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Comptes rendus

Luigi Russo, Aldo Capitini, Carteggio 1936-1959, a cura di Lanfranco Binni e Antonio Resta

Pisa, Edizioni della Normale, 2021, 162 pages
Francesca Fistetti
p. 279-282
Notizia bibliogafica:

Luigi Russo, Aldo Capitini, Carteggio 1936-1959, a cura di Lanfranco Binni e Antonio Resta, Pisa, Edizioni della Normale, 2021, 162 pages

Testo integrale

1Un cruciale capitolo di storia delle idee e della cultura italiane, quello attinente al variegato gruppo di intellettuali attivo tra fascismo e dopoguerra, e gravitante attorno all’ambiente della Scuola Normale Superiore di Pisa, si dispiega nel Carteggio 1936-1959 che raccoglie la corrispondenza tra Luigi Russo e Aldo Capitini. Il volume, che acclude nell’appendice due vibranti testi, l’uno di Russo, c.o.s. angelica e diabolica invenzione (1946), e l’altro di Capitini, Un animatore della cultura d’opposizione (1961), uscito presso le Edizioni della Normale e affidato alle pregevoli cure di Lanfranco Binni e Antonio Resta, si propone di documentare un tassello importante di quel fervido periodo di attività culturale e impegno civile. Nell’introduzione, infatti, i due curatori delineano un quadro assai circostanziato, reso tanto più mosso dalla lacunosità del mannello di comunicazioni e biglietti, da cui si evince « come altre lettere e cartoline siano andate disperse o smarrite » (p. 8). Quadro articolato, quindi, entro cui cresce e matura un sodalizio umano e intellettuale, sullo sfondo di dissidi e polemiche, destinato a durare oltre vent’anni tra due personalità caparbie e pugnaci. Il carteggio permette di descrivere « in maniera pressoché esauriente, la “storia” di un rapporto tra due personaggi […] molto diversi […]: una sorta di concordia discors, che proprio per questo conferisce alla loro corrispondenza un grado di interesse tutt’altro che trascurabile » (p. 8-9). A sollecitarne la frequentazione fu con molta probabilità Walter Binni, allievo di Attilio Momigliano, laureatosi nel ’35 con Russo discutendo una tesi assai innovativa all’epoca, La poetica del Decadentismo italiano. Due storie personali parallele e divergenti, dunque, quelle di Russo e Capitini, nelle complicate vicende della Scuola Normale, uno dei centri più dinamici del movimento liberalsocialista e cuore pulsante di una rivolta morale che seppe divenire negli animi più riottosi aperta ribellione al regime: al fecondo magistero del primo, esercitato già negli anni Trenta sulle giovani leve della scuola pisana, corrisponde la figura più defilata ma non per questo meno risoluta e intensamente militante del secondo.

