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Lectures croisées : mythes et littérature

Un sapere inutile ma necessario. Per una lettura di Ovidio, Pont. I 5

Un savoir inutile mais nécessaire. Pour une lecture d’Ovide, Pont. I 5
A useless yet necessary knowledge . For a reading of Ovid, Pont. I 5
Lucio Cristante
p. 309-317

Résumés

Comme le veut la tradition du genre littéraire, la poésie de l’exil a pour objet les lamentations du personnage narrateur, dans son rôle d’exul conscient qu’il ne pourra plus regagner sa patrie. Pour le poète, exilé à Tomis, la ville de Rome représente le lieu du regret et de la nostalgie, le lieu des amitiés et de la vie sociale et culturelle, point unique de référence, dans sa distance quasi mythique mais toujours réelle, pour tout discours poétique. Dans cette élégie même, le souvenir et l’usage des topoi du genre font de l’epistula un jeu littéraire très sérieux qui concerne toute l’oeuvre d’Ovide et aussi sa poétique. Seule la poésie, par son inutilité bienfaisante, a suivi le poète pendant son séjour forcé. La spécificité de la lettre Pont. I 5 est qu’elle confirme la fidélité du poète à la poésie, c’est-à-dire à cette poésie « mineure » qui a provoqué son exil – fidélité à la poésie (et à ses mythes) qui représente le choix d’une vie à laquelle elle confère valeur, signification et consolation. C’est en cela que la lettre à Cotta Maximus révèle toute sa vérité.

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Notes de l’auteur

In questa sede presento, in forma abbreviata e di fatto ancora provvisoria, alcuni spunti di lettura che ho estratti da un più ampio lavoro di introduzione e commento all’epistola I 5 che pubblicherò a breve. Non mi sarà possibile dare adeguatamente conto dei debiti, e dei dissensi, che ho con la bibliografia sulla poesia ovidiana dell’esilio a cominciare dalla documentazione prodotta nei due commenti recenti alle Ex Ponto di Helzle, 2003 e Gaertner, 2005, cui rinvio anche per un puntuale aggiornamento bibliografico.

Texte intégral

1. Premessa

  • 1 Un vitium di cui Ovidio è consapevole, cf. ad es. Pont. III 9, 1 sqq. e già trist. V 1, 35 sq.
  • 2 Di difficile realizzazione per oggettive contraddizioni all’interno della stessa opera di Ovidio, c (...)
  • 3 Come non manca di sottolineare la bibliografia recente, cf. Nagle, 1980, 128 sq; Helzle, 1988a; Wil (...)
  • 4 In particolare Ovidio riconosce nell’Ars amatoria l’opera che sta all’origine dei propri guai, cf. (...)

1All’interno della ‘monotona’ produzione dell’esilio1, la situazione autobiografica che si desume dalla elegia I 5 delle Epistulae ex Ponto presenta uno stadio consolidato, e di fatto definitivo, in cui il poeta (io elegiaco) ha oramai abbandonato ogni speranza di vedere condonata (o almeno alleviata) la sua pena da parte del principe. Ma la specificità di questa elegia consiste propriamente nella riflessione sul ruolo della poesia e del poeta, utile a comporre un quadro della poetica ovidiana2 mediante il dialogo che Ovidio stabilisce non soltanto con la propria opera (procedimento diffuso soprattutto nella poesia dell’esilio), ma anche, a distanza, con la teoria poetica della propria età, rappresentata in primo luogo da Orazio3. Questa constatazione determina anzitutto che si prenda in considerazione un’altra epistola-elegia di tipo programmatico, la III 9 che, come la I 5, associa alle dichiarazioni dell’io elegiaco anche il confronto, esplicito e polemico, con la teoria poetica oraziana (specificamente dell’Epistola ad Augusto e dell’Epistola ai Pisoni). E a questo punto non ci si potrà forse esimere dal verificare se nella autodifesa della propria poesia, motivo dominante della produzione dell’esilio, possa trovare spazio una qualche presa di posizione ‘ufficiale’ del poeta Ovidio nei confronti del principe, cioè nei confronti delle istanze (legate alla concezione dell’arte come missione etica e civile) che avevano trovato eco presso i poeti della sua generazione (come Orazio appunto) e che sono state probabilmente fra le cause della sua relegazione4.

  • 5 Cf. Labate, 1987, p. 108.

