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Miscellanées

Sollicitos Galli dicamus amores : amor e amores nell’ecl. 10 di Virgilio

Sollicitos Galli dicamus amores: amor and amores in Virg. ecl. 10
Paola Gagliardi
p. 313-325

Résumés

Le mot amor, crucial dans la dernière églogue de Virgile, dédiée à l’amour malheureux de Gallus pour Lycoris, est d’une grande importance dans le texte, et mérite une analyse approfondie. Le sens de l’expression se rapporte à la passion de Gallus pour sa bien-aimée, mais aussi à son choix de la vie militaire et à l’affection de l’amitié de Virgile. Particulièrement intéressantes sont les quatre occurrences du mot au pluriel, peut-être des allusions au titre des élégies de Gallus et toujours liées au complexe discours poétique de l’éclogue.

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Texte intégral

  • 1 Per indignus infatti Serv. ad loc. dà due possibili spiegazioni : indigno vel mereticio vel magno. (...)
  • 2 A tale effetto contribuisce anche iste, usato dai pastori a v. 21 e atto a rappresentare la loro in (...)
  • 3 Riprendendo con ciò l’analoga caratterizzazione di ecl. 8, 44-50.
  • 4 Sul complesso dibattito sviluppatosi attorno ai vv. 44- 45 e sulla difficoltà di intendere amor in (...)
  • 5 Nel quale è forse possibile indicare un’imitazione da un verso di Gallo stesso : omnia vincit amor, (...)

1Che nell’ecl. 10 di Virgilio, dedicata ad un poeta d’amore e incentrata su una storia d’amore, siano presenti ben 12 delle 28 occorrenze del termine amor nelle Bucoliche non può certo risultare un fatto sorprendente. Forse meno prevedibile è che con questa parola Virgilio giochi entro tutto il testo, dandogli sfumature di significato assai diverse e talora inattese. Con amor infatti egli indica in primo luogo la passione infelice di Gallo per l’infedele Licoride, definendolo, con due epiteti assai pregnanti, sollicitus (v. 6) e indignus (v. 10), a designare con il primo la natura dolorosa di quel rapporto, con l’altro l’unilateralità o l’eccesso del sentimento di Gallo1. Va ancora notato che Gallo all’interno del suo monologo, quando si riferisce alla sua passione, non qualifica mai con attributi il termine, ad eccezione del possessivo meos (vv. 34 e 53), quasi a sottolineare l’ineffabilità e l’enormità del sentimento2, che egli non riesce a definire, e la specificità di esso, non amore in senso generico, ma quello suo per una singola donna. Amor nell’ecloga è anche la personificazione del dio, sia nelle parole di Pan, che a vv. 28-29 lo chiama crudelis e lo presenta come insaziabile delle lacrime degli uomini3, sia in quelle di Gallo, che lo definisce insanus a v. 44, sia pure in uno dei passi più tormentati dell’ecloga4, e infine si arrende ad esso nell’ultimo verso che pronuncia (omnia vincit amor, et nos cedamus amori)5. Al dio egli allude anche -ma senza nominarlo- a v. 61 con l’espressione deus ille e a v. 64 con illum, riservandosi per il verso finale la menzione del suo nome, ripetuta con enfasi nei due emistichi, a riconoscerne la forza invincibile in un verso particolarmente elaborato.

  • 6 Sempre a condizione che si identifichi Virgilio con la voce narrante dell’ecloga, un’operazione che (...)
  • 7 Holzberg, 2008, p. 118 e Coleman, 20018, p. 294-297.
  • 8 Boucher, 1966, p. 18.
  • 9 Come lascia pensare Serv. ad v. 46 : hi autem versus omnes Galli sunt, ex ipsius translati carminib (...)
  • 10 Secondo la definizione di D’Anna, 1984, p. 895.

2L’impiego forse più singolare di amor nell’ecloga è quello a v. 73 (Pierides, vos haec facietis maxima Gallo / Gallo, cuius amor tantum mihi crescit in horas / quantum vere novo viridis se subicit alnus, vv. 73-74), in cui il termine designa il sentimento di Virgilio per Gallo6, al di fuori della finzione bucolica, nel momento in cui gli dedica il componimento, trasformandolo da protagonista a destinatario. Al di là degli inverificabili biografismi di chi legge le parole di Virgilio come un’autentica dichiarazione d’amore per Gallo, al quale egli si proporrebbe come partner erotico al posto di Licoride7, o di chi dall’indicazione della rapidità con cui cresce l’amore deduce il riferimento ad un evento recente in cui Gallo si sarebbe guadagnato la gratitudine di Virgilio8, l’interpretazione più plausibile e più equilibrata di quest’uso anomalo di amor risiede ancora in un àmbito letterario, che può spiegare il ricorso al termine chiave dell’ecloga con la volontà di Virgilio di associare ulteriormente la poesia bucolica all’elegia. Dopo aver lasciato la parola a Gallo, il cui monologo riproduce l’andamento e il linguaggio dell’elegia, forse citando testi autenticamente galliani9, nel finale il narratore torna a parlare in prima persona, definendo amor il suo sentimento per l’amico : in tal modo anche l’ecloga diviene in un certo senso ‘poesia d’amore’, dedicata ad una persona amata, che del canto è anche materia, proprio come nell’elegia erotica ; si completa così l’assimilazione dei due generi, compiuta nel corso del componimento e destinata a risolversi nella loro analoga incapacità ad alleviare il dolore (né la bucolica, né l’elegia riescono infatti a placare la sofferenza di Gallo e a liberarlo della sua passione). Nell’impostazione tutta letteraria dell’ecloga trova così un senso profondo anche quest’accezione anomala di amor, capace di esprimere le peculiarità del genere erotico e di cogliere e sintetizzare al tempo stesso il rapporto tra elegia e bucolica, pur restando « la più calda espressione d’affetto che V. abbia mai formulato per un contemporaneo »10.

  • 11 L’unica occorrenza di amor al singolare che potrebbe riferirsi all’infelice vicenda di Gallo è quel (...)
  • 12 Cfr. Coleman, 20018, a v. 6, p. 276-277, che cita Catull. 45, 1 e Prop. 4, 4, 37.

