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la società contemporanea / Prospettive sociologiche su pace e guerra

Guerra e deterrenza

Il mondo post-bipolare e la crisi delle regole
War and deterrence. The post-bipolar world and the rule crisis
Fabrizio Battistelli
p. 25-39

Abstract

The war in Ukraine turns the confrontation between East and West into an open conflict containing the possibility of a nuclear escalation. During the Cold War the principle of deterrence based on mutual assured destruction (MAD) worked sufficiently. Any nuclear attack by one of the superpowers USA and USSR could not have prevented the other to respond with an equally destructive counterattack, thus making a nuclear war “unthinkable”. Game theory applied by T. Schelling and others to strategic relationships showed the utility of reconstructing the enemy’s point of view in mixed competition/collaboration games. Deterrence is currently being eroded by factors such as international terrorism, the rise of nationalism, and the improper use of the nuclear threat in a conventional theatre by Putin. Only the renewed awareness of the need for a collaborative game may avoid generalized conflict.

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Testo integrale

1. Introduzione

1Una riflessione sull’uso della forza si impone con urgenza in un momento storico in cui la guerra si riaffaccia in Europa. Con il superamento del mondo bipolare sancito dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e con la definitiva archiviazione della divisione dell’Europa in due blocchi decisa a Yalta 44 anni prima, vari conflitti avevano lambito il Vecchio Continente, dai Balcani al Caucaso. Nessuno, tuttavia, aveva visto una potenza globale come la Russia attaccare in forze un paese confinante con l’Unione Europea e con la Nato. È scontato ma non inutile ricordare che la Federazione Russa è, sul piano politico, un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e, sul piano militare, è detentrice di un arsenale nucleare strategico, nell’accezione di capace di attaccare qualsiasi punto del globo e/o replicare con pari distruttività a qualsiasi attacco con armi nucleari che coinvolga il suo territorio. Infine è un paese con un’estensione di 17 milioni di chilometri quadrati, una popolazione di quasi 150 milioni e un apparato militare convenzionale rivelatosi inefficiente nel fallito attacco all’Ucraina ma in grado di fornire prestazioni decisamente migliori nell’ipotesi di un conflitto a oltranza, di una conseguente mobilitazione generale e di una eventuale guerra su parti del proprio territorio. Tutto ciò fa della guerra russa contro l’Ucraina uno spartiacque che, quale che sia il risultato finale, è destinato a condizionare drasticamente le relazioni internazionali tra Europa e Russia, tra Russia e Stati Uniti e anche tra Europa e Stati Uniti.

2Lasciando agli storici un’analisi puntuale circa gli eventi che hanno provocato questo conflitto e ai numerosi esperti di strategia la previsione dei risultati che potranno scaturirne, la sociologia non può evitare di interrogarsi circa le cause e le conseguenze di esso dal punto di vista suo proprio, mirante a porre tali aspetti in relazione alle variabili socio-culturali di contesto. Pochi fenomeni possiedono, come la guerra, la capacità di mettere alla prova la prerogativa primaria della politica, che è quella di assumere decisioni. Per quanto cruciali per l’intero sistema sociale, tuttavia, le decisioni politiche non sono assolute. Esse cioè non possono essere spiegate unicamente con la politica stessa, con i suoi protagonisti e con le sue competenze, a cominciare da quella più centrale di tutte: la lotta per aggiudicarsi il potere, inteso in questo caso come gestione del monopolio statale della violenza legittima all’interno e soprattutto all’esterno. Perfino nella estrema riduzione della dicotomia amico/nemico rappresentata dalla guerra, la politica e le sue decisioni devono essere inquadrate in un contesto determinato e la sua autonomia venire a patti con altre valutazioni di carattere logico e morale. È inaccettabile subordinare, come invece accade in tempo di guerra, qualsiasi criterio e impegnare ogni risorsa in vista dell’unico fine di conseguire la vittoria militare e debellare il nemico. Il fatto che la vittoria come obiettivo e la forza come mezzo siano ricorrenti nella storia comporta che, anche in sede di analisi, queste due condizioni politiche vadano affrontate con tutta la serietà che meritano. Non significa invece che esse costituiscano per principio l’unica opzione perseguibile e che entrambe debbano essere abbracciate a tutti i costi nella pratica.

3Per il nostro scopo, che è quello di ricondurre le circostanze politiche al loro contesto sociale e culturale, ci asterremo qui da valutazioni prettamente politiche. Ciò non vuol dire assumere un atteggiamento di indifferenza verso un conflitto come quello in corso in Ucraina, la cui gravità e pericolosità è sotto gli occhi di tutti, ma al contrario di rivendicare il diritto-dovere dei cittadini europei e di tutto il mondo di esprimere la propria opinione e di manifestare le proprie preoccupazioni, così come dei governi di cercare una via d’uscita diversa dalle armi, la quale non potrà che essere un compromesso politico. Tra i cittadini, poi, gli studiosi hanno il compito di interrogarsi sulla grande questione della violenza politica nei rapporti fra Stati nell’era nucleare, sulla liceità del ricorso ad essa a determinate condizioni, e infine sulle possibili alternative.

