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HomeNumeri90- LXVIla società contemporanea / Prospe...La pace come bene comune globale

la società contemporanea / Prospettive sociologiche su pace e guerra

La pace come bene comune globale

Peace as a global common good
Alessandro Cavalli
p. 9-23

Abstract

The control of private, collective and public violence has been a major concern of social and political philosophy since antiquity. Contrary to widespread public perceptions, modern historical and statistical research supports the hypothesis of a decrease in private violence whenever states have acquired a sufficient degree of monopoly over legitimate violence. After the end of World War II, the division of the world into two blocs each armed with nuclear weapons prevented the outbreak of a Third World War. After the February 22, 2022 invasion of Ukraine, the possibility of a new war involving much of the world cannot be ruled out, and peace movements are trying to mobilize public opinion against this outcome. The intentional or accidental or mistaken use of nuclear weapons and a possible planet-wide military escalation are not to be ruled out. The author believes that only a monopoly on the use of nuclear weapons by a reformed United Nations Organization could avoid the risk of collective suicide of all humanity.

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Testo integrale

1. La violenza e il suo controllo

1È opinione diffusa che la gente viva oggi in una società violenta. A parte la violenza della guerra, la violenza della criminalità c’è anche la violenza nascosta, quella che si manifesta nelle case, sui luoghi di lavoro, nei luoghi dove si ritrovano bande rivali, trafficanti, talvolta anche nei rapporti intimi, tra amanti, tra amici. C’è spesso la sensazione che la situazione sia peggiorata, che gli uomini siano diventati più cattivi, meno capaci di governare le loro pulsioni aggressive, più spietati, cioè privi di quella pietas che anche gli antichi apprezzavano come virtù. Viviamo in un’epoca in cui in ampi strati della pubblica opinione si è diffusa l’idea che la nostra sia una civiltà decadente, corrotta e anche soprattutto violenta.

  • 1 Tra coloro che nutrono dubbi sulla diminuzione della violenza nelle società moderne vi è Corradi C (...)

2Nel 2011 Steven Pinker, uno psicologo canadese che insegna a Harvard, ha pubblicato un libro intitolato The Better Angels of Our Nature, Why Violence has Declined, che ha suscitato parecchie discussioni. Pinker sostiene, sulla base di un’ampia documentazione archeologica, antropologica e, per le epoche più recenti, statistica, che tutte le forme di violenza sono diminuite, sia pure con un andamento non lineare, sotto l’impatto di fattori culturali, economici e sociali. La diminuzione è ovviamente relativa all’ampiezza della popolazione; un tempo la probabilità di morire ammazzati invece che di vecchiaia nel proprio letto era di gran lunga maggiore di quanto non lo sia oggi in un mondo affollato di otto miliardi di esseri umani1.

  • 2 Il tema delle origini dell’ordine politico in una prospettiva di storia di lungo periodo è stato r (...)

3Quello che sappiamo delle società umane di cacciatori-raccoglitori ci dicono che non erano certo pacifiche. Non solo non lo erano, come è evidente, nei confronti del mondo animale, ma neppure nei confronti degli altri esseri umani che incontravano, visto che la pratica dell’antropofagia, detta anche cannibalismo, sembra non esser stata del tutto rara. Le società fondate sulla coltivazione dei campi sembrano esser state più pacifiche, almeno al loro interno, ma assai bellicose nei confronti di chi volesse appropriarsi del loro territorio. Lo stato moderno, come ci ha insegnato Max Weber, nasce come monopolio della violenza legittima, quando cioè qualche stirpe, famiglia, dinastia o coalizione delle stesse riesce a disarmare i propri avversari che competono per il governo dello stesso territorio. Nel caso della Francia, Norbert Elias ([1983] 1987) ci ha lasciato un’accurata analisi di come i Re della casata Borbone-Orléans riuscirono a sottomettere i nobili francesi possibili concorrenti, privandoli della possibilità di mantenere delle forze armate e concentrandoli nella reggia di Versailles dove poterono vivere pacificamente fino alla Rivoluzione francese, corteggiando le dame di corte e inchinandosi per rispetto di fronte al sovrano2.

4Non in tutti gli stati e non nello stesso modo esiste un vero monopolio della violenza. È noto come, ad esempio, negli Stati Uniti esista un acceso dibattito intorno alla libera vendita e alla detenzione di armi. In certe situazioni, la gente si sente insicura e pensa di dover provvedere personalmente alla propria difesa, in altri casi, non riconoscendo l’autorità dello stato, qualcuno pensa di potersi fare giustizia da solo. Talvolta, il confine tra violenza legittima e illegittima non appare tracciato in modo sufficientemente netto. Tuttavia, è chiaro che la presenza dello stato è stata decisiva per restringere l’uso della violenza nei rapporti umani.

