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Le forme del vetro: tecnologie a confronto. Produzioni vitree e invetriate in Sicilia, Italia peninsulare, Ifrīqiya e al-Andalus tra IX e XI secolo

Vetri e ceramiche invetriate, archeologia e archeometria: qualche riflessione comparativa

Alessandra Molinari
p. 391-398

Texte intégral

1I contributi del convegno organizzato da Francesca Colangeli e Viva Sacco, editi in questo volume, offrono molti spunti di riflessione e una quantità consistente di nuovi dati, che invitano a ripensare convinzioni anche molto stratificate. Volendo elencare alcuni dei grandi temi che molti dei saggi sollevano, possiamo in primo luogo evidenziare come grazie alla nuova impostazione delle ricerche sul vetro esso entri a pieno titolo, accanto alle ceramiche, nelle riflessioni sulla fine del mondo romano con la sua economia “globale” decisamente diversa da quella altomedievale più “localizzata”. Essendo il convegno centrato in gran parte su aree del Mediterraneo che entrarono a far parte del mondo islamico, un altro tema affrontato è quello della Islamizzazione della cultura materiale, con le innovazioni formali, tipologiche e tecniche che questa avrebbe comportato. La comparazione con alcune zone della Penisola Italiana, estranee a questi processi, offre spunti molto interessanti per una più profonda comprensione delle rispettive e diverse organizzazioni produttive e sistemi di scambio. Più in generale, grazie anche all'accresciuta accuratezza e precisione delle analisi archeometriche, si possono meglio comprendere le “catene operative” delle produzioni artigianali, nonché la natura e talvolta l’origine delle materie prime utilizzate. Questa possibilità consente di valutare molto meglio i percorsi seguiti nelle innovazioni tecniche, per nulla scontati e molto diversi da zona a zona a fronte di risultati apparentemente simili. Infine, si deve riflettere su come la ricerca archeologica più accurata (cioè quella che tiene conto di stratigrafie, contesti e tipologie) debba confrontarsi in modo sistematico con una ricerca scientifica che offre risultati sempre più complessi, al fine di ottenere risposte che siano storicamente significative.

2Procedendo grosso modo nell’ordine di questo elenco, cercherò nelle pagine che seguono di riportare alcune mie osservazioni molto generali suscitate dai saggi di questo volume.

La produzione del vetro: la fine del mondo antico e l’altomedioevo

  • 1 Per una sintesi sull’avanzamento della ricerca sulla produzione del vetro antico e medievale si ve (...)
  • 2 Si veda ad es. Freestone 2015.
  • 3 Si vedano Colangeli – Schibille e Ferri in questo volume, nonché Pactat 2021 per la Francia.
  • 4 Mirti et al. 2000.

3Negli ultimi anni l’applicazione più ampia ai vetri di analisi archeometriche (che consentono di riconoscere gli elementi in traccia e quindi molto meglio la natura delle materie prime impiegate), assieme allo scavo di alcune officine primarie, ha consentito di vedere come fino al VII secolo sussista un sistema di produzione del vetro incentrato su pochi siti produttivi del Levante e dell’Egitto.1 Questi centri di produzione primaria facevano in entrambi i casi uso del natron egiziano come fondente della silice. Il cosiddetto “vetro fresco” si produceva soltanto in poche officine primarie. Fortunatamente le analisi archeometriche consentono ora anche di riconoscere molto meglio il vetro riciclato2 sia nel caso che si mischino vetri di diversi centri primari, sia che se ne riusi soltanto un tipo. Per il VII secolo si dovranno, quindi, più che affinare i metodi analitici, soprattutto moltiplicare il numero di analisi, utilizzando possibilmente metodi comparabili. Anche all’interno di uno stesso contesto sarebbe importante stabilire le percentuali di oggetti realizzati con “vetro fresco” rispetto a quelli fatti con vetro riciclato. Mentre nel primo caso possiamo, infatti, parlare della sussistenza di reti di scambio mediterranee a partire da pochi centri super specializzati, nel secondo possiamo vedere forse l’opposto (tenendo tuttavia conto che anche il vetro riciclato continuava a viaggiare). Al momento abbiamo una casistica ancora limitata per i vetri ed anche molto differenziata: mentre ad esempio nella Mazara bizantina per tutto il VII secolo arrivava ancora in netta prevalenza vetro fresco o oggetti finiti dal Levante, nell’area ad esempio della Laguna Veneta sembrerebbe già prevalere il ricorso al riciclo, come attestato anche per la Francia.3 A Roma, nel contesto di VII secolo della Crypta Balbi il ricorso al vetro fresco sembrerebbe sostanzialmente paritetico rispetto a quello da riciclo.4

  • 5 De Juan Ares e Salinas – Pradell, in questo volume; Schibille 2022; Pactat 2021.
  • 6 De Juan Ares; Colangeli – Schibille in questo volume.
  • 7 Berrica – Schibille in questo volume.
  • 8 Sui limiti delle conoscenze supra Colangeli – Sacco.
  • 9 Ferri in questo volume.