3Degne di particolare attenzione, e perciò più volte studiate sono nell’ecloga le 4 occorrenze di amor al plurale ai vv. 6, 34, 53 e 54, accomunate da tratti specifici, il più vistoso dei quali è certamente la posizione sempre in clausola, notevole soprattutto nei consecutivi vv. 53 e 54. Interessante è anche il rilievo che in esse il termine è sempre accompagnato dalla precisazione che si tratta degli amores di Gallo : nel corso del monologo egli usa il possessivo meus a vv. 34 e 53 (a v. 54 la ripetizione sarebbe superflua, poiché da meos del verso precedente risulta ovvio che si tratta dei suoi amores), mentre il narratore ricorre a v. 6 al genitivo Galli. Tanto scrupolo nel sottolineare che si allude proprio agli amores di Gallo non può passare inosservato, ma un altro aspetto singolare lega le 4 occorrenze di amores : esse sono infatti le sole che, pur in un componimento dedicato alla storia di Gallo e Licoride, alludano specificamente ad essa11, anche se -a ben guardare- più che della donna e del rapporto con lei, parlano di Gallo e del suo amore, o meglio dei suoi amores. Che questo sentimento sia poi rivolto a Licoride è una conclusione, sia pure ovvia, affidata al lettore, ma non resa esplicita da chi parla. Anche la scelta del plurale, non strettamente necessaria e spiegata solitamente come plurale pro singulari o come espediente per dare enfasi al termine e così far risaltare la forza della passione di Gallo12, costituisce un ulteriore elemento caratterizzante delle 4 occorrenze, che le pone in rilievo e richiede forse una giustificazione più precisa.

  • 13 Proposta da Skutsch, 1901, p. 21-24, e accolta dalla stragrande maggioranza degli studiosi : cfr. J (...)

4Della singolarità degli impieghi di amores nell’ecloga è stata data da tempo una motivazione ingegnosa e intrigante, basata sulla possibilità che Virgilio alluda con il termine al titolo dell’opera elegiaca di Gallo. A giustificare questa ricostruzione13 è soprattutto la notizia di Serv. ad v. 1 (amorum suorum de Cytheride scripsit libros quattuor), da cui sembra di poter dedurre il titolo della raccolta galliana, e una conferma sembra venire dalla scelta di Ovidio di intitolare in tal modo i suoi libri di elegie, forse in omaggio al predecessore. Proprio l’esempio ovidiano dà inoltre la certezza che questo potesse essere un titolo plausibile per una raccolta di elegie erotiche. Verificare una simile ipotesi è naturalmente impossibile, in assenza di ulteriori notizie e di dati certi sull’opera di Gallo, ma forse qualche risultato interessante si può ricavare esaminando gli impieghi di amores nell’ecloga in quest’ottica, dando cioè al termine un doppio senso che accanto al significato letterale di ‘storia d’amore’ preveda anche l’allusione al liber galliano. Questo non è particolarmente difficile, poiché nell’impianto tutto letterario del componimento ogni elemento della finzione bucolica e dell’amore infelice di Gallo si colloca nella dimensione metapoetica del confronto tra elegia e bucolica e della riflessione sui limiti e sulla ragion d’essere della poesia. Da questo punto di vista le occorrenze di amores, affidate prima alla voce narrante e poi al protagonista, si pongono in punti cruciali dello sviluppo del pensiero dell’autore, segnando le tappe di un discorso articolato e complesso.

  • 14 Ad esempio facendosi sentire sia al di fuori della finzione, nelle due dediche a Gallo a vv. 2-3 e (...)
  • 15 Secondo l’espressione di Conte, 1984, p. 20-21 (su di essa cfr. p. 18-22). Sul senso della « dafniz (...)
  • 16 Su cui cfr. la sintesi di Hunter, 1999, p. 63-66.

5La prima comparsa di amores a v. 6 (incipe ; sollicitos Galli dicamus amores) è di grande importanza : unica a non essere pronunciata da Gallo, ma dalla voce narrante dell’ecloga, che Virgilio tende ad identificare con se stesso14, la frase si colloca nel punto culminante dell’introduzione. La sua funzione è di enunciare, sintetizzandolo all’estremo, il tema del componimento : dopo l’invocazione ad Aretusa (v. 1), la dedica a Gallo (vv. 2-3) e l’augurio propiziatorio alla Ninfa protettrice (vv. 4-5), è infatti solo ai vv. 6-8 che l’argomento del canto viene annunciato (v. 6), collocato nell’ambientazione bucolica (v. 7) e caratterizzato in uno dei suoi aspetti fondamentali (e distintivi rispetto alla tradizione teocritea), l’accoglienza e la partecipazione affettiva (v. 8). L’aggettivo sollicitos e il genitivi Galli aggiungono ad amores due connotazioni fondamentali, la natura dolorosa della vicenda d’amore e la precisazione dell’identità del protagonista. L’enunciazione del tema del canto richiama l’analogo procedimento di Theocr. 1, 19 (i Δάφνιδος ἄλγεα), introducendo uno dei modelli più espliciti dell’ecloga, che sarà imitato quasi alla lettera (almeno in apparenza) ai vv. 9-30 con la « dafnizzazione » di Gallo15. Rispetto a Teocrito Virgilio tiene però a chiarire fin dall’inizio le differenze, e proprio amores si presta allo scopo : di contro alla genericità dell’espressione di Teocrito, che lascia volutamente nel vago la natura del dolore e le cause della morte di Dafni16, per Gallo amores chiarisce subito il genere di sofferenza di cui si tratta, così come poco oltre, a v. 10, il verbo peribat, che traduce -sia pure con valore metaforico- ἐτάκετο di Theocr. 1, 66, è accompagnato dalla precisazione indigno amore.

