. Alla fine, Durkheim e Denis forniranno quelle che per loro sono le prove oggettive delle colpe della Germania2, per quanto entrambi fossero consapevoli dei rischi che si hanno quando si è allo stesso tempo “giudici e parte del dibattito” e quanto importante sia doversi “premunire contro la possibile influenza d’un partito preso nazionale, per quanto rispettabile sia” (ivi, 5). Ovviamente Durkheim e il suo collega erano ben consapevoli del fatto che la guerra, e in generale di tutte le guerre, non avesse una sola causa e che la Prima Guerra Mondiale non fosse un’eccezione. Tuttavia, come si diceva, lo scopo del volume era di indagare le responsabilità del conflitto bellico, e questo obiettivo viene realizzato con la consapevolezza che la guerra è sempre una “volontà umana” e che azioni pacificatrici sono pure messe in atto da taluni Stati. “Perché una guerra scoppi, scrivono infatti gli autori, è necessario che uno Stato lo voglia, ed è lui che ne sopporta la responsabilità” (ivi, 2). In altre parole, e secondo il loro pensiero, la guerra poteva essere evitata se solo vi fossero state adeguate volontà a resisterle. Il campo è allora diviso in due parti: quelli che volevano la pace e hanno tentato in ogni modo di impedirla (Russia, Francia e Gran Bretagna) e quelli che invece non la volevano, perfino mentendo sui loro reali scopi (Austria e Germania). “Una volta stabiliti i fatti” (ivi, 48), però, il responso è inequivocabile: “è lei [la Germania] la gran colpevole” (ivi, 61). È essa la vera responsabile agli occhi dei due autori, e il susseguirsi di quei “È lei che…”, una nuova versione del J’accuse di Émile Zola, è lì a dimostrarlo nelle loro Conclusioni. Durkheim e Denis criticano la Germania e il suo Kaiser Guglielmo ii per aver orientato la crisi verso la guerra, rigettato qualsiasi proposta di pace, e per aver dichiarato la guerra alla Russia. Nulla, dal loro punto di vista, è più chiaro.

5Terminata l’opera sulle responsabilità della guerra, subito Durkheim passa ad indagare il secondo aspetto del problema: il “perché” della guerra. Perché, si chiede, la Germania ha questo spirito bellicoso? Perché ha voluto il conflitto? Da cosa deriva questa sorta di mentalità belligerante? Paradossalmente, conseguirà lo scopo adottando quella stessa metodologia che il collega tedesco, Max Weber, pure impegnato nella guerra ma sul fronte avverso, aveva suggerito nei suoi scritti metodologici. Quello che Durkheim realizzerà è allora la descrizione di un “tipo ideale” di mentalità, con il quale cercherà di capire le ragioni profonde dell’imperialismo tedesco, del pangermanismo e della vocazione di questo paese a soffocare l’autonomia dei cittadini e degli altri Stati. O, come dirà in La Germania al di sopra di tutto, testo nel quale risponderà alla domanda, a porre lo Stato “al di fuori e al di sopra della morale” ([1915] 2022, 92). Di questo testo, ci occuperemo dettagliatamente nel prossimo paragrafo.

  • 3 Ristampato nel 1992 da Armand Colin, con una Prefazione di M. Maffesoli (1992).

6Alla terza domanda, “Come resistere e vincere?”, è dedicata un’opera collettiva. Una raccolta di lettere scritte da vari intellettuali impegnati a sostenere le sorti dell’evento bellico e a cui Durkheim collaborò con intenso sforzo. Il testo – questa volta redatto solo in lingua francese, in quanto rivolto soltanto ai francesi – si intitola Lettres à tous les Français (Durkheim, 1916)3, mentre la lettera di cui daremo risalto e scritta da Durkheim si intitola Patience, effort, confiance. Obiettivo di tutte le lettere è di migliorare il morale dello spirito pubblico dei francesi, quella di Durkheim di diffondere in particolare la fiducia, l’impegno e la pazienza. All’inizio del testo, Durkheim ribadisce la singolarità dell’evento bellico, combattuto non più solo con gli eserciti regolari, e la necessità che tutto il popolo francese assuma la coscienza che la vittoria non arriverà con una singola battaglia ma con la pazienza e la determinazione della resistenza. Ciò di cui bisogna disporre, afferma Durkheim, è di una forza d’animo e di una energia che serva allo scopo. Una risorsa, questa la sua tesi, di cui i francesi, e gli alleati, possono ancora disporre e che invece comincia a scarseggiare tra i tedeschi e gli austriaci. Da qui la sua affermazione repentina: “resistiamo e vinceremo” (ivi, 32). L’obiettivo della lettera di Durkheim, di tutte le lettere, è evidentemente propagandistico e fatalistico. Non mancano tuttavia, sempre secondo il metodo scientifico imposto da Durkheim, il riferimento a dati e a documenti. Come scritto nella premessa del volumetto, non si tratta infatti di lasciarsi andare a sentimenti e a personalismi, ma di ragionare su fatti e cifre. Anche se, bisogna aggiungere, nessun accenno è fatto alle reali condizioni economiche e militari delle forze in campo. Dopotutto, ciò che contava era solo imprimere grande importanza alla morale pubblica. Era questo evidentemente un modo di infondere fede, sicurezza e forza di volontà tra i francesi, nella consapevolezza del ruolo sempre più crescente della pubblica opinione nel generare consenso o dissenso.

