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1. «Quaderni di Sociologia»: genesi e contesto

Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda metà del Novecento

Alessandro Cavalli
p. 27-34

Testo integrale

Premessa

1Da quando faccio il sociologo ho pensato, sulla scorta di Weber, che sociologia e storia debbano, pur nella loro distinzione, lavorare insieme. I 70 anni dei «Quaderni di Sociologia» mi offrono l’occasione per utilizzare ai fini della costruzione di un frammento della storia della sociologia italiana il concetto mannheimiano di “generazione” che è comune ad entrambe le discipline. Questa nota, non sarebbe neppure necessario sottolinearlo, riflette l’esperienza dell’autore ed è quindi condizionata dalle distorsioni soggettive, dalla selettività della memoria, dalle preferenze e dalle occasioni che hanno segnato il mio personale percorso di riflessione sulle vicende della disciplina. Molte opinioni qui esposte si fondano su impressioni che avrebbero bisogno, per risultare fondate, di molti più riscontri empirici di quelli che sono stato in grado di raccogliere.

1. La prima generazione

2Il punto di partenza è il 1945. Il fascismo aveva quasi completamente interrotto lo sviluppo della sociologia come disciplina riconosciuta nelle istituzioni della ricerca e del sapere. La tradizione della sociologia positivistica italiana, fiorita all’inizio del xx secolo, era in qualche modo sopravvissuta a Roma per merito di Vittorio Castellano tra statistica e demografia e una sociologia di matrice cattolica risalente a Giuseppe Toniolo e a Luigi Sturzo era anch’essa sopravvissuta sottotraccia o in emigrazione. Questi sottili fili di continuità non impediscono di considerare il secondo dopoguerra come una sorta di anno zero della sociologia italiana.

3La fondazione dei «Quaderni» nel 1951 precede di pochi anni la fondazione di altre riviste («Sociologia» dell’Istituto Sturzo nel 1956, «Rassegna Italiana di Sociologia» nel 1959, «De Homine» nel 1962 e «Studi di Sociologia» nel 1963). Queste “fondazioni” sono promosse, incoraggiate, sostenute da studiosi che per lo più sociologi non sono, ma hanno incontrato la sociologia fuori d’Italia durante il fascismo. Il battesimo della sociologia viene spesso officiato da pensatori di altre discipline, spesso filosofi che si collocano al di fuori della scia tracciata da Benedetto Croce: Nicola Abbagnano, Luigi Sturzo, Franco Lombardi, Camillo Pellizzi e poi Pietro Rossi, Norberto Bobbio, Renato Treves, Agostino Gemelli, Francesco Vito e qualche altro.

  • 1 Vedi gli atti dei convegni sui problemi delle aree arretrate (Giuffré, 1955), sui rapporti città e (...)

4È Franco Ferrarotti, fondatore con Abbagnano dei «Quaderni di Sociologia», il primo ad essere riconosciuto come sociologo titolare di una cattedra universitaria. Seguirà poi una ristretta cerchia che non doveva essere più numerosa di una ventina di persone che legittimamente può essere chiamata la generazione dei fondatori. Questa generazione ha trovato allora un decisivo supporto istituzionale nel Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale che il magistrato Adolfo Beria d’Argentine aveva fondato pochi anni prima (nel 1948) a Milano e che si rifaceva a una certa tradizione del socialismo umanitario milanese dell’inizio del secolo, nonché alle esperienze del New Deal americano. È il CNPDS che organizza in quegli anni una serie di convegni sulle aree arretrate, sul progresso tecnologico, sui centri di potere, sulla scuola, sulla magistratura ed è il riferimento organizzativo del Congresso Mondiale di Sociologia dell’International Sociological Association svoltosi a Stresa nel 1956 che segna il riconoscimento internazionale della “nuova” sociologia italiana. Nei convegni di quel periodo c’è sempre il riferimento alla “società italiana in trasformazione”. Chi vorrà ricostruire il clima di quegli anni, l’effervescenza intellettuale, la voglia di scoprire un Paese ancora largamente sconosciuto, una società che dalla ricostruzione si era lanciata in un processo di sviluppo inedito e straordinario, non potrà fare a meno di passare al vaglio la mole veramente significativa delle iniziative condotte allora dal Centro e delle quali la prima generazione di sociologi furono, non certo da soli, i principali protagonisti1.