2L’assunto autobiografico fondamentale dell’io narrante (su cui ritorneremo) è quello che all’esule non resta ormai alcuna speranza né capacità fisica né mentale per imparare e applicarsi ad altre arti all’infuori del sapere connaturato alla sua vita prima dell’esilio, cioè quello di fare poesia entro l’unico spazio fisico (e retorico) che la rendeva possibile, Roma5. Scrivere versi resta, suo malgrado, l’unica faticosa occupazione ridotta a necessità di tipo consolatorio.

  • 6 Presentata con «Callimachean snobbery» (Gaertner 2005, p. 337), incurante (come Hor. sat. I 10, 7 c (...)

3Ma proprio dalla provocatoria rinuncia e presa di distanza dal suo ruolo di poeta ‘urbano’, noi potremo recuperare l’affermazione orgogliosa delle potenzialità della sua poetica6.

2. Uno spazio poetico obbligato

2. 1. Il mito dell’esilio e i saperi dell’esule

4La poesia dell’esilio di Ovidio vive del rapporto che l’autore attiva tra realtà poetica e realtà storica, in quanto la sincerità del poeta non è necessariamente basata sulla realtà fattuale, anche se da quest’ultima, e soprattutto dalla dimensione autobiografica, riceve credibilità. È l’elegia infatti a realizzare statutariamente il massimo di aderenza tra vita e poesia (senza pretendere di risolverne le contraddizioni), in un nesso dove la condizione esistenziale del poeta alimenta ed è alimentata dal dettato poetico stesso. Per questo le dichiarazioni sul proprio fare poetico (e sulla poetica in generale) dovranno essere considerate serie e sincere, anche al fine di verificare la sincerità storica di Ovidio in rapporto con la sua poesia anteriore all’esilio e con quella degli altri poeti della propria epoca (e potrebbero coinvolgere, ma non in modo esplicito, anche i rapporti con il principe responsabile dello stato di privazione e di sofferenza in cui il poeta si trova costretto).

  • 7 Cf. nota 1.
  • 8 Trist. V 1, 5 sq. Flebilis ut noster status est, ita flebile carmen, / materiae scripto conveniente (...)
  • 9 Nei Pontica, contrariamente ai Tristia in cui i dedicatari sono per cautela lasciati anonimi, i des (...)

5La condizione dell’esilio, presentata nella sua casistica ripetitiva e perciò unitaria, è riconosciuta dal suo autore come caratteristica peculiare di questa poesia7, in tutto coerente con le necessità del genere letterario dell’elegia ‘triste’, che si identifica con la vita dell’esule8 e proprio in questo gioca la sua credibilità. La strategia narrativa messa in atto da Ovidio consiste precisamente nel far coincidere per il destinatario-lettore9 dell’epistola la persona elegiaca e il poeta exul.

  • 10 Desumo l’espressione da Claassen, 1988.
  • 11 Claassen, 1988, p. 168: basterà rinviare alla enfatizzazione della barbarie dei Geti e alla loro fa (...)
  • 12 Rosati, 1979, p. 127 sq.; Galasso, 1995, p. 44.

6Il ‘mito dell’esilio’10, creato da Ovidio sulla scorta della propria esperienza esistenziale, ha le sue leggi, i suoi luoghi comuni e le sue «evidenti esagerazioni» in quanto la relegazione si configura come «stylized depiction of the exul»11. I ripetuti lamenti sulla sua dolorosa condizione e le richieste (affidate ad amici anche influenti) per ottenere la clemenza del princeps si sono rivelati inutili. Ma in questa situazione il mestiere di poeta ha l’esclusivo vantaggio di permettere a Ovidio di sopportare il suo stato e di sottrarlo, per così dire, alla stessa pena. In altre parole gli strumenti dell’ ars permettono alla poesia di plasmare la realtà e di sostituirsi a essa e quindi anche, con una irrimediabile contraddizione, di diventare estranea alla vita (guadagnando lo spazio autonomo della letteratura)12.

2. 2. Scrivere versi a Tomi

  • 13 M. Aurelio Cotta Massimo Messalino era il figlio minore di Messala Corvino. Non è certo un caso che (...)
  • 14 La iunctura è un unicum, ma non è una tautologia (pace Gaertner 2005, ad l.), va infatti collegata (...)
  • 15 Connotazione del genere elegiaco triste.