6Ma la definizione sollicitos Galli amores dice anche altro : al di là del rapporto con Teocrito, essa è infatti una straordinaria sintesi delle peculiarità dell’elegia erotica latina, di cui coglie l’essenza e i tratti più autentici. Se infatti amores delimita l’àmbito tematico di quella poesia, sollicitos chiarisce la natura dolorosa dell’amore in essa cantato e nel genitivo Galli è posto in luce l’aspetto più originale dell’elegia, l’identificazione del protagonista con l’autore, che presenta l’opera come l’espressione soggettiva dei propri sentimenti e delle proprie vicende di amante perlopiù infelice. Gli amores saranno cioè proprio quelli di Gallo, la sua personale storia d’amore, narrata nei suoi libri. Così, pur riprendendo i Δάφνιδος ἄλγεα di Theocr. 1, 19, la formulazione virgiliana assume una sua originalità, derivata dall’intento di alludere all’elegia, con l’aggiunta dell’aggettivo, con la sostituzione di amores ad ἄλγεα e con il significato specifico attribuito al genitivo del nome proprio. E’ evidente quanto questo discorso trovi senso, forse in misura ancora maggiore, intendendo con amores il titolo della racolta galliana : in questo caso il genitivo Galli alluderebbe alla paternità dell’opera letteraria, ma sarebbe al tempo stesso il riconoscimento dell’originalità del nuovo genere, di cui Gallo era ritenuto l’inventor dagli antichi e di cui Virgilio mostra di aver colto in pieno la novità. Ma nell’eventuale riferimento alla raccolta galliana si può ancora vedere sintetizzato il senso dell’ecloga, che nel proposito di dicere i sollicitos amores di Gallo enuncia la commistione della bucolica con l’elegia, o meglio la ‘riscrittura’ dell’elegia in senso bucolico. E’ lo stesso progetto che anche Gallo dichiarerà nel corso del monologo, quando ai vv. 50-51 proclamerà : Ibo et Chalcidico quae sunt mihi condita versu / carmina pastoris Siculi modulabor avena. Volgere in senso bucolico l’elegia d’amore, ovvero ambientarla in uno scenario pastorale per cercare di estendere all’amante tormentato i benefici di quel mondo, o semplicemente per esaminare in tal modo gli elementi comuni ai due generi e riconoscerne l’analogo limite nel consolare il dolore : sono queste le possibili interpretazioni dell’ecloga, la cui piena comprensibilità sarebbe forse possibile solo conoscendo di più dell’opera di Gallo e del suo dialogo con Virgilio. Il che probabilmente spiegherebbe -per inciso- anche la scelta virgiliana di chiudere il liber bucolico nel nome di Gallo e con la sua presenza come personaggio. Ciò che ad ogni modo, nell’ignoranza della produzione galliana, si riesce ad intravvedere nell’ecloga è l’operazione che Virgilio attua mescolando i due generi e che con mirabile sintesi annuncia proprio al v. 6 : non può non colpire la pregnanza di amores, allusione alle peculiarità dell’opera galliana e al confronto con quella teocritea, ma forse anche al rapporto della nuova bucolica virgiliana con la poesia di Gallo (gli Amores ?), che essa si incarica di ri-cantare.

  • 17 Cfr. -solo per citare alcuni esempi- Tib. 1, 3 ; Prop. 1, 19 ; 2, 13, 17-58.
  • 18 Cfr. Prop. 1, 7, 19 ; 2, 1, 2 ; Ov. trist. 2, 349 ; Pont. 3, 4, 85 ; Hermesian. fr. 7 Pow., v. 36, (...)

7Anche la seconda occorrenza di amores è in un punto cruciale del testo, ne segna una svolta fondamentale. In apertura del monologo di Gallo, a v. 34 (O mihi tum quam molliter ossa quiescant / vestra meos olim si fistula dicat amores !, vv. 33-34), essa appartiene alla sua apostrofe iniziale agli Arcadi, ai quali egli immagina di affidare il canto delle sue sofferenze d’amore in virtù della loro abilità di poeti (soli cantare periti, v. 32) per trovare finalmente qualche sollievo, sia pure dopo la morte. E’ un motivo, questo del compiacimento nella prefigurazione della propria morte, tipico dell’elegia d’amore latina e ben noto da Tibullo e da Properzio17, e in realtà tutto il contesto di questi versi è fortemente caratterizzato in senso elegiaco, a partire dall’atteggiamento tristis (v. 31) di Gallo, dal tono delle sue parole e dal lessico, nel quale spicca l’avverbio molliter, ἅπαξ in Virgilio, ma peculiare del linguaggio elegiaco, entro il quale mollis è quasi un termine tecnico, spesso per indicare il carattere del genere o la dolcezza del pentametro18. In tal modo fin dalle prime parole Gallo si presenta come poeta elegiaco d’amore, inserito inopinatamente in un mondo che non gli appartiene, ma in cui egli cerca di entrare. Si spiega così il suo appello agli Arcadi, come il successivo rimpianto di non essere stato uno di loro e di non aver vissuto a loro modo (vv. 35-43) : rifugiatosi presso di loro, egli non ha infatti intenzione di restare un poeta elegiaco, ma anzi al suo genere ha evidentemente già rinunciato quando si è rivolto al mondo e alla poesia bucolici. Agli Arcadi dunque egli affida l’espressione del suo dolore, che essi potranno trasfigurare in poesia, facendone una fonte di godimento anche per lui dopo la morte.

  • 19 E che proprio dalla vistosa somiglianza rende più riconoscibili e pregnanti le deviazioni dal model (...)
  • 20 Sul ruolo ‘fondante’ di Dafni nella poesia teocritea cfr. Hunter, 1999, p. 75, e Breed, 2006, p. 11 (...)

8Con questo passaggio Gallo accetta e porta a compimento l’operazione iniziata dal narratore dell’ecloga ai vv. 9-30, quella ‘dafnizzazione’ che attraverso l’imitazione, ravvicinata ma al tempo stesso originale19, dell’idillio proemiale di Teocrito, assimila il poeta elegiaco al mitico pastore nello stesso ruolo di fondatore di un genere. Come infatti il Dafni teocriteo diviene con la sua morte l’iniziatore della tradizione bucolica, che nelle sue sofferenze e nella sua fine troverà la materia del proprio canto20, così Gallo, ‘nuovo Dafni’ attesta e sancisce la novità della bucolica virgiliana, erede di quella teocritea, ma avviata per una strada diversa e originale. Anche Gallo, dunque, si offre come materia di canto per altri, e come Dafni spera di trovare in ciò una pace irraggiungibile in vita. Il passaggio fondamentale che qui Virgilio coglie e sottolinea è il fulcro della poetica teocritea, la trasfigurazione del dolore in canto, fino a farne una fonte di piacere per il lettore. A consentire ciò è in Teocrito il fondamentale distacco dalla materia, che il poeta ottiene con l’espediente del canto nel canto (la morte di Dafni nell’id. 1 è l’oggetto di un componimento di Tirsi già ben noto tra i pastori, che egli esegue un’ennesima volta su richiesta del suo interlocutore) e con un ampio distanziamento cronologico (la figura di Dafni appartiene ad un passato mitico senza tempo) : in tal modo la materia si trasforma nell’occasione per fare una bella poesia, nella quale l’attenzione dell’autore e del lettore è tutta concentrata sullo sforzo di elaborazione formale e sul raggiungimento di una bellezza estetica che prescinde dai temi trattati.

