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Glyptique romaine

Sei Alsengemmen a Brescia

Six Alsengemmen de Brescia
Six Alsengemmen from Brescia
Elisabetta Gagetti
p. 55-97

Résumés

Les Alsengemmen sont des gemmes en verre à deux strates, imitant le nicolo et tirent leur nom d’un exemplaire retrouvé en 1871 dans l’île danoise de Als. L’article présente six nouveaux exemplaires de Brescia qui viennent s’ajouter à ceux des catalogues existant, qui réunissent 193 pièces, ainsi qu’un tableau recensant et décrivant une série de 135 gemmes. C’est l’occasion de quelques nouvelles réflexions sur la distribtion et la chronologie de ces gemmes particulières, réutilisées pour certaines dans des objets lithurgiques au Moyen Âge, dans les zones des Pays-Bas, de la Rhénanie-Westphalie et de la Basse-Saxe.

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Notes de l’auteur

Les six Alsengemmen de Brescia ont été présentées brièvement dans Gagetti, 2001 (Croce del Campo) et dans Gagetti, 2002a et 2002b (Croce di Desiderio).

Texte intégral

Le indagini nel corso delle quali sono state identificate le cinque gemme che qui si presentano rientrano in un più ampio quadro di un vasto programma di ricerche sul reimpiego di intagli e cammei di età romana sull’ornamento personale e sull’arredo liturgico in epoca altomedievale, coordinato da Gemma Sena Chiesa. Sono grata alla direzione di Santa Giulia - Museo della città, in particolare alla collega e amica Francesca Morandini, per avermi agevolata nell’esame diretto e nella ripresa fotografica delle Alsengemmen della Croce di Desiderio. Desidero inoltre esprimere la mia gratitudine al Prevosto del Duomo di Brescia e al Presidente della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci, per avermi concesso in via del tutto eccezionale il permesso di esaminare personalmente la Croce del Campo. Infine, i miei ringraziamenti vanno a monsignor Claudio Fontana del Capitolo Metropolitano di Milano; e a Ivo Blom e a Donatella Rebaudo Tamagno per avermi trasmesso, dalle biblioteche della Vrije Universitet di Amsterdam e della Ruprecht-Karls-Universität di Heidelberg, testi davvero introvabili.

1. Le Alsengemmen: una classe glittica poco conosciuta

  • 1 Tab. 1, n. 48: Beyrich, 1871, p. 144, fig. 1. Il rinvenimento eponimo non è tuttavia il più antico: (...)
  • 2 Gandert, 1955.
  • 3 Schulze-Dörrlamm, 1990.
  • 4 Quelle con animali e motivi vegetali vengono trattate solo nel testo e ricondotte alla fine del X s (...)
  • 5 Henig e MacGregor, 1996.
  • 6 Tab. 1, nn. 64-65, 105-110.

1Nel panorama della glittica postclassica una classe di grande interesse, benché per molti versi ancora poco conosciuta, è quella delle Alsengemmen. La bibliografia su questa insolita produzione ha ormai una lunga storia. Il primo articolo venne dedicato a una gemma rinvenuta nel 1871 nella località di Sønderborg, sull’isola di Als al largo dello Jutland dalla quale prende nome l’intera classe1, ma le numerose pubblicazioni sono estremamente disperse e spesso dedicate alla presentazione di singoli o pochi esemplari, sia pure di frequente accompagnata da riflessioni sull’intera classe relative alla cronologia, la localizzazione geografica delle officine, la lettura iconografica delle figurazioni. Gli studi di carattere generale sono due, entrambi corredati da un ampio catalogo: il fondamentale articolo di Otto-Friedrich Gandert Die Alsengemmen, uscito alla metà degli anni Cinquanta2, e l’ampio contributo di Mechtild Schulze-Dörrlamm, edito nel 19903. I due cataloghi, oltre ad essere ordinati secondo criteri differenti, contano un diverso numero di esemplari: il primo 84 e 109 il secondo, con uno scarto dovuto non solo, com’è ovvio, alle nuove scoperte e identificazioni avvenute nei trentacinque anni intercorsi tra i due lavori, ma anche al fatto che il Gandert registrò esclusivamente le Alsengemmen con figure umane, tralasciando gli esemplari con raffigurazioni di animali e di motivi vegetali o astratti4 e quelli inornati, questi ultimi del resto non catalogati neppure dalla Schulze-Dörrlamm. La pubblicazione di tre Alsengemmen conservate all’Ashmolean Museum5, l’osservazione diretta di alcuni esemplari utilizzati su arredi liturgici6 e, soprattutto, l’identificazione di altri cinque esemplari tra l’ornato glittico di due insigni monumenti bresciani, la Croce di Desiderio (pl. III-IV e V-1; fig. 1) e la Croce del Campo (pl. V-2/5 e pl. VI), hanno fornito lo spunto per un aggiornamento del corpus delle Alsengemmen finora note – oggi 135: i principali dati noti sono riassunti nella tabella 1 qui in calce – e delle relative carte distributive (figg. 5 e 6); e per alcune osservazioni sulla tecnica di fabbricazione e sulla cronologia della classe, benché gravi limiti, spesso insormontabili, siano attualmente imposti allo studio dall’ineguale edizione dei vari esemplari, per alcuni dei quali non sono disponibili dati essenziali, quali immagine o misure. Per comodità, si riassumono qui di seguito le principali caratteristiche della classe.

Fig. 1. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio, Alsengemme R/A 12bis

Fig. 1. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio, Alsengemme R/A 12bis

foto : Elisabetta Gagetti

  • 7 Ci si attiene qui a tale denominazione, benché in relazione a materiale post-classico ma comunque “ (...)
  • 8 Costituisce un’eccezione isolata una delle quattro Alsengemmen presenti sulla coperta dell’Evangeli (...)
  • 9 Di molte Alsengemmen non sono riportate in letteratura le misure: tra le rimanenti, sia pure con tu (...)
  • 10 Tab. 1, nn. 8, 61, 122. Non è improbabile che gli esemplari di Alsengemmen inornate siano ben più n (...)
  • 11 Henig e MacGregor, 1996, p. 91. Si veda a riprova, in Panazza, 1994, p. 21, il calco dell’Alsengemm (...)
  • 12 Per cui v. infra, 2.1.1; inoltre tab. 1, nn. 65, 111, 112.

2Le Alsengemmen, com’è noto, sono gemme vitree7 a due strati ad imitazione del nicolo: lo strato superiore è più chiaro, in una gamma dal celeste al blu, quello inferiore – di diametro maggiore e quindi ben visibile come una corona circolare attorno all’altro – è di colore più scuro, dal blu più o meno cupo al nero8. Di forma ovale o circolare e di dimensioni variabili9, le Alsengemmen hanno sempre orlo obliquo, realizzato nello strato inferiore, e – dove accertabile – fondo leggermente convesso. Lo strato superiore, che in rarissimi casi è inornato10, è di norma decorato da un’incisione molto leggera e dal ductus spesso piuttosto incerto, apparentemente realizzata a mano libera con uno strumento dalla punta molto sottile, ripassato più volte laddove fosse necessario dare maggiore spessore a determinati particolari. Tale incisione, che per le sue caratteristiche sarebbe forse più corretto chiamare graffito, è – come si è detto – molto superficiale e non raggiunge il sottostante strato scuro, così che il richiamo delle Alsengemmen al contrasto di colore degli intagli di età romana in nicoli naturali si limita alla bicromia di orlo e strato superiore, senza replicare il più raffinato effetto di ottenere, mediante un’incisione profonda quanto lo strato superficiale, un motivo intagliato di colore scuro sull’azzurro della superficie della gemma, effetto costantemente ricercato nella glittica romana, come mostra la sua occorrenza non solo su nicoli naturali ma anche su imitazioni in pasta vitrea. Data l’esigua profondità dei graffiti, la lettura delle figurazioni delle Alsengemmen non si affida del resto neppure agli effetti plastici dell’intaglio, ma si basa esclusivamente sul contrasto tra la levigatezza della superficie vitrea della gemma e la ruvida opacità della decorazione. Le Alsengemmen, inoltre, non avevano funzione sigillare: lo suggeriscono non solo le peculiarità del tutto inadatte del graffito11, ma anche l’osservazione che negli esemplari che raffigurano un individuo con asta (fig. 1)12 il personaggio rappresentato la brandisce correttamente con la mano destra, mentre risulterebbe reggerla con la sinistra in un’eventuale impronta. Infine, i soggetti decorativi delle Alsengemmen, sui quali si tornerà in seguito, sono molto limitati e ripetitivi (figure umane molto stilizzate; compendiarie raffigurazioni di animali; motivi vegetali o astratti), un’ulteriore caratteristica che le rende inadeguate a una funzione di contrassegno personale.

1. 1. Le due Alsengemmen della Croce di Desiderio

  • 13 Brescia, Santa Giulia – Museo della città. La bibliografia sulla Croce di Desiderio è vastissima: s (...)
  • 14 127,5 × 99,5 × 4 cm.
  • 15 Vasa et de thesauro et ornamentum ex auro argentoque vel gemmis (Margarinus, diploma del 1.VII. 771 (...)
  • 16 Sui dati tecnici di costruzione e sulle manomissioni della Croce di Desiderio v. Miazzo, 2002.
  • 17 Sena Chiesa, 2002, p. 155.
  • 18 Per l’analisi gemmologica di tutti gli elementi litici della Croce v. Superchi e Donini, 2002; sul (...)

3La Croce di Desiderio13, com’è noto, è una grande14 croce processionale e devozionale, secondo la tradizione appartenente al tesoro del monastero benedettino intitolato al Salvatore e a santa Giulia fondato a Brescia dai sovrani longobardi Desiderio e Ansa su un terreno dei fondi regi e dalla coppia regale dotato di preziosi arredi liturgici15. La Croce è costituita da un’anima lignea rivestita da una lamina metallica liscia – la cui aderenza alla Croce è dovuta all’impiego di chiodi con funzione anche decorativa – la composizione della quale non è del tutto chiara, pur trattandosi verosimilmente di argento dorato16. Sui due lati – il recto, sul quale all’incrocio dei bracci è un tondo con Cristo in maestà del IX-X secolo; e il verso, sul quale il tondo corrispondente è stato sostituito da un analogo elemento ma con Crocifisso nel corso del Cinquecento17 – sono incastonati 212 tra pietre dure (lavorate a intaglio o a cammeo o anche lisce), vetri colorati, paste vitree, miniature su pergamena sotto cristallo di rocca e un celeberrimo tondo vitreo con ritratti su foglia d’argento18.

  • 19 A seguito della soppressione dell’Ordine nel 1798, il tesoro venne disperso, ad eccezione della cro (...)
  • 20 «Un tempio pure antichissimo di pietra viva in ottagono di struttura a gotica, intitolato a Santa M (...)
  • 21 Bighelli, 1808, p. 12.
  • 22 «La Croce volgarmente detta Magna [scil. di Desiderio] è sempre stata custodita con grande venerazi (...)

4Oggi, dopo complesse vicende museali19 e la trasformazione del complesso di San Salvatore-Santa Giulia nello straordinario “Museo della città” di Brescia, la Croce di Desiderio è tornata ad essere conservata ed esposta al pubblico all’interno di quella stessa cappella di Santa Maria in Solario20 dalla quale, seguendo un rito di antica data, già attestato nel 143721, la badessa del monastero la prelevava per la processione e l’ostensione in occasione del Venerdì Santo22.

1. 1. 1. Croce di Desiderio, R/A 12bis

  • 23 Tab. 1, n. 78: Wentzel, 1955, p. 54; Gandert, 1955, n. 83, tav. 32, p. 219; Wentzel, 1962, p. 310; (...)
  • 24 Per ridurre il margine di soggettività nella descrizione dei colori, si utilizza qui come riferimen (...)
  • 25 Per “destra” e “sinistra” si intendono qui la destra e la sinistra anatomiche del soggetto raffigur (...)
  • 26 Cfr. Gandert, 1955, nn. 79, 80, 81, 83 (= qui tab. 1, nn. 65, 111, 112, 79).

5La prima, e già nota, delle due Alsengemmen23 si trova sul braccio A del recto della Croce, ove occupa la posizione 12bis (pl. III e fig. 1), ed è incastonata in modo da avere la raffigurazione correttamente orientata dal punto di vista dell’osservatore. La gemma vitrea, integra, presenta forma ellittica a sezione tronco-conica e superficie piana, e misura 1,7 × 1,4 cm. Lo strato inferiore è nero, il superiore azzurro intenso (RAL 5024)24. Sulla superficie di quest’ultimo è graffita, senza raggiungere il sottostante strato nero, la raffigurazione estremamente stilizzata di un personaggio maschile stante con torso di prospetto e testa e gambe di profilo. Gli arti sono filiformi: il braccio destro25 è teso in avanti, e nella mano l’uomo regge un’asta26, in direzione della quale guarda la testa; il lungo braccio sinistro è abbassato e scostato dal corpo: della mano sono state rese solo tre lunghissime dita. Le esili gambe, aperte a compasso, mostrano un lievissimo ispessimento della linea in corrispondenza delle ginocchia. I piedi, resi come tratti orizzontali, sono rivolti nella stessa direzione del capo. Una spessa linea parallela ed esterna alle cosce può forse indicare un corto indumento.

1. 1. 2. Croce di Desiderio, V/p 150

  • 27 V. Intagli e cammei, 2002.
  • 28 Tab. 1, n. 79: Gagetti, 2002b.
  • 29 Cfr. Gandert, 1955, tav. 32, n. 75 (= qui tab. 1, n. 117).

6Nel corso della campagna di ricognizione delle gemme della Croce di Desiderio27 è stato possibile riconoscere sul prezioso manufatto una seconda Alsengemme28, sul piede del verso della Croce, ove occupa la posizione 150 (pl. IV e pl. V-1): anch’essa è stata inserita in modo da avere la figurazione leggibile verticalmente. Anche questo secondo esemplare ha, analogamente al primo, forma ellittica a sezione tronco-conica e superficie piana, e misura 1,9 × 1,6 cm. La gemma vitrea mostra una profonda frattura diagonale, dal basso a sinistra in alto a destra, dalla quale si dipartono altre fratture apparentemente di minore estensione e profondità. Lo strato inferiore è nero, il superiore blu scuro (RAL 5005). Su quest’ultimo è graffito, con una punta sottile passata più volte per aumentare i volumi29, una figura inginocchiata (è visibile la gamba destra al di sotto del ginocchio, in parte coincidente con una delle fratture minori). Il torso è di prospetto, il capo è rivolto a sinistra, di profilo. Il braccio destro appare scostato dal corpo, ma la sua leggibilità al di sotto del gomito è compromessa dalla frattura maggiore. Il braccio sinistro, invece, è teso e sollevato quasi all’altezza della spalla: con la mano il personaggio regge l’estremità di un oggetto, reso con una linea ripassata “a matassa” più volte, il cui altro capo sembra poggiare sul terreno, in prossimità del ginocchio sinistro. Se il tipo di tratto fa pensare a una ghirlanda, l’estremità libera e la forma convessa suggeriscono piuttosto uno scudo visto di lato.

1. 1. 3. Croce di Desiderio: il setting delle Alsengemmen

  • 30 V. E. Gagetti in Miazzo, 2002, p. 178; p. 180, nt. 17 e fig. a p. 174.