5La violenza non è certo scomparsa dalla nostra vita quotidiana. L’impressione che la violenza sia in aumento è tuttavia sostanzialmente sbagliata. C’è un semplice dato, assai affidabile, per dimostrarlo ed è il numero degli omicidi che vengono compiuti ogni anno. In Italia negli ultimi trent’anni gli omicidi sono diminuiti di più di 6 volte, il calo si è avuto in tutto il mondo, sia pure con enormi differenze: in gran parte d’Europea si conta ogni anno meno di un omicidio ogni 100.000 abitanti, in Brasile più di 30, in Russia più di 10 e negli Stati Uniti più di 5. Il calo riguarda anche altre forme altrettanto gravi di violenza come, ad esempio, le violenze sessuali sulle donne e sui minori. Quando fatti di questa natura accadono se ne parla di più, c’è maggiore attenzione pubblica, è cresciuta la sensibilità collettiva nei confronti della violenza. Stiamo diventando più umani, più sensibili alla crudeltà, più vicini a chi soffre, meno indifferenti. Assistere indifferenti alla violenza suscita riprovazione. È passato molto tempo da quando le folle riempivano il circo per godersi lo spettacolo dei gladiatori che lottavano fino alla morte. Un tempo, fino a non molto tempo fa, le esecuzioni dei condannati a morte si facevano in piazza suscitando l’entusiasmo più che l’orrore dei presenti. Oggi la pena di morte è stata abolita nella maggior parte degli stati del mondo. La tortura è considerata in molti paesi una pratica inammissibile (anche se purtroppo viene ancora frequentemente praticata nei regimi autoritari e non solo) e le pene corporali non sono più considerate una pratica educativa accettabile. Se diventiamo più sensibili, meno indifferenti alla violenza, la violenza diminuisce perché si mette in moto un circuito virtuoso di controllo sociale. Il fatto di riconoscere che la violenza nei rapporti umani si è ridotta non vuol dire che non ne sia rimasta comunque “troppa” e che non debba restare comunque prioritario l’impegno a ridurla ulteriormente. Che il mondo sia diventato “migliore” non vuol dire che sia diventato “buono”, ma soltanto che la via per migliorarlo è possibile, anche se la strada da percorrere è, e resterà, molto lunga, praticamente infinita.

2. La guerra, ovvero la violenza tra gli stati

6Gli stati hanno acquisito il monopolio della violenza legittima, reprimono, anche esercitando violenza, la violenza illegittima, cioè quella tra i cittadini di uno stesso stato. Il Diritto Internazionale è nato dall’esigenza di regolare la violenza tra gli stati e, sia dopo la Prima che dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono nate delle istituzioni (la Società delle Nazioni e l’Organizzazione delle Nazioni Unite) per indurre condizioni che favoriscano la pace e riducano le occasioni di conflitti militari. La guerra, però, reale e potenziale, non è scomparsa e, come diceva von Clausewitz, che però non conosceva la guerra nucleare, la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, ovvero la pace è un periodo di più o meno lungo di tregua tra due guerre. Lo stato di guerra produce inevitabilmente la polarizzazione amico-nemico e lealtà-tradimento. Le situazioni di guerra tendono a trasformare l’educazione in una forma di indottrinamento volta a rafforzare l’identità collettiva della nazione in armi contro tutti coloro che vi si oppongono, al di là, ma anche e soprattutto entro i propri confini. Nello stato di guerra un sereno confronto di opinioni non è possibile, chi dissente, che sia un pacifista o un infiltrato del nemico, si mette comunque di fatto, al di fuori della collettività.

7Negli ultimi secoli, ma anche prima, gli stati europei sono stati, con brevi pause concesse dalla storia, in uno stato di guerra permanente. Questa è la ragione per la quale democrazia ed educazione non hanno in Europa, se non raramente, trovato un vero terreno d’incontro. Fino almeno al secondo dopoguerra l’educazione civica nella scuola pubblica dei paesi europei non è stata una vera e propria educazione alla democrazia, ma piuttosto una forma di indottrinamento per radicare l’amor di patria, le virtù eroiche, la disponibilità al sacrificio (anche della vita) per la difesa dei confini o la realizzazione di una presunta “missione” di civiltà nel mondo. Nessuno stato europeo, dal più piccolo al più grande, si è potuto sottrarre a questa logica che confonde l’idea di patria con l’idea di nazione. Mentre l’idea di patria, come la intendevano ad esempio Giuseppe Mazzini o Heinrich Heine, era una via maestra per la fratellanza tra i popoli, l’idea di nazione esprimeva in modo più o meno esplicito la considerazione della propria superiorità rispetto agli altri popoli e quindi anche la legittimazione in caso ad esercitare il dominio su di loro.

8Non c’è dubbio che l’accentuazione estrema del nazionalismo abbia raggiunto il limite durante il regime fascista, nella scuola e anche negli apparati di organizzazione e di mobilitazione dei giovani. Lo stesso è avvenuto, con manifestazioni ancora più aberranti nel caso della Germania nazista, ma anche Francia, Regno Unito, e non solo, hanno coltivato il proprio orgoglio nazionale combinato spesso a un sentimento di superiorità, accentuato spesso dall’esigenza di giustificare il dominio coloniale. Lo stato di guerra, permanente o comunque potenziale, produce questa situazione come conseguenza pressoché inevitabile. L’orgoglio nazionale, che di per sé non è un sentimento bellicoso, si traduce in caso di guerra in sciovinismo che giustifica il disprezzo degli altri popoli e alimenta l’ostilità nei loro confronti.

