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Le forme del vetro: tecnologie a confronto. Produzioni vitree e invetriate in Sicilia, Italia peninsulare, Ifrīqiya e al-Andalus tra IX e XI secolo

Verso una ridefinizione su basi tipologiche e archeometriche della ceramica invetriata “tipo D’Angelo” e “a boli gialli” di XI secolo prodotta e circolante in Sicilia

Claudio Capelli, Antonino Meo et Viva Sacco
p. 301-319

Résumés

In questo lavoro si presentano i risultati di una ricerca interdisciplinare condotta al fine di meglio chiarire gli aspetti tecnologici e tipologici delle ceramiche prodotte e circolanti in Sicilia e in Ifrīqiya nel corso dell’XI secolo, un periodo di grandi trasformazioni in quest’area geografica. L’attenzione è stata focalizzata nello specifico sui cosiddetti tipi “D’Angelo” e “a boli gialli”, per i quali sussistono numerosi quesiti riguardo all’origine, alla classificazione e alle tecniche di realizzazione dei decori e delle vetrine. I risultati di tali ricerche sono stati integrati con nuove analisi, sia archeometriche al microscopio polarizzatore su sezione sottile, sia tipologiche, di esemplari inediti restituiti dagli scavi di Castello della Pietra (TP) e mediante la revisione di ceramiche edite provenienti da diversi siti siciliani e del Nord Italia.

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Texte intégral

Introduzione1

  • 1 Sebbene il presente contributo sia il frutto di un lavoro condiviso tra gli autori, il paragrafo 3 (...)
  • 2 Per un approfondimento sugli avvenimenti storici di questo periodo in Sicilia e sul contributo all (...)

1Negli ultimi quindici anni, numerosi studi sono stati concentrati su diversi aspetti politici, sociali, economici e culturali relativi alle fasi della Sicilia islamica, portando a una vera e propria rivoluzione nelle conoscenze di questo periodo storico. L’archeologia è stata parte integrante di essi e ha consentito, assieme ad un sempre più frequente impiego di un approccio interdisciplinare, di accedere a una quantità e a una varietà di dati del tutto inedita rispetto al passato, quando la ricostruzione storica avveniva in prevalenza mediante l’uso di fonti scritte. Gli studi sui materiali ceramici sono senz’altro tra i più proficui, in quanto stanno fornendo novità significative, gettando luce sulla complessità dell’articolazione tipologica, cronologica e spaziale delle diverse produzioni siciliane e avendo un impatto non indifferente sulla comprensione delle dinamiche di scambio e di trasmissione delle tecniche nel Mediterraneo centrale.2

  • 3 Per uno stato dell’arte sulle produzioni invetriate, sia sotto il profilo tipologico che archeomet (...)
  • 4 Si impiega qui il termine “tipo” facendo riferimento alla definizione datane da Tiziano Mannoni (1 (...)

2Tra le produzioni più studiate e sulle quali sono emerse recentemente novità importanti, vi sono le ceramiche invetriate.3 In questa sede si propone una ricerca interdisciplinare focalizzata sul riesame di due tipi con rivestimento vetroso4 ritenuti indicatori significativi per l’XI secolo, restituiti da numerosi siti insulari e distribuiti anche al di fuori della Sicilia. All’analisi tipologica è stata affiancata l’analisi petrografica in sezione sottile al microscopio polarizzatore di una serie di campioni editi e inediti.

  • 5 Molinari 1995.
  • 6 D’Angelo 2010, p. 110-112.
  • 7 Sacco 2020; Meo 2021 (con la variante “linee”).
  • 8 Definizione utilizzata in Sacco 2017 e in Sacco c.d.s., secondo il nome dall’autore che per primo (...)
  • 9 Tuttavia, già le analisi preliminari in sezione sottile effettuate da C. Capelli su due campioni f (...)
  • 10 Berti – Tongiorgi 1981, p. 170-175, tavole LX-LXX.
  • 11 Berti 2003, p. 34; Berti – Giorgio 2011, p. 32-34, Ceramiche invetriate policrome, Gruppo I, varia (...)
  • 12 Mannoni 1983, p. 236, Gruppo Va; Berti 2003, p. 134.
  • 13 Rispettivamente, Fiorilla 2009; Ampolo et al. 1971.
  • 14 Per gli ultimi ritrovamenti a Piazza Armerina, da ultimo Alfano 2019; Siracusa: Ben Amara et al. 2 (...)
  • 15 Bacini 4, 11. Predieri – Sfrecola 2018.

3Il primo tipo indagato è noto come “Pisa”,5 ceramica cotta “a temperatura bassa e decorata in bruno e verde con tratti di uguale spessore”,6 a “tratti in verde e bruno di uguale spessore”,7 “D’Angelo”8 (d’ora in poi: TDA). Esso fu identificato come sottogruppo tra le invetriate policrome per la prima volta nel Nord Italia tra i bacini di Pisa da Graziella Berti e i coniugi Tongiorgi e, in Sicilia, da Franco D’Angelo. Fu proprio quest’ultimo a ipotizzare che l’effetto opalescente della vetrina che caratterizzava gli individui di questo tipo da lui studiati fosse voluto e ottenuto grazie alla presenza di bolle e di abbondanti granuli di quarzo lasciati intenzionalmente non fusi.9 La cronologia delle attestazioni pisane era stata posta all’inizio alla prima metà dell’XI secolo10 e, successivamente, tra l’ultimo quarto del X-primo quarto dell’XI e il secondo quarto-metà dell’XI secolo.11 Nel caso dei pezzi pisani, le analisi petrografiche avevano suggerito una possibile manifattura palermitana, sebbene non si escludesse una provenienza da altri centri come, per esempio, Marsala.12 Scarti di fornace con invetriate assimilabili al tipo erano, d’altra parte, emersi a Sofiana e Piazza Armerina13 cui si sarebbero aggiunti, più tardi, quelli di Mazara, Paternò e Siracusa.14 Più di recente, le analisi di due bacini da S. Paragorio a Noli (SV), invece, avevano suggerito una provenienza dal Nord Africa o dalla costa palestinese.15

  • 16 Berti – Tongiorgi 1981, p. 186-190.
  • 17 Berti – Giorgio 2011, p. 40.
  • 18 Berti – Tongiorgi 1981, p. 189.
  • 19 Cuomo di Caprio 1995.

4Il secondo tipo, comunemente definito “a boli gialli” (d’ora in poi: TBG), è stato isolato inizialmente sempre nel lavoro sui bacini pisani effettuato da Berti e Tongiorgi, che avevano potuto identificare due sottogruppi: uno distinto da una decorazione con elementi circolari campiti in giallo (“boli”) su fondo verde, datato all’inizio dell’XI secolo, e uno su fondo chiaro, ritenuto di XI secolo.16 Riguardo alla produzione, sulla base di analisi in sezione sottile su alcuni bacini pisani, l’origine dei pezzi, nonostante la presenza di due varianti di impasto, era stata ricondotta da Mannoni esclusivamente a un «medesimo ambito produttivo, riferibile ad un centro delle coste nord-africane».17 Più variabili a livello di composizione, invece, erano risultati i rivestimenti, con cassiterite assente/presente in traccia o utilizzata in quantità “abbastanza elevata”.18 Più tardi, le indagini su un campione da Delia avevano indicato, anche per quel caso, una possibile produzione tunisina.19

  • 20 Meo 2021, cfr. infra.

5A questi due tipi si aggiunge, infine, una variante del TDA recentemente identificata, che si contraddistingue per la presenza del giallo, oltre che del verde e del bruno, nel decoro (e pertanto denominata “tricolore”, d’ora in poi TDAt) e per una vetrina stannifera.20

2. I campioni analizzati e i contesti di ritrovamento

6 La ricerca qui presentata si basa sull’analisi petrografica in sezione sottile degli impasti e dei rivestimenti di materiali editi e inediti (o parzialmente editi), per un totale di 30 campioni (Tab. 1, fig. 4-5): 15 campioni pertinenti al TDA, 2 al TDA “tricolore” (TDAt) e 13 al TBG.

  • 21 Testolini 2018.
  • 22 Il campione in questione è stato già oggetto di un primo studio archeologico e archeometrico (Cape (...)
  • 23 Pezzini et al. c.d.s.
  • 24 Capelli et al. 2021.
  • 25 Predieri – Sfrecola 2004. Un particolare ringraziamento va a G. Predieri e S. Sfrecola per aver fo (...)
  • 26 Berti – Tongiorgi 1981; Mannoni 1983; Berti – Giorgio 2011.