7Sulla Croce di Desiderio si possono distinguere quattro tipi di castoni30: entrambe le Alsengemmen sono trattenute da castoni di tipo 1, che appaiono quelli del setting originario della Croce, anche se ciò non garantisce affatto, come si vedrà, che le gemme in questi alloggiate non siano state sostituite senza bisogno di manomettere pesantemente o sostituire il castone. Il castone di tipo 1 (fig. 2) si articola in due elementi: una cornice, formata da una parete verticale che si piega ad angolo retto su un piano parallelo alla superficie della Croce; e la vera e propria lamina destinata a trattenere la pietra. Attorno alla cornice è saldato un filo à godrons, che in alcuni casi (come in V/p 150) può anche mancare. In R/A 12bis un segmento pari a ¼ circa della sua lunghezza è perduto.

Fig. 2. Croce di Desiderio, castone di tipo 1

Fig. 2. Croce di Desiderio, castone di tipo 1

Disegno: Marta Rapi

8La situazione di maggiore interesse è certamente quella di R/A 12bis: il castone che racchiude la gemma vitrea, infatti, non è stato applicato direttamente alla superficie della Croce, ma inserito nella faccia di una sardonice a due strati (marrone su bianco) di notevoli dimensioni – 5,3 × 3,6 cm –, di forma ellittica e dalla superficie piana. Tale sovrapposizione di due differenti elementi incastonati, per quanto raro, non è tuttavia isolato. Esso ricorre, per esempio, all’inizio del VII secolo, sulla legatura dell’Evangeliario di Teodelinda31, recentemente restaurato32: alle estremità di tre – sinistro, superiore e destro – dei quattro bracci delle croci gemmate che costituiscono il motivo decorativo che organizza la superficie dei due piatti della legatura si trova un lapislazzuli ellittico piano al centro del quale è inserito, entro castone aureo, un elemento di colore bianco33. Il medesimo sistema decorativo appare, molto più tardi, al centro della legatura dell’Evangeliario donato nel primo decennio dell’XI secolo da Enrico II alla cattedrale di Bamberg34: entro una grande sardonice, di dimensioni prossime alla gemma R/A 12 della Croce di Desiderio (4,9 × 3,7 cm ca.) è stato inserito un largo castone aureo decorato a filigrana, nel quale è alloggiato un piccolo intaglio. L’arco cronologico di quattro secoli ai cui estremi si collocano gli esempi di sovrapposizione di gemme presenti sulle legature di Monza e di Bamberg comprende perfettamente le date proposte per la realizzazione della Croce di Desiderio, in età longobarda (fine VII secolo), e per la sua attuale gemmatura (fatte salve sostituzioni varie), probabilmente in avanzata età carolingia (dalla metà del IX secolo)35. Non si può tuttavia passare sotto silenzio che lungo il margine del castone di R/A 12bis appaiono vistose sbavature di collante, di natura imprecisata, apparentemente utilizzato con abbondanza non tanto per assicurare l’Alsengemme all’interno del castone, funzione che la ribattitura dell’orlo del castone stesso dovrebbe già assicurare dal punto di vista meccanico, quanto per inzeppare la gemma vitrea all’interno di un castone preesistente troppo grande, e forse già danneggiato nel filo à godrons attorno alla base.

9Anche l’Alsengemme V/p 150 sembra essere stata inserita nel castone in cui è attualmente alloggiata in un secondo momento. Pure in questo caso, il castone non si presenta nella forma completa, mancando totalmente il filo godronato attorno alla base (perdita che potrebbe essere occorsa indipendentemente da eventuali operazioni di sostituzione dell’elemento inserito); ma soprattutto, ad osservazione ravvicinata, si nota che l’orlo del castone – nel quale, per la sua stessa struttura, la gemma non poteva essere inserita che dall’alto – presenta ondulazioni, piccole lacune, fratture verticali e, soprattutto, i lembi di tali fratture leggermente sovrapposti: come se, insomma, l’orlo del castone fosse stato ribattuto per adattarlo a un elemento inserito leggermente più piccolo di quello originario.

  • 36 Si conferma qui quanto espresso in forma dubitativa (propendendo in quell’occasione per un’inserime (...)

10Le due Alsengemmen della Croce di Desiderio, dunque, sono da considerare aggiunte successive alla metà del IX secolo36.

1. 2. Le quattro Alsengemmen della Croce del Campo

  • 37 Brescia, Duomo Vecchio, Tesoro. Assai meno nota della Croce di Desiderio, anche perché è tuttora og (...)
  • 38 Per la confusione delle denominazioni di “Croce dell’Orifiamma” (probabilmente quella esatta) e “Cr (...)
  • 39 Il Tesoro è costituito nel suo complesso da altri cinque oggetti. (1) La Reliquia della Santa Croce (...)
  • 40 Il Tesoro delle Sante Croci, la cui prima menzione negli Statuti di Brescia è da collocare intorno (...)
  • 41 Su questa, la cui prima notizia certa è in una Provvisione comunale in data 3.III.1520, si rimanda (...)
  • 42 La Croce del Campo misura 42 × 28,5 × 3 cm (Panazza, 1994, p. 21).
  • 43 Così identificate in Panazza, 1994, pp. 26‑27, nt. 28 (cfr. qui pl. VI-1): 1 = «vetro giallo»; 6 =  (...)
  • 44 Sul verso, la Croce del Campo presenta, appunto, un disco con bordo in lamina d’argento dorata rive (...)

11La Croce del Campo37 – detta anche “dell’Orifiamma”38 – (pl. VI-1/2) appartiene al venerato Tesoro delle Sante Croci39, custodito nell’omonima cappella del Duomo Vecchio a Brescia40 e conservato dalla Compagnia dei Custodi delle Sante Croci41. In forma di croce greca con bracci patenti42, è costituita da un’anima in legno di noce rivestita di lamina d’argento; lungo i bordi è una lamina in argento dorato assicurata da rivetti in argento; analoga lamina delimita il terzo esterno di ogni braccio del recto e il tondo centrale del verso. Sul recto, al centro, è il Crocifisso, con nimbo crucigero e perizoma, la testa dai lunghi capelli reclinata sulla spalla sinistra e i piedi, inchiodati separatamente al patibolo, poggianti su un suppedaneum. Immediatamente adiacenti ai terminali dei bracci della croce dorata da cui pende il Cristo sono quattro gemme ellittiche43, per ognuna delle quali il ritaglio del castone in dentelli triangolari ripiegati sulla superficie lascia intuire come si tratti di sostituzioni moderne. Nello spazio triangolare risultante tra l’angolo dei bracci della croce dorata cui è appeso il Crocifisso e il tratto diagonale che unisce sul recto bracci contigui della Croce, per dissimulare le linee curve del tondo al centro del verso44, sono quattro Alsengemmen. Nel tratto di ogni braccio compreso tra il listello dorato e l’estremità sono raffigurati: in alto le teste delle personificazione del Sole e della Luna; a sinistra, Maria Vergine; a destra, san Giovanni Evangelista; in basso, al piede della croce, Adamo, strettamente fasciato nelle bende del sudario. Tutte le figure sono realizzate a sbalzo e parzialmente dorate.

  • 45 Non riprodotto negli schemi al tratto in pl. VI-1/2.
  • 46 Valentini, 1882, p. 43 (cit. anche in Panazza, 1994, p. 26, nt. 23).
  • 47 V. la raffigurazione nella tela di Grazio Cossali nella Cappella delle Sante Croci: Comboni, 1990, (...)
  • 48 V. supra, nt. 38. Per il significato politico dell’identificazione dell’insegna di guerra di Bresci (...)
  • 49 Cfr. però Begni Redona, 2001, p. 121.
  • 50 Cit. in Panazza, 1994, p. 21.
  • 51 Valentini, 1882, p. 44 (cit. in Panazza, 1994, p. 26, nt. 24): de tra calvarie ISE ubi ex domno exi (...)

12La Crocedel Campo presenta nella parte inferiore del braccio verticale un prolungamento45, internamente cavo, destinato all’alloggiamento di un sostegno che doveva essere a sua volta pervio in corrispondenza del foro passante visibile sul recto e sul verso: «il piede stesso, nella parte superiore, è tra passato orizzontalmente da altro foro per farvi scorrere la catenella o i serici cordoni cui si appendeva il labaro»46. Oltre ad essere una croce astile, infatti, la Croce del Campo aveva anche la funzione di sorreggere lo stendardo di guerra bresciano47, da cui la denominazione di “Croce dell’Orifiamma”. Secondo una tradizione locale attestata dal XIV secolo, infatti, la Croce del Campo sarebbe stata donata da Carlo Magno a Namo, duca di Baviera48: questi ne avrebbe a sua volta fatto dono all’abate di San Faustino in Brescia dopo aver assistito alla miracolosa traslazione dei corpi santi di Faustino e Giovita, protettori della città, che sanguinarono come se fossero stati in quel momento sottoposti al martirio, avvenuto durante il principato di Adriano. Croce e stendardo, issati sull’antenna del Carroccio, andarono effettivamente più volte “sul campo” in battaglia: forse il 29 maggio 1176 a Legnano, quando le truppe della Lega Lombarda sconfissero l’esercito di Federico I Barbarossa49; ed è assai probabile che ad essa si riferiscano i versi dell’inno per la battaglia di Rudiano (1191): Nam Crux Christi tunc fulgebat, sicut solis radius50. La Croce del Campo, inoltre, è anche un reliquiario: nel corso di un’ispezione nel 1837, infatti, si scoprì che il legno presenta nel braccio inferiore, una cavità rettangolare, foderata in lamina d’argento, che si estende dalle ginocchia del Cristo all’incrocio dei bracci, nella quale si trovarono diverse reliquie corredate da tituli identificativi, scritti sulla stoffa o sulla pergamena che le avvolgeva51.

  • 52 Bertelli, 2001b, p. 63.
  • 53 Begni Redona, 2001, p. 121; da ultimo García de Castro Valdés (a c. di), 2008, p. 314.
  • 54 Begni Redona, 2001, p. 121.

13La Croce del Campo costituisce non solo un «capolavoro dell’arte romanica»52, datata tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo53, ma anche una delle rarissime croci in lamina d’argento su anima lignea di tale periodo, a fronte delle più numerose croci bronzee conservatesi54.

1. 2. 1. Croce del Campo, R/2

  • 55 Tab. 1, n. 71.
  • 56 Qui, come in tab. 1, sono state considerate “circolari” le Alsengemmen nelle quali la dimensione ma (...)

14La gemma55 (pl. V-2) si trova sul recto della Croce, nello spazio di risulta tra il braccio orizzontale sinistro e il braccio verticale superiore, poco sopra la spalla destra del Cristo (pl. VI-1). Come le altre tre Alsengemmen della Croce del Campo, essa ha forma circolare – la superficie visibile misura 1,1 × 1,2 cm56 – a sezione tronco-conica e superficie piana. Lo strato inferiore è nero, il superiore blu scuro (RAL 5005). Sulla superficie è graffito un trampoliere: un tratto piuttosto spesso rende il collo diritto inclinato all’indietro; con linee più sottili e irregolari sono indicate le lunghe gambe, alle quali le zampe sono unite con un tratto orizzontale che le incrocia poco prima dell’estremità inferiore, un’ala sollevata (l’altra si deve probabilmente immaginare parallela a questa, e quindi da essa nascosta e non rappresentata) e la coda, raffigurata con due tratti diagonali paralleli tra loro. Il corpo, invece, è reso con un tratto rettilineo lungo il quale una punta sottile ha tracciato una linea “a matassa” che suggerisce il volume. La gemma, interessata solo da minutissime scheggiature, è incastonata in modo da essere correttamente leggibile per l’osservatore.

1. 2. 2. Croce del Campo, R/3

  • 57 Tab. 1, n. 72.

15La seconda Alsengemme57 (pl. V-3) si trova in posizione speculare rispetto alla precedente, all’intersezione tra il braccio verticale superiore e il braccio orizzontale destro della Croce, al di sopra della spalla sinistra del Cristo (pl. VI-1). Di forma circolare a sezione tronco-conica, la sua superficie, piana, misura 1,4 × 1,3 cm. La gemma è danneggiata da una profonda frattura che l’attraversa nel senso della dimensione maggiore e da una seconda, che si diparte da questa con un angolo di circa 45° e raggiunge l’orlo. Il colpo che deve aver provocato le due profonde fratture ha anche determinato una perdita di materiale nello strato superiore, di colore azzurro scuro (RAL 5007), evidenziando quanto profondamente esso si “incunei” nell’inferiore, nero. Il graffito raffigura un quadrupede in corsa verso la sinistra dell’osservatore, rispetto al quale la gemma risulta montata sulla croce ruotata di circa 30° in senso orario. Le gambe sono, come usuale, filiformi, con le zampe realizzate con un breve tratto orizzontale. La punta utilizzata è stata passata più volte, come mostrano alcune minute sbavature. Il corpo è stato dapprima delineato da un solco profondo, ai lati del quale ulteriori, più leggeri passaggi di punta creano la massa del tronco, che risulta quindi avere una sezione a V. La coda, rivolta verso l’alto, è resa da un tratto sul quale sono stati tracciati in serie trattini ad esso perpendicolari. Il capo è perduto, trovandosi in corrispondenza della lacuna all’incontro tra le due fratture. Tra il bordo del castone e la coda dell’animale è presente un’incrostazione molto tenace di colore rosato, di natura imprecisata.

1. 2. 3. Croce del Campo, R/4

  • 58 Tab. 1, n. 73.

16La terza Alsengemme58 (pl. V-4) è collocata all’incontro tra il braccio orizzontale sinistro della Croce e il braccio verticale inferiore, al di sotto della traversa orizzontale del patibolo del Crocifisso (pl. VI-1). Anch’essa è circolare (1,2 × 1,2 cm) a sezione tronco-conica, con lo strato inferiore nero e il superiore blu scuro (RAL 5002). Quest’ultimo presenta una superficie molto “ruvida”, ciò che rende difficile la lettura della figurazione. Sembra comunque trattarsi di un uccello dalle lunghe gambe aperte a compasso e poggianti su una linea di terra, normalmente assente, rivolto verso la sinistra dell’osservatore, con la consueta coda bifida e forse con le ali sollevate. La forma della testa risulta illeggibile. Il pezzo è montato sulla croce in posizione quasi corretta rispetto all’osservatore, ruotato di circa 20° in senso antiorario.

1. 2. 4. Croce del Campo, R/5

  • 59 Tab. 1, n. 74.

17L’ultima gemma vitrea59 (pl. V-5) occupa la posizione in pendant con R/4 (pl. VI-1). Come le precedenti, ha forma circolare (1,1 × 1 cm) a sezione troncoconica. Lo strato inferiore è nero, il superiore azzurro scuro (RAL 5012), la cui superficie ha circonferenza irregolare e si presenta con varie lacune sub-circolari che fanno pensare alla formazione di bolle in fase di preparazione della gemma, più che a danni successivi. Il soggetto è un trampoliere rivolto verso la destra dell’osservatore, che tiene nel becco un animaletto (una lucertola?), di cui sono visibili le quattro zampette e la testa. La resa dell’uccello è differente rispetto a R/2: il collo è corto e massiccio e le ali sono da immaginare accostate al corpo, la lunga coda è indicata da due tratti divergenti rivolti verso l’alto. Così come è montata la gemma, la sua figurazione risulta ruotata di 80° in senso antiorario rispetto all’osservatore.