5Il gruppo dei “fondatori” era sì differenziato rispetto alle tradizioni intellettuali di riferimento del tempo (cattolica, liberaldemocratica e socialista), ma era compatto nella rivendicazione del riconoscimento della sociologia come un nuovo modo di guardare alla società. Sono di quegli anni le ricerche su Matera (vi parteciparono Ardigò e Pagani), su Cerveteri di Achille Ardigò, su Rescaldina di Alessandro Pizzorno, di Anna Anfossi sul triangolo Oristano-Bosa-Macomer in Sardegna, di Franco Ferrarotti su Castellamare, di Luciano Cavalli sui quartieri operai di Genova, ma sicuramente anche altre che ora non ricordo. Sono anche gli anni dell’esperienza olivettiana di combinazione tra comunità e industria e della creazione sempre all’Olivetti dell’Ufficio Studi che promuove, condotte da Gallino, le prime ricerche di sociologia industriale. Ritroviamo gli stessi Ardigò, Pagani e Pizzorno, insieme al giovane Massimo Paci, tra i ricercatori dell’ILSES (Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali), un’altra istituzione promossa dal Centro di Beria D’Argentine, forse il primo istituto regionale con finanziamento pubblico dove si svolgono le prime ricerche applicate alla pianificazione e programmazione territoriale, segnale anche della svolta politica di quegli anni col passaggio dai governi di Centro a quelli del Centro-Sinistra.

6Come negli Stati Uniti la stagione del New Deal aveva creato condizioni favorevoli allo sviluppo della ricerca e all’istituzionalizzazione della disciplina, analogamente in Europa, ed anche in Italia, la rinascita/ricostruzione post bellica ha rappresentato il contesto per l’iniziale affermazione della sociologia.

7Non fu soltanto la collocazione geo-politica nel quadro atlantico, ma anche l’influenza culturale proveniente da oltre Oceano a favorire la ripresa della sociologia nel nostro Paese e questo sia sul piano della ricerca empirica che su quello della riflessione teorica. Sul piano della ricerca, qualche stimolo era venuto dagli stessi sociologi e antropologi americani che erano arrivati con le truppe di occupazione (il pensiero va immediatamente alla ricerca di Banfield a Montegrano e alle ricerche della scuola delle human relations). Sul piano della teoria l’impulso era sicuramente derivato dal confronto con Parsons e Merton che avevano riattivato l’interesse per la tradizione europea classica di Weber, Durkheim e Pareto. È significativo che nella prima generazione sociologica post-bellica non possiamo etichettare nessuno come “sociologo marxista”: il pensiero di Gramsci non era stato ancora riscoperto nella sua portata sociologica e per la cultura ufficiale del partito comunista la sociologia era irrimediabilmente etichettata come “scienza borghese”. La sociologia si fa strada incontrando da un lato l’opposizione della cultura idealista e liberale (la connotazione come “inferma scienza”, sulla quale torneremo in seguito, era stata coniata da Benedetto Croce) e dall’altro lato della cultura marxista allora egemone su un importante segmento dell’intellighentia del Paese.

8Le differenziazioni che appariranno in seguito con la formazione delle cosiddette “componenti” (sulle quali avremo occasione di tornare) non si erano ancora ben delineate: c’erano i “cattolici” del filone Padre Gemelli-Vito-Alberoni e il filone dossettiano di cui Ardigò era il riferimento, vi erano poi i “laici” in prevalenza milanesi e torinesi, ma anche altre figure difficilmente collocabili in una dimensione ideologica o teorica, come Acquaviva, Barbano, Luciano Cavalli, Franco Crespi, Pietro Crespi, Pennati, Gallino, Leonardi e lo stesso Ferrarotti. Questa è la generazione dei “fondatori” che trovano tutti o quasi nell’arco di un decennio una collocazione istituzionale riconosciuta nelle università della Repubblica. Nessuno dei “fondatori” ha seguito un percorso di formazione “sociologico”: molti vengono dalle facoltà di lettere e filosofia, di diritto, di economia, alcuni dalla statistica o dalla demografia e dai corsi di laurea in scienze politiche che, salvo poche sedi, non si erano ancora del tutto autonomizzati da giurisprudenza.