7Il lotto inedito principale (12 campioni, fig. 1) proviene dal sito rurale di Castello della Pietra,21 dove sono stati recuperati non stratigraficamente materiali di età islamica, databili tra la fine del IX e l’XI secolo. Inoltre, sono stati presi in considerazione ceramiche da due scavi stratigrafici urbani: Palermo e Mazara del Vallo. I campioni dal capoluogo isolano provengono da contesti di X-XI secolo degli scavi della Gancia (SIC90: fig. 2),22 e dalle indagini archeologiche effettuate negli anni Ottanta nell’area di Palazzo Reale (PR1-2: fig. 1);23 gli individui da Mazara del Vallo, invece, sono stati restituiti dai contesti d’uso di prima metà/metà XI - metà/seconda metà dell’XI secolo (MZ406, MZ411, MZ417: fig. 3, 10, 12, 14; P336) di via Romano, a cui, di recente, è stata dedicata l’edizione sistematica.24 Insieme a questi campioni, è stato ripreso in esame un gruppo di bacini datati tra la fine del X e l’XI secolo murati nelle chiese di Noli-SV (S. Paragorio: nn. 4, 11)25 e di Pisa (S. Matteo: n. 621; S. Zeno: n. 5; S. Sisto: nn. 109, 118, 124, 141; fig. 6 e 8).26

  • 27 Testolini 2018; Sacco et al. 2020.
  • 28 Cuomo di Caprio 1995.
  • 29 Ben Amara et al. 2009.

8Oltre ai risultati relativi ai campioni inediti o riesaminati direttamente, nella discussione dei dati tecnologici si è tenuto anche conto delle analisi archeometriche edite di materiali provenienti da Pizzo Monaco,27 Delia28 e Siracusa.29 Per quanto riguarda i soli aspetti morfologici e decorativi, la ricerca ha potuto basarsi anche su materiali editi rinvenuti in Sardegna, Italia settentrionale e Grecia (cfr. infra, fig. 7).

Fig. 1. Il lotto inedito di campioni analizzati (cfr. Tab. 1) provenienti da Castello della Pietra-TP e da Palazzo Reale a Palermo (fuori scala).

Fig. 1. Il lotto inedito di campioni analizzati (cfr. Tab. 1) provenienti da Castello della Pietra-TP e da Palazzo Reale a Palermo (fuori scala).

a. Tipo D’Angelo; b. Tipo a boli gialli. Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).

Fig. 2. Esempi di TBG da Monti di Trapani (PM1, PM78, PM13, PM21 e PM45, di produzione tunisina; PM43, di produzione palermitana) e da Palermo (CP83, di produzione locale); esempi di TDA da Palermo (GA840, di produzione locale) e da Casale S. Pietro (CLESP159, di produzione tunisina?). PM78 e SIC90 non in scala.

Fig. 2. Esempi di TBG da Monti di Trapani (PM1, PM78, PM13, PM21 e PM45, di produzione tunisina; PM43, di produzione palermitana) e da Palermo (CP83, di produzione locale); esempi di TDA da Palermo (GA840, di produzione locale) e da Casale S. Pietro (CLESP159, di produzione tunisina?). PM78 e SIC90 non in scala.

Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).

Fig. 3. Forme e decori della produzione mazarese dei tipi TDA (1, 3-6, 8, 11), TDAt (2, 7, 9, 10) e TBG (13-14).

Fig. 3. Forme e decori della produzione mazarese dei tipi TDA (1, 3-6, 8, 11), TDAt (2, 7, 9, 10) e TBG (13-14).

Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).

  • 30 Molinari – Meo 2021.

9Lo scopo dell’indagine archeometrica è stato quello di fornire un contributo per (a) una maggiore definizione dei due tipi sopra discussi dal punto di vista sia dei centri di produzione, sia della tecnologia per migliorarne anche la definizione crono-tipologica, (b) individuare le aree di diffusione di ciascuna produzione e, nello specifico, (c) identificare l’origine degli esemplari del Castello della Pietra, centro di consumo relativamente vicino a Mazara.30

Tab. 1 - Lista dei campioni analizzati in sezione sottile al microscopio polarizzatore, raggruppati secondo i gruppi di impasto identificati, con i dati tipologici, le principali caratteristiche composizionali e tecnologiche di impasti e rivestimenti e le ipotesi di provenienza.

Tab. 1 - Lista dei campioni analizzati in sezione sottile al microscopio polarizzatore, raggruppati secondo i gruppi di impasto identificati, con i dati tipologici, le principali caratteristiche composizionali e tecnologiche di impasti e rivestimenti e le ipotesi di provenienza.

Le croci indicano percentuali approssimative da scarsa (x) ad abbondante (xxx). Q: quarzo, S: elementi sedimentari; Cu: rame, Fe: ferro, Mn: manganese, Sb: antimonio; nd: non determinato.

I risultati delle analisi archeometriche

Impasti e provenienza

  • 31 D’Ambrosio – Mannoni – Sfrecola 1986 (scarti di fornace di ceramiche da mensa invetriate di XI sec (...)
  • 32 Capelli – Cabella – Piazza 2021.
  • 33 Cfr. ad es. Mannoni 1973; Benente et al. 2003; Capelli et al. 2011.

10I campioni analizzati (tab. 1) sono stati suddivisi in tre gruppi d’impasto (1-3, fig. 4-5), distinti per la composizione delle materie prime e per la tecnica di produzione. Sulla base dell’esame comparativo con materiali di riferimento a nostra disposizione, possiamo correlare tali gruppi a (1) Palermo,31 (2) Mazara32 e (3) ad almeno un centro indeterminato della Tunisia.33

11Il gruppo 1 (Palermo) piuttosto omogeneo, è da ascrivere alla produzione palermitana più tipica, realizzata con sedimenti poco modificati (attribuibili alla Formazione delle Argille di Ficarazzi). Gli impasti sono contraddistinti da una matrice ferrica ben ossidata e da inclusioni poco classate e relativamente fini (<0.2-0.3 mm), formate da elementi sedimentari (microfossili, calcari, argilliti, rare selci) e da individui di quarzo, occasionalmente arrotondati nella frazione più grossolana. Macroscopicamente, i corpi ceramici appaiono rossi con una fitta puntinatura bianco/giallina.

  • 34 Capelli et al. 2020.
  • 35 Berti – Tongiorgi 1981.
  • 36 Mannoni 1983, analisi 1178-79, 1181 camp. 314, 1176.
  • 37 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.

12Al gruppo 1 sono stati attribuiti tre esemplari inediti del solo TDA (2 da Palermo, 1 da Castello della Pietra) e sei campioni di archivio a nostra disposizione da Palermo (4942, 4943, SIC90)34 e da Pisa (bacini n. 5, 621 e 109, quest’ultimo unico campione del TBG palermitano),35 invece attribuiti da Mannoni al Nord Africa,36 mentre in bibliografia sono segnalati due campioni del TBG con impasto palermitano a Palermo stessa (Castello S. Pietro, CP83) e a Pizzo Monaco (PM65).37

  • 38 Predieri – Sfrecola 2018.
  • 39 All’interno del gruppo 2.3 è stato inserito un campione (CDP12), sulla cui tipologia vi sono dubbi. (...)
  • 40 Capelli – Cabella – Piazza 2021. Gli elementi distintivi dei cinque sottogruppi sono i seguenti: ( (...)
  • 41 A fronte di una lieve differenza nella composizione degli impasti (2.4 e 2.5), i due bacini di Nol (...)

13Il gruppo 2 (Mazara) è rappresentato da campioni da Mazara (editi e inediti), Castello della Pietra e Noli, questi ultimi precedentemente attribuiti al Nord Africa da Predieri e Sfrecola.38 Relativamente variabile, è stato suddiviso in cinque sottogruppi (2.1-2.5) in base a caratteristiche secondarie della matrice argillosa e/o del degrassante39. I primi quattro sottogruppi presentano precisi confronti con altrettanti sottogruppi (rispettivamente QZ1-3 e QZ5) identificati nella produzione invetriata di Mazara, recentemente caratterizzata.40 Da notare come nella maggior parte di questi sottogruppi si ritrovino campioni relativi sia al TDA41, sia al TBG.