7Ovidio dichiara apertamente la sua crisi come poeta. L’amico Massimo Cotta13, cui è diretta l’epistola elegiaca di ottantasei versi, non deve ricercare nelle parole che legge (2 verba) l’ingenium del poeta a meno di ignorare che esse sono scritte da un esule (4 nescius exilii ne videare mei). Nel luogo in cui è relegato (8 inerte situ)14 il poeta non ha più stimoli per la composizione poetica (11 sq. Non libet in talis animum contendere curas / nec venit ad duros Musa vocata Getas). Tuttavia, seppure a malavoglia, si sforza di scrivere versi (10 scribimus invita vixque coacta manu) che spontaneamente riconosce bisognosi di emendazione e di labor limae (19). Nello stesso tempo confessa di non reggere più la fatica che richiede il loro perfezionamento perché in ogni caso sarebbe una operazione priva di qualsiasi utilità: lo dimostrano anche le opere precedenti la relegazione (27 sq. Tempus ad hoc nobis, repetas licet omnia, nullum / profuit – atque utinam non nocuisset! – opus). Si interroga sul perché continui a scrivere (29 sq. Cur igitur scribam miraris. Miror et ipse / et tecum quaero saepe quid inde petam), per concludere in modo ironico che la sua pervicacia nel comporre versi conferma il topos (democriteo) della follia dei poeti (31-34). Si tratta di un’abitudine consolidata alla composizione (non interrotta neppure dall’evento traumatico che tale pratica ha di fatto determinato), esattamente come il gladiatore che, dimenticata la ferita, torna a combattere o ancora come il naufrago che riprende la via del mare (41 sq. Sic ego constanter studium non utile servo / et repeto nollem quas coluisse deas). La giustificazione di questo modo di agire è individuata da un lato nella impossibile opzione per altri esercizi, come ad esempio quelli praticati dai barbari Sarmati (49-50 Moris an oblitus patrii contendere discam / Sarmaticos arcus et trahar arte loci?), dall’altro nella capacità che l’occupazione di scrivere versi ha di non fargli pensare al drammatico stato in cui versa. Egli riconosce paradossalmente nella dedizione per così dire ‘passiva’ alla poesia, l’utilità di un’ars che non ha in sé alcun elemento utile (53 sq. Cum bene quaesieris quid agam, magis utile nil est / artibus his quae nil utilitatis habent). Il poeta opera in un contesto ambientale assolutamente estraneo a questa ars, in mezzo ai Geti, e questo lo dispensa dalla sollecitudine della elaborazione formale (61 Cur ego sollicita poliam mea carmina cura?): una affermazione (ancora paradossale) che ribadisce l’assenza dalla propria poesia oltre che dell’ingenium anche della componente dell’ars. Rinunciando così alla gloria cui aspirano i poeti negli spazi di Roma (56 sq.), Ovidio rivendica per sé una nuova (più modesta) dimensione di poeta consona al suo stato di esule (dichiaratamente inconciliabile con la sua esperienza poetica vissuta a Roma e con quella dei suoi amici che ancora la vivono): quem fortuna dedit, Roma sit ille locus. / Hoc mea contenta est i n f e l i x Musa15 theatro (68 sq.). Il poeta ha consapevolezza che i frutti della propria attività consumata in una terra ai confini del mondo non potranno mai giungere a Roma (75 sq. Per tantum terrae, tot aquas vix credere possum / indicium studii transiluisse mei); sono troppo modesti e non acquisteranno la fama e l’immortalità cui un poeta deve aspirare: questo è possibile soltanto a Roma (83-6 Sed neque pervenio scriptis mediocribus istuc / famaque cum domino fugit ab urbe suo, / vosque, quibus perii, tunc cum mea fama sepulta est, / nunc quoque de nostra morte tacere reor).

3. Il dibattito sulla poetica (e sul poeta)

3. 1. L’epistola III 9

8Nell’epistola I 5 risultano subito evidenti tracce e topoi di una diatriba poetica a cominciare dal lessico tecnico di cui è costellata: ars (36.50.54), carmina (61.68), componere (59), cura (11.61), deducere versus (13), ducere carmen (7), durus (12.18), emendare (17), fama (67.84.85), gloria (57), iners (8.44), ingenium (3.64), invigilare 58), iudicium (16.20), labor (17.25.60), lima (19), linere (16), luctor (13), mollior (14), Musa (12.69), Pierii… chori (58), polire (61), scribere (10.17.29), utile (41.53), utilitas (54).

  • 16 Motivo topico nella poesia dell’esilio: elenco dei passi in Scholte, 1933, p. XV sq.; Froesch, 1967 (...)
  • 17 Cf. i rinvii bibliografici citati a n. 3 e qui 3.2.