2. La seconda generazione

9Il quadro muta, sia pure con alcuni tratti di continuità, con l’affacciarsi a partire grosso modo dalla metà degli anni ’60 della seconda generazione (alla quale appartiene anche chi scrive questa nota). Anche la seconda generazione non ha seguito negli studi universitari un percorso di formazione esplicitamente sociologico. Diciamo che è una generazione che si è “fatta le ossa”, ovvero si è addestrata nel rigore di altre discipline (filosofia, diritto, economia), ma ha avuto il privilegio di avere dei “maestri” che avevano già aperto la strada verso la sociologia. Un’altra caratteristica distintiva della seconda generazione consiste nell’avere in molti casi potuto godere dell’opportunità di completare all’estero (in Francia, in Germania, nel Regno Unito, ma, soprattutto negli USA) la propria formazione, in Paesi cioè dove la disciplina si era già consolidata istituzionalmente nella prima metà del secolo.

10Questa apertura al dibattito internazionale ha segnato anche un relativo spostamento degli interessi della ricerca dai problemi specifici della realtà italiana a temi più generali del cambiamento sociale in chiave talvolta esplicitamente comparativa.

  • 2 Vedi, per tutti: D. della Porta (a cura di), Memory in Movements, 1968-2018, Milano, Feltrinelli, (...)
  • 3 P. Rossi (a cura di), Ricerca sociologica e ruolo del sociologo, Bologna, il Mulino, 1972.

11Ad un certo punto, siamo alla fine degli anni Sessanta, irrompono sulla scena i movimenti sociali e soprattutto i movimenti degli studenti. Una mobilitazione così estesa a livello transnazionale, così nuova, anche se fa uso talvolta di linguaggi di tradizioni precedenti, non si era mai vista. Poco tempo fa, in occasione del cinquantenario, sono usciti diversi studi storici e storico-sociologici su quella stagione e sulle sue conseguenze2. Sullo sviluppo della sociologia ha sicuramente lasciato un segno. Prima di tutto ha ridato fiato ad una visione critica dell’ordine sociale, mettendo in discussione gli approcci funzionalisti che sembravano aver assunto una posizione quasi egemonica, ha contribuito alla ripresa e al rinnovamento del marxismo in chiave neo-marxista, ha riaperto la discussione sui fondamenti epistemologici e metodologici. La sociologia in Italia era appena rinata da circa vent’anni e già si incominciava a parlare della sua crisi (vedi l’importante convegno organizzato a Torino dal Centro Studi Metodologici nel 19713). In realtà la crisi non è della sociologia, che anzi è più che mai vitale, ma dei paradigmi che pretendono validità generale.

12Ma l’effetto non intenzionale più persistente della mobilitazione degli studenti fu la spinta alla proliferazione degli insegnamenti sociologici in un’università che stava facendo la transizione da istituzione dedicata alla riproduzione e formazione delle élite a una università di massa. Non è casuale che l’espansione avvenisse soprattutto in due facoltà, quella di Magistero e quella di Scienze Politiche, emanazione la prima della Facoltà di Lettere e Filosofia e la seconda della Facoltà di Giurisprudenza, con l’effetto di attenuare in queste facoltà, roccaforti della tradizione, l’impatto della massa di nuovi studenti che per la prima volta si riversavano in massa nell’istruzione superiore. In una fase di poco successiva si passò alla creazione di Facoltà di Sociologia (la neonata Università di Trento fu, come è noto, la prima ad istituirne una) e poi di molti corsi di laurea, disseminati un po’ dappertutto lungo la penisola.

