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Avant l'Unité, de la pluralité linguistique à l'affirmation de la langue nationale

Sul plurilinguismo e sul mistilinguismo di Dante

Con particolare riguardo per la cobla in provenzale di Purg. 26
Giuseppe Noto
p. 13-26

Résumés

Après de brèves réflexions générales sur le sens à attribuer à l’étiquette «littérature italienne» quand elle est appliquée au Moyen-Âge, nous examinerons quelques problèmes d’ordre ectodique, linguistique et exégétique (c’est-à-dire, en un mot: philologique) liés au plurilinguisme de Dante, avec une attention toute particulière aux fameux vers en provençal présents au chant 26 du Purgatoire: des vers qui (comme le montrent plusieurs contributions récentes) nous interrogent encore et doivent encore être questionnés.

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XIVe
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Texte intégral

  • 1 Luciano Formisano, La lirica romanza nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 13.
  • 2 Giuseppe Noto, « Quali prospettive per i giovani provenzalisti? », Tenso, no 35, 2020, p. 97-101, (...)

1Se la poesia trobadorica è caratterizzata (come ben sintetizza Luciano Formisano) da una « rapida codificazione interna », una « rapida diffusione esterna » e « ricodificazioni successive nelle lingue nazionali europee1 », la storia della lirica, appunto, europea si può allora a buon ragione considerare – per molti versi – la storia stessa della « varia ricezione e delle ri-codificazioni » cui la letteratura medievale in lingua d’oc è andata incontro2.

  • 3 Ibid., p. 100.

2Questo significa a mio parere che uno tra i principali compiti che oggi attendono i provenzalisti consiste nell’individuazione sia delle « logiche sottese alle specifiche ri-codificazioni » della lirica dei trovatori sia degli « aspetti storico-culturali a ogni particolare ricodificazione collegati3 »; e che in tale prospettiva, se ci soffermiamo nello specifico sulla letteratura italiana delle origini, dovremo innanzi tutto ragionare su ciò che accade nel momento in cui la lirica in lingua d’oc (prodotta al di là e al di qua delle Alpi, precedente e coeva) entra in relazione con la nascente letteratura in lingua di sì, creando in tal modo – con questa – specifiche zone (geografiche, linguistiche, letterarie e genericamente culturali) di contatto, nelle quali – si badi – assume non poca importanza anche il rapporto con la produzione letteraria in lingua d’oïl.

  • 4 E si badi che testi plurilingui sono presenti anche nella tradizione mediolatina, dove al latino (...)
  • 5 Cf., per esempio, Furio Brugnolo, « Il plurilinguismo medievale e la coscienza distintiva degli i (...)
  • 6 Alberto Varvaro, « “La tua loquela ti fa manifesto”: lingue e identità nella letteratura medieval (...)
  • 7 Furio Brugnolo, op. cit., p. 29. Nell’Italia settentrionale del Duecento, per esempio, « il prove (...)

3La conseguenza a mio parere più significativa del contatto di cui stiamo discutendo è che la letteratura prodotta in Italia nel Duecento e in parte almeno del Trecento conosce spesso un sostanziale plurilinguismo (a volte mistilinguismo)4: va infatti ricordato che, per molto Medioevo e per molta parte del Medioevo, tra i fattori identitari la lingua semplicemente non compare5, giacché (come ricorda Alberto Varvaro) sarà solo tra Trecento e Quattrocento che essa inizierà a divenire « un elemento centrale dell’identità sociale e politica6 »; e che, almeno fino a tutto il Duecento e anche oltre, la comunicazione letteraria in volgare (come ben sintetizza Brugnolo) « non conosceva ostacoli e condizionamento che non fossero quelli dei generi e delle convenzioni stilistico-retoriche. La scelta della lingua è dipesa cioè a lungo solo dalla scelta del genere letterario7 ».

  • 8 Giuseppe Tavani, op. cit., p. 55.
  • 9 Furio Brugnolo, op. cit., p. 15. Sugli aspetti linguistici e stilistici del discordo plurilingue (...)
  • 10 Giancarlo Breschi, « Aï faus ris, pour quoi traï avés », in Dante Alighieri, Le Quindici Canzoni (...)

4E tuttavia c’è di più: come ricorda Giuseppe Tavani in un volume che risale ormai a quasi cinquant’anni fa, ma che conserva ancora intatto il proprio valore metodologico, il plurilinguismo in letteratura può esplicarsi certo « per linee parallele, nel senso di una specializzazione di ciascuna lingua in un dato genere letterario », ma può trovare attuazione anche « per linee convergenti nel senso di una mescidazione più o meno ampia, entro la stessa opera, di due o più lingue8 ». Da questo punto di vista, il primato cronologico per quel che riguarda la letteratura in volgare spetta alla lirica dei trovatori: più in particolare, bisognerà ricordare il discordo plurilingue (provenzale, italiano, francese, guascone, galego-portoghese) di Raimbaut de Vaqueiras (BdT 392.4), che ci restituisce appieno « il quadro vivo e completo del plurilinguismo romanzo dell’inizio del xiii secolo9 » (altro tipo di plurilinguismo, di tipo “espressionistico” e comico, fornisce Raimbaut nel contrasto bilingue genovese/provenzale BdT 392.7); e poi anche il discordo esalingue (galego-portoghese, castigliano, provenzale, francese, guascone e italiano, ma secondo alcuni quadrilingue) del trovatore catalano Cerverì de Girona, BdT 434a.40; e il sirventese BdT 101.17, indirizzato ad Alfonso X di Castiglia dal genovese Bonifacio Calvo, in cui « il provenzale si alterna con il francese e con altra lingua (alla cui controversa identificazione non è estranea la deficitaria offerta testimoniale), l’aragonese o il catalano o il gallego-portoghese10 ».

  • 11 Giuseppe Noto, « Il Medioevo che è in noi: approcci didattici alla letteratura del Medioevo roman (...)

5Insomma, in un momento storico come quello attuale, caratterizzato da dinamiche non sempre serenamente dialettiche tra “sovranismo/i” ed “europeismo” e da richiami (spesso politicamente mirati) a “identità” (e a “radici identitarie”) di varia natura, io credo che vada ricordato con forza un dato banale ma spesso, purtroppo, trascurato, anche nell’insegnamento scolastico: il concetto di “letteratura nazionale” nasce « con il Romanticismo (quando nasce il concetto di “nazione”), divenendo poi (a tratti anche strumentalmente) elemento di identità nazionale e tingendosi in Italia di coloriture prima risorgimentali e poi (con il fascismo) nazionalistiche11 ».