9In secondo luogo l’insistenza del poeta nel dichiarare la scarsa qualità formale della propria poesia16 e nel confermarne la monotonia e l’inutilità (se non come occupazione che fornisce una tregua alla propria situazione dolorosa), introduce dei punti di contatto evidenti con l’epistola III 9 dei Pontica e con la teoria poetica oraziana su cui varrà la pena di soffermarsi brevemente17, in quanto è questa la chiave di lettura e il terreno su cui si fonda – io credo – il messaggio peculiare di questa elegia.

  • 18 Froesch, 1967.

10L’epistola III 9, indirizzata a Bruttedio Bruto come la I 1, chiude circolarmente la ‘Gedichtsammlung’ dei Pontica (costituita dai primi tre libri)18 e ha palesemente carattere programmatico, come rivelano le indicazioni editoriali affidate alla chiusa (51-4):

Nec liber ut fieret, sed uti sua cuique daretur
littera, propositum curaque nostra fuit.
Postmodo collectas utcumque sine ordine iunxi:
hoc opus electum ne mihi forte putes.

  • 19 In Ovidio ricompare ancora in ars II 508; trist. I 11, 9 sqq; II 15. Le testimonianze sull’uso del (...)
  • 20 Williams, 1994, p. 89.

11In particolare vi è ribadito il motivo (7-16) della consapevole mediocrità dei suoi versi (che solo l’ars può eliminare: 16 tollitur arte malum) e della fatica del comporre, ma soprattutto del correggere (17-26); il topos della follia del poeta (31 sq.)19 e il motivo esclusivo della utilitas, del bene personale che Ovidio spera dalla sua poesia, unitamente all’omaggio (officium)20 verso gli amici (55-6):

Da veniam scriptis, quorum non gloria nobis
causa, sed utilitas officiumque fuit.

3. 2. I rapporti con la poetica di Orazio

3. 2. 1. ingenium e ars

12L’affermazione di Ovidio che la propria poesia dall’esilio è priva di ingenium (3 in quibus ingenium desiste requirere nostrum) si colloca in senso opposto rispetto a Orazio (ars 295-7):

Ingenium misera quia fortunatius arte
credit et excludit sanos Helicone poetas
Democritus…

  • 21 Cf. Labate, 1987, p. 108.
  • 22 Sul motivo della perdita del proprio ingenium come conseguenza dell’esilio cf. ad es. trist. V 1, 2 (...)
  • 23 Cf. Brink, 1971, p. 329 sq.; Williams, 1994, p. 84.

13In Ovidio l’ingenium (perduto/assente) si identifica con il talento poetico che ha prodotto le opere precedenti l’esilio: la relegazione a Tomi gli ha tolto la facultas inveniendi, i soggetti di poesia (la vita letteraria di Roma)21, su cui esercitare l’ars del poeta22. Per ribadire la sua condizione di poeta privo di ingenium volge a suo sfavore anche il topos dell’insania dei poeti (cioè della loro ispirazione divina)23: la sua follia è quella di continuare a scrivere senza avere i requisiti e la forza per farlo, connotando come inerte e sterile il nuovo genere di poesia che ne esce (31-4):

An populus vere sanos negat esse poetas
sumque fides huius maxima vocis ego
qui, sterili totiens cum sim deceptus ab arvo,
damnosa persto condere semen humo?

  • 24 Phaedr. 245a; Russel 1981, 69 sqq.; la Musa indica, ovviamente, una dimensione metaletteraria, cioè (...)
  • 25 Di fatto inscindibile come ribadisce ancora Hor. ars 408-18, con Brink, 1971, p. 394 sqq.
  • 26 Longo, 2006, p. 432-4.
  • 27 «L’ars è come un luogo sperimentale, un campo di prova per la vita» (Rosati, 1979, p. 103). Le arte (...)
  • 28 Cf. Pont. III 3, 70 (a proposito dell’Ars amatoria) Artibus et nullum crimen inesse tuis.