  • 4 L. Balbo, G. Chiaretti, L’inferma scienza, Bologna, il Mulino, 1975.

13A trarre beneficio da questa straordinaria espansione degli insegnamenti (e quindi delle cattedre, dei posti di professore incaricato e di assistente) nell’arco di un periodo piuttosto breve fu proprio la seconda generazione di sociologi. È come se una generazione fosse stata pronta ad entrare proprio nel momento in cui si aprivano le porte dell’istituzione4.

14L’espansione accademica della disciplina avviene prima che si consolidino efficaci criteri di scientificità e di professionalità. Questa è la ragione fondamentale, a mio avviso, della formazione delle cosiddette tre “componenti” che hanno negativamente condizionato lo sviluppo della sociologia in Italia nei trent’anni finali del xx secolo. Non escludo che le “componenti” siano anche in parte il residuo della tardiva sopravvivenza delle spaccature originarie delle culture ideologico-politiche risalenti al Risorgimento: la dicotomia cattolico-laico. Non escludo neppure che la spaccatura del dopoguerra tra democristiani, repubblicani, liberali e social-comunisti abbia anch’essa giocato un certo ruolo. La spiegazione più convincente mi sembra però che le “componenti” siano nate per gestire la distribuzione di risorse crescenti (essenzialmente, posti di docenza universitaria) nell’ambito di un sistema di cooptazione che prevede un meccanismo elettorale per la nomina delle commissioni di concorso e, appunto, in assenza di consolidati criteri di merito fondati sulla professionalità che prescindano dalle scelte di valore. L’aver accettato la logica delle “componenti” è una delle responsabilità della seconda generazione che in parte nasconde i risultati effettivi conseguiti sul piano dell’elaborazione teorica e della ricerca. In realtà, le “componenti” non sono scuole di pensiero che riflettano altrettanti orientamenti teorici o metodologici, quanto piuttosto delle aggregazioni di interessi accademici. Aggregazioni che però condizionano fortemente il dibattito, lo scambio e la riflessione sia teorica sia metodologica.

  • 5 C. Facchini, Fare i sociologi. Una professione plurale tra ricerca e operatività, Bologna, il Muli (...)

15Un’altra “responsabilità” (o “realizzazione”, a seconda dei punti di vista) della seconda generazione (o almeno di alcuni suoi esponenti di spicco) è stata il varo delle facoltà e dei corsi di laurea in sociologia (e anche di “scienze della comunicazione”). Se ne sono creati ”troppi”, o “troppo pochi”, oppure “in numero sufficiente” ? I dati finora disponibili sull’occupazione dei laureati non mi sembrano capaci di dare una risposta chiara a questo interrogativo sulla domanda sociale di “professionalità sociologica”5.

16Un effetto, a mio giudizio perverso, è stata la contemporanea riduzione degli insegnamenti sociologici nel corsi di laurea delle altre “facoltà” (giurisprudenza, economia, scienze della formazione, medicina, architettura). Sono convinto che la presenza di insegnamenti di sociologia costituisca un valore aggiunto nella formazione di giudici, avvocati, insegnanti, imprenditori, dirigenti di aziende e di amministrazioni pubbliche, medici, progettatori di spazi pubblici e privati, nonché ovviamente di social worker. Insomma, a mio avviso sarebbe stato meglio che la sociologia si fosse sviluppata nella “diaspora” piuttosto che nei “ghetti” o con un maggiore equilibrio tra le due strategie. È possibile, e auspicabile, che questo “effetto perverso” sia stato parzialmente corretto dalla creazione di dipartimenti universitari di scienze sociali, quindi con uno spettro disciplinare più ampio, e dalla riduzione del peso istituzionale delle vecchie facoltà.