3. La guerra e la pace nell’era delle armi nucleari

9Il 6 agosto 1945 è una data che segna indelebilmente la storia dell’umanità. Quel giorno fu sganciata sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica e pochi giorni dopo una seconda su Nagasaki. Le due bombe provocarono, direttamente o indirettamente, circa 250.000 vittime e posero fine alla Seconda Guerra Mondiale nella quale in numero dei morti fu ben maggiore (più di 68 milioni). Da quella data, e soprattutto da quando negli anni ’50 si instaura una sorta di equilibrio del terrore, è incominciata a diffondersi la consapevolezza dell’esistenza di strumenti in grado di distruggere potenzialmente non solo l’umanità, ma insieme ad essa molte, forse la gran parte, delle forme di vita sulla terra. Uno scenario, che solo la leggenda biblica del diluvio universale o in seguito dell’apocalisse aveva in passato concepito come possibile, diventava immaginabile come possibilità concreta. Risale al 1945 anche la pubblicazione, ancor oggi assai attiva, del Bulletin of of the Atomic Scientists, redatto allora dagli scienziati che avevano partecipato al progetto Manhattan e che informa e ammonisce sulle opportunità e sui rischi dell’uso degli ordigni nucleari. Risalgono a quegli anni anche gli appelli di personaggi di grande statura scientifica e morale, come Bertrand Russel e Alfred Einstein, a favore del disarmo nucleare (Greco, 2017; Levi, 2021). Nonostante questi avvertimenti e le voci dei movimenti pacifisti, da allora abbiamo assistito nel corso della guerra fredda alla corsa agli armamenti, alla moltiplicazione delle armi nucleari, alla loro successiva riduzione nel corso della cosiddetta distensione ed infine alla loro proliferazione al di fuori delle due superpotenze dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America. Oggi gli stati che dispongono di armi nucleari sono ben nove e non è escluso che la lista si possa ancora allungare. Ad ogni modo, il potenziale atomico a disposizione (ca. 17.000 ordigni nucleari) è largamente sufficiente ad estinguere la popolazione mondiale e non una sola volta.

10È evidente che nessuna potenza che dispone di armi nucleari è disposta a rinunciarvi. Solo l’Ucraina e il Kazakhstan lo fecero nei primi anni Novanta. Le richieste di alcuni movimenti pacifisti che facevano campagna per il disarmo unilaterale, non hanno trovato accoglienza. Tra gli stati, ancor meno che tra gli individui, il precetto evangelico di offrire l’altra guancia da parte di chi è stato aggredito e offeso, non trova possibilità di applicazione. Vige piuttosto la cosiddetta legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente.

11Il disarmo presuppone fiducia reciproca che per definizione non è presente tra potenze in conflitto o anche solo in competizione per il governo del mondo. Ogni potenza nucleare è ben consapevole che l’uso delle armi nucleari susciterebbe la risposta immediata dell’avversario e quindi metterebbe a repentaglio la propria stessa sicurezza e, tuttavia, la minaccia dell’uso dell’arma atomica sarebbe del tutto inefficace se non vi fosse la possibilità, per quanto remota, di poterne fare ricorso, anche senza considerare la possibilità dell’errore umano e della imprevedibilità del caso. Per descrivere questa situazione è stata coniata al tempo dell’escalation all’inizio della guerra fredda, l’espressione di “equilibrio del terrore” e gli esseri umani si sono abituati a vivere in una situazione che non esclude la possibilità di un suicidio collettivo, cioè dell’estinzione delle specie per effetto dell’uso delle armi atomiche.

12L’equilibrio del terrore ha comunque garantito una pace armata e impedito per un lungo periodo lo scoppio di una Terza Guerra Mondiale. Non ha però impedito le tante guerre più o meno locali che si sono combattute ai margini dei due “imperi”: la guerra di Corea (1950-1953), di Indocina (1946-1954), del Vietnam (1960-1975), la guerra Arabo-Israeliana o Israelo-Palestinese (1948), la guerra d’Algeria (1954-1962), la guerra Indo-Pakistana (1965), le guerre nell’area balcanica della ex-Jugoslavia (1991-2001), nonché diversi altri conflitti minori spesso legati ai processi di de-colonizzazione, per non parlare dei carri armati che hanno pacificato le piazze di Budapest (1956) e di Praga (1968).

4. La fine della tregua: l’invasione russa dell’Ucraina

13La situazione di pace armata e di guerre locali è durata a lungo dopo il 1945. L’Europa è stata divisa in due blocchi contrapporti, nell’uno dei quali regnava la pax americana e nell’altro la pax sovietica. Entrambe ponevano un freno al nazionalismo, da un lato favorendo l’unificazione europea, dall’altro nascondendo i nazionalismi sotto l’ideologia dell’internazionalismo proletario. È stata una lunga parentesi di pace, sia pure di pace apparente. Con l’invasione del territorio dell’Ucraina da parte della Russia, dopo tre quarti di secolo, la guerra è ricomparsa improvvisamente e, per la gran parte delle popolazioni piuttosto inaspettatamente, sulla scena europea. È vero, come abbiamo appena visto, che non era del tutto scomparsa e tra il 1992 e il 1995 lo smembramento dell’ex-Jugoslavia aveva generato una guerra e gravissimi atti di genocidio con quasi 100.000 morti. Il mondo non è mai stato veramente in pace.

14Ma, almeno per una parte cospicua del sub continente europeo, la guerra apparteneva ai ricordi d’infanzia della popolazione più anziana, per il 90 % della popolazione era qualcosa che si era letto sui libri di scuola, oppure veicolato da qualche film storico e, per i più giovani, qualcosa che apparteneva alla sfera del gioco, ai war games che si possono fare sui telefoni cellulari. Per chi l’ha vissuta, la guerra è sangue e distruzione, è qualcosa per cui si è comandati per uccidere e si paga anche con la vita se non si ubbidisce, è qualcosa da vedere con gli occhi, con tutti i sensi, il fragore delle bombe che scoppiano, l’odore acre dell’esplosione, la vista di corpi dilaniati e di rovine che nascondono altri corpi. E poi la guerra non è solo combattuta dai soldati sul fronte, anche la popolazione civile viene coinvolta ed anzi spesso subisce le conseguenze più orribili. La guerra però non è fatta solo di emozioni forti. È anche violenza “legalizzata”, “legittima”, frutto di calcoli strategici, di obiettivi da raggiungere “costi quel che costi”, talvolta di entusiasmi collettivi, di odio verso chi di volta in volta è identificato come nemico. La guerra è un fatto totale, un mostro dalle molteplici facce. Per i futuristi del primo Novecento era il “motore del futuro”, un evento “purificatore” che avrebbe portato “l’igiene del mondo”. Spesso non ce ne rendiamo più conto, ma la guerra fino a poco più di un secolo fa anche da noi era esaltata da correnti profonde del pensiero come l’arena dove si temprano le virtù dei popoli.