  • 12 La bibliografia al riguardo è sterminata: si vedano almeno i recentissimi contributi di Stefano J (...)
  • 13 Cf. Furio Brugnolo, art. cit., p. 32.
  • 14 Lorenzo Tomasin, Dante e l’idea di lingua italiana, in Mirko Tavoni (dir.), Letture classensi. Vo (...)
  • 15 Giuseppe Noto, « Quali prospettive », art. cit., p. 100-101.

6Si tratta di questioni che assumono, per fare un solo ma importante esempio, connotazioni macroscopiche soprattutto in relazione a Dante, come emerse con evidenza già nelle celebrazioni del sesto centenario della nascita del poeta, e poi ancora almeno fino a tutto il primo Novecento e anche oltre12. Affermare ciò non significa ovviamente negare che già per Dante (come poi sarà tipico della storia linguistica italiana13) coscienza linguistica e coscienza letteraria fossero inscindibilmente legate; e però comporta sicuramente la necessità di collocare la produzione (diciamo così) alloglotta (o plurilingue o mistilingue) di Dante (escludendo in questa sede, per ovvi motivi, la produzione in latino) in un quadro preciso, rendendola in tal modo, in quanto del tutto consona al modo di intendere il rapporto tra medium linguistico e letteratura di Dante e della sua epoca, meno “extravagante” di quanto di solito venga fatta apparire. Intendo in sostanza dire che, se giustamente « nella cultura nazionale non meno che in quelle straniere, a Dante è stabilmente associata la qualifica di padre della lingua italiana14», bisognerà pur convenire sul fatto che sarebbe una forzatura e un’operazione antistorica proiettare retrospettivamente su Dante idee di “lingua” e di “nazione” che per l’epoca in cui egli visse semplicemente non hanno valore e senso alcuno. Oggi, soprattutto oggi, insomma, a mio parere « noi non possiamo non tenere conto che, se applicato al Medioevo, il concetto stesso di letteratura nazionale – come letteratura scritta in una lingua nazionale – è sostanzialmente un controsenso: è all’Europa che, anche da questo punto di vista, dobbiamo guardare come nostra patria comune15 ».

7In questa sede intendo soffermarmi in particolare su come il plurilinguismo « per linee convergenti » (di cui, come si è appena visto, parla Tavani) si manifesti con Dante nella canzone trilingue (francese, latino, italiano) Aï faus ris, pour quoi traï avés (che ora gli è stata, credo definitivamente, restituita dalla critica) e soprattutto nell’inserto in lingua d’oc di Purg. 26.

  • 16 Giancarlo Breschi, art. cit., p. 317.
  • 17 Claudio Giunta, art. cit., p. 635. Sulla canzone si veda anche la scheda offerta dal RIALFrI – Re (...)

8Per la canzone Aï faus ris, pour quoi traï avés spetta sicuramente a Dante «la priorità di avere inaugurata in Italia, recuperando il latino, la gestione pluriglotta, latina e volgare, e di avere incrociato i due assi linguistici, verticale e orizzontale, o meglio diacronico e diatopico, della tradizione letteraria16 ». E già in questo incrociarsi dei due assi linguistici sta il segno della particolarità dell’operazione letteraria portata a termine da Dante, perché in questo caso il trilinguismo non pare avere motivazione stilistica bensì il carattere di virtuosismo motivato dal desiderio (come scrive Claudio Giunta) « di poter andare per tutto il mondo » (si veda il congedo della canzone)17, ovvero dalla volontà di essere universale comunicando sia attraverso la gramatica sia attraverso almeno due tra i volgari illustri.

  • 18 Riccardo Viel, « Aï faux ris. Tracce del francese di Dante e del suo pubblico », Studj romanzi, (...)
  • 19 Penso in particolare a Stefano Resconi, « Le conoscenze trobadoriche dei commentatori trecentesch (...)
  • 20 Cf. almeno Alessandro Bampa, art. cit. e Stefano Resconi, « Traduzioni toscane », art. cit.
  • 21 Così acutamente Stefano Resconi, « Traduzioni toscane », art. cit. p. 112.

9Proprio considerando la particolarità e l’importanza del caso della canzone trilingue, va sottolineato che essa (secondo quanto sostiene in maniera a mio parere del tutto convincente Riccardo Viel) è stata scritta verosimilmente pensando al pubblico di una particolare area italiana, ovvero quell’area padana che, « tra fine Duecento e la prima metà del secolo successivo, […] del plurilinguismo faceva un humus vitale, e di cui il codice barberiniano B1 di Nicolò de’ Rossi è tangibile, oltre che precoce, testimonianza. Circolazione di materia oitanica, antica tradizione franco-veneta, luminescenze di pre-umanesimo18 ». E si badi che si tratta della medesima area nella quale (a Bologna e nelle città venete) Dante poté approfondire le sue conoscenze sulla letteratura in lingua d’oc, dopo la fase toscana di studio dei trovatori precedente all’esilio, fase della quale ora (grazie a recenti studi, davvero importanti, soprattutto di Stefano Resconi e Riccardo Viel) siamo in grado di tratteggiare con sufficiente chiarezza gli aspetti fondamentali19. Sappiamo, per esempio, che proprio Arnaut Daniel incontrò una particolare fortuna in Toscana20, così che anche così potrà allora spiegarsi la predilezione che Dante mostra per il trovatore lungo tutto il corso della sua esistenza, « sottraendo Arnaut a quella lettura che lo riteneva una sorta di antesignano di Guittone21 ».

  • 22 Per comodità di lettura indico qui i versi della Commedia di cui si discute secondo l’ed. di Gior (...)
  • 23 Cf. François Juste Marie Raynouard, Rétablissement du texte de la Divina Commedia, XXVIe chant du(...)
  • 24 Tra i più recenti interventi al riguardo, cito, per tutti, Walter Meliga, « Una nota per escalina(...)