  • 4 Sebbene non strettamente connesso come gli altri lavori del Comité, esso testimonia pur sempre l’i (...)

7L’ultimo documento di cui ci occuperemo è un articolo di giornale. Il testo, dato alle stampe molto tardi (Durkheim, [1917] 1999), è dedicato al futuro della Francia dopo che la guerra sarà finita ed è una sintetica disamina di ciò che Durkheim ritiene necessario che i partiti politici facciano per ricostruire il paese distrutto dall’evento bellico4. L’articolo è dell’aprile del 1917, mentre il giornale che lo pubblica è La Dépêche de Toulouse, lo stesso che aveva lanciato l’inchiesta su La Politique de demain e a cui Durkheim, appunto, risponde. L’articolo è breve, ma intenso, e richiama molti dei nodi teorici sviluppati da Durkheim in lavori precedenti. Durkheim deve offrire la sua opinione al quesito posto dal giornale circa la politica da adottare dalla Francia dopo la guerra, e in particolare sulla sua ricostruzione economica. Egli non ha dubbi nel ritenere fondamentale la ricostruzione materiale del paese ma reagisce prontamente al quesito affermando che forse il problema vero non è tanto quello dell’incremento della produzione quanto quello della “riorganizzazione delle attività economiche” (ivi, 8, traduzione nostra), di saintsimoniana memoria e già affrontato specialmente nel suo Il Socialismo ([1928] 1973). Di nuovo c’è che la guerra – afferma – ha acutizzato e reso ancora più urgente il problema della regolamentazione del sistema produttivo ([1917] 1999, 4). Per questo, scrive, “uno dei risultati della guerra sarà far rivivere il senso del sociale (aviver le sens social), renderlo più attivo, fare in modo che i cittadini siano più propensi a unire i loro sforzi e a subordinare i loro interessi a quelli della società, e questo sia nell’ordine economico che in ogni altra forma dell’attività umana” (ivi, 9). Nel testo, poi, Durkheim richiama “il falso antagonismo tra l’individuo e lo Stato” (ibidem), insistendo sulla sua idea che l’organizzazione economica è un veicolo degli interessi sociali e che lo Stato – senza per questo diventare un “assoluto” – gioca un ruolo attivo nell’organizzare l’attività economica. Da questo punto di vista, conclude, la guerra ha solo rinforzato questa tendenza ed espanso il suo ruolo. La guerra ha dato dimostrazione che gli individui possono unire i loro sforzi, il problema sarà solo quello di continuare su questa strada.

3. Sociologia della sovranità statale

  • 5 Il testo rielabora un punto di vista che Durkheim aveva già difeso qualche mese prima in un artico (...)

8Perché la Germania ha voluto il conflitto e da dove gli deriva questo atteggiamento bellicoso? È questa la vera domanda che assilla Durkheim durante la guerra e su cui concentra la propria attenzione di attento studioso delle patologie della modernità. Durkheim risponderà alla domanda giocando innanzitutto sull’ambivalenza contenuta nel motto di quel Paese, Deutschland über alles. Il volumetto, dal titolo evocativo de La Germania al di sopra di tutto ([1915a] 2022), esce contemporaneamente in diverse lingue5, compreso l’italiano, e ha lo scopo di spiegare ad un pubblico internazionale le responsabilità della Germania. Rappresenta il testo più importante dal punto di vista concettuale tra quelli pubblicati sulla guerra. A noi serve soprattutto per rendere conto di ciò che per Durkheim rappresenta la forma “patologica” di sovranità di Stato e del perché sia utile confrontarla con quella da lui ritenuta “normale”, presentata qualche anno prima in maniera compiuta nelle Lezioni di sociologia, dove vengono anche dettagliatamente descritti ciò che egli ritiene debbano essere i compiti dello Stato e perché la sovranità sia così importante per spigare le ragioni della pace e della guerra.

  • 6 Durkheim non è nuovo rispetto a questo metodo. Il ricorso a testi ritenuti esemplari è stato infat (...)

