Navigation – Plan du site

AccueilNuméros83Le public et son miroirAutore e pubblico in età tardo-an...

Le public et son miroir

Autore e pubblico in età tardo-antica: Avieno e i suoi lettori

Auteur et public dans l’Antiquité tardive : Aviénus et ses lecteurs
Author and audience in late Antiquity: Avienus and his readers
Amedeo Alessandro Raschieri
p. 331-341

Résumés

Aviénus (ive siècle) traduit en latin les poèmes d’Aratos de Soles et de Denys le Périégète. Plus précisément, il récrivit ces œuvres selon un projet cohérent, afin de décrire et d’ordonner le monde dans sa totalité (céleste et terrestre). Le poète a conscience que son public est différent de celui de ses modèles grecs : pour donner une nouvelle vitalité aux auteurs antiques, il faut les relire d’après le goût poétique et la vision du monde de son époque. Il s’adresse donc aux lecteurs cultivés de son temps qui, par la reprise de la tradition poétique, scientifique et philosophique des siècles précédents, essaient de conserver et de revivifier un modèle culturel contraire à la nouvelle Weltanschauung proposée par le christianisme. Par la lecture des travaux d’Aviénus et la comparaison de ceux-ci avec leurs modèles, il est donc possible de reconstruire le portrait précis des destinataires de son œuvre et de leur « horizon d’attente » commun.

Haut de page

Texte intégral

1. Le tracce della presenza del pubblico nell’opera

  • 1 Sul rapporto tra poesia e lettori a Roma si veda Citroni, 1990 e 1995 (in particolare, il cap. intr (...)

1Il rapporto tra l’autore e il suo pubblico riguarda tutti i momenti della vita di un’opera. Durante l’ideazione e la composizione, lo scrittore ha chiara nella sua mente un’idea di chi è il destinatario del suo messaggio. Questa immagine è poi rintracciabile nella realtà del testo, dove si possono trovare riferimenti più o meno espliciti all’uditorio. Da ultimo ci sono i fruitori reali dell’opera, coloro che, in tempi prossimi o lontani dall’autore, hanno deciso di prendere in mano quello scritto, di leggerlo, studiarlo, copiarlo. Questo momento è decisivo non solo perché l’atto comunicativo iniziato dall’autore trova così il suo compimento, ma anche perché il componimento in questo modo riesce a sopravvivere e a vincere l’oblio del tempo1.

2Se la prima parte di questo processo rimane isolata e nascosta nella mente dell’autore, è possibile tuttavia compiere un’indagine sugli altri due momenti. In particolare, per quanto riguarda Avieno, si cercherà di individuare dapprima la presenza esplicita dei destinatari all’interno dei suoi scritti e di studiare la modalità attraverso cui il poeta si rivolge al suo pubblico. In questo modo sarà possibile tracciare un ritratto del lettore ideale che Avieno si immaginava per i suoi scritti. Sarà a quel punto utile analizzare quale sia stato il reale fruitore della sua opera attraverso le testimonianze esplicite del suo nome in scrittori successivi e attraverso l’utilizzazione di materiale poetico tratto da Avieno o le allusioni compiute da poeti posteriori.

1.1. L’epistola a Flaviano e l’ora maritima

  • 2 Questo testo è stato puntualmente studiato da Franzoi, 2001. Nel IV sec. il clarissimato competeva (...)
  • 3 Soubiran, 1981, p. 15‑16.

3L’epistola poetica con cui si apre l’editio princeps delle opere di Avieno (Venezia 1488) è dedicata a Flavianus Myrmeicus, vir clarissimus2. In questo breve componimento (31 vv.), in cui il poeta chiede all’amico di inviargli dai suoi possedimenti africani una melagrana, la presenza del destinatario si concentra nei primi versi e si manifesta attraverso l’uso dell’aggettivo possessivo tuus (v. 2) e tua (v. 5), del pronome personale tibi (v. 3) e della seconda persona singolare del verbo relaxes (v. 5). Ancora un riferimento esplicito all’amico ritorna nella parte centrale del carme dove il poeta immagina che il destinatario gli chieda di esplicitare la sua richiesta (requiras, v. 12); a quel punto egli manifesta in modo esplicito il proprio desiderio (mittas, v. 13). L’ultimo richiamo diretto a Flaviano si situa dopo l’accurata descrizione della melagrana (vv. 12‑19): Avieno, per rendere più efficace la sua richiesta, sottolinea i legami di amicizia e affetto tra lui e il destinatario con il vocativo amice del v. 20. Nel complesso questa epistola poetica ci offre una prima immagine del suo pubblico che, almeno in parte, era costituito dagli amici del poeta, che appartenevano alla ricca aristocrazia romana proprietaria di estesi possedimenti terrieri in Africa. A questo proposito, è bene ricordare anche i probabili incarichi di governo che il poeta ebbe in questa provincia, come si può evincere da alcune testimonianze epigrafiche3.

  • 4 Sull’ora maritima: Cordano, 1992; Antonelli, 1998; è impossibile conoscere con sicurezza chi sia re (...)
  • 5 Quaesisse temet saepe cogitans, Probe, / animo atque sensu, Taurici ponti situs / capi ut ualeret h (...)
  • 6 «Tu hai per me il valore di un figlio, per l’affetto che ti porto e per il vincolo di sangue che ci (...)
  • 7 «E ho pensato anche che avrei adempiuto al dovere di padre». Trad. di Luca Antonelli.
  • 8 Hic porro habebis, pars mei cordis Probe, / quicquid per aequor insularum attollitur. «In questo po (...)
  • 9 Stili immorantis patere tracta, mi Probe (Probo mio, sopporta i ritardi di uno stile che si dilunga (...)

4Tra le opere maggiori di Avieno soltanto l’ora maritima ha un dedicatario ben individuato, anche se la sua identificazione è assai problematica4. Nel proemio del poemetto (vv. 1‑50) il giovane dedicatario ha un ampio spazio, il suo nome scandisce questa sezione con i vocativi (Probe) del v. 1 e del v. 24, mentre si ripetono con insistenza gli aggettivi possessivi e i pronomi personali a lui riferiti: temet (v. 1), tibi (v. 5), tuo (v. 8), tibi (v. 13), temet (v. 14), te (v. 16), tuo e te (v. 20), tibi (vv. 25 e 27). Il poeta inoltre afferma che il giovane amico è stato l’ispiratore del canto (vv. 1‑6)5, poiché questo nacque dalla sua curiosità sul mare della Tauride (l’odierna Crimea). In due luoghi del proemio Avieno sottolinea il rapporto di vicinanza affettiva, quasi di parentela, che lo lega a Probo; ai vv. 14‑15 scrive liberum temet loco mihi esse amore sanguinisque vinculo6 e al v. 26 et parentis credidi officium fore7. Un esplicito riferimento a Probo si trova anche all’inizio della trattazione geografica (vv. 51‑52)8 dove il giovane è detto pars mei cordi, mentre il vocativo Probe del v. 632 è l’ultima volta in cui nella parte conservata dell’opera compare il nome del destinatario9.