4I secoli VIII e IX sembrerebbero offrire una casistica quanto mai variegata, fatta di frammentazione produttiva, ma anche di resilienza e di nuove sperimentazioni, in particolare se consideriamo anche l’area dell’attuale Francia non presente tra i contributi di questo convegno, ma studiata con grande ampiezza nella tesi dottorale di Inès Pactat (2021). Come è stato più volte ricordato, le principali alternative in questo periodo sarebbero: il riciclo di vetri più antichi al natron, che sembrerebbe la pratica prevalente, oppure la sperimentazione o adozione di nuovi fondenti come le ceneri di piante marine (vetri a ceneri sodiche) o forestali (vetri a ceneri potassiche). Le analisi archeometriche condotte sui vetri di al-Andalus,5 ma anche francesi, hanno anche evidenziato un altro tipo di soluzione che prevedeva l’utilizzo come fondente di ossido di piombo, in connessione sembrerebbe con l’utilizzo degli scarti piombiferi derivanti dalle attività di estrazione e produzione dell’argento. Questa pratica sembrerebbe essere stata più significativa in Spagna rispetto alla Francia. I tempi per queste trasformazioni sono molto diversificati e non sempre ancora certi. Precoce nell’innovazione tecnica legata all’uso di ceneri di piante, sembrerebbe essere stata la Francia dove già nella seconda metà dell’VIII sono attestati vetri con ceneri potassiche. L’aspetto forse più interessante del caso francese è che l’invenzione sembrerebbe avvenire all’interno di officine che producevano anche con vetro riciclato e che non innovarono il repertorio formale degli oggetti prodotti. Ceneri sodiche comparirebbero nel Levante dal IX secolo e solo successivamente in Egitto, Tunisia e Sicilia. A quanto possiamo oggi vedere, questa innovazione dei processi produttivi nei territori islamici si accompagnò anche ad un rinnovamento dei repertori delle forme prodotte (ad esempio, con l’importanza quantitativa assunta nei contesti archeologici di unguentari e alambicchi).6 Il caso di al-Andalus sembra molto complesso perché accanto alla produzione a Cordova e Pechina di vetri al piombo, che sembrerebbero costituire una innovazione autoctona a partire dall’età emirale, in aree più distanti dalla capitale e in generale da importanti nuclei urbani, nello stesso periodo, si faceva piuttosto ricorso al riciclo di vetri al natron (come attestato dal caso del villaggio minerario di Dehesa de Navalvillar – Sierra de Guadarrama – Madrid).7 Sulla base di quanto ad oggi noto per la Penisola Italiana8 il ricorso al riciclo sembrerebbe essere stato prevalente fino ancora al X-XI secolo. Questo dato si accompagnerebbe alla scarsità complessiva dei ritrovamenti vitrei e alla limitata varietà delle forme prodotte, configurando la produzione di oggetti in vetro come destinata a consumi cultuali e di una ristretta élite.9

5Nel complesso, quindi, sembrerebbe che l’area più arretrata in termini di capacità produttive e innovazione tecnologica sia stata proprio la penisola italiana. Sulle grandi capacità di innovazione e produzione specializzata nel mondo islamico torneremo a breve, dobbiamo anche ricordare il caso francese dove autonomia produttiva e innovazione sono state considerate come un indizio della capacità di resilienza delle officine locali.

Cambiamenti della cultura materiale e Islamizzazione

  • 10 Sui molti possibili significati di Islamizzazione si rimanda per brevità a Peacock 2017 e Nef 2014

6L’Islamizzazione, le sue dinamiche e i suoi significati sono al centro di dibattiti molteplici.10 Volendo esprimere il mio parere in breve rispetto ai temi qui trattati penso si possa in primo luogo affermare che, come anche risulta chiaramente da molti dei contributi di questo volume, non esiste una sola tecnica “tipica” del mondo islamico per fare vetri e/o ceramiche invetriate: al contrario simultaneamente in più luoghi del grande impero avvennero innovazioni, che seguirono in molti casi catene operative e usarono materie prime differenti. Possiamo però anche dire come spesso esistano elementi comuni nelle forme, nei gusti decorativi e nelle funzioni degli oggetti all’interno del dar al-Islam. Ad esempio, i vetri siciliani assomigliano molto a quelli egiziani o tunisini, ma per nulla a quelli dell’Italia peninsulare. Analogamente le ceramiche invetriate siciliane del periodo islamico sono molto simili per forma e tecniche a quelle tunisine, meno a quelle egiziane (differenti per tecnica), per nulla simili ad alcune delle produzioni italiane coeve.

  • 11 Si tratta della discussa “Green Revolution” di A. Watson (1983), per uno status quaestionis Davies (...)
  • 12 Cfr. da ultimo Rustow 2020.
  • 13 Ad es. Northedge 1997; Gayraud 2014, nonché Zhang 2016 per le esportazioni di ceramiche cinesi.
  • 14 Barnes 1997, Bouchaud et al. 2018.