  • 42 Si sottolinea il fatto che la presenza dominante di quarzo, spesso arrotondato/eolico, è notoriame (...)

14Caratteristica comune a tutti gli impasti del gruppo è la presenza di un degrassante sabbioso più o meno abbondante, ben classato e relativamente grossolano (di dimensioni principalmente tra 0.2 e 0.3 mm), probabilmente aggiunto. Riferibile a sedimenti arenacei costieri, esso è costituito essenzialmente da quarzo, da subangoloso ad arrotondato, con microfossili, feldspati, selci e quarzoareniti in quantità accessorie od occasionali.42

15Macroscopicamente gli impasti appaiono da gialli a rossi, di aspetto più o meno granuloso. Vi è una tendenza ad un evidente schiarimento delle fasce esterne.

16Il gruppo 3 (“Tunisia”), attribuito con certezza, tranne nel caso di un campione, alla Tunisia (settentrionale?), riunisce impasti con inclusioni costituite principalmente da quarzo, i cui granuli sono in parte arrotondati/eolici. Nonostante la presenza dominante di quarzo anche nel gruppo 2, gli impasti del gruppo 3 si distinguono per la granulometria meno grossolana e per il minor grado di classazione delle inclusioni. In questo caso non vi sono evidenze di un’aggiunta intenzionale di degrassante. Alcune differenze minori nella tessitura hanno condotto alla distinzione di tre sottogruppi, sebbene la scarsa qualità delle sezioni sottili di archivio non permetta confronti di dettaglio e lasci un grado di incertezza sulla reale eterogeneità dell’insieme.

  • 43 Mannoni 1983; per le caratteristiche distintive degli impasti Tunisini e nordafricani cfr. ad. es. (...)

17L’insieme principale di impasti, leggermente differenti tra loro, è costituito dai tre bacini di Pisa 141, 118 e 124, del TBG, già attribuiti dal Mannoni al Nord Africa.43

18Il bacino 141 (sottogruppo 3.1) mostra una matrice carbonatico-ferrica (giallo-arancio) e inclusioni di quarzo poco classate (<0.4 mm) e abbondanti, con granuli da subangolosi a ben arrotondati. Gli altri due bacini (sottogruppo 3.2), simili tra loro, si distinguono per una matrice carbonatica (gialla) ed inclusioni di quarzo ben classate, a distribuzione bimodale. La frazione fine (<0.1 mm) è angolosa e abbondante, mentre la frazione maggiore (<0.4 mm) presenta granuli generalmente arrotondati, in percentuali medie (118) o scarse (124).

19Nel gruppo 3 è stato dubitativamente inserito (sottogruppo 3.3) anche il campione del TDA da Casale S. Pietro, caratterizzato da una matrice carbonatica (gialla) semi-vetrificata ed inclusioni piuttosto abbondanti e poco classate, di dimensioni <0.5 mm, costituite da quarzo (da angoloso a raramente arrotondato/eolico nella frazione maggiore) dominante su fossili (dissociati termicamente), feldspati, e occasionali miche e quarzoareniti. In questo caso, alcune caratteristiche tipologiche e la relativa frequenza di feldspato nell’impasto, un poco anomala rispetto agli impasti tunisini, non escludono del tutto l’origine da un centro della Sicilia (sud-occidentale?) indeterminato.

20Non è chiaro al momento se la variabilità nelle caratteristiche sia degli impasti sia dei rivestimenti del gruppo 3 (cfr. infra) sia da correlare a centri di produzione distinti o piuttosto alla produzione poco standardizzata di un solo centro, parallelamente a quanto evidente nel caso di Mazara.

  • 44 Testolini 2018.
  • 45 Cuomo di Caprio 1995.

21Infine, alla luce dei nuovi dati non si può escludere che l’attribuzione al Nord Africa su basi analitiche di due campioni del TBG editi provenienti da Pizzo Monaco44 e da Delia45 sia da riconsiderare. Nel primo caso (PM13) la descrizione sintetica dell’impasto, in cui si citano occasionali inclusi di feldspato e meta-quarzite, non permette di escludere neppure una provenienza da Mazara. Nel secondo caso (D1), invece, la presenza, seppur subordinata, di inclusi di pirosseno associati al quarzo risulta anomala per gli impasti tunisini finora studiati, mentre potrebbe anche suggerire un’origine dai settori vulcanici della Sicilia orientale (aree etnea e iblea).

Fig. 4. Microfoto in sezione sottile (Nicols incrociati, dimensioni reali 1,3 x 1 mm) con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia). TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; cc: calcare (parzialmente dissociato termicamente), qz: quarzo.

Fig. 4. Microfoto in sezione sottile (Nicols incrociati, dimensioni reali 1,3 x 1 mm) con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia). TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; cc: calcare (parzialmente dissociato termicamente), qz: quarzo.

Fig. 5 – Microfoto in sezione sottile (Nicols paralleli, tranne la n. 4943; dimensioni reali 1,3 x 1 mm) trasversali alle superfici con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia), di rivestimenti e di decori. TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; inv.: invetriata, sm: smaltata; bo: bolle, ce: alterazione secondaria in carbonati di piombo (cerussite), mn: ossidi di manganese e fasi di reazione (alla base della vetrina trasparente); qz: quarzo (inclusioni dell’impasto o relitti non fusi nel vetro), sb: aggregati di composti di antimonio (inglobati nel vetro o al disopra di esso); sn: aggregati di biossido di stagno (cassiterite, opacizzante), ss: schiarimento superficiale del corpo ceramico. La colorazione verde dei rivestimenti di PR2 e bac124 è imputabile alla presenza di rame completamente disciolto del vetro. Nell’immagine del campione n. 4943 (già analizzato in Capelli – D’Angelo 1997) si notano la diffusa alterazione del vetro e l’intenso schiarimento dell’impasto, che mascherano il possibile effetto di opacizzazione primaria dovuto alla numerosa presenza di granuli di quarzo non fuso.

Fig. 5 – Microfoto in sezione sottile (Nicols paralleli, tranne la n. 4943; dimensioni reali 1,3 x 1 mm) trasversali alle superfici con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia), di rivestimenti e di decori. TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; inv.: invetriata, sm: smaltata; bo: bolle, ce: alterazione secondaria in carbonati di piombo (cerussite), mn: ossidi di manganese e fasi di reazione (alla base della vetrina trasparente); qz: quarzo (inclusioni dell’impasto o relitti non fusi nel vetro), sb: aggregati di composti di antimonio (inglobati nel vetro o al disopra di esso); sn: aggregati di biossido di stagno (cassiterite, opacizzante), ss: schiarimento superficiale del corpo ceramico. La colorazione verde dei rivestimenti di PR2 e bac124 è imputabile alla presenza di rame completamente disciolto del vetro. Nell’immagine del campione n. 4943 (già analizzato in Capelli – D’Angelo 1997) si notano la diffusa alterazione del vetro e l’intenso schiarimento dell’impasto, che mascherano il possibile effetto di opacizzazione primaria dovuto alla numerosa presenza di granuli di quarzo non fuso.

Rivestimenti vetrosi e tecniche produttive

  • 46 Per quanto riguarda i decori, si nota come la casistica presentata in questa sede sia molto lacuno (...)
  • 47 Come già evidenziato in Capelli et al. 2020.
  • 48 Sacco c.d.s.

22Le caratteristiche tecnologiche dei rivestimenti che contraddistinguono il TDA e le invetriate non stannifere del TBG palermitano e mazarese, con decori bruni o neri evidentemente sotto vetrina, sono simili a quelle che caratterizzano altri tipi prodotti negli stessi centri/ateliers.46 Questo indica chiaramente che in questi ultimi veniva realizzata una molteplicità di decorazioni a partire dal medesimo know-how.47 Il TBG smaltato, invece, sembra rappresentare una novità nel panorama insulare, in quanto si tratta della prima ceramica (o una delle prime)48 con decorazione sopra il rivestimento. Più variabili sembrano invece le caratteristiche dei rivestimenti delle produzioni tunisine qui esaminate (fig. 5).

  • 49 Cfr. supra nota 9.