  • 21 L’ecl. 1 non è ovviamente la prima in ordine cronologico, e anzi appartiene probabilmente ad una fa (...)
  • 22 Cfr. la definizione di elegis qui molles fleret amores assegnata a Tibullo da Domizio Marso, 7, 3 M (...)

9Da questa concezione dell’arte Virgilio, che pure assume Teocrito come modello principale, si distacca fin dall’inizio della composizione delle Bucoliche e all’ideale di una poesia indifferente al dolore e concentrata sulla rappresentazione curatissima di un mondo irreale oppone già nell’ecloga proemiale21 una poetica i cui cardini sono proprio l’espressione della sofferenza e la partecipazione dell’autore e del lettore alle angosce dei personaggi. Così accanto al ‘teocriteo’ Titiro, isolato nella sua condizione ideale e di necessità lontano dal dramma che lo circonda, sta il dolente Melibeo, espressione e sintesi della nuova poetica virgiliana, capace di dar voce al sentimento più intimo dei personaggi e di suscitare la sympatheia del lettore per le loro sventure. E’ un percorso sviluppato lungo tutto il liber bucolico, attraverso figure significative come Coridone, Pasifae, il pastore suicida dell’ecl. 8, gli spodestati Licida, Meri e Menalca nell’ecl. 9 e infine Gallo nella 10 ; nello svilupparlo (e nell’elaborarne la concezione di fondo) Virgilio ha forse guardato all’elegia d’amore a cui il suo amico Gallo lavorava probabilmente negli stessi anni e che anch’essa si basava su un’immedesimazione tra autore e protagonista spinta addirittura all’identificazione. Di essa il dolore costituiva l’elemento fondamentale, in ossequio alla sua caratterizzazione tradizionale come ‘poesia del pianto’22. Gli influssi di questa poetica sono evidenti nelle ecloghe, nel cui corso si riesce ad intravvedere un dialogo costante con la poesia galliana, e culminano -prevedibilmente- nell’ecl. 10, in cui Gallo che si fa personaggio e tenta di inserirsi nel mondo bucolico sintetizza appunto il continuo confronto tra i due generi, le loro affinità e le irrimediabili differenze.

10Si comprende in quest’ottica l’importanza della ‘dafnizzazione’ di Gallo, proposta dal narratore ai vv. 9-30 e accettata dal personaggio, che come nuovo Dafni si fa oggetto di canto per gli Arcadi, affidando cioè i suoi amores (Amores ?) alla riscrittura bucolica e all’elaborazione di altri autori, per i quali i suoi dolori saranno materia indifferente e non realtà sofferta, che è l’unica condizione per liberarli della loro carica drammatica e renderli pura e piacevole esperienza estetica. Se cioè l’elegia d’amore potesse prescindere dall’unità tra autore e protagonista, perderebbe la sua carica dolorosa per il narratore stesso, che nel ripercorrere le vicende presentate come sue rivive il dolore provato, e per il lettore, condotto a simpatizzare con lui dall’immediatezza del racconto.

  • 23 Sulla quale cfr. Serrao, 1971, p. 67, e id., 1984, p. 115 (ma già Rosenmeyer, 1969, passim, in part (...)

11Ma il tentativo annunciato da Gallo in questi versi è destinato a fallire, né potrebbe essere altrimenti, poiché egli non riesce a spogliarsi del suo ruolo di poeta (che significherebbe snaturare il genere elegiaco) e continuerà a dar voce in prima persona ai suoi sentimenti : si perderà in tal modo il distacco necessario a trasformare il dolore in pura poesia e le amarezze vissute nella realtà diverranno un canto che non cessa di far soffrire, ma anzi fa rivivere e attualizza le angosce. Così la nuova elegia latina, con la sua unione indissolubile tra autore e personaggio, si rivela agli antipodi dell’ ἁσυχία teocritea23, ma trova in ciò un fascino al quale Virgilio non si sottrae, nel momento in cui riprende -nei limiti impostigli dal genere bucolico- la simpatia verso i personaggi e dà spazio alle loro voci. Così il tentativo di Gallo di ‘bucolicizzare’ la sua poesia serve a scoprire le differenze e l’incolmabile distanza dall’ideale teocriteo e anticipa il fallimento dell’esperimento messo in scena nell’ecloga ; quando nelle ultime parole del monologo egli ammetterà la sua incapacità di rinunciare all’amore (e alla poesia d’amore), di fatto sancirà la sua fedeltà alla scelta di vita e di poesia elegiache. E’ questa l’unica condizione per mantenere la sua individualità di poeta, e perciò nel mondo bucolico egli non potrà realmente entrare, al di là dei vagheggiamenti e delle fantasticherie. Significativo in tal senso è il fatto che ai vv. 33-34 egli immagini per sé il riposo e il sollievo ad opera del canto degli Arcadi, ma solo dopo la morte, quando cioè fatalmente si romperà l’unione tra amante e poeta ; fino ad allora ciò non potrà avvenire, finché vivrà egli non potrà che vivere entrambi i ruoli. Virgilio mostra in tal modo di aver pienamente compreso il binomio tra vita e poesia proclamato dagli elegiaci latini, che rappresenta una delle differenze più notevoli dalla bucolica, a fronte di tante affinità tra i due generi.

12Se con amores a v. 34 si intende anche l’opera elegiaca di Gallo, il discorso ha ancora più senso : la reinterpretazione che gli Arcadi con la loro perizia nel canto potrebbero fare di essa darebbe infatti al poeta il godimento di essere ricordato anche dopo la morte e di sapere le sofferenze scritte nei suoi libri trasformate in piacere per i lettori. Qui il discorso riguarderebbe soprattutto la fama poetica e l’immortalità nel ricordo, un tema che Gallo adombrerà anche nelle successive occorrenze di amores a vv. 53-54, ma anche il senso fondamentale dell’ecloga, la ‘bucolicizzazione’ dell’elegia, guadagnerebbe più forza dall’allusione diretta ai suoi carmi.

  • 24 Da Lipka, 2001, p. 102-103 e 110.
  • 25 Che a v. 54, p. 246, così commenta : « hoc vere, si quid aliud, Virgiliana elegantia dignum ».

