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Le forme del vetro: tecnologie a confronto. Produzioni vitree e invetriate in Sicilia, Italia peninsulare, Ifrīqiya e al-Andalus tra IX e XI secolo

Shine bright. Vetro e (un po’ di) ceramica invetriata a Venezia e nelle aree limitrofe tra VI e XI secolo

Margherita Ferri
p. 361-378

Résumés

La prima parte dell’intervento riguarda una disamina di vecchi e nuovi dati derivati dalle ricerche condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia con il fine di sintetizzare quanto noto su produzione e consumo degli oggetti in vetro a Venezia e aree limitrofe tra V e XI secolo. Si tratta di un periodo particolarmente avaro di rinvenimenti e quanto emerso dagli scavi di Jesolo, Torcello, San Francesco del Deserto, San Lorenzo d’Ammiana, San Pietro in Castello, Santa Maria e Donato a Murano, Sant’Ilario di Mira costituisce un buon punto di partenza per descrivere il consumo di oggetti in vetro nei secoli di formazione della città. A seguire viene proposto un breve stato dell’arte sulle produzioni ceramiche invetriate altomedievali (CVP e CVS) nel medesimo areale e periodo. L’articolo sviluppa maggiormente la trattazione dei dati relativi alla produzione vitrea. Il ricorso al modello proposto per la produzione della ceramica invetriata in monocottura si mostra fondamentale per mettere a confronto queste due categorie di oggetti e evidenziare un possibile sostrato comune in cui questi manufatti trovano utilizzo e diffusione.

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Texte intégral

Introduzione

  • 1 L’insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha avviato la revision (...)
  • 2 Gelichi et al. 2021.

1I dati sul vetro e sulla ceramica invetriata nell’area nord adriatica tra IX e XI secolo sono pochi e soprattutto non organici. Negli ultimi anni molto lavoro è stato fatto, soprattutto per quel che riguarda le cronologie, che sono state puntualizzate e circoscritte.1 In generale, si è affinata la capacità di determinare finestre temporali più precise e ridotte in cui collocare le diverse fasi di occupazione degli insediamenti; nello specifico di ciascuna categoria di manufatti, sono state costruite seriazioni morfo-cronologiche. Ciò consente confronti tra siti diversi, sia in termini di evoluzione generale dei medesimi, che di dettaglio dei reperti rinvenuti. È ora possibile provare a delineare un’analisi sul lungo periodo del vetro tardo antico e altomedievale per l’area lagunare veneziana e per le zone limitrofe, affini per situazione geopolitica, come ad esempio l’area del delta del Po, dove si trova l’insediamento di Comacchio,2 a cui affiancare anche i dati derivati dalle ceramiche rivestite in monocottura altomedievali.

  • 3 Gelichi 2006; Id. 2010a.
  • 4 Gelichi et al. 2017.
  • 5 Gelichi 2010b.

2Gli anni più recenti hanno visto anche un notevole avanzamento degli studi sulla storia della Venezia delle origini. La bibliografia a riguardo è amplissima, ma appare necessario sintetizzare qualche punto saliente per comprendere il contesto geopolitico dell’areale oggetto di studio. La laguna di Venezia, fino al V secolo, è sostanzialmente sfruttata e frequentata, ma non abitata stabilmente ed intensamente.3 La nascita della “città” di Venezia è un lungo processo che consiste nella colonizzazione di un ampio territorio lagunare, a partire dal V-VI secolo, in seguito ad opportunità ambientali ed economiche: aree in precedenza destinate a uno sfruttamento poco intensivo, o sparso, vedono l’intervento dell’uomo per la bonifica di aree lagunari con la regimentazione delle rive4 e la comparsa di vari insediamenti. Quale tipo di economia si praticasse in queste aree è ancora argomento di studio, ma la coltivazione del sale e altre risorse complementari hanno probabilmente svolto un ruolo fondamentale e primario.5

  • 6 Gelichi et al. 2017.
  • 7 Gasparri 2015.

3Si tratta di un processo policentrico: più isole e luoghi specifici sono interessate in questa prima fase (V-VII secolo) dalla nascita di insediamenti stabili, che talvolta sopravvivono con successo (Rialto), talvolta invece spariscono improvvisamente (Metamauco, leggendaria novella Atlantide, di cui è difficile, oggi, la localizzazione topografica) o entrano in una fase di declino e graduale perdita di centralità politica (Cittanova, Equilo, Torcello).6 Parallelamente, tra V e VII secolo, si avvia la nascita e lo sviluppo delle istituzioni politiche, dove l’apparente conflitto tra luoghi differenti che si contendono un primato rappresenta la manifestazione del processo di affermazione di differenti gruppi emergenti in un lungo e graduale sviluppo di una nuova ed autonoma istituzione.7

  • 8 Gelichi 2021.

4Nella seconda metà dell’VIII secolo Venezia, in quanto istituzione, è una realtà. Tra la fine del secolo e l’inizio del IX avviene il trasferimento a Rialto e la “costruzione” della città, così come la intendiamo oggi, in tutte le sue strutture anche simboliche.8

I materiali vitrei

  • 9 McCray 1999.
  • 10 Carboni 2011.
  • 11 Verità 2013 per questo tema in particolare; Zecchin 1987 e volumi seguenti per l’enorme lavoro di (...)