9Durkheim aveva già detto, con Denis, che la Germania è la responsabile di tutto. Ora vuole capirne le ragioni. Secondo la sua opinione, queste sono da rinvenire in una specifica volontà dei tedeschi, che inizialmente viene ricondotta al concetto di mentalité. È ad essa che bisogna riferirsi per comprendere cosa sta alla base della rischiosa avventura militare che questo Paese ha lanciato all’Europa. Per coglierla, Durkheim seleziona e analizza ciò che egli ritiene essere il suo archetipo più rappresentativo, l’opera Politik dello storico berlinese Heinrich von Treitschke ([1897-98] 1918). Compie questa scelta metodologica perché è dell’avviso che essa sia rappresentativa di un tipico assetto di pensiero tedesco.6 Questo autore, e la sua opera, non è dunque scelto in quanto studioso originale, che ha elaborato «nel silenzio del suo studio» un autonomo sistema di pensiero, ma perché rappresentante dell’espressione di una intera collettività ([1915a] 2022, 60). Da questo pensiero, Durkheim ricava poi implicita l’idea che la mentalità tedesca ruoti tutta intorno alla concezione che i tedeschi hanno (che Treitschke ha) dello Stato. Lo si legge chiaramente nelle primissime pagine dell’opera: “Tutto il sistema – scrive – consiste in un certo modo di concepire lo Stato, la sua natura e il suo ruolo” (ivi, 65). Da ciò possiamo dedurre che non è poi tanto la mentalità dei tedeschi ad essere messa sotto accusa, quanto piuttosto una determinata postura assunta dallo Stato tedesco nei confronti di ciò che esso ritiene essere la fonte della sua sovranità. Una postura da cui, dirà Durkheim, origina un certo tipo di volontà definibile come morbosa o ipertrofica e che rappresenta per lui uno dei fattori fondamentali e costanti delle ragioni della guerra, di tutte le guerre.

  • 7 Durkheim inserisce questo motto in epigrafe del suo volumetto.

10Nel parlare di sovranità, Durkheim ricorda innanzitutto che si tratta di un attributo peculiare dello Stato, e che sovrano significa “fonte di tutti i poteri giuridici a cui i cittadini sono soggetti e che lui stesso [lo Stato] non riconosce nessun altro potere dello stesso genere che gli sia superiore e da cui dipenda” (ibidem). Il problema con i tedeschi, questa è la tesi di Durkheim, giace nel fatto che questa sovranità è concepita come autarkès, autarchica, indipendente da tutto e da tutti, al di sopra delle leggi internazionali, della morale e della società civile, affrancata da ogni limite e da ogni riserva. Qualcosa che fa dire a Durkheim che per i tedeschi essa è addirittura emanazione di una volontà “assoluta”. Qualcosa per cui “non vi è nulla al di sopra”, costituita da pura “potenza” (der Staat ist Macht)7” (ivi, 66, 71 e 84) e spinta solo dall’interesse a ottenere ciò che si vuole. Da questa analisi, Durkheim ne ricava l’idea di un prototipo di Stato che rivendica per sé una pretesa posizione di superiorità e di distacco nei confronti di tutti e di tutto. Dove per “tutti” dobbiamo intendere sia gli altri Stati che i membri del proprio corpo sociale, i cittadini, e per “tutto” l’intenzione a non sottomettersi a nessuna pretesa di autorità morale che non sia quella del proprio interesse. L’esito è uno Stato che assoggetta totalmente gli individui e che non riconosce interlocutori oltre sé stesso. Si tratta di una posizione, come sottolinea Karsenti (2022, 10), in cui la volontà sembra smarrirsi in un’ipostasi, o, come tenderà poi a semplificare Durkheim, di una rappresentazione esemplare dello sviluppo della mentalità tedesca, in cui “un’ipertrofia morbosa della volontà” si esprime come “una sorta di sforzo di elevarsi ‘al di là di tutte le forze umane’, per dominarle, per esercitare su esse una sovranità piena e assoluta” ([1915a] 2022, 131 e 132). Ed ecco perché, conclude Durkheim, è nell’interesse non solo della Francia ma di tutte le forze civilizzatrici più ampie di opporsi all’espansione di un Paese che si è allontanato dalla “grande famiglia dei popoli civili” (ivi, 58).

  • 8 Allo “Stato”, Durkheim (1959) dedica anche un breve scritto.
  • 9 Si tratta di questioni che Durkheim aveva già affrontato ne La divisione del lavoro sociale – dove (...)
  • 10 Ne l’Educazione morale ([1925], 19772, 552) ciò verrà indicato con la nozione di “patriottismo spi (...)

11Se questa appena descritta è la forma “patologica” di Stato, di un organismo sconnesso con gli organismi internazionali e con il proprio corpo sociale, e di cui la guerra è espressione massima della volontà di potenza, qual è allora la forma “normale”, quella – per intenderci – in cui la connessione è presente, la sottomissione al diritto internazionale è accettata, ci si lega al proprio corpo sociale e la pace ne è espressione? Questa forma è ampiamente descritta in Lezioni di sociologia ([1950] 2016), testo nel quale Durkheim disegna una vera e propria teoria sociologica dello Stato (inteso nella sua funzione di governo) e in cui si innalza forte il suo spirito umanistico, più che quello universalista.8 In La Germania al di sopra di tutto aveva detto che quando uno Stato è messo sopra la morale “non ha nulla di umano” ([1915a] 2022, 83); nelle Lezioni di sociologia, l’umanesimo emerge invece quando, dovendo esprimersi nei confronti della gerarchia tra sentimenti verso la propria nazione e verso l’umanità, Durkheim li riterrà “ugualmente elevati” e li immaginerà con-fusi l’uno con l’altro9. In tal modo, afferma, non solo “sparirebbe ogni contraddizione fra la morale nazionale e la morale umana”, ma accade anche che “il patriottismo tende a diventare una piccola parte del cosmopolitismo” ([1950] 2016, 156).10 Nell’ottica durkheimiana si tratta di una religione dell’umanità che non si fonde con lo Stato, né con la nazione. Una religione che Durkheim sosteneva proprio attraverso l’impegno nei confronti della guerra e della Francia e perché ciò gli sembrava il modo migliore per difendere quelle istituzioni e quei principi morali sostenuti allora dalla repubblica francese, sorta sulle ceneri della rivoluzione borghese.