14Nel momento in cui nega la preferenza democriteo-platonica connessa anche con l’ispirazione divina e con le Muse (v. 12.69)24, Ovidio non può non prendere in considerazione anche la nozione (callimachea) di ars (che con ingenium costituisce la sintesi ‘aristotelica’ della teoria poetica oraziana). Una volta che ha proclamato la scissione del binomio ingenium-ars25 (probabilmente autorizzata dall’opposizione di Orazio ingenium fortunatius / misera ars)26, sottoporrà anche quest’ultima a un simulato procedimento di svalutazione attraverso il rifiuto del labor limae. Ma in realtà è soltanto l’ars, come sapere e strumentazione rimasta al poeta esule, a permettere ancora, con la sua apparente inutilità (cf. 53 sq.), la produzione della poesia. Quindi per Ovidio l’ars costituisce l’elemento cardine della propria poesia dell’esilio (ancorché compromessa dalla presunta mancanza della cura formale necessaria), proprio perché la letteratura, in quanto invenzione dei poeti, è altra dalla vita e dalla realtà27. E questo primato dell’ars sembra riflettersi intenzionalmente anche sulla produzione elegiaca anteriore all’esilio come sua giustificazione definitiva: in quanto frutto di ars la poesia è priva di crimen28.

3. 2. 2. lima mordacius uti

  • 29 Sul topos callimacheo cf. Brink, 1971, p. 321 (ad Hor. ars 291).

15L’intenzionalità del dialogo a distanza con Orazio (e con Augusto?) è confermata dal riferimento alla fatica del correggere, del labor limae29, della cui necessità si rende conto per primo lo stesso autore, dal momento che, come ha appena dichiarato (12 nec venit… Musa), i suoi versi non sono frutto del talento poetico (15-20):

Cum relego scripsisse pudet, quia plurima cerno
me quoque, qui feci, iudice digna lini.
Nec tamen emendo; labor hic quam scribere maior
mensque pati durum sustinet aegra mihi.

  • 30 Brink, 1971, p. 419 sq.; Helzle, 1988a, p. 128 sq

16Il rapporto con Orazio è ulteriormente avvalorato dal contesto, a questo omogeneo, di Pont. III 9, 17-26, che ha in comune con Ars poetica 445-50 (sul ruolo del critico perfetto), oltre al lessico tecnico, anche il riferimento alla proverbiale attività emendatoria di Aristarco30:

Vir bonus et prudens versus reprehendit i n e r t i s,
Culpabit d u r o s, incomptis a d l i n e t atrum
transverse calamo signum, ambitiosa recidet
ornamenta, parum claris lucem dare coget,
argute ambigue dictum, mutanda notabit,
flet Aristarchus…

3. 3. Un genere nuovo, anzi antico

3. 3. 1. Giustificazione del genere elegiaco triste

  • 31 Ma il problema avrebbe bisogno della discussione delle singole testimoninanze per non incorrere in (...)
  • 32 Cf. Longo, 2006, p. 432-4.
  • 33 In quanto opera priva di ingenium (e di ars) presenterà uno stile ‘trascurato’ che sfrutta colloqui (...)

17Ovidio, come si è visto, simula di rinunciare programmaticamente31 sia alla poetica democriteo-platonica (ingenium) sia, attraverso l’insistenza sulla mancanza del lavoro emendatorio e di rifinitura, a quella callimachea (ars), come pure alla poetica aristotelico- oraziana (o meglio augustea) che tenta di conciliare le due ‘scuole’32. Va da sé che nel momento stesso in cui vengono negati i canoni letterari (e le loro leggi), in quanto non necessari alla espressione immediata e senza ‘artificio’ dell’esilio, Ovidio costruisce i canoni e le convenzioni ‘artificiose’ che connotano la elegie triste33.

  • 34 Il motivo didascalico ha una storia illustre che risale a Euripide (Stheneboea: 663 Nauck): ποιητὴν (...)

18In definitiva una ars poetica che pretende, rispetto alla poesia del passato, di esprimere la verità delle sofferenze dell’esule, è motivo sufficiente – vuole farci credere Ovidio – per rendere di nuovo facondo il poeta, dopo la lezione della elegia erotica (rem. 310)34:

… dole tantum, sponte disertus eris.

19Ma Ovidio sa bene che l’ars è condizione necessaria per fare poesia (cf. 53-4) e che – come ci aveva già insegnato – ogni artificio retorico deve essere alla fine invisibile: (met. X 252 ars adeo latet arte sua).

3. 3. 2. L’utile della poesia triste ovvero l’unità della poetica ovidiana

20Il poeta pone in termini espliciti la domanda sul senso e sull’utilità di scrivere versi dal momento che constata di non ricavarne né diletto né utile (la stessa attività letteraria del passato – oltre a non avere fornito vantaggi – gli è stata di nocumento: 27-30). La risposta accentua il motivo di un mestiere abituale supportato da una ars che ha indissolubilmente informato la vita del poeta (35 sq.):

Scilicet est cupidus studiorum quisque suorum
tempus et adsueta ponere in a r t e iuvat.