2. Guerra e conflitto nel pensiero occidentale

4Il tema della guerra è sterminato e ha occupato da sempre uno spazio di primo piano nel dispiegarsi del pensiero filosofico e religioso occidentale. La conclusione, o l’assenza di una conclusione, è nella domanda posta negli anni Trenta del Ventesimo secolo da due giganti del pensiero contemporaneo, Albert Einstein e Sigmund Freud: Perché la guerra? Né l’ottimismo “idealistico” dello scienziato dei fenomeni naturali Einstein, né il pessimismo “empirista” dello scienziato dei comportamenti umani Freud furono allora, in un periodo storico ancora dominato dalle armi convenzionali, in grado di convergere su una conclusione definitiva (Freud, ([1933] 1975). In termini di storia delle idee, si può ricordare per sommi capi il percorso del pensiero occidentale, sospeso tra la constatazione dell’onnipresenza dei conflitti e l’auspicio del loro superamento. Ma può esistere una società senza conflitto? E, di per sé, il conflitto è sempre e comunque negativo? Qui resta valida l’obiezione che Charles Wright Mills rivolgeva a Talcott Parsons: se nel sistema sociale tutto si tiene, da dove proviene il mutamento?

5Già Eraclito aveva visto con chiarezza che nulla può essere conservato per sempre e il conflitto, polemos, è il padre di tutte le cose. Da qui, nel pensiero classico, la convinta accettazione del conflitto per antonomasia, quello tra unità politiche contrapposte, cioè la guerra. Di conseguenza, il forte sostegno all’istituzione ad esso preposta, l’esercito cui, nella polis greca e nella repubblica romana, il cittadino ha il dovere di partecipare. Si tratta di due istituzioni, la guerra e l’esercito, che per essere messe in discussione dovranno attendere, con la predicazione del Vangelo, messaggi rivoluzionari quali l’amore per il prossimo, la beatitudine dei mansueti, la guancia da porgere all’offesa e la ripulsa della spada che ferisce.

  • 1 Con l’iniziale minuscola, la vita che i filosofi postmoderni criticano come “nuda” e che gli uomin (...)

6Tuttavia lo stesso pacifismo rivoluzionario dei cristiani segnerà il passo quando, con la definitiva crisi della pax Augusta, la nonviolenza eroica dei martiri si troverà a fronteggiare non più la persecuzione interna degli imperatori bensì l’aggressione esterna dei barbari. Come argomenta nel V secolo Sant’Agostino, individualmente il seguace di Gesù può decidere di affrontare la morte terrena in vista della Vita, l’unica vera, quella eterna cui ha il diritto-dovere di aspirare in quanto cittadino della Città di Dio. Questa, tuttavia, può non essere la scelta giusta da parte del responsabile della Città dell’Uomo, in quanto comunità di cui egli ha il compito di difendere la vita1.

  • 2 Come ben noto, la legittimità della guerra di difesa nei confronti dell’aggressione ad opera di un (...)

7Il punto è che la Città dell’Uomo, la stessa che può essere necessario difendere, è anche la Città del Diavolo. Da qui prendono le mosse due direttrici di pensiero. Per un verso la riflessione sulla teodicea che, con il suo interrogativo teologicamente intricato dell’unde malum?, accompagnerà il pensiero cristiano sino a Leibniz e oltre. Dall’altro, pragmaticamente, prende corpo la risposta dei filosofi e dei giuristi circa la liceità della guerra a fronte di precise condizioni. Dalla teologia Scolastica sino al pensiero giusnaturalistico di Grozio e dei suoi successori, il nascente diritto internazionale consoliderà i principi del vim vi repellere licet e della iusta causa2.

8Nel frattempo il dibattito sul conflitto, concetto che fin dalle origini includeva al proprio interno quello di guerra, riceve nuovo impulso dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, specializzandosi nella dimensione interna delle società e contemporaneamente tingendosi di colori positivi. Senza i venti che ne agitano la superficie, afferma Hegel, l’acqua del lago diventerebbe un acquitrino (Hegel, [1820] 1991). Acquisito ciò nella teoria (oltre che storicizzato nel 1789), il pensiero illuminista si divide sui fini e sui mezzi. E tra chi si giova di uno statu quo e chi vuole cambiarlo, i venti di tempesta non tardano a manifestarsi. C’è chi, come Marx, ritiene che una classe privilegiata non cederà mai pacificamente i propri privilegi e quindi per spodestarla sarà necessaria la violenza rivoluzionaria, autentica “levatrice della storia”. C’è invece chi, come Weber, pensa che classi, ceti e partiti trovino nella politica l’arena nella quale competere secondo le procedure del moderno Stato costituzionale.

9Proprio in tema di conflitti tra entità statuali l’Illuminismo è diversamente ottimista. Il pensiero liberal-democratico confida che, con lo sviluppo dell’industria e dei commerci, tutti i paesi del mondo si legheranno tra loro con rapporti economici che renderanno obsolete e disfunzionali le guerre e che, in ogni caso, le democrazie, modello e approdo per tutti gli altri sistemi politici, non si combatteranno mai fra loro. Ancora una volta, il marxismo diverge sui modi e sui tempi dal pensiero “borghese”, ma si mostra anch’esso (a suo modo) ottimista. In una società senza classi verrà meno la fonte prima delle guerre, rappresentata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e quindi dominerà la pace. Sino a quel momento, invece, non hanno alcun valore i vecchi strumenti dello jus gentium e i palliativi della Guerra giusta. Come afferma Lenin, non ha importanza chi abbia attaccato per primo né sul territorio di chi si trovi il nemico, l’unico criterio è “quale classe conduce la guerra, di quale politica la guerra è continuazione” (Lenin, 1970, 1184).

