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Comptes rendus

Stéphanie Lanfranchi, Abbasso la critica! Letteratura, critica e fascismo

Pisa, Pacini, 2021, 290 pages
Antonio Resta
p. 273-276
Notizia bibliogafica:

Stéphanie Lanfranchi, Abbasso la critica! Letteratura, critica e fascismo, Pisa, Pacini, 2021, 290 pages

Testo integrale

1È un volume importante, ricco di nomi, convergenze e collisioni, incentrato sulle varie forme di ostilità alla figura del critico letterario e perfino alla stessa attività critica nel ventennio fascista. Per stessa ammissione dell’autrice non è, né vuole essere, una storia degli intellettuali, e tuttavia in qualche modo finisce con il configurarsi anche come tale, o almeno contribuisce, da una angolatura particolare, a lumeggiare mondi culturali e atteggiamenti ideologici di un ceto quanto mai frastagliato. Tutt’altro che nuova in ricerche sui rapporti tra cultura e fascismo, Lanfranchi appronta così un libro unitario e complessivo, in cui, avvalendosi, per ogni aspetto, della storiografia più recente e accreditata, analizza, di un nutrito numero di orientamenti, le implicazioni estetiche e politiche, cogliendo divergenze, similarità, sfumature.

2Il volume è scandito in capitoli, ognuno dei quali abbraccia un gruppo di anni significativi per evenienze e direttive politico-culturali. Intanto, Lanfranchi individua in testi prebellici motivi che saranno ripresi e variamente declinati durante il Ventennio. Nella novella Il topo di biblioteca (apparsa nella Nuova Antologia nel gennaio 1913 e raccolta nel 1920 in Novelle d’ambo i sessi) Alfredo Panzini mette alla berlina il protagonista, il professor Fulai, di cui sottolinea la vigliaccheria, in quanto separato dalla vita, chiuso nella sua turris eburnea. Il racconto si colora di accenti antigermanici, poiché non è difficile riconoscere nel professor Fulai il simbolo dello studioso appartenente al “metodo storico”, a un indirizzo cioè semplicisticamente apparentato alla cultura tedesca. Nel marzo di quello stesso anno, Papini pubblica su Novissima un articolo eloquente fin dal titolo, Troppa critica! (poi, nel 1915, in Maschilità), in cui aggredisce i critici giornalistici e militanti che s’ispirano soprattutto all’estetica crociana, rilevando il pericolo che la critica sia anteposta alla stessa letteratura. La critica, a suo parere, è invece attività parassitaria, antitetica all’opera creatrice dello scrittore, così che critico veramente esperto e autorizzato non può essere che l’artista, scrittore o poeta che sia.

3All’indomani della Marcia su Roma, il biennio 1923-1925 presenta un panorama ricco e vario, a cominciare dalla riforma scolastica varata da Gentile, ministro nel governo Mussolini, che sovverte programmi e metodi didattici. Per di più, nell’università, ancora dominata dalla scuola “storica”, entrano elementi crociani, come Luigi Russo nell’Istituto di Magistero di Firenze e Attilio Momigliano nell’università di Pisa, a riprova di un’egemonia crociana, o idealistica, che si espande in ogni sfera culturale. Contro questa egemonia in particolare si scaglia con toni veementi Malaparte, in Ragguaglio sullo stato degli intellettuali rispetto al fascismo (1923), riprendendo i temi già noti della vigliaccheria, della lontananza dalla vita, della tedescofilia, ma accentuando il carattere antintellettualistico, allorché addita nel critico un avversario politico e prospetta un programma di drastica epurazione. Di là dalle posizioni del fascismo intransigente, sono anche gli anni della rottura teoretica e politica tra Croce e Gentile, se a Croce, difensore dell’autonomia dell’arte, Gentile oppone la totalità dello spirito, in cui confluiscono e si annullano diversità e antinomie. La rottura tra i due filosofi giunge al culmine con la pubblicazione dei due « manifesti », quello fascista redatto da Gentile e quello antifascista approntato da Croce, che segnano uno spartiacque anche per i critici, secondo che vogliano vivere nell’ombra delle loro biblioteche o immettersi nel mondo e schierarsi con il regime. Con una novità di grande importanza: la turris eburnea ora non è « tanto un rifugio, quanto una prigionia ignominiosa, un esilio forzato », da cui l’intellettuale afascista è di continuo sollecitato a uscire « per prendere parte e partito », mentre l’intellettuale antifascista è sempre minacciato, così che non si debba mai « sentire totalmente al riparo » (p. 57).