3. La terza generazione

17Di fatto, comunque, la gran parte dei membri della seconda generazione non aveva ancora avuto una formazione sociologica ad hoc, si era formata prevalentemente, come la prima, arrivando alla sociologia passando attraverso altri saperi. La terza generazione, invece, si è formata in misura pressoché esclusiva nei corsi di laurea espressamente indirizzati alle discipline sociologiche. È vero che nei piani di studio di questi corsi sono previste anche discipline affini (economia, scienza politica, antropologia, storia, demografia, nonché le metodologie e la statistica e, qualche volta, anche la filosofia). Tuttavia, mi sembra che il diverso percorso formativo faccia differenza. Anche per un’altra ragione.

18Lo sviluppo delle facoltà/corsi di laurea ha avuto anche l’effetto di favorire una tendenza, presente ovunque a livello mondiale, verso la proliferazione delle “sociologie” al plurale. Il fenomeno della “divisione del lavoro scientifico” riguarda tutte le scienze e non solo la sociologia, la specializzazione è inevitabile e inarrestabile, semplicemente – direbbe Durkheim – per l’aumento della “densità sociale” della popolazione dei ricercatori. Non per caso, siamo nella knowledge society (in Italia un po’ meno). Come spesso accade, però, la specializzazione può avere sia effetti virtuosi che effetti perversi. Gli effetti perversi possono essere minimizzati prima di tutto se se ne è consapevoli e poi se vengono adottate delle misure idonee di politica della formazione e della ricerca. Prima di tutto l’interdisciplinarità sia nella formazione che nella ricerca e poi, per quanto riguarda in particolare la nostra disciplina, il peso accordato alla storia del pensiero ed alla teoria sociologica. Ora, vorrei essere smentito, ho l’impressione che il peso dato allo studio dei classici e alla riflessione teorica ed epistemologica nei corsi di laurea sia ridotto ed insufficiente. Il risultato: gli scambi tra le discipline e, all’interno della sociologia, tra le sociologie, sono diventati sempre meno frequenti e sistematici. A ciò ha contribuito anche sicuramente la struttura istituzionale del reclutamento attraverso i concorsi per singoli raggruppamenti disciplinari, anch’essa in parte dovuta alla proliferazione dei posti e degli insegnamenti.

19Il risultato è che un novello Max Weber oggi non saprebbe a quale raggruppamento fare domanda se volesse concorrere per una cattedra universitaria in Italia: per i commissari del raggruppamento delle sociologie economiche gli studi sulle religioni universali sarebbero giudicati “non pertinenti” e per i commissari delle sociologie politiche sarebbero invece non pertinenti gli studi sulle condizioni agrarie dell’antichità. Al di là del paradosso, le sociologie sembrano essere diventate più importanti della sociologia. La scelta dell’indirizzo specialistico viene fatta spesso precocemente, già in sede di laurea specialistica, poi il percorso diventa facilmente irreversibile poiché un aspirante ricercatore sa che il suo lavoro verrà valutato per la sua rilevanza nel quadro del raggruppamento ed eviterà così quegli sconfinamenti che sono invece così importanti per produrre nuove conoscenze.

  • 6 A. Hirschmann, Essays in Trespassing. Economics to Politics and beyond, Cambridge, Cambridge Unive (...)