2A Capitini, nel ’32, segretario economo della Scuola Normale e assistente volontario di Momigliano, il rifiuto dell’iscrizione al partito costa il ritorno a Perugia e la drammatica rinuncia all’insegnamento, che lo obbliga a vivere, fondamentalmente, dando lezioni private: « Uno che impersona un’“alterità” irriducibile, scevra di qualsiasi compromesso, l’altro che si serve dei margini di manovra consentiti da una situazione reale, per trarne il maggior bene possibile » (p. 19). Al realismo politico, “pratico” e strategico ma non utilitario di Russo, che presta giuramento e chiede la tessera, e mai condivide l’avventura del liberalsocialismo, si oppone l’idealità intransigente di Capitini, tinteggiata con gli umori di una vivida inquietudine religiosa, che egli traspone nei suoi interessi di studio, come le lettere attestano a margine della stesura di Elementi di un’esperienza religiosa (1937) e di Discussioni religiose, poi apparse col titolo Vita religiosa (1942). La pubblicazione nelle edizioni laterziane del più noto volume Elementi, ritenuto da molti una pietra miliare della cultura antifascista, che declina l’esperienza religiosa in senso non confessionale, al di fuori di ogni astratta spiritualità, affrancandola così dai toni concilianti di un cattolicesimo esteriore ormai prono alla dittatura, ricevette il solerte “patrocinio” di Croce, il quale però mai ne ospitò una recensione sulle colonne della sua prestigiosa rivista. Celebre la sua clausola di “ircocervo” affibbiata al liberalsocialismo, inteso dall’autore della Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932) come un inaccettabile ibrido teorico. Altrettanto efficace la formula avanzata dallo stesso Capitini, che rampolla dalla originale elaborazione teorica del liberalismo di Carlo Rosselli: « Volevamo insegnare la libertà ai socialisti, il socialismo ai liberali » (Aldo Capitini, « Ricordi del movimento liberalsocialista », Il Nuovo Risorgimento, no 21-24, 1945). Quanto il problema religioso, presente fin dall’inizio della sua formazione, sia centrale nelle ricerche di Capitini è testimoniato altresì da una serie di articoli usciti tra il 1947-1949 e poi raccolti nell’agile volumetto Italia nonviolenta (1949), in cui egli abbraccia, sull’esempio del metodo nonviolento realizzato da Gandhi per la liberazione dell’India dagli inglesi, l’idea di un ritemprato legame tra la religione e la politica, dove la prima, sganciandosi da ogni tentazione intimista e di individualismo libertario, sia capace di tradursi in una prassi politica coerente. Il motivo religioso, allora, che informa nella riflessione di Capitini la moralità individuale, e ispira una pervicace tensione etica alla vita civile e alla edificazione di un progetto comunitario alla base di una operante democrazia, non poteva certo trovare sereno accoglimento in quel clima di trasformismo ideologico e culturale che travolgeva anche l’accademia. E ancora, l’opposizione al fascismo, per Capitini, non a caso consentanea con lo spirito di un altro “eretico” perseguitato dal regime, Ernesto Bonaiuti, era quindi incentrata su una premessa di ordine religioso prima ancora che ideologico. In quest’ottica va forse interpretata la lodevole iniziativa dei “Centri di orientamento sociale” (C.O.S.), messi in piedi da Capitini nel 1943, improntati a un’opera di pedagogia politica delle masse, volti a promuovere un fattivo coinvolgimento dei cittadini in un più consapevole esercizio della democrazia diretta: « una trovata diabolica e insieme angelica » li definisce con un accento ironico Russo, meno incline alla massificazione delle forme di partecipazione ai processi deliberativi. A questo proposito, la religione, come traspare dalle missive, è movente tutt’altro che secondario negli urti con il ruvido Russo, negli anni immediatamente successivi alla sua “defenestrazione” dalla Normale. Non v’è dubbio però che il sostegno di Russo fu – rilevano a ragione i due curatori – “generoso” e determinante « per una sistemazione accademica di Capitini nel dopoguerra » (p. 20) all’Università di Pisa, in qualità di « segretario per gli studi e l’assistenza agli studenti » nell’anno accademico 1946-1947 (p. 16), cui seguirà una lunga odissea concorsuale, conclusasi infine positivamente con la promozione alla cattedra di Pedagogia presso l’Università di Cagliari e di cui le lettere danno un dettagliato resoconto. Tuttavia, ad accomunare queste due figure di alto e nobile profilo, insistono ancora Lanfranco Binni e Antonio Resta, concorre non solo la ripulsa delle storture e delle miserie spirituali del fascismo, sostenuta da un convinto anticlericalismo e da una strenua difesa della scuola pubblica, ma soprattutto il rigore etico, l’irreprensibile adesione agli ideali della libertà e della giustizia, nonché la perdurante fiducia nel rinnovamento in senso democratico del vecchio Stato liberale.