10E se invece già oggi, come accade per i conflitti interni che nello Stato di diritto sono in qualche modo regolati con mezzi “pacifici”, i conflitti esterni si potessero regolare pacificamente? Che la soluzione politica di un conflitto sia di gran lunga preferibile alla soluzione bellica costituisce una verità auto-evidente; mentre manca la possibilità di provare se la soluzione politica sia stata o meno quella più praticata nella storia. Per una eterogenesi dei fini, qualcosa del genere è accaduto all’apice del conflitto potenziale tra le due massime potenze mondiali. Per quattro decenni la Guerra fredda ha opposto tra loro Stati Uniti e Unione Sovietica, provocando tuttavia un numero sorprendentemente esiguo di vittime. A scontrarsi in prima linea, infatti, sono stati i mezzi “pacifici” (economici e mediatici) mentre sono rimasti nelle retrovie, incombenti ma silenti, i più micidiali mezzi di distruzione di massa apparsi nella storia dell’umanità: gli armamenti nucleari. Si tratta di una vicenda interessante che merita di essere approfondita.

3. La guerra fredda e le sue regole

11Nel 1945 a Yalta la stabilizzazione dell’Europa semidistrutta dalla Seconda guerra mondiale fu decisa d’imperio dalle potenze vincitrici, Stati Uniti e Gran Bretagna da un lato e Unione Sovietica dall’altro. I paesi europei furono assegnati a una delle due sfere d’influenza, occidentale e orientale, separate da una frontiera che nel marzo 1946 l’ex premier britannico Winston Churchill denominerà “cortina di ferro”. Oltre che politica e presto anche militare, la sfera d’influenza ebbe un decisivo significato economico. A favore dei paesi europei prostrati dalla guerra, gli Stati Uniti avevano dato il via alla decisiva campagna di aiuti nota come piano Marshall. È da sottolineare che la reindustrializzazione dell’Europa, compresa la Germania, non era l’unica soluzione sul tavolo. A Washington, infatti, aveva sostenitori anche l’alternativa rappresentata dal piano Morgenthau, consistente nella riduzione della Germania a economia esclusivamente agricola, come definitivo impedimento al riarmo. Invece, memori del peso che l’atteggiamento persecutorio verso gli sconfitti della Prima guerra mondiale aveva rivestito nella nascita e nell’affermazione del nazismo, nel 1947 gli americani optarono per la strategia della ricostruzione dell’economia tedesca ed europea nell’alveo dell’economia di mercato.

12Sconfitta la minaccia hitleriana, ora il mondo avrebbe dovuto affrontare le sfide della Guerra Fredda con i suoi costi e con le sue minacce. L’“equilibrio del terrore”, che si istaurò fra le due superpotenze Stati Uniti e Unione sovietica quando nel 1949 fu confermato che anche l’Urss deteneva l’atomica, era evidentemente folle. Si trattava peraltro di una follia non priva di metodo, istituzionalizzata prima nelle prassi e quindi nel pensiero strategico. I due contendenti non inventavano nulla, semplicemente portavano alle estreme conseguenze il principio fondante dei rapporti di potenza, cioè la deterrenza, consistente nel dissuadere l’avversario dal fare una determinata cosa, pena la ritorsione mediante qualche cosa di peggiore. Quest’ultima era veramente la cosa peggiore di tutte, l’arma nucleare, che obbligava americani e sovietici a condividere una sia pur paradossale consapevolezza. Quella, nell’eventualità di un conflitto generalizzato, della “Mutua Distruzione Assicurata” (acronimo MAD).

13Usa e Urss, infatti mantenevano (così come mantengono oggi) la capacità, tramite la triade strategica formata da missili nucleari basati a terra, su bombardieri e su sottomarini, di colpirsi vicendevolmente anche dopo un primo attacco sferrato dall’altra. Qualora l’Urss avesse lanciato una salva di missili nucleari contro le città e le basi militari Usa distruggendone la maggioranza, o qualora gli Usa avessero fatto altrettanto contro le città e le basi militari sovietiche, la superpotenza colpita sarebbe rimasta comunque in grado di raggiungere a sua volta l’aggressore con una salva di missili distruttiva all’incirca quanto quella subìta. Questa parità strategica ha consentito, anche in una competizione che per tutti i restanti aspetti era irrazionale, di non oltrepassare la soglia della razionalità. Infatti Usa e Urss nutrivano una sorta di fiducia che di per sé non aveva come oggetto il nemico, né in termini relazionali né di sintonia con il suo regime economico-sociale, bensì era diretta alla razionalità in ultima istanza dei suoi comportamenti. Paradossalmente, grazie alla oggettiva gravità della reciproca minaccia, così come alla condivisa percezione di tale gravità, la deterrenza nucleare ha evitato per quattro decenni che l’apocalisse avesse luogo.

14Anche se non era la pace, era comunque il congelamento della guerra. Nel frattempo né l’una né l’altra superpotenza osava programmare seriamente un primo colpo, ed evitava azioni che avrebbero potuto preludere a qualcosa del genere. Quando nell’ottobre 1962 i russi installarono a Cuba i missili superficie-superficie con capacità nucleare, la minaccia di una Terza guerra mondiale divenne concreta. Kennedy rivolse un duro ultimatum a Kruscev e questi, resosi conto dell’azzardo compiuto, ritirò i missili da Cuba, definita dal presidente americano “una zona ben nota per avere particolari rapporti tradizionali e storici con gli Stati Uniti” (cit. in Kahn, 1966, 108).