7In termini generali possiamo anche affermare come il mondo islamico nel suo insieme fosse molto più aperto alle innovazioni tecniche in tutti i campi della produzione rispetto a quello che per brevità chiameremo cristiano occidentale. Questa maggiore capacità di innovazione del mondo islamico è stata non solo il frutto, come vedremo, della sua maggiore complessità economica, ma anche del fatto che esso, pur nelle sue molte trasformazioni geopolitiche, non guardava solo al Mediterraneo, ma piuttosto aveva connessioni intense anche con l’Oceano Indiano e per suo tramite con la Cina. Le relazioni più frequenti con questa parte del globo contribuirono, seguendo strade spesso non lineari e tempi differenziati, all’introduzione o ad una più intensa diffusione nelle aree mediterranee di nuove piante di origine subtropicale e tecniche agricole,11 della carta,12 delle ceramiche invetriate e decorate con nuove tecniche,13 solo per citare alcune delle principali novità. Insieme alle persone viaggiavano oggetti, ma anche idee, gusti, modi di fare le cose. Così, ad esempio, è stato notato come in Egitto siano non solo presenti numerosi esemplari di ceramiche cinesi già dal IX secolo, ma anche che si tentò di imitarne forme e decori, ma con tecniche completamente differenti. Analogamente sempre in Egitto giunsero stoffe di cotone dall’India e questo sembrerebbe aver innescato (secondo tempi e modalità ancora da capire) l’intensificazione della coltivazione del cotone e la produzione in loco di tessuti di questa fibra.14

8La comunità di lingua, religione e, per diverse fasi, anche di leggi facilitò certo la connettività all’interno del mondo islamico e la creazione di una koinè culturale che inglobava anche i non musulmani.

Innovazioni tecniche, organizzazione produttiva e sistemi di scambio: aree a confronto

  • 15 In questo ricchissimo volume si fa per altro grande uso delle fonti archeologiche e in particolare (...)
  • 16 Sul tema esiste una amplissima letteratura, una buona sintesi è Giannichedda 2006, p. 73-83.
  • 17 Cfr. Mokyr 1990.

9I diversi casi di studio multidisciplinare di questo volume, relativi a cronologie e aree geografiche distinte, offrono interessanti spunti di riflessione. È quindi possibile arricchire con dati di ulteriore dettaglio il grande quadro comparativo delle economie mediterranee nei secoli centrali del medioevo offerto dal recente volume di C. Wickham (2023).15 Oltre alla diversa capacità di innovare del mondo artigiano da un lato e dei consumatori dall’altro, è molto importante comprendere la complessità dell'organizzazione produttiva e dell’approvvigionamento delle materie prime, il ruolo dei centri urbani come centri manifatturieri, l’ampiezza dell’output delle officine e della loro distribuzione. Sebbene in archeologia sia sostanzialmente impossibile studiare il momento specifico dell’invenzione creativa, la nostra disciplina, coadiuvata dall’archeometria, è molto ben attrezzata nel comprendere le fasi di innovazione, che comportano l’accettazione sociale dei nuovi procedimenti tecnici e degli oggetti così prodotti.16 L’innovazione segue spesso percorsi non lineari e può comparire simultaneamente in più luoghi. Può arrivare attraverso l’immigrazione di artigiani oppure adattando a nuove esigenze saperi utilizzati solo marginalmente da una determinata società o, infine, essere frutto di un’originale e autonoma invenzione. Come è stato affermato da J. Mokyr,17 non tutte le formazioni sociali sono ugualmente aperte alle innovazioni, ma uno degli ingredienti chiave della crescita economica è senz’altro la creatività tecnologica. Esisterebbero, poi, piccole invenzioni, che sarebbero aggiustamenti e miglioramenti di quanto già noto, e grandi invenzioni, che comporterebbero cambiamenti più profondi. L’ampia casistica illustrata in questo volume rientra in entrambe le categorie e talvolta non è semplice stabilire quella prevalente. Ad esempio, la sostituzione del natron con le ceneri vegetali è una grande innovazione in quanto rende autonomi i diversi produttori e sopperisce alla scarsità della materia prima, ma è anche un aggiornamento di processi produttivi già noti.

  • 18 De Juan Ares e Salinas – Pradell in questo volume.
  • 19 Reynolds et al., Capelli – Meo – Sacco in questo volume. Sul tema dello smalto in Tunisia e Sicili (...)
  • 20 Colangeli – Schibille in questo volume.