15All’Europa, o meglio, ad una parte di essa, è stata concessa una lunga pausa. Tre quarti di secolo di pace, una pace che ha reso possibile il, sia pure relativo e diseguale, benessere di cui godiamo. Paesi che per secoli si sono fatti reciprocamente la guerra hanno riposto le armi, hanno archiviato le antiche virtù del coraggio, hanno smesso di considerare eroi coloro che hanno perso la vita per poter uccidere quella dei nemici. Forse pensavamo che la pace sarebbe stata duratura, se non permanente o perpetua. E, invece, col 24 febbraio 2022 il sogno è finito. La guerra è tornata, è vicina e rischia di allargarsi. Non possiamo ignorare la sua presenza e non solo perché avrà conseguenze sulla politica, l’economia, la vita della gente nei nostri paesi, ma anche perché le notizie e le immagini, per quanto manipolate e manipolabili, ci accompagneranno per non poco tempo.

16La guerra entra nelle nostre case attraverso le immagini. Non è possibile schermare bambini, adolescenti e giovani da questa realtà, distante appena pochi centinaia di chilometri a Nord-Est dei confini italiani. I bambini leggeranno la realtà della guerra dalle immagini, ma soprattutto dalle emozioni che quelle immagini suscitano negli adulti che li circondano. Prima di tutto, non dovremo far finta di niente, fare come se le immagini rappresentassero una realtà virtuale. Non dobbiamo fare gli indifferenti, come se si trattasse di un war game qualsiasi. Dobbiamo comunicare le nostre emozioni. Certo, con la dovuta cautela, ma senza nascondere i nostri sentimenti e i nostri pensieri. Non va bene lasciare i bambini soli davanti alle immagini della violenza della guerra. Dobbiamo parlarne. Riconoscere la realtà del conflitto tra stati e che la guerra non è l’unico modo per risolvere i conflitti, che ci possono essere vinti e vincitori, ma anche tutti perdenti. Può essere l’occasione per iniziare un processo di riflessione sulla violenza, anche quella tra pari (di cui i bambini hanno comunque esperienza diretta), quella in famiglia, quella tra bande rivali, tra gruppi con interessi in conflitto, tra autoctoni e immigrati e i modi in cui i conflitti possono essere regolati e la violenza può essere controllata e neutralizzata. Già oggi sono arrivati migliaia di profughi, quelli sì avranno qualcosa da raccontare, la distruzione, la paura, la fuga. Sarà un’occasione per un confronto diretto con la realtà della guerra, per connettere immagini mediatiche e racconti di esperienze vere. Sarà anche un’occasione per concretizzare la solidarietà con le vittime, per convincersi e convincere che ognuno può fare qualcosa per alleviare le sofferenze di coloro che la guerra l’hanno vista coi loro occhi. La cosa da non fare, come genitori e come educatori è lasciare i bambini soli ad elaborare l’impatto con la realtà della guerra. Prima di chiederci come i bambini reagiscono alle immagini della guerra, dovremmo chiederci come reagiamo noi e come trasmettiamo ed elaboriamo le nostre reazioni.

17Non potremo mai sapere come le scuole ucraine e russe affrontano e affronteranno coi loro studenti il tema della guerra. Ce lo possiamo però immaginare: sarà fatto di tutto per rafforzare il più possibile il senso di appartenenza e la compattezza della nazione, sarà molto difficile che venga dato spazio alle voci di dissenso, saranno introdotte delle forme di censura (in Russia è stata sospesa, tra molte altre, la pubblicazione della Novaya Gazeta che era stata fondata da Mikhayl Gorbatchev). È pensabile che lo spazio lasciato alle voci del dissenso sulla condotta della guerra sia più ampio in Ucraina che non in Russia, ma non ci possiamo fare illusioni: nello stato di guerra non c’è molto spazio per un confronto tra strategie e opinioni diverse. Il dissenso scorre nascosto nella sfera privata, sempre che il sistema dei controlli non invada anche quella sfera, cosa ormai tecnicamente possibile attraverso la telefonia cellulare, per non parlare di strumenti ancora più sofisticati come il riconoscimento facciale. Anche nelle democrazie più collaudate, e a maggior ragione nei regimi autocratici, lo stato di guerra conduce inevitabilmente a compromettere alcuni diritti fondamentali della persona.

5. La pace nell’era della guerra nucleare

18L’impressionante potenza distruttiva a disposizione delle due grandi potenze nel periodo post bellico ha impedito fino al 1989 lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Vi sono stati numerosi conflitti armati che però non hanno mai condotto ad un confronto diretto tra le due superpotenze atomiche. L’armamento atomico, con buona pace dei pacifisti integrali, è stato il mezzo più efficace per scongiurare il suo utilizzo. Tuttavia, non ci si può nascondere che il rischio esista ed anzi che aumenti con l’incremento del numero degli stati che dispongono di un arsenale atomico. Nel 1968 centonovantuno stati (tra i quali, USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) hanno firmato il Trattato contro la proliferazione delle armi nucleari, però non è affatto rassicurante che Israele, India, Pakistan, Iran e Corea del Nord, che pure dispongono, al di fuori di ogni norma di diritto internazionale, di questi ordigni, non lo abbiano firmato e non intendano farlo. Nel 2017 è stato inoltre adottato dall’Assemblea delle Nazioni Unite un secondo trattato (TPNW-Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari) finora adottato da 84 paesi. Le buone intenzioni non mancano, ma la sicurezza del pianeta non può fondarsi solo sulle buone intenzioni.