15Fortunatamente la stabilità politica tra Est e Ovest scaturiva dalla sostanziale parità strategica nucleare e quindi dalla reciproca deterrenza riconosciuta da parte dell’uno e dell’altro contendente. Tuttavia la parità militare non sarebbe stata di per sé sufficiente a garantire la stabilità dell’equilibrio bipolare. Non c’era soltanto l’analoga potenza dei rispettivi arsenali e la conseguente consapevolezza di avere nelle proprie mani l’uno la sopravvivenza dell’altro (nonché del resto del mondo). Come aveva ben compreso Talcott Parsons (1961, 115), la polarizzazione tra i due blocchi costituiva “la fonte più immediata per il pericolo di una guerra generalizzata” ma, paradossalmente, anche “l’opportunità, sia pure tenue, di muovere nella direzione di un ordine mondiale più stabile”. Per il sociologo americano questa possibilità era legata ai vantaggi della società industriale. Peraltro, Parsons non citava un cruciale fattore ideologico, comune tanto al liberalismo quanto al comunismo, questi due eredi (sia pure in lite) dell’Illuminismo: il mito del Progresso come destino della storia umana.

16Insomma, pur dissentendo radicalmente sui mezzi e pur lottando strenuamente per imporre ciascuno la propria visione, i governi di Usa e Urss tentavano di strappare al nemico la superiorità strategica ma, nello stesso tempo, finivano per concedere l’uno all’altro l’obiettivo per cui, secondo Hegel, gli uomini lottano a morte: il riconoscimento reciproco. Probabilmente il motivo per cui, incombente per quarant’anni, l’olocausto nucleare non ha mai avuto luogo.

17La lunga Terza guerra mondiale si concluse nel biennio 1989-91 con la sconfitta dell’Unione sovietica. Il fatto di essere “fredda” in quanto le poderose armi di distruzione di massa in dotazione ai due nemici non vennero mai usate, non esclude affatto che la partita sia stata giocata con implacabile determinazione. Le pedine utilizzate sono state quelle del soft power, cioè principalmente la produzione e il consumo di beni forniti dal mercato e la comunicazione diffusa dai media. Nel secondo dopoguerra il mercato si è definitivamente affermato come lo strumento in grado più di qualunque altro di produrre merci in maggiore quantità e di migliore qualità per il maggior numero di consumatori. Ciò grazie alla superiore capacità produttiva degli Stati Uniti in qualsiasi settore, tanto civile quanto militare – osservava il generale Curtis LeMay – “da quello delle fionde a quello delle armi spaziali” (cit. in Galbraith, 1969, 90). Quanto al secondo strumento – il media system – esso si è rivelato in grado di far conoscere questi successi a tutti, con effetti spiazzanti per i regimi economici e politici che non sono in grado di fare altrettanto.

18Inizialmente ben pochi osservatori hanno mostrato di rendersi conto di quanti e quali fattori di destabilizzazione si sarebbero messi in moto nel repentino e traumatico passaggio da un mondo dominato dal duopolio strategico Usa-Urss a un mondo caoticamente multipolare. Anzi, vi è stato addirittura chi, nell’entusiasmo diffusosi per la caduta del Muro di Berlino, ha vagheggiato una imminente “fine della Storia”. Tutto al contrario, a partire dal 1994, anno della proclamata ma mai attuata Partnership for peace Nato-Russia, è iniziato il progressivo scivolamento delle relazioni Est/Ovest verso un rinnovato antagonismo. Ben lontani da realizzare un partenariato, Stati Uniti e Unione Europea da un lato e Federazione Russa dall’altro non si mostrarono in grado di attuare neppure quei principi di coesistenza di cui erano state gettate le basi un ventennio prima, in occasione della Conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa (1975). Ancora meno riuscirono a prevenire le crisi che andavano maturando alla periferia del Vecchio Continente (Balcani, Caucaso). Da un lato in Occidente ha prevalso la tradizionale diffidenza verso la Russia. Dal canto suo la Federazione Russa è passata bruscamente da un regime collettivistico burocratico e autoritario, ma socialmente stabile, a un mercato selvaggio dominato da oligarchi “privati” sul piano economico e, sul piano politico, a una “democratura” fondata sull’accentramento dei poteri in una sola persona e sul soffocamento del dissenso. Non aver risolto questi nodi è all’origine della conflittualità odierna che, priva di argini, è divampata nella guerra di Ucraina.

4. Il mondo post-bipolare e la crisi delle regole

19Sulla scena internazionale il passaggio dal duopolio politico e strategico all’odierna multipolarità caotica ha innescato dinamiche conflittuali che, già latenti in passato, non riuscivano a sprigionare il loro potenziale distruttivo a causa dell’equilibrio del terrore. Venuto meno uno dei due pesi, entrambi i piatti della bilancia strategica si sono squilibrati. Il sia pur paradossale ago della bilancia – la deterrenza nucleare – appare oggi soggetto a una progressiva erosione a causa di spinte concomitanti provenienti da due direzioni. Dal “basso” agiscono situazioni di crisi, le cui dimensioni pre e pseudo-statali, deterritorializzate o strettamente locali, rendono pressoché impraticabile la deterrenza nucleare. Ne sono parte il terrorismo internazionale e i nazionalismi a base etnica. Dall’“alto”, invece, operano nuovi attori arbitrariamente dotatisi di proprie forme di micro-deterrenza nucleare (Corea del Nord), oppure vecchi attori che ne mantengono la capacità ma non più il pieno riconoscimento delle regole (Russia). Vediamo singolarmente tali spinte.