4Nella seconda metà degli anni Venti continua lo scontro ideologico tra chi sostiene la politicità dell’arte e chi l’autonomia. Ad esempio, su La Fiera Letteraria del febbraio 1926 Lorenzo Montano, con l’articolo La critica e i dilettanti, lamenta che quello è il tempo della critica e non della creazione artistica. Rispondono sulla stessa rivista (segno di una dialettica ancora consentita) i crociani Giovanni Titta Rosa e Francesco Flora, il quale soprattutto, con l’articolo Critici e letterati puri, obietta che quella del critico è anch’essa opera di intuizione, e quindi di creazione. Dal canto suo, un critico cattolico come Luigi Tonelli, nel breve saggio La critica italiana d’oggi apparso su Italica nel maggio 1927, è convinto che il crocianesimo sia ormai sorpassato dallo spirito dei tempi. Tocca a Gentile, con il discorso Revisione pronunciato nel febbraio 1926 (ora in Politica e cultura, 1990), da una parte riabilitare la figura del critico e dall’altra prescrivere un programma di lavoro aderente alla nuova realtà politica, in quanto non basta, per il critico, essere fascista, porgere un omaggio esteriore al regime: deve, al contrario, vedere con gli occhi del fascista, leggere da fascista le opere degli scrittori. Invece di escludere i critici, Gentile si propone di integrarli in un processo che si svolge sotto le insegne del Partito. È il Gentile grande organizzatore di imprese culturali, come l’Enciclopedia, che convoglia con tolleranza e insieme con fermezza personalità diverse in un’opera collettiva.

5E nondimeno nei primi anni Trenta, anticipata nel 1925 dal volume di Valentino Piccoli Notti novecentesche (in cui non si compie nessuna distinzione tra amici e nemici del regime, tra critici fascisti e non fascisti), risorge con particolare virulenza la polemica contro la critica e i critici. Si distinguono per insolita aggressività le riviste fiorentine L’Universale di Berto Ricci e Il Bargello di Alessandro Pavolini, che attaccano Croce e i crociani e insieme condannano la critica come attività avversa alla poesia, avversa al sentire del popolo, ritenuto ancora, secondo una visione ottocentesca, il depositario della verità e della bellezza. Il crociano Russo, professore a Firenze, è costretto a lasciare nel 1931 la direzione della rivista La Nuova Italia; ma contro di lui, e contro Croce, si addensano anche gli strali della cultura cattolica, imbaldanzita dal Concordato del 1929, che segna invece il declino politico di Gentile, dopo le speranze che l’« attualismo » divenisse la filosofia del fascismo. Segno di questa vivace ripresa del cattolicesimo, in collaborazione con il fascismo, sono le nuove riviste cattoliche, che sorgono per gli studi letterari, Il Frontespizio di Piero Bargellini a Firenze e Convivium di Carlo Calcaterra a Torino, entrambe nel 1929 ; ed è significativo che autore nel 1932 del libello Benedetto Croce, ovvero dell’improntitudine sia Guido Manacorda, non solo professore anticrociano di Letteratura tedesca, ma anche fascista e cattolico, come a significare il confluire di elementi cattolici e fascisti nell’offensiva contro Croce e, in genere, contro la cultura laica. A limitare l’influenza crociana, sono poi chiamati sulle cattedre di Letteratura italiana filologi ed esponenti della scuola storica, mentre istituzioni prestigiose come l’Accademia d’Italia inquadrano critici letterari e docenti universitari quasi a costituire una classe di funzionari del regime.