  • 10 «Hai divorato sempre con avidità gli antichi arcani letterari». Trad. di Luca Antonelli.

5La presenza di Probo nell’ora maritima assume una valenza molteplice. Egli è il figlio elettivo a cui il poeta indirizza i suoi insegnamenti e trasmette le sue conoscenze derivate da una lunga frequentazione degli autori antichi, secondo un procedimento retorico che nella letteratura latina trova il suo più illustre modello in Varrone. Nello stesso tempo, se si riconosce in Probo il giovane rampollo di un’importante famiglia romana, egli diventa pure il destinatario illustre per l’opera probabilmente più originale di Avieno. Ciò che però interessa maggiormente il nostro discorso, è che egli è il rappresentante dei fruitori immaginati dal poeta per il suo poema: un pubblico curioso e disposto ad apprendere, per cui le fatiche intellettuali e poetiche non sono vane; un pubblico colto e abituato a leggere i classici, addirittura «a berli a bocca aperta» (vv. 16‑18: te litteras / hiantibusque faucibus veterum abdita / hausisse semper)10.

1.2. L’uso del tu didascalico

  • 11 Più in generale sull’uso del dativo etico in Avieno si veda Kuehne, 1905, p. 44. Sull’epica didasca (...)

6L’uso del tu generico appartiene al codice stesso del genere didascalico, perciò non stupisce che questo sia ben presente nelle opere di Avieno11. Merita tuttavia procedere a una ricognizione sull’uso delle apostrofi dirette al destinatario dell’opera negli Aratea e nell’orbis terrae per mettere in luce eventuali differenze rispetto ai modelli. In particolare si analizzerà la presenza del pronome personale tu, tibi, te; qui di seguito vorrei presentare i casi più significativi con una distinzione fra i passi in cui il poeta latino si limita a tradurre e quelli in cui innova rispetto all’ipotesto.

  • 12 Αὐτὰρ ἀπὸ ζώνης ὀλίγον κε μεταβλέψειας / πρώτης ἱέμενος καμπῆς σκολιοῖο Δράκοντος. «Là dove dalla s (...)
  • 13 Rursum declivi si visum tramite uergas / prima tibi ut flexi linquatur spira Draconis, / infortunat (...)
  • 14 Non spernenda tibi sunt talia, sed memor uni / adde aliud semper; si tertia denique signa / proveni (...)
  • 15 Τῶν μηδὲν κατόνοσσο· καλὸν δἐπὶ σήματι σῆμα / σκέπτεσθαι· μᾶλλον δὲ δυεῖν εἰς ταὐτὸν ἰόντων / ἐλπ (...)

7A proposito degli Aratea si possono leggere due esempi in cui Avieno segue da vicino il testo greco. In un primo caso, nel corso delle sue peregrinazioni celesti già Arato invitava il lettore a volgere un poco lo sguardo e a spostarlo dalla costellazione di Cefeo a quella di Cassiopea passando da quella del Dragone (Phaenomena vv. 186‑187)12. Il traduttore latino (Aratea vv. 448‑450)13 varia leggermente la struttura sintattica, ma soprattutto inserisce un riferimento forte al suo interlocutore con il pronome personale tibi (v. 449). Anche nella sezione dedicata ai cosiddetti prognostica Avieno (vv. 1864‑1866)14 riprende quasi alla lettera l’invito rivolto da Arato (vv. 1142‑1144)15 al fruitore dell’opera affinché considerasse più segni naturali insieme così da poter predire con sicurezza l’approssimarsi di nuovi fenomeni meteorologici.

  • 16 Ingenti petat haec indagine semper / seu qui uela salo, seu qui dat semina terrae. / Nec mora disce (...)
  • 17 Τῷ κείνων πεπόνησο. Μέλοι δέ τοι, εἴ ποτε νηῒ / πιστεύεις, εὑρεῖν ὅσα που κεχρημένα κεῖται / σήματα(...)

8In altri passi, invece, Avieno rielabora il modello in modo da coinvolgere anche in questa trasformazione il suo rapporto con il pubblico. Per esempio, nei vv. 1380‑1389 degli Aratea16 il poeta ribalta il modo di procedere di Arato (vv. 758‑764)17: nei Phaenomena il poeta prima si rivolge in modo esplicito al lettore (τῷ κείνων πεπόνησο e μέλοι δέ τοι del v. 758), poi passa a considerare un uomo in generale (vv. 761‑764); nella traduzione latina invece prima ci si rivolge a un generico barcaiolo o a un generico contadino (vv. 1380‑1383), poi questo riferimento si individualizza in un interlocutore specifico (vv. 1384‑1389). Risulta evidente che in questo caso Avieno insiste con più forza su tale referente diretto del suo discorso, poiché ampia di molto il numero dei versi e li scandisce attraverso un’insistita anafora del pronome personale te (vv. 1384, 1386, 1387).

  • 18 At decedentis postrema crepuscula noctis / bis sex signa tibi, quae uersat signifer orbis, / monstr (...)
  • 19 Ἄκρα γε μὲν νυκτῶν κεῖναι δυοκαίδεκα μοῖραι / ἄρκιαι ἐξειπεῖν. «Le maggiori e minori durate delle n (...)
  • 20 Haud tibi rursum, / cum matutinos molitur Lucifer ortus, / ebria sanguineae subuoluant uellera nube (...)

9Si può ancora analizzare un passo degli Aratea (vv. 1352‑1354)18 in cui il poeta latino modifica il suo modello (vv. 740‑741)19 con l’inserzione di un riferimento esplicito al lettore della sua opera astronomica. Avieno sottolinea in questo modo il passaggio da un argomento all’altro: dalla determinazione delle fasi della luna e dei giorni nel mese (vv. 1326‑1351) passa alla descrizione del corso del sole durante l’anno (vv. 1352‑1362). I decedentis postrema crepuscola noctis, cioè i momenti in cui il sole sorge e tramonta, sono determinabili in base alla posizione dell’astro stesso sullo zodiaco. Ancora attraverso l’inserzione originale del tibi nei versi 1633‑163520 il traduttore latino rafforza l’indicazione di un segno atmosferico sfavorevole: quando al levar del sole appaiono nel cielo nubi di colore rosso sangue, durante il giorno probabilmente pioverà.