10E giungiamo così a discutere dell’inserto in provenzale di Purg. 26. Dico subito che non intendo riprendere nessuno dei problemi testuali relativi ai versi coi quali si esprime il miglior fabbro del parlar materno22: si tratta di questioni (ecdotiche ed esegetiche) sulle quali praticamente da sempre – nel corso del “secolare commento” della Commedia – si arrovellano legioni di dantisti e – nella storia degli studi sulla letteratura medievale in lingua d’oc, almeno da Raynouard in avanti23 – di provenzalisti; e in questa sede non c’è lo spazio per una discussione (appunto ecdotica ed esegetica) nemmeno cursoria24. Preferisco dunque soffermarmi su un solo problema, che raramente ha attirato l’attenzione degli italianisti (ovvero della stragrande maggioranza degli studiosi che si occupano della Commedia e dei relativi problemi ecdotici), e che invece appare fondamentale dalla prospettiva del filologo romanzo: quale veste formale attribuire al testo, una volta che esso sia stato, non dico restituito, ma almeno stabilito come ipotesi di lavoro, dal punto di vista della sostanza (posto che sia sempre possibile distinguere con nettezza gli aspetti formali da quelli sostanziali)?

  • 25 Gaston Paris (éd.), La Vie de saint Alexis, poème du xie siècle et renouvellements des xiie, xiii(...)

11Già Gaston Paris, nella magistrale Préface all’edizione della Vie de saint Alexis del 1872 (in cui sono condensate molte tra le principali questioni che caratterizzeranno di lì in avanti, e ancora caratterizzano, la critica del testo applicata ai testi delle letterature romanze medievali)25, aveva ben chiaro come la questione della veste linguistica dei testi in volgare comporti la necessità di adottare notevoli cautele metodologiche (e operative). Vale la pena di riprendere qui per esteso le parole di Paris (con l’avvertenza che le sue osservazioni sulle opere « composés à l’aurore de la littérature française » valgono per tutta la letteratura medievale romanza):

  • 26 Questo può valere anche in una qualche misura per « les faits » di ordine morfologico. In ogni ca (...)
  • 27 Ibid., p. 14-15 (corsivi miei).

Les ouvrages composés à l’aurore de la littérature française et qui ont été lus et copiés jusqu’à la fin du moyen-âge ont subi […], outre les remaniements de fond, de perpétuels rajeunissements de forme. […] Quel procédé employer pour retrouver les formes propres à l’auteur ? […] Soient quatre manuscrits ; a du xiie siècle en dialecte normand, b de la même époque écrit en Angleterre, c du xiiie siècle en picard, d du xive siècle en lorrain. Comment arriver à déterminer le langage de x ? Peu importe […] que b et c, a et d soient indépendants l’un de l’autre ou dérivent d’une même copie, puisque les faits d’orthographe et de prononciation sont essentiellement propres à chaque copiste26. Ici, un critérium qui, pour la constitution des leçons, n’est que subordonné, prend une importance capitale : plus un manuscrit est approché de l’époque de l’auteur, c’est-à-dire plus il est ancien, plus il mérite d’être pris en considération. Ce n’est là toutefois qu’une des faces du problème : à côté de la question de temps, il y a la question de lieu, et cette question on ne peut la résoudre, dans la plupart des cas, que par des inductions plus ou moins probables. […] C’est donc à l’aide de la connaissance générale de la langue à ses périodes successives et dans ses diverses régions que la critique doit essayer de déterminer les formes linguistiques du texte qu’elle veut restituer ; elle y est aidée, quand elle a pu établir avec quelque certitude la date et la patrie de l’auteur, par l’examen attentif des manuscrits les plus anciens et par l’étude de la versification, qui ne peut se faire, bien entendu, qu’une fois le texte solidement constitué en ce qui concerne les leçons27.

12Tuttavia la soluzione proposta da Paris (un manoscritto base, quello più vicino nel tempo e nello spazio all’autore, per la facies formale del testo) non è applicabile ai versi in lingua d’oc di Purg. 26: e sono parecchi (e tutti strettamente intrecciati tra di loro) i motivi che lo impediscono recisamente.

  • 28 Che Dante possa aver acquisito direttamente una conoscenza della lingua d’oc nel corso di un viag (...)
  • 29 Si vedano almeno: Maurizio Perugi (ed.), Le canzoni di Arnaut Daniel, edizione critica, Milano/Na (...)
  • 30 Gaston Paris (éd.), op. cit., p. 14, nota.

13In primo luogo sarà opportuno domandarsi secondo quale veste linguistica (e grafica) sia arrivata a Dante la lirica dei trovatori, che egli dovette leggere28 soprattutto (si badi) su libri manoscritti esemplati in Italia, ovvero fortemente caratterizzati dal punto di vista linguistico (lasciando da parte la questione dei rifacimenti e dei rimaneggiamenti di sostanza) da un diasistema nel quale è spesso difficile, quando non impossibile, “dializzare” ciò che è originale e ciò che si è aggiunto per stratificazione, ovvero separare ciò che è da attribuire alla lingua dell’opera e ciò che è invece da ascrivere alla lingua del copista (anzi: della catena di copisti). La bibliografia al riguardo è davvero sterminata29, ma (come spesso accade: ne accennavo supra) già Paris nel 1872 aveva colto in pieno la questione in una noticina: « En général, les copistes mélangent les formes de leur idiome avec celles des manuscrits qu’ils copient, et il en résulte des alliages, souvent à plusieurs degrés, dont l’analyse est extrêmement difficile30 ».

  • 31 È questa l’opinione, in particolare, di Carlo Pulsoni, « I versi provenzali della Commedia e le l (...)

14Non sarà poi da sottovalutare il fatto che siamo in presenza di versi scritti in provenzale da un autore alloglotto e del quale non sappiamo con certezza fino a che punto conoscesse la lingua nella quale scrive: così che, in assenza di autografi danteschi, non è da escludere che una parte almeno della corruzione testuale che ai nostri occhi (agli occhi di chi oggi studia la lirica dei trovatori) caratterizza nei manoscritti latori la lingua d’oc di Dante (non solo il monologo di Arnaut di cui stiamo discutendo ma anche le citazioni dei versi e dei nomi dei trovatori presenti nel De vulgari eloquentia) vada attribuita non al processo di tradizione manoscritta bensì direttamente alle non approfondite conoscenze linguistiche del poeta31.