1. 2. 5. Croce del Campo: il setting delle Alsengemmen

  • 60 Cfr. i castoni di tipo 2 sulla Croce di Desiderio: Miazzo, 2002, fig. p. 174.
  • 61 Per es., certamente, sul recto i nn. 1, 6, 7, 8 (pl. VI-1); sul verso, i nn. 3‑5, 8, 13‑19 (pl. VI- (...)
  • 62 Nel castone, certamente moderno, è inserita una corniola con intaglio raffigurante Ulisse riconosci (...)

18I castoni delle Alsengemmen della Croce del Campo sono strutturalmente molto semplici: si tratta, in sostanza, di una sorta di “coppa” il cui bordo verticale è ribattuto verso l’interno a trattenere la pietra60. Il castone risulta tuttavia impreziosito dall’applicazione, tutt’intorno alla base, di un filo godronato, ad elementi leggermente allungati (fig. 3). La morfologia si ripete identica anche per tutti gli altri castoni della Croce – alcuni dei quali con il bordo visibilmente adattato per poter trattenere l’elemento attualmente inserito61 –, ad eccezione del solo castone n. 6 sul verso (pl. VI-2), che appare circondato da un bordo à torsade a due capi, con appendici piane per l’assicurazione alla croce tramite rivetti62. Anche i castoni delle quattro Alsengemmen presentano alcune irregolarità lungo il bordo e il castone di R/2 mostra anche una lacuna, ma nel complesso, considerato che, per esempio, la gemma R/3 ha subito un forte colpo che l’ha fratturata, si può trattare del risultato delle vicissitudini di un oggetto che certamente ha avuto una vita movimentata, di cui rimane il ricordo nel nome stesso della Croce “del Campo”.

Fig. 3. Croce del Campo, castone delle Alsengemmen

Fig. 3. Croce del Campo, castone delle Alsengemmen

Disegno: Marta Rapi

  • 63 Panazza, 1994, p. 22.

19Del resto, che le quattro Alsengemmen facciano parte del setting originale della Croce pare confermato da due elementi: l’unitarietà della classe delle gemme vitree disposte simmetricamente attorno al Crocifisso; e il fatto che R/3, pur gravemente danneggiata, non sia stata rimossa e sostituita. Rimane tuttavia da spiegare per quale motivo tre delle quattro gemme siano sostanzialmente leggibili dal punto di vista dell’osservatore, mentre R/5 presenta una rotazione di quasi 90°, pur avendo una forma che permetteva di orientarla correttamente senza difficoltà all’interno dello spazio riservato al castone. A tale proposito, non ci sono elementi per una soluzione: va però ricordato che la Croce, nel 1957, è stata sottoposta a un consistente restauro da parte dell’orafo milanese Agostino Figini, del cui intervento si ricorda che «ha ripulito la croce, ha tolto il disco inchiodato con chiodi di ferro, sostituendoli con quelli di argento, ha rimesso i listelli mancanti nella parte inferiore, ha, infine, rafforzato con argento e mastice la parte interna rilevata dell’Agnus Dei»63. L’intervento è stato certo impegnativo e, per quanto sembri essersi concentrato soprattutto sul verso, lascia aperti alcuni dubbi: che alcuni castoni siano stati riposizionati; che la croce si trovasse in uno stato di conservazione non più corrispondente all’originale; e, naturalmente, che altri interventi analoghi “di manutenzione” si siano succeduti nel tempo senza che ne sia stata conservata memoria.

2. Le Alsengemmen: collazione dei dati dell’edito e nuovi elementi dagli esemplari bresciani

2. 1. Suggestioni iconografiche

  • 64 Come si deduce dalla frequente protrusione in corrispondenza del mento, interpretabile come una bar (...)
  • 65 Si conoscono oggi 19 esemplari con un solo personaggio, 30 con due, 54 con tre. Tuttora un unicum r (...)
  • 66 Per tutti questi elementi, v. Gandert, 1955, pp. 167‑169.
  • 67 Ibi, pp. 169‑176.
  • 68 La questione, qui riassunta in breve, è trattata in Gandert, 1954; Gandert, 1955, pp. 161‑169 e 195 (...)

20Gli esemplari con figure umane rappresentano sempre personaggi maschili64 stanti, in numero variabile da uno a quattro65, raffigurati in maniera molto schematica con il torso di prospetto e gli arti e il capo di profilo. A volte tali individui sono caratterizzati da attributi non chiaramente interpretabili, quali «rametti» che si dipartono, in numero di uno o due dalle figure all’altezza del femore (elementi delle vesti? armi?); oppure, solo nelle gemme con una figura, brandiscono un’asta nella mano destra (come in R/A 12bis sulla Croce di Desiderio), oppure ancora reggono, con le braccia abbassate, uno o due oggetti resi come piccole losanghe. Talora, uno dei tre o due personaggi è alato («Engelsgemmen»). Di norma, sulle gemme con due o più personaggi, essi appaiono impegnati in una scena unitaria e, con poche eccezioni, i due più esterni sono rivolti verso il centro della scena. Frequentemente lo spazio al di sopra delle teste dei personaggi presenta un limitato numero di motivi ricorrenti: croci (raramente), stelle (da una a tre, con raggi da sei a dodici), alberelli stecchiti, una sorta di motivo a rete66. Sulla base della combinazione tra numero di personaggi presenti, “stile” della loro resa, e attributi e motivi riempitivi, il Gandert suddivide le Alsengemmen studiate in sei tipi (A-F) ulteriormente ordinati in complessivi venti sottotipi, a seconda della forma e della dimensione delle gemme vitree, oltre che di alcuni dettagli iconografici67. La chiave della sua interpretazione complessiva della classe delle Alsengemmen risiede nel confronto tra l’unico esemplare a 4 figure – delle quali una è seduta, le altre tre stanti di profilo in direzione della prima: nel campo, sopra le teste, una croce tra due stelle a otto punte – e la scena dell’Adorazione dei Magi, così come essa appare riprodotta su medaglie-amuleto in bronzo considerate prodotte nei primissimi anni dell’VIII secolo. Poiché però già sulla Urgemme da Lieveren il Bambino non appare e il personaggio seduto è decisamente un uomo, il Gandert è costretto ad ammettere tra modello e riproduzione sulla gemma vitrea un numero non precisabile di passaggi intermedi e un’immediata, nuova lettura della scena, con l’eliminazione del personaggio assiso, incomprensibile in un ambito ritenuto ancora pagano, nel quale però il valore talismanico dell’oggetto non viene meno. Ecco quindi le Alsengemmen a 3 personaggi, che in ambito sassone possono essere interpretate come Saxnot, Wodan e Donar, in area scandinava come Freyr, Odin e Thor. Con la diffusione nell’Europa settentrionale di un altro tipo di medaglia-amuleto con Adorazione dei Magi, recante al verso la raffigurazione di Cristo docente tra gli arcangeli Michele e Gabriele, uno dei personaggi sulle Alsengemmen a 3 figure diventa alato. Parallelamente, si avvia un processo di ulteriore astrazione rispetto al modello, che porta alla riduzione dei personaggi, dapprima a due, poi a uno solo68.

  • 69 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 215.
  • 70 Con tre varianti: a = figura umana; b = animale; c = motivo astratto.
  • 71 Schulze-Dörrlamm, 1990, rispettivamente: p. 216, fig. 1; p. 217, fig. 2; p. 218, fig. 3.

21La Schulze-Dörrlamm, invece, sostiene che le Alsengemmen non siano mai state amuleti pagani, bensì oggetti devozionali cristiani fin dal loro apparire69. Elabora quindi una nuova tipologia tripartita basata sul numero di figure presenti sulla superficie della gemma: tipo I con una figura70; II con due figure; III con tre o quattro figure71.

  • 72 Spier, 2007, p. 115, nn. 667 e 668, tav. 95. L’ematite con Adorazione dei Magi oggi a Oxford, Ashmo (...)

22Le ipotesi interpretative delle figure umane sulle Alsengemmen sono certamente di pertinenza del medievista, benché si possano qui ricordare alcuni intagli in cristallo di rocca, prodotti da un atelier siriano attivo nel VI-VII secolo specializzato nel repertorio cristologico e utilizzati come pendenti, con Adorazione dei Magi, con croce o croce e stella al di sopra dei personaggi72. L’archeologo classico, invece, non può non rimanere colpito da come, sette secoli almeno dopo la fine della produzione degli intagli in nicolo di età romana, il fascino della glittica antica fosse ancora tale da suggerire la riproduzione di Nicolo-Glasgemmen.

  • 73 Guiraud, 2008, p. 73 e nt. 229.
  • 74 Guiraud, 2008, p. 73 e nt. 230.
  • 75 V. Magni, 2009, p. 27 con interessanti esempi.

23Ciò che stupisce in primo luogo è infatti la consapevole ripresa di un tipo di gemma vitrea sulla quale ha fatto chiaramente il punto Hélène Guiraud: dopo la grande varietà di colori degli esemplari dall’età repubblicana al I secolo d.C., nel II e III secolo d.C. le gemme vitree ad imitazione del nicolo restano le uniche in produzione, con intagli spesso di scarsa qualità73. È interessante osservare come la studiosa abbia isolato un gruppo particolare di Nicolo-Glasgemmen nelle quali lo strato superiore azzurro si presenta con aspetto simile alla porcellana e con un intaglio estremamente leggero che, come nelle Alsengemmen, non raggiunge lo strato inferiore, effetto però ovviamente voluto per questo gruppo di gemme vitree tutte di età augustea74. Le gemme vitree ad imitazione del nicolo, inoltre, si presentano nel loro complesso assai variate dal punto di vista stilistico, offrendosi come modelli a volte già estremamente semplificati di iconografie correnti75, immediatamente riconoscibili pur nella resa disorganica per i contemporanei, ma spesso poco perspicui per l’osservatore moderno.

24Per quanto riguarda le figurazioni sulle Alsengemmen, sia pure in modo del tutto tentativo, si è provato a indagare se, oltre alla bicromia delle gemme antiche, naturali o vitree, anche i motivi (limitatamente ai soggetti presenti sulle gemme bresciane esaminate in questa sede) potessero in qualche modo presentare qualche analogia con soggetti glittici di età romana, pur nella mutata tecnica per la resa delle figure.

  • 76 V. per es. in Sena Chiesa, 1966, che presenta un’amplissima scelta di soggetti in serie spesso cons (...)
  • 77 Per es. il guerriero in Sena Chiesa, 1966, n. 900, che però è ponderato sulla gamba destra, con la (...)
  • 78 V. infra, § 2.3.
  • 79 Krug, 1980, p. 181, n. 48, tav. 72 (I-II sec. d.C.). Cfr. anche Guiraud, 2008, p. 137, n. 1269, tav (...)

25Il caso più complesso è quello di R/A 12bis. Apparentemente un soggetto “facile”, in realtà esso presenta un dettaglio quasi mai ricorrente nelle gemme e nelle paste vitree romane, e cioè l’asta verticale nella destra protesa. Pur prendendo in considerazione una gamma di soggetti più ampia delle raffigurazioni di guerrieri – nella supposizione che un attributo sottile e allungato potesse essere stato frainteso dall’artigiano medievale – è stato necessario constatare che scettro, tridente, flagello, lancia, caduceo, pedum, lagobolon, tirso e lancia sono di norma tenuti dal lato arretrato del corpo76. Solo molto raramente si ritrovano, tutti insieme, i motivi dell’asta verticale tenuta scostata dal lato avanzato del corpo, delle gambe divaricate e del braccio libero arretrato77: tra le gemme provenienti da province dell’impero non troppo lontane da quella che sembra l’area centrale della diffusione delle Alsengemmen – Paesi Bassi settentrionali e Germania nord-occientale78 –, particolarmente suggestivo appare un nicolo da Köln raffigurante Marte retrospiciente, che avanza con ampio passo, con l’asta verticale scostata dal corpo, il mantello fluttuante dietro le reni e un trofeo su una spalla79. Il confronto con la gemma vitrea della Croce di Desiderio R/V 12bis (fig. 4a-b) suggerisce un possibile meccanismo di recezione del modello: il trofeo, la cui rappresentazione doveva essere ormai incomprensibile, semplicemente sparisce; il capo rivolto all’indietro, dall’elmo tondeggiante e dai lineamenti aguzzi, già in sé molto simile ai caratteri delle Alsengemmen, è stato “raddrizzato”; il panneggio della clamide potrebbe essersi trasformato nel lungo braccio sinistro arretrato del personaggio sulla gemma vitrea, le cui tre lunghissime dita possono in qualche modo dipendere dalle pieghe del mantello che si aprono a ventaglio.

  • 80 Guiraud, 1988, p. 141, n. 469 (con altri rimandi per il soggetto), tav. XXXII.
  • 81 Kóčka-Krenz, 2008, pp. 191‑192 e fig. 6 a p. 193. Per l’Alsengemme v. qui, tab. 1, n. 40.
  • 82 Melander, 1991, pp. 15‑17.

26La seconda Alsengemme della Croce di Desiderio, V/p 150, con personaggio inginocchiato, appare suggestivamente simile, nella sua massima semplificazione, alle figure di guerrieri caduti che si riparano con lo scudo poggiato a terra. Il soggetto, già etrusco, appare nella glittica romana assai precocemente, e intagli e paste vitree con tale figurazione sono tutte di datazione piuttosto alta: l’esemplare in agata zonata – tra l’altro proprio nella rara variante con entrambe le ginocchia a terra – il cui calco si propone qui80 appare collocabile nel II secolo a.C. (fig. 4c-d). Tale distanza cronologica dall’Alsengemme, tuttavia, non sembra costituire in sé un problema, dato che la circolazione delle gemme, anche molto periferica, pare essere stata lunghissima, come mostrano il rinvenimento a Poznaṅ, non lontano dal luogo di rinvenimento di un’Alsengemme, di una corniola in stile globulare raffigurante un leone81; o le gemme, tra le quali la più antica è un’agata zonata di fine II-I secolo a.C., tornate in luce a Ribe (DK) in un contesto datato 700‑850 d.C.82

  • 83 L’esemplare in diaspro rosso-bruno qui illustrato dovrebbe provenire da Carnuntum: Dembski, 2005, p (...)
  • 84 Il confronto proposto è un nicolo da Xanten con cerbiatto (I sec. d.C.). Platz-Horster, 1987, p. 13 (...)

27Le Alsengemmen della Croce del Campo raffigurano tutte soggetti animali. Il trampoliere di R/5 che tiene nel becco una lucertola per la coda è un soggetto di genere ben noto nella glittica romana83: la gemma vitrea pare sfruttare una delle bolle della superficie per la resa della testa del piccolo rettile (fig. 4e-f). Il quadrupede in corsa di R/3, mancante della testa, non può offrire spunti per confronti significativi, ma le quattro zampe rigide, tutte sollevate dal suolo, si ritrovano in vari intagli romani raffiguranti animali in corsa84 (fig. 4g-h).