12Entrando nel merito dell’analisi sociologica dello Stato, c’è da dire che per Durkheim quest’ultimo non coincide con un evento pattizio astratto come vuole la tradizione liberale, quanto piuttosto con l’esito di un riconoscimento reciproco tra gruppi sociali, possibile grazie alla costituzione volontaria di confini porosi che ne limitano l’autonomia al fine di realizzare un orizzonte comune dalla più ampia totalità (Callegaro, Marcucci, 2018). Concettualmente, lo Stato è definito come un’autorità costituita ed esercitata all’interno di una società differenziata e pluralista, svolta da un gruppo distinto di funzionari che pensa al maggior grado di coscienza a come dirigere la collettività ([1950], 2016, 130 e ss.). Cosa che è un bene, sottolinea Durkheim, in quanto esito di una coscienza che cresce insieme alla differenziazione sociale, la quale va a sua volta gestita. Compito dello Stato è pertanto governare, dopo aver pensato riflessivamente – al livello più alto con cui una società politica pensa sé stessa – attraverso rappresentazioni del tutto particolari, dirigendo di conseguenza la condotta collettiva, da cui è anche influenzato. Durkheim non ritiene lo Stato un mero spettatore della vita sociale, ma “l’organo stesso del pensiero sociale” (ivi, 133), e, proprio per questo, specializzato. Il suo compito è elaborare rappresentazioni e norme provenienti dal corpo sociale affinché la differenziazione prosegua in maniera regolata. Deve però valorizzare anche la natura morale dell’individuo, risultato di uno sviluppo delle società più evolute e da Durkheim ritenuto ormai il soggetto della nuova religione civile della società. Deve farlo sostenendone e promuovendone il culto. “È [l’individuo] che deve servire da punto di riferimento sia alla condotta pubblica che a quella privata” (ivi, 138), scrive Durkheim. Lo Stato deve cioè servire il positivo sostegno della libertà individuale. Anche per questo, sottolinea, “più lo Stato è forte, più l’individuo è rispettato” (ivi, 139).

13Nel complesso, Durkheim pensa sociologicamente lo Stato come ad un organo che deve servire il pluralismo e l’individualità. Uno che deve sostenere allo stesso tempo la convivenza pacifica delle parti in coesistenza nella società e liberare l’individuo dalle costrizioni e sopraffazioni offrendogli ciò che ormai egli va cercando, spazi di libertà e di giustizia sociale. Questa è la sua funzione principale (o, “interna” come tenderà a dire), che oggi tradotto significa salvaguardia dei diritti personali e sociali dell’individuo. Ci resta ora da vedere cosa tutto ciò significa, e perché la forma “normale” e quella “patologica” di Stato hanno a che fare con la guerra e la pace. Temi che affronteremo nel paragrafo successivo.

4. Sul legame profondo tra sovranità statale e volontà di guerra e di pace

14Allo Stato definito “patologico” descritto nelle pagine dedicate alla Germania, Durkheim contrappone dunque un tipo di statualità “normale”, disegnato sociologicamente qualche anno prima, e che più si avvicina – secondo lui – ad una giustificazione valida della sovranità. Una forma di Stato per la quale la sovranità non si dà autonomamente ma costruita attraverso un rapporto dinamico tra autorità, corpo sociale e parti esterne allo Stato. Messe a confronto, la questione principale tra le due forme risiede proprio nella diversa fonte della sovranità, da cui scaturisce anche una differente volontà nei confronti della guerra e della pace. I due punti sono ovviamente legati: vittima di una patologia della volontà in quanto manifestazione deformata dell’autentica sovranità dello Stato, il caso della Germania bellica, espressione di una volontà “normale” in quanto esito di una autorità in connessione legittima con organismi esterni di coordinamento e soprattutto con ogni forma di vita sociale concreta sviluppata al suo interno mediante la circolarità della deliberazione, lo Stato sociologicamente teorizzato da Durkheim. Uno Stato che potremmo anche definire “morale”, se utilizziamo una terminologia durkheimiana, in quanto suoi obiettivi sono lo sviluppo morale dell’individuo e il governo della pluralità. Se nel caso della Germania belligerante ci troviamo di fronte alla descrizione di uno Stato sovradeterminato da sé stesso, dalla sua stessa volontà di potenza, in quello in cui Durkheim palesa una sociologia critica dello Stato, quest’ultimo è invece determinato da un processo comune e deliberativo, emanazione delle decisioni provenienti dal proprio corpo sociale e in rispetto delle leggi internazionali.