19Dall’ordine del mondo bipolare del dopoguerra siamo passati al disordine del mondo attuale e non si vede se, come e quando, si possa giungere ad una, sia pur relativa, stabilizzazione, ad un nuovo ordine multipolare. Molti sono consapevoli del rischio immenso che grava sull’umanità, ma quasi tutti hanno rimosso questa consapevolezza in qualche piega nascosta dell’essere in modo tale che non turbi troppo il sonno e le normali attività della vita quotidiana. Ci siamo abituati a considerare normale una situazione che non lo è affatto: la presenza della possibilità tecnica di estinzione della specie nelle mani di un numero ristretto di capi che hanno il potere di schiacciare il bottone. Questa operazione di rimozione collettiva è conseguenza del fatto che l’evento catastrofico non dipende da nessuno di noi e neppure da circostanze che sono anche lontanamente sotto il nostro controllo. Se non c’è nulla che possiamo fare, individualmente o collettivamente, è meglio non pensarci neppure. La rassegnazione sembra l’unica via percorribile e anche l’unica “razionale” a disposizione in assenza di movimenti su scala planetaria.

20D’altra parte, è pur vero che nessun attore, individuale o collettivo, sano di mente, ha interesse, materiale o ideale, alla fine del mondo. La condizione che l’attore sia “sano di mente” non è sufficientemente rassicurante, sia perché la quota di persone affette da gravi disturbi mentali nella popolazione non è irrilevante, sia perché nulla garantisce che persone di questo tipo siano arrivate a reggere stati o imperi e quindi possano prendere decisioni dalle conseguenze irreparabili. Possiamo ragionevolmente pensare che in ogni società si siano sviluppate istituzioni e pratiche per ostacolare che soggetti pericolosi possano arrivare a posizioni dalle quali le loro decisioni siano in grado di produrre conseguenze irreparabili. Ma sulla loro efficacia non abbiamo nessuna certezza.

21La rassegnazione sembra essere l’unica via “razionale”, ma lo è solo per ognuno degli otto miliardi di esseri umani attualmente presenti sulla terra presi individualmente. Vale almeno la pena cercare di riflettere se non sia possibile immaginare una situazione in cui gli otto miliardi di esseri umani riconoscano di avere un interesse collettivo alla sopravvivenza della specie. Inizia qui un ragionamento squisitamente e consapevolmente utopico. Sono ben consapevole come sia difficile che gli esseri umani si muovano insieme per raggiungere un obiettivo definito come bene comune. Ma se ci ha provato Kant un paio di secoli fa, e altri dopo di lui, in condizioni molto diverse rispetto a quelle attuali, non vedo perché non si possa riprendere il tentativo, visto che le condizioni sembrano oggi più favorevoli per concepire un progetto di “pace perpetua”.

  • 3 Per un ampio inquadramento della posizione di Kant nel dibattito del suo tempo, vedi Mori M. (2008 (...)

22È utile ripartire da una rilettura di Kant ([1785] 2022)3. Kant è ben consapevole che finché esistono stati sovrani “un trattato di pace non può valere come tale se viene fatto con la segreta riserva di materia per una futura guerra” (45) e che “gli eserciti permanenti devono con il tempo scomparire del tutto” (47). Aggiunge però che, per la pace perpetua, “in ogni Stato la costituzione civile deve essere repubblicana” (54). Tuttavia, il problema della pace e della guerra ai tempi di Kant non si poneva in termini di minaccia alla sopravvivenza della specie. Le armi da fuoco erano già in uso e i cannoni non erano ancora molto perfezionati. Oggi, non si tratta più soltanto di evitare che vite umane e risorse vengano gettate nel fuoco della guerra come i rifiuti in un inceneritore, ma di salvare una specie che ha prodotto nei millenni infami nefandezze ma anche sublimi realizzazioni. C’è qualche speranza che sia possibile convincere imperi, stati, le loro autorità civili e militari e le popolazioni di tutti i continenti che il rischio è grande per tutti e che è prioritario provvedere ad un ordine mondiale che escluda la guerra totale? In quali condizioni le grandi e piccole potenze potrebbero convincersi a distruggere il loro arsenale atomico? Mai, risponde il coro dei “realisti” di tutto il mondo. Ed è piuttosto probabile che abbiano ragione. Alta probabilità, però, non vuol dire certezza. Anche se la probabilità fosse effettivamente molto scarsa, diciamo l’1%, poiché in gioco c’è la sopravvivenza della specie, varrebbe sempre la pena puntare sull’eventualità che si verifichi. Ha quindi senso indagare e riflettere sulle condizioni che potrebbero favorire il verificarsi di un evento improbabile, un patto per la pace perpetua. Certo, se tra i potenti della terra nelle cui mani c’è o ci sarà la sorte del pianeta prevalesse saggezza e razionalità, la probabilità di una scelta virtuosa sarebbe comunque accresciuta. Ma non basta fare appello alla saggezza e alla razionalità, bisogna piuttosto creare le condizioni in cui nei potenti della terra prevalga saggezza e razionalità. Nella storia sono stati, talvolta, i movimenti sociali ad indicare la strada. I movimenti pacifisti hanno una lunga storia, ma non sono mai riusciti a fermare una guerra. Indossare le armi comporta la disponibilità, se non proprio la volontà, a uccidere e a farsi uccidere. Possiamo chiederci dove si accresce o diminuisce questa disponibilità, in quali condizioni un rifiuto generalizzato di indossare le armi può indurre ad escluderne o almeno moderarne l’uso. Credo che sia più facile indurre esseri umani normali ad uccidere e farsi uccidere in presenza da un lato di ignoranza e dall’altro di fame o di una combinazione dei due fattori. A parità di altre condizioni, ignoranza e fame inducono alla brutalità, la riduzione di entrambe rende gli uomini più pacifici. Possiamo trovare nella storia esempi che contraddicono questa affermazione, ma la possiamo accettare fino a prova contraria. È plausibile che società istruite e dove la ricchezza è diffusa e la povertà ridotta siano meno disposte alla guerra, ma questo potrebbe addirittura indurre all’aggressione i governanti di società meno pacificate.