10Ancor più che per gli altri temi trattati in queste note conclusive è fondamentale integrare i dati delle ceramiche con quelli dei vetri per avere un’idea più chiara della portata dei cambiamenti. In primo luogo possiamo sottolineare nuovamente, nell’arco di tempo considerato (IX-XI secolo), la più spiccata propensione al cambiamento all’interno dei paesi che entrarono a far parte dell’impero islamico: sia nel campo della ceramica che del vetro si assiste a modifiche non solo nel gusto decorativo e formale, ma anche nelle catene operative e nell’utilizzo delle materie prime. Questo si nota ad esempio in al-Andalus dove si producono prima i vetri al piombo poi a ceneri sodiche e piombo e, infine, a ceneri sodiche, mentre nelle ceramiche si passa progressivamente e con diverse soluzioni dalle prime invetriate anch’esse al piombo alle vetrine con ossidi di stagno (le maioliche).18 In Sicilia e Tunisia tra X e XI secolo cambiano le composizioni delle vetrine e si sperimenta senz’altro l’uso dello smalto.19 In un momento imprecisato tra IX e X secolo si producono, sempre tra Sicilia e Tunisia, localmente vetri con ceneri sodiche,20 con una grande varietà di forme, indice questo di un’ampia gamma di possibili usi. Tra IX e X secolo sempre all’interno del mondo islamico spicca poi la grande capacità produttiva delle città principali, che spesso non coprono soltanto il proprio mercato urbano, ma distribuiscono i loro prodotti per areali vasti e in quantità consistenti. Cordova, Pechina, Palermo, Kairouan mostrano di avere un artigianato molto specializzato e capace di grandi output. Su tutti questi temi le analisi archeometriche integrate, che permettono di riconoscere le diverse “ricette” produttive e la provenienza delle materie prime, si dimostrano cruciali.

  • 21 Ad esempio per Roma e per le modalità produttive della vetrina pesante e sparsa si veda Rascaglia (...)
  • 22 Per una sintesi, si rimanda nuovamente al recentissimo Wickham 2023.
  • 23 Gratuze et al. in questo volume, inoltre Bianchi 2022.

11Per la Penisola Italiana la situazione che sembra emergere dai casi di studio editi in questo volume e anche in parte dalla letteratura esistenteì21 è piuttosto distinta. Cominciamo con la ceramica. A rigore non si può del tutto affermare che la ceramica a vetrina pesante altomedievale non rappresenti in qualche modo un’innovazione rispetto al passato. Sebbene la tecnica della monocottura (molto diversa da quelle in doppia cottura del mondo islamico) fosse già nota nel mondo tardoromano, in molti casi si registrano cesure nelle produzioni invetriate tra tardo antichità e alto medioevo e, inoltre, il repertorio formale e decorativo di questa classe ceramica a partire dal tardo VIII-IX secolo è decisamente diverso dal passato. Tuttavia, come ben sottolinea M. Ferri (supra) per l’area alto-adriatica, la produzione di ceramica a vetrina pesante è nel complesso poco standardizzata, si trova specialmente in connessione con centri privilegiati, in quantità in genere molto ridotte e proviene da un numero elevato di centri produttivi diversi pur avendo spesso caratteristiche formali comuni. Molti elementi fanno pensare a produzioni di artigiani itineranti dipendenti da istituzioni ecclesiastiche. Se ai dati sulla ceramica si affiancano quelli del vetro si può notare, come appunto fa di nuovo la Ferri (supra): il ricorso quasi esclusivo a materie prime riciclate, il basso numero di forme prodotte (sostanzialmente calici, con funzione potoria ma anche per l’illuminazione, e lucerne) e, infine, la rarità dei ritrovamenti e la loro frequente connessione con centri religiosi. Si può pensare, quindi, a forme produttive strettamente controllate dagli enti ecclesiastici, frutto di maestranze probabilmente in parte itineranti, in ogni caso con scarso output e una clientela ristretta. Un ulteriore problema è anche a partire da quando questo sistema economico della Penisola darebbe segni di cambiamento. Rispetto a questo tema e in generale alla crescita economica dell’occidente cristiano le opinioni possono essere molto divergenti.22 Se è vero che nel X-XI secolo la ceramica a vetrina sparsa (erede di quella a vetrina pesante) diventerebbe in qualche modo più diffusa e standardizzata, non si può certo dire che raggiunga i livelli di specializzazione e concentrazione produttiva che si notano nel mondo islamico per le ceramiche fini invetriate. Lo stesso può dirsi dei vetri, ancora rari in questo stesso periodo nelle stratigrafie della Penisola. Esistono naturalmente eccezioni ed il sito di Vetricella nella Toscana meridionale sembrerebbe uno di questi casi, proprio per il suo status privilegiato di curtis regia.23 In questo sito è, tuttavia, significativo che la maggior parte dei vetri siano prodotti con vetro riciclato, con la sola eccezione di un reperto di provenienza siro-palestinese e una coppa blu con pastiglie bianche applicate di provenienza dall’Europa centrale (in realtà quest'ultimo è un vetro di lusso fatto a sua volta con vetro riciclato!). Specialmente l’Italia centro-settentrionale sembrerebbe iniziare il suo decollo, accompagnato da innovazioni tecniche, ruolo produttivo delle città e output consistenti, soltanto tra XII e XIII secolo.