21Soltanto nell’esercizio di questa ars (anche in modo puramente meccanico) il poeta exul può aspirare all’unico vantaggio che essa può dare. L’affermazione recupera il topos del valore terapeutico della poesia e la sua funzione consolatrice; cf. trist. V 1 33 sq.:

tot mala pertulimus, quorum medicina quiesque
nulla nisi in studio est Pieridumque mora.

22Con questo siamo al centro argomentativo dell’epistola elegiaca. Il concetto di utile espresso nel famoso passo dell’ars oraziana (343 sq.):

Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci,
lectorem delectando pariterque monendo,

  • 35 Cf. Helzle, 1988b ; Cwaleck, 1996, p. 172 sq

23trova in Ovidio una sua riformulazione paradossale che vuole apparire radicalmente diversa da Orazio, dove il fine utilitaristico della poesia unito al fine edonistico forma il perfetto binomio della poetica neoterica e augustea. Di questa concezione Ovidio non considera il fine edonistico (trist. V 1, 4 invenies toto carmine dulce nihil), quindi neppure il dulce che può derivare dalla fattura raffinata dei versi, perché inconciliabile con il suo stato di relegazione. Ma in questo la poesia triste realizza il suo prepon35, come la poesia erotica lo realizzava quando ancora il poeta viveva a Roma; cf. anche III 9, 35 sq.:

laeta fere laetus cecini, cano tristia tristis
conveniens operi tempus utrumque suo est.

  • 36 Cf. analogo procedimento in un passo di Orazio che interessa da vicino la nostra epistola: ars 408 (...)

24Con lucida consapevolezza metaletteraria l’accento è posto esplicitamente, come si è detto, sul fine utilitaristico della poesia attraverso il paradosso (sotto forma di una quaestio di scuola36 e realizzato retoricamente negando ciò che si afferma) della sua assoluta inutilità (53-54):

Cum bene quaesieris quid agam,
magis utile nil est artibus his quae nil utilitatis habent.

  • 37 La Penna, 1963, p. 149.
  • 38 Pont. I 1, 12 Quae steterant Artes, pars vacat illa tibi.
  • 39 Tanto più che la nozione di utilitarismo non è una invenzione per la poesia dell’esilio ma un adatt (...)

25La poesia ovidiana può essere ‘utile’ soltanto al poeta (Pont. III 9, 55 sq. non gloria n o b i s / … sed utilitas). Invece per Orazio (epist. II 1, 124) la poesia ha una missione etica e civile e quindi deve essere utilis urbi, e lo ribadisce ad Augusto proprio nella epistola «in cui difendeva implicitamente la propria opera di poeta satirico e lirico»37. In Ovidio, al contrario, l’esercizio di scrittura (54 artibus) del poeta riassume tutto il suo valore intrinseco e conferma la riconquista della poesia come occupazione assoluta e insostituibile, anzi divenuta ora a maggior ragione l’unica condizione possibile per sopravvivere (quid potius faciam?): la scelta della poesia come ἄριστος βίος, esattamente come lo era stata prima dell’esilio, un bene prezioso che nessun principe può togliere. In questo modo Ovidio finisce col saldare nell’unità della sua poetica anche la produzione precedente (i tre libri delle epistole dal Ponto potranno sostituire negli scaffali gli spazi lasciati liberi dai tre libri dell’Ars amatoria)38 ed estendere, nella continuità garantita dal proprio ‘inutile’ esercizio poetico, il genere dell’elegia triste alla poesia galante, alla elegia erotica, per il necessario rapporto che stabilisce con essa39.

  • 40 Rosati, 1979, p. 107.
  • 41 Che rendono più evidente il contrasto tra la vita del poeta prima dell’esilio e la situazione a Tom (...)
  • 42 Sul topos della gloria, collegato alla lucubratio nocturna, come incentivo alla composizione poetic (...)
  • 43 Al di là del valore ironico che inevitabilmente assume (Helzle, 2003, ad l.), cf. Pont. I 3, 37 qui (...)