23Questa però non è l’unica delle variabili in gioco. Sicuramente rilevanti sono anche strategie e tecniche militari: un conto è la guerra di trincea, un altro la conquista di un territorio, un altro ancora l’uso dell’aviazione e dei bombardamenti a tappeto o mirati contro obiettivi militari o civili, oppure l’uso di droni o di missili a breve, media o lunga gittata, provvisti o meno di testate nucleari. Più il rapporto con il nemico diventa distante e astratto, meno coinvolge sentimenti di aggressività, ma anche di pietà o solidarietà. La guerra tecnologica, come ci ha insegnato il film “il dottor Stranamore”, cancella molte componenti emotive dei comportamenti in guerra (Fornari, 1964). Il pilota che sgancia la bomba atomica su Hiroshima ha ancora un rapporto quasi fisico con il nemico, vede il fungo atomico alzarsi dalla terra, diversamente dal comandante che preme il pulsante per far partire un missile intercontinentale capace di annientare un’intera regione a migliaia di chilometri di distanza. La violenza non comporta più il confronto corpo a corpo; la guerra tecnologica allontana l’aggressore dalla vittima, la distanza diventa invalicabile. Come nei campi di sterminio e nei macelli degli allevamenti di massa, indurre la morte diventa un’operazione meccanica priva di emozioni e sentimenti. Questa distanza emotiva rischia di facilitare la rimozione per cui viviamo delle vite tranquille senza pensare alla possibilità dell’olocausto nucleare.

24Il rifiuto di indossare le armi, l’opposizione all’industria degli armamenti, non sono sufficienti per alimentare sentimenti pacifisti se non si associano al superamento dell’ostilità tra gli stati e nei confronti del vicino e del diverso, alla solidarietà e alla consapevolezza della comune appartenenza alla specie umana.

6. Dal disordine multipolare al governo mondiale

  • 4 Vedi anche: Bosco A. (1983), Lord Lothian e la nascita di “Federal Union” 1939-1949, «Il Politico» (...)

25Come scriveva Lord Lothian nel 19354, prima ancora che scoppiasse la guerra, “il pacifismo non basta”. La pace non potrà essere duratura finché ci saranno stati o imperi in competizione tra loro per il governo del mondo. Anche se dovessero accordarsi per distruggere ognuno il proprio arsenale nucleare difficilmente avrebbero davvero fiducia che l’altro o gli altri lo facciano veramente e non nascondano gli ordigni invece di distruggerli. Inoltre, non avrebbero fiducia neppure in un garante inter partes incaricato di far rispettare i patti. Sarebbe un profeta disarmato incapace di contrastare gli interessi in conflitto. Peraltro, supposto che gli stati riescano effettivamente a eliminare le armi atomiche di distruzione di massa, finirebbero prima o poi per ritornare alle armi convenzionali per dirimere i loro conflitti. Tornerebbe lo spettro della guerra vecchio stile della quale, almeno in Europa e fino all’invasione dell’Ucraina, solo gli anziani avevano conservato il ricordo.

  • 5 A conclusioni analoghe giunge Ferrajoli L. (2021), Perché una Costituzione della Terra, Torino, Gi (...)

26Almeno sul piano razionale, il problema della neutralizzazione delle armi nucleari capaci di distruggere il pianeta è risolvibile soltanto affidandone il monopolio dell’uso ad un potere comune5. Questo potere, almeno in prima istanza, non avrebbe altro compito se non quello di ridurre drasticamente l’armamento nucleare in modo da sottrarlo al controllo degli stati e degli imperi, ma di conservarne e custodirne una quota ridotta. Qualora imperi e stati dovessero ricorrere alla guerra tradizionale per regolare i loro eventuali conflitti, il potere centrale potrebbe efficacemente dissuaderli ricorrendo alla minaccia ed eventualmente all’uso concreto delle armi nucleari in suo possesso.

27L’istituzione di un potere centrale di questa natura non è pensabile come un evento miracoloso che nasca da uno spontaneo e improvviso ravvedimento dei potenti della terra. Può essere solo il risultato di un processo che parte da movimenti di mobilitazione dell’opinione pubblica su scala planetaria e mira alla aggregazione di forze con l’obiettivo di dar vita a un processo costituzionale per un governo mondiale. All’inizio questo governo dovrebbe disporre solo del potere e delle risorse necessarie per mantenere in efficienza un arsenale nucleare (minimo) al fine di dissuadere chi volesse costruirsene uno proprio o comunque violare il diritto internazionale con altri mezzi di guerra. Non è pensabile che un processo costituzionale di questa natura, mirante in via prioritaria alla creazione di un potere di dissuasione, presupponga una sia pure limitata omogeneità di forme di governo tra le parti, cioè stati e imperi. Detto altrimenti, non possiamo aspettare che tutti gli imperi-stati diventino democratici o autoritari in una delle possibili forme di democrazia o autocrazia, non possiamo neppure aspettare che rispettino allo stesso modo i diritti umani. Oggi viviamo in un mondo in cui i regimi e gli valori ideali democratici sono in minoranza.