5Parlando di Venezia e della sua storia, appare piuttosto naturale pensare alla produzione vitrea. Tuttavia, le conoscenze in merito all’avvio di questo artigianato in città sono piuttosto scarse. L’argomento è stato ampiamente trattato da storici, archeologi e storici dell’arte, ma senza mai giungere a dati certi. Ad esempio, nel valutare le possibili connessioni tecniche e artistiche tra i vetrai veneziani e quelli del mondo bizantino e islamico, è stata avanzata l’ipotesi che le origini della tradizione vetraria veneziana siano da ricercare nei contatti che Venezia ebbe con il mondo islamico, soprattutto attraverso la migrazione di lavoratori e il commercio di materiali.9 Tuttavia, volendo fare una verifica sui manufatti, gli oggetti in vetro islamico rinvenuti a Venezia, da scavi o conservati nel tesoro di San Marco, sono in realtà molto pochi e molto particolari per colore e tecniche di lavorazione. I materiali del tesoro di San Marco probabilmente sono arrivati in Italia in un momento tardo, forse durante le Crociate.10 Ricercare le origini della tradizione vetraria veneziana nel contatto con il mondo islamico è una via percorribile per alcune specifiche tecniche utilizzate nel basso Medioevo (ad esempio la smaltatura). Per il periodo a partire dal XII secolo il quadro dei contatti, delle influenze e delle vie di trasmissione è ben delineato. Invece, per i secoli precedenti, quelli che coincidono con la formazione della città di Venezia, cioè dall’VIII secolo (considerando questo come il momento della strutturazione materiale della città), la questione si fa più complicata. Per il periodo formativo della città i pochi dati sulla produzione vitrea non permettono di ipotizzare eventuali rotte di trasferimento tecnologico. I lavori passati hanno posto l’accento sulla necessità fondamentale di ordinare quanto a disposizione e di rispondere a questioni basilari, come la definizione della transizione da vetro a fondente sodico minerale a quello a fondente sodico vegetale.11 Non è stato possibile ricostruire una visione d’insieme coerente e soprattutto risulta evidente come non sia possibile retrodatare il modello di trasmissione delle tecniche vitree che viene proposto per il periodo pieno e basso medievale.

  • 12 Zecchin 1987, p. 5.
  • 13 Doménech-Belda – Gutiérrez Lloret 2020; Hodder 2012.

6È risaputo che le fonti documentarie certificano la produzione vitrea veneziana solo a partire dalla fine del X secolo (infra).12 Per quanto riguarda il dato archeologico, fondamentale per illustrare la situazione precedente, quanto sappiamo del vetro di area veneziana viene sostanzialmente da studi non sistematici. Le motivazioni sono forse ben note: il vetro in passato non veniva sempre raccolto; molte parti dell’oggetto risultavano di difficile attribuzione e non venivano considerate negli studi; si procedeva alla pubblicazione di risultati parziali che tenevano conto solo di una selezione dei materiali vitrei. Negli ultimi anni si è verificato un profondo cambiamento metodologico: oggigiorno si prevede sostanzialmente un approccio olistico o contestuale, ovvero un approccio che tiene in considerazione tutti i ritrovamenti e li colloca non solo nella loro dimensione temporale e spaziale, ma anche nel groviglio di relazioni derivato dal rapporto tra persone e cose.13 Per rendere effettivo un approccio di questo tipo è necessaria una raccolta dati sistematica che preveda una quantificazione complessiva per procedere a dei confronti intra-sito e inter-sito basati su dati completi.

  • 14 Gelichi et al. 2018a.
  • 15 Ferri 2006.
  • 16 Gelichi – Moine 2012.

7I siti da cui provengono i rinvenimenti presentati si datano tra la fine del IV secolo e l’XI e presentano una certa disparità di rinvenimenti in termini assoluti (tab. 1). I contesti possono essere suddivisi in tre gruppi in base alla loro datazione e verranno analizzati mantenendo questa suddivisione, che riflette i momenti di formazione e strutturazione della città così come descritti in precedenza. A Jesolo,14 Torcello e San Francesco del Deserto,15 a San Lorenzo d’Ammiana,16 la sequenza, infatti, ha inizio con un’azione di riorganizzazione del territorio lagunare, databile tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, a cui segue un successivo sviluppo dell’abitato, tra V e VI secolo. Significativamente, in molti dei contesti è presente una discontinuità che si colloca tra VIII e X secolo, momento che coincide esattamente con la strutturazione materiale della città.

Fig. 1. Localizzazione dei siti analizzati.

Fig. 1. Localizzazione dei siti analizzati.

Tab. 1. Siti presi in considerazione, datazione e quantificazione rinvenimenti vitrei.

Sito Datazione Frammenti vitrei Numero minimo individui
Jesolo IV-VII s. 2000 645
Torcello Santa Maria Assunta IV-VII s. 1062 205
San Francesco del Deserto IV-VII s. 132 21
San Lorenzo d’Ammiana IV-VII s. 129 30
San Pietro di Castello VI-VII e VIII-IX s. 222 (in corso di studio) 49 (in corso di studio)
Murano Santi Maria e Donato VII-VIII e X-XII s. 27 16
Mira Sant’Ilario X-XI s. 95 23
Torcello Fornace IX s. ? ?
  • 17 Gelichi 2021.
  • 18 Gelichi et al. 2018b.

8Si tratta in tutti i casi di località posizionate nella parte settentrionale della laguna, che sembra interessata da un popolamento precedente rispetto alla parte centrale, corrispondente all’attuale centro storico.17 La laguna nord di Venezia tra IV e VI secolo è oggetto di un progressivo interramento che porta queste zone più vicine alla linea di costa. Inoltre, esse si posizionano proprio a ridosso di un’antica bocca di porto che doveva aprirsi in un antico cordone litoraneo, più arretrato rispetto all’attuale di Punta Sabbioni e di cui l’isola Sant’Erasmo rappresenta un relitto.18 Sono località, facilmente raggiungibili sia dal mare aperto, sia dall’entroterra, collocate lungo quei percorsi endolagunari di comunicazione che sfruttavano vie terrestri integrate a vie d’acqua e che rendevano queste zone molto vitali, come testimonia Cassiodoro nella sua lettera ai tribuni marittimi (lettera 24 del libro XII: Cassiodoro, Variarum libri XII).

9Per i secoli successivi al VII, invece, questi siti non risultano accomunati da un quadro omogeneo di occupazione, ma è evidente in tutti un netto mutamento di contesto geopolitico che porta ad un cambio di destinazione insediativa. A Jesolo e a San Lorenzo d’Ammiana viene impiantato un cimitero, a Torcello prende avvio la costruzione della chiesa cattedrale.

10Questa traiettoria comune, evidente nella storia insediativa, torna anche tra gli arredi vitrei rinvenuti (fig. 2 e 3). Le fasi più antiche (V secolo-Jesolo, San Francesco del Deserto) si caratterizzano per la presenza di forme aperte con orlo tagliato riconducibili a bicchieri/coppe tipo Isings 96/106, decorate da pasticche applicate a caldo o da linee incise. A partire dalla fine del secolo questa stessa forma viene rifinita con orlo arrotondato alla fiamma. Questi recipienti vengono gradualmente sostituiti dai calici su basso stelo cavo tra pieno V e VI secolo (fig. 2). Le attestazioni di calici, infatti, molto rari nelle fasi di V, vanno aumentando tra VI e VII secolo (Jesolo, Torcello, San Lorenzo d’Ammiana). Allo stesso modo, nelle fasi più antiche della nostra sequenza (V secolo, Jesolo e San Francesco del Deserto), compaiono poche bottiglie o brocche che però vanno rarefacendosi nel VI fino a scomparire nel VII secolo. Un’ulteriore categoria di oggetti sempre presente è quella delle lampade, sia nella forma ad appendice cava che nella variante con anse da sospensione (fig. 3). In questo caso risulta difficile individuare un trend di maggiore/minore presenza nel corso di questa prima forbice cronologica.