Fig. 4. Suggestioni iconografiche (b: da Krug, 1980, invertito; d: da Guiraud, 1988; f: da Dembski, 2005; h: da Platz-Horster, 1987)

Fig. 4. Suggestioni iconografiche (b: da Krug, 1980, invertito; d: da Guiraud, 1988; f: da Dembski, 2005; h: da Platz-Horster, 1987)

2. 2. Tecnica

  • 85 L’opera, attualmente costituita da due libri in esametri e di un terzo prosa, è stata assai variame (...)
  • 86 Questa la ricetta proposta da Eraclio: De gemmis quas de Romano vitro facere quaeris. / Sic ex Roma (...)
  • 87 Gandert, 1955, p. 156.
  • 88 Gandert, 1955, p. 157.
  • 89 La presenza di bolle è tuttavia estremamente frequente sulla superficie delle Alsengemmen (v. per e (...)
  • 90 Napfförmig: Gandert, 1955, p. 197, nt. 4.
  • 91 Olshausen, 1888, p. 307.
  • 92 Gandert, 1955, p. 157.
  • 93 Ringrazio l’orafo signor Aldo Rivolta per avermi messo cortesemente a disposizione il proprio labor (...)
  • 94 Snijder, 1932, p. 21.
  • 95 Si tratta sostanzialmente della tecnica già utilizzata dall’età del Bronzo per la decorazione delle (...)
  • 96 Tale difficoltà si potrebbe forse superare (?) immaginando che il vetro azzurro venisse colato, anz (...)
  • 97 Fa eccezione la gemma da Birdaard (tab. 1, n. 9) che ha invece fondo piano. Considerate le dimensio (...)

28Per quanto riguarda la tecnica di fabbricazione delle Alsengemmen, il Gandert fa riferimento al trattato De coloribus et artibus Romanorum che porta il nome di un Eraclius sapientissimus vir85, in particolare ai versi dedicati alla realizzazione di gemme vitree dalla rifusione di vetro romano86. Nell’interpretazione dei versi da parte dello studioso, che ritiene il trattato composto nel X secolo87, la fusione della gemma sarebbe avvenuta all’interno di una matrice scavata entro un blocco di argilla o gesso88 dal fondo leggermente concavo, entro la quale il vetro ancora liquido sarebbe stato pressato con un apposito strumento in ferro allo scopo di evitare la formazione di bolle89. Tale pressione avrebbe dato alla massa vitrea stessa una forma a cuppella90: la leggera concavità della superficie libera sarebbe stata successivamente riempita dalla colata dello strato superiore, come pareva al Gandert confermato dall’osservazione registrata dall’Olshausen91 che in una gemma vitrea a due strati fratturata (benché non appartenente al tipo «delle vere e proprie Alsengemmen»), «die leicht ausgehölte Grundschicht mit der Überfangschicht ausgefüllt wurde». Infine, alla gemma sarebbe stata conferita la forma finale molando obliquamente l’orlo nello strato inferiore più scuro, operazione che tuttavia su numerosi esemplari («an zahlreichen Gemmen») ha interessato anche i margini dello strato superiore92. Ora, premessa la mancanza di uno studio sulla tecnica di fabbricazione delle Alsengemmen basato su esami microscopici ed analisi di laboratorio, in base alla sola osservazione autoptica degli esemplari bresciani e ad alcune semplici prove sperimentali93 sembra di poter ipotizzare anche una differente e più semplice modalità di realizzazione. Se infatti la colatura in successione dei due strati di vetro fuso fosse avvenuta entro una matrice cuppelliforme, dopo le operazioni di molatura dell’orlo lo strato superiore dovrebbe sempre presentarsi (a) con una superficie a vista di forma circolare od ovale completa, poiché nella matrice tale strato superiore avrebbe ricoperto interamente lo strato inferiore; (b) intaccato dalla mola lungo i margini, per il medesimo motivo (dato che le Alsengemmen hanno regolarmente forma troncoconica, per evidenziare la corona circolare di colore più scuro sarebbe stato inevitabile eliminare in tale zona il soprastante strato più chiaro). Invece, (a) nella gemma R/5 della Croce del Campo, sopra il becco del trampoliere, la superficie visibile dello strato azzurro si presenta mancante di un piccolo settore circolare che risulta invece “riempito” da vetro blu scuro (pl. V-5); (b) nelle gemme V/p 150 della Croce di Desiderio e R/3 della Croce del Campo l’angolo ottuso tra il bordo obliquo della gemma e il piano della sua superficie cade interamente nella fascia di colore più scuro (pl. V-1 e 3). L’occorrenza dei due fenomeni, che rivelano come i due elementi vitrei, blu e azzurro, non occupino in realtà due piani distinti ma siano compenetrati l’uno nell’altro – come risulta confermato dall’esame della profonda frattura della gemma R/3 della Croce del Campo, che evidenzia una sezione della gemma in cui la parte azzurra penetra a notevole profondità all’interno dello strato nero – sarebbe difficilmente spiegabile supponendo la tecnica di colatura dei due strati entro stampo proposta dal Gandert, mentre conferisce maggiore verosimiglianza al procedimento già ipotizzato dallo Snijder94, secondo il quale «a drip of light-colored glass has been dropped on a dilated drop of dark glass, while the latter was still hot». La prova sperimentale ha infatti mostrato che una stilla di vetro liquefatto, versata su una goccia di vetro ancora incandescente precedentemente lasciata cadere su un piano di marmo, non si spande uniformemente su tutta la superficie del sottostante strato ma piuttosto si “incunea” al centro di esso mentre l’insieme dei due strati vetrosi assume una forma a cupola, nella quale la porzione di vetro scuro da molare obliquamente può non essere affatto coperta dallo strato soprastante95. Anche il procedimento suggerito dallo Snijder, tuttavia, comporta alcune difficoltà: in primo luogo esso non risulta adeguato alla fabbricazione di gemme di forma elllittica, quale caratterizza la maggior parte delle Alsengemmen, poiché una goccia di vetro fuso lasciata cadere su una superficie tende ad assumere forma circolare96; inoltre, la frattura della gemma R/3 della Croce del Campo mostra tra i due componenti vitrei della gemma un’interfaccia piuttosto verticale che, anche ammettendo una molatura dell’intera superficie della gemma, male si accorda con l’ipotesi che lo strato azzurro sia stato colato sopra lo strato blu, quindi parzialmente coprendolo. Un altro elementare esperimento suggerisce una plausibile soluzione: dapprima si versa il vetro fuso di colore più chiaro su un piano sul quale sia stata praticata una leggera cavità di forma ovale, della misura e forma desiderate e poi, in un alloggiamento analogo ma di dimensioni maggiori, si versa il vetro di colore più scuro nel quale, ancora liquefatto, si “annega” la goccia più chiara che si è nel frattempo già parzialmente solidificata. L’elevata temperatura alla quale comunque entrambi i vetri si trovano permette una adesione tra i due strati tenace, come mostra il fatto che nei casi non infrequenti di gemme fratturate longitudinalmente essi sono comunque rimasti solidali. Tale procedimento, di semplice e rapida esecuzione, sembra rendere ragione di tutte le caratteristiche strutturali delle Alsengemmen, compresi l’aspetto di “intarsio” evidenziato dalla frattura di R/3 della Croce del Campo e la convessità del fondo regolarmente osservabile negli esemplari non montati97. Infine, la gemma veniva molata obliquamente sull’orlo e quindi decorata a graffito.

2. 3. Diffusione ed elementi cronologici

  • 98 Gandert, 1955, 185, fig. 3; Gandert, 1962, p. 178, fig. 1.

29Le carte distributive delle Alsengemmen finora edite, pubblicate dal Gandert e dalla Schulze-Dörrlamm, sono state organizzate secondo due diversi criteri. Il Gandert98 riporta tutte le Alsengemmen a lui note su un’unica mappa, diversamente contrassegnate a seconda che si tratti di trovamenti nel terreno; di trovamenti non precisamente localizzati entro una certa area; o di presenze su arredi liturgici. La Schulze-Dörrlamm, invece, riprendendo la mappa del Gandert e i medesimi diversi contrassegni, fornisce tre diverse carte distributive basate sulla propria tipologia tripartita.

  • 99 Gandert, 1955, p. 183. L’osservazione rimane valida anche allo stato attuale delle ricerche.
  • 100 Tab. 1, n. 11.
  • 101 Ciò che oggi pare contraddetto dalla fibula da Alt Lübeck (tab. 1, n. 15, e infra, nt. 141): contra(...)
  • 102 Gandert, 1955, p. 183: cfr. qui, infra, nt. 143.
  • 103 Tab. 1, nn. 33, 34.
  • 104 Tab. 1, n. 12 (rinvenuta con distintivi da pellegrino nel Klein Weser a Bremen): cfr. Gandert, 1955 (...)
  • 105 Ibi, pp. 184‑185.
  • 106 Tab. 1, n. 20. L’affermazione è però smentita dal successivo ritrovamento (1967) di un’Alsengemme a (...)
  • 107 Gandert, 1955, p. 183: rielaborazioni e nuove creazioni sarebbero da collocare tra X e XII secolo.

30I risultati che ne derivano sono diversi. Secondo il Gandert (per il quale, ricordiamo, le Alsengemmen più antiche sono quelle a 4 e a 3 figure), l’area originaria è il Friesland: poiché qui tutte le Alsengemmen provengono da trovamenti nel terreno99, esse devono essere state create come amuleti personali, da tramandare gelosamente di generazione in generazione (quadro in cui si inserisce perfettamente la gemma vitrea rinvenuta nel tesoretto di Bokel100, non conoscendo in assoluto lo studioso esemplari da sepolture101, e collegando i rinvenimenti dai terpen frisoni a contesti insediativi102). I rinvenimenti in fiumi o paludi103 sono interpretati come offerte pagane; anche più tardi, del resto, persisterebbe il costume di gettare amuleti nei fiumi, nei momenti di siccità104. Dal punto di vista distributivo, viene utilizzato come chiave interpretativa anche il numero di figure umane graffito sulle singole Alsengemmen105: il tipo ritenuto più antico, a 3 figure, si rinviene solo in Paesi Bassi, Germania e Scandinavia; il più recente, a 2 figure, a Bremen e a Kalmar: nessun esemplare a 2 figure sarebbe noto a ovest del fiume Elbe, con l’eccezione dell’esemplare da Eutin (Schleswig-Holstein), quest’ultima essendo la più antica «Engelsgemme», con figura alata106. La presenza di Alsengemmen su arredi liturgici, nessuno dei quali anteriori all’inizio dell’XI secolo, viene dunque interpretata come un “reimpiego” determinato dalla progressiva cristianizzazione e dall’abbandono delle Alsengemmen come amuleti personali: prendendo in considerazione anche gemme sciolte solo ipoteticamente attribuibili a oggetti sacri (nessuno dei quali noto a est dell’Elbe), di 47 Alsengemmen 11 esemplari recanº 3 figure; ben 21 sono del tipo a 2 figure; e 14 sono decorate con 1 figura, da considerare – queste ultime – come rielaborazioni delle più antiche Alsengemmen, prodotte ormai a grande distanza geografica e temporale dai primi esemplari107.

  • 108 In assoluto, la più antica risulterebbe quella presente sulla legatura dell’Evangeliario di Ottone (...)
  • 109 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 216 (= qui tab. 1, n. 8).
  • 110 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 1.
  • 111 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 217: l’esemplare più antico comparirebbe sulla Croce di Bertha di Borgho (...)
  • 112 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 218 (= qui tab. 1, nn. 6, 28, 35).
  • 113 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 2 a p. 217.
  • 114 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 219: il primo esemplare su un prezioso oggetto si trova sulla “capsella” (...)
  • 115 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 3 a p. 218.
  • 116 Schulze-Dörrlamm, 1990, pp. 219‑220. Non sarebbe inoltre impossibile che, vista la densità in aree (...)

31La Schulze-Dörrlamm, invece, parte dall’osservazione che finora non è nota alcuna Alsengemme da insediamenti o sepolture di età carolingia o ottoniana e che anche la presenza di queste gemme vitree su arredi liturgici non è anteriore all’XI secolo. La studiosa ribalta quindi il quadro del Gandert: le più antiche attestazioni di Alsengemmen sono su arredi liturgici databili dall’anno 1000 circa in poi, e sono del tipo a 1 figura, non necessariamente umana108; ne consegue che esse nascono, appunto, nell’XI secolo con il preciso scopo di decorare oggetti sacri – sui quali dunque sarebbero impieghi primari e non reimpieghi –, benché nel XII-XIII secolo si rinvengano anche in contesti abitativi109. Il centro produttore delle Alsengemmen del tipo Schulze-Dörrlamm I, attivo dall’inizio dell’XI al principio del XIII secolo, sarebbe da localizzare tra la Mosa e il basso corso dell’Elbe110. Dalla metà dell’XI secolo inizia la produzione del tipo Schulze-Dörrlamm II, con 2 figure (due uomini oppure un uomo e un personaggio alato)111: esemplari del tipo ricorrono poi su arredi sacri e in contesti insediativi per tutto il XII e il XIII secolo. Maggiore è il numero di esemplari da abitato112, e la diffusione si amplia anche ad aree dove le Alsengemmen sono invece assenti nei tesori ecclesiastici, come i Paesi Bassi settentrionali, dal basso corso del Weser allo Holstein orientale, fino alla costa meridionale della Svezia e alla regione intorno a Kiev113. Nessun centro produttivo viene localizzato per questo tipo. Il tipo Schulze-Dörrlamm III, con 3 o 4 figure umane, appare all’inizio del XIII secolo114: la grande distanza di tempo dall’inizio dei tipi I e II e la carta distributiva completamente differente, nella quale prevalgono i trovamenti nel terreno, per la studiosa non può che essere indizio di un mutamento nella funzione e nel pregio delle Alsengemmen115. I tipi I e II appaiono rari e pregiati, in quanto realizzati in un periodo in cui la produzione vetraria in Germania sarebbe stata ancora modesta: perciò si trovano su oggetti commissionati dalla più alta aristocrazia laica o ecclesiastica; ma tale pregio diminuirebbe dalla fine del XII secolo, con la crescita della manifattura vetraria, che le rende assai meno costose e dunque assai più diffuse, con una nuova funzione di amuleto personale, eventualmente anche benedetto. Le tre figure maschili possono benissimo essere interpretate ancora come i Re Magi, il cui culto a Köln, con la traslazione delle reliquie da Milano nel 1164, conosce grande impulso a partire dalla seconda metà del XII secolo (ma nessuna Alsengemme decora il Dreikönigenschrein), con la venerazione dei tre Re come protettori dei viandanti contro i pericoli del viaggio. Köln, quindi, dev’essere stata il centro produttivo del tipo III116.

  • 117 Krug, 1995, p. 108.

32Entrambi i criteri – come già ha osservato Antje Krug, che propende per una contiguità cronologica di tutte le Alsengemmen, da porsi preferibilmente nel X secolo117 – sono assai meccanici, e ci si può forse chiedere se abbia un senso uno studio per iconografie, dato che entrambe le tipologie si basano sui soggetti, per una classe dai motivi così poco variati.