  • 24 Berrica – Schibille in questo volume.

12Naturalmente non è tutto bianco e nero nelle nostre casistiche e anche nel mondo islamico, specialmente nei secoli successivi alla conquista, si danno situazioni molto diversificate. Nel caso di al-Andalus, mentre a Cordova si producevano i vetri al piombo secondo tecniche innovative, nel villaggio minerario di Dehesa de Navalvillar nel IX secolo si facevano oggetti riciclando vetri tardoantichi al natron, come rivelato dalle analisi elementari.24 Questo di Dehesa de Navalvillar è un bel caso di studio perché attraverso la lettura attenta della stratigrafia e dei contesti si è potuto ricostruire come la produzione del vetro dovesse essere solo occasionale, eseguita probabilmente da maestranze itineranti e sfruttando strutture normalmente utilizzate per attività metallurgiche. Stratigrafia, analisi dei contesti, tipologia e archeometria sono, come in questo caso di studio, elementi importanti per una convincente lettura dei fenomeni produttivi. Su questi ultimi aspetti torniamo, per concludere, qui di seguito.

Archeometria, archeologia e storia

  • 25 Cfr. Colangeli – Sacco in questo volume.
  • 26 Cfr. Salinas – Pradell in questo volume. Qualche perplessità sulla invenzione totalmente autoctona (...)

13Sebbene l’archeometria non sia assolutamente una novità nello studio dei reperti archeologici, negli ultimi anni l’affinamento e la moltiplicazione delle tecniche analitiche, assieme ad un notevole ampliamento dei casi di studio e quindi delle banche dati di riferimento (in molti casi grazie anche alle ricerche finanziate dalla Comunità Europea) stanno consentendo di aumentare in maniera esponenziale il potenziale informativo dei reperti archeologici. In questo contesto abbiamo già commentato il grande avanzamento delle conoscenze sul vetro e quindi del suo potenziale informativo. Molto rimane ancora da fare e, come suggerito dalle organizzatrici di questo convegno,25 è importante poter contare su analisi congiunte di vetri e ceramiche invetriate. Particolarmente eloquente sembrerebbe il caso di al-Andalus dove il riconoscimento dei medesimi processi e materie prime nella produzione di oggetti in vetro e dei rivestimenti delle prime ceramiche invetriate in doppia cottura (secoli VIII-IX), consentirebbe di individuare percorsi di invenzione e sperimentazione apparentemente completamente locali.26

  • 27 Cfr. Briano – Orecchioni in questo volume.
  • 28 Cfr. Pactat 2021.
  • 29 Cfr. Briano 2022.
  • 30 Cfr. ad es. Saguì – Lepri 2015.

14Più in generale sembrerebbe utile studiare attraverso le stesse procedure analitiche vetri e ceramica invetriata per un confronto più stringente su materie prime e processi produttivi comuni o distinti. Ad esempio, nel caso delle ceramiche a vetrina sparsa dell’Aretino27 la presenza, anche in vetrine sparse dei secoli XII-XIII, di isotopi del piombo tipici delle miniere di Melle in Francia non più sfruttate dopo la fine del X secolo pone diversi interrogativi. Se non stupisce il legame stretto tra Toscana ed Europa centrale in età carolingia e poi ottoniana, non è chiaro come l’ossido di piombo di Melle potesse ancora essere usato nel XII secolo. Si conoscono però vetri prodotti in Francia nel X secolo,28 che utilizzavano probabilmente scorie di quelle miniere, come anche è stato ipotizzato che dalla ri-lavorazione di metalli provenienti (magari decenni prima) da Melle potessero derivare scorie che avevano comunque l’impronta isotopica delle sue miniere.29 Nel caso aretino le analisi archeometriche dovrebbero, quindi, estendersi al vetro (fatto riciclando vetri di provenienza centro-europea?) o a eventuali scarti di lavorazione vetraria o anche verificare se i rivestimenti delle ceramiche a vetrina sparsa siano magari fatti attraverso vetro riciclato, solo per fare delle ipotesi. In generale il possibile ricorso al riciclo di vetro più antico per fare le ceramiche invetriate (sia quelle a vetrina pesante o sparsa sia quelle islamiche) potrebbe essere forse una pista di ricerca interessante. Ad esempio, nel caso della Roma di età carolingia è stato notato30 come siano sostanzialmente assenti dalle stratigrafie frammenti di oggetti in vetro, segnale forse di un ricorso generalizzato alla raccolta sistematica per la rifusione. Nel caso romano, è però importante tenere anche presente come nel IX secolo si producessero localmente ceramica a vetrina pesante in quantità non trascurabili e anche mosaici fatti con tessere vitree.

  • 31 Si rimanda a Caroscio 2012 e a McSweeney 2011 per un’ampia trattazione del tema in relazione alla (...)