28Non possiamo, come prescriveva Kant, aspettare che tutti gli stati “diventino delle Repubbliche” per pensare ad un governo mondiale. È necessario un accordo tra democrazie e dittature (di destra o di sinistra), cioè tra ordinamenti politici in linea di principio inconciliabili. È la condizione che una volta era stata chiamata di “coesistenza pacifica”, la rinuncia almeno temporanea a favorire o provocare il collasso del sistema avversario, anche qualora questo comportasse fare un patto con il diavolo, accettare di trattare anche con chi non rispetta di fatto o di diritto i “diritti umani” pure sanciti sulla carta dai trattati internazionali.

29Il patto, in un primo momento, dovrebbe limitarsi ad un accordo costituzionale limitato al solo fine di evitare il rischio dell’estinzione della specie. Non si tratterebbe di costruire da un giorno all’altro uno stato federale mondiale, ma di mettere il primo pilastro dell’architettura di un governo globale. Fatto questo primo passo, cioè la rinuncia multilaterale all’armamento capace dello sterminio di massa e il conferimento del monopolio nucleare ad un embrione di governo planetario, si potranno mettere in moto ulteriori processi “virtuosi” che gradualmente costituiscano regole, e cioè istituzioni, in altri ambiti non necessariamente e direttamente connessi alla sola potenza militare.

30Quello di cui la specie ha in prima istanza bisogno è un governo globale “minimo” che abbia il solo scopo di garantire la pace (ed evitare l’autodistruzione della specie), in altri campi (ad esempio la tutela dell’ambiente, la salute, la lotta alla povertà, la sicurezza degli scambi, le migrazioni) potranno bastare anche accordi limitati e parziali di collaborazione/coordinamento tra organizzazioni su scala ridotta (continentale, regionale, locale). Non c’è nessun bisogno di ridurre la varietà del mondo per eliminare il rischio della sua autodistruzione. Entro certi limiti, diversi sistemi di credenze, diversi sistemi politici economici e sociali possono convivere sia in rapporti di competizione, concorrenza, sia di collaborazione, cooperazione. Un “governo minimo” non vuol dire un governo disarmato, ma un governo capace di arginare efficacemente eventuali tendenze dispotiche e imperiali che dovessero svilupparsi al suo interno.

  • 6 Sono molto in sintonia con Ferrajoli che la meta finale debba essere una “Costituzione per la Terr (...)
  • 7 Solo dopo aver licenziato questo testo sono venuto a conoscenza del lavoro di Cerutti F. (2010), S (...)

31È evidente che le minacce alla sopravvivenza della specie non derivano solo dalla guerra atomica, ma anche dall’inquinamento atmosferico, dal degrado dell’ambiente, dalla riduzione della biodiversità e da altro ancora. Tuttavia, è solo disinnescando la minaccia della guerra che si possono creare le condizioni di un equilibrio multipolare nell’ambito del quale sviluppare forme di cooperazione tra sistemi anche profondamente diversi tra loro e sperare che col tempo possano tutti, sia in teoria sia in pratica, adottare i fondamentali diritti umani6. La spinta però può venire soltanto da movimenti sociali su scala globale che fondino le istanze pacifiste e ambientaliste nell’identificazione di un obiettivo comune: la creazione di un monopolio globale delle armi di distruzione di massa. La probabilità che ciò accada forse non sono molto alte, ma non sono neppure del tutto assenti. Esistono le condizioni oggettive affinché tali movimenti si sviluppino: la minaccia nucleare e la bomba ambientale non sono invenzioni ideologiche, ma possibilità reali scientificamente fondate7.

7. Una nuova ONU

32Non c’è bisogno di spendere molte parole per affermare che l’ONU, sia come Assemblea sia come Segretariato Generale, è impotente. Anche quando riesce a prendere delle decisioni, quasi sempre a maggioranza, la loro efficacia dipende dalla volontà delle grandi potenze, cioè al momento dal Consiglio di Sicurezza dove Usa, Francia, Regno Unito, Russia e Cina hanno ciascuna il potere di veto.

33Per dare potere alle Nazioni Unite bisogna che non solo sia in grado di prendere delle decisioni, ma anche di applicarle, l’enforcement, la capacità di farsi ubbidire dagli stati e, in particolare, dalle grandi potenze è il fattore decisivo. Non basta la buona volontà, la capacità di convincimento, l’influenza della ragione, ci vuole un potere reale e, nei rapporti tra stati, in definitiva il potere reale è fondato sulla forza armata. Le Nazioni Unite non saranno mai unite se non saranno in grado di usare la forza o di minacciare di usarla. Non è necessario che siano in grado di mobilitare un grande esercito, migliaia di missili, di aerei e di carri armati. Basta che dispongano del monopolio di un, per quanto ridotto, arsenale nucleare. La minaccia del suo uso è efficace e credibile proprio perché non può scatenare una retaliation della stessa forza e della stessa natura.

34Questa proposta è, nel senso rigoroso del termine, un’utopia, cioè una rappresentazione di uno stato ideale delle relazioni tra stati di cui non si conoscono le condizioni di realizzabilità. Dire che tali condizioni sono irrealizzabili e dire che non si conoscono le condizioni di realizzabilità, non è la stessa cosa. Nel primo caso il discorso finisce lì, nel secondo si può sviluppare qualche argomentazione e formulare delle ipotesi.