  • 118 Tab. 1, nn. 5, 9, 21, 23, 25, 26, 47, 49.
  • 119 Tab. 1, nn. 4, 38, 54.
  • 120 Tab. 1, n. 33.
  • 121 Tab. 1, n. 16 (la gemma vitrea proviene da Texel, la più occidentale delle Isole Frisone, che per l (...)
  • 122 La sola provincia nella quale, oltre ad Alsengemmen rinvenute nel terreno (tab. 1, nn. 9 e 10), ne (...)
  • 123 Tab. 1, nn. 13, 14, 30.
  • 124 Tab. 1, nn. 3, 11, 17, 18, 39, 50.
  • 125 Tab. 1, n. 12.
  • 126 Tab. 1, nn. 15, 20, 29, 34.
  • 127 Tab. 1, nn. 1, 22, 24, 27, 31, 32, 41, 42, 48, 51, 52.
  • 128 Tab. 1, nn. 2, 28, 35, 43, 44, 45, 53.
  • 129 Tab. 1, n. 37.
  • 130 Tab. 1, n. 40.
  • 131 Tab. 1, n. 36.
  • 132 Tab. 1, nn. 6‑8, 46.
  • 133 Da nord a sud e da est a ovest sono interessati centri dei Länder: Niedersachsen (tab. 1, n. 64‑69, (...)
  • 134 Tab. 1, n. 82.
  • 135 Tab. 1, nn. 71‑74, 79‑80.
  • 136 Tab. 1, nn. 105‑110.
  • 137 Tab. 1, n. 85.

33In questa sede, invece, si propongono due mappe distributive organizzate secondo i due tipi di contesto possibili per le Alsengemmen: trovamenti nel terreno (fig. 5) e presenze nella decorazione glittica di oggetti liturgici (fig. 6). In tal modo si evidenziano chiaramente due diverse direttrici, con un punto di addensamento comune che corrisponde ai Paesi Bassi settentrionali (province di Friesland118, Groningen119, Drenthe120, Noord-Holland121 e Overijssel122) e alla Germania nord-occidentale grosso modo corrispondente, da sud a nord, ai Länder Nordrhein-Westfalen123, Niedersachsen124, Freie Hansestadt Bremen125 e Schleswig-Holstein126. Da un lato, infatti, i rivenimenti delle Alsengemmen puntano verso nord, verso le odierne Danimarca127, Svezia128, Norvegia129, e verso est in direzione dei moderni stati di Polonia130, Bielorussia131 e Russia132 (dei sei Paesi, nessuno ha restituito alcuna Alsengemme montata su un qualsivoglia oggetto); mentre il loro impiego nell’ornato di arredi liturgici e, almeno in un caso, di oggetti d’ornamento personale, si diffonde verso sud e verso ovest, con attestazioni nelle attuali Germania133, Svizzera134, Italia135, Francia136 e Spagna137.

Fig. 5. Carta distributiva dei ritrovamenti nel terreno di Alsengemmen

Fig. 5. Carta distributiva dei ritrovamenti nel terreno di Alsengemmen

Fig. 6. Carta distributiva degli oggetti liturgici decorati con Alsengemmen

Fig. 6. Carta distributiva degli oggetti liturgici decorati con Alsengemmen

34Le Alsengemmen, quindi, sono attestate sia come trovamenti nel terreno, sia come parte della decorazione di preziosi manufatti esclusivamente nell’area costituita da Overijssel (che funziona con evidenza da cerniera tra Paesi Bassi e Germania nordoccidentale), Niedersachsen (dove si ha la concentrazione complessiva maggiore) e Nordrhein-Westfalen.

  • 138 van Es 1967, p. 67.
  • 139 Tab. 1, n. 10.
  • 140 Tab. 1, n. 11.
  • 141 Tab. 1, n. 15. Il rinvenimento è del massimo interesse: la gemma vitrea, incastonata in una prezios (...)
  • 142 Tab. 1, nn. 17, 28, 35, 45, 46.
  • 143 Si intende per terp una collina artificiale alla sommità della quale sono collocate strutture insed (...)
  • 144 Tab. 1, nn. 5, 9, 23, 47, 49 e, dubitativamente, nn. 21, 25, 26.
  • 145 Tab. 1, n. 40.
  • 146 Tab. 1, n. 36.
  • 147 Tab. 1, nn. 6‑8.
  • 148 Gandert, 1955, pp. 193‑194.
  • 149 Tab. 1, n. 12.

35Delle 54 Alsengemmen rinvenute nel terreno, 33 sono trovamenti sporadici per i quali è impossibile immaginare un qualsiasi originario impiego e il motivo per cui siano finite sotto terra, benché una causa che va certo tenuta in considerazione è lo smarrimento: per esempio, come è stato osservato138, la gemma vitrea da Blokzijl139 è stata trovata in un’area che ancora nell’annº 1000 era mare aperto, e potrebbe dunque essere stata perduta da un proprietario imbarcato su una nave. Tuttavia, anche il campione di 13 Alsengemmen provenienti da scavi più o meno chiaramente interpretabili, per quanto ridotto, permette di intravedere una certa varietà di contesti: fa parte di un tesoretto l’esemplare da Bokel140; quasi certamente proviene da una sepoltura principesca la gemma inserita in una fibula aurea rinvenuta negli scavi della chiesa dell’insediamento fortificato slavo di Alt Lübeck141; sono in relazione a contesti di abitato le Alsengemmen ritrovate a Edewecht, Kalmar, Lund, Skogaby Kattarp e Smolensk142 e, verosimilmente, quelle dai terpen143 di Friesland144; e presso edifici di culto sono state recuperate le gemme da Poznaṅ145, da Novogrudok146 e le tre di Belgorod, le uniche rinvenute in numero maggiore di una singola unità147, tanto da far supporre un perduto arredo liturgico148, benché un carattere di offerte devozionali possa sembrare una spiegazione altrettanto valida. Infine, va ricordato che l’Alsengemme da Bremen, pur provenendo dalle acque del Klein Weser, è stata rinvenuta insieme a distintivi da pellegrino149.

  • 150 Gurevich, 1986, p. 26 e ntt. 10‑12, con discussione di altre ipotesi: arrivo delle tre Alsengemmen (...)

36Le indicazioni cronologiche che si possono ottenere da tali trovamenti sono molto labili: il termine più alto, al discrimine tra XI e XII secolo, appare la fibbia di Alt Lübeck; nel corso del XII secolo sembrano collocarsi, per i materiali in associazione, le Alsengemmen da Edewecht, Lund e forse l’esemplare da Bokel (ante quem monetale fissato al 1225); nel XIII secolo pare databile la gemma vitrea da Kalmar; mentre il contesto più tardo – XIV secolo? – potrebbe essere quello di Smolensk. Per le tre gemme da Belgorod, infine, se si vuole mantenere l’idea che esse abbiano un significato religioso connesso al cristianesimo, non parrebbe possibile datarle prima della fine del XII secolo: la più antica consacrazione di un edificio ecclesiastico a Belgorod testimoniata dalle fonti, infatti, risale al 1197150.

  • 151 Tab. 1, n. 79.
  • 152 La France romane au temps des premiers Capétiens (987‑1152), Paris, Musée du Louvre, 2005 (nella sc (...)

37L’esame della distribuzione delle Alsengemmen su arredi liturgici, oltre a condurre verso un’area molto più occidentale, evidenzia anche alcuni fattori interessanti. Riportando sulla mappa esclusivamente i centri certi per i cui edifici di culto furono originariamente creati gli oggetti sacri ornati anche da Alsengemmen (centri talora diversi dall’attuale collocazione dei preziosi manufatti), la distribuzione delle gemme vitree appare molto compatta: le 68 Alsengemmen sono impiegate su 31 oggetti, con concentrazioni significative. Nella sola Hildesheim (Niedersachsen), per esempio, tre oggetti – il Godehardschrein, la coperta di un Evangeliario oggi nel tesoro del Duomo di Trier e la Croce di Enrico il Leone – contano nel complesso 15 Alsengemmen, pari a quasi un quarto (22%) di tutte quelle utilizzate su arredi liturgici. Un altro caso interessante in cui nello stesso centro più oggetti sacri sono decorati da Alsengemmen è rappresentato da Deventer (unica città dei Paesi Bassi, che tante Alsengemmen sporadiche hanno restituito, ad averne anche impiegate su manufatti sacri), con 7 gemme divise tra le coperte degli Evangelistari di S. Ansfridus e di S. Bernulphus. In Germania si distinguono ancora i centri di Lüneburg (ancora Niedersachsen), con 6 gemme divise su tre oggetti oggi perduti (la Goldene Tafel, un reliquiario e un ciborio); e Osnabrück (sempre Niedersachsen) e Münster (Nordrhein-Westfalen), ognuna con 4 Alsengemmen ripartite su due manufatti (rispettivamente: i reliquiari di san Crispino e della martire Regina; e due reliquiari anatomici, in forma di braccio). All’interno di questo quadro di concentrazione decisamente “nordica”, si evidenziano due casi del tutto particolari e nuovi: a Brescia, la Croce di Desiderio e la Croce del Campo contano in totale 6 Alsengemmen, di cui solo una presente nei cataloghi del Gandert e della Schulze-Dörrlamm151; e uno scrigno con smalti di Limoges a Bellac (nel Limousin, appunto), sul quale chi scrive ha avuto modo di contare, in occasione dell’esposizione in una mostra152, non meno di 6 Alsengemmen, insieme ad alcuni intagli di età romana. Questi ultimi due casi sembrano suggerire che ancora altre Alsengemmen – certamente poco conosciute in assoluto, ma soprattutto al di fuori delle regioni dove più numerosi sono stati i rinvenimenti nel terreno – siano molto probabilmente presenti ma ancora non identificate su arredi liturgici di altre aree europee, come i casi italiano e francese lasciano intuire.

38Passando ora a considerazioni di ordine cronologico, senza dimenticare che la presenza di una gemma su un oggetto sacro non indica necessariamente che essa vi sia stata apposta al momento della realizzazione di quest’ultimo, si possono comunque osservare alcuni dati di un certo interesse.

  • 153 Qui e in seguito si usa l’abbreviazione A. per Alsengemme(n).

39I manufatti più antichi su cui compaiono Alsengemmen sono la Croce di Desiderio (IX secolo: 2 A.153, ma, come si è visto, di apposizione seriore) e la coperta di Evangeliario di Ottone III (1000 ca.: 1 A.).

40Nell’XI secolo si collocano la coperta di Evangelistario di S. Ansfridus di Deventer (4 A.), le Croci di Bertha di Borghorst, di Heinrich II e di Beckum (tutte con 1 A.), e, tra la fine del secolo e l’inizio del successivo, la Croce del Campo (4 A.).

41Il momento clou dell’impiego delle Alsengemmen su arredi liturgici è decisamente il XII secolo, non solo per il numero di manufatti (pari a quello del secolo successivo), ma soprattutto per il numero di Alsengemmen utilizzate su singoli arredi, tra i quali si distinguono: la coperta dell’Evangelistario di S. Bernulphus di Deventer (3 A.: una quarta si può supporre in un castone vuoto), la perduta Goldene Tafel di Lüneburg (almenº 3 A.) la coperta di Evangeliario di Hildesheim ora a Trier (6 A.), il già citato scrigno di Bellac (almenº 6 A.), il Godehardschrein (8 A.); oltre a manufatti sui quali compare una sola Alsengemme: la coperta di Evangeliario di Trier ora a Manchester, la Croce di Enrico il Leone, la cosiddetta “Croce di Enrico II” a Fritzlar, il disperso reliquiario a tavola di Lüneburg, la Stiftskreuz di Fritzlar.

42Nel XIII secolo, ancora nove arredi sono decorati da Alsengemmen, ma soltanto quattro ne contano più di una e senza superare il numero massimo di due, come la cosiddetta “Croce di Bernward” a Heiningen, i due reliquiari in forma di braccio a Münster, il perduto ciborio di Lüneburg; sui restanti appare una sola Alsengemme: la Benoite Affique de Sainte Waudru, la patena di Santo Domingo de Silos, il reliquiario di San Crispino, il Marienschrein di Huy e quello di Aachen, il Prudentiaschrein.

43Nel XIV secolo, infine, parallelamente alla fine generalizzata del costume del reimpiego di gemme e cammei su arredi liturgici, solo due oggetti mostrano Alsengemmen: il Reginenschrein (3 A.) e la Croce di Agnes (1 A.).

44Confrontando ora le due serie di Alsengemmen, quelle da trovamenti e quelle su arredi liturgici, si può osservare come esse, geograficamente solo in parte sovrapponibili, dal punto di vista cronologico siano sostanzialmente parallele: entrambe hanno inizio nell’XI secolo, toccano l’acmé nel XII e finiscono nel XIV.

  • 154 Non è stato quindi possibile verificare se vi siano altri esemplari, oltre a quelli sulla Croce di (...)
  • 155 Vi si riconoscono infatti quattro nicoli di età romana: Poletti Ecclesia, 2002, fig. 4 a p. 48.
  • 156 Sul recto della croce, infatti, compaiono almeno due intagli romani, un nicolo e una corniola, oltr (...)
  • 157 Ove, però, l’uso su arredi sacri sembra cominciare dal XII secolo.

45In mancanza di autopsia della quasi totalità degli esemplari qui censiti tra le decorazioni di oggetti sacri154, e nella evanescenza dei dati stratigrafici per gli scarsi trovamenti nel terreno, si preferisce tuttavia lasciare per ora aperta la questione relativa al periodo di produzione delle Alsengemmen, ma supponendone almeno l’inizio nel X secolo, se l’applicazione dell’esemplare sulla coperta dell’Evangeliario di Ottone III è contestuale alla realizzazione della legatura. Non sembra inoltre un caso che la loro diffusione inizi proprio nel momento in cui, nell’XI secolo, orafi attivi in regioni finitime (Overijssel e Nordrhein-Westfalen) si trovano a maneggiare esemplari dell’antica e perduta arte romana della glittica per la decorazione di arredi liturgici, sui quali, si vedano per esempio la legatura dell’Evangelistario di S. Ansfridus155 o la Croce di Bertha di Borghorst156, gemme antiche convivono con le Alsengemmen, le quali con grande rapidità si diffondono – sia come oggetti d’uso personale, sia come decorazioni di oggetti liturgici – anche al di fuori dell’ambiente dove sembrano effettivamente essere state create, coincidente, in attesa di poter meglio individuare i possibili ateliers, con l’area Paesi Bassi settentrionali - Nordrhein-Westfalen - Niedersachsen157.

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Annexe

Pl. III. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: recto

Pl. III. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: recto

Foto: Archivio Fotografico Musei Civici d’Arte e Storia; Rilievo: Archivio Fotografico Università degli Studi di Milano

Pl. IV. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: verso

Pl. IV. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: verso

Foto: Archivio Fotografico Musei Civici d’Arte e Storia; rilievo: Archivio Fotografico Università degli Studi di Milano

Pl. V-1. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: verso, Alsengemme V/p 150

Pl. V-1. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: verso, Alsengemme V/p 150

Foto: Elisabetta Gagetti

Pl. V-2. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/2

Pl. V-2. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/2

Foto: Elisabetta Gagetti

Pl. V-3. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/3

Pl. V-3. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/3

Foto: Elisabetta Gagetti

Pl. V-4. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/4

Pl. V-4. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/4

Foto: Elisabetta Gagetti

Pl. V-5. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/5

Pl. V-5. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto: Alsengemme R/5

Foto: Elisabetta Gagetti

Pl. VI-1. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto

Pl. VI-1. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, recto

Foto e rilievi: da Panazza, 1994

Pl. VI-2. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, verso

Pl. VI-2. Brescia, Duomo Vecchio. Tesoro delle Sante Croci. Croce del Campo, verso

Foto e rilievi: da Panazza, 1994

Tab.1 (1/9).