15Importanti prospettive apre anche lo studio dei rivestimenti bianchi o biancastri ottenuti aggiungendo alla miscela della vetrina piccole quantità di ossido di stagno. La tecnica dello smalto è interessante perché prevede l’utilizzo di una materia prima, l’ossido di stagno, che è rara e spesso non disponibile in loco e, inoltre, un processo di decorazione che comporta (in genere) la realizzazione dei decori dipinti al di sopra del rivestimento e non al di sotto. In questo caso l’archeometria consente di riconoscere bene i processi produttivi e l’aggiunta intenzionale di ossido di stagno, ma purtroppo al momento non la sua provenienza. Questo è un peccato perché le miniere di stagno erano davvero poche e sulla base delle fonti storiche disponibili sarebbero soprattutto quelle del sud-ovest dell’Inghilterra (Devon e Cornovaglia), da un lato, e della Malesia, dall’altro, ad essere le principali fornitrici di stagno nel medioevo (qualcosa di simile al natron nell’antichità).31 Nel caso dell’Inghilterra è attestata una sicura intensificazione della sua commercializzazione nel XIII secolo. Possibili fonti alternative potrebbero esistere anche nella Penisola Iberica, dove lo stagno era estratto in età romana. Sembrerebbe, tuttavia, che nel XIV secolo lo stagno per le maioliche valenziane provenisse anch’esso dall’Inghilterra.

  • 32 Salinas et al. in questo volume.
  • 33 Alle analisi condotte da Capelli – Meo – Sacco presentate in questo volume, si deve aggiungere Cap (...)
  • 34 Capelli et al. in questo volume.
  • 35 Forse anche in Tunisia per quanto riguarda la ceramica a boli gialli.
  • 36 Cfr. Gragueb 2011 per Raqqada e Cabella et al. 2011 per Sabra. Nel caso di Sabra lo confermano le (...)

16E. Salinas e T. Pradell (supra) ritengono che al-Andalus sia stata l’area del Mediterraneo occidentale più precoce nella produzione di invetriate opacizzate con ossido di stagno: a Cordova già agli inizi del X secolo si producevano intenzionalmente maioliche con decorazione dipinta sopra lo smalto. Le medesime autrici ritengono che questa precocità sia dovuta alla disponibilità in loco delle materie prime necessarie. Nelle produzioni di Cordova lo stagno si trova in rivestimenti nei quali è in associazione con ossidi di piombo e ceneri di piante sodiche. L’intera ricetta, che si accompagnerebbe anche ad altre innovazioni come i forni a barre e nuovi repertori formali e decorativi, deriverebbe direttamente dal mondo islamico orientale. Sempre secondo Salinas e Pradell un’eventuale mediazione di Tunisia e Sicilia non sembrerebbe attendibile. Le analisi condotte sui reperti tunisini di X-XI secolo da Utica e Cartagine32 sembrerebbero, infatti, far attualmente escludere una precoce produzione smaltata locale. Dobbiamo, tuttavia, segnalare come in Sicilia, il ricorso intenzionale all’ossido di stagno sembrerebbe essere abbastanza precoce (metà del X secolo), sebbene non così generalizzato.33 Particolarmente evidente sembrerebbe il ricorso allo stagno nelle produzioni cosiddette “a boli gialli” (pieno XI secolo), ora accertate anche per Palermo e Mazara .34 Queste ultime rimangono, tuttavia, in genere decisamente minoritarie rispetto alle altre classi ceramiche. In sostanza lo smalto sembrerebbe essere stato tra le opzioni tecniche consapevolmente utilizzate anche in Sicilia,35 ma la rarità della materia prima ne avrebbe limitato l’uso fino alla intensificazione del commercio dello stagno nel XIII secolo. Se è probabile che lo stagno per le protomaioliche siciliane del XIII secolo provenisse dalle miniere inglesi, sarebbe interessante capire come i vasai di X-XI secolo si procuravano l’ossido di stagno: dall’estremo oriente attraverso la mediazione egiziana o da al-Andalus? Molto interessante sembrerebbe, poi, il caso delle città dinastiche tunisine come Raqqada e Sabra al-Mansurya dove produzioni molto raffinate e con chiari modelli orientali sono caratterizzate da rivestimenti sicuramente stanniferi.36 È stato per altro sottolineato come si trattasse di produzioni particolarmente pregiate destinate alle élite. Questo sembrerebbe un buon motivo per la loro assenza da Utica e Cartagine, che pur consumando ceramiche invetriate di provenienza dall’area di Kairouan, non erano certamente centri privilegiati tra X e XI secolo. In conclusione ci sembra che dobbiamo essere ancora cauti sulle modalità dei trasferimenti tecnologici o sulle “invenzioni” anche all’interno dell’area islamica.

  • 37 Si veda ad es. Molinari – Wickham c.s.