35Primo argomento. Nell’arco del prossimo secolo l’umanità raggiungerà la soglia massima della sua espansione quantitativa, da quel momento in poi potrà lentamente decrescere. Verrà meno quella che nella storia è stata una delle spinte maggiori all’acquisizione di nuovi territori e di nuove risorse da sfruttare. Non è un argomento molto forte perché la pressione demografica è solo uno dei fattori che inducono ad appropriarsi delle risorse dei vicini ed è probabile che rimarranno forti diseguaglianze nella distribuzione territoriale delle risorse e quindi possibilità di conflitti. Tuttavia, il calo demografico della popolazione mondiale non è un fattore da trascurare del tutto.

36Secondo argomento. In un mondo dove la comunicazione è globale, la presenza di società/stati dove vi è un certo benessere diffuso è un fatto che non può restare ignorato da società/stati dove le popolazioni godono di livelli di vita percepiti come insufficienti. È quello che si potrebbe chiamare l’effetto dimostrazione su scala planetaria. Sulla spinta di movimenti sociali, le élite potrebbero più facilmente convincersi che per rafforzare il consenso bisogna assecondare la tendenza a riconvertire le spese militari nell’aumento del benessere delle popolazioni.

37Terzo argomento. Le risorse risparmiate sul fronte militare potrebbero essere meglio impiegate nella tutela della salute e dell’ambiente, accelerando – ad esempio – le misure della transizione alle energie rinnovabili.

38Quarto argomento. La riduzione della mortalità infantile ha di fatto liberato una gran parte della popolazione femminile dal compito della riproduzione della specie e alimentato i movimenti femministi che hanno spinto verso l’emancipazione femminile. Questa grande trasformazione incontra ancora ostacoli e forti resistenze in molte parti del mondo, ma è alla lunga inarrestabile. In definitiva sono le donne a produrre la vita (sia pure con l’inevitabile contributo degli spermatozoi maschili) e quindi sono meno disposte ad offrire i loro (pochi) figli in sacrificio per la follia degli stati.

39Questi argomenti dovrebbero essere sufficienti per non scartare ex-ante l’ipotesi di un governo del mondo provvisto di forza armata nucleare. Mi sembra si possa intravvedere una convergenza strategica dei movimenti pacifisti, ambientalisti e femministi verso un obiettivo comune. Agli esperti di diritto costituzionale internazionale resta il compito di indicare quale forma potrebbe assumere un governo del mondo che sia al di sopra degli stati, ma anche che non cancelli la loro esistenza e la loro diversità, che non sia cioè un super-stato.

40In conclusione, non dovrebbe essere un’impresa impossibile convincere governi e popolazioni che rinunciare all’armamento nucleare può essere un buon affare per tutti. Non mi nascondo che, così come negli individui, anche nelle società/stato possono prevalere le pulsioni auto-distruttive e che i percorsi virtuosi sono spesso difficili. Ma se il rischio dell’estinzione della specie è reale, forse vale la pena tentare.

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Bibliografia

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Levi L. (a cura di) (2021), Albert Einstein. Dal pacifismo al governo mondiale, Soveria Mannelli, Rubbettino.

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Note

1 Tra coloro che nutrono dubbi sulla diminuzione della violenza nelle società moderne vi è Corradi C. (2016), Sociologia della violenza. Identità, modernità, potere, Milano-Udine, Mimesis. Il lavoro, assai pregevole, è tuttavia incentrato sull’analisi delle forme moderne di violenza piuttosto che sulla loro incidenza rispetto al passato.

2 Il tema delle origini dell’ordine politico in una prospettiva di storia di lungo periodo è stato ripreso da Fukuyama F. (2012), The Origins of Political Order: From Pre-human Times to the French Revolution, Londra, Profile Books.

3 Per un ampio inquadramento della posizione di Kant nel dibattito del suo tempo, vedi Mori M. (2008), La pace e la ragione. Kant e le relazioni internazionali: diritto, politica, storia, Bologna, il Mulino.

4 Vedi anche: Bosco A. (1983), Lord Lothian e la nascita di “Federal Union” 1939-1949, «Il Politico», XLVIII, 2, pp. 271-304.

5 A conclusioni analoghe giunge Ferrajoli L. (2021), Perché una Costituzione della Terra, Torino, Giappichelli.

6 Sono molto in sintonia con Ferrajoli che la meta finale debba essere una “Costituzione per la Terra”, vale a dire uno stato mondiale, rispettoso dei diritti umani, democratico e federale e anche che un’effettiva Unione Europea potrebbe favorire il passaggio e avvicinare la meta. Penso però che sia prioritario disinnescare prima il pericolo della guerra nucleare.

7 Solo dopo aver licenziato questo testo sono venuto a conoscenza del lavoro di Cerutti F. (2010), Sfide globali per il Leviatano. Una filosofia politica delle armi nucleari e del riscaldamento globale, Milano, Vita e Pensiero. Rimando ad una futura occasione il confronto con questo lavoro che affronta esattamente gli stessi temi di questo mio scritto.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alessandro Cavalli, «La pace come bene comune globale»Quaderni di Sociologia, 90- LXVI | 2022, 9-23.

Notizia bibliografica digitale

Alessandro Cavalli, «La pace come bene comune globale»Quaderni di Sociologia [Online], 90- LXVI | 2022, online dal 01 septembre 2023, consultato il 22 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/5085; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.5085

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Alessandro Cavalli

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