10L’impressione generale per quanto riguarda la riscrittura dell’opera dionisiana è che Avieno si attenga con più scrupolo al testo greco, forse perché non doveva mettersi in un rapporto emulativo con altre traduzioni latine, come avviene invece nel caso degli Aratea, che erano già stati tradotti da Cicerone e Germanico. Talvolta addirittura le inserzioni originali di espliciti riferimenti al destinatario sembrano essere delle semplici zeppe non troppo felici che hanno anche provocato perplessità nei lettori successivi con conseguenti danni nella tradizione.

  • 21 Nunc tibi et Europae fabor latus. Ora ti canterò anche il lato dell’Europa.
  • 22 E δὲ καὶ Εὐρώπης ἐθέλεις πόρον, οὔ τί σε κεύσω. Se anche vuoi il cammino dell’Europa, nulla ti nas (...)
  • 23 Quin etiam impactosamor est si discere Persas / consimilis, sollersque trahit te cura per orbem, (...)
  • 24 E δέ σε καὶ Πέρσας ἰδέειν γλυκὺς ἵμερος αἱρεῖ, / εὐφραδέως ἄν σοι καὶ τῶν γένος αὐδήσαιμι. Se ti p (...)

11All’inizio della sezione de dicata all’Europa(v. 394)21 Avieno mantiene l’esplicito riferimento al lettore (tibi), ma semplifica dal punto di vista sintattico il testo di Dionigi (vv. 269‑270)22 con un procedimento per lui eccezionale. Nei primi versi del passo relativo ai Persiani (vv. 1248‑1250)23 il poeta latino non solo conserva l’uso dionisiano del pronome personale (vv. 1053‑1055)24, ma addirittura riproduce il poliptoto: al se di Dionigi corrisponde l’accusativo te nel testo latino e nel verso seguente il soi del greco è tradotto con il dativo tibi.

  • 25 Istius ergo tibi formam regionis et orae / expediam uersu (dunque ti esporrò in versi la forma di q (...)
  • 26 Tunc aequora Panticapaei / Ardiscique tibi caeso de uertice surgunt / Riphaei montis (allora le acq (...)

12Come esempio di inserzione originale del tu didascalico nell’orbis terrae si possono ricordare i vv. 358‑35925 sull’Egitto e i vv. 449‑45126 sulle sorgenti dei fiumi Panticape e Ardisco. Nel primo caso l’aggiunta del tibi (v. 358) integra semplicemente il referente implicito dell’αὐδήσαιμι greco (v. 238). Il tibi del v. 450 sembra invece un po’ forzato in quel determinato contesto, poiché non si accompagna a verbi come dire o mostrare; in realtà questo tibi è frutto di una correzione proposta da Hudson dell’ametrico ibi che si legge nei testimoni. Anche se si accetta questa proposta, comunque l’innovazione di Avieno sembra essere una zeppa mal riuscita.

2. Il pubblico dall’immaginazione alla realtà

2.1. Un ritratto del lettore ideale

13Sulla base degli elementi fin qui analizzati si può tentare di tracciare un ritratto del lettore ideale di Avieno. In primo luogo è un lettore colto, capace di cogliere i giochi allusivi presenti nelle opere avieniane, di apprezzare i procedimenti emulativi nei confronti dei modelli greci e latini; questo pubblico dotto può essere ben rappresentato dal giovane Probo. Inoltre, il poeta si rivolge a persone appartenenti all’aristocrazia di Roma, le cui estese proprietà terriere in Italia e nelle altre province garantivano loro ricchezze e agi. Queste caratteristiche emergono dal ritratto di Flaviano, dalla menzione dei suoi possedimenti africani, ma anche dagli accenni, presenti nella stessa lettera, alle proprietà terriere del poeta.

  • 27 Raschieri, 2007. Cracco Ruggini (1989, p. 184) sottolinea che «nella Descriptio orbis terrae di Ruf (...)

14In altro lungo si è trattato della visione del mondo e della concezione religiosa di Avieno27, che doveva costituire il bagaglio di credenze tradizionali di riferimento per il suo gruppo sociale di appartenenza; non bisogna però scordare le aperture sincretistiche, i cauti tentativi monoteistici e l’attenzione per le speculazioni filosofiche che rendevano complesso e sfaccettato questo complesso di credenze. Infine, non bisogna dimenticare che il poeta stesso e il suo pubblico si sentivano perfettamente integrati nel sistema di potere imperiale, anzi erano parte attiva di tale organismo attraverso le cariche pubbliche da loro ricoperte.

2.2. Lettori antichi (contemporanei e successivi)

  • 28 Soubiran, 1981, p. 21‑22.
  • 29 Soubiran, 1981, p. 293‑296. R. FESTUS. V. C. DE SE AD DEAM NORTI[AM]. Festus, Musoni suboles proles (...)

15Come risulterà evidente dalle testimonianze che saranno analizzate qui di seguito, l’opera di Avieno ebbe nei tempi immediatamente successivi un buon successo di pubblico. Tra i primi fruitori della poesia di Avieno dovettero esserci i suoi familiari. Anche se non tutti i commentatori sono d’accordo nell’identificare con uno dei figli del poeta il giovane di nome Avieno che compare nei Saturnali di Macrobio28, gli interessi intellettuali dei membri della sua famiglia sono ben attestati nella seconda parte dell’epigrafe metrica dedicata alla dea etrusca Nortia29. Dopo i versi scritti dal padre, il figlio Placido aggiunge come epitafi due distici con l’elogio dell’illustre genitore, nei quali si trovano alcuni echi dell’esordio degli Aratea.

  • 30 In actibus quippe apostolorum, cum concionaretur ad populum, et in areopago, quae est curia athenie (...)
  • 31 Su questo passo si veda anche Courcelle, 1943, p. 48‑49. Per la datazione cfr. Moreschini, Norelli, (...)

16Gli unici due autori antichi che ricordano in modo esplicito Avieno sono Gerolamo e Servio; a questo proposito è interessante osservare come le sue opere fossero lette non solo da pagani ma anche da intellettuali cristiani. Il primo riferimento è contenuto nel commentarium in epistulam ad Titum (I, 12)30 di Gerolamo, databile all’estate del 38631; tale anno può essere dunque utilizzato come terminus ante quem per la composizione degli Aratea. Due sono gli aspetti interessanti di questo riferimento: in primo luogo ci informa che la versione di Avieno è recente (nuper), anche se è difficile stabilire una cronologia certa in base a questa notizia, in secondo luogo lo scrittore cristiano riconosce il valore di tale traduzione fra le molte che sono state fatte (multi quos enumerare perlongum est).

  • 32 Servius, Aen. 10, 272: Cometae [...] quarum nomina et effectus Avienus, qui iambis scripsit Vergili (...)
  • 33 Servius, georg. 1, 488: DIRI COMETAE. Crinitae pessimae, quia sunt et bonae, ut docuimus in Aeneide (...)
  • 34 Cfr. Soubiran, 1981, p. 34‑36, 298‑299; Herzog, 1993, p. 269. Per quanto riguarda operette in giamb (...)
  • 35 Sul complesso problema filologico delle due versioni a noi giunte del commentarius ad Aeneidem di S (...)
  • 36 Per tutta la questione si veda Soubiran, 1981, p. 8‑9.