Tab.1 (1/9).

Tutte le misure si intendono in cm; qualora le dimensioni siano indicate in corsivo, esse si riferiscono alla sola superficie visibile nel caso di esemplari attualmente inseriti entro una montatura. Nella colonna «Sogg.» (= «Soggetti»), A = figure umane (la cifra ne indica il numero); B = animale; C = motivi vegetali o astratti; D = inornata. Nella colonna «Colori» sono indicati in successione i colori degli strati, rispettivamente, superiore e inferiore. Alla voce «Contesto» compare dapprima una sigla che specifica se la gemma provenga da un trovamento nel terreno (= T.); se sia stata riutilizzata come parte della decorazione glittica di un arredo liturgico o di un oggetto di ornamento (= D.); oppure se essa si trovi in una collezione (= C.), non corredata da dati relativi alla propria origine; alla stessa voce, segue poi l’indicazione del contesto di rinvenimento e dell’anno della scoperta (o della prima segnalazione) oppure dell’oggetto su cui l’esemplare è attualmente montato. La provenienza è stata registrata, naturalmente, solo per le Alsengemmen da scavo, mentre nel caso di esemplari su arredi liturgici che siano stati conservati nel corso del tempo in più luoghi si è segnalata per prima la più recente collocazione nota, seguita dalle precedenti. Nella colonna «Bibliografia» – ove, tranne poche eccezioni, non sono state registrate le edizioni anteriori a Gandert 1955, al quale si rimanda per la letteratura precedente – le sigle vanno così sciolte: A = Arne 1916; G = Gandert 1955; G 1962 = Gandert 1962; Ga = Gagetti; Gu = Gurevich 1986; H MG = Henig e McGregor 1996; K = Krug 1995; K-K = Kóčka-Krenz 2008; S = Snijder 1932; S-D. = Schulze-Dörrlamm 1990; (1) = http://www.dkconline.dk/wincgi/dkc.exe?Function=GetLokalitet&Systemnr=135043 (ultimo accesso: 27.II.2010); (2) = http://www.artrestitution.at/​frontend/​content/​show_cat.php?id=107518&row=80962&kmx_page=1 (ultimo accesso: 27.II.2010). In tutte le colonne, laddove i dati corrispondenti non siano noti essi sono stati semplicemente omessi.

Résumé long en français

Les Alsengemmen qui ont pris le nom d’un exemplaire retrouvé en 1871 dans l’île danoise de Als sont des gemmes en verre à deux strates, à l’imitation du nicolo : la strate supérieure est claire, bleu ciel, et la strate inférieure, de diamètre plus grand et donc bien visible tout autour de la première, est de couleur plus sombre, d’un bleu plus ou moins foncé tirant vers le noir. La couche supérieure, rarement sans décor, est normalement ornée d’une incision extrêmement stylisée, très légère et au tracé assez incertain, réalisé apparemment à main libre avec un instrument à pointe très fine, repassé plusieurs fois où cela est nécessaire pour donner plus d’épaisseur à des détails particuliers. De tels graffiti n’atteignent pas la couche sombre comme si, sur les Alsengemmen, le souvenir du contraste des couleurs des intailles d’époque romaine sur nicolo naturel se limitait à la bichromie de la bordure, sans obtenir un motif gravé de couleur sombre sur la surface azurée de la gemme. Par la profondeur réduite des graffiti et le nombre très limité et répétitif des motifs, les Alsengemmen ne peuvent avoir eu une fonction sigillaire.

Il y a deux études générales sur ces gemmes : l’article fondamental d’Otto-Friedrich Gandert (1955) et l’importante contribution de Mechtild Schulze-Dörrlamm (1990). Les deux catalogues contiennent respectivement 84 et 109 exemplaires. Ici, nous ajoutons la publication de nouveaux exemplaires, en tout 6, dont un seul déjà noté, présents à Brescia (2 sur la Croix de Didier, 4 sur la Croix du Champ), et la publication mise à jour (en forme de table) du catalogue de la série, qui compte 135 exemplaires, ce qui donne l’occasion de quelques réflexions sur cette série.

Jusqu’à présent, la distribution comme la chronologie des Alsengemmen ont été étudiées à partir de leur typologie que Gandert et Schulze-Dörrmann ont élaborée sur une base iconographique : les graffiti sur la strate supérieure peuvent être des figures humaines (de 1 à 4) ou animales, ou des motifs végétaux/abstraits (les derniers toujours singuliers et non pris en considération par Gandert). De ces deux études émergent deux tableaux opposés : pour Gandert, les types les plus anciens, élaborés en Frise, sont ceux à 4 et à 3 figures humaines (seconde moitié du viiie -ixe s.), suivis par ceux à 2 puis à 1 figure (xe s.), utilisés comme amulette à porter ; leur présence sur les ornements liturgiques n’est pas antérieure à 1000 et est un remploi, comme pour les intailles et camées de l’époque romaine. Pour Schulze-Dörrlamm au contraire, le type le plus ancien est celui à 1 seul sujet (homme, animal, ou végétal/abstrait: début du xie s.), suivi des types de plus en plus complexes, à 2 (seconde moitié du xiexiie s.) et à 3 ou 4 figures humaines (xiiie s.), le centre de production a été identifié à Cologne et leur fonction première est celle de décor d’objets de prix ; seulement avec la croissance de la production du verre dans la cité rhénane (xiie et xiiie s.), les Alsengemmen sont devenues moins coûteuses et donc plus diffusées, aussi comme amulette.

Dans cet article, nous proposons au contraire (indépendamment des motifs gravés) deux cartes de répartition organisées selon deux types de contextes attestés pour les Alsengemmen : découverte dans le sol et présence dans la décoration d’objets liturgiques. À partir de ces deux catégories deux directions sont mises en évidence, avec un point de concentration commun qui correspond aux Pays-Bas et à la Germanie nord-occidentale (Rhénanie du Nord-Westphalie, Basse-Saxe, Brême et Schleswig-Holstein) ; mais, seulement aux Pays-Bas et en Basse-Saxe – où se trouve la concentration d’ensemble la plus forte – et en Rhénanie-Westphalie, les Alsengemmen sont attestées aussi bien comme provenant du sol que comme faisant partie de la décoration de produits précieux. D’un côté, ensuite, les découvertes de ces gemmes provenant du sol pointent vers le Nord (actuelles Danemark, Suède, Norvège) et vers l’Est (modernes Pologne, Biélorussie et Russie) d’où ne provient aucun exemplaire monté sur un objet quelconque. De l’autre, au contraire, l’emploi des Alsengemmen dans la décoration d’objets liturgiques et même dans un cas d’objet personnel se répand vers le Sud et l’Ouest, attesté dans les actuelles Allemagne (Basse-Saxe, Rhénanie du Nord-Westphalie, Hesse, Rhénanie-Palatinat, Bavière et Bade-Wurtemberg), Suisse, France, Italie et Espagne.

Enfin, si on les compare, les deux séries des Alsengemmen – de fouilles et sur le mobilier liturgique – ne sont géographiquement superposables que en partie seulement, et elles sont chronologiquement parallèles : toutes les deux débutent au xie siècle, touchent leur acmé au xiie et finissent dans le courant du xive siècle.

On peut constater avec intérêt le résultat suivant : sept siècles après la fin de la production des intailles en nicolo de l’époque romaine, dont des exemplaires devaient toujours circuler en Europe, même aux confins de l’empire romain, la fascination pour la glyptique romaine est encore telle qu’elle suggère la reproduction des Nicolo-Glasgemmen, avec un changement technique et des sujets qui ne sont pas directement reliés aux modèles de la glyptique antique, mais ce n’est pas un hasard si, juste au moment où, au xie siècle, les orfèvres des Pays-Bas et de Rhénanie-Westphalie ont en main des exemplaires de l’art perdu de la glyptique antique pour la décoration du mobilier liturgique (par exemple sur la reliure de l’Evangéliaire de S. Ansfridus ou la Croix de Bertha de Borghorst), les gemmes antiques côtoient les Alsengemmen qui se diffusent avec une grande rapidité – soit comme objet à usage personnel, soit comme décoration d’objets liturgiques – même à l’extérieur de l’aire dans laquelle elles semblent avoir été créées : c’est à dire – dans l’attente d’un meilleur repérage des possibles ateliers – dans la zone des Pays-Bas, de la Rhénanie-Westphalie et de la Basse-Saxe (où l’usage sur le mobilier sacré semble commencer au xiie siècle).

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Notes

1 Tab. 1, n. 48: Beyrich, 1871, p. 144, fig. 1. Il rinvenimento eponimo non è tuttavia il più antico: il primo ritrovamento di un’Alsengemme pare infatti risalire al 1846, in un terp a Birdaard (tab. 1, n. 9): Pleyte, 1887‑1901, I, p. 62, n. 12; III, tav. 17, n. 12d.

2 Gandert, 1955.

3 Schulze-Dörrlamm, 1990.

4 Quelle con animali e motivi vegetali vengono trattate solo nel testo e ricondotte alla fine del X sec. (Gandert, 1955, pp. 192‑193).

5 Henig e MacGregor, 1996.

6 Tab. 1, nn. 64-65, 105-110.

7 Ci si attiene qui a tale denominazione, benché in relazione a materiale post-classico ma comunque “antico”, seguendo Sena Chiesa, 1996, pp. 485-486, e Zwierlein-Diehl, 2007, pp. 311-312 e 326-329. Già il ridotto campione esaminato autopticamente a Brescia ha permesso di osservare diversi gradi di vetrificazione.

8 Costituisce un’eccezione isolata una delle quattro Alsengemmen presenti sulla coperta dell’Evangelistario di S. Ansfridus a Utrecht, con uno strato inferiore di colore rosso scuro (Snijder, 1932, p. 4 = qui tab. 1, n. 57).

9 Di molte Alsengemmen non sono riportate in letteratura le misure: tra le rimanenti, sia pure con tutte le inevitabili approssimazioni nel caso di esemplari attualmente inseriti in una montatura, la più piccola misura cm 1 × 0,8 (tab. 1. n. 117), la più grande cm 3,1 × 3 (tab. 1, n. 32). Lo spessore, negli esemplari in cui è stato possibile misurarlo, è compreso tra 0,4 e 0,8 cm ca.

10 Tab. 1, nn. 8, 61, 122. Non è improbabile che gli esemplari di Alsengemmen inornate siano ben più numerosi ma che, proprio in assenza dei caratteristici “graffiti”, non siano stati finora riconosciuti.

11 Henig e MacGregor, 1996, p. 91. Si veda a riprova, in Panazza, 1994, p. 21, il calco dell’Alsengemme R/5 della Croce del Campo (pl. V-5), nel quale alcuni particolari del soggetto (come l’animale che il trampoliere tiene nel becco, l’estremità del piumaggio della coda e la parte inferiore delle zampe) non sono rimasti impressi.

12 Per cui v. infra, 2.1.1; inoltre tab. 1, nn. 65, 111, 112.

13 Brescia, Santa Giulia – Museo della città. La bibliografia sulla Croce di Desiderio è vastissima: si rimanda qui a Sena Chiesa, 2002, p. 154, nt. 4, con ulteriori rimandi ad altra letteratura per ogni voce bibliografica. Da ultimo: García de Castro Valdés (a c. di), 2008, pp. 111‑117, n. 13.

14 127,5 × 99,5 × 4 cm.

15 Vasa et de thesauro et ornamentum ex auro argentoque vel gemmis (Margarinus, diploma del 1.VII. 771, cit. in Bighelli, 1808, p. 5; v. anche Sena Chiesa, 2002, p. 154).

16 Sui dati tecnici di costruzione e sulle manomissioni della Croce di Desiderio v. Miazzo, 2002.

17 Sena Chiesa, 2002, p. 155.

18 Per l’analisi gemmologica di tutti gli elementi litici della Croce v. Superchi e Donini, 2002; sul tondo vitreo, Sena Chiesa, 2002, pp. 159‑160; sulle miniature, Bertelli, 2000. La schedatura di tutti gli intagli e cammei è in Intagli e cammei, 2002.

19 A seguito della soppressione dell’Ordine nel 1798, il tesoro venne disperso, ad eccezione della croce, della lipsanoteca eburnea e del codice purpureo, trasferiti alla Biblioteca Civica Queriniana fino al 1882, poi al Museo dell’Età Cristiana, quindi alla Pinacoteca Tosio Martinengo per ritornare, dal 1993, di nuovo in Santa Maria in Solario: su tali vicende, v. Sena Chiesa, 2002, p. 155.

20 «Un tempio pure antichissimo di pietra viva in ottagono di struttura a gotica, intitolato a Santa Maria [...]. Ha questo santuario tre altari, con alcuni armadi di ferro, nei quali il tesoro si conserva delle santissime reliquie»: così Angelica Baitelli, badessa delle Benedettine di San Salvatore-Santa Giulia (Baitelli, 1657, p. 104).

21 Bighelli, 1808, p. 12.

22 «La Croce volgarmente detta Magna [scil. di Desiderio] è sempre stata custodita con grande venerazione, esponendosi il Venerdì Santo tra cantici e odi sacre, sopra un altare in mezzo a molte torce ardenti, in un’interna cappella delle Monache di S. Giulia» (Bighelli, 1808, p. 10).

23 Tab. 1, n. 78: Wentzel, 1955, p. 54; Gandert, 1955, n. 83, tav. 32, p. 219; Wentzel, 1962, p. 310; Wentzel, 1963, coll. 757‑758; Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 222, n. 14; Bertelli, 2000, p. 527; Sena Chiesa, 2001, pp. 364‑365 e fig. part. E a p. 365; Gagetti, 2002a.

24 Per ridurre il margine di soggettività nella descrizione dei colori, si utilizza qui come riferimento il codice RAL.

25 Per “destra” e “sinistra” si intendono qui la destra e la sinistra anatomiche del soggetto raffigurato sulla superficie della gemma vitrea.

26 Cfr. Gandert, 1955, nn. 79, 80, 81, 83 (= qui tab. 1, nn. 65, 111, 112, 79).

27 V. Intagli e cammei, 2002.

28 Tab. 1, n. 79: Gagetti, 2002b.

29 Cfr. Gandert, 1955, tav. 32, n. 75 (= qui tab. 1, n. 117).

30 V. E. Gagetti in Miazzo, 2002, p. 178; p. 180, nt. 17 e fig. a p. 174.

31 Monza, Basilica di San Giovanni Battista (Duomo), Tesoro. V. Poletti Ecclesia, 2002, pp. 43‑46 (con bibliografia precedente) e figg. a pp. 42 e 44.

32 http://www.opificiodellepietredure.it/index.php?it/141/legatura-dellevangeliario-di-teodolinda (ultimo accesso: 20.II.2010).

33 Per il riconoscimento del litotipo si fa qui riferimento alle analisi condotte tra 1985 e 1992 dall’Istituto Gemmologico Italiano sui pezzi più antichi del Tesoro del Duomo di Monza: De Michele e Manzini, 1993, in particolare pp. 29‑39, nn. 4, 37, 52, 59, 90, 107. L’elemento bianco non è stato in tale occasione chiaramente riconosciuto, e viene identificato come «costituito forse da avorio» (ibi, p. 38).