23Si vede infine come, in diversi casi (fig. 5.4943 e bac11), i rivestimenti studiati abbiano subìto processi di alterazione post-deposizionale, che hanno portato allo sviluppo essenzialmente di cerussite, in particolare presso le superfici esterne, similmente a quanto riscontrato nei campioni forniti da F. D’Angelo per lo studio preliminare condotto sui rivestimenti del TDA.49 Talora molto diffusa, la presenza di cerussite provoca quindi un effetto di opacizzazione/sbiancatura macroscopica secondaria del rivestimento, con una parziale obliterazione dei decori e dei colori originari, visibile anche in vari casi nelle fig. 1 e 2.

Palermo

24I campioni palermitani del TDA presentano un rivestimento di spessore variabile, da molto sottile (<0.1 mm) a relativamente spesso (fino a 0.3 mm). Inclusioni di quarzo non fuso sono sempre presenti, ma in quantità da particolarmente abbondanti (ad es. nei campioni 4943 e PR2, fig. 5) a molto scarse (ad es. nel n. 4942, nel bacino 5 e in PR1, fig. 5, tranne che nel tratto corrispondente al bordo, di spessore maggiore, dove sono più concentrate).

  • 50 Probabilmente in kentrolite, stabile a temperature non molto elevate (900°C). Si nota come i decor (...)

25In sezione sottile è stato possibile osservare decori di rame, completamente disciolti nel vetro (fig. 5.PR2), e di manganese sotto vetrina, anch’essi in prevalenza disciolti; tuttavia, alla base della vetrina del campione CDP6 sono presenti relitti di ossidi di manganese in parte ricristallizzati.50

  • 51 Capelli et al. 2020.

26Mentre le nuove analisi in sezione sottile non hanno evidenziato presenza di opacizzante stannifero, in un campione da Palermo (SIC90, fig. 2) precedentemente esaminato anche in microscopia elettronica (SEM-EDS)51 è stata riscontrata una discreta presenza di cassiterite, associata a scarsi granuli di quarzo non fuso.

  • 52 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.
  • 53 Testolini 2018; Sacco et al. 2020.
  • 54 Capelli et al. 2020.

27Il TBG è assente nei campioni da noi studiati attribuiti al gruppo 1, tranne il bacino 109, con rivestimento poco conservato, ma probabilmente invetriato con una tecnica forse più simile al TDA. Tuttavia, le analisi (SEM-EDS) pubblicate da V. Testolini relative a due campioni della produzione di Palermo (Castello S. Pietro, CP83 – fig. 2)52 e Pizzo Monaco (PM43 – fig. 2)53 rivelano invece una concentrazione piuttosto alta di cassiterite, al contrario di quanto rinvenuto in tutti gli altri tipi palermitani ascrivibili ad un periodo precedente (seconda metà del X-prima metà XI secolo). In questi ultimi, infatti, essa è generalmente assente o in concentrazioni mai elevate, talora così basse da escludere una sua aggiunta come opacizzante.54 Un ulteriore elemento distintivo di questi esemplari e del TBG più tipico è il decoro realizzato sopra lo smalto.

Mazara

28Come già osservato per gli impasti, nella produzione mazarese non si notano differenze sistematiche tra i rivestimenti dei vari tipi decorativi (TDA e TBG, ma anche altri). Essi mostrano una discreta variabilità nello spessore, fino a relativamente alto (generalmente tra 0.1 e 0.3 mm) o nella frequenza di quarzo non fuso (da minima a piuttosto alta), talora con alcune differenze anche tra i rivestimenti dei due lati (CDP9). Negli smalti, la cassiterite, apparentemente aggiunta alla stessa ricetta di base delle vetrine, è in concentrazioni medio-alte o alte (fig. 5, bac11). L’opacizzante è assente dai rivestimenti di tutti i campioni del TDA studiati (da notare la scarsità o l’assenza di quarzo non fuso in alcuni di essi), mentre nel TBG sono presenti campioni sia smaltati, sia invetriati (il campione CDP9 è smaltato da un lato e invetriato dall’altro).

  • 55 Nei campioni CDP4, CDP3 il posizionamento dubbio del decoro richiede ulteriori approfondimenti.

29Per quanto riguarda i decori, si osserva la presenza di rame (verde) completamente disciolto nel vetro e di manganese (nero), in gran parte disciolto, ma con tracce di ossidi relitti, in parte ricristallizzati, in genere chiaramente posizionati alla base della vetrina (fig. 5.CDP2).55

  • 56 La tecnica di realizzazione del decoro sarebbe pertanto un poco differente da quella della produzi (...)
  • 57 Si nota che da un punto di vista macroscopico anche il campione CDP8 (fig. 1) presenta una decoraz (...)

30Il decoro giallo, conservato solo in due casi (CDP9 e CDP10), appare costituito da composti di antimonio apparentemente inglobati nella parte superiore del rivestimento (fig. 5.CDP10)56 oppure chiaramente applicati al disopra di esso (fig. 5.CDP9) come nella produzione palermitana.57

Tunisia

31I quattro campioni attribuiti al gruppo 3 presentano rivestimenti piuttosto eterogenei. Quello del campione da Casale S. Pietro (fig. 5), assimilabile al TDA e di provenienza incerta, è incolore e ricco di quarzo non fuso e presenta confronti con una parte dei rivestimenti di Mazara. Quelli dei bacini di Pisa (TBG), più certamente tunisini, sono invece privi di quarzo relitto, anche se differenti tra loro (rame disciolto è stato osservato in tutti i campioni). I bacini 141 e 188 si distinguono per una vetrina molto sottile (un possibile tratto di decoro con ossidi di ferro o manganese sotto vetrina è presente nel campione del secondo), mentre il 124 sembra forse rivestito da uno smalto (da confermare, in quanto la sezione sottile è di cattiva qualità), incolore e di poco più spesso da un lato, verde e più sottile dall’altro (fig. 5).

4. I tipi “D’Angelo” e “a boli gialli”: aspetti tecnologici, morfologici, decorativi e cronologici

4.1 Il tipo “D’Angelo”

Fig. 6. Bacini pisani TDA: 1 (36), 2 (66), 3 (124), 4 (118), 5 (109), 6 (141).

Fig. 6. Bacini pisani TDA: 1 (36), 2 (66), 3 (124), 4 (118), 5 (109), 6 (141).

Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. tab. 1).

Riel. da Berti – Tongiorgi 1981; Berti – Giorgio 2011.

  • 58 Per la discussione sulla ceramica “a decoro lineare tricolore” mazarese, cfr. Meo 2021.

32Alla luce delle analisi archeometriche e dello studio tipologico del TDA, è possibile affermare che quest’ultimo contraddistingue un preciso stile decorativo, più che una tecnologia specifica del rivestimento. L’aspetto più tipico riguarda lo spessore di pennellata con il quale si realizzano il verde e il bruno: se nelle altre invetriate policrome il nero (manganese) è realizzato con pennellate sottili ed è usato per disegnare i motivi decorativi, mentre il rame (verde) e il ferro (giallo/bruno) servono piuttosto per campire, nel caso del TDA, sia il rame sia il manganese tracciano decori lineari di uguale spessore. Il repertorio morfologico del TDA, apparentemente mai condiviso con quello del TBG, è prodotto da tutti gli ateliers noti e si contraddistingue per la presenza di catini e scodelle carenati con orlo bifido o emisferici a breve tesa, ciotole con orlo rientrante o tronco-coniche e alcune forme chiuse, tra cui albarelli, tazze e bottiglie. L’apparato decorativo, invece, si compone principalmente di motivi geometrici, fitomorfi e, eccezionalmente, zoomorfi, basati spesso su schemi geometrici o sulla riproduzione di un motivo a spirale. Generalmente, esso è realizzato in bruno e in verde ma, nella produzione mazarese e, forse, in quella palermitana (bacino pisano 66), è attestato anche l’uso del giallo (TDAt).58

  • 59 Bonacasa Carra – Ardizzone 2007; Fiorilla 2009.

33Allo stato attuale delle indagini, è stato possibile caratterizzare al microscopio la produzione di Palermo, Mazara, Siracusa, Paternò e di un centro non identificato della Tunisia settentrionale. A queste, sulla base dell’evidenza di scarichi di fornace, sono da aggiungere quelle di Agrigento e Sofiana (fig. 7).59

  • 60 Vetrine trasparenti caratterizzano, ad esempio, i campioni palermitani di Palazzo Reale (Pezzini e (...)