  • 32 Cf., per esempio, Paolo Gresti, « Dante e i trovatori: qualche riflessione », Testo, no 32, 2011 (...)
  • 33 Quando la poesia dei trovatori tornerà a essere oggetto di interesse, peraltro soprattutto in rel (...)

15In ogni caso, anche escludendo l’ipotesi che Dante avesse una padronanza limitata della lingua d’oc32, bisognerà comunque tener conto che è proprio a iniziare dal Trecento e poi almeno fino all’inizio del Cinquecento33 che in Italia assistiamo a un progressivo decadimento delle conoscenze della letteratura trobadorica e della lingua in cui essa si esprime, trascurate – l’una e l’altra – a vantaggio prima della produzione in lingua di sì e poi, nel Quattrocento umanistico, di quella in latino. Per far meglio comprendere la portata del problema, riporterò qui, a puro titolo esemplificativo, due esempi famosi di trascrizione dei versi in provenzale di Purg. 26.

16Ecco come negli anni 1352-1356 Boccaccio fissa il testo nel codice Zelada 104.6 della Biblioteca Capitolare di Toledo (f. 172v)34:

Tan mabelis uostre cortois deman
Chieo no(n) puosc ne uuoil auus cobrire
Ie sui arnaut che plor (et) uai cantan
Co(n)sitost uei laspassada follor
(Et)uei giausen leior chesper denan
Ara uus preu p(er) achella ualor
Cheuus ghida al son dolescalina
Souegnas uus ate(m)ps demadolor

(Et)uei] una
a in interlinea sopra -e-

  • 35 Si vedano al riguardo almeno Federico Sanguineti, « Prolegomeni all’edizione critica della Commed (...)
  • 36 L’allestimento del codice si conclude, come ci informa il colophon autografo di Filippo Villani, (...)

17Ed ecco come, meno di 50 anni dopo, il testo viene copiato in un altro manoscritto spesso considerato fondamentale (recentiores non deteriores) nella storia della tradizione della Commedia35, ovvero il Laurenziano Santa Croce 26 sin. 1 (f. 120v)36:

tant mabelis uostre cortes demant
que ieu non uuolh ne puosch auos cubrir
Ieu sui arnaut que plaur e uauch ciantant
aysi quant uos uedes laspassada follour
et uach iausent le yoi que es per denant
Aras uos prech per aquella ualour
que uos condus al som dela scalina
souenha uos atemps dema dolour

le yoi] con correzione sul margine destro: le yorno (poi con espunzione di -no)
dela] con correzione sul margine destro: desta

  • 37 E si tenga conto che anche la serie di rimanti folor/valor/dolor di Boccaccio sarebbe perfettamen (...)

18Senza entrare qui nel merito delle varianti sostanziali e dei veri e propri errori, non sarà sfuggito come dal punto di vista della veste linguistica nella copia boccacciana troviamo, limitandoci agli aspetti più macroscopici (e non insistendo su quelli puramente grafici), un cortois che non è certo provenzale ma francese; così come nel laurenziano notiamo ben due serie di rimanti (demant/ciantant/denant; follour/ualour/dolour) molto sospette di essere (di nuovo) più francesi (o franco-italiane) che provenzali37.

  • 38 Cito qui per esigenze di sintesi solo Luciana Borghi Cedrini, « Lingua degli autori e lingua dei (...)
  • 39 Come scrive icasticamente Luciana Borghi Cedrini, l’uso di forme linguistiche “regolari” da parte (...)

19Si tenga conto infine (last but not least) di una questione metodologica imprescindibile e ben chiara alla provenzalistica almeno dagli anni Settanta del secolo scorso38, ovvero la “normalizzazione” cui spesso la lingua dei testi trobadorici viene ricondotta prima dalla tradizione manoscritta (che spesso sostanzialmente adegua la forma dei testi alle “grammatiche” medievali della lingua d’oc) e poi anche dagli editori critici moderni, che tendono ad accogliere soltanto le varianti ritenute grammaticalmente “corrette”, relegando in apparato (o peggio ancora obliterando) tutte le forme linguistiche attestate ma ritenute aberranti rispetto a una lingua fissata in base soprattutto alle grammatiche stilate dai grandi padri della provenzalistica ottocentesca (Raynouard e Diez) e al Lexique roman di Raynouard, che a loro volta molto devono, appunto, alle “grammatiche” medievali: con un paradossale cortocircuito che ha portato alla costruzione di una lingua standardizzata che nei fatti non è mai esistita39.

  • 40 Cf. in particolare Carlo Pulsoni, « Appunti per una descrizione », art. cit., p. 374 e ss.
  • 41 Eppure va ricordato che lo stesso Petrocchi ha ben chiaro, per es., che vestre (che alterna nella (...)
  • 42 Maurizio Perugi, « Arnaut Daniel in Dante », Studi danteschi, no 51, 1978, p. 59 - 152, alle p. 1 (...)

20Già in particolare Carlo Pulsoni, con argomenti che condivido e ai quali rimando40, si è espresso sulle contraddizioni cui nell’edizione Petrocchi conduce il voler dare una veste provenzale a ciò che con ogni probabilità a volte non è provenzale, o quantomeno non è il provenzale che ci aspetteremmo41: e dunque non tornerò sull’argomento. Qui mi preme invece richiamare l’attenzione degli studiosi su quanto Maurizio Perugi scriveva già nel 1978, quando richiamava alla necessità, da un lato, di « riconoscere a Dante – o ai suoi copisti – un proprio sistema grafico e lessicale provvisto di caratteristiche abbastanza rilevate, e finalmente adoperare con un pizzico in più di scetticismo quei canoni standardizzati nei manuali su cui abbiamo studiato », usando « un po’ meno di supponenza nei confronti di un provenzale (non già il provenzale, che non esiste se non nella fantasia livellatrice dei neo-grammatici) che dovette appartenere a Dante come ai suoi contemporanei »; e, dall’altro, di ipotizzare « una sorta di letteraria lingua franca, con una propria inevitabile e storicamente giustificata mescidanza di varianti dialettali, e di pressioni combinate provenienti tanto dalla lingua d’oïl quanto da quella del sì42 ».