15Con riferimento al tema che qui si sta affrontando, il punto da sottolineare è che, di fronte ad uno scollegamento tra autorità e corpo sociale, la guerra è immaginata da Durkheim come un evento possibile, se non addirittura prevedibile, in quanto pratica costitutiva di uno Stato che la usa come mezzo per confermare un’ipertrofica volontà e un’autoimposta autarchia. Non una “mentalità” bellicosa – fatta da spiriti guerrafondai e pulsioni profonde da attribuire a qualcuno o a tutto un popolo – è dunque la responsabile della guerra; lo è piuttosto – nella tesi durkheimiana – ciò che di questa mentalità rappresenta la fonte. Nel caso specifico, la sovranità, quando non dipendente da nient’altro che dall’affermazione e dall’assolutizzazione della propria volontà di potenza. Una sovranità lontana dall’accettare l’obbligazione prodotta dalla legge o dal contratto, le uniche due forme di sottomissione che la modernità conosce, ma propensa a riconoscere solo quella che ammette come esclusivo impegno l’essere grandi, e di fronte al quale ogni altro dovere viene inesorabilmente meno. Semplificando, ma non troppo, possiamo dire che per Durkheim “sovranità” e “guerra” rappresentino un binomio inscindibile, soprattutto nella misura in cui la seconda è diretta e inevitabile conseguenza della prima. Niente pulsioni aggressive, dunque, ma è in un certo modo di articolare “diritto” e “politica” che va ricercata la causa della guerra, e della pace, secondo Durkheim. Così che, annidata in questa analisi, ritroviamo tutta la forza euristica di una lettura che ci fa comprendere perché in un caso la guerra è un tipo di azione pertinente mentre nell’altro lo è la pace, una in cui il criterio definitorio è ricadente interamente nella capacità dello Stato di produrre rappresentazioni, elaborare norme e sottomettersi ad organizzazioni sovranazionali grazie alla cessione della sovranità (o al limite di una sua quota). Uno Stato che non esclude la guerra se sente minacciata l’opera che sta portando a compimento, ma che certo non la eleva a pietra d’angolo del suo diritto. E se proprio gli si dovesse attribuire un diritto proprio, afferma Karsenti (2022, 37), questo sarebbe dal lato di un’esigenza normativa socialmente formulata, affinché ciò renda possibile ad una società conoscere non solo ciò che può volere, ma anche ciò che deve volere.

16L’argomento fin qui trattato ne comprende tuttavia anche un altro, caro a Durkheim, e ad esso strettamente legato. Ci riferiamo soprattutto alla sua presa di posizione nei confronti delle categorie politiche del moderno elaborate dal pensiero liberale (Callegaro, Marcucci, 2016). Elementi emersi in diversi punti della lunga produzione di studioso della società moderna in formazione, ma che è ora d’obbligo fare emergere perché avversi all’idea – vecchia e sbagliata – di un Durkheim tradizionalista e conservatore (Pendenza, 2017). Ne La divisione del lavoro sociale ([1893/19022] 19894), ad esempio, la critica all’istituto liberale del “contratto” ruota tutta attorno alla stabilità di quest’ultimo e all’importanza degli elementi pre-contrattuali. Nel saggio su L’individualismo e gli intellettuali ([1898] 1972) ad essere preso di mira è invece l’individualismo di stampo economico e dove emerge chiara la mutata e matura consapevolezza dell’importanza euristica dell’individualismo morale per le società moderne, affermando, contestualmente, che è la società organizzata a renderne possibile l’emersione. Nei testi di questo saggio è invece l’elaborazione pattizia dello Stato ad essere messa sotto accusa da Durkheim. Quest’ultimo è sempre stato dell’avviso che è la società a realizzare l’autonomia dell’individuo, ma anche che ciò deve avvenire attraverso il ruolo di autorità sociale promosso dallo Stato. L’unico a dare concretezza alle aspirazioni della coscienza comune di un ordine fondato sul culto dell’individuo trasformato in diritti. Purché tale ruolo – lo ripeterà più volte – venga svolto con un potere a sua volta limitato da quello delle organizzazioni intermedie, posto tra lo Stato e l’individuo, affinché nessuno, quando lasciato da solo, abbia la meglio sull’altro ai fini dell’emancipazione individuale. Rispetto al pensiero liberale c’è inoltre di nuovo il modo in cui Durkheim crede sia possibile realizzare i diritti soggettivi e la libertà degli individui. Non con uno Stato che li difenda dalle ingerenze che arrivano dai vincoli sociali o da qualche limitazione burocratica o autoritaria, ma da uno che difende l’individuo non considerandolo astrattamente, ma come “persona sociale”, non come portatore di interesse, almeno non solo, ma di diritti sempre in costante cambiamento (Pendenza, 2022). Vero vettore delle aspirazioni sociali ed espressione di una sempre più diffusa richiesta di giustizia sociale. Questo spiega anche perché, per Durkheim, il compito dello Stato gli apparisse interminabile, “illimitato” ([1950] 2016, 150). Una volta prese in considerazione le condizioni storico-sociali che consentono di pensare all’individuo come ad una persona umana, il suo compito non può infatti essere limitato al raggiungimento di un ideale definito, apparentemente dato in una serie di diritti naturali. Piuttosto, questo compito dovrebbe esprimersi nel consolidare i sentimenti di giustizia in continua evoluzione che permeano le società. Almeno fino a quando continua il processo di auto-trasformazione (Callegaro, Marcucci, 2018, 8; Marcucci, 2022). E, tra questi sentimenti, non c’è quello di fare la guerra, come già Kant ([1795] 2006) due secoli prima aveva ben illustrato.