34I risultati dello studio qui condotto mettono chiaramente in discussione la tradizionale definizione del TDA come tipo contraddistinto da un decoro dipinto sopra una vetrina priva di cassiterite, ma opalescente per la presenza di frequente quarzo lasciato intenzionalmente non fuso. Sia nella produzione mazarese che in quella palermitana le analisi archeometriche hanno riconosciuto diverse varianti di vetrine dallo spessore differente e con varie quantità di quarzo incluso anche nelle diverse parti di uno stesso campione. Inoltre, mentre a Mazara le vetrine sembrano trasparenti e lo stagno sembra del tutto assente,60 a Palermo la situazione risulta differente: gran parte del TDA appare macroscopicamente opalescente e in un individuo (SIC90) è stata rinvenuta cassiterite in quantità relativamente abbondante, associata a scarse quantità di quarzo. Sebbene quest’ultimo caso sia al momento un unicum, la sua presenza, assieme alla variabilità nella frequenza del quarzo all’interno delle vetrine palermitane e mazaresi, non depongono a favore della tesi secondo la quale un eccesso di sabbia silicatica sarebbe stato impiegato intenzionalmente in maniera sistematica in tutti gli ateliers e i centri produttivi per opacizzare i rivestimenti. La presenza di quarzo relitto potrebbe piuttosto essere legata ad una scarsa attenzione nelle temperature di seconda cottura e/o nei rapporti quarzo/piombo delle ricette (che forse non prevedevano l’uso di semilavorati). D’altra parte, il consistente numero di individui palermitani che appaiono macroscopicamente opalescenti, in attesa di una verifica analitica dello stato di alterazione secondaria, non permette di escludere l’esistenza di almeno una fabbrica che utilizzasse questo particolare metodo di opacizzazione.

35In tutti i casi, comunque, a differenza di quanto ipotizzato da F. D’Angelo per la produzione palermitana, le analisi hanno accertato come il decoro del TDA sia posto sistematicamente sotto la vetrina.

  • 61 Ad es. Molinari 1995, p. 192.
  • 62 Sacco 2017.
  • 63 Rispettivamente, Arcifa 1996; Pezzini et al. 2018. Inoltre Sacco c.d.s.
  • 64 Meo 2021.

36Infine, per quanto riguarda la cronologia, la produzione del TDA a Palermo inizia non genericamente nella seconda metà del X secolo, come era stato precedentemente ipotizzato,61 ma contemporaneamente alle ultime produzioni di “graticcio ware”, tra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI secolo, e continua ad essere realizzata sicuramente nell’XI secolo. La sua fine è invece incerta.62 Nei contesti dei Monti di Trapani, datati intorno alla metà dell’XI secolo, la produzione palermitana è ancora attestata da pochi individui. Non è chiaro se il TDA sia presente tra gli scarti del monastero palermitano dei Benedettini Bianchi datati alla seconda metà dell’XI secolo, mentre è sicuramente assente dai contesti di XII secolo di Cefalà Diana (PA).63 Nei contesti di Mazara il TDA compare come produzione locale a partire dai livelli di inizi/prima metà dell’XI secolo, perdurando almeno fino alla fine dell’XI e, forse, agli inizi del XII secolo.64

  • 65 Casale Nuovo (Molinari – Valente 1995, p. 418, dove si ipotizza una provenienza ifrichena. Per la (...)
  • 66 Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb Chatti 2015, p. 262, fig. 1; p. 273, fig. 15), Rougga/Raqqa (Vallauri (...)
  • 67 Reggio Calabria (Preta – Andronico 2008); Pisa (Berti – Tongiorgi 1981; Meo 2014); Lucca? (Molinar (...)
  • 68 Agios Theodoros, Vamvaka; Yangaki 2021, p. 633, fig. III.e.
  • 69 Meo c.d.s.
  • 70 Preta – Andronico 2008.

37Per quanto riguarda la distribuzione (fig. 7), oltre che nei centri di produzione, il TDA è attestato in numerosi centri della Sicilia,65 del Nord Africa,66 dell’Italia peninsulare67 e della Grecia.68 È, tuttavia, ancora difficile comprendere il raggio di diffusione di ciascun centro produttivo. Palermo sicuramente esportava i suoi prodotti nel suo entroterra (Casale S. Pietro), a Mazara e a Pisa. I prodotti di Mazara si ritrovano in un centro rurale vicino, Castello della Pietra e, probabilmente, come bacini, nella chiesa di S. Paragorio a Noli. Infine, il TDA di origine nordafricana è forse attestato a Casale S. Pietro69 e ipotizzato, seppur in mancanza di analisi petrografiche, a Reggio Calabria.70

Fig. 7. Carta delle attestazioni dei TDA e TBG.

Fig. 7. Carta delle attestazioni dei TDA e TBG.

4.2 Il tipo “a boli gialli”

Fig. 8. Bacini pisani TBG: 1 (621), 2 (5), 6 (51).

Fig. 8. Bacini pisani TBG: 1 (621), 2 (5), 6 (51).

Bacini da Noli: 3 (11), 4 (4) (riel. da Frondoni 2018, p. 415, tav. 1.11, 4); catino dalla Cala di Palermo (riel. da D’Angelo 1995, p. 462, fig. 1. Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).

Riel. da Berti – Tongiorgi 1981; Berti – Giorgio 2011

38Così come il TDA, anche il TBG si contraddistingue per una caratteristica decorativa specifica, ovvero elementi circolari campiti in giallo e definiti in bruno, posti generalmente entro trecce o, talvolta, liberi.

39Sebbene in passato si ritenesse che il tipo fosse prodotto esclusivamente in fabbriche ifrichene, le nuove analisi degli impasti e i confronti con i nuovi materiali di riferimento hanno evidenziato anche la presenza di produzioni non solo palermitane ma, soprattutto, anche mazaresi, databili a partire dalla metà dell’XI secolo.

  • 71 Attestati tra le importazioni del Priamàr di Savona: Benente 2001, p. 63, fig. 7.
  • 72 Berti – Tongiorgi 1981; Berti 2003; Berti – Giorgio 2011.
  • 73 Berti – Tongiorgi 1981, p. 189; Berti 2003, p. 136-137; Berti – Giorgio 2011, p. 40.

40Così come notato per il TDA, il repertorio morfologico appare ben caratterizzato, poco variegato e condiviso da tutti i centri produttivi individuati. Sono noti, infatti, solo catini e scodelle carenati con orlo a tesa ed emisferici con orlo triangolare o a breve tesa, tronco-conici con orlo appuntito e, forse, più rari coperchi.71 Lo studio sui bacini pisani ha permesso di individuare due sottogruppi in funzione del decoro e, in particolare, del colore del rivestimento (verde o chiaro).72 Nel TBG a fondo verde, lo schema decorativo si basa sulla replicazione del motivo a treccia su banda bianca, ottenuto stendendo una banda di rivestimento e tracciando su di essa in bruno due nastri e il bottone centrale, a sua volta poi campito in giallo.73 Successiva, quindi, sarebbe la copertura del resto del contenitore con rivestimento verde che, talvolta, può sovrapporsi al decoro. Nel TBG a fondo chiaro, invece, il motivo di base è sempre la treccia binata, composta da nastri dai contorni tracciati in verde secondo le modalità del TDA, contenenti un bottone sempre definito con un tratto sottile in bruno e campito in giallo. Talvolta, il decoro può apparire molto semplificato rispetto al modello, tanto da rendere irriconoscibile la treccia, divenuta un indistinto fondo verde per i bottoni (es. bacino pisano 124). In altri casi, il bottone è posto al centro di motivi a spirali (es. bacini pisani 82, 118), al centro di due virgole speculari tracciate in bruno (es. bacino pisano 127), oppure è lasciato libero (es. bacini pisani 9, 82).

41Un caso particolare è costituito dal bacino pisano 66 che, probabilmente, sarebbe da inserire nel gruppo del TDAt (cfr. supra). Dal punto di vista morfologico, infatti, la forma a calotta emisferica con orlo triangolare è molto diffusa nel TDA, mentre appare inedita nel TBG. Il decoro, così come il TBG a fondo bianco, è arricchito da campiture in giallo e a tratti obliqui sottili che, tuttavia, sono destinati, oltre che a una teoria di cerchi giustapposti nella parte centrale, alle foglie delle palmette, secondo modalità mai riscontrate nel TBG.

  • 74 Per quanto riguarda i boli in giallo occorrerà realizzare analisi specifiche per approfondire megl (...)
  • 75 In quest’ultimo caso la vetrina è molto deteriorata e non è del tutto chiara la sua reale colorazi (...)
  • 76 Si tratta dunque di una versione invetriata con tecnologia diversa rispetto ai boli gialli conosci (...)