  • 43 Luciana Borghi Cedrini, « Il trattamento dei codici repertoriali », in Saverio Guida e Fortunata (...)

21Insomma: io credo che, per affrontare la questione della distanza che ci separa dalla realtà (in questo caso linguistica) della letteratura di Dante e della sua epoca, bisognerà rinunciare a ogni operazione di tipo “ortoepico”, ovvero bisognerà avere l’accortezza metodologica di evitare di ricostruire un testo linguisticamente mai esistito, perché basato su quello che Borghi Cedrini ha definito il « “mito” lachmanniano » (da non confondersi con la pratica del lachmannismo ecdotico), che spinge ad operare « un processo di drastica ripulitura dei tratti “sporchi” (in senso informatico) » che danneggiano l’aspetto suppostamente autentico dell’opera43.

  • 44 Federico Sanguineti (a cura di), Dantis Alagherii Comedia. Edizione critica, Firenze, Edizioni de (...)

22Tra la lingua d’oc nell’edizione curata da Federico Sanguineti44:

Tan m’abelis vestre cortes deman,
que ieu no·m p[u]os[c] ni voil[l] a vos cobrire.
Ie[u] sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei l’espassada folor
e vei jausen lo joi qu’esper denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovegna vos a temps de ma dolor!

  • 45 Trascrivo in ed. diplomatica dalla riproduzione del manoscritto consultabile su https://digi.vatl (...)
  • 46 Nella quale « il notevole numero d’integrazioni o di correzioni, testimoniato dai corsivi e dalle (...)

23e la lingua esibita (a f. 108r), dal codice Urbinate latino 366 della Biblioteca Apostolica Vaticana45 (di area emiliano-romagnola e ascrivibile alla metà del xiv secolo), ovvero il testo base di quell’edizione46:

Tan mabelis uestre cortois diman
che ieu non pos ne uoil a uus cobrire.
Ie sui Arnaut che plur e uai cantan
consiros uei la spassadas follor
e uei giausen la ioi cheu sper denan.
Ara uus prech per a chella ualor
che uus guida al sommo de la scalina
Sovenga uus a temps de ma dolor.

24quale delle due ha maggiori possibilità di corrispondere, non dirò certo a quanto voluto da Dante, ma almeno a una realtà storicamente esistita e non a una realtà “ortoepica” ricostruita a posteriori?

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Notes

1 Luciano Formisano, La lirica romanza nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 13.

2 Giuseppe Noto, « Quali prospettive per i giovani provenzalisti? », Tenso, no 35, 2020, p. 97-101, a p. 98.

3 Ibid., p. 100.

4 E si badi che testi plurilingui sono presenti anche nella tradizione mediolatina, dove al latino si associa il francese o il tedesco; e che nella lirica francese lo saranno ancora nel xv secolo: cf. al riguardo, per esempio, Claudio Giunta (dir.), Rime, in Dante Alighieri, Opere, Marco Santagata ed., vol. I, Rime, Vita nova, De vulgari eloquentia, Milano, Mondadori, 2011, p. 3-744, a p. 634.

5 Cf., per esempio, Furio Brugnolo, « Il plurilinguismo medievale e la coscienza distintiva degli idiomi romanzi », in Isa Lori Sanfilippo e Giuliano Pinto (dir.), Comunicare nel Medioevo. La conoscenza e l’uso delle lingue nei secoli XII-XV. Atti del convegno di studio svoltosi in occasione della XXV edizione del Premio internazionale Ascoli Piceno, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 2015, p. 14-32, a p. 16.

6 Alberto Varvaro, « “La tua loquela ti fa manifesto”: lingue e identità nella letteratura medievale », in Rosa Bianchi Finazzi et alii, Euroal. L’alterità nella dinamica delle culture antiche e medievali. Interferenze linguistiche e storiche nel processo della formazione dell’Europa. Atti del convegno, Milano, ISU/Università Cattolica, 2002, p. 49-67 [poi in Alberto Varvaro, Identità linguistiche e letterarie nell’Europa romanza, Roma, Salerno, 2004, p. 227-244], a p. 240.

7 Furio Brugnolo, op. cit., p. 29. Nell’Italia settentrionale del Duecento, per esempio, « il provenzale è lingua della poesia lirica, il franco-italiano della poesia epico-narrativa e cronachistica e della prosa narrativa, il latino della prosa didattica moraleggiante e politica, i volgari locali della poesia didattica e delle rime giullaresche » (Giuseppe Tavani, Il mistilinguismo letterario romanzo tra xii e xvi secolo, L’Aquila, Japadre, s.d. [in precedenza, col titolo Bilinguismo e plurilinguismo romanzo dal xii al xvi secolo. Testi e appunti, Roma, De Sanctis, 1969], p. 55). Il quadro del “trilinguismo” (italiano, latino, dialetto) che, secondo la prospettiva indicata da Mario Marti, « Il trilinguismo delle lettere italiane », Giornale storico della letteratura italiana, no 128, 2011, pp. 1-22, caratterizza la storia della nascita e dell’affermazione della lingua e della letteratura italiana va dunque integrato a mio parere in una più generale prospettiva romanza.

8 Giuseppe Tavani, op. cit., p. 55.

9 Furio Brugnolo, op. cit., p. 15. Sugli aspetti linguistici e stilistici del discordo plurilingue di Raimbaut si vedano almeno: Giuseppe Tavani, op. cit.; Furio Brugnolo, Plurilinguismo e lirica medievale. Da Raimbaut de Vaqueiras a Dante, Roma, Bulzoni, 1983; Ariel Castro, O descordo plurilíngüe de Raimbaut de Vaqueiras (um ensayo de filologia românica para compreensâo de su obra, sua vida e seu tempo), Rio de Janeiro, s.e., 1995; Giuseppe Tavani, Il discordo plurilingue di Raimbaut de Vaqueiras (BdT 392,4), in Restauri testuali, Roma, Bagatto, 2001, p. 39-102.

10 Giancarlo Breschi, « Aï faus ris, pour quoi traï avés », in Dante Alighieri, Le Quindici Canzoni lette da diversi, Lecce, Pensa Multimedia, 2012, 2 vol., II, p. 311 - 344, a p. 317.