17Sostanzialmente tutti i contributi di questo volume fanno uso di analisi archeometriche, ma mi sia consentito, non tutti con egual successo. Naturalmente in molti casi è importante il numero di analisi, il valore statistico dei risultati e quindi la disponibilità di mezzi finanziari adeguati. È, tuttavia, molto importante anche il disegno complessivo della ricerca e la corretta integrazione tra le domande degli archeologi e le procedure analitiche adottate dagli scienziati. Rispetto ai temi di questo convegno mi sembra importante la minuziosa ricostruzione delle catene operative, delle materie prime usate e dei loro cambiamenti avvenuti nel tempo e nello spazio. Il modo migliore di procedere sembrerebbe, quindi, partire dalle domande alle quali si vuole rispondere e fare la giusta campionatura, tenendo conto della riconoscibilità delle forme ceramiche analizzate, nonché della rappresentatività dei campioni. La qualità dell’informazione archeologica con campioni scelti da contesti e sequenze stratigrafiche sembrerebbe altrettanto importante. Sul giusto modo di operare tra scienziati e umanisti si è del resto molto discusso, anche di recente,37 relativamente ad un’ampia gamma di ricerche non solo sulla storia delle tecniche, ma anche sul clima, sull’ambiente, sulle migrazioni, sulla salute, sulla nutrizione, per citarne alcune. Le soluzioni non sono univoche, ma fondamentalmente quando si affrontano ricerche multidisciplinari, che sono poi quelle che più oggi possono arricchire la nostra ricostruzione della storia, il segreto sembrerebbe essere di lavorare in equipe imparando e discutendo di continuo con gli altri specialisti, sin dal disegno iniziale e nel rispetto dei principi di validazione di ciascuna disciplina.

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Giannichedda 2006 = E. Giannichedda, Uomini e cose, Bari, 2006.

Gragueb 2011 = S. Gragueb Chatti, La céramique vert et brun à fond blanc de Raqqāda, in P. Cressier, E. Fentress (a cura di), La céramique maghrébine du haut Moyen Âge (VIIIe-Xe siècle), Roma, 2011 (Collection de l’École française de Rome, 446), p. 181-195.

McSweeney 2011 = A. McSweeney, The Tin Trade and Medieval Ceramics: Tracing the Sources of Tin and its Influence on Mediterranean Ceramics Production, in Al-Masāq, 23, 2011, p. 155-169.

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Mokyr 1990 = J. Mokyr, The lever of riches. Technological Creativity and Economic Progress, Oxford, 1990.

Molinari – Wickham c.s. = A. Molinari, C. Wickham (a cura di), ‘Hard sciences’, history and archaeology of the Middle Ages: towards new paradigms?, in Archeologia Medievale, 50, in corso di stampa.

Nef 2014 = A. Nef, Quelques réflexions sur les conquêtes islamiques, le processus d’islamisation et ses implications pour l’histoire de la Sicile, in A. Nef, F. Ardizzone (a cura di), Les dynamiques de l’islamisation en Méditerranée centrale et en Sicile : nouvelles propositions et découvertes récentes, Roma-Bari, 2014, p. 47-58.

Neri 2021 = E. Neri, Produzione e circolazione del vetro nell’alto Medioevo: une entrée en matière, in A. Coscarella, E. Neri, G. Noyé (a cura di), Il vetro in transizione (IV-XII secolo). Produzione e commercio in Italia meridionale e nell’Adriatico, Bari, 2021, p. 19-33.

Northedge 1990 = A. Northedge, Les origines de la céramique à glaçure polychrome dans le monde islamique, in Actes du VIe Congrès International sur « La céramique médiévale en Méditerranée » (Aix-en-Provence, 13-18 novembre), Aix-en-Provence, 1997, p. 213-223.

Peacock 2017 = A.C.S. Peacock (a cura di), Islamisation: comparative Perspectives from History, Edimburgo, 2017.

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Saguì – Lepri 2015 = L. Saguì, B. Lepri, La produzione del vetro a Roma: continuità e discontinuità fra tardo antico e alto Medioevo, in A. Molinari, L. Spera, R. Santangeli Valenzani (a cura di), L’archeologia della produzione a Roma (secoli V-XV), Atti del Convegno internazionale di studi, Roma-Bari, 2015, p. 225-242.

Schibille 2022 = N. Schibille, Islamic Glass in the Making. Chronological and Geographical Dimensions, Lovanio, 2022.

Pactat 2021 = I. Pactat, L’activité verrière en France entre le VIIIe et le XIe siècle. Résilience et mutations d’une production artisanale, in Bulletin du centre d’études médiévales d’Auxerre, 25/1, 2021, p. 1-15.

Rustow 2020 = M. Rustow, The Lost Archive: Traces of a Caliphate in a Cairo Synagogue, Princeton, 2020.

Watson 1983 = A.W. Watson, Agricultural innovation in the Early Islamic world: the diffusion of crops and farming techniques, 700-1100, Cambridge, 1983.

Wickham 2023 = C. Wickham, The donkey and the boat. Reinterpreting the Mediterranean economy, 950-1180, Oxford, 2023.