13In stretta continuità con amores di v. 34 sono i due successivi impieghi del termine ai vv. 53-54 (certum est in silvis inter spelea ferarum / malle pati tenerisque meos incidere amores / arboribus : crescent illae, crescetis, amores, vv. 52-54), nei quali esso riceve un’eccezionale risalto non solo dalla collocazione in clausola, ma soprattutto dalla ripetizione in due versi consecutivi, una finezza tipicamente alessandrina che ben si attaglia alla personalità e al gusto poetico di Gallo e che, per la sua frequenza nell’ecloga, di gran lunga superiore rispetto al resto delle Bucoliche, è stata ricondotta ad un possibile uso nella sua poesia24. I due versi si segnalano per l’eleganza notevole dell’ordo verborum che al chiasmo del v. 53 (teneris… meos incidere amores arboribus), impreziosito dall’allitterazione amores arboribus e dall’enjambment a v. 54, quasi a racchiudere gli amores entro le cortecce degli alberi, oppone il parallelismo del v. 54 (crescent illae, crescetis, amores), in cui tuttavia alla ripetizione del verbo dal sapore popolareggiante, tanto lodata da Heyne25, fa da contrappunto la differenza tra illae e amores, il primo nominativo, il secondo vocativo (e in realtà anche il secondo dei due futuri ha, diversamente dal primo, un valore iussivo).

  • 26 Cfr. Aet. fr. 73 Pf.
  • 27 Sul motivo di Milanione, suggerito dalle affinità di Prop. 1, 1, 9-16 con i vv. 55-60 dell’ecloga, (...)
  • 28 Lo avanzano Skutsch, 1906, p. 164-165 ; Jacoby, 1905, p. 58-60 ; Ross, 1975, p. 71-73 e 88, nota 2  (...)

14In questo punto del monologo Gallo, dopo essere passato dal vagheggiamento della vita da Arcade alla fantasia di un futuro con Licoride in quei luoghi, al brusco ritorno alla realtà e al pensiero doloroso della donna in fuga con un altro, con un nuovo e altrettanto improvviso salto logico decide di iniziare una nuova vita vagando e cacciando nei boschi, per liberarsi della sua passione. Il mutamento di prospettiva è indicato -significativamente- come cambio di genere letterario, ancora una volta come ‘riscrittura’ dell’elegia in senso bucolico (vv. 50-51), e subito dopo è rappresentato nell’incisione degli amores del poeta sulle tenere cortecce dei giovani alberi. E’ un’immagine densa di significati e di possibili interpretazioni, reminiscenza di modelli colti e fonte di imitazioni successive. Vi si riconosce innanzitutto il cosiddetto ‘motivo di Aconzio’ di origine callimachea26, fuso con quello di Milanione, meno riconducibile ad un modello preciso, ma di certo appartenente allo stesso ambito di raffinata poesia ellenistica27. Il sospetto che tutto l’insieme possa risalire ad un brano di Gallo è fondato28. Del modello callimacheo è ripresa la situazione dell’amante che si isola nella natura per sfogare il suo dolore e che cerca in essa conforto e comprensione. Si tratta in genere di un rimedio destinato a fallire, poiché la passione invincibile non abbandonerà l’innamorato, e in tal senso l’allusione ad Aconzio anticipa il finale del monologo, in cui anche Gallo dovrà riconoscere la propria incapacità di sfuggire al suo amore.

15L’elemento senz’altro più vistoso di quest’ultimo impiego di amores è il cambio di prospettiva. Questa volta infatti Gallo ha in animo di compiere egli stesso la ‘riscrittura’, inizialmente assunta dal narratore e affidata poi agli Arcadi. Quasi ‘correggendo’ l’errore dell’inizio del monologo, il protagonista tenta così di ottenere i vantaggi della poetica teocritea pur continuando a cantare di sé ; il distacco dalla materia dovrebbe essere garantito in altro modo, attraverso il distanziamento dai suoi versi, simboleggiato dalla loro incisione sugli alberi. Le sue amarezze, cioè, che riversate nella poesia non si sono attenuate come sarebbe stato opportuno, dovrebbero essere lenite dall’ulteriore distacco ottenuto depositandole sugli alberi e facendone una materia ormai inerte, che può essere riscritta senza più far male. Anche questo obiettivo è tuttavia destinato a non realizzarsi, poiché l’enormità della passione elegiaca non trova requie neppure quando viene condivisa dal poeta in qualsiasi forma, e Gallo, costretto ad ammetterlo, non potrà che rassegnarsi ed assoggettarsi definitivamente ad essa.

  • 29 Che equivale pressappoco al nostro « io amo Cidippe », cfr. Dover, 1989, p. 111-115.
  • 30 Su cui cfr. Ross, 1975, p. 39-46 e Gagliardi, 2014, p. 197-204.
  • 31 E’ un’obiezione di Coleman, 20018, ad ecl. 5, 13, p. 157, alla quale lo stesso studioso oppone non (...)

16Ai vv. 53 e 54 il senso di amores è davvero problematico, e su di esso si sono interrogati i commentatori. Il modello callimacheo suggerirebbe di intendere con il termine il nome dell’amata (Aconzio scrive Κυδίππη καλή29) o una frase d’amore a lei dedicata, ma è troppo forte la tentazione di vedere anche qui il titolo delle elegie di Gallo, che darebbe una pregnanza tutta nuova ad un gesto altrimenti banale, la cui unica importanza sarebbe appunto l’allusione a Callimaco. E’ evidente, infatti, che se si pensa agli Amores, la metafora dell’incisione sugli alberi prende un senso coerente con l’impostazione dell’ecloga, quello della ‘riscrittura’ della poesia erotica galliana, e tra l’altro completa e chiarisce la difficile affermazione dei versi appena precedenti (Ibo et Chalcidico quae sunt mihi condita versu / carmina pastoris Siculi modulabor avena, vv. 50-51) : la volontà di dare un taglio pastorale ai versi d’amore già composti da Gallo (è questo il senso più plausibile, almeno genericamente, dei vv. 50-51, al di là della complessa esegesi del passo e dei problemi che crea30) sarebbe resa qui con l’immagine bucolica dell’inserimento della poesia erotica in un contesto naturale, nel pieno rispetto dello spirito e del significato dell’ecloga. Questa interpretazione ha però dato luogo ad obiezioni di vario genere, da quella -facilmente superabile con il carattere fortemente simbolico del passo- che sarebbe inverosimile immaginare di incidere i testi di intere elegie sui tronchi degli alberi31, a quelle sull’interpretazione più plausibile del termine amores. Se infatti con esso Gallo alludesse a Licoride, l’augurio che il suo amore per lei cresca con gli alberi contrasterebbe sia con l’impostazione dell’ecloga, volta proprio a stemperare gli effetti dolorosi dell’amore (e della poesia d’amore) riversando il sentimento nella natura, sia con il comportamento di Gallo, che in Arcadia cerca (in particolare in questa seconda parte del monologo) i remedia alla sua passione. Pensare d’altronde che Gallo parli di altri amores, come quelli vagheggiati ai vv. 37-41, è altrettanto poco verosimile, sia per la vaghezza di quelle sbiadite figure di pastori, sia per l’inconsistenza che potrebbero avere sul suo animo ; nel testo, poi, manca qualsiasi richiamo che possa rendere comprensibile un’eventuale allusione a questi personaggi e a queste storie immaginarie.