11 Giuseppe Noto, « Il Medioevo che è in noi: approcci didattici alla letteratura del Medioevo romanzo », in Giuseppe Noto (dir.), Letterature e letteratura delle origini: lo spazio comune europeo. Prospettive didattiche per la scuola secondaria e per l’università (QdR 7. Didattica e letteratura), Torino, Loescher, 2018, p. 15-31, a p. 24.

12 La bibliografia al riguardo è sterminata: si vedano almeno i recentissimi contributi di Stefano Jossa, « Dantisti, dantofili, dantologi, dantomani e dantofobi nel dibattito estetico (e politico) nell’Italia del primo Novecento », in Giuseppe Sangirardi e Jean Marie Fritz (dir.), Dantesque. Sur les traces du modèle, Paris, Garnier, 2019, p. 249 - 266; e di Fulvio Conti, Il Sommo Italiano. Dante e l’identità della nazione, Roma, Carocci, 2021.

13 Cf. Furio Brugnolo, art. cit., p. 32.

14 Lorenzo Tomasin, Dante e l’idea di lingua italiana, in Mirko Tavoni (dir.), Letture classensi. Vol. 41. Dante e la lingua italiana, Ravenna, Longo, 2013, p. 29-46, a p. 29. Tale qualifica, va da sé, è ampiamente meritata: ma sugli elementi di criticità comunque in essa insiti cf. per esempio lo stesso Lorenzo Tomasin, art. cit., cui rinvio anche per la bibliografia precedente.

15 Giuseppe Noto, « Quali prospettive », art. cit., p. 100-101.

16 Giancarlo Breschi, art. cit., p. 317.

17 Claudio Giunta, art. cit., p. 635. Sulla canzone si veda anche la scheda offerta dal RIALFrI – Repertorio Informatizzato Antica Letteratura Franco Italiana (cui si rimanda per la bibliografia precedente al 2015): https://www.rialfri.eu/rialfriWP/opere/dante-alighieri-ai-faus-ris-pour-quoi-trai-aves consultato il 1o settembre 2021.

18 Riccardo Viel, « Aï faux ris. Tracce del francese di Dante e del suo pubblico », Studj romanzi, no 12, nuova serie, 2016, p. 91-136, a p. 131. Sull’area di cui si discute sono fondamentali gli studi di Furio Brugnolo: si tratta di una serie di interventi (Un’inedita ballata duecentesca tra le pieghe del Saibante-Hamilton 390; Due canzoncine di donna altoitaliane dell’inizio del trecento; Il lamento di un prigioniero di Cangrande e altre rime inedite dagli archivi trevisani; Altre note su Auliver e su Nicolò de’ Rossi) ora tutti contenuti in Furio Brugnolo, Meandri. Studi sulla lirica veneta e italiana settentrionale nel Due-Trecento, Roma/Padova, Antenore, 2010.

19 Penso in particolare a Stefano Resconi, « Le conoscenze trobadoriche dei commentatori trecenteschi della Commedia (con tracce della circolazione di materiali occitanici in Italia nel secolo xiv)», Rivista di studi danteschi, no 8, 2008, p. 353-394 (soprattutto le p. 379-381); Stefano Resconi, « La lirica trobadorica nella Toscana del Duecento: canali e forme della diffusione », Carte romanze, no 2, 2014, p. 269-300; Stefano Resconi, « Traduzioni toscane di poesie provenzali e storia della tradizione manoscritta trobadorica », in Cecilia Cantalupi e Nicolò Premi (dir.), Tradurre i trovatori. Esperienze ecdotiche e di traduzione a confronto, Verona/Bolzano, QuiEdit, 2020, p. 87-112; Stefano Resconi, « La Toscana occidentale, i trovatori e il Dante “malaspiniano”: un percorso tra ricezione e autobiografia letteraria », in Alberto Casadei e Paolo Pontari (dir.), Dante e la Toscana occidentale: tra Lucca e Sarzana (1306-1308). Atti del Convegno di studi (Lucca-Sarzana 5-6 ottobre 2020), Pisa, Pisa University Press, 2021, p. 413-433; Riccardo Viel, « Stratigrafia e circolazione dei canzonieri trobadorici in Toscana: il punto su alcuni recenti contributi », Critica del testo, no 19, 2016, p. 255-263; Riccardo Viel, « La lirica tra Provenza e Toscana. Contatti di culture e tradizioni manoscritte nel xiii e xiv secolo », in Antonio Montefusco (dir.), Toscana bilingue. Storia sociale della traduzione medievale, vol. 3: Sara Bischetti, Michele Lodone, Cristiano Lorenzi e Antonio Montefusco (dir.), Toscana bilingue (1260 ca.-1430 ca.). Per una storia sociale del tradurre medievale, Berlin/Boston, De Gruyter, 2021, p. 47-58 (questi studi sono anche un’ottima sintesi della bibliografia precedente). Si vedano anche almeno (per citare soltanto alcuni tra gli interventi più recenti) Alessandro Bampa, « La prima ricezione di Arnaut Daniel in Italia (con nuove prospettive sull’analisi della produzione lirica del Duecento) », Medioevo Letterario d’Italia, no 12, 2015, p. 9-53; Fabrizio Cigni, « Francese e italiano nei canzonieri provenzali. Precisazioni e osservazioni sui casi di p e P », in Anna Maria Babbi e Chiara Concina (dir.), Francofonie medievali. Lingue e letterature galloromanze fuori di Francia (sec. xii-xiv). Atti del convegno di studio (Verona, 11 - 13 settembre 2014), Verona, Fiorini, 2016, p. 149-168; Giuseppe Mascherpa e Federico Saviotti, « “E membre vos co·us trobei a Pavia”. Affioramenti trobadorici nella biblioteca del Seminario Vescovile », Critica del testo », no 20, 2017, p. 9-70 (e vedi ora anche Tuscan-Lombard Troubadour Chansonnier – Virtual Reconstruction rinvenibile in https://fragmentarium.ms/overview/F-4fo0 ultima consultazione 4 settembre 2021); Courtney Joseph Wells, « “Pensemus qualiter viri prehonorati a propria diverterunt” (DVE, I, xiv, 5): els textos occitans d’un cercle de poetes toscans », Mot so razo, no 18, 2019, p. 23-40.