Fig. 2. Recipienti vitrei da Jesolo.

Fig. 2. Recipienti vitrei da Jesolo.

Fig. 3. Recipienti vitrei da San Lorenzo di Ammiana.

Fig. 3. Recipienti vitrei da San Lorenzo di Ammiana.

11La sostituzione del calice sul bicchiere/coppa apodo, che avviene apparentemente in modo abbastanza graduale, rivela anche un cambiamento delle modalità produttive: la fabbricazione di bicchieri/coppe Isings 96/106 richiede l’uso dell’applicazione a caldo di pastiglie (solitamente in colore blu) o l’incisione di linee. Inoltre, utilizza, di preferenza, l’orlo tagliato. La fabbricazione dei calici, almeno quando privi di decorazioni, richiede, invece, una manualità maggiore per l’ottenimento dell’orlo arrotondato e per la formazione dello stelo, ma non capacità tecniche di ottenere vetro colorato o incidere i recipienti. Probabilmente, le officine che producevano le due tipologie erano differenti e possedevano un portato tecnico e manuale diverso. Nel VII secolo si verifica, invece, l’incremento di recipienti (in particolare calici) decorati con filamenti bianchi applicati a caldo sul bordo, spesso nella variante marmorizzata nello spessore della parete. Questa pare una ulteriore indicazione che l’approvvigionamento dei prodotti abbia subito un cambiamento. Questa modifica tecnica, infatti, riflette un apporto esterno, sia esso definibile come approvvigionamento da mercati differenti dei prodotti finiti o piuttosto come apporto di nuove competenze. Dall’analisi dei dati di scavo non emerge un cambio subitaneo, ma piuttosto la gradualità di queste innovazioni sembra suggerire l’acquisizione di nuove competenze che si fanno strada lentamente.

  • 19 Neri 2021, p. 21-22, per un sintetico stato dell’arte.
  • 20 Per una sintesi: Verità 2013.

12Sono in corso delle analisi archeometriche sui materiali da Jesolo che dovrebbero chiarire se a questo cambio morfologico corrisponda un mutamento di officine secondarie, che a loro volta potrebbero essere state coinvolte da un avvicendamento di approvvigionamento primario o da una crescente incidenza del riciclo, testimoniata dalla presenza di miscele miste. Tra IV e VIII-IX secolo, infatti, le aree di tradizionale produzione primaria di vetro al natron (Egitto e area levantina) furono interessate da una serie di eventi che ne cambiarono profondamente l’assetto geopolitico. L’esito fu l’avvicendarsi di numerose produzioni vitree variegate in quanto a componenti, fresche e di riciclo, ma in parte cronologicamente sovrapponibili.19 La profonda riorganizzazione della produzione primaria ebbe effetti anche nella lavorazione secondaria coeva, che, in area alto-adriatica, appare, a livello tipologico, impoverita. I dati archeometrici a disposizione su manufatti databili tra VII e IX secolo rinvenuti nella laguna di Venezia riguardano pochi oggetti, talvolta privi di dati stratigrafici o databili a intervalli cronologici molto ampi o ancora a tessere musive, che venivano probabilmente prodotte in centri autonomi e specializzati, almeno quelle di colore rosso opaco o quelle a foglia d’oro, e principalmente indirizzate all’analisi della transizione dal fondente sodico minerale a quello vegetale.20

13A fronte di una evidente riduzione delle forme attestate, è facilmente ipotizzabile una moltiplicazione delle funzioni svolte dalle poche forme più diffuse. I calici svolgevano funzione potoria ma forse servivano anche per l’illuminazione, pur avendo testimonianza della presenza di lampade, sia con anse da sospensione, sia ad imbuto. La progressiva sostituzione di forma apode tipo bicchieri/coppe Isings 96/106 con recipienti con base a disco sembra suggerire che i bicchieri apodi potessero svolgere la stessa complementarietà funzionale poi ereditata dai calici. D’altra parte, va sottolineato il deciso abbandono del materiale vitreo per la conservazione e dispensa, vista la mancanza di bottiglie.

  • 21 Il lavoro di revisione della sequenza in relazione ai materiali rinvenuti è ancora in corso, a cur (...)

14L’intervallo cronologico successivo, quello che corrisponde alla definizione e crescita della ormai a tutti gli effetti città di Venezia, cioè tra VIII e IX secolo, ci porta nel cuore dell’abitato, a San Pietro di Castello. Qui la revisione dei materiali e della sequenza21 evidenzia nell’VIII secolo un utilizzo della suppellettile in vetro molto scarso ma in continuità con il panorama delineato per gli altri siti citati per il VII secolo. Non pare di poter mettere in evidenza sostanziali diversificazioni dal punto di vista morfologico o produttivo.

15Il dettaglio della periodizzazione che sembra emergere da San Pietro di Castello evidenzia un’occupazione anteriore al VI secolo, caratterizzata da una struttura muraria in laterizi legati con malta e pali lignei, ma che risulta del tutto priva di materiali vitrei. In una fase successiva, databile tra VI e VII secolo, nell’area si susseguono tre successive strutture di sponda, costituite da paletti e fasci di salicacee intrecciati, contenenti un deposito artificiale di bonifica. Tra i materiali della bonifica sono presenti alcuni bicchieri Isings 96/106, alcuni calici (diametro alla base compreso tra 3,8 e 5 cm), una lampada a gambo cavo e un frammento di lastra da finestra. Infine, per l’arco cronologico che qui interessa, nel periodo compreso tra VIII e IX secolo, nell’area vengono costruiti due successivi edifici quadrangolari. I materiali vitrei riferibili a questo periodo comprendono ancora una volta alcuni calici (diametro alla base compreso tra 3,4 e 5 cm), un solo bicchiere Isings 96/106, almeno quattro lampade e numerosi frammenti di lastre da finestra.