20Una conseguenza, o forse solo un aspetto, della specializzazione è la formazione di linguaggi specialistici coi quali vengono marcati i confini della disciplina e della sotto-disciplina e che ostacolano la comunicazione (e quindi anche la ricerca) trans-disciplinare. Ciò vale in generale per tutte le scienze e non solo per la sociologia. Nel caso della sociologia, però, un’eccessiva accentuazione delle specializzazioni e dei linguaggi comporta il rischio della frammentazione/dissoluzione della disciplina stessa con la conseguenza di rafforzare i legami di ogni specialità con le discipline affini. Sfogliando le riviste specialistiche molto spesso mi chiedo: dov’è il confine tra la sociologia politica e la scienza politica nelle ricerche sul comportamento elettorale, oppure tra sociologia delle relazioni industriali ed economia del lavoro, oppure ancora tra sociologia dei processi culturali e psicologia sociale quando si studiano i pregiudizi? Già Sartori aveva cercato di trovare una distinzione tra scienza politica e sociologia politica e del resto nessuno può negare che le prospettive teoriche aperte da Amartya Sen siano rilevanti per la sociologia. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati. In effetti, quasi in ogni campo di ricerca, i sociologi sono costretti ad invadere il territorio sul quale è insediata un’altra disciplina i cui esponenti, altrettanto legittimamente, si inoltrano in un terreno dove spesso è già passato l’aratro dei sociologi. Le metafore spaziali si sprecano. Forse si potrebbe usare la teoria matematica degli insiemi sfumati (fuzzy logic) per illustrare la difficoltà di tracciare dei confini tra le scienze e tra le scienze sociali, la sociologia e, in particolare, le sociologie. Il trespassing, come sosteneva Albert Hirschman6, un altro economista-sociologo, è intrinseco alla definizione dei confini disciplinari che sono inevitabilmente convenzionali e mutevoli.

21Anche la terza generazione, almeno nelle sue espressioni più significative, mostra una sempre più ampia apertura internazionale e questo è un segnale che vale anche per altri Paesi; si può sempre meno parlare di una sociologia italiana, francese, tedesca, ecc. ma di una sociologia che si esprime nella propria lingua nazionale, ma anche sempre più nella lingua della comunità scientifica, cioè l’inglese.

4. In forma di conclusione

22Se la terza generazione di sociologi del xx secolo è stata la generazione della pluralità delle sociologie, ci si può chiedere se nel xxi assisteremo a una nuova svolta e in quale direzione. È rischioso fare delle previsioni, ma è consentito interpretare dei segnali e fare degli auspici. I segnali provengono dalla frequente insoddisfazione degli approcci mono-disciplinari ogniqualvolta le scienze sociali sono impegnate ad affrontare problemi di policy. Temi quali la fiscalità, l’organizzazione sanitaria, la previdenza e l’assistenza, l’educazione, la gestione del territorio, l’amministrazione della giustizia e via di seguito non possono essere affrontati sulla base di saperi disciplinari presi singolarmente. Se le scienze sociali vogliono essere utili alla società, e non solo alla loro autoriproduzione, devono trovare terreni d’incontro. A maggior ragione se i problemi di policy vengono visti in un’ottica che superi i confini delle società nazionali, come aveva ammonito Ulrich Beck e come reso evidente dalla sfida della pandemia e dalla crisi climatica e ambientale. L’auspicio è che la sociologia possa diventare il terreno d’incontro delle scienze sociali in vista di una migliore integrazione delle conoscenze da esse prodotte.

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Note

1 Vedi gli atti dei convegni sui problemi delle aree arretrate (Giuffré, 1955), sui rapporti città e campagna (il Mulino, 1958-60), sul progresso tecnologico e la società italiana (Einaudi, 1960), su sociologi e centri di potere in Italia (Laterza, 1962), sulla scuola (Laterza, 1964), sulla magistratura (Laterza, 1967-68).

2 Vedi, per tutti: D. della Porta (a cura di), Memory in Movements, 1968-2018, Milano, Feltrinelli, 2018.

3 P. Rossi (a cura di), Ricerca sociologica e ruolo del sociologo, Bologna, il Mulino, 1972.

4 L. Balbo, G. Chiaretti, L’inferma scienza, Bologna, il Mulino, 1975.

5 C. Facchini, Fare i sociologi. Una professione plurale tra ricerca e operatività, Bologna, il Mulino, 2015.

6 A. Hirschmann, Essays in Trespassing. Economics to Politics and beyond, Cambridge, Cambridge University Press, 1981.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alessandro Cavalli, «Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda metà del Novecento»Quaderni di Sociologia, 85- LXV | 2021, 27-34.

Notizia bibliografica digitale

Alessandro Cavalli, «Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda metà del Novecento»Quaderni di Sociologia [Online], 85- LXV | 2021, online dal 01 septembre 2021, consultato il 21 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/qds/4424; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/qds.4424

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