20Il terrorismo internazionale di matrice “religiosa”. Analogamente a quello di matrice politica sedicente rivoluzionaria degli anni Settanta del secolo scorso (Brigate Rosse in Italia, banda Baader Meinhof in Germania), il terrorismo sedicente islamico, rifiuta le regole del gioco. Entrambi i terrorismi usufruiscono del vantaggio tattico della relazione “dal debole al forte”, in base alla quale il secondo è armato di dispositivi talmente potenti da risultare inutilizzabili contro il primo. Inoltre, rispetto al terrorismo “politico”, quello “religioso” è ancora più prodigo di vite umane, così che è in grado di sacrificare un elevato numero di propri militanti senza che ciò rappresenti un costo insostenibile. Come dichiarò espressamente Bin Laden nell’intervista rilasciata a Peter Arnett nel 1997: “Noi amiamo questo tipo di morte per la causa di Allah quanto voi amate vivere”.

  • 3 Senza affatto condividere queste critiche radicali, è convincente la “inversione paradossale” dell (...)

21In effetti il diverso peso del binomio vita/morte tra Occidente e Oriente costituisce un differenziale di cui è impossibile esagerare l’importanza. In effetti esso è la pietra di paragone tra due soggettività incommensurabili: uno smisurato amore per la morte e uno smisurato amore per la vita. L’assolutizzazione della vita biologica, propria della modernità occidentale viene criticata dai poststrutturalisti francesi. Nelle lezioni alla Sorbonne, Michel Foucault stigmatizza il culto della “nuda vita” su cui si basa la “biopolitica”. Nei giorni di un’altra emergenza epocale, la pandemia da Covid, posizioni simili hanno ispirato la denuncia di pressoché tutte le misure di sanità pubblica le quali proverebbero l’instaurazione dello “stato di eccezione” (Agamben, 1995; 2020)3.

22In Occidente la pretesa sottomissione della morte (in realtà la semplice attenuazione delle circostanze in cui essa manifesta la sua ineluttabile presenza) ha generato un paradosso. Ha reso più vulnerabile la società occidentale contemporanea, in generale e in particolare in ordine all’uso della forza, cioè nell’ambito in cui con più facilità la morte può rapidamente evolvere da potenziale ad attuale. L’ipotesi di perdere vite umane in guerra è sempre più intollerabile per le opinioni pubbliche occidentali e, conseguentemente, per i governi. Per poter combattere le guerre, questi ultimi sono costretti ad arrampicarsi sugli specchi dottrinari e tecnologici delle “perdite zero”, da conseguirsi allontanando i combattenti dal campo di battaglia, ad esempio tramite le armi semi-autonome come i droni. O, addirittura, fantasticando di sostituirli del tutto con le armi integralmente autonome. Secondo i più avanzati scenari dell’Intelligenza Artificiale, in via di perfezionamento nei laboratori delle super-potenze, nel futuro campo di battaglia i robot-killer combatteranno al nostro posto (Farruggia, 2023).

23La recrudescenza del nazionalismo. I primi indizi per comprendere la portata nefasta del recrudescente nazionalismo apparvero (ma, intenzionalmente o meno, non furono rilevati) nella drammatica dissoluzione della ex Jugoslavia. Cinici politicanti, in competizione tra loro per spartirsi l’eredità di Tito, hanno per anni esaltato le differenze nazionali e religiose delle popolazioni in cui si articolava la Repubblica federale di Jugoslavia, fomentando antiche divisioni e nuovi dissidi. La sequenza di dichiarazioni unilaterali di indipendenza – iniziata nel 1992 con la Slovenia, proseguìta con la Croazia, successivamente con la Bosnia e infine nel 1999 con il Kossovo – è andata via via snodandosi senza che fosse fornita alcuna garanzia alle minoranze presenti nei territori delle nuove repubbliche.

24Mentre confini amministrativi diventavano repentinamente confini di Stato, le minoranze che non si sentivano più protette da un’autorità centrale hanno iniziato ad armarsi per “autodifesa”, con l’effetto di innescare un comportamento speculare presso i loro vicini, villaggio serbo vs villaggio croato vs villaggio musulmano ecc., sino al record di una guerra – quella di Bosnia – combattuta da tre belligeranti contemporaneamente. L’inadeguatezza delle Nazioni Unite e l’inerzia di un’Europa assente in quanto entità politica comune (ma presente con singoli Stati membri che parteggiavano per questa o quella fra le neo-proclamate repubbliche) hanno contribuito all’acuirsi della crisi. Ne è scaturita una sanguinosa guerra civile costellata di distruzioni di abitazioni, edifici pubblici, luoghi di culto, siti storici e artistici, esodi di popolazioni, stragi di cittadini inermi, stupri e ogni altra forma di violenza sulle persone. Neutralizzato dalla NATO con la forza nel 1995 (Bosnia) e nel 1999 (Kossovo), oggi il conflitto è ancora lontano dall’essere risolto e cova sotto la cenere.