  • 22 Fozzati 2005, p. 43-45.
  • 23 Fozzati 2005, p. 153.
  • 24 Fozzati 2005, p. 158.
  • 25 Stiaffini 2014, p. 250.

16Un altro sito veneziano, quello di Ca’ Vendramin Calergi, dove è stata rinvenuto un edificio quadrangolare databile nell’VIII secolo e resti combusti di un secondo probabile edificio in legno databile nel IX-X secolo,22 ha restituito pochissimi materiali vitrei e attribuibili ad una sola tipologia: tre calici (diametro alla base di 4,5 e 5 cm), di cui uno con stelo pieno con anello modellato a circa metà altezza.23 Quest’ultimo era in associazione stratigrafica con mezzo follis di Basilio I, Leone e Alessandro, 879-886,24 e richiama alcuni frammenti simili rinvenuti in area padana e con datazione simile.25

  • 26 Leciejewicz 2002.
  • 27 Leciejewicz et al. 1977, p. 140-149.

17Per l’intervallo cronologico compreso tra IX e X secolo, è necessario in primo luogo illustrare quanto rinvenuto nel corso dello scavo della fornace di Torcello, datata al IX secolo,26 senza entrare nel dettaglio delle strutture della fornace.27

18I manufatti rinvenuti nelle fasi precedenti all’officina sono costituiti da calici con diametro della base compreso tra i 3,5 cm e 4 cm. (fig. 4) Dalle fasi di vita dell’officina, invece, provengono bicchieri a calice con lavorazione a due tempi, in cui il punto di attacco tra il gambo ed il recipiente è caratterizzato da un ingrossamento ad anello, e diametro della base di 4-4,5 cm. Tra i pochi altri manufatti rinvenuti in fase con l’attività della fornace sono presenti basi ad anello applicato, un’ansa di lampada da sospensione, basi apode, tessere musive e una probabile lastra di vetro da finestra (fig. 5).

Fig. 4. Recipienti vitrei da Torcello (fasi precedenti l’impianto della fornace).

Fig. 4. Recipienti vitrei da Torcello (fasi precedenti l’impianto della fornace).

Fig. 5. Recipienti vitrei da Torcello (in fase con la fornace).

Fig. 5. Recipienti vitrei da Torcello (in fase con la fornace).
  • 28 Zaccaria Ruggiu 1985; Gerhardinger 1987.
  • 29 Ferri 2022, p. 51.

19Questi materiali si associano per datazione con quanto rinvenuto davanti alla chiesa dei Santi Maria e Donato, a Murano. Si tratta di un vecchio scavo degli anni ‘80, condotto dalla scuola polacca in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, che ha restituito un edificio verosimilmente posteriore al IX secolo che presenta tracce di restauri nei due secoli successivi.28 I rinvenimenti attribuibili alle fasi più antiche sono numericamente poco consistenti.29 L’unico frammento rinvenuto nei livelli riferibili alla fase di cantiere dell’edificio di X secolo è l’appendice cava di una lampada ad imbuto, a cui non si accompagnavano altri reperti vitrei. I rinvenimenti relativi ai secoli X-XII secolo (relativi cioè ai restauri) sono pochissimi frammenti di calici con base a disco e lampade con anse per la sospensione simili a quelle in uso nel periodo altomedievale.

  • 30 Moine et al. 2017.

20Un ulteriore piccolo nucleo di vetri, questa volta di X e XI secolo, viene da Sant’Ilario, un monastero dogale ai margini della laguna sud di Venezia. Qui il complesso dei rinvenimenti ceramici del monastero mostra un approvvigionamento da differenti percorsi commerciali, con la sovrapposizione di diverse reti di distribuzione. A Sant’Ilario poche pareti in vetro non attribuibili ad una forma nota si accompagnano ad anfore dal Mediterraneo orientale, ceramica bizantina, ceramica in monocottura, pietra ollare dall’area alpina e ceramica grezza, dalle forme abbastanza standardizzate che suggeriscono una produzione di scala perlomeno regionale.30

21In generale tutti questi siti mostrano una molto scarsa presenza di manufatti in vetro riferibili a questi secoli centrali del medioevo. Anche quando categorie ceramiche come anfore o ceramica rivestita sono in generale ben rappresentate, la presenza di vetro è rara (Sant’Ilario), come già verificato per gli altri siti coevi o di poco precedenti (Murano, San Pietro di Castello). In tutti i casi, oltre ad un quantitativo di materiali in vetro molto povero, va segnalata la quasi completa mancanza di basi, impedendo così l’identificazione univoca di alcune forme (lampade e bicchieri; tra i bicchieri, quelli apodi troncoconici e coppe di calici). Tuttavia, questo dato in negativo è significativo perché suggerisce che il riciclo fosse praticato in maniera sistematica, lasciando probabilmente alla dispersione nel deposito solo delle pareti più fini e dei frammenti più minuti, mentre i frammenti di dimensioni maggiori o più spessi (come le basi) venivano raccolti.

22In tutti i siti analizzati si conferma, anche per il periodo cronologico compreso tra il IX e l’XI secolo, la mancanza di forme chiuse e si riscontra la presenza di sole forme potorie (calici) e lampade da illuminazione. L’unico sito che presenta qualche differenza è Torcello, peculiare proprio per essere un sito produttivo: oltre ai caratteristici calici prodotti a due tempi, sono state rinvenute anche basi ad anello che in altri siti non compaiono.

Le ceramiche invetriate in monocottura

  • 31 Gelichi 2016; Gelichi et al. 2017, p. 76-81.

23Questo paragrafo sintetizza le ricerche svolte da Sauro Gelichi sulle invetriate altomedievali dall’area nord adriatica31 e ha lo scopo di illustrare questa produzione per tentare un confronto con la produzione e il consumo di vetro nel medesimo periodo cronologico.

  • 32 Gelichi – Maioli 1992.