20 Cf. almeno Alessandro Bampa, art. cit. e Stefano Resconi, « Traduzioni toscane », art. cit.

21 Così acutamente Stefano Resconi, « Traduzioni toscane », art. cit. p. 112.

22 Per comodità di lettura indico qui i versi della Commedia di cui si discute secondo l’ed. di Giorgio Petrocchi (a cura di), Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, Firenze, Le Lettere, 19942 (con l’avvertenza che essi si presentano secondo la stessa sostanza e la stessa forma nell’ed. di Enrico Malato (a cura di), Dante Alighieri, La Divina Commedia, Roma, Salerno Editrice, 2018): « Tan m’abellis vostre cortes deman, / qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. / Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; / consiros vei la passada folor, / e vei jausen lo joi qu’esper, denan. / Ara vos prec, per aquella valor / que vos guida al som de l’escalina, / sovenha vos a temps de ma dolor!».

23 Cf. François Juste Marie Raynouard, Rétablissement du texte de la Divina Commedia, XXVIe chant du Purgatoire, où le troubadour Arnaud Daniel s’exprime en vers provençaux, Paris, Imprimerie Royale, 1830 [estratto da: Journal des savans, février 1830].

24 Tra i più recenti interventi al riguardo, cito, per tutti, Walter Meliga, « Una nota per escalina (Purg. XXVI 146) », Rivista di studi danteschi, no 18, 2018, p. 364-379.

25 Gaston Paris (éd.), La Vie de saint Alexis, poème du xie siècle et renouvellements des xiie, xiiie et xive siècles, Paris, Franck, 1872, p. 1-138.

26 Questo può valere anche in una qualche misura per « les faits » di ordine morfologico. In ogni caso, Paris opportunamente chiarisce in nota: « Je prends toujours le cas le plus simple, – malheureusement bien rare, – celui où les manuscrits offriraient uniformément d’un bout à l’autre les caractères de tel ou tel dialecte. En général, les copistes mélangent les formes de leur idiome avec celles des manuscrits qu’ils copient, et il en résulte des alliages, souvent à plusieurs degrés, dont l’analyse est extrêmement difficile » (ibid., n. 1, p. 14).

27 Ibid., p. 14-15 (corsivi miei).

28 Che Dante possa aver acquisito direttamente una conoscenza della lingua d’oc nel corso di un viaggio in Francia rimane, allo stato degli studi, nulla più di una suggestione non dimostrabile (e d’altro canto la stessa ipotesi di un tale viaggio, seppur corroborata « dalle antiche e autorevoli voci di Boccaccio e di Giovanni Villani e ritenuta possibile anche da moderni studiosi », si scontra con l’assoluta mancanza di prove positive e soprattutto mal si inscrive « nel quadro di una società dinamica caratterizzata da forme di mobilità per motivi politici, militari, diplomatici, economici, universitari, nella quale, tuttavia, non c’è spontaneismo, erranza e improvvisazione »: Donato Pirovano, « “Le cose tutte quante hanno ordine tra loro”: cosmografia dantesca ». Saggio introduttivo alla nuova edizione del libro di Paolo Revelli, L’Italia nella Divina Commedia (prima edizione Milano, Treves, 1923) [ho potuto leggere il saggio grazie alla cortesia dell’autore], p. 12).

29 Si vedano almeno: Maurizio Perugi (ed.), Le canzoni di Arnaut Daniel, edizione critica, Milano/Napoli, Ricciardi, 1978; François Zufferey, Recherches linguistiques sur les chansonniers provençaux, Genève, Droz, 1987; Walter Meliga, « L’analisi grafematica dei testi antichi. Il caso del “Boeci” », in Studi testuali 1, Alessandria, Edizione dell’Orso, 1988, p. 35-62; Maurizio Perugi, « Arnaut Daniel. “L’aur’amara” (BdT 29,13): esercizi di stratigrafia lessicale e testuale », in Jacqueline Cerquiglini-Toulet e Olivier Collet (dir.), Mélanges de philologie et de littérature médiévale offerts à Michel Burger, Genève, Droz, 1994, p. 289-299; Maurizio Perugi, « Les textes de Marcabru dans le chansonnier provençal “A”: prospections linguistiques », Romania, no 117, 1999, p. 289-315; Maurizio Perugi, « Per un’analisi stratigrafica delle poesie di Marcabruno: note in margine a una nuova edizione critica », Studi medievali, no 44, 2003, p. 289-315; Walter Meliga, « Philologie et linguistique de l’occitan médiéval », in Guy Latry (dir.), La voix occitane, Actes du VIIIe Congrès de l’Association Internationale d’Études Occitanes, Bordeaux, 12-17 octobre [sic, ma: septembre] 2005, Bordeaux, Presses universitaires de Bordeaux, 2009, p. 23-51.

30 Gaston Paris (éd.), op. cit., p. 14, nota.

31 È questa l’opinione, in particolare, di Carlo Pulsoni, « I versi provenzali della Commedia e le loro traduzioni antiche », Quaderni di Romanica Vulgaria, no 15, 2003, p. 115-173, passim; e soprattutto Carlo Pulsoni, « Appunti per una descrizione storico-geografica della tradizione manoscritta trobadorica », Critica del testo, no 7, 2004, p. 357-389, a p. 372 e ss.

32 Cf., per esempio, Paolo Gresti, « Dante e i trovatori: qualche riflessione », Testo, no 32, 2011 [in Cristina Cappelletti (dir.), Il centro e il cerchio. Convegno dantesco, Brescia, Università Cattolica, 30-31 ottobre 2009], p. 175-190, a parere del quale « per un intellettuale dell’epoca di Dante era normale conoscere e frequentare le letterature galloromanze nelle lingue originali, e non c’è dubbio che gli scrittori in lingua di sì del xiii e del xiv secolo sapessero destreggiarsi […] tra le letterature in lingua d’oc e in lingua d’oïl » (p. 175).