34 München, Bayerische Staatsbibliothek, ms. CLM 4454. V. Poletti Ecclesia, 2002, p. 46 (con bibliografia precedente) e fig. a p. 47.

35 Per le due fasi: Sena Chiesa, 2002, pp. 158‑159. La datazione della gemmatura sembra suggerita dalle affinità tra la serie di dieci cammei vitrei monocromi sulla Croce di Desiderio, tratti dalla medesima matrice, raffiguranti verosimilmente un alto prelato, e i sigilli in cristallo di rocca di quattro ecclesiastici: un ignoto Norpertus; un abate Theodulphus; un arcivescovo Hincmar (probabilmente Hincmar di Reims: 845‑882); l’arcivescovo Radpod di Trier (883‑915). Per tutti si rimanda a Kornbluth, 1995, rispettivamente pp. 76‑77, n. 12; pp. 69‑70, n. 9; p. 124, n. 22 e pp. 68‑69, n. 8. Sulla Croce di Desiderio i dieci cammei vitrei in questione si trovano tutti sul recto.

36 Si conferma qui quanto espresso in forma dubitativa (propendendo in quell’occasione per un’inserimento delle Alsengemmen sulla Croce di Desiderio contestuale alla gemmatura del IX secolo) in Gagetti, 2002a, p. 187.

37 Brescia, Duomo Vecchio, Tesoro. Assai meno nota della Croce di Desiderio, anche perché è tuttora oggetto di culto e non visibile se non in due precise ricorrenze liturgiche (v. infra, nt. 40), la sua bibliografia è più circoscritta. Ricordiamo qui: Baitelli, 1663; Rossi, 1690; Brognoli, 1826; Brunati, 1839; Odorici, 1882; Valentini, 1882; Guerrini, 1934; Morassi, 1936; Morassi, 1939; Kunstschätze der Lombardei, 1948; Valsecchi, 1973, pp. 83‑84; Zastrow e De Meis, 1975, pp. 38- 39; Vezzoli, 1980; Vergani, 1993, p. 195; Panazza, 1994; Begni Redona, 2001, p. 121, n. VII.8; García de Castro Valdés (a c. di), 2008, pp. 315‑322, n. 60.

38 Per la confusione delle denominazioni di “Croce dell’Orifiamma” (probabilmente quella esatta) e “Croce del Campo”, si veda, nella prima metà del XV secolo, lo storico bresciano Giacomo Malvezzi (Malvezzi 1729 = RIS XIV, coll. 855‑856): Duas [...] Cruces legimus [...] Christianissimum Regem Karulum Magnum in bellis, quae contra Paganos gessit, secum detulisse, ut per ipsas victor contra Christi Domini hostes existeret, quarum alteram Auream flammam vocaverunt. Haec enim ex argento condita est, & lapidibus pretiosissimis [...]. Mensuratur autem per longum & transversum uno cubitu, vel circiter. Alteram vero Crucem campi dixerunt; nam non tantum Karulus, verum & Constantinopolitani Reges illas in campis bellorum, quae adversos Gentiles parabant, semper deferebant. [...] Igitur, dum Karulus Terram Sanctam, quae a Saracenis calcabatur, ab eorum oppressione liberavit, [...] a Constantinopolitano imperatore [...] Regalia munera recepit: nam eas Cruces [...] [scil. Karulus] in Franciam [...] detulit. Hanc denique, & alteram Duci Neymo, instantibus vitae suae diebus ultimis, Karulus [...] largitus est. Extat autem huius Crucis, quam Beata Helena condidit, magnitudo circiter magnitudinem palmae manus. Porro in earum nominibus fere omnes errant; parvam enim Auream flammam appellant, & aliam argenteam Crucem campi.

39 Il Tesoro è costituito nel suo complesso da altri cinque oggetti. (1) La Reliquia della Santa Croce, una croce a doppia traversa in legno di cedro (h. 14,5 cm), con tutte le estremità dei bracci inserite in guaine in oro massiccio con smalti cloisonnés, forse lavoro costantinopolitano del X secolo (Panazza, 1994, p. 7). (2) La Stauroteca, un reliquiario in forma di basso parallelepipedo in legno rivestito da una lamina in argento dorata, con coperchio scorrevole decorato a sbalzo (per la dossografia relativa a manifattura e datazione della Stauroteca, ibi, pp. 8, 21 e nt. 20 a pp. 25‑26, ove la si ritiene opera lombarda dell’XI secolo da modello bizantino). (3) Un nuovo reliquiario in argento dorato e smaltato per la Reliquia della Santa Croce venne commissionato a Bernardino delle Croci da parte dei deputati del Comune di Brescia nel 1477. Esso consta di una struttura architettonica ottagonale a due piani (h. 44,5 cm) in argento, in parte dorato e decorato con smalti e filigrana. La Reliquia veniva posta su di esso in occasione di ostensioni e processioni, dopo le quali veniva nuovamente riposta nella Stauroteca, mentre la sommità della base veniva “conclusa” da un piccolo cespo di fogliame in argento dorato, dotato di una vite nella parte inferiore per il fissaggio al piedestallo. (4) La teca in cristallo di rocca e oro in cui la Reliquia della Santa Croce venne collocata dopo il 1532 e dove si trova tuttora. (5) Un bauletto rivestito di velluto verde con fasce in «banda» (lega di oro, argento e rame): della prima metà del Quattrocento, contiene oggi una piccola borsa in velluto rosso e oro – fatta collocare dal cardinale Morosini, vescovo di Brescia (1585‑1596), come custodia di una moneta di Onorio rinvenuta nella distruzione del palazzo del Laterano da Sisto V e di una medaglia votiva in rame – e una capsella argentea nella quale è contenuto il cespo di fogliame, di cui si è detto. Per il Tesoro nel suo complesso e per le sue principali vicende storiche v. Valentini, 1882; Vezzoli, 1992; Panazza, 1994 e Begni Redona, 2001.

40 Il Tesoro delle Sante Croci, la cui prima menzione negli Statuti di Brescia è da collocare intorno alla metà del XIII secolo, è stato contenuto in un cassone ferrato chiuso da sette chiavi, alloggiato nell’abside della Cappella delle Sante Croci dal 1527 (precedentemente in sacrestia: Valentini, 1882, p. 144, riferito all’annº 1432) fino al 23 dicembre 1935, quando la Compagnia delle Sante Croci sostituì il cassone con una vera e propria cassaforte, collocata in un vano al di sotto della primigenia cassa ferrata. Le tre chiavi della cassaforte sono da allora in possesso, rispettivamente, del Vescovo di Brescia, del Sindaco della città e del Presidente della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci (Panazza, 1994, pp. 5‑6). Esso è ostenso ai fedeli solo il penultimo Venerdì di Quaresima (in passato il 3 Maggio, festività dell’Invenzione della Croce, soppressa nel 1969) e il 14 Settembre, festività dell’Esaltazione della Croce.

41 Su questa, la cui prima notizia certa è in una Provvisione comunale in data 3.III.1520, si rimanda a Romano e Caldera, 1994; Prestini (a c. di), 1995 e Prestini, 2001.

42 La Croce del Campo misura 42 × 28,5 × 3 cm (Panazza, 1994, p. 21).

43 Così identificate in Panazza, 1994, pp. 26‑27, nt. 28 (cfr. qui pl. VI-1): 1 = «vetro giallo»; 6 = «lapislazzuli ageminato in oro a colori rosso e bianco, raffigurante un gallo»; 7 = «vetro rossastro»; 8 = «vetro giallo scuro».

44 Sul verso, la Croce del Campo presenta, appunto, un disco con bordo in lamina d’argento dorata rivettata: al centro, Agnus Dei dorato con nimbo crucigero e croce astile. I due bracci orizzontali e il braccio verticale superiore recano ognuno tre gemme lungo la linea mediana e due negli angoli dell’estremità; il braccio verticale inferiore presenta lo stesso schema, ma le gemme allineate sono quattro. Per gli intagli e i cammei del verso, che non si prendono qui in considerazione, v. Gagetti, 2001.

45 Non riprodotto negli schemi al tratto in pl. VI-1/2.

46 Valentini, 1882, p. 43 (cit. anche in Panazza, 1994, p. 26, nt. 23).

47 V. la raffigurazione nella tela di Grazio Cossali nella Cappella delle Sante Croci: Comboni, 1990, passim. Nel 1760 l’allora Governatore della Compagnia delle Sante Croci, Bartolomeo Martinengo, fece eseguire una copia della Croce del Campo alla quale è unito uno stendardo in seta, che reca al centro, ricamata in nero e in fi d’oro e d’argento, la Reliquia della Santa Croce, attorniata da raggi circondati da lingue di fuoco in oro e argento. Non esiste tuttavia alcuna prova che esso sia una replica dell’originale “orififlamma” bresciano, secondo la supposizione del Valentini (1882, p. 30).

48 V. supra, nt. 38. Per il significato politico dell’identificazione dell’insegna di guerra di Brescia con l’Orifiamma di Carlo Magno, «une glaive toute doré ou est attachiée une baniere vermeille» (de Presle, 1376, fol. 2; cit. in Bertelli, 2001a, p. 22) consegnata al sovrano dall’abate di Saint- Denis e così denominata «pour la flambé qui apparu au bout de la hante dorée» (ibidem), secondo la leggenda franca appartenuta già a Dagoberto o a Clodoveo (Bertelli, 2001a, p. 20), e ancora venerata al tempo di Carlo V come reliquia presso l’altare dei martiri nella basilica di Saint-Denis, si rimanda a Bertelli, 2001b. Per la dossografia, in gran parte poggiante su tradizioni leggendarie, relativa all’origine della Croce del Campo, v. Panazza, 1994, pp. 21‑22 e p. 26, nt. 27.

49 Cfr. però Begni Redona, 2001, p. 121.

50 Cit. in Panazza, 1994, p. 21.

51 Valentini, 1882, p. 44 (cit. in Panazza, 1994, p. 26, nt. 24): de tra calvarie ISE ubi ex domno exivit sang. et aqua et de ligno Chti. [...] reliquie S. Andree [...] S.ti Faustini [...] S.ti Christofori [...] de unguem dno [...].

52 Bertelli, 2001b, p. 63.

53 Begni Redona, 2001, p. 121; da ultimo García de Castro Valdés (a c. di), 2008, p. 314.

54 Begni Redona, 2001, p. 121.

55 Tab. 1, n. 71.

56 Qui, come in tab. 1, sono state considerate “circolari” le Alsengemmen nelle quali la dimensione maggiore è pari o superiore fino a 1 mm rispetto alla dimensione minore.

57 Tab. 1, n. 72.

58 Tab. 1, n. 73.

59 Tab. 1, n. 74.

60 Cfr. i castoni di tipo 2 sulla Croce di Desiderio: Miazzo, 2002, fig. p. 174.

61 Per es., certamente, sul recto i nn. 1, 6, 7, 8 (pl. VI-1); sul verso, i nn. 3‑5, 8, 13‑19 (pl. VI-2). Mentre alcuni di essi, che trattengono intagli di età romana, potrebbero essere stati solo “ritoccati” per assicurare meglio la gemma, la cui superficie potrebbe essersi abbassata per la diminuzione dello spessore dello strato di materiale (pece, collante), normalmente interposto tra la superficie inferiore della gemma e il fondo del castone – come i nn. 9: nicolo con Vittoria che scrive su un scudo poggiato su un tronco; 15: ametista con ippocampo; 19: cammeo in sardonice a tre strati (bruno, bianco, bruno) lavorata in forma di pelte – i restanti appaiono decisamente manomessi e contenenti pietre di taglio moderno.

62 Nel castone, certamente moderno, è inserita una corniola con intaglio raffigurante Ulisse riconosciuto da Argo.

63 Panazza, 1994, p. 22.

64 Come si deduce dalla frequente protrusione in corrispondenza del mento, interpretabile come una barba.

65 Si conoscono oggi 19 esemplari con un solo personaggio, 30 con due, 54 con tre. Tuttora un unicum rimane l’esemplare da Lieveren con quattro figure (tab. 1, n. 33).

66 Per tutti questi elementi, v. Gandert, 1955, pp. 167‑169.

67 Ibi, pp. 169‑176.

68 La questione, qui riassunta in breve, è trattata in Gandert, 1954; Gandert, 1955, pp. 161‑169 e 195‑196; Gandert, 1958.

69 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 215.

70 Con tre varianti: a = figura umana; b = animale; c = motivo astratto.

71 Schulze-Dörrlamm, 1990, rispettivamente: p. 216, fig. 1; p. 217, fig. 2; p. 218, fig. 3.

72 Spier, 2007, p. 115, nn. 667 e 668, tav. 95. L’ematite con Adorazione dei Magi oggi a Oxford, Ashmolean Museum, per la sua strettissima dipendenza dalla figurazione sul notissimo epitafio di Severa dalla Catacomba di Priscilla (IV sec.), è da considerarsi verosimilmente un falso moderno (ibi, p. 71, n. 439, tav. 52).

73 Guiraud, 2008, p. 73 e nt. 229.

74 Guiraud, 2008, p. 73 e nt. 230.

75 V. Magni, 2009, p. 27 con interessanti esempi.

76 V. per es. in Sena Chiesa, 1966, che presenta un’amplissima scelta di soggetti in serie spesso consistenti, i nn. 20‑31 (Giove stante); 48 (Nettuno); 73‑85 (Sol), 106‑128 e 131‑136 (Minerva: nella seconda serie indicata, la lancia è dal lato avanzato del corpo, ma, come del resto nella prima serie, compaiono diversi attributi – Vittoria, scudo, civetta, ulivo, altare – che è un po’ difficile supporre tutti eliminati nella “ripresa” della nostra Alsengemme, per non parlare del fatto che la dea indossa una lunga veste); 165‑192 (Mercurio con caduceo, oltre ad eventuali altri attributi), 207‑216 (Marte Ultore: la lancia e dal lato avanzato del corpo, ma tenuta con il braccio piegato; compare inoltre lo scudo, poggiato sul terreno dal lato opposto); 221‑233 (Marte gradiente con trofeo: la lancia è tenuta obliqua); 383‑404 (satiro con pedum); 407 (satiro con tirso); 891‑900 (guerrieri: talora l’asta è tenuta verticale dal lato avanzato del corpo ma tenuta con il braccio piegato; compare inoltre sempre lo scudo).

77 Per es. il guerriero in Sena Chiesa, 1966, n. 900, che però è ponderato sulla gamba destra, con la sinistra accostata.

78 V. infra, § 2.3.

79 Krug, 1980, p. 181, n. 48, tav. 72 (I-II sec. d.C.). Cfr. anche Guiraud, 2008, p. 137, n. 1269, tav. XXI, con lancia analogamente tenuta in verticale e lettura del soggetto come Romolo con gli spolia opima.

80 Guiraud, 1988, p. 141, n. 469 (con altri rimandi per il soggetto), tav. XXXII.

81 Kóčka-Krenz, 2008, pp. 191‑192 e fig. 6 a p. 193. Per l’Alsengemme v. qui, tab. 1, n. 40.

82 Melander, 1991, pp. 15‑17.

83 L’esemplare in diaspro rosso-bruno qui illustrato dovrebbe provenire da Carnuntum: Dembski, 2005, p. 145, n. 932 (con ulteriori rimandi per il motivo), tav. 96.