  • 32 E’ l’interpretazione piuttosto singolare di Serv. ad v. 54 : quasi ei iterum displicet ne cum arbor (...)

17Queste difficoltà di coerenza logica hanno indotto a dare significati diversi ai vv. 53-54 : in particolare in crescetis a v. 54 si è suggerito di vedere non un augurio, ma un’esortazione alquanto perentoria di Gallo, dispiaciuto che i suoi amores non crescano come gli alberi32. Non sembra una lettura troppo persuasiva, ma altre interpretazioni del verbo appaiono più credibili, a conferma della pregnanza della scrittura virgiliana e della polivalenza del linguaggio e del pensiero del poeta. Il gesto di incidere gli amores sugli alberi, che li ingloberanno e li faranno parte di sé, ha infatti un forte valore simbolico per rappresentare la comprensione e l’accoglienza descritti come tipici del mondo bucolico. Fin dall’inizio, a v. 8, il narratore ha premesso che la natura non lascia inascoltato il lamento di chi soffre e che il racconto dei solliciti amores di Gallo troverà risposta nelle selve (non canimus surdis, respondent omnia silvae), e Gallo gli ha fatto eco a vv. 31-32, immaginando che gli Arcadi rivolgeranno alle loro montagne il canto delle sue sofferenze (tristis at ille : ‘tamen cantabitis, Arcades’ inquit / ‘montibus haec vestris). Così in tutti i punti in cui compare l’ambiguo termine amores, esso appare in connessione con questo tema, evidentemente per l’intento di Virgilio di creare una continuità e di sottolineare questo aspetto. Se infatti amores allude al titolo di Gallo, e in ogni occorrenza rimarca l’impossibilità per l’elegia di attenuare il suo aspetto doloroso o di liberare l’amante dalla passione (anche i vv. 53-54 -vedremo- si possono leggere in tal senso), a questa constatazione, che è il riconoscimento della peculiarità più notevole dell’elegia erotica, è accostata puntualmente l’affermazione della caratteristica tipica della poesia bucolica, appunto la sua capacità di accogliere e comprendere le sofferenze (che è poi la speranza con la quale Gallo sembra essersi ritirato in Arcadia e la promessa fattagli dal narratore).

  • 33 In tal senso sembrano intendere il passo Conington, Nettleship, 2007, a v. 54, p. 123.

18Ma un’altra lettura, opposta a questa e altrettanto legittima, è quella di una crescita dell’amore non voluta, eppure inevitabile33. La liberazione che Gallo sperava di ottenere affidando i suoi dolori alla natura potrebbe cioè risolversi nel senso opposto di continuare a far crescere il sentimento continuando a rimuginarlo nel momento in cui lo si riscrive. Si avrebbe così il procedimento tipico dell’elegia erotica, che attraverso il ripensamento e l’esclusiva concentrazione sul rapporto d’amore, rivissuto in tutti i suoi momenti attraverso la scrittura, non permette il salutare distacco dalle vicende dolorose, ma al contrario ravviva la sofferenza per esse, rivissute nel racconto. Se crescetis di v. 54 si intende in questo modo, il rimedio tentato per sublimare la materia in canto fallisce ancora una volta per l’impossibilità di scindere la figura dell’autore da quella del protagonista, e a Gallo non resta che constatare che il suo amore (e il suo dolore) crescerà con gli alberi ai quali egli lo aveva affidato sperando di allontanarlo.

  • 34 Incisae servant a te mea nomina fagi, / et legor ‘Oenone’ falce notata tua, / et quantum trunci, ta (...)
  • 35 Quando ponebam nouellas arbores mali et piri, / cortici summae notavi nomen ardoris mei. / nulla fi (...)

19La pregnanza di quest’interpretazione del passo, che sembra trovare una conferma in Ov. Her. 5.21-3034 e in Flor. Anth. 24135, si mantiene e anzi si arricchisce intendendo con Amores il titolo di Gallo : il ripensamento della produzione elegiaca in senso bucolico simboleggiato dall’incisione sugli alberi dichiara infatti il suo fallimento, poiché l’amore (e la poesia che lo canta) non si vanifica, anzi si accresce depositandosi in un genere diverso. Anche nel mondo e nel canto bucolico l’amore invincibile continuerà a crescere, com’è inevitabile nella convenzione elegiaca, e con esso la poesia che lo esprime e che proprio nella sua insuperabilità e nel dolore che esso provoca trova il suo senso e la sua bellezza. Attribuire tutto questo agli Amores di Gallo, sintetizzando in essi lo spirito dell’elegia (che essi probabilmente contenevano) dà un valore più intenso alla riflessione sulla poesia d’amore condotta nell’ecloga e pone in particolare risalto questa duplice occorrenza del termine, la cui importanza è sottolineata dalla ripetizione e dalla raffinata collocazione in clausola. Così nelle stesse parole Virgilio può aver racchiuso non solo due idee opposte, ma anche la sintesi degli aspetti più notevoli dell’elegia e della bucolica che in tutta l’ecloga sono posti a confronto.

  • 36 Cfr. ad esempio ecl. 7, 25, se si accoglie la lettura crescentem ; Hor. carm. 3, 30, 7-8 ; Prop. 3, (...)