5. Osservazioni conclusive

17L’impressione che si ricava leggendo il testo sulla Germania – soprattutto nella parte finale – è che Durkheim, più che parlare ai contemporanei stesse piuttosto riferendosi ai posteri, e non tanto di ciò che stava allora accadendo quanto piuttosto di ciò che sarebbe potuto ancora accadere. Le sue riflessioni sulla guerra sembrano cioè più un monito su come regolare il rapporto tra autorità statale e volontà che non una diagnosi del tempo. Anche per questo sosteniamo la tesi che esso sia qualcosa di innegabilmente di più di un volumetto di mera propaganda, per quanto ciò non debba essere del tutto escluso. Dal testo emerge un pensiero su una patologia che può colpire in ogni momento lo Stato, quando quest’ultimo pensa sé stesso come possessore di una volontà assoluta e il cui atteggiamento di sottomissione non si applica a niente e a nessuno, fuorché nei propri riguardi. Uno Stato che sottomette e asservisce ogni legge e ogni singolo individuo al fatto che tutto gli debba essere subordinato, non ammettendo altro interlocutore che sé stesso. Vi si riconoscono in questa forma di Stato certamente quelli totalitari, la cui autorità è riconosciuta come ad esclusiva proprietà del leader o del capo, e dove non è raro che si governi con la forza e col terrore. Eppure, non si può escludere che molti organismi della modernità democratica di oggi non possano essere ricondotti a questa forma patologica di governo. Quando, ad esempio, eletti a suffragio, si dimenticano di essere collegati al proprio corpo sociale elettivo, che li sorregge e li legittima. Organismi sovrani per le competenze loro attribuite – Stati, Regioni, Comuni, o altre autorità pubbliche – che governano senza sentire il dovere di porre a discussione pubblica nei rispettivi organi di dibattito (Parlamento, Consulte, Referendum) questioni di ordine collettivo. Magari giustificandolo con lo stato di emergenza o con la necessità di far fronte alla crescente complessità sociale.

18Ma le note durkheimiane ci spingono anche oltre. Ci invitano ad esempio a rimettere al centro della nostra analisi il ruolo dello Stato, e a farlo soprattutto sociologicamente. Lo Stato non è scomparso, non è diventato il guardiano del mercato, come voleva il pensiero anarco-liberale, ma si è trasformato in un ente regolatore potente (La Spina, Majone, 2000). Ma di quali regole, dovremmo però chiederci? Soprattutto, ci sembra, quelle atte a promuovere la “competizione” tra chiunque in ogni campo (tra individui, territori, enti), come recita ad esempio l’art. 3.3 del Trattato dell’Unione europea, nel quale si afferma che l’Europa deve fondarsi “su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” (corsivo nostro). La teoria dello Stato di Durkheim ci esorta però a criticare queste pratiche, veicolate ad esempio dall’ordoliberalismo tedesco. Pur esaltando, come fa quest’ultimo, la funzione regolatrice dello Stato, la indirizza viceversa verso atti di deliberazione di norme socialmente formulate e in rispetto della dignità umana, piuttosto che del mercato (Pendenza, 2021). Allo stesso tempo, ci offre uno sguardo diverso sulla crisi delle democrazie rappresentative oggi, evidenziando come il fallimento della concezione liberale e individualista del diritto sia tutto in una rappresentazione dello Stato ridotta a semplice eco dei disparati interessi della società civile e nell’incarnare un fine superiore non sottoposto ad esame. Indizio di un nuovo dispotismo. Fondamentale è invece ripensare al più presto un sistema di mediazioni fra la società e lo Stato che possa conferire alle democrazie moderne la solidità di cui esse hanno bisogno.

19Infine, le riflessioni durkheimiane su guerra e pace ci riconsegnano intatta la forza derivante dal patrimonio culturale dell’umanesimo, per perseguire pratiche moralmente orientate nell’ambito delle politiche concernenti le relazioni internazionali. Ciò potrebbe aiutarci ad abbandonare la prospettiva “realista” nelle sue forme più estreme, mitigarla mettendo a valore il “genere umano” e le sue vulnerabilità. In questa direzione va ad esempio la nozione di “potenza normativa” che Ian Manners (2002; 2006) attribuisce all’Unione europea, auspicandone il rafforzamento. Prima di lui, altri avevano impiegato locuzioni diverse – “potenza civile”, “potenza gentile”, e oggi “soft power” – ma per dire sostanzialmente la stessa cosa. Noi, proprio sulla scia di Durkheim, preferiamo parlare di “cosmopolitismo normativo” (Pendenza, 2022a). Per tutte, ciò che contraddistingue l’azione dell’Unione europea nei confronti del resto del mondo, e anche al suo interno, non è la potenza militare o economica, senza tuttavia escluderle, ma la promozione dei diritti fondamentali civili, politici ed economici. Proprio ciò a cui guardava Durkheim quando affermava che “le società possono investire il loro amor proprio non per essere le più grandi o le più agiate, ma per essere le più giuste, le meglio organizzate, per avere la migliore costituzione morale. Senza dubbio, non siamo ancora giunti al tempo in cui questo patriottismo potrà regnare in assoluto, supposto che tale momento possa mai arrivare” ([1950] 2016, 156).