Zhang 2016 = R. Zhang, An Exploratory Quantitative Archaeological Analysis and a Classication System of Chinese Ceramics Trade in the Western Indian Ocean: AD c. 800-1500, Durham theses, Durham University, Durham E-Theses Online, http://etheses.dur.ac.uk/11747/.

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Notes

1 Per una sintesi sull’avanzamento della ricerca sulla produzione del vetro antico e medievale si vedano ad esempio i recenti: Schibille 2022; Neri 2021; Pactat 2021; inoltre Colangeli – Sacco in questo volume.

2 Si veda ad es. Freestone 2015.

3 Si vedano Colangeli – Schibille e Ferri in questo volume, nonché Pactat 2021 per la Francia.

4 Mirti et al. 2000.

5 De Juan Ares e Salinas – Pradell, in questo volume; Schibille 2022; Pactat 2021.

6 De Juan Ares; Colangeli – Schibille in questo volume.

7 Berrica – Schibille in questo volume.

8 Sui limiti delle conoscenze supra Colangeli – Sacco.

9 Ferri in questo volume.

10 Sui molti possibili significati di Islamizzazione si rimanda per brevità a Peacock 2017 e Nef 2014.

11 Si tratta della discussa “Green Revolution” di A. Watson (1983), per uno status quaestionis Davies c.s.

12 Cfr. da ultimo Rustow 2020.

13 Ad es. Northedge 1997; Gayraud 2014, nonché Zhang 2016 per le esportazioni di ceramiche cinesi.

14 Barnes 1997, Bouchaud et al. 2018.

15 In questo ricchissimo volume si fa per altro grande uso delle fonti archeologiche e in particolare della ceramica come fondamentale indicatore economico.

16 Sul tema esiste una amplissima letteratura, una buona sintesi è Giannichedda 2006, p. 73-83.

17 Cfr. Mokyr 1990.

18 De Juan Ares e Salinas – Pradell in questo volume.

19 Reynolds et al., Capelli – Meo – Sacco in questo volume. Sul tema dello smalto in Tunisia e Sicilia torneremo nel paragrafo seguente, integrando quanto affermato dagli autori di questo volume con la bibliografia sull’argomento.

20 Colangeli – Schibille in questo volume.

21 Ad esempio per Roma e per le modalità produttive della vetrina pesante e sparsa si veda Rascaglia – Russo 2014, per i vetri dell’Italia meridionale Coscarella et al. 2021.

22 Per una sintesi, si rimanda nuovamente al recentissimo Wickham 2023.

23 Gratuze et al. in questo volume, inoltre Bianchi 2022.

24 Berrica – Schibille in questo volume.

25 Cfr. Colangeli – Sacco in questo volume.

26 Cfr. Salinas – Pradell in questo volume. Qualche perplessità sulla invenzione totalmente autoctona delle prime invetriate in doppia cottura di Pechina e Cordova è la presenza di “zampe di gallo” e bastoni distanziatori, illustrati dalle autrici anche in questo volume tra gli indicatori produttivi delle officine delle due località citate. Questo tipo specifico di strumenti sono, infatti, ben diffusi nel mondo islamico anche con cronologie molto precoci (cfr. ad es. Coll Conesa – Garcia Porras 2010).

27 Cfr. Briano – Orecchioni in questo volume.

28 Cfr. Pactat 2021.

29 Cfr. Briano 2022.

30 Cfr. ad es. Saguì – Lepri 2015.

31 Si rimanda a Caroscio 2012 e a McSweeney 2011 per un’ampia trattazione del tema in relazione alla produzione di maioliche.

32 Salinas et al. in questo volume.

33 Alle analisi condotte da Capelli – Meo – Sacco presentate in questo volume, si deve aggiungere Capelli et al. 2020, con riferimento anche ad esemplari della prima metà del X secolo.

34 Capelli et al. in questo volume.

35 Forse anche in Tunisia per quanto riguarda la ceramica a boli gialli.

36 Cfr. Gragueb 2011 per Raqqada e Cabella et al. 2011 per Sabra. Nel caso di Sabra lo confermano le analisi archeometriche, in quello di Raqqada l’aspetto macroscopico delle “ceramiche verdi e brune su fondo bianco”.

37 Si veda ad es. Molinari – Wickham c.s.

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Pour citer cet article

Référence papier

Alessandra Molinari, « Vetri e ceramiche invetriate, archeologia e archeometria: qualche riflessione comparativa »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 135-2 | 2023, 391-398.

Référence électronique

Alessandra Molinari, « Vetri e ceramiche invetriate, archeologia e archeometria: qualche riflessione comparativa »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge [En ligne], 135-2 | 2023, mis en ligne le 01 mars 2024, consulté le 12 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/12719 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/mefrm.12719

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Auteur

Alessandra Molinari

Università di Roma Tor Vergata, molinari@lettere.uniroma2.it

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