20Ma l’ambiguità del contesto in questo passo di straordinaria pregnanza suggerisce anche altre possibili interpretazioni : se infatti amores può indicare vere e proprie storie d’amore o il titolo dell’opera di Gallo, anche crescetis può essere una semplice (e dolente) constatazione dell’incontrollabilità del sentimento, ma anche l’augurio del successo letterario, della crescita della fama poetica. Riferito alle elegie galliane, il verbo al futuro può assumere un valore iussivo che al tempo stesso esorta l’opera a crescere nella gloria e dà per certo questo risultato con la forza dell’indicativo. Sfruttando la metafora consueta degli alberi per alludere al crescente successo di un’opera letteraria36 e mescolandola finemente con il ‘motivo di Aconzio’, calzante con la situazione di Gallo personaggio e forse riconducibile alla sua poesia, Virgilio non solo renderebbe omaggio ai gusti del destinatario e ai suoi versi, ma gli farebbe al tempo stesso un raffinato augurio di successo letterario.

21La ricchezza di sfumature e di possibili letture di quest’ultima occorrenza di amores sintetizza appieno l’importanza del termine nell’ecl. 10, di cui esso rappresenta un concetto chiave e perciò riceve un trattamento sempre molto attento dall’autore. Tra i significati che assume, da quello della personificazione del dio a quello della passione di Gallo a quello dell’affetto dell’amicizia, colpiscono in particolare le occorrenze al plurale, poste sempre in contesti metapoetici a parlare di letteratura, ad indagare il senso o il limite della poesia, a confrontare i generi della bucolica e dell’elegia, colti nelle loro più autentiche peculiarità. Nodo cruciale è sempre il rapporto tra arte e dolore, o meglio il ruolo della poesia di fronte alla sofferenza, che è anche il terreno di confronto con Teocrito e l’occasione per affermare la novità della bucolica virgiliana e il suo debito verso i nuovi generi, in primis l’elegia d’amore di Gallo. Sintesi di questi temi fondamentali nelle Bucoliche è l’ultima ecloga, e al suo interno essi si concentrano proprio attorno al concetto di amore e al termine che ne comprende e ne esprime tutte le sfaccettature : in esso Virgilio dà corpo al confronto con Teocrito e a quello con Gallo, in esso ‘esplora i confini’ della sua arte e riflette sulle questioni più impellenti poste nell’ecloga (e nel liber). In esso, infine, se -come tutto lascia credere- si può leggere anche il titolo della raccolta elegiaca di Gallo, è anche l’omaggio del poeta all’amico con cui ha condiviso la nuova idea di poesia e a cui deve sicuramente molto in termini di riflessione e di ricerca concettuale e formale nella genesi del suo primo capolavoro.

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Notes

1 Per indignus infatti Serv. ad loc. dà due possibili spiegazioni : indigno vel mereticio vel magno. L’aggettivo, che vale etimologicamente ‘sproporzionato, non equo’ può assumere in questo contesto entrambi i significati, ovvero -come spesso nel raffinato e sottile impiego della lingua da parte di Virgilio- comprenderli entrambi.

2 A tale effetto contribuisce anche iste, usato dai pastori a v. 21 e atto a rappresentare la loro incomprensione e la loro diffidenza per una passione troppo violenta e distruttiva.

3 Riprendendo con ciò l’analoga caratterizzazione di ecl. 8, 44-50.

4 Sul complesso dibattito sviluppatosi attorno ai vv. 44- 45 e sulla difficoltà di intendere amor in essi (è la passione per Licoride o è insanus amor duri Martis ?) cfr. una sintesi in Gagliardi, 2014, ad loc., p. 175-180. In ogni caso il termine è qui personificato, come indica l’azione attribuitagli di detinere Gallo tra le armi e i nemici. L’aggettivo insanus, come prima sollicitus e indignus, caratterizza con grande pregnanza (e con un tocco tipicamente virgiliano di biasimo per l’eccesso) l’atteggiamento elegiaco.

5 Nel quale è forse possibile indicare un’imitazione da un verso di Gallo stesso : omnia vincit amor, infatti, appare chiaramente un emistichio di pentametro, e la sua fortuna presso gli elegiaci latini ne potrebbe confermare l’origine galliana (cfr. Grondona 1977, p. 26-27).

6 Sempre a condizione che si identifichi Virgilio con la voce narrante dell’ecloga, un’operazione che il poeta autorizza e quasi induce a compiere nel momento in cui allude al suo rapporto personale con Gallo (cfr. meo Gallo a v. 2, o la dedica dei vv. 70-74) fuori dalla situazione fittizia in cui egli si presenta come pastore (vv. 6-7 e 16-18) e colloca Gallo in Arcadia.

7 Holzberg, 2008, p. 118 e Coleman, 20018, p. 294-297.

8 Boucher, 1966, p. 18.

9 Come lascia pensare Serv. ad v. 46 : hi autem versus omnes Galli sunt, ex ipsius translati carminibus.

10 Secondo la definizione di D’Anna, 1984, p. 895.

11 L’unica occorrenza di amor al singolare che potrebbe riferirsi all’infelice vicenda di Gallo è quella di v. 44, ma l’insanus amor di cui qui si parla è di controversa interpretazione, potendo il termine essere inteso in senso assoluto (ed essere riferito alla folle passione dell’amante), ma anche, altrettanto bene, in dipendenza da duri Martis, nel qual caso alluderebbe alla carriera militare di Gallo. Le difficoltà nell’intendere l’espressione derivano dall’incongruenza tra l’eventuale allusione all’amore per Licoride e l’accenno alla vita militare : perché infatti l’amore per la donna dovrebbe tenere il poeta lontano da lei (il preverbio de di detinet indica proprio una separazione, cfr. Cartault, 1897, p. 399 ; D’Anna, 1989, p. 37) ?

12 Cfr. Coleman, 20018, a v. 6, p. 276-277, che cita Catull. 45, 1 e Prop. 4, 4, 37.

13 Proposta da Skutsch, 1901, p. 21-24, e accolta dalla stragrande maggioranza degli studiosi : cfr. Jacoby, 1905, p. 71-73 ; Conington, Nettleship, 2007, ad v. 53, p. 123 ; Coleman, 20018, ad v. 6,
p. 266-267 ; Lipka, 2001, p. 110 ; Cucchiarelli, 2012, ad v. 6, p. 485 ; contra, Pohlenz, 1965, p. 210, nota 2 ; sul dibattito de re, Monteleone 1979, p. 48-49, con bibliografia, e Gauly, 1990, p. 35-36.