17Il poeta è ricordato per ben tre volte da Servio, due volte nel commento all’Eneide (10, 272 e 10, 388)32 e una volta in quello alle Georgiche (1, 488)33. Si ha così notizia di un’opera perduta di Avieno in trimetri giambici sulle leggende presenti in Virgilio; questo poema avrebbe contenuto una trattazione sulle comete34. Poiché la citazione di quest’operetta avieniana si trova sia nel Servio vulgato sia nel Servius auctus e fonte comune dei due Servi è il perduto commentario virgiliano di Elio Donato35, si può ipotizzare che proprio quest’ultimo avesse riportato dei passi di Avieno. Dal momento che Donato florebat, a quanto dice Gerolamo, nell’annº 354 ca., quest’opera perduta di Avieno sarebbe precedente al 35036.

  • 37 Cfr. Herzog, 1993, p. 374. Non si prende qui in cosiderazione il rapporto strettissimo tra l’orbis (...)
  • 38 Paulus Quaestor, fr. 3: arbiter aurarum qui fluctibus imperat atris (signore delle acque che domina (...)
  • 39 Nei versi di Paulus Quaestor si può anche intravvedere un’eco oraziana (carm. 1, 3, 15: arbiter aur (...)
  • 40 Cfr. Herzog, 1993, p. 306‑352.
  • 41 Cfr. Green, 1991, p. 531; Franzoi, 2002, p. 89. Ausonio, Cup. cruc. (XIX) 50: et pharetram et rutil(...)
  • 42 Cfr. Mondin, 1995, p. 272, 295. Ausonio, epist. 23, 17‑18: et qui mutatis ignoti solis habenis / fu (...)
  • 43 Cfr. Herzog, 1993, p. 374. Claudiano, carm. 27, 11‑12: me quoque Musarum studium sub nocte silenti (...)

18Ma attenti lettori di Avieno furono anche i poeti a lui coevi o successivi37. Già nel fr. 3 di Paulus Questor38, la cui cronologia all’interno del IV sec. è assai incerta, si può riconoscere un’eco avieniana. Nei due autori Eolo è presentato come arbiter («signore assoluto») dei venti e dei flutti39. Almeno due allusioni si possono riconoscere in Ausonio (310‑395 ca.)40; nel Cupidus cruciatus (XIX 50)41 egli utilizza una clausola degli Aratea per la descrizione degli attributi di Eros, mentre in un’epistola poetica al figlio Pontius Paulinus (23, 17)42 ripropone una clausola presente per due volte nell’orbis terrae. Dal canto suo, Claudio Claudiano (370 ca.-405), nel panegyricus dictus Honorio Augusto sextum consuli (carm. 27, 11‑12) sfrutta una movenza introduttiva derivata forse da Avieno43. Entrambi i poeti si dicono sollecitati dalle Muse a svolgere la propria attività intellettuale e mettono in forte risalto la loro personalità poetica con la formula introduttiva me quoque.

  • 44 Sidonio Apollinare (carm. 2, 327‑328: segnior incedit senio venerandaque membra / viticomam retinen (...)
  • 45 Si veda Hartel, 1999, p. 486. Si può ricostruire un’ideale linea di trasmissione del testo di Avien (...)
  • 46 Paolino di Nola, carm. 15, 32: carminis incentor Christus mihi («per me Cristo è l’ispiratore del c (...)
  • 47 Paolino di Nola, carm. 18, 21: cuncta senis sancti canos testatur honores («tutto attesta le venera (...)
  • 48 La clausola è attestata anche in Stazio (Theb. 6, 127: Graiorum, titulisque pios testantur honores) (...)
  • 49 Attraverso l’analisi dei loci similes tra il testo dell’orbis terrae di Avieno e i poeti mediolatin (...)

19Per concludere, oltre a ricordare un verso di Sidonio Apollinare in cui è utilizzato un raro composto avieniano44, si possono leggere alcuni passaggi dei carmina di Paolino Nolano (355‑431), in cui le riprese avieniane subiscono una completa cristianizzazione45. In due casi (carm. 15, 32; 10, 29)46 il dotto prelato impiega alcuni versi degli Aratea per trattare della propria ispirazione poetica, ma sostituisce le divinità pagane, Giove e Apollo, con Cristo. Nel primo passo soprattutto il riferimento ad Avieno è assai evidente, non solo perché il santo vescovo riprende un intero emistichio del modello, ma anche per l’uso del raro incentor. In un terzo caso (carm. 18, 21)47 Paolino ripropone una clausola (testatur honores)48 già presente negli Aratea per caratterizzare l’acconciatura di Arianna; nel poeta cristiano, invece, essa serve a descrivere in modo elogiativo la canizie di san Felice, martire e patrono di Nola49.

Haut de page

Bibliographie

alimonti, T., 1976, Struttura, ideologia ed imitazione virgiliana nel De mortibus boum di Endelechio, Torino.

Antonelli, L., 1998, Il periplo nascosto. Lettura stratigrafica e commento storico-archeologico dell’Ora maritima di Avieno, Padova.

Blänsdorf, J., 1995, Fragmenta poetarum latinorum epicorum et lyricorum praeter Ennium et Lucilium, Stuttgart-Leipzig.

Brugnoli, G., 1988, s.v. Servio, in Enciclopedia virgiliana, 4, p. 805‑813.

Citroni, M., 1990, I destinatari contemporanei, in G. Cavallo et al. (éds.), Lo spazio letterario di Roma antica, 3, La ricezione del testo, Roma, p. 53‑116.

Citroni, M., 1995, Poesia e lettori in Roma antica: forme della comunicazione letteraria, Roma.

Consolino, F.E., 2005, Il senso del passato: generi letterari e rapporti con la tradizione nella ‘parafrasi biblica’ latina, in I. Gualandri et. al. (éds.), Nuovo e antico nella cultura greco-latina, Milano, p. 447‑526.

Cordano, F., 1992, La geografia degli antichi, Roma-Bari.

Courcelle, P., 1943, Les lettres grecques en Occident. De Macrobe à Cassiodore, Paris.

Cracco Ruggini, L., 1989, «Felix temporum reparatio»: realtà socio-economiche in movimento durante un ventennio di regno (Costanzo II Augusto, 337‑361 d.C.), in F. Vittinghoff et al., L’église et l’empire au ive siècle, Gèneve, p. 179‑249.

Dewar, M., 1996, Claudian, Panegyricus de sexto consulatu Honorii Augusti, Oxford.