84 Il confronto proposto è un nicolo da Xanten con cerbiatto (I sec. d.C.). Platz-Horster, 1987, p. 136, n. 242, tav. 48.

85 L’opera, attualmente costituita da due libri in esametri e di un terzo prosa, è stata assai variamente attribuita sia sotto il rispetto cronologico, sia sotto quello topografico: l’autore, la cui reale esistenza è stata da alcuni addirittura negata, è stato collocato dai diversi studiosi che si sono occupati del trattato tra VII e XIII secolo in un ambito geografico che spazia dall’Italia latiore sensu, a Roma, al ducato longobardo di Benevento, all’Inghilterra (v. lo status quaestionis in Garzya Romano [a c. di], 1996, pp. XIII-XXI). L’edizione del De coloribus a cura di Chiara Garzya Romano, basata in primo luogo su una nuova, accurata recensio codicum dell’opera (ibi, pp. XXI-XXV e LVII-LIX, con stemma), sembra tuttavia portare alla conclusione che i primi due libri del trattato, essendo il terzo in prosa un’aggiunta assai seriore (oggi concordemente ritenuto spurio, e indicato come Pseudo-Eraclio, fu probabilmente elaborato da un artigiano vissuto in Francia tra XII e XIII sec.: ibi, p. LI), siano stati composti nella prima metà dell’VIII secolo, nell’Italia del Nord, verosimilmente nella sua regione orientale, come suggeriscono i dati della tradizione manoscritta; la collocazione dell’opera nel quadro della trattatistica tecnico-didascalica medievale; i caratteri linguistici e metrici; le stesse arti e tecniche trattate (ibi, pp. XXVIII-XXXI).

86 Questa la ricetta proposta da Eraclio: De gemmis quas de Romano vitro facere quaeris. / Sic ex Romano poteris componere vitro / splendentes pulcros generis cuiusque lapillos. / Ad modulum lapidis cretam tibi quippe cavabis, / hinc pones vitrum per quaedam frusta minutum. / Sic ergo facile tali potes arte parare. / Subtilis limo circumvolvatur harundo, / quae dum durescit, dum virga firmius heret, / tunc ipsi virgae superimponetur utrimque / et circumposito teneatur virgula vitro; / atque cavo tectam ferro post insere cretam / igni. Sic vitrum cum sit penitus liquefactum, / in fossam lato frigenti comprime ferro, / quo vesica sibi, quo lesio nulla supersit (I 13 = Garzya Romano [a c. di], 1996, pp. 10, ove anche varianti dei codici, e 37, per la traduzione italiana).

87 Gandert, 1955, p. 156.

88 Gandert, 1955, p. 157.

89 La presenza di bolle è tuttavia estremamente frequente sulla superficie delle Alsengemmen (v. per es. van Regteren Altena e van den Berg-Hamburger, 1967, p. 69 e fig. 1) e spesso interferisce con la lettura del motivo graffito, come nel caso della gemma R/5 della Croce del Campo (pl. V-5).

90 Napfförmig: Gandert, 1955, p. 197, nt. 4.

91 Olshausen, 1888, p. 307.

92 Gandert, 1955, p. 157.

93 Ringrazio l’orafo signor Aldo Rivolta per avermi messo cortesemente a disposizione il proprio laboratorio e per avermi assistita con la propria esperienza nei miei esperimenti.

94 Snijder, 1932, p. 21.

95 Si tratta sostanzialmente della tecnica già utilizzata dall’età del Bronzo per la decorazione delle perle cd. “a occhi” (Bellintani, 1997, p. 125, fig. 9 e p. 127, fig. 10).

96 Tale difficoltà si potrebbe forse superare (?) immaginando che il vetro azzurro venisse colato, anziché in una consistente goccia, in un sottile filamento opportunamente condotto a formare un ovale.

97 Fa eccezione la gemma da Birdaard (tab. 1, n. 9) che ha invece fondo piano. Considerate le dimensioni assai prossime tra loro (cm 2,24 × 2) e la forma ovale non troppo pronunciata, l’esemplare in questione potrebbe essere stato realizzato “a mano libera”, versando cioè il vetro su un piano e inclinandolo quest’ultimo in modo da “allungare” il bolo.

98 Gandert, 1955, 185, fig. 3; Gandert, 1962, p. 178, fig. 1.

99 Gandert, 1955, p. 183. L’osservazione rimane valida anche allo stato attuale delle ricerche.

100 Tab. 1, n. 11.

101 Ciò che oggi pare contraddetto dalla fibula da Alt Lübeck (tab. 1, n. 15, e infra, nt. 141): contra, Zazoff, 1980, p. 53.

102 Gandert, 1955, p. 183: cfr. qui, infra, nt. 143.

103 Tab. 1, nn. 33, 34.

104 Tab. 1, n. 12 (rinvenuta con distintivi da pellegrino nel Klein Weser a Bremen): cfr. Gandert, 1955, p. 184 e nt. 61.

105 Ibi, pp. 184‑185.

106 Tab. 1, n. 20. L’affermazione è però smentita dal successivo ritrovamento (1967) di un’Alsengemme a Blokzijl (Overijssel: tab. 1, n. 10).

107 Gandert, 1955, p. 183: rielaborazioni e nuove creazioni sarebbero da collocare tra X e XII secolo.

108 In assoluto, la più antica risulterebbe quella presente sulla legatura dell’Evangeliario di Ottone III a Bamberg, il cui soggetto è un cane (Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 215 = qui tab. 1, n. 56).

109 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 216 (= qui tab. 1, n. 8).

110 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 1.

111 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 217: l’esemplare più antico comparirebbe sulla Croce di Bertha di Borghorst (= qui tab. 1, n. 78), datata al 1050 ca.

112 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 218 (= qui tab. 1, nn. 6, 28, 35).

113 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 2 a p. 217.

114 Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 219: il primo esemplare su un prezioso oggetto si trova sulla “capsella” del tesoretto di Bokel (= qui tab. 1, n. 11), mentre in contesto insediativo il tipo compare in associazione a ceramica databile al 1200 ca. (= qui tab. 1, n. 17).

115 Schulze-Dörrlamm, 1990, e fig. 3 a p. 218.

116 Schulze-Dörrlamm, 1990, pp. 219‑220. Non sarebbe inoltre impossibile che, vista la densità in aree comprese nella Hansa, il fatto che le tre figure maschili sulle Alsengemmen si tengano per mano sia l’indizio che i loro proprietari fossero membri di un particolare sodalizio, quale una confraternita o una gilda (Schulze-Dörrlamm, 1990, p. 220).

117 Krug, 1995, p. 108.

118 Tab. 1, nn. 5, 9, 21, 23, 25, 26, 47, 49.

119 Tab. 1, nn. 4, 38, 54.

120 Tab. 1, n. 33.

121 Tab. 1, n. 16 (la gemma vitrea proviene da Texel, la più occidentale delle Isole Frisone, che per latitudine si trova già all’altezza del Friesland).

122 La sola provincia nella quale, oltre ad Alsengemmen rinvenute nel terreno (tab. 1, nn. 9 e 10), ne sono attestate anche nella decorazione di arredi liturgici (tab. 1, nn. 57‑60 e 61‑63).

123 Tab. 1, nn. 13, 14, 30.

124 Tab. 1, nn. 3, 11, 17, 18, 39, 50.

125 Tab. 1, n. 12.

126 Tab. 1, nn. 15, 20, 29, 34.

127 Tab. 1, nn. 1, 22, 24, 27, 31, 32, 41, 42, 48, 51, 52.

128 Tab. 1, nn. 2, 28, 35, 43, 44, 45, 53.

129 Tab. 1, n. 37.

130 Tab. 1, n. 40.

131 Tab. 1, n. 36.

132 Tab. 1, nn. 6‑8, 46.

133 Da nord a sud e da est a ovest sono interessati centri dei Länder: Niedersachsen (tab. 1, n. 64‑69, 76, 81, 86, 91‑98, 102‑104, 115‑120), Nordrhein-Westfalen (tab. 1, nn. 78, 84, 87‑90, 100, 101, 113, 114), Hessen (tab. 1. nn. 83, 111, 112), Rheinland-Pfalz (tab. 1, n. 70), Bayern (tab. 1, n. 56) e Baden-Württemberg (tab. 1, nn. 75, 77).

134 Tab. 1, n. 82.

135 Tab. 1, nn. 71‑74, 79‑80.

136 Tab. 1, nn. 105‑110.

137 Tab. 1, n. 85.

138 van Es 1967, p. 67.

139 Tab. 1, n. 10.

140 Tab. 1, n. 11.

141 Tab. 1, n. 15. Il rinvenimento è del massimo interesse: la gemma vitrea, incastonata in una preziosa fibula in oro (v. Zazoff, 1980) di uso femminile, è stata trovata, in giacitura secondaria, davanti al coro della chiesa del XII sec., sorta su una precedente in legno di poco più antica (fine dell’XI sec.: Müller-Wille, 1996, p. 18 e fig. 13), all’interno dell’insediamento fortificato (Burgwall). Altri oggetti di rango sono stati recuperati nell’area della seconda chiesa, sia in sepolture non sconvolte, sia sporadici. L’esame dei singoli rinvenimenti lascia supporre che ci si trovi in presenza delle tombe dei membri della famiglia reale degli Abodriti defunti durante il regno di Heinrich (1093‑1127), che, acclamato re in Alt Lübeck, evidentemente trasformò la chiesa nel mausoleo della propria stirps regia (ibi, p. 42).

142 Tab. 1, nn. 17, 28, 35, 45, 46.

143 Si intende per terp una collina artificiale alla sommità della quale sono collocate strutture insediative poste così al riparo delle maree e delle esondazioni dei fiumi. Con diverse denominazioni essi sono attestati nelle zone costiere dei Paesi Bassi (province di Zeeland, Friesland e Groningen; ma anche nella piana tra il Reno e la Mosa), della Danimarca meridionale e della Germania.

144 Tab. 1, nn. 5, 9, 23, 47, 49 e, dubitativamente, nn. 21, 25, 26.

145 Tab. 1, n. 40.

146 Tab. 1, n. 36.

147 Tab. 1, nn. 6‑8.

148 Gandert, 1955, pp. 193‑194.

149 Tab. 1, n. 12.

150 Gurevich, 1986, p. 26 e ntt. 10‑12, con discussione di altre ipotesi: arrivo delle tre Alsengemmen via Kiev, dove sarebbero giunte tramite commerci vichinghi (Arne, 1916, p. 94); appartenenza delle gemme a un arredo liturgico proveniente da manifatture della Bassa Sassonia, sempre via Kiev (Gandert, 1955, pp. 193‑194), da connettere con la visita del vescovo Adalbert di Trier nel 961 (ibidem), quando tuttavia la Russia era ancora largamente pagana, o con la missione del vescovo Brun di Querfurt all’inizio dell’XI (ibidem), momento nel quale ancora non si ha testimonianza di alcun edificio di culto a Belgorod.

151 Tab. 1, n. 79.

152 La France romane au temps des premiers Capétiens (987‑1152), Paris, Musée du Louvre, 2005 (nella scheda di catalogo, p. 376, n. 287, si citano genericamente «quinze intailles et un camée») : tab. 1, nn. 105‑110.

153 Qui e in seguito si usa l’abbreviazione A. per Alsengemme(n).

154 Non è stato quindi possibile verificare se vi siano altri esemplari, oltre a quelli sulla Croce di Desiderio, di applicazione “secondaria” su un determinato oggetto, più tarda rispetto alla realizzazione dell’oggetto stesso.

155 Vi si riconoscono infatti quattro nicoli di età romana: Poletti Ecclesia, 2002, fig. 4 a p. 48.

156 Sul recto della croce, infatti, compaiono almeno due intagli romani, un nicolo e una corniola, oltre a due flaconi fatimidi in cristallo di rocca (García de Castro Valdés [a c. di], 2008, fig. a p. 248.

157 Ove, però, l’uso su arredi sacri sembra cominciare dal XII secolo.

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Titre Fig. 1. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio, Alsengemme R/A 12bis
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Titre Fig. 2. Croce di Desiderio, castone di tipo 1
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Titre Fig. 3. Croce del Campo, castone delle Alsengemmen
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Titre Fig. 4. Suggestioni iconografiche (b: da Krug, 1980, invertito; d: da Guiraud, 1988; f: da Dembski, 2005; h: da Platz-Horster, 1987)
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Titre Fig. 5. Carta distributiva dei ritrovamenti nel terreno di Alsengemmen
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Titre Pl. III. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: recto
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Titre Pl. IV. Brescia, Santa Giulia. Museo della città. Croce di Desiderio: verso
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Légende Tutte le misure si intendono in cm; qualora le dimensioni siano indicate in corsivo, esse si riferiscono alla sola superficie visibile nel caso di esemplari attualmente inseriti entro una montatura. Nella colonna «Sogg.» (= «Soggetti»), A = figure umane (la cifra ne indica il numero); B = animale; C = motivi vegetali o astratti; D = inornata. Nella colonna «Colori» sono indicati in successione i colori degli strati, rispettivamente, superiore e inferiore. Alla voce «Contesto» compare dapprima una sigla che specifica se la gemma provenga da un trovamento nel terreno (= T.); se sia stata riutilizzata come parte della decorazione glittica di un arredo liturgico o di un oggetto di ornamento (= D.); oppure se essa si trovi in una collezione (= C.), non corredata da dati relativi alla propria origine; alla stessa voce, segue poi l’indicazione del contesto di rinvenimento e dell’anno della scoperta (o della prima segnalazione) oppure dell’oggetto su cui l’esemplare è attualmente montato. La provenienza è stata registrata, naturalmente, solo per le Alsengemmen da scavo, mentre nel caso di esemplari su arredi liturgici che siano stati conservati nel corso del tempo in più luoghi si è segnalata per prima la più recente collocazione nota, seguita dalle precedenti. Nella colonna «Bibliografia» – ove, tranne poche eccezioni, non sono state registrate le edizioni anteriori a Gandert 1955, al quale si rimanda per la letteratura precedente – le sigle vanno così sciolte: A = Arne 1916; G = Gandert 1955; G 1962 = Gandert 1962; Ga = Gagetti; Gu = Gurevich 1986; H MG = Henig e McGregor 1996; K = Krug 1995; K-K = Kóčka-Krenz 2008; S = Snijder 1932; S-D. = Schulze-Dörrlamm 1990; (1) = http://www.dkconline.dk/wincgi/dkc.exe?Function=GetLokalitet&Systemnr=135043 (ultimo accesso: 27.II.2010); (2) = http://www.artrestitution.at/​frontend/​content/​show_cat.php?id=107518&row=80962&kmx_page=1 (ultimo accesso: 27.II.2010). In tutte le colonne, laddove i dati corrispondenti non siano noti essi sono stati semplicemente omessi.
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Pour citer cet article

Référence papier

Elisabetta Gagetti, « Sei Alsengemmen a Brescia »Pallas, 83 | 2010, 55-97.

Référence électronique

Elisabetta Gagetti, « Sei Alsengemmen a Brescia »Pallas [En ligne], 83 | 2010, mis en ligne le 01 octobre 2010, consulté le 23 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/pallas/10690 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/pallas.10690

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Auteur

Elisabetta Gagetti

Ph. Dr. en Archéologie Classique, Università degli studi di Milano (Italie)
elisabetta.gagetti[at]guest.unimi.it

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Droits d’auteur

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