33 Quando la poesia dei trovatori tornerà a essere oggetto di interesse, peraltro soprattutto in relazione all’esegesi di Dante e Petrarca: si vedano almeno gli ormai classici studi di Santorre Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia nel Cinquecento, Torino, Loescher, 1911 [ora in Santorre Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia nel Cinquecento e Tre secoli di studi provenzali. Edizione riveduta, con integrazioni inedite, a cura e con postfazione di Cesare Segre, Padova, Antenore, 1995, p. 1-344]; Santorre Debenedetti, « Notizie e documenti per la storia degli studi romanzi nei secc. xvi-xviii », Archivium Romanicum, no 8, 1924, p. 425-435; Santorre Debenedetti, Tre secoli di studi provenzali (xvi-xviii), in Vincenzo Crescini (dir.), Provenza e Italia, Firenze, Bemporad, 1930, p. 141-181 [ora in Santorre Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia nel Cinquecento e Tre secoli di studi provenzali, op. cit., p. 345 - 378].

34 Trascrivo in ed. diplomatica dalla riproduzione del manoscritto consultabile su https://www.danteonline.it/vedimanoscritti/?manuscript=manoscrittiimmagini/Zelada_104_6 consultato il 2 settembre 2021.

35 Si vedano al riguardo almeno Federico Sanguineti, « Prolegomeni all’edizione critica della Commedia », in Leonella Coglievina e Domenico De Roberis (dir.), Sotto il segno di Dante. Scritti in onore di Francesco Mazzoni, Firenze, Olschki, 1998, p. 261 - 282; Federico Sanguineti, « “Novissime prospettive” dantesche », L’Alighieri, no 54, 2014, p. 107-112.

36 L’allestimento del codice si conclude, come ci informa il colophon autografo di Filippo Villani, nel 1401 (cf. Gabriella Pomaro, « Analisi codicologica e valutazioni testuali della tradizione della Commedia », in « Per correr miglior acque… ». Bilanci e prospettive degli studi danteschi alle soglie del nuovo millennio. Atti del convegno di Verona-Ravenna, 25-29 ottobre 1999, Roma, Salerno editrice, 2001, P. 1055-1068, alle P. 1066-1067; e Arianna Terzi, « Il provenzale e lo stemma codicum nella Commedia », Critica del testo, no 7, 2004, p. 1091-1143, alle p. 1123-1124). Trascrivo in ed. diplomatica dalla riproduzione del manoscritto consultabile su http://mss.bmlonline.it/s.aspx?Id=AWOMxaQLI1A4r7GxMZFk&c=I.%20Le%20tre%20cantiche%20di%20Dante%20Alighieri#/oro/258 consultato il 2 settembre 2021.

37 E si tenga conto che anche la serie di rimanti folor/valor/dolor di Boccaccio sarebbe perfettamente accettabile anche pensando al sistema grafico-fonetico del francese o del franco-italiano. Per un confronto con le altre trascrizioni boccacciane rimando a Carlo Pulsoni, « Appunti per una descrizione », art. cit., p. 376-378, che così giustamente conclude: « Evidentemente le sue [scil. di Boccaccio] conoscenze di provenzale dovevano essere limitate e forse anche di seconda mano: viste le frequentazioni del periodo napoletano, al Certaldese doveva essere più familiare la lingua d’oïl che quella d’oc » (p. 378).

38 Cito qui per esigenze di sintesi solo Luciana Borghi Cedrini, « Lingua degli autori e lingua dei copisti nella tradizione manoscritta trobadorica », in Giosuè Lachin (dir.), I trovatori nel Veneto e a Venezia, Atti del Convegno Internazionale (Venezia, 28-31 ottobre 2004), Roma/Padova, Antenore, 2008, p. 325-346 (cui rimando per la bibliografia precedente).

39 Come scrive icasticamente Luciana Borghi Cedrini, l’uso di forme linguistiche “regolari” da parte dei trovatori è soltanto un « pregiudizio teorico » (ibid., p. 339).

40 Cf. in particolare Carlo Pulsoni, « Appunti per una descrizione », art. cit., p. 374 e ss.

41 Eppure va ricordato che lo stesso Petrocchi ha ben chiaro, per es., che vestre (che alterna nella tradizione con vostre al v. 140) non è inaccettabile in lingua d’oc; o che una serie di varianti « più o meno infiltrate appartengono alla lingua d’oïl, che non si sa quanto rigorosamente un toscano del primo Trecento potesse distinguere da quella d’oc » (Giorgio Petrocchi, op. cit., p. 458-459).

42 Maurizio Perugi, « Arnaut Daniel in Dante », Studi danteschi, no 51, 1978, p. 59 - 152, alle p. 137-138. Cf. al riguardo, per esempio, anche Nathaniel B. Smith, « Arnaut Daniel in “Purgatorio”. Dante’s Ambivalence toward Provençal », Dante Studies, no 97, 1980, p. 99-109, a p. 107: « Just as in style Arnaut’s discourse comprises a lowest common denominator of the troubadours, so in language it represents a sort of koinè taken not from various Provençal dialects, as was the case with the troubadours, but representing a kind of lingua franca based on pan-Romance elements and comprehensible to anyone knowing Latin, Italian, or any single Romance language ».

43 Luciana Borghi Cedrini, « Il trattamento dei codici repertoriali », in Saverio Guida e Fortunata Latella (dir.), La filologia romanza e i codici. Atti del Convegno. Messina – Università degli Studi – Facoltà di Lettere e Filosofia – 19-22 Dicembre 1991, Messina, Sicania, 1993, 2 vol., I, p. 49-56, a p. 55.

44 Federico Sanguineti (a cura di), Dantis Alagherii Comedia. Edizione critica, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2001.

45 Trascrivo in ed. diplomatica dalla riproduzione del manoscritto consultabile su https://digi.vatlib.it/view/MSS_Urb.lat.366 consultato il 4 settembre 2021.

46 Nella quale « il notevole numero d’integrazioni o di correzioni, testimoniato dai corsivi e dalle parentesi quadre, fa sì che l’editore cerchi di allestire un testo linguisticamente corretto » (Carlo Pulsoni, « Appunti per una descrizione », art. cit., p. 375).

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Pour citer cet article

Référence papier

Giuseppe Noto, « Sul plurilinguismo e sul mistilinguismo di Dante »Italies, 26 | 2022, 13-26.

Référence électronique

Giuseppe Noto, « Sul plurilinguismo e sul mistilinguismo di Dante »Italies [En ligne], 26 | 2022, mis en ligne le 24 mars 2023, consulté le 22 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/9924 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.9924

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Giuseppe Noto

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