24Dalla laguna provengono ceramiche invetriate in monocottura appartenenti a due gruppi. Il primo gruppo, pochissimi esemplari, tutte forme chiuse, è costituito dalle ceramiche a vetrina cosiddetta pesante, una vetrina coprente e spessa, verde o giallo-marrone, talvolta con decorazioni applicate, distesa sul corpo ceramico prima della cottura (fig. 6). Si tratta di forme chiuse, talvolta provviste di beccuccio tubolare. Sulla base dei contesti di scavo locali, la cronologia resta incerta e bisogna riferirsi a quella stabilita per la ceramica tipo Forum Ware laziale, cioè tardo VIII-IX secolo. Il secondo gruppo è costituito da ceramiche con invetriatura parziale, prive di decorazioni. Anche dette in passato ‘invetriata tipo Sant’Alberto’ sulla base di rinvenimenti emiliani,32 si datano tra X e XI secolo. Poco presenti al di fuori della laguna, sono attestate nell’entroterra padano fino all’area veronese (Nogara). Quantitativamente, rispetto al gruppo precedente, sono poco più numerose e presentano una maggiore varietà formale (sono infatti attestati boccali, tazzotti, lucerne).

25Le analisi minero petrografiche di frammenti comacchiesi hanno rivelato un’origine genericamente locale-padana per il primo gruppo, mentre, per il secondo gruppo, analisi di frammenti da Torcello e Sant’Agata indicano argille appartenenti a gruppi diversi ma molto vicini tra di loro, contenenti minerali di tipo alpino che indicherebbero bacini di approvvigionamento in prossimità del delta del Po. Sebbene ulteriori approfondimenti di carattere archeometrico potrebbero permettere di precisare meglio l’areale produttivo, pare di poter collocare questa produzione ceramica in area padana costiera. Le vetrine non sono state analizzate.

26Sauro Gelichi ipotizza per queste ceramiche una produzione policentrica, seppure tutta localizzata in ambito padano come indicato dalle analisi, forse ulteriormente delimitabile all’ambito territoriale bizantino. Seppure non cospicua, si tratterebbe di una produzione che continuò lungo tre secoli (dal tardo VIII all’XI secolo). La specificità tecnica dell’invetriatura in monocottura, che non trova confronti in altre produzioni coeve locali, e la relativamente scarsa diffusione in un arco cronologico di tre secoli, porta ad ipotizzare una produzione saltuaria e non continuativa, eseguita da maestranze itineranti, forse stagionali o forse anche operative solo su commissione. I rinvenimenti circoscrivibili in ambiti monastici o genericamente ecclesiastici, soprattutto per i recipienti del primo gruppo, indirizzano verso un prevalente utilizzo di ambito liturgico (eucaristico o battesimale).

Fig. 6. Invetriata in monocottura da Sant’Ilario.

Fig. 6. Invetriata in monocottura da Sant’Ilario.

Shine bright

  • 33 Wood 2021.
  • 34 Brown 2019.
  • 35 Wood 2021.
  • 36 Fouracre 2018; Id. 2020; Delogu 2018; Story 2018.
  • 37 Wood 2021, p. 483.
  • 38 Fouracre 2018, p. 306.
  • 39 Fouracre 2020.
  • 40 Graham 2020.
  • 41 Fouracre 2018, p. 306-307.
  • 42 Story 2018.
  • 43 Graham 2020.

27Ian Wood ha applicato alla società altomedievale un modello antropologico secondo il quale l’istituzione ecclesiastica avrebbe svolto un ruolo primario per tutto il periodo alto medievale.33 La chiesa avrebbe avuto una funzione accentratrice e redistributiva della ricchezza tra V e VI secolo, favorendo il passaggio da forme di economia fiscale ad una economia ecclesiastica volta ad acquisire la salvezza spirituale, intrecciando così inseparabilmente sfera economica e sfera spirituale e plasmando un nuovo atteggiamento nei confronti della ricchezza stessa.34 Dal VII secolo, la necessità di un capitale rinnovabile per continuare a garantire il sostentamento di una istituzione sempre più numerosa portò a preferire l’incameramento di ricchezza terriera e dunque rinnovabile a scapito di ricchezza rappresentata da oggetti mobili, ma che non producevano altra ricchezza nel corso del tempo.35 Ulteriori ricerche primariamente rivolte allo studio della trasformazione dei beni fiscali, ai loro trasferimenti e all’analisi della distribuzione della ricchezza tra tardo antico e alto medioevo hanno evidenziato come l’intento di fare uso salvifico della ricchezza divenne pervasivo e si espresse in forme culturali caratteristiche. In particolare, una rilevante parte della ricchezza e degli investimenti si riversarono sull’illuminazione degli edifici religiosi e sull’obbligo di garantire all’istituzione ecclesiastica il combustibile per l’illuminazione.36 Si è acclarata in questo modo l’importanza dell’atto di illuminare nella cultura altomedievale e in particolare nel rituale ecclesiastico.37 Il ricorso alla luce come simbolo di salvezza va ricercato in riferimenti dell’antico testamento,38 ma la possibilità di garantire l’accensione di una o più lampade all’interno di edifici religiosi divenne a partire dal IV secolo un gesto di prestigio, di dimostrazione di ricchezza e di ridistribuzione della stessa in un contesto di economia morale. Nel corso dei sei secoli altomedievali si verificò un lento ma graduale allargamento della base sociale di coloro che potevano permettersi di partecipare a questo processo.39 In effetti, dai documenti altomedievali emerge la valenza economica degli uliveti per la produzione dell’olio, programmaticamente donati ai monasteri per permettere loro di avere una riserva di questo combustibile costantemente disponibile.40 Si tratta di un processo che prende avvio per sostituire la produzione africana che venne meno dal VII secolo e che nel corso dell’alto medioevo mostrò un riflesso dei cambiamenti climatici (ad esempio con la diffusione degli uliveti anche nella regione dei grandi laghi nord italiani)41 e che in generale mostra, nell’VIII secolo, l’avvenuto passaggio ad un’economia a scala localizzata.42 Il ricorso all’olio d’oliva come combustibile è motivato dal fatto che, tra i tanti materiali disponibili (come olio di semi di lino o la cera d’api), l’olio d’oliva è il materiale che produce il minor fumo e ha la resa più alta.43

  • 44 Senza essere esaustivi, si ricordano alcune raccolte che affrontano questi temi attraverso le font (...)
  • 45 Fondamentali i lavori di Marina Uboldi: Uboldi 1995; Id. 2020.