25In un contesto differente, ma reso ancora più delicato dal coinvolgimento di un paese con il peso politico e strategico della Russia, è la guerra civile scoppiata nel 2014 tra il governo di Kiev e le due regioni separatiste del Donbass. Come noto, in esse risiede una cospicua minoranza di nazionalità e/o lingua russa e dal 2014 al 2022 vi hanno agito sia milizie locali, sia contingenti delle forze armate di “interposizione” inviate da Mosca. Sulla base di negoziati tra Ucraina, Russia e OSCE, con la partecipazione di rappresentanti delle due regioni separatiste e sotto gli auspici del “gruppo Normandia” in cui erano presenti anche Francia e Germania, erano stati stipulati nel 2014 e nel 2015 gli accordi di Minsk che prevedevano il ritiro delle truppe russe e la concessione alle due regioni dell’autonomia nell’ambito della Repubblica di Ucraina. Pur ufficialmente recepiti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli accordi di Minsk non sono mai stati attuati. Ciò ha dato spazio a un vero e proprio conflitto a bassa intensità che si è trascinato sino all’invasione russa del 24 febbraio 2022, quando “finalmente” è diventato guerra fra due Stati.

26L’erosione della deterrenza nucleare. Di fronte all’impossibilità di contrastare militarmente gli attacchi del terrorismo “religioso” oppure i conflitti causati dal nazionalismo “etnico”, la deterrenza nucleare degli Stati Uniti è al momento solo virtuale ma non certo neutralizzata. L’ambito nel quale rischia di essere drammaticamente erosa è rappresentato, né potrebbe essere diversamente, dalla deterrenza di un Altro suo pari, cioè di un paese nemico di analoga potenza.

27Questo è ciò che sta avvenendo nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Per funzionare, la deterrenza nucleare deve fare leva sulla natura di un’arma che è estrema, incontenibilmente distruttiva (“pantoclastica” la definiva lo psicanalista Franco Fornari, 1966). Se fin dalla sua apparizione “la Bomba” è stata il Convitato di pietra sempre presente al tavolo di gioco della Guerra fredda, il suo nome è stato raramente evocato da avversari consapevoli di quanto la probabilità di prevenirla fosse inversamente proporzionale alla frequenza della sua evocazione.

28La situazione è precipitata il 24 febbraio 2022 e, tra le molte e gravi responsabilità che il governo russo si è assunto con l’invasione dell’Ucraina, vi è quella di aver reintrodotto nel discorso strategico, talora alludendovi e talora menzionandola apertamente, l’eventualità della deflagrazione di un conflitto nucleare. Rimasto incautamente privo, dopo la fallita occupazione di Kiev, di carte di riserva da giocare sul piano tattico, Putin cala l’asso della minaccia dell’arma nucleare ma, facendo questo, viola una delle regole non scritte della deterrenza, quella di non nominare il nome della Bomba invano. Per l’osservatore, non è più di tanto consolatoria la plausibilità che si tratti di mera retorica. Sebbene un passaggio dalle minacce nucleari ai fatti venga per lo più giudicato improbabile (Batel, 2022; Pascolini, 2022), resta il dato di fatto che, mentre non tutte le escalation retoriche del passato si sono tradotte in guerre effettive, tutte le guerre effettive sono state precedute da escalation retoriche.

29Il lungo equilibrio che per quarant’anni ha retto la relazione Usa Urss si è basato sull’intesa non dichiarata che “l’unico scopo delle armi nucleari è quello di annullare le armi nucleari” (Kahn, 1966, 138). Viola irrimediabilmente questa intesa la pretesa di far pesare la potenza detenuta in un determinato ambito (il nucleare) in un ambito diverso, nel quale non si è altrettanto potenti (come invece sta facendo Putin a fronte della scadente prestazione offerta dalle sue forze convenzionali in Ucraina). Suonano profeticamente sagge persino le parole dei vecchi “falchi” americani dei tempi della Guerra fredda: “Non si dovrebbe trarre alcun beneficio ‘positivo’ dall’armamento nucleare; ci si dovrebbe, cioè, accontentare di adoperarlo esclusivamente per dissuadere l’avversario e non per tentare di riequilibrare le differenze nelle capacità convenzionali o in eventuali altre superiorità avversarie”. Non dunque per compensare i propri handicap a fronte dei fattori di superiorità del nemico quali: “posizione geografica, morale più alto, maggiore risolutezza” (Kahn, 1966, 138).

5. La teoria dei giochi per un ritorno delle regole?

30In soli tre anni, tra il 1985 e il 1988, l’opinione pubblica mondiale assistette, felicemente stupita, a una risoluta escalation nel processo di disarmo. In seguito a rapidi vertici tra il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il presidente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Michail Gorbachev, coronati da accordi con effetto immediato, fu deciso ed attuato lo smantellamento di ben 47.000 testate nucleari.

31Realizzate a tempi di record, queste misure furono tutto fuorché improvvisate. Favorite da un insieme di circostanze positive (fondamentale fra tutte la scelta del Pcus di invertire una rotta che stava portando l’Urss al tracollo economico), la decisione delle due superpotenze di porre fine alla folle corsa agli armamenti non era stata assunta in una notte, bensì affondava le radici in decenni di “mosse e contromosse, finte e minacce” (Schelling, Halperin, 1962, 168); così come di discussioni, ripensamenti e piccoli passi avanti. A Mosca negli impenetrabili piani alti del Cremlino, come a Washington nelle apparentemente più aperte sale della Casa Bianca e del Campidoglio, a fronte delle formidabili spinte del complesso militare-industriale dominante in entrambi i paesi, una minoranza di politici capaci di dubbio aveva iniziato a prendere in considerazione alternative ispirate al “comune desiderio di non perire insieme” (Aron, 1962, 10). In ciò un ruolo decisivo era stato esercitato dagli scienziati, per lo più fisici e matematici, mobilitati come esperti nello sviluppo di sempre nuovi sistemi d’arma ma anche come consiglieri circa le conseguenze degli stessi. Grazie alla coscienza della responsabilità storica che la comunità scientifica si era assunta con il progetto Manhattan (e con gli equivalenti sovietici che avevano realizzato le testate atomiche e nucleari), numerosi scienziati americani e russi avevano intrecciato tra loro un fitto dialogo in tema di arms control, successivamente esteso alla parte più sensibile delle rispettive leadership.