42Le analisi sulle vetrine mostrano un panorama piuttosto diversificato, essendo documentate smaltate bianche, smaltate verdi, smaltate turchesi e invetriate incolori, mentre i boli in giallo sembrano realizzati con antimonio (nei casi delle ceramiche smaltate) o con ferro (nei casi delle ceramiche invetriate).74 Sulla base dei dati a disposizione, a Palermo si produce ceramica del TBG smaltata in bianco (PM43) e in verde/turchese (CP83)75 con decoro lineare, oltre che invetriata (bacino pisano 109).76 La produzione di Mazara include ceramiche con smalto (verde, verde/turchese, turchese o bianco), invetriate trasparenti e forme con doppio rivestimento (CDP9).

43Date anche le ultime acquisizioni su Palermo e, soprattutto, Mazara, molte più incertezze vi sono per le produzioni attribuite in passato al Nord Africa, che comprenderebbero smaltate verdi, smaltate turchesi e smaltate verde/turchesi e smaltate o invetriate a fondo chiaro.

  • 77 Cfr. supra.
  • 78 Meo 2013-2014; Meo 2018.
  • 79 Sacco c.d.s.
  • 80 Meo 2021.

44Riguardo alla cronologia, la tradizionale ipotesi derivata dallo studio dei bacini pisani77 è stata col tempo rivista in base sia alla riconsiderazione dei bacini stessi,78 sia soprattutto agli studi successivi dei contesti siciliani, che sembrerebbero confermare una comparsa del tipo non prima della metà dell’XI secolo. Per quanto concerne la produzione palermitana, è possibile osservare che nei contesti di età islamica datati entro la prima metà dell’XI secolo il TBG non è mai documentato, mentre i più antichi esemplari prodotti nella capitale noti sono stati riconosciuti tra i materiali di metà XI secolo dei Monti di Trapani.79 Per la produzione mazarese, i dati di via Romano hanno registrato la comparsa del tipo tra metà/seconda metà XI secolo e la sua assenza in quelli seppur non molto consistenti di fine XI-inizi XII secolo.80

  • 81 Sacco et al. 2020.
  • 82 Ghizolfi 1995, p. 211
  • 83 Fiorilla 1995, p. 146-147, n. 69, 77; Cuomo di Caprio 1995, camp. D1.
  • 84 Fiorilla 1990, p. 141, n. 265, smaltato (?) a fondo chiaro.
  • 85 Kirk 2013, p. 51-52, invetriato o smaltato a fondo chiaro.
  • 86 Arcifa 2004, tav. IV, a fondo chiaro.
  • 87 Gragueb Chatti 2015, p. 274-275, smaltata a fondo verde.
  • 88 Berti 1993, p. 551 (Piazza Dante, a fondo verde); Meo 2013-2014. Per i bacini, supra.
  • 89 Preta – Andronico 2008, p. 125, tav. 2.1.
  • 90 Fatighenti 2016, p. 122, ritenuto siciliano per la presenza di inclusi calcarei, riconosciuti a li (...)
  • 91 Benente 2001, p. 137-138.
  • 92 Hobart – Porcella 1996, p. 148.

45Riguardo alla circolazione (fig. 7), oltre che nei sicuri centri di produzione di Mazara e di Palermo, il TBG è attestato a Pizzo Monaco,81 Entella,82 Delia (di origine dubbia, cfr. supra),83 Muculufa,84 Salemi85 e Merì.86 In Tunisia esso sarebbe piuttosto frequente solo nell’area di Oudhna.87 In ambito tirrenico, le ceramiche “a boli gialli”, oltre che a Pisa, dove compaiono sia tra i bacini che tra i reperti da scavo,88 sono stati riconosciuti, sempre con rivestimenti stanniferi verdi, a Reggio Calabria,89 S. Genesio (PI),90 Savona91 e, come bacini, nella chiesa di S. Gavino a Porto Torres (SS).92

Conclusioni e prospettive di ricerca

46Sebbene i dati qui presentati siano ancora preliminari e sia necessario aumentare il numero di campioni e siti analizzati, pare possibile proporre nuove attribuzioni (in particolare per ceramiche precedentemente ritenute nordafricane) e, più in generale, far emergere un quadro certamente più complesso e articolato di quanto era ritenuto in passato, sotto il profilo sia tipologico, sia tecnologico.

47Innanzitutto, il TDA e il TBG risultano tipi o “gruppi decorativi” realizzati nell’ambito di differenti produzioni che sembrano fare capo a stessi modelli di riferimento, circolanti a partire dalla fine del X secolo nel primo caso, e intorno alla metà dell’XI secolo nel secondo. Le analisi hanno fatto emergere tre aree di produzione, di cui due in Sicilia (Palermo e Mazara, quest’ultima sconosciuta fino a poco tempo fa) e una (?) localizzata verosimilmente in Nord Africa, anche se, come osservato, il TDA era prodotto anche in più centri della Sicilia orientale (Paternò, Siracusa, Sofiana e Piazza Armerina). A fronte di un’apparente omogeneità morfologica e stilistica dei TDA e TBG tra i vari centri siciliani e tunisini, le analisi archeometriche hanno dimostrato una certa eterogeneità nelle ricette dei rivestimenti e dei decori. Tuttavia, occorre osservare che le differenze nella percentuale di cassiterite impiegata nella realizzazione degli smalti tra la produzione palermitana e mazarese, apparentemente maggiore nel secondo caso (cfr. Tab. 1), potrebbero essere anche imputabili al fatto che per Palermo è stato analizzato un solo campione del TBG.

  • 93 Gragueb – Touhiri – Sacco 2019; Sacco c.d.s.
  • 94 Per una discussione sull’argomento cfr. Capelli et al. 2020.

48Ancora incerto è il rapporto tra i TDA e i TBG prodotti in Sicilia e Ifrīqiya, con la quale l’Isola, fin dall’avvio delle prime produzioni invetriate a tutto il XII secolo, mantenne uno stretto legame culturale.93 Il passaggio di maestranze, modelli, ricette o mode da sud verso nord, specie per le prime fasi, appare piuttosto probabile ma, per il X-XII secolo, sono ancora da chiarire le peculiarità e il raggio di distribuzione di ciascuna produzione, le modalità di trasmissione tra le due sponde del Canale di Sicilia (come, d’altra parte, quelle tra Palermo e Mazara) e gli eventuali rapporti con il resto delle coeve produzioni mediterranee.94 Pertanto, si auspicano nuove ricerche mirate che, oltre ad ampliare il campione a disposizione, possano includere anche approfondimenti sui diversi rivestimenti tramite analisi in microscopia elettronica (SEM-EDS) e in fluorescenza di raggi X portatile (p-XRF).

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Notes

1 Sebbene il presente contributo sia il frutto di un lavoro condiviso tra gli autori, il paragrafo 3 è a cura di C. Capelli, il 4.1 di V. Sacco e il 4.2 di A. Meo.

2 Per un approfondimento sugli avvenimenti storici di questo periodo in Sicilia e sul contributo alla loro ricostruzione da parte dello studio della ceramica cfr. da ultimo Sacco c.d.s.

3 Per uno stato dell’arte sulle produzioni invetriate, sia sotto il profilo tipologico che archeometrico, si rimanda a Capelli et al. 2020; Sacco 2017; Sacco c.d.s.

4 Si impiega qui il termine “tipo” facendo riferimento alla definizione datane da Tiziano Mannoni (1973).

5 Molinari 1995.

6 D’Angelo 2010, p. 110-112.

7 Sacco 2020; Meo 2021 (con la variante “linee”).

8 Definizione utilizzata in Sacco 2017 e in Sacco c.d.s., secondo il nome dall’autore che per primo ha identificato e definito questo tipo in Sicilia.

9 Tuttavia, già le analisi preliminari in sezione sottile effettuate da C. Capelli su due campioni forniti dallo stesso D’Angelo non avevano consentito di confermare questa ipotesi, in quanto la loro vetrina, sebbene ricca di quarzo in uno solo dei essi (n. 4943, qui riesaminato e rappresentato in fig. 5), risultava fortemente devetrificata e l’effetto di opacizzazione legato all’alterazione post-deposizionale, come pure il forte schiarimento superficiale dell’impasto, mascheravano il possibile effetto primario dovuto alle inclusioni non disciolte nel vetro (D’Angelo 1995; Capelli – D’Angelo 1997). Le indagini successive in microscopia ottica ed elettronica hanno evidenziato come, in effetti, i fenomeni di cristallizzazione secondaria, essenzialmente in carbonati di piombo (cerussite), siano piuttosto diffusi nelle vetrine del TDA e di altri tipi palermitani di epoca islamica, tutte altamente piombifere (cfr. ad es. Capelli et al. 2020) e con percentuali molto variabili di inclusi di quarzo e bolle.