Torna su

Bibliografia

Callegaro F., Marcucci N. (2016), Dalla Fisica dei costumi alla Morale. La costruzione di una nuova scienza politica, in Durkheim É., Lezioni di sociologia, pp. 7-80.

Callegaro F., Marcucci N. (2018), Europe as a Political Society: Emile Durkheim, the Federalist Principle and the Ideal of a Cosmopolitan Justice, «Constellations», 25, 4, pp. 1-14.

Durkheim É. (1893/19022), De la division du travail social, Paris, Alcan; trad. it. La divisione del lavoro sociale, Milano, Edizioni di Comunità, 19894.

Durkheim É. (1898), L’individualisme et les intellectuels, «Revue Bleue», series iv, x, pp. 7-13; trad. it. L’individualismo e gli intellettuali, in Id., La scienza sociale e l’azione, Milano, il Saggiatore, 1972, pp. 281-298.

Durkheim É. (1912), Les formes élémentaires de la vie religieuse. Le système totémique en Australie, Paris, Puf; trad. it. Le forme elementari della vita religiosa. Il sistema totemico in Australia, Roma, Meltemi, 2005.

Durkheim É. (1915a), La Germania al di sopra di tutto, Bologna, Marietti 1820, 2022.

Durkheim É. (1915b), French Rebut Germany’s Bad Faith Accusations, «New York Tribune», 18 aprile.

Durkheim É. (1916), Patience, effort, confiance, in Durkheim É., Lavisse E., «Lettres à tous les Français, Les forces françaises», 11.

Durkheim É. (1917/1999), La Politique de demain, «La Dépêche de Toulouse», 17 avril 1917 (riprodotto e presentato da J. Mergy in Durkheimian Studies, 1999, 5, pp. 1-12).

Durkheim É. (1925), L’éducation morale, Alcan, Paris; trad. it. L’educazione morale, Torino, Utet, 19772.

Durkheim É. (1928), Le Socialisme, Alcan, Paris; trad. it. Il Socialismo, Milano, FrancoAngeli, 1973.

Durkheim É. (1950), Leçons de sociologie. Physique des moeurs et du droit, Paris, Presses Universitaires de France; trad. it. Lezioni di sociologia. Per una società politica giusta, Salerno-Napoli, Orthotes, 2016.

Durkheim É. (1958), L’État, «Revue Philosophique», 148, pp. 433-437.

Durkheim É., Denis E. (1915) Chi ha voluto la guerra?, Paris, Armand Colin.

Eulriet I. (2010), Durkheim and the Approaches to the study of War, «Durkheimian Studies», 16, pp. 59-76.

Fournier M. (2013), Émile Durkheim. A Biography, Cambridge, Polity Press.

Kant I. (1795), Per la pace perpetua. Progetto filosofico, trad. it. Milano, Feltrinelli, 2006.

Karsenti B. (2022), Durkheim e la Germania. Commento dal vivo, in Durkheim É., La Germania al di sopra di tutto, pp. 5-54.

La Spina A., Majone G. (2000), Lo Stato regolatore, Bologna, il Mulino.

Lukes S. (1973), Émile Durkheim. His Life and Work, London, Allen Lane, The Penguin Press.

Marcucci N. (2022), Justice as Institution Solidarity and the Obligation of Modern Societies According to Durkheim, in Fitzi G. (ed.), The Anthem Companion to Èmile Durkheim, London, New York, Melbourne, Delhi, Anthem Press, pp. 155-176.

Manners I. (2002), Normative Europe power: A contradiction in Terms?, «Journal of Common Market Studies», 40, 2, pp. 235-258.

Manners I. (2006), Normative power Europe reconsidered: beyond the crossroads, «Journal of European Public Policy», 13, 2, pp. 182-199.

Mitchell M.M. (1931), Émile Durkheim and the Philosophy of Nationalism, «Political Science Quarterly», 46, 1, pp. 87-106.

Pendenza M. (2014), ‘Merging the National with the Human Ideal’. Emile Durkheim on Nationalism and Cosmopolitanism”, in Id. (ed.), Classical Sociology beyond Methodological Nationalism, Leiden e Boston, Brill, pp. 155-181.

Pendenza M. (2015a), Sul patriottismo cosmopolita di Émile Durkheim, in Pendenza M., Inglis D. (a cura di), Durkheim cosmopolita, Perugia, Morlacchi.

Pendenza M. (2015b), Durkheim e la guerra. Stato nazionale e universalismo morale, in Pacelli D. (a cura di), Le guerre e i sociologi. Dal primo conflitto totale alle crisi contemporanee, Milano, FrancoAngeli, pp. 71-84.