26È nella affermazione della propria inutilità che tutta la poesia ovidiana rivendica la sua legittimità e «lo spazio autonomo dell’arte»40, nel Ponto, fra gli incolti Geti, così come a Roma fra il pubblico raffinato evocato dai destinatari delle epistole, che ristabiliscono i contatti – e l’unità – tra due mondi lontani e non comunicanti, tali da giustificare il ricorso all’epistola (68 diversum in orbem; 73 dividimur caelo)41. Nello stesso tempo Ovidio proclama la sua innocenza (o meglio la sua non punibilità) e lancia al principe e ai poeti di Roma una sfida e una rivincita (57 sq. Gloria v o s acuat; v o s, ut recitata probentur / carmina, Pieriis invigilate choris)42 per mezzo di un ulteriore paradosso: la sua esperienza elegiaca dimostra come la poesia sia possibile anche fuori Roma (68 quem fortuna dedit, Roma sit ille locus)43.

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Bibliographie

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Notes

1 Un vitium di cui Ovidio è consapevole, cf. ad es. Pont. III 9, 1 sqq. e già trist. V 1, 35 sq.

2 Di difficile realizzazione per oggettive contraddizioni all’interno della stessa opera di Ovidio, cf. Rosati, 1979, p. 104.

3 Come non manca di sottolineare la bibliografia recente, cf. Nagle, 1980, 128 sq; Helzle, 1988a; Williams, 1994, p. 83-90.

4 In particolare Ovidio riconosce nell’Ars amatoria l’opera che sta all’origine dei propri guai, cf. ad es. trist. II 253; III 14, 6; Pont. I 1, 1 sqq.; II 2, 104; 9, 73; 10, 12; 11, 2; IV 13, 41 sq.

5 Cf. Labate, 1987, p. 108.

6 Presentata con «Callimachean snobbery» (Gaertner 2005, p. 337), incurante (come Hor. sat. I 10, 7 contentus paucis lectoribus) del successo presso il pubblico.

7 Cf. nota 1.

8 Trist. V 1, 5 sq. Flebilis ut noster status est, ita flebile carmen, / materiae scripto conveniente suae; Labate, 1987; l’insistenza ripetitiva dei motivi è un modo per ribadire da parte del poeta il suo stato di disperazione.

9 Nei Pontica, contrariamente ai Tristia in cui i dedicatari sono per cautela lasciati anonimi, i destinatari delle epistole sono espliciti e noti. Sul rapporto destinatario-lettore cf. Citroni, 1995, p. 431 sqq., spec. 459-64.

10 Desumo l’espressione da Claassen, 1988.

11 Claassen, 1988, p. 168: basterà rinviare alla enfatizzazione della barbarie dei Geti e alla loro familiarità con le armi, etc. (cf. anche Claassen, 1990, p. 72 sq.).

12 Rosati, 1979, p. 127 sq.; Galasso, 1995, p. 44.

13 M. Aurelio Cotta Massimo Messalino era il figlio minore di Messala Corvino. Non è certo un caso che sia il destinatario del maggior numero di Epistole (I 5; 9; II 3; 8; III 2; 5).

14 La iunctura è un unicum, ma non è una tautologia (pace Gaertner 2005, ad l.), va infatti collegata a ars (cf. qui 3.2.1); per iners in riferimento al poeta cf. Hor. epist. II 2, 126 protulerim scriptor delirus inersque videri (opposto a Ov. Pont. I 4, 43 sq.; Nagle, 1988, p. 129 n. 33).

15 Connotazione del genere elegiaco triste.

16 Motivo topico nella poesia dell’esilio: elenco dei passi in Scholte, 1933, p. XV sq.; Froesch, 1967, p. 31 sqq.

17 Cf. i rinvii bibliografici citati a n. 3 e qui 3.2.

18 Froesch, 1967.

19 In Ovidio ricompare ancora in ars II 508; trist. I 11, 9 sqq; II 15. Le testimonianze sull’uso del topos nelle note ad l. di Helzle, 2003 e Gaertner, 2005.

20 Williams, 1994, p. 89.

21 Cf. Labate, 1987, p. 108.

22 Sul motivo della perdita del proprio ingenium come conseguenza dell’esilio cf. ad es. trist. V 1, 27 non haec ingenio, non haec componimus arte / materia est propria ingeniosa malis; 73 sq.; II 2, 342; Pont. III 3, 33; 4, 11. Il valore di ingenium (in riferimento alla poesia erotica di Ovidio) è quello asserito da Prop. II 1, 4 ingenium nobis ipsa puella facit Per la determinazione dell’accezione di ingenium nella poesia ovidiana (su cui la nota di Helzle 2003, 159 sq.) non si dovrà trascurare il giudizio di Quint. inst. X 1, 88 Ovidius… nimis amator ingenii sui.