10 Berti – Tongiorgi 1981, p. 170-175, tavole LX-LXX.

11 Berti 2003, p. 34; Berti – Giorgio 2011, p. 32-34, Ceramiche invetriate policrome, Gruppo I, variante a. Per la proposta di una cronologia più tarda delle attestazioni pisane, cfr. Meo 2013-2014; Id. 2018.

12 Mannoni 1983, p. 236, Gruppo Va; Berti 2003, p. 134.

13 Rispettivamente, Fiorilla 2009; Ampolo et al. 1971.

14 Per gli ultimi ritrovamenti a Piazza Armerina, da ultimo Alfano 2019; Siracusa: Ben Amara et al. 2009; Fiorilla 2009; Mazara: da ultimo Meo 2021; Paternò: Messina et al. 2018.

15 Bacini 4, 11. Predieri – Sfrecola 2018.

16 Berti – Tongiorgi 1981, p. 186-190.

17 Berti – Giorgio 2011, p. 40.

18 Berti – Tongiorgi 1981, p. 189.

19 Cuomo di Caprio 1995.

20 Meo 2021, cfr. infra.

21 Testolini 2018.

22 Il campione in questione è stato già oggetto di un primo studio archeologico e archeometrico (Capelli et al. 2020).

23 Pezzini et al. c.d.s.

24 Capelli et al. 2021.

25 Predieri – Sfrecola 2004. Un particolare ringraziamento va a G. Predieri e S. Sfrecola per aver fornito le sezioni sottili dei bacini di Noli al fine del riesame. I campioni da Pisa fanno parte dell’archivio di T. Mannoni conservato presso il DISTAV.

26 Berti – Tongiorgi 1981; Mannoni 1983; Berti – Giorgio 2011.

27 Testolini 2018; Sacco et al. 2020.

28 Cuomo di Caprio 1995.

29 Ben Amara et al. 2009.

30 Molinari – Meo 2021.

31 D’Ambrosio – Mannoni – Sfrecola 1986 (scarti di fornace di ceramiche da mensa invetriate di XI secolo da Palermo Cala) e, da ultimo, Capelli et al. 2020.

32 Capelli – Cabella – Piazza 2021.

33 Cfr. ad es. Mannoni 1973; Benente et al. 2003; Capelli et al. 2011.

34 Capelli et al. 2020.

35 Berti – Tongiorgi 1981.

36 Mannoni 1983, analisi 1178-79, 1181 camp. 314, 1176.

37 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.

38 Predieri – Sfrecola 2018.

39 All’interno del gruppo 2.3 è stato inserito un campione (CDP12), sulla cui tipologia vi sono dubbi. Non è chiaro, infatti, data la frammentarietà del pezzo, se possa trattarsi effettivamente di un TBG.

40 Capelli – Cabella – Piazza 2021. Gli elementi distintivi dei cinque sottogruppi sono i seguenti: (2.1) matrice carbonatica, frazione siltosa relativamente scarsa, degrassante sabbioso mediamente abbondante; (2.2) matrice carbonatico-ferrica, frazione siltosa abbondante, frazione sabbiosa mediamente abbondante; (2.3) matrice carbonatico-ferrica, frazione sabbiosa molto abbondante; (2.4) matrice principalmente ferrica, degrassante piuttosto abbondante, frazione siltosa relativamente scarsa; (2.5) matrice carbonatico-ferrica, degrassante mediamente abbondante, frazione siltosa piuttosto scarsa, con alcuni grandi noduli e bande di argilla calcarea mal mescolata.

41 A fronte di una lieve differenza nella composizione degli impasti (2.4 e 2.5), i due bacini di Noli mostrano strette affinità morfologiche e decorative.

42 Si sottolinea il fatto che la presenza dominante di quarzo, spesso arrotondato/eolico, è notoriamente una caratteristica discriminante anche della maggior parte delle produzioni nordafricane. Solo la recente caratterizzazione della produzione mazarese ha permesso di mettere in evidenza gli elementi di distinzione, tipologici, tecnologici e composizionali rispetto alle produzioni tunisine e di fornire una nuova attribuzione di provenienza per i bacini di Noli.

43 Mannoni 1983; per le caratteristiche distintive degli impasti Tunisini e nordafricani cfr. ad. es. Capelli et al. 2011.

44 Testolini 2018.

45 Cuomo di Caprio 1995.

46 Per quanto riguarda i decori, si nota come la casistica presentata in questa sede sia molto lacunosa e richieda ulteriori analisi, eventualmente anche in microscopia elettronica, con campionamenti mirati. Sulla base di quanto noto e dei confronti con analisi microchimiche (SEM-EDS) e diffrattometriche (XRD) condotte in precedenza, si può comunque affermare che i decori verdi e neri osservati nei campioni in sezione sottile risultano costituiti rispettivamente da composti di rame, completamente disciolti nel vetro, e di manganese, disciolti o meno, mentre i decori gialli opachi sono da attribuire a composti di antimonio; sulle stesse basi, possono essere identificati come biossido di stagno l’opacizzante delle ceramiche smaltate e cerussite (carbonato di piombo) la principale fase di alterazione del vetro (si veda ad es. Capelli et al. 2020).

47 Come già evidenziato in Capelli et al. 2020.

48 Sacco c.d.s.

49 Cfr. supra nota 9.

50 Probabilmente in kentrolite, stabile a temperature non molto elevate (<900°C). Si nota come i decori di manganese nel TDA tendano ad essere più disciolti rispetto a quelli delle produzioni di X secolo di Palermo, in cui tale elemento è utilizzato per tracciare i motivi decorativi (Capelli et al. 2020).

51 Capelli et al. 2020.

52 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.

53 Testolini 2018; Sacco et al. 2020.

54 Capelli et al. 2020.

55 Nei campioni CDP4, CDP3 il posizionamento dubbio del decoro richiede ulteriori approfondimenti.

56 La tecnica di realizzazione del decoro sarebbe pertanto un poco differente da quella della produzione del TBG palermitano, dove i boli sembrano più in rilievo sopra allo smalto.

57 Si nota che da un punto di vista macroscopico anche il campione CDP8 (fig. 1) presenta una decorazione in giallo/antimonio sopra il rivestimento.

58 Per la discussione sulla ceramica “a decoro lineare tricolore” mazarese, cfr. Meo 2021.

59 Bonacasa Carra – Ardizzone 2007; Fiorilla 2009.

60 Vetrine trasparenti caratterizzano, ad esempio, i campioni palermitani di Palazzo Reale (Pezzini et al. c.d.s.). Bisogna anche precisare che, sia nel caso di Palermo che di Mazara, in assenza di analisi non si può escludere che l’opalescenza sia dovuta, almeno in parte, a processi post-deposizionali.

61 Ad es. Molinari 1995, p. 192.

62 Sacco 2017.

63 Rispettivamente, Arcifa 1996; Pezzini et al. 2018. Inoltre Sacco c.d.s.

64 Meo 2021.

65 Casale Nuovo (Molinari – Valente 1995, p. 418, dove si ipotizza una provenienza ifrichena. Per la possibile provenienza mazarese alla luce delle ultime analisi petrografiche sulle produzioni urbane, cfr. Meo 2021); Marsala (Canzonieri et al. 2010, p. 39); Castello della Pietra (Ardizzone et al. 2012, p. 167-169); Monti di Trapani (Sacco et al. 2020); Entella e il suo territorio (Ghizolfi 1995, p. 210; Corretti et al. 2021, p. 1571); Monte Iato (Ritter-Lutz 1991); valli del Belice destro e dello Jato (Alfano – Sacco 2014); Casale S. Pietro (materiali in c.d.s. da parte di A. Meo e C. Capelli); Brucato (Maccari – Poisson 1984, p. 349-350); Colmitella (Rizzo – Romano 2012, p. 422, tav. I.13-14), Sofiana e Bitalemi/Gela (Fiorilla 1990, p. 164-167, p. 214); valle del Platani (Feudo Cattà/Masseria Osteri: Rizzo 2004, p. 73).