28L’analisi dei dati archeologici relativi a materiali in vetro e ceramica invetriata in monocottura in area veneziana mostra una corrispondenza con questo modello economico culturale: illustra la bidirezionalità del passaggio dei significati simbolici attribuiti agli oggetti e il cambiamento di gusto. La questione della luce e delle fonti di illuminazione è stata ampiamente studiata, sia dal punto di vista dei supporti alla luce artificiale (lampade, lucerne, lampadari, di vari materiali e fogge), o naturale (vetrate e aperture), ma anche da un punto di vista emotivo dell’esperienza religiosa.44 In particolare, la predilezione del materiale vitreo trasparente come supporto per la la luce artificiale è da tempo oggetto di analisi crono-tipologica e funzionale.45

  • 46 Bille – Sørensen 2007.

29Illuminare gli edifici ecclesiastici attraverso specifici oggetti ed utilizzare per la liturgia recipienti in grado di riflettere la luce è un atto simbolico. La luce agisce come un agente sociale attivo che facilita la relazione tra cose, persone, luoghi, colori,46 ma poca attenzione è stata dedicata al gesto e a come dovesse svolgersi. Il caso dei rinvenimenti vitrei e della ceramica invetriata altomedievale illustra la relazione tra cultura materiale e esperienza personale. Nel modello economico proposto, l’istituzione religiosa diventa il motore di un’economia morale: si suppone, dunque, un modello cosiddetto imposto, top-down, che a partire dal vertice elitario favorisca la diffusione e la discesa lungo la piramide sociale di un nuovo paradigma di pratiche sociali ed economiche motivate su base religiosa. In area veneziana, i rinvenimenti vitrei, in particolare le onnipresenti lampade, e la ceramica in monocottura ad uso liturgico mostrano questo processo da un altro punto di vista, analizzandolo dalla base, osservandone lo schema d’uso sul terreno.

Fig. 7. Invetriata in monocottura: lucerne.

Fig. 7. Invetriata in monocottura: lucerne.
  • 47 Duckworth 2020.
  • 48 Una introduzione con stato dell’arte in Cantini 2013; sul tema recentemente Gelichi 2020.

30Questo contributo privilegia l’analisi del materiale vitreo perché in passato meno interessato da riflessioni di sintesi per mettere a sistema produzione, consumo e riciclo (passaggio fondamentale nella vita degli oggetti in vetro).47 Viceversa, i modi di produzione e consumo ceramici altomedievali in area padana sono stati analizzati a più riprese fin dagli anni ‘80.48 Questo contributo intende proporre un’analisi che tenga conto degli oggetti in entrambi i materiali, non dal punto di vista tecnologico, o di confronto morfologico-funzionale, ma dal punto di vista esteriore, della loro apparenza, e, dunque, sulla base dell’appeal esercitato sui consumatori. Il contributo fa quindi tesoro degli studi precedenti sulla ceramica altomedievale in area padana e considera in particolare le ceramiche invetriate in monocottura, che svettano nel quadro complessivo proprio per la loro apparenza invetriata (e che porta con sé, rispetto ai prodotti non rivestiti coevi, una tecnologia di fabbricazione più sofisticata e di cui è stato proposto un modello di consumo peculiare, supra).

  • 49 Tra i lavori di sintesi, Larese 2004, ad esempio, presenta la materia a partire da collezioni muse (...)

31Nei secoli più antichi del Medioevo, quelli di formazione della città di Venezia, la persistenza di un discreto consumo vitreo indica una parziale continuità con i secoli precedenti. Non siamo in grado di collocare con precisione il caso veneziano rispetto al modello economico a cui si è fatto riferimento in apertura di questo paragrafo a causa della scarsità di dati archeologici sull’utilizzo del vetro tra III e IV secolo.49 Tutti i siti qui analizzati sono residenziali e di nuova fondazione; in essi la funzione religiosa (come luoghi di culto o luoghi di sepoltura) interviene in seguito. Tuttavia, tutti illustrano l’utilizzo di recipienti in vetro in una crescente contrazione formale.

  • 50 Uboldi 2020.
  • 51 In generale, sull’incidenza del riciclo del vetro Duckworth 2020.
  • 52 Gliozzo et al. 2023.

32Molto più significativo quanto possibile osservare tra VIII e X secolo. L’analisi morfologica dei materiali vitrei ha evidenziato la sopravvivenza di due sole forme: i calici, a cui sono attribuite funzioni molteplici (potorie e per l’illuminazione)50 e forme specifiche per la sola illuminazione. L’apparente crollo dell’utilizzo di recipienti in vetro va spiegato con un sempre più spinto ricorso al riciclo, che restituisce una ingannevole assenza di consumo51 (analisi sui materiali tardo antichi da Jesolo indicano che circa la metà dei recipienti rinvenuti sono risultato di riciclo).52 Anche accettando una lettura lineare, cioè che il vetro sia ora un materiale poco diffuso, è chiaro che l’uso prevalente in area veneziana risulti molto specifico, nell’ambito principale dell’illuminazione. Parallelamente, in quest’area in questo stesso arco cronologico, si sviluppa la produzione di ceramiche invetriate in monocottura, probabilmente proprio in ambito ecclesiastico e per fini ecclesiastici. La tecnica dell’invetriatura è del tutto nuova e distingue nettamente il modo in cui questi oggetti appaiono, grazie alla vernice che riflette la luce.

  • 53 Woolgar 2006; Walker Bynum 2011.
  • 54 Pastoureau 2005, p. 113.
  • 55 Stasolla 2013 e in generale Albisola 2016.

33Lampade da illuminazione e ceramica invetriata in monocottura sono gli oggetti utilizzati per creare e percepire la luce artificiale e, per questo motivo, acquisiscono essi stessi le proprietà fisiche e sociali della luce:53 possono modellare e trasformare le interazioni tra persone e cose e luoghi. La luce era, inoltre, capace di dare movimento,54 ma d’altra parte questo non stupisce se immaginiamo un mondo illuminato da candele e lampade ad olio la cui luce artificiale non è certo statica e fissa, come siamo abituati oggigiorno, ma, riflettendosi sulle superficie lucide, amplifica la propria capacità di illuminare e può donare una sensazione di moto (e dunque di vita) agli oggetti che investe. L’effetto emotivo creato non è affatto secondario, ma anzi innesca una comunicazione efficace il cui effetto evidente è una vasta diffusione di questi oggetti. La stessa preferenza accordata alle lampade in vetro, in grado di amplificare la loro capacità di illuminare grazie alla trasparenza, a scapito delle lucerne in ceramica, che seppur ancora presenti nel VII e forse anche VIII, vanno in seguito scomparendo,55 è un dato che va nella medesima direzione: gli aspetti rituali si sovrappongono e intrecciano con la sfera laica in un continuo gioco dialettico di rimandi.