23 Cf. Brink, 1971, p. 329 sq.; Williams, 1994, p. 84.

24 Phaedr. 245a; Russel 1981, 69 sqq.; la Musa indica, ovviamente, una dimensione metaletteraria, cioè «le scelte consapevoli operate dal poeta rispetto alla tradizione che lo precede e alla cultura letteraria a lui contemporanea» (Longo, 2006, p. 437, ma sul problema sono da vedere anche le p. 434-9).

25 Di fatto inscindibile come ribadisce ancora Hor. ars 408-18, con Brink, 1971, p. 394 sqq.

26 Longo, 2006, p. 432-4.

27 «L’ars è come un luogo sperimentale, un campo di prova per la vita» (Rosati, 1979, p. 103). Le artes liberali (e la poesia in particolare) sono fattori fondamentali di civiltà; Ovidio vi allude in diversi passi della sua opera; cf. ad es. Pont. I 6, 7 sq. Artibus ingenuis, quorum tibi maxima cura est, / pectora mollescunt asperitasque fugit (Rosati, 1979, p. 115).

28 Cf. Pont. III 3, 70 (a proposito dell’Ars amatoria) Artibus et nullum crimen inesse tuis.

29 Sul topos callimacheo cf. Brink, 1971, p. 321 (ad Hor. ars 291).

30 Brink, 1971, p. 419 sq.; Helzle, 1988a, p. 128 sq

31 Ma il problema avrebbe bisogno della discussione delle singole testimoninanze per non incorrere in semplificazioni che non tengano conto delle ‘contraddizioni’ insite nella poetica ovidiana.

32 Cf. Longo, 2006, p. 432-4.

33 In quanto opera priva di ingenium (e di ars) presenterà uno stile ‘trascurato’ che sfrutta colloquialismi epistolari, espressioni prosastiche, ripetizioni enfatiche, etc. (documentazione nelle note di Gaertner, 2005, in part. p. 306 e 336 sq.).

34 Il motivo didascalico ha una storia illustre che risale a Euripide (Stheneboea: 663 Nauck): ποιητὴν δ ̓ ἄρα / Ἔρως διδάvσκει, κἂν ἄμουσος ᾖ τὸ πρίν ; documentazione in Kannicht TrGF 5.2, p. 652, cui va aggiunto Collard – Cropp – Lee, I. 1995, 94 (resta fondamentale il cap. 5 The Poet and his Inspiration di Russel, 1981, p. 69-83).

35 Cf. Helzle, 1988b ; Cwaleck, 1996, p. 172 sq

36 Cf. analogo procedimento in un passo di Orazio che interessa da vicino la nostra epistola: ars 408 sq. natura fieret laudabile carmen an arte / q u a e s i t u m est…

37 La Penna, 1963, p. 149.

38 Pont. I 1, 12 Quae steterant Artes, pars vacat illa tibi.

39 Tanto più che la nozione di utilitarismo non è una invenzione per la poesia dell’esilio ma un adattamento dal tema dell’utilitas dell’elegia erotica (Nagle, 1980, p. 71).

40 Rosati, 1979, p. 107.

41 Che rendono più evidente il contrasto tra la vita del poeta prima dell’esilio e la situazione a Tomi. Sulla topica riecheggiata da Ovidio cf. Helzle, 1988b, p. 79.

42 Sul topos della gloria, collegato alla lucubratio nocturna, come incentivo alla composizione poetica cf. le note ad l. di Helzle, 2003 e di Gaertner, 2005.

43 Al di là del valore ironico che inevitabilmente assume (Helzle, 2003, ad l.), cf. Pont. I 3, 37 quid melius Roma? Scythico quid frigore peius?

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Pour citer cet article

Référence papier

Lucio Cristante, « Un sapere inutile ma necessario. Per una lettura di Ovidio, Pont. I 5 »Pallas, 78 | 2008, 309-317.

Référence électronique

Lucio Cristante, « Un sapere inutile ma necessario. Per una lettura di Ovidio, Pont. I 5 »Pallas [En ligne], 78 | 2008, mis en ligne le 13 janvier 2009, consulté le 23 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/pallas/15852 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/pallas.15852

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Auteur

Lucio Cristante

Université de Trieste

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Droits d’auteur

CC-BY-NC-ND-4.0

Le texte seul est utilisable sous licence CC BY-NC-ND 4.0. Les autres éléments (illustrations, fichiers annexes importés) sont « Tous droits réservés », sauf mention contraire.

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