3In questa prospettiva, allora, come ricordò Guido Calogero, che con Capitini cadde nelle mani della polizia fascista nel ’42, sarebbe in errore chi s’adagiasse sull’idea di una subordinazione della Scuola Normale allo « spirito di Giovanni Gentile ». Va rammentato, dunque, che gli approfondimenti della critica e della filosofia crociana proposti da Russo per gli insegnamenti di storia della filosofia e di letteratura italiana, « erano la grande via attraverso la quale si penetrava nelle menti dei giovani e si orientava la loro coscienza verso un’adeguata visione etico-politica » (G. Calogero, « L’antifascismo della “Normale” di Pisa », Il Nuovo Risorgimento, a. II, no 13-15, 1945, p. 3). A ciò si affiancava il modello d’impegno forgiato da Capitini, che col suo gran rifiuto al regime « aveva fortemente impressionato i giovani della Normale, e la traccia da lui lasciata in quell’ambiente non doveva più cancellarsi » (ibid.).

4Che l’eredità del liberalsocialismo sia un reagente tutt’altro che trascurabile nel percorso di molti giovani intellettuali della Normale, poi confluiti nel Pci, trova un suo plausibile riscontro nella singolare parabola ideologico-politica di uno scrittore quale Luciano Bianciardi, che a « Belfagor » consegnerà un appassionato ripensamento del suo apprendistato “democratico” sui banchi della scuola pisana (« Nascita di uomini democratici », Belfagor, 31 luglio 1952). Entrato alla Normale per via di un concorso agevolato, per così dire, organizzato da Russo per reduci ed ex partigiani alla fine del ’45, Bianciardi, sulla scorta della lezione di Calogero, dello stesso Russo e di Capitini, si fa poi instancabile banditore di varie iniziative di divulgazione culturale nella provincia grossetana, nell’immediato dopoguerra, con ogni probabilità anche sulla falsariga dei Centri di Capitini, piuttosto che per effetto di una passiva condiscendenza nei confronti della politica culturale del partito comunista, apertamente avversata invece dall’autore de La vita agra (1962): dall’invenzione del “Bibliobus”, un furgone Fiat carico di libri con cui bighellonava per i paesi, al cineforum fino alla riorganizzazione della Biblioteca Chelliana della città, di cui fu Direttore, letteralmente trasformata in un fecondo luogo di dibattiti e conferenze, e in un centro di formazione per gli insegnanti. Quelle esperienze subiranno una originale trasposizione letteraria nelle partiture narrative del Lavoro culturale (1957), titolo che evoca inequivocabilmente una suggestione dal pragmatismo di Dewey: all’insegna di uno sperimentalismo sorvegliato, lo scrittore identificava nello scadimento del ruolo dell’intellettuale a funzionario di partito il paradosso ideologico in cui si era incagliato l’ambizioso programma di rinnovamento culturale del PCI.

5Fa specie, infine, notare che entrambi, Russo e Capitini, « due singolari intellettuali d’opposizione, difficilmente omologabili » – come opportunamente sottolineano i curatori – dopo l’instaurazione del blocco democristiano al potere, sotto il nuovo regime, che Russo definisce, a proposito della direzione della Normale nel ’59, « decisamente clericale » (p. 136), e quindi non autenticamente “democratico”, entrambi – si diceva – vengano esautorati dalle loro alte cariche istituzionali dal ministro Gonella. Un meschino tiro della sorte per Russo, che nonostante le mille avversità era riuscito a passare indenne attraverso le persecuzioni di una dittatura.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliogafica

Francesca Fistetti, «Luigi Russo, Aldo Capitini, Carteggio 1936-1959, a cura di Lanfranco Binni e Antonio Resta»Italies, 26 | 2022, 279-282.

Notizia bibliogafica digitale

Francesca Fistetti, «Luigi Russo, Aldo Capitini, Carteggio 1936-1959, a cura di Lanfranco Binni e Antonio Resta»Italies [Online], 26 | 2022, online dal 28 mars 2023, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/10185; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.10185

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Autore

Francesca Fistetti

Université de Bari

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