  • 56 Ferri 2022, p. 50-52.
  • 57 Zecchin 1987, p. 5.
  • 58 Hodges – Leppard 2011.
  • 59 Stiaffini 1999, p. 18-19; Kroustallis 2014.

34Nel IX secolo la fornace di Torcello certifica l’avvio effettivo di una produzione vitrea veneziana, accentrata in un grande impianto produttivo, vicinissimo alla chiesa vescovile e dove lavoravano artigiani altamente competenti, con una produzione quantitativamente forse limitata, ma specializzata, dando come esito un consumo scarso, quasi esclusivo.56 L’estrema vicinanza della fornace di Torcello con la chiesa cattedrale e, in generale, i pochissimi dati documentali riguardo alla produzione veneziana convergono verso un unico comune denominatore. Tra la fine del X e la fine dell’XI secolo compaiono come testimoni di vari affari del monastero di San Giorgio i più antichi artigiani vetrai veneziani: nel 982 Domenico, tra il 1083 e il 1090 Pietro.57 San Giorgio era un monastero benedettino, come San Vincenzo al Volturno. Nel monastero molisano sono state individuate due aree artigianali successive. La più antica, di inizio IX secolo, vede il succedersi in rapida successione di una serie di officine provvisorie per le necessità della costruenda chiesa (una fornace per laterizi, un apprestamento per la lavorazione del bronzo, una fornace per vetro e, infine, la fossa per la fusione delle campane). Nel secondo quarto del IX secolo vengono approntate le officine collettive, localizzate poco più a sud e costituite da un edificio ad ambienti accostati, di cui due riservati alla lavorazione dei metalli e uno alla lavorazione del vetro.58 Sebbene dunque la fornace di Torcello non possa riferirsi con certezza al complesso ecclesiastico, la vicinanza topografica, l’accostamento temporale della fornace con San Vincenzo al Volturno e i reiterati richiami delle fonti documentali veneziane alla produzione vitrea in ambito monastico sono significative. In aggiunta, e in un ambito più generale, uno dei più antichi trattati che parlano dell’arte del vetro, il De Universo, di XI secolo, è conservato presso la biblioteca dell’Abbazia di Montecassino, scritto da Rabano Mauro, abate del monastero benedettino di Fulda. Anche Teofilo, curatore di una raccolta di trattati tecnici che arricchisce di prologhi teorici all’inizio del XII secolo, il De diversis artibus, era un uomo di chiesa. Uno dei libri di questa raccolta è dedicato al vetro, con l’intenzione di offrire uno strumento agile e comodo a chi doveva sovrintendere laboratori artigianali multiattività.59 In questa direzione, di una stretta correlazione tra istituzioni religiose e nuove produzioni vitree, portano anche i dati di Nonantola, anche se fuori dall’area geografica specifica di questo intervento, nella seconda metà del X secolo, con tracce di lavorazione del vetro all’interno del monastero, tra lo scriptorium e l’abside della chiesa.

  • 60 Bergamo et al. 2018, p. 137-138.

35Sono molto scarse le indicazioni precise relative ai luoghi esatti di produzione ceramica, per attuare un confronto con la situazione descritta per il vetro. A Nonantola, nella prima metà del IX secolo, è attiva una fornace per laterizi e un impianto per la lavorazione del piombo. La fornace per laterizi trova precisi confronti con la fornace temporanea per materiali edilizi rinvenuta a San Vincenzo al Volturno, entrambe destinate alla produzione di materiale costruttivo per l’uso interno al complesso religioso.60 Nonostante, dunque, questa non precisa corrispondenza di dati tra ceramica e vetro, ritengo che il modello della produzione della ceramica in monocottura sia calzante e fondamentale per descrivere un quadro complessivo di cambio di gusto a cui si affianca un cambio delle modalità produttive, che, se difficilmente tracciabili attualmente sul piano archeometrico, risultano evidenti sul piano materiale. L’istituzione ecclesiastica poteva senz’altro avere i mezzi e le risorse per garantire lo svolgimento del ciclo vitale degli oggetti in vetro, dalla produzione, al consumo, alla raccolta per il riciclo.

  • 61 Fouracre 2020, p. 386.

36L’intreccio tra produzione e consumo vitreo in area veneziana diviene palese solo dal IX secolo, quando ormai Venezia ha fatto proprie tutte le forme istituzionali della città. I dati archeologici dell’area veneziana e più in generale padana convergono per identificare tra IX e X secolo il momento in cui può ritenersi compiuta questa “mercificazione sociale dell’eternità”,61 ma a Venezia questo è evidente solo da un momento piuttosto maturo della storia cittadina.

  • 62 Zecchin 2013.
  • 63 Uboldi – Verità 2003.
  • 64 Silvestri – Marcante 2011.
  • 65 Uboldi – Verità 2003.
  • 66 Verità – Zecchin 2012.
  • 67 Verità – Zecchin 2009.
  • 68 Schiffer - Skibo 1987.

37Si tratta esattamente del momento in cui compaiono i primi manufatti vitrei che certificano l’avvio delle importazioni di fondente sodico di origine vegetale nell’alto adriatico. Analisi archeometriche condotte in numerosi siti veneziani e padani mostrano la presenza di un gruppo di recipienti la cui composizione intermedia indicherebbe il riciclo di vetro di tradizione antica (a base di fondente sodico natron) aggiunto a miscela ottenuta con fondente a base di ceneri vegetali62 (di nuova produzione? che giunge con approvvigionamenti regolari nel territorio? fin da subito oggetto a sua volta di riciclo? su questo aspetto i dati archeometrici non sono dirimenti). Si tratta di un numero limitato di campioni a fronte di un ben più consistente quantitativo di recipienti ancora prodotti con l’esclusivo utilizzo di natron, ad indicare un passaggio lento a questi nuovi approvvigionamenti e alla nuova tecnologia. D’altra parte, l’ampio intervallo di datazione di questi materiali di miscela intermedia non dipende solo dalle condizioni di rinvenimento e dalla capacità da parte degli studiosi di attribuire esatte cronologie, che ancora necessitano di precisazioni, ma è legato alla natura stessa del processo di diffusione della nuova miscela: tra VIII e X secolo (Carvico)63, tra X e XII secolo (Nogara)64, XI secolo (Mariano Comense;65 Torcello, mosaici della chiesa di santa Maria Assunta)66, tra VIII e XIII secolo (varie località veneziane).67 La svolta pare collocarsi proprio tra X e XI secolo, quando, raggiunta una frontiera tecnologica68, prende avvio una nuova fase produttiva accompagnata da nuove abitudini. Questo esatto momento di cambiamento tecnologico in ambito vitreo coincide con l’affermazione delle ceramiche invetriate in monocottura. Entrambi questi prodotti sarebbero l’espressione di un consumo indirizzato dapprima in modo gerarchico, che tra X e XI comincia a divenire diffuso e distribuito.