32Né le competenze degli scienziati si limitavano alla tecnologia nucleare. Grazie a un’analoga eterogenesi dei fini, a partire dagli studi imposti dalle esigenze della Seconda guerra mondiale, nel dopoguerra fisici e matematici avevano sviluppato modelli teorici e nuove tecnologie nate originariamente per massimizzare i rendimenti bellici – dall’elaborazione informatica dei dati, alla Ricerca operativa, alla Teoria dei giochi. In particolare quest’ultima, affrontata a livello puro da matematici quali John F. Nash, conseguirà brillanti risultati ad opera di un economista, Thomas C. Schelling, che molti anni dopo (nel 2005) verrà insignito del Nobel per la sua applicazione della Teoria dei giochi ai negoziati sul controllo degli armamenti.

33La Teoria dei giochi si chiama così in quanto prende ispirazione dall’osservazione dei comportamenti degli attori impegnati nei giochi da tavolo (scacchi, dama, carte, ecc.) che prevedono situazioni “a somma zero”, nelle quali tanto l’uno vince quanto l’altro perde. Osservando le dinamiche che intervengono in “partite” fondate sulla dicotomia economica vincita/perdita, ovvero sulla dicotomia politica vittoria/sconfitta, gli studiosi sviluppano una teoria ben oltre i giochi da tavolo, valida in generale per tutte le situazioni competitive. Il gioco a questo punto diventa una metafora per leggere numerosi comportamenti in ambito sociale e politico, ogni volta che attori differenti si trovano a competere per una posta di natura strategica.

34Si definisce strategica una situazione nella quale due o più attori si trovano a pensare ed agire razionalmente in relazione tra loro. Il comportamento di Robinson Crusoe è razionale, al fine di massimizzare la propria sopravvivenza nell’isola in cui è naufragato. Ma di per sé non è un rapporto strategico, in quando interagisce con una realtà inintenzionale quale è la natura del luogo. La dimensione strategica ha inizio unicamente quando sull’isola arriva Venerdì: affinché abbia luogo un rapporto strategico, Robinson ha bisogno della presenza, in termini di collaborazione o di competizione, di un altro soggetto dotato di pensiero e di intenzione.

35La piena consapevolezza di trovarsi di fronte a situazioni strategiche, è fondamentale per tentare di comprendere come, sulla base di determinati presupposti e di fronte a determinate circostanze, si comporterebbe il nemico. La base di partenza del tentativo è il postulato illuminista circa la razionalità della natura umana. Assumendo che il nemico sia un attore razionale, e che quindi sia mosso anch’egli da quella specifica articolazione della Ragione che è la Smithiana funzione di utilità, ci si propone di anticipare i suoi atteggiamenti e i suoi obiettivi e quindi i suoi comportamenti. Nel testo di Schelling The Strategy of Conflict ([1960] 2006) le superpotenze si comportano come attori “razionali” che si imitano a vicenda, ciascuno seguendo/prevenendo/ribattendo le mosse dell’altro. Dovendo operare in modo strategico, un politico o un militare (ma anche un uomo d’affari) deve attuare un esame della realtà regolandosi non tanto su ciò che di essa appare a lui, quanto su ciò che della realtà appare alla sua controparte, cioè al nemico (o concorrente, o partner ecc.). Questa esigenza ispira nel “giocatore” una determinata capacità di ascolto, così come di introspezione, che distingue il suo ruolo da quello del semplice propagandista.

36Può sembrare controintuitivo ma, osserva Schelling, neppure la guerra è un gioco a somma zero. Infatti in essa “conflitto e dipendenza reciproca si mischiano […] pur essendo il conflitto il vero oggetto dell’interesse, la dipendenza reciproca è parte della struttura logica e richiede una qualche collaborazione o un reciproco adattamento – tacito se non esplicito – anche soltanto per evitare di distruggersi a vicenda” (Schelling, [1960] 2006, 97). Nonostante che in questo tipo di giochi sia frequente il ricorso alla segretezza, “c’è un bisogno fondamentale di segnalare le intenzioni e di far incontrare i pensieri dei giocatori”. Anche senza arrivare alla “collaborazione pura”, nel gioco misto di “conflitto-cooperazione”, se si vuole che la seconda situazione prevalga sulla prima, “la migliore scelta d’azione di ciascun giocatore dipende dall’azione che egli si aspetta dall’altro, con la consapevolezza che l’azione dell’altro giocatore, a sua volta, dipende dall’azione che l’altro si aspetta da parte sua. Questa interdipendenza delle aspettative è esattamente ciò che distingue un gioco di strategia da un gioco di fortuna o da un gioco di abilità” (Schelling, [1960] 2006, 101).