66 Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb Chatti 2015, p. 262, fig. 1; p. 273, fig. 15), Rougga/Raqqa (Vallauri 2020, p. 147, fig. 42.524, Medinat al-Sultan/Surt (Gragueb Chatti 2015, p. 262, 273; Fehérvári – Bishop 2002, p. 105, pl. 98d), Utica (Salinas – Reynolds – Pradell in questo volume).

67 Reggio Calabria (Preta – Andronico 2008); Pisa (Berti – Tongiorgi 1981; Meo 2014); Lucca? (Molinari 1995, informazione di G. Berti); Noli (Frondoni 1996, 2018); Pavia (Blake – Aguzzi 1989, p. 282, tav. 22).

68 Agios Theodoros, Vamvaka; Yangaki 2021, p. 633, fig. III.e.

69 Meo c.d.s.

70 Preta – Andronico 2008.

71 Attestati tra le importazioni del Priamàr di Savona: Benente 2001, p. 63, fig. 7.

72 Berti – Tongiorgi 1981; Berti 2003; Berti – Giorgio 2011.

73 Berti – Tongiorgi 1981, p. 189; Berti 2003, p. 136-137; Berti – Giorgio 2011, p. 40.

74 Per quanto riguarda i boli in giallo occorrerà realizzare analisi specifiche per approfondire meglio come è stato ottenuto il colore, se con antimonio o con ferro.

75 In quest’ultimo caso la vetrina è molto deteriorata e non è del tutto chiara la sua reale colorazione.

76 Si tratta dunque di una versione invetriata con tecnologia diversa rispetto ai boli gialli conosciuti e più simile al resto della produzione palermitana nota.

77 Cfr. supra.

78 Meo 2013-2014; Meo 2018.

79 Sacco c.d.s.

80 Meo 2021.

81 Sacco et al. 2020.

82 Ghizolfi 1995, p. 211

83 Fiorilla 1995, p. 146-147, n. 69, 77; Cuomo di Caprio 1995, camp. D1.

84 Fiorilla 1990, p. 141, n. 265, smaltato (?) a fondo chiaro.

85 Kirk 2013, p. 51-52, invetriato o smaltato a fondo chiaro.

86 Arcifa 2004, tav. IV, a fondo chiaro.

87 Gragueb Chatti 2015, p. 274-275, smaltata a fondo verde.

88 Berti 1993, p. 551 (Piazza Dante, a fondo verde); Meo 2013-2014. Per i bacini, supra.

89 Preta – Andronico 2008, p. 125, tav. 2.1.

90 Fatighenti 2016, p. 122, ritenuto siciliano per la presenza di inclusi calcarei, riconosciuti a livello autoptico.

91 Benente 2001, p. 137-138.

92 Hobart – Porcella 1996, p. 148.

93 Gragueb – Touhiri – Sacco 2019; Sacco c.d.s.

94 Per una discussione sull’argomento cfr. Capelli et al. 2020.

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Table des illustrations

Titre Fig. 1. Il lotto inedito di campioni analizzati (cfr. Tab. 1) provenienti da Castello della Pietra-TP e da Palazzo Reale a Palermo (fuori scala).
Légende a. Tipo D’Angelo; b. Tipo a boli gialli. Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-1.png
Fichier image/png, 1,5M
Titre Fig. 2. Esempi di TBG da Monti di Trapani (PM1, PM78, PM13, PM21 e PM45, di produzione tunisina; PM43, di produzione palermitana) e da Palermo (CP83, di produzione locale); esempi di TDA da Palermo (GA840, di produzione locale) e da Casale S. Pietro (CLESP159, di produzione tunisina?). PM78 e SIC90 non in scala.
Légende Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-2.png
Fichier image/png, 1,3M
Titre Fig. 3. Forme e decori della produzione mazarese dei tipi TDA (1, 3-6, 8, 11), TDAt (2, 7, 9, 10) e TBG (13-14).
Légende Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-3.jpg
Fichier image/jpeg, 47k
Titre Tab. 1 - Lista dei campioni analizzati in sezione sottile al microscopio polarizzatore, raggruppati secondo i gruppi di impasto identificati, con i dati tipologici, le principali caratteristiche composizionali e tecnologiche di impasti e rivestimenti e le ipotesi di provenienza.
Légende Le croci indicano percentuali approssimative da scarsa (x) ad abbondante (xxx). Q: quarzo, S: elementi sedimentari; Cu: rame, Fe: ferro, Mn: manganese, Sb: antimonio; nd: non determinato.
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-4.png
Fichier image/png, 618k
Titre Fig. 4. Microfoto in sezione sottile (Nicols incrociati, dimensioni reali 1,3 x 1 mm) con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia). TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; cc: calcare (parzialmente dissociato termicamente), qz: quarzo.
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-5.jpg
Fichier image/jpeg, 287k
Titre Fig. 5 – Microfoto in sezione sottile (Nicols paralleli, tranne la n. 4943; dimensioni reali 1,3 x 1 mm) trasversali alle superfici con esempi di impasti dei gruppi petrografici identificati (1: Palermo, 2: Mazara, 3: Tunisia), di rivestimenti e di decori. TBG: tipo a boli gialli, TDA: tipo D’Angelo; inv.: invetriata, sm: smaltata; bo: bolle, ce: alterazione secondaria in carbonati di piombo (cerussite), mn: ossidi di manganese e fasi di reazione (alla base della vetrina trasparente); qz: quarzo (inclusioni dell’impasto o relitti non fusi nel vetro), sb: aggregati di composti di antimonio (inglobati nel vetro o al disopra di esso); sn: aggregati di biossido di stagno (cassiterite, opacizzante), ss: schiarimento superficiale del corpo ceramico. La colorazione verde dei rivestimenti di PR2 e bac124 è imputabile alla presenza di rame completamente disciolto del vetro. Nell’immagine del campione n. 4943 (già analizzato in Capelli – D’Angelo 1997) si notano la diffusa alterazione del vetro e l’intenso schiarimento dell’impasto, che mascherano il possibile effetto di opacizzazione primaria dovuto alla numerosa presenza di granuli di quarzo non fuso.
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-6.jpg
Fichier image/jpeg, 558k
Titre Fig. 6. Bacini pisani TDA: 1 (36), 2 (66), 3 (124), 4 (118), 5 (109), 6 (141).
Légende Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. tab. 1).
Crédits Riel. da Berti – Tongiorgi 1981; Berti – Giorgio 2011.
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-7.jpg
Fichier image/jpeg, 175k
Titre Fig. 7. Carta delle attestazioni dei TDA e TBG.
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-8.jpg
Fichier image/jpeg, 325k
Titre Fig. 8. Bacini pisani TBG: 1 (621), 2 (5), 6 (51).
Légende Bacini da Noli: 3 (11), 4 (4) (riel. da Frondoni 2018, p. 415, tav. 1.11, 4); catino dalla Cala di Palermo (riel. da D’Angelo 1995, p. 462, fig. 1. Tra parentesi è indicato il numero dell’analisi, se effettuata (cfr. Tab. 1).
Crédits Riel. da Berti – Tongiorgi 1981; Berti – Giorgio 2011
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/docannexe/image/12513/img-9.jpg
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Pour citer cet article

Référence papier

Claudio Capelli, Antonino Meo et Viva Sacco, « Verso una ridefinizione su basi tipologiche e archeometriche della ceramica invetriata “tipo D’Angelo” e “a boli gialli” di XI secolo prodotta e circolante in Sicilia »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 135-2 | 2023, 301-319.

Référence électronique

Claudio Capelli, Antonino Meo et Viva Sacco, « Verso una ridefinizione su basi tipologiche e archeometriche della ceramica invetriata “tipo D’Angelo” e “a boli gialli” di XI secolo prodotta e circolante in Sicilia »Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge [En ligne], 135-2 | 2023, mis en ligne le 01 mars 2024, consulté le 23 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/mefrm/12513 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/mefrm.12513

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Auteurs

Claudio Capelli

Università di Genova, claudio.capelli@edu.unige.it

Antonino Meo

Università degli studi di Roma Tor Vergata, ninomeo@gmail.com

Viva Sacco

UCL, Institute of Archaeology, Londra, sacco.viva@gmail.com

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Droits d’auteur

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