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Notes

1 L’insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha avviato la revisione di alcuni vecchi scavi condotti negli anni ‘90 e primi 2000 nel centro storico di Venezia e che hanno interessato fasi altomedievali, grazie ad un finanziamento PRIN (Progetto PRIN 2017 FOOD&Stones, CUP H74I17000170003, PI Sauro Gelichi) e ad un accordo con SABAP Venezia città metropolitana.

2 Gelichi et al. 2021.

3 Gelichi 2006; Id. 2010a.

4 Gelichi et al. 2017.

5 Gelichi 2010b.

6 Gelichi et al. 2017.

7 Gasparri 2015.

8 Gelichi 2021.

9 McCray 1999.

10 Carboni 2011.

11 Verità 2013 per questo tema in particolare; Zecchin 1987 e volumi seguenti per l’enorme lavoro di pubblicazione delle fonti sul vetro medievale veneziano.

12 Zecchin 1987, p. 5.

13 Doménech-Belda – Gutiérrez Lloret 2020; Hodder 2012.

14 Gelichi et al. 2018a.

15 Ferri 2006.

16 Gelichi – Moine 2012.

17 Gelichi 2021.

18 Gelichi et al. 2018b.

19 Neri 2021, p. 21-22, per un sintetico stato dell’arte.

20 Per una sintesi: Verità 2013.

21 Il lavoro di revisione della sequenza in relazione ai materiali rinvenuti è ancora in corso, a cura di M. Dadà e C. Negrelli, ma si anticipano qui alcuni dati specifici relativi al vetro. La sequenza insediativa preliminare è discussa in Tuzzato 1991; Tuzzato et al. 1993.

22 Fozzati 2005, p. 43-45.

23 Fozzati 2005, p. 153.

24 Fozzati 2005, p. 158.

25 Stiaffini 2014, p. 250.

26 Leciejewicz 2002.

27 Leciejewicz et al. 1977, p. 140-149.

28 Zaccaria Ruggiu 1985; Gerhardinger 1987.

29 Ferri 2022, p. 51.

30 Moine et al. 2017.

31 Gelichi 2016; Gelichi et al. 2017, p. 76-81.

32 Gelichi – Maioli 1992.

33 Wood 2021.

34 Brown 2019.

35 Wood 2021.

36 Fouracre 2018; Id. 2020; Delogu 2018; Story 2018.

37 Wood 2021, p. 483.

38 Fouracre 2018, p. 306.

39 Fouracre 2020.

40 Graham 2020.

41 Fouracre 2018, p. 306-307.

42 Story 2018.

43 Graham 2020.

44 Senza essere esaustivi, si ricordano alcune raccolte che affrontano questi temi attraverso le fonti iconografiche, archeologiche, documentali: Il fuoco nell’alto medioevo 2013, Albisola 2016, Luminosa saecla 2020.

45 Fondamentali i lavori di Marina Uboldi: Uboldi 1995; Id. 2020.

46 Bille – Sørensen 2007.

47 Duckworth 2020.

48 Una introduzione con stato dell’arte in Cantini 2013; sul tema recentemente Gelichi 2020.

49 Tra i lavori di sintesi, Larese 2004, ad esempio, presenta la materia a partire da collezioni museali e non avvalendosi di dati stratigrafici.

50 Uboldi 2020.

51 In generale, sull’incidenza del riciclo del vetro Duckworth 2020.

52 Gliozzo et al. 2023.

53 Woolgar 2006; Walker Bynum 2011.

54 Pastoureau 2005, p. 113.

55 Stasolla 2013 e in generale Albisola 2016.

56 Ferri 2022, p. 50-52.

57 Zecchin 1987, p. 5.

58 Hodges – Leppard 2011.

59 Stiaffini 1999, p. 18-19; Kroustallis 2014.

60 Bergamo et al. 2018, p. 137-138.

61 Fouracre 2020, p. 386.

62 Zecchin 2013.

63 Uboldi – Verità 2003.

64 Silvestri – Marcante 2011.

65 Uboldi – Verità 2003.

66 Verità – Zecchin 2012.

67 Verità – Zecchin 2009.

68 Schiffer - Skibo 1987.

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Table des illustrations

Titre Fig. 1. Localizzazione dei siti analizzati.
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Titre Fig. 2. Recipienti vitrei da Jesolo.
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Titre Fig. 3. Recipienti vitrei da San Lorenzo di Ammiana.
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Fichier image/jpeg, 54k
Titre Fig. 4. Recipienti vitrei da Torcello (fasi precedenti l’impianto della fornace).
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Titre Fig. 5. Recipienti vitrei da Torcello (in fase con la fornace).
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Titre Fig. 6. Invetriata in monocottura da Sant’Ilario.
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Titre Fig. 7. Invetriata in monocottura: lucerne.
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Pour citer cet article

Référence papier

Margherita Ferri, « Shine bright. Vetro e (un po’ di) ceramica invetriata a Venezia e nelle aree limitrofe tra VI e XI secolo »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 135-2 | 2023, 361-378.

Référence électronique

Margherita Ferri, « Shine bright. Vetro e (un po’ di) ceramica invetriata a Venezia e nelle aree limitrofe tra VI e XI secolo »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge [En ligne], 135-2 | 2023, mis en ligne le 01 mars 2024, consulté le 12 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/12673 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/mefrm.12673

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Auteur

Margherita Ferri

Università Ca’ Foscari Venezia, ferri@unive.it

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