37Il substrato della Teoria dei giochi è, con tutta evidenza, l’ideologia illuminista circa la razionalità della natura umana. Non si tratta tuttavia di una razionalità illimitata. Fin dagli inizi la Teoria ha descritto comportamenti sulla base dei quali, per eccesso di razionalità, l’homo oeconomicus può agire a scapito del proprio interesse. Mentre chi è esageratamente utilitarista può danneggiare sé stesso, una certa fiducia negli altri può costituire un’opzione preferibile, nel senso non solo morale ma anche pratico di avvantaggiare colui che l’adotta, come mostra l’apologo del “dilemma del prigioniero” (Rapoport, Chammah, 1965).

38Toccato l’apice del rischio nucleare durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962, la drammatica esperienza rappresentò una sorta di verifica di alcuni tra i principali assunti della Teoria dei giochi e, una volta sbloccata la comunicazione diretta tra le due leadership (la “linea rossa” che in caso di emergenza avrebbe consentito ai vertici americano e sovietico di parlarsi), ebbe inizio il pur accidentato percorso della “distensione” tra Est e Ovest. Dopo le forzature dell’anticomunismo militante degli anni Cinquanta, negli Stati Uniti del decennio successivo cominciò a farsi strada nel pubblico informato la consapevolezza che non esistono unicamente i giochi a somma zero, nei quali uno vince e l’altro perde, ma esistono pure i giochi “a somma positiva”, in cui entrambi i giocatori guadagnano. Grazie anche alla divulgazione manualistica e giornalistica della Teoria dei giochi, la possibilità di passare da un gioco di competizione a un gioco di cooperazione con esiti di reciproca utilità cominciò a essere visto in relazione tanto alla struttura della situazione quanto alla postura dei giocatori. In questa prospettiva divennero popolari alcune condizioni “pratiche”, in grado di favorire i giochi di cooperazione, come ad esempio che la partita non sia “a una sola mano” bensì sia reiterata nel tempo, che la posta in gioco sia divisibile equamente tra tutti i giocatori, che una figura terza metta sul piatto un premio per le parti se conseguono l’accordo.

39Cruciale, ovviamente, la condivisione delle regole del gioco. La stessa Teoria dei giochi è nata e ha potuto svilupparsi nel contesto della Guerra fredda in cui le due controparti convenivano sul fatto che il conflitto che le contrapponeva consentiva a ciascuna varie opzioni, tranne quella estrema – l’arma nucleare. Più in generale, si confermò molto utile la rinuncia alle pregiudiziali psicologiche quali la preclusione al conseguimento di un qualsiasi vantaggio ad opera della controparte. Spesso nei conflitti internazionali le parti preferiscono entrambe affrontare gravi perdite pur di non venire a patti, in quanto ciò consentirebbe all’avversario di vincere una quota sia pur limitata della posta in gioco. Una posizione che può portare soltanto a un deadlock, a un vicolo cieco.

6. Osservazioni conclusive

40Non è un confronto esaltante quello tra l’approccio ai grandi temi della sicurezza internazionale di oggi e quello di sessanta anni fa. Non sembra migliorata la capacità e la volontà di riflettere, anche a costo di mettere a repentaglio alcune idee ricevute e di addentrarsi in temi complicati, controversi e scarsamente gratificanti. Nel cuore della Guerra Fredda una generazione dura e competente che aveva conosciuto le dittature, le persecuzioni razziali e i bombardamenti subiti ed eseguiti, incardinata senza reticenze nella visione occidentale, non aveva avuto paura di studiare il Nemico Sovietico da cui la divideva praticamente tutto; tranne la considerazione di avere dinanzi a sé un antagonista da rispettare, se l’obiettivo era superarlo e non distruggerlo. Può essere interessante riascoltare oggi ciò che lo studioso di strategie della Guerra fredda proponeva come sintesi delle sue ricerche: “Abbiamo capito che l’efficacia di una minaccia può dipendere dalle alternative a disposizione del nemico potenziale, al quale, se non si vuole che reagisca come un leone in trappola, si deve lasciare una qualche possibilità d’appello accettabile” (Schelling, [1960] 2006, 7).

41Anche nell’ambiente turbolento delle relazioni internazionali, per quaranta anni hanno funzionato delle regole provvisorie ma credibili in quanto condivise. Dalla capacità di dare vita a un regime di regole fatte proprie da diversi paesi, concentrandosi sulla gestione dei rischi comuni anziché sulla difesa/offesa nei confronti delle minacce vere e presunte, dipenderà l’avvenire della specie.

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Note

1 Con l’iniziale minuscola, la vita che i filosofi postmoderni criticano come “nuda” e che gli uomini moderni vivono nella quotidianità (v. oltre par. 4).

2 Come ben noto, la legittimità della guerra di difesa nei confronti dell’aggressione ad opera di un altro Stato è recepita dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, che riconosce “il diritto naturale di autotutela” nei confronti di un “attacco armato”.

3 Senza affatto condividere queste critiche radicali, è convincente la “inversione paradossale” della relazione hegeliana servo/padrone vista da Baudrillard (2002, 41) tra il terrorista che può disporre della morte e “noi” che non possiamo farlo.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Fabrizio Battistelli, «Guerra e deterrenza»Quaderni di Sociologia, 90- LXVI | 2022, 25-39.

Notizia bibliografica digitale

Fabrizio Battistelli, «Guerra e deterrenza»Quaderni di Sociologia [Online], 90- LXVI | 2022, online dal 01 septembre 2023, consultato il 24 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5090; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5090

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Autore

Fabrizio Battistelli

Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche (DiSSE) – Sapienza Università di Roma

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