Effe, B., 1977, Dichtung und Lehre. Untersuchungen zur Typologie des antiken Lehrgedichts, München.

Filosini, S., 2008, Paolino di Nola: Carmi 10 e 11. Introduzione, testo, traduzione e commento, Roma.

Franzoi, A., 2001, L’epistola a Flaviano: un saggio di tecnica compositiva di Avieno «minore»: (AL 876 Riese[2]), Lexis, 19, p. 289‑299.

Franzoi, A., 2002, Decimo Magno Ausonio, Cupido messo in croce, Napoli.

Green, R., 1991, The works of Ausonius, Oxford.

Hartel, W., 1999, Sancti Pontii Meropii Paulini Nolani Carmina, Vindobonae.

Herzog, R., 1993, Nouvelle histoire de la littérature latine, 5, Restauration et renouveau. La littérature latine de 284 à 374 après J.-C., Turnhout.

Iser, W., 1987, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Bologna.

Kuehne, H., 1905, De arte grammatica Rufi Festi Avieni, Essen.

Mastandrea, P., 1997, Per la storia del testo di Marziale nel quarto secolo. Un prologo agli epigrammi attribuibile ad Avieno, Maia, 49, p. 265‑296.

Mondin, L.,1995, Decimo Magno Ausonio, Epistole, Venezia.

Moreschini, C., Norelli, E., 1996, Storia della letteratura cristiana antica greca e latina, 2.1, Brescia.

Murgia, C.E., 1970, Avienus’s Supposed Iambic Version of Livy, CSCA, 3, p. 185‑197.

Pellizzari, A., 2003, Servio. Storia, cultura e istituzioni nell’opera di un grammatico tardoantico, Firenze.

Perrelli, R., 1992, I proemî claudianei. Tra epica ed epidittica, Catania.

Perutelli, A., 1989, Il testo come maestro, in G. Cavallo et al. (éds.), Lo spazio letterario di Roma antica, 1, La produzione del testo, Roma, p. 277‑310.

Raschieri, A.A., 2007, Da Avieno a Rutilio Namaziano: spettatori e poeti del mondo tardo-antico, CCG, 18, p. 389‑402.

Romano, E., 1978, Gli appelli al lettore negli Astronomica di Manilio, Pan, 6, p. 115‑125.

Santini, C., 1975, Motivi astronomici e moduli didattici nei «Fasti» di Ovidio, GIF, n.s. 6, p. 1‑26.

Soubiran, J., 1981, Aviénus, Les Phénomènes d’Aratos, Paris.

Timpanaro, S., 2001, Virgilianisti antichi e tradizione indiretta, Firenze.

Wiltshire, S.F., 1973‑1974, Nunc age - Lucretius as Teacher, CB, 50, p. 33‑37.

Wolff, É., 2006, Aviénus et la poésie didactique, in Chr. Cusset (éd.), Musa docta. Recherches sur la poésie scientifique dans l’Antiquité, Saint-Étienne, p. 365‑376.

Haut de page

Notes

1 Sul rapporto tra poesia e lettori a Roma si veda Citroni, 1990 e 1995 (in particolare, il cap. introduttivo La comunicazione letteraria a Roma tra «pubblico» e «privato» con la relativa bibliografia, p. 3‑29); più in generale per il rapporto fra lettura e letteratura si veda Iser, 1987.

2 Questo testo è stato puntualmente studiato da Franzoi, 2001. Nel IV sec. il clarissimato competeva di diritto a un giovane aristocratico all’inizio del proprio cursus (cfr. Mastandrea, 1997, p. 291). Il componimento è utile per le notizie sulle proprietà terriere di Avieno (vv. 25‑26), che egli dice di non scarsa estensione, ma purtroppo la vera identità storica del destinatario rimane sconosciuta: in passato si è pensato a Nicomaco Flaviano, vicarius Africae nel 376‑377, oppure a un altro Flaviano, proconsul Africae nel 358‑361; nessuno dei due tuttavia è mai ricordato come Myrmeicus.

3 Soubiran, 1981, p. 15‑16.

4 Sull’ora maritima: Cordano, 1992; Antonelli, 1998; è impossibile conoscere con sicurezza chi sia realmente il Probo a cui il poeta dedicò quest’opera e che viene descritto come un giovane colto e curioso, legato al poeta da legami di affetto e di parentela. Su questo personaggio sono state perlopiù avanzate due ipotesi: potrebbe trattarsi di Sextus Claudius Petronius Probus, importante uomo politico della famiglia degli Anicii e poeta lui stesso, oppure dell’omonimo figlio del medesimo Probo; non si può tuttavia escludere che il dedicatario sia un Probo altrimenti sconosciuto.

5 Quaesisse temet saepe cogitans, Probe, / animo atque sensu, Taurici ponti situs / capi ut ualeret his probabili fide / quos distinerent spatia terrarum extima; / subii libenter id laboris, ut tibi / desideratum carmine hoc claresceret. («Ripensando al fatto che tu, Probo, chiedesti spesso, con ardente curiosità, se ci fosse modo di conoscere i recessi del Mar Taurico, per offrire qualche elemento di una certa attendibilità a coloro che studiano gli estremi confini della terra, ho affrontato volentieri questa fatica, nella speranza che il mio poema possa chiarire l’argomento che ti sta a cuore». Trad. di Luca Antonelli.)

6 «Tu hai per me il valore di un figlio, per l’affetto che ti porto e per il vincolo di sangue che ci lega». Trad. di Luca Antonelli.

7 «E ho pensato anche che avrei adempiuto al dovere di padre». Trad. di Luca Antonelli.

8 Hic porro habebis, pars mei cordis Probe, / quicquid per aequor insularum attollitur. «In questo poema, o Probo, anima mia, incontrerai tutte le isole che affiorano dalla distesa delle acque». Trad. di Luca Antonelli.

9 Stili immorantis patere tracta, mi Probe (Probo mio, sopporta i ritardi di uno stile che si dilunga). In realtà, tracta mi Probe è correzione di Ortelius a fronte della lezione tractatu improbe.

10 «Hai divorato sempre con avidità gli antichi arcani letterari». Trad. di Luca Antonelli.

11 Più in generale sull’uso del dativo etico in Avieno si veda Kuehne, 1905, p. 44. Sull’epica didascalica antica: Effe, 1977; Perutelli 1989. In particolare sull’attitudine didascalica in autori come Lucrezio, Ovidio e Manilio cfr. Wiltshire, 1973‑1974; Santini, 1975; Romano, 1978.

12 Αὐτὰρ ἀπὸ ζώνης ὀλίγον κε μεταβλέψειας / πρώτης ἱέμενος καμπῆς σκολιοῖο Δράκοντος. «Là dove dalla sua cintura poco avresti a volgere indietro l’occhio per arrivare alla prima voluta del grande Drago». Trad. di Giuseppe Zannoni.