Pendenza M. (2017), Canone inverso. L’eredità liberal-progressista di Émile Durkheim, «SocietàMutamentoPolitica», 8, 16, pp. 17-34.

Pendenza M. (2021), Ripartire dalla società. Visioni sociologiche sulla crisi dell’Europa, in Giannone D., Cozzolino A. (a cura di), Fratture nell’Unione. L’Europa dentro le crisi del xxi secolo, Milano, Mimesis, pp. 39-56.

Pendenza M. (2022a), La solidarietà europea alla prova delle crisi. Le alterne vicende del cosmopolitismo normativo europeo, «Rivista trimestrale di Scienza dell’Amministrazione», 3, pp. 1-23.

Pendenza M. (2022b), Quale libertà per la democrazia?, in Millefiorini A. (a cura di), Democrazie in movimento Contributi a una teoria sociale della democrazia, Milano, Mimesis, pp. 127-145.

Ranulf S. (1939), Scholarly Forerunners of Fascism, «Ethics», 50, 1, pp. 16-34.

Toscano M.A. (1996), Trittico sulla Guerra. Durkheim, Weber, Pareto, Roma-Bari, Laterza.

Toscano M.A. (2015), Introduzione. Durkheim sulla guerra. Tra scienza ed etica, in Durkheim É., La Germania al di sopra di tutto, Torino, Nino Aragno Editore.

Treitschke H. von (1897-98), Politik, Vorlesungen an Der Universität zu Berlin, Lipsia, voll. 2; trad. it. La Politica, voll. 4, Roma-Bari, Laterza, 1918.

Torna su

Note

1 Oltre all’edizione originale pubblicata anche in italiano nel 1915 da Librairie Armand Colin per ragioni di propaganda di guerra, de La Germania al di sopra di tutto esistono tre edizioni nel nostro Paese. La prima è stata curata da Mario Proto (2004), per Lacaita Editore, la seconda da Mario Aldo Toscano (2015), per Nino Aragno Editore, e la terza da Bruno Karsenti (2022), per Marietti 1820. Le citazioni verranno tratte da questa ultima edizione. Anche di Lezioni di sociologia esistono due edizioni italiane, una del 1978, pubblicata da Etas Kompass, e l’altra del 2016, curata da F. Callegaro e N. Marcucci ed uscita per i tipi di Orthotes. È da questa edizione che verranno tratte le citazioni riportate nel saggio.

2 “Prove – scriveranno gli autori, nel Proemio – scevre da qualunque apprezzamento” (ivi, 5), per legittimarne l’oggettività fondata, come vuole Durkheim con il suo metodo, sullo scarto delle prenozioni.

3 Ristampato nel 1992 da Armand Colin, con una Prefazione di M. Maffesoli (1992).

4 Sebbene non strettamente connesso come gli altri lavori del Comité, esso testimonia pur sempre l’impegno di Durkheim per le sorti della Francia per quando la guerra sarà terminata.

5 Il testo rielabora un punto di vista che Durkheim aveva già difeso qualche mese prima in un articolo per il «New York Tribune», dal titolo French Rebut Germany’s Bad Faith Accusation (1915b, riprodotto nel 1997).

6 Durkheim non è nuovo rispetto a questo metodo. Il ricorso a testi ritenuti esemplari è stato infatti da lui utilizzato anche nel caso di Spencer W.B., Gillen F.J., The Native Tribes of Central Australia, per ciò che concerne il sistema di vita delle tribù australiane protagoniste, de Le forme elementari della vita religiosa. Il sistema totemico in Australia ([1912] 2005).

7 Durkheim inserisce questo motto in epigrafe del suo volumetto.

8 Allo “Stato”, Durkheim (1959) dedica anche un breve scritto.

9 Si tratta di questioni che Durkheim aveva già affrontato ne La divisione del lavoro sociale – dove scriveva: “Da lungo tempo gli uomini accarezzano il sogno di giungere infine a realizzare nei fatti l’ideale della fraternità umana” ([1893, 19022] 19894, 395) – e comunque sempre sviluppate nella convinzione che guerra e idea di conquista territoriale fossero destinati a scomparire nel tempo e che lo Stato si sarebbe glorificato con l’espansione della giustizia sociale.

10 Ne l’Educazione morale ([1925], 19772, 552) ciò verrà indicato con la nozione di “patriottismo spiritualizzato”. Su questo punto, mi permetto di rinviare a Pendenza (2014; 2015a).

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Massimo Pendenza, «Stato di guerra e Stato di pace»Quaderni di Sociologia, 90- LXVI | 2022, 41-54.

Notizia bibliografica digitale

Massimo Pendenza, «Stato di guerra e Stato di pace»Quaderni di Sociologia [Online], 90- LXVI | 2022, online dal 01 septembre 2023, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5095; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5095

Torna su

Autore

Massimo Pendenza

Dipartimento di Studi Politici e Sociali - Università di Salerno

Articoli dello stesso autore

Torna su

Diritti d'autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search