14 Ad esempio facendosi sentire sia al di fuori della finzione, nelle due dediche a Gallo a vv. 2-3 e 70-72, quando proclama il suo affetto per l’amico e auspica che i propri versi siano alla sua altezza, sia all’interno di essa, riservandosi il racconto dei vv. 9-30, prima del monologo del protagonista, sia quando rivendica la paternità di tutta l’ecloga a v. 70.

15 Secondo l’espressione di Conte, 1984, p. 20-21 (su di essa cfr. p. 18-22). Sul senso della « dafnizzazione » cfr. anche Gagliardi, 2011, p. 56-73.

16 Su cui cfr. la sintesi di Hunter, 1999, p. 63-66.

17 Cfr. -solo per citare alcuni esempi- Tib. 1, 3 ; Prop. 1, 19 ; 2, 13, 17-58.

18 Cfr. Prop. 1, 7, 19 ; 2, 1, 2 ; Ov. trist. 2, 349 ; Pont. 3, 4, 85 ; Hermesian. fr. 7 Pow., v. 36, definiva μαλακός il ritmo del pentametro. Significativa a tal proposito è l’importanza che nell’ecloga assume in più momenti il contrasto tra durus e mollis (vv. 43-44 ; 46-49), per il quale si può senza difficoltà pensare alla ripresa di passi delle elegie di Gallo.

19 E che proprio dalla vistosa somiglianza rende più riconoscibili e pregnanti le deviazioni dal modello : cfr. Gagliardi, 2014, p. 103-106.

20 Sul ruolo ‘fondante’ di Dafni nella poesia teocritea cfr. Hunter, 1999, p. 75, e Breed, 2006, p. 112 e 118. In tale visione un significato importante assume la consegna della zampogna a Pan
a vv. 128-130.

21 L’ecl. 1 non è ovviamente la prima in ordine cronologico, e anzi appartiene probabilmente ad una fase avanzata della composizione del liber, ma la collocazione assegnatale dal poeta le dà un indiscutibile valore proemiale e rivela la sua intenzione di esprimere in essa le caratteristiche peculiari della sua opera, soprattutto in confronto a Teocrito. Sul suo carattere programmatico cfr. Breed, 2006, p. 95). Essa va dunque considerata dunque ‘prima’ in ogni interpretazione delle Bucoliche, come afferma giustamente Solodow, 1977, p. 762, nota 17 : « to discover the « correct » sequence we need not know the poet’s biography, only the order in which he wanted the poems to be read ».

22 Cfr. la definizione di elegis qui molles fleret amores assegnata a Tibullo da Domizio Marso, 7, 3 Morel = 9, 3 Büchner.

23 Sulla quale cfr. Serrao, 1971, p. 67, e id., 1984, p. 115 (ma già Rosenmeyer, 1969, passim, in particolare p. 70-73), e Hunter, 1999, p. 16-17.

24 Da Lipka, 2001, p. 102-103 e 110.

25 Che a v. 54, p. 246, così commenta : « hoc vere, si quid aliud, Virgiliana elegantia dignum ».

26 Cfr. Aet. fr. 73 Pf.

27 Sul motivo di Milanione, suggerito dalle affinità di Prop. 1, 1, 9-16 con i vv. 55-60 dell’ecloga, cfr. Skutsch, 1901, p. 15 ; Ross, 1975, p. 69-70 ; Pincus, 2004, p. 189, nota 36 ; Cairns, 2006, p. 110-112. La sua origine è stata indicata in Partenio da Cairns, 2006, p. 110-111 (cfr. anche Ross, 1975, p. 62-63).

28 Lo avanzano Skutsch, 1906, p. 164-165 ; Jacoby, 1905, p. 58-60 ; Ross, 1975, p. 71-73 e 88, nota 2 ; Rosen, Farrell, 1986, p. 243, nota 11, e p. 254 ; Morgan, 1995, p. 79 ss. Per Lipka, 2001, p. 110-111, Gallo potrebbe aver introdotto la storia di Aconzio in poesia latina.

29 Che equivale pressappoco al nostro « io amo Cidippe », cfr. Dover, 1989, p. 111-115.

30 Su cui cfr. Ross, 1975, p. 39-46 e Gagliardi, 2014, p. 197-204.

31 E’ un’obiezione di Coleman, 20018, ad ecl. 5, 13, p. 157, alla quale lo stesso studioso oppone non solo l’esempio di Calp. Sic. 1, 33-88, ma soprattutto il discorso pienamente letterario e metaforico in cui il gesto immaginato da Gallo si trova inserito.

32 E’ l’interpretazione piuttosto singolare di Serv. ad v. 54 : quasi ei iterum displicet ne cum arboribus eius crescant amores.

33 In tal senso sembrano intendere il passo Conington, Nettleship, 2007, a v. 54, p. 123.

34 Incisae servant a te mea nomina fagi, / et legor ‘Oenone’ falce notata tua, / et quantum trunci, tantum mea nomina crescunt. / crescite et in titulos surgite recta meos ! / popule, vive, precor, quae consita margine ripae / hoc in rugoso cortice carmen habes : / ‘cum Paris Oenone poterit spirare relicta, / ad fontem Xanthi versa recurret aqua.’

35 Quando ponebam nouellas arbores mali et piri, / cortici summae notavi nomen ardoris mei. / nulla fit exinde finis vel quies cupidinis :/ crescit arbor, gliscit ardor : ramus implet litteras.

36 Cfr. ad esempio ecl. 7, 25, se si accoglie la lettura crescentem ; Hor. carm. 3, 30, 7-8 ; Prop. 3, 1, 34.

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Pour citer cet article

Référence papier

Paola Gagliardi, « Sollicitos Galli dicamus amores : amor e amores nell’ecl. 10 di Virgilio »Pallas, 105 | 2017, 313-325.

Référence électronique

Paola Gagliardi, « Sollicitos Galli dicamus amores : amor e amores nell’ecl. 10 di Virgilio »Pallas [En ligne], 105 | 2017, mis en ligne le 30 novembre 2017, consulté le 23 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/pallas/8554 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/pallas.8554

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Auteur

Paola Gagliardi

Docente a contratto di Didattica delle Lingue classiche
Università degli Studi della Basilicata, Potenza
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