13 Rursum declivi si visum tramite uergas / prima tibi ut flexi linquatur spira Draconis, / infortunatam spectabis Cassiepiam. D’altra parte se volgi lo sguardo per un percorso declinante così da lasciare la prima spira del Dragone, osserverai l’infelice Cassiopea.

14 Non spernenda tibi sunt talia, sed memor uni / adde aliud semper; si tertia denique signa / proveniant, firmo venturum pectore fare. Non devi disprezzare tali segni, ma con buona memoria aggiungine sempre uno all’altro; e se poi ne arrivano dei terzi, predici il futuro con animo saldo.

15 Τῶν μηδὲν κατόνοσσο· καλὸν δἐπὶ σήματι σῆμα / σκέπτεσθαι· μᾶλλον δὲ δυεῖν εἰς ταὐτὸν ἰόντων / ἐλπωρὴ τελέθοι· τριτάτῳ δέ κε θαρσήσειας. «Tu non sprezzare alcuno di questi segni; è però bello osservare segno su segno, e più l’aspettazione s’adempie forse quando son due a convergere sullo stesso pronostico; sul terzo poi potresti stare sicuro». Trad. di Giuseppe Zannoni.

16 Ingenti petat haec indagine semper / seu qui uela salo, seu qui dat semina terrae. / Nec mora discendi, breuis huc labor et breue tempus / poscitur, innumeros habet autem industria fructus. / Utilitas te certa manet, praenoscere motus / si libet aerios et tempestatibus ipsis / edere principium: te primum sponte procellis / arcebis rapidis, te rursum principe fluctus / uitabunt alii, si certis singula signis / tempora discernas. Sempre ricerchi ciò con indagini approfondite sia colui che spiega le vele sul mare, sia colui che consegna i semi alla terra. Né ci sia indugio nell’apprendere, a tal fine è richiesto una breve fatica e un breve tempo, mentre l’operosità ha innumerevoli frutti. Un sicuro vantaggio ti resta, se vuoi prevedere i moti celesti e svelare l’origine degli stessi fenomeni atmosferici: in primo luogo ti terrai da solo lontano da impetuose tempeste, a loro volta col tuo consiglio altri eviteranno i flutti, se tu conoscerai i singoli periodi grazie a precisi segnali.

17 Τῷ κείνων πεπόνησο. Μέλοι δέ τοι, εἴ ποτε νηῒ / πιστεύεις, εὑρεῖν ὅσα που κεχρημένα κεῖται / σήματα χειμερίοις ἀνέμοις λαίλαπι πόντου. / Μόχθος μέν τὀλίγος, τὸ δὲ μυρίον αὐτίκὄνειαρ / γίνετἐπιφροσύνης αἰεὶ πεφυλαγμένῳ ἀνδρί. / Αὐτὸς μὲν τὰ πρῶτα σαώτερος, εὖ δὲ καὶ ἄλλῳ / παρειπὼν ὤνησεν, ὅτἐγγύθεν ὤρορε χειμών. «Perciò adoprati intorno a quelle cose. Molto invero ti può interessare, se mai ti affidi a una nave, il saper trovare quanti segni per avventura ti si presentano, compartecipi di venti tempestosi o di tempesta di mare. Piccolo è bensì lo sforzo, ma immenso è il vantaggio dell’accortezza che tosto ne viene all’uomo che sempre sta in guardia. Egli stesso, prima di tutto, corre meno pericolo; eppoi gioverebbe anche ad altri, consigliandolo bene quando da presso si levasse la burrasca». Trad. di Giuseppe Zannoni.

18 At decedentis postrema crepuscula noctis / bis sex signa tibi, quae uersat signifer orbis, / monstrabunt. Ma i dodici segni, che lo zodiaco rivolge, ti mostreranno gli estremi crepuscoli alla fine della notte.

19 Ἄκρα γε μὲν νυκτῶν κεῖναι δυοκαίδεκα μοῖραι / ἄρκιαι ἐξειπεῖν. «Le maggiori e minori durate delle notti sono bastevoli a dirle quelle dodici porzioni del cielo». Trad. di Giuseppe Zannoni.

20 Haud tibi rursum, / cum matutinos molitur Lucifer ortus, / ebria sanguineae subuoluant uellera nubes! (D’altra parte, quando Lucifero smuove i levarsi mattutini del sole, nubi sanguigne non rotolino in tua presenza i loro bioccoli color del vino.) Questi versi corrispondono a Phaenomena 866‑868: oὐδὅτε οἱ ἐπέχοντι φανήμεναι ἠῶθι πρὸ / φαίνωνται νεφέλαι ὑπερευθέες ἄλλοθεν ἄλλαι, / ἄρραντοι γίνονται ἐπἤματι κείνῳ ἄρουραι. «Né stanno i campi per quel giorno senza una buona annaffiata, quando prima dell’aurora mostrandosi le nubi intorno a lui che sorge, appariscono qua e là un poco tinte di rosso». Trad. di Giuseppe Zannoni.

21 Nunc tibi et Europae fabor latus. Ora ti canterò anche il lato dell’Europa.

22 E δὲ καὶ Εὐρώπης ἐθέλεις πόρον, οὔ τί σε κεύσω. Se anche vuoi il cammino dell’Europa, nulla ti nasconderò.

23 Quin etiam impactosamor est si discere Persas / consimilis, sollersque trahit te cura per orbem, / has quoque Musa tibi formabit carmine terras. Se davvero c’è un simile desiderio di conoscere i Persiani, e un’intelligente sollecitudine ti trascina per il mondo, la Musa per te plasmerà col canto anche queste terre.

24 E δέ σε καὶ Πέρσας ἰδέειν γλυκὺς ἵμερος αἱρεῖ, / εὐφραδέως ἄν σοι καὶ τῶν γένος αὐδήσαιμι. Se ti prende un dolce desiderio di vedere anche i Persiani, con facondia ti potrei pure parlare della loro stirpe.

25 Istius ergo tibi formam regionis et orae / expediam uersu (dunque ti esporrò in versi la forma di questa regione e della sua costa). Questi versi corrispondono ai vv. 238‑239 di Dionigi: τῶν δέ κεν αὐδήσαιμι καὶ αὐτῆς πείρατα γαίης / καὶ μορφήν (potrei parlare anche dei confini della loro terra e del suo aspetto).

26 Tunc aequora Panticapaei / Ardiscique tibi caeso de uertice surgunt / Riphaei montis (allora le acque del Panticape e dell’Ardisco ti appaiono sorgere dal vertice dirupato del monte Rifeo). Sono la traduzione dei vv. 314‑315 di Dionigi: κεῖθι καὶ Ἀλδήσκοιο καὶ ὕδατα Παντικάπαο / Ῥιπαίοις ἐν ὄρεσσι διάνδιχα μορμύρουσι (lì anche le acque dell’Aldesco e del Panticape scorrono divise tra loro attraverso i monti Rifei).