6È l’avvio di una politica totalitaria, che investe anche la critica negli anni tra il 1936 e il 1940. Proprio nel 1936 un giovane critico cattolico, Fausto Montanari, pubblica un’Introduzione alla critica letteraria, in cui si pronuncia contro un metodo unico e definitivo di critica, a favore di una pluralità e varietà di proposte. A lui sembra rispondere, sempre in quell’anno, Luigi Chiarini, ben introdotto a Roma negli ambienti letterari e cinematografici, con il saggio Fascismo e letteratura: per lui la critica di un fascista non può che essere fascista, essere impegnata politicamente, in piena consonanza con i tempi. Contro ogni forma di agnosticismo e per una collaborazione tra critica e politica si schiera nel 1938 anche la rivista Gerarchia, così che in quel biennio l’invito pressante a un rapporto stringente tra arte, critica e politica viene a sostituire l’idea di complessità e di diversità della critica, con l’effetto di una lettura unica e univoca della letteratura.

7La tendenza totalitaria acquista una valenza più intensa e sconcertante con le leggi razziali, in seguito alle quali gli ebrei sono allontanati da università, accademie e istituzioni culturali (è la sorte anche di studiosi affermati come Mario Fubini e Attilio Momigliano), senza che si levi un pubblico dissenso da parte dei colleghi, alcuni dei quali tuttavia si preoccupano di aiutarli concretamente in privato. L’identità tra fascista e italiano si tinge di nuove tonalità, con il richiamo alla tradizione e alla razza, così che l’arte e la critica italiane sono contrapposte all’arte e alla critica cosmopolite, alla cultura ebraica o “ebraizzata”, con plateali mistificazioni se un Leopardi, già “santificato” e guadagnato a un’ottica religiosa da critici cattolici, nelle pagine de La difesa della razza è ora, dal 1938 al 1940, avvicinato alla causa razzista.

8In questo contesto, durante la guerra, tra il 1940 e il 1943, è rivalutata la missione sociale e politica del critico, a condizione che accetti di studiare, leggere e produrre da fascista. Contribuiscono a questo progetto riviste come Primato di Giuseppe Bottai, in cui sono coinvolti critici di diverso orientamento. Nelle pagine di Primato, così come avviene all’interno di istituzioni come i Littoriali, si fa strada un discorso vagamente antifascista, ma non va dimenticato che quelle riviste e quelle istituzioni nascono, sotto un controllo strettamente politico, come strumenti di un programma totalitario. Sarà la situazione venutasi a creare dopo l’armistizio del settembre 1943 e l’occupazione tedesca che scioglierà molti nodi e, per il letterato, porrà in maniera più drammatica la scelta tra la turris eburnea, rappresentata magari dalla pavesiana « casa in collina », e l’adesione alla Repubblica Sociale o alla Resistenza. Sono emblematici, per quest’ultima soluzione, i casi di Gentile, che ormai in là con gli anni torna in campo e si schiera con la Repubblica Sociale per finire ucciso da partigiani nell’aprile 1944, e di Giaime Pintor, giovane affermatosi nei Littoriali di critica letteraria del 1939 e del 1940, che abbracciata la Resistenza morirà dilaniato da una mina nel dicembre 1943.

9È un resoconto, questo, fin troppo sommario, che non rende giustizia a un libro formicolante di nomi e di posizioni ideologiche, e ricco di notizie e di stimoli. Il dilemma tra autonomia dell’arte e impegno politico ritornerà nel dopoguerra (e saranno i partiti d’ispirazione marxista a richiedere, questa volta, un coinvolgimento totale), ma quella che apparirà ormai del tutto sorpassata sarà la pretesa che a svolgere l’attività critica unico e indiscusso competente sia l’artista. A proposito della quale vale ancora la battuta briosa e incisiva che a Ettore Romagnoli, propugnatore di una tale tesi, rivolge nel 1910 Giuseppe Prezzolini: e cioè che, secondo tale principio, « non vi potrebbero essere dottori dei matti se non i matti stessi » (p. 35).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliogafica

Antonio Resta, «Stéphanie Lanfranchi, Abbasso la critica! Letteratura, critica e fascismo »Italies, 26 | 2022, 273-276.

Notizia bibliogafica digitale

Antonio Resta, «Stéphanie Lanfranchi, Abbasso la critica! Letteratura, critica e fascismo »Italies [Online], 26 | 2022, online dal 28 mars 2023, consultato il 23 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/10170; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.10170

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Autore

Antonio Resta

Centro Luigi Russo, Pietrasanta (Lucca)

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