27 Raschieri, 2007. Cracco Ruggini (1989, p. 184) sottolinea che «nella Descriptio orbis terrae di Rufius Festus Avienus [...] il concetto e la terminologia riguardanti la dimensione spaziale dell’impero appaiono sensibilmente modificate rispetto all’originale nel senso di una dilatata universalità». Wolff (2006, p. 372‑376) approfondisce i tre aspetti essenziali che costituiscono il senso e l’interesse della poesia di Avieno: «la traduction; la poésie; le paganisme» (p. 372).

28 Soubiran, 1981, p. 21‑22.

29 Soubiran, 1981, p. 293‑296. R. FESTUS. V. C. DE SE AD DEAM NORTI[AM]. Festus, Musoni suboles prolesque Avieni, / Unde tui latices traxerunt, Caesia, nomen, / Nortia, te veneror, lare cretus Vulsiniensi, / Romam habitans, gemino proconsulis auctus honor[e], / Carmina multa serens, vitam insons, integer aev(u)m, / Coniugio laetus Placidae numeroque frequenti / Natorum exsultans: vivax sit spiritus ollis! / Cetera composita fatorum lege trahentur. / SANCTO PATRI FILIUS PLACIDUS. / Ibis in optatas sedes: nam Iuppiter aethram / Pandit, Feste, tibi, candidus ut venias. / Iamq(ue) uenis: tendit dextras chorus inde deorum, / Et toto tibi iam plauditur ecce polo. (R. Festo, uomo illustrissimo a proposito di sé alla dea Norzia. Festo, discendente di Musonio e figlio di Avieno, da cui le tue acque, o Cesia, trassero il nome, Nortia, te venero, generato dai lari di Volsinii, abitante di Roma, insignito due volte dell’onore del proconsolato, intrecciando molte poesie, dalla vita senza colpe, nel fiore degli anni, lieto dell’unione con Placida e felice del grande numero di figli: lunga sia la vita per tutti loro! Il resto sia condotto dall’ordinata legge del fato. Al venerando padre il figlio Placido. Andrai nei luoghi desiderati: infatti Giove l’etere, o Festo, apre per te, affinché tu giunga luminoso. E già arrivi: da lì il coro degli dei tende le destre, ed ecco già si applaude a te per tutta la volta celeste.)

30 In actibus quippe apostolorum, cum concionaretur ad populum, et in areopago, quae est curia atheniensium, disputaret, inter caetera ait: sicut et quidam de vestris poetis dixerunt: ipsius enim et genus sumus, quod hemistichium in phaenomenis Arati legitur, quem Cicero in Latinum sermonem transtulit, et Germanicus Caesar, et nuper Avienus, et multi, quos enumerare perlongum est. (Certo negli Atti degli apostoli, quando parlava al popolo, e discuteva nell’areopago, che è il senato degli Ateniesi, tra l’altro disse: «così anche alcuni dei vostri poeti affermarono: di lui, infatti, noi siamo anche stirpe» [Atti 17, 28]. Questo emistichio si legge nei Fenomeni di Arato, che Cicerone tradusse in lingua latina, e Germanico Cesare, e, di recente, Avieno, e molti, che sarebbe assai lungo enumerare).

31 Su questo passo si veda anche Courcelle, 1943, p. 48‑49. Per la datazione cfr. Moreschini, Norelli, 1996, p. 435.

32 Servius, Aen. 10, 272: Cometae [...] quarum nomina et effectus Avienus, qui iambis scripsit Vergilii fabulas, memorat (I nomi e gli effetti delle comete sono ricordati da Avieno, che scrisse in giambi i racconti di Virgilio). Servius auctus, Aen. 10, 272: Sane Avienus cometarum has differentias dicit: stella, quae obliquam facem post se trahens quasi crinem facit, Hippius vocatur (Davvero Avieno riporta queste differenze tra le comete: è chiamata Ippio l’astro che forma quasi una chioma poiché trae dietro di sé una fiamma obliqua). Servius, Aen. 10, 388: Haec fabula in Latinis nusquam invenitur auctoribus. Avienus tamen, qui totum Livium [totum uel Vergilium Livium in Escorialens. T. II. 17] iambis scripsit, hanc commemorat dicens Graecam esse (Questo racconto [i fatti relativi ad Anchemolo, figlio di Reto re dei Marruvii] non si trova mai negli autori latini. Tuttavia Avieno, che ha scritto in giambi tutto Livio [o Virgilio], lo ricorda dicendo che è greco). Sul problema di un’ipotetica riduzione poetica di Livio compiuta da Avieno cfr. Murgia, 1970; Consolino, 2005, p. 452‑453.

33 Servius, georg. 1, 488: DIRI COMETAE. Crinitae pessimae, quia sunt et bonae, ut docuimus in Aeneide [10, 272] factae ex Iove vel Venere; quam rem plenissime Avienus exsequitur (Comete sinistre. Quelle fornite di chioma sono funeste, poiché ci sono anche le propizie, come abbiamo mostrato nell’Eneide, prodotte da Giove o Venere; questo argomento è stato trattato con ampiezza da Avieno).

34 Cfr. Soubiran, 1981, p. 34‑36, 298‑299; Herzog, 1993, p. 269. Per quanto riguarda operette in giambi di imitazione virgiliana scritte alla fine del IV sec. si veda Alimonti, 1976. Abbiamo anche notizia dell’utilizzazione teatrale di fabulae tratte dall’opera di Virgilio (cfr. Macrobio, sat. 5, 17, 5: quod ita elegantius auctore digessit, ut fabula lascivientis Didonis, quam falsam novit universitas, per tot tamen saecula speciem veritatis obtineat et ita pro vero per ora omnium volitet, ut pictores fictoresque et qui figmentis liciorum contextas imitantur effigies, hac materia vel maxime in effigiandis simulacris tamquam unico argumento decoris utantur, nec minus histrionum perpetuis et gestibus et cantibus celebretur. «E in ciò [Virgilio] riuscì superiore al modello [Apollonio Rodio], tanto che la favola di Didone innamorata, che, come tutti sanno, è falsa, mantiene ancora dopo tanti secoli l’apparenza di verità; essa passa per vera sulla bocca di tutti: perfino pittori, scultori, tessitori di arazzi sfruttano questo argomento più di ogni altro nelle loro raffigurazioni come se fosse l’unico motivo di decorazione, e non son da meno gli attori che lo divulgano continuamente in rappresentazioni mimiche e cantate». Trad. di Nino Marinone).

35 Sul complesso problema filologico delle due versioni a noi giunte del commentarius ad Aeneidem di Servio: Brugnoli, 1988; Timpanaro, 2001; Pellizzari, 2003, p. 13‑15.

36 Per tutta la questione si veda Soubiran, 1981, p. 8‑9.

37 Cfr. Herzog, 1993, p. 374. Non si prende qui in cosiderazione il rapporto strettissimo tra l’orbis terrae di Avieno e quella di Prisciano, poiché l’argomento merita una trattazione a parte.

38 Paulus Quaestor, fr. 3: arbiter aurarum qui fluctibus imperat atris (signore delle acque che domina sugli oscuri flutti). Cfr. Herzog, 1993, p. 282; Blänsdorf, 1995, p. 385. Avieno, orb. terr. 627‑629: Aeolus imperio summi Iouis arbiter alto / impositus pelago est, effundere carcere uentos / et sedare salum (Eolo per comando del sommo Giove fu stabilito come signore del mare profondo, col compito di sciogliere dal carcere i venti e di placare le onde).

39 Nei versi di Paulus Quaestor si può anche intravvedere un’eco oraziana (carm. 1, 3, 15: arbiter aurarum ~ arbiter Hadriae), cfr. Herzog, 1993, p. 282.

40 Cfr. Herzog, 1993, p. 306‑352.

41 Cfr. Green, 1991, p. 531; Franzoi, 2002, p. 89. Ausonio, Cup. cruc. (XIX) 50: et pharetram et rutilae fuscarent lampados ignem («offuscavano […] e la faretra e la fiamma della sua torcia rosseggiante»; trad. di Alessandro Franzoi). Avieno, Arat. 1752: nec caligo inhibet rutilantis lampados ignes (né la nebbia frena i fuochi della torcia splendente).

42 Cfr. Mondin, 1995, p. 272, 295. Ausonio, epist. 23, 17‑18: et qui mutatis ignoti solis habenis / fulmineum Phaethonta Pado mersere iugales («quella muta che, condotta da un nuovo sole a lei ignoto, immerse nel Po Fetonte, colpito dal fulmine»; trad. di Agostino Pastorino). Avieno, orb. terr. 276: hi iam praecipitis terrentur solis habenis (questi sono poi bruciati dai raggi del sole nel suo declino); orb. terr. 329: post Blemyes medii succedunt solis habenas (poi i Blemi si spingono verso i raggi del sole a mezzogiorno).

43 Cfr. Herzog, 1993, p. 374. Claudiano, carm. 27, 11‑12: me quoque Musarum studium sub nocte silenti / artibus adsuetis sollicitare solet (nella notte silenziosa la passione per le Muse è solita agitare anche me con le attività consuete); per un commento al carme si veda Dewar, 1996; Perrelli, 1992, p. 127‑136. Avieno, Arat. 67‑68: me quoque nunc similis stimulat furor edere uersum / tempora (ora un simile favore incita anche me a esporre in versi i periodi).

44 Sidonio Apollinare (carm. 2, 327‑328: segnior incedit senio venerandaque membra / viticomam retinens baculi vice flectit ad ulmum; piuttosto lentamente avanza per la sua vecchiaia e piega le venerande membra verso un olmo coronato di pampini come un bastone) impiega l’aggettivo viticomus che è attestato solamente negli Aratea di Avieno (v. 70: et cum viticomo crinem tondere Lyaeo; e sfrondare la chioma a Lieo coronato di pampini); cfr. Herzog, 1993, p. 374.

45 Si veda Hartel, 1999, p. 486. Si può ricostruire un’ideale linea di trasmissione del testo di Avieno che va da Donato a Paolino di Nola attraverso Gerolamo; bisogna anche ricordare che Poncio Anicio Meropio (il nome secolare del Nolano) compì i suoi studi a Bordeaux sotto la guida di Ausonio.

46 Paolino di Nola, carm. 15, 32: carminis incentor Christus mihi («per me Cristo è l’ispiratore del canto»; trad. di Andrea Ruggiero). Avieno, Arat. 1: carminis incentor mihi Iuppiter (Giove è colui che intona il mio canto). Paolino di Nola, carm. 10, 29: nunc alia mentem vis agit, maior deus (= Christus) («ora una forza nuova mi agita l’anima, un Dio più grande»; trad. di Andrea Ruggiero). Avieno, Arat. 75: maior agit mentem solito deus [= Phoebus] (un dio più grande, più grande del solito muove la mia mente). Si veda anche Mastandrea, 1997, p. 272; sul carme 10 cfr. Filosini, 2008.

47 Paolino di Nola, carm. 18, 21: cuncta senis sancti canos testatur honores («tutto attesta le venerande glorie del santo vecchio»; trad. di Andrea Ruggiero). Avieno, Arat. 198: haec Ariadnaei capitis testatur honorem (questa testimonia l’ornamento del capo di Arianna).

48 La clausola è attestata anche in Stazio (Theb. 6, 127: Graiorum, titulisque pios testantur honores) e Silio Italico (Pun. 16, 585: consurgens umbrisque dari testatur honorem).

49 Attraverso l’analisi dei loci similes tra il testo dell’orbis terrae di Avieno e i poeti mediolatini si può comprendere come questa opera abbia continuato a circolare e sia stata letta anche in un periodo di cui mancano testimonianze manoscritte della sua diffusione. Interessante è notare come in tutto l’arco temporale dalla fine del VII sec. all’inizio del XIII sec. si sia dimostrato un interesse vivace per l’orbis terrae soprattutto nelle sezioni più geografiche di tali opere medievali. Due autori sembrano in particolar modo essere stati attenti lettori di Avieno: lo storico e poeta Flodoardus Remensis (Flodoardo di Reims) nel X sec. e il monaco alsaziano Guntherus Parisiensis (Gunther von Pairis) tra XII e XIII sec.

Haut de page

Pour citer cet article

Référence papier

Amedeo Alessandro Raschieri, « Autore e pubblico in età tardo-antica: Avieno e i suoi lettori »Pallas, 83 | 2010, 331-341.

Référence électronique

Amedeo Alessandro Raschieri, « Autore e pubblico in età tardo-antica: Avieno e i suoi lettori »Pallas [En ligne], 83 | 2010, mis en ligne le 01 octobre 2010, consulté le 23 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/pallas/11431 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/pallas.11431

Haut de page

Auteur

Amedeo Alessandro Raschieri

Dottore di ricerca, Università di Torino
amedeo.raschieri[at]alice.it

Articles du même auteur

Haut de page

Droits d’auteur

CC-BY-NC-ND-4.0

Le texte seul est utilisable sous licence CC BY-NC-ND 4.0. Les autres éléments (illustrations, fichiers annexes importés) sont « Tous droits réservés », sauf mention contraire.

Haut de page
Rechercher dans OpenEdition Search

Vous allez être redirigé vers OpenEdition Search