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Comptes rendus

Clizia Carminati, Tradizione, imitazione, modernità. Tasso e Marino visti dal Seicento

Pisa, ETS, 2020, 178 pages
Raffaele Ruggiero
p. 267-270
Référence(s) :

Clizia Carminati, Tradizione, imitazione, modernità. Tasso e Marino visti dal Seicento, Pisa, ETS, 2020, 178 pages

Texte intégral

1Studiosa assai nota per i suoi affondi filologici e storico-letterari nella produzione lirica seicentesca, a partire dall’edizione de Il ritratto del sonetto e della canzone di Federigo Meninni (Lecce, Argo, 2002), alle numerose ricerche dedicate a Marino, alle indagini sui manoscritti di Chiabrera, e agli studi sull’epistolografia cinque-seicentesca (ivi compreso l’inesauribile cantiere dell’epistolario tassiano), Clizia Carminati – professore all’università di Bergamo – offre oggi una monografia dal taglio originale, capace di guardare ai due autori di riferimento della transizione cinque-seicentesca alla luce della loro ricezione lungo il xvii secolo e alle nuove logiche dell’imitazione letteraria in età moderna.

2L’asse problematico che struttura la presente ricerca è la genesi moderna di una nuova concezione dell’imitazione letteraria. La studiosa osserva lucidamente come le categorie retoriche tradizionali dell’aemulatio in imitando non rispondano più compiutamente alla moderna dialettica fra “vecchio” e “nuovo”: « Tasso e poi più risolutamente Marino fanno breccia entro quella dialettica, creando piccoli spazi per l’elaborazione di un concetto diverso di novità che sarà alla base di tutta la stagione barocca, pur rimanendo poco sviluppato sul piano teorico » (p. 14). Si tratta di quello che Tasso definiva con eleganza, all’inizio dei Discorsi dell’arte poetica, il fare « di commune proprio »; e già in questo primo delinearsi della questione emergono almeno due aspetti degni di nota: da un lato le ragioni del prevalere della prassi sull’aspetto teorico, dall’altro il contenuto oggettivo di quei “piccoli spazi” nuovi creati dall’elaborazione tassiana e mariniana. « Quella breccia – prosegue la studiosa – è costituita appunto dalla presa di coscienza della stratificazione di un testo, il suo rapporto imitativo con la tradizione crea una profondità maggiore, un prodotto artistico più “spesso” e dunque superiore all’assolutamente nuovo » (p. 15).

3Come è noto, nella seconda metà del Cinquecento, il dibattito sulla Poetica di Aristotele, suscitato dai primi volgarizzamenti francesi e italiani dell’opuscolo, divenne presto un terreno per la polemica letteraria e in particolare per prese di posizione sullo statuto dell’epica, che tendevano ad autoalimentarsi e a costituirsi come nuovi referenti dialettici, mentre le tesi dello Stagirita scivolavano sullo sfondo come pre-testo e archeologia culturale. In questo ambito Clizia Carminati sottolinea un aspetto di notevole rilievo: la nozione stessa di mimesis, dall’originario valore di rappresentazione del reale, assume progressivamente il nuovo valore mediato di imitazione dei modelli. È proprio nell’ambiguità di senso sul valore intrinseco della mimesi che si apre lo spazio per l’originale prassi tassiana e mariniana, un nuovo fare poesia che precede e fonda le rarefatte dichiarazioni teoriche. La studiosa osserva infatti con quanta sobrietà Marino accenni appena a questo tema nella Lettera IV rivolta a Claudio Achillini e premessa nel 1620 alla Sampogna: « Né parlo di quella imitazione la qual dice Aristotele esser propria del poeta, quella che si confà con la natura […], ma di quella che ci ’nsegna a seguir le vestigia de’ maestri più celebri che prima di noi hanno scritto » (Marino, cit. presso Carminati, p. 16).

4Proprio nei margini delle polemiche accademiche, nelle epistole, nelle postille di commento, è possibile però ritrovare il filo di un discorso critico che promuove e in pari tempo codifica le procedure dell’arte allusiva, ed è naturalmente di grande interesse che una simile tensione normativa si raggiunga attraverso animati e finanche aspri confronti dialettici. È il caso del dibattito avviatosi nel 1659 in seno all’Accademia degli Umoristi tra il Veridico (Girolamo Garopoli) e il Verecondo (probabilmente Francesco Lucidi) intorno alla parenesi bellica di Solimano (Liberata IX, 17-19). Poeta epico di matrice tassiana il primo, proclive a evasioni digressive e abbandoni romanzeschi, ma che veste nella polemica il ruolo del classicista e aristotelico rigorista; erudito filologo e sodale di Leone Allacci il secondo, conoscitore fine dell’opera tassiana nel suo insieme, capace com’è di entrare in sintonia con il Giudicio e il Mondo creato. L’oggetto del contendere è la concione con cui Solimano invita un manipolo di mercenari arabi assoldati con l’oro del re d’Egitto ad attaccare proditoriamente nottetempo il campo cristiano e fare strage di nemici dormienti: se nella diatriba spesseggiano riferimenti teologici e citazioni di modelli classici, a parere degno di nota è l’argomento usato da Lucidi per difendere questo intervento di Solimano. Il Verecondo ritiene infatti che nelle tre ottave pronunciate il personaggio si mostri conforme al suo « costume », cioè parli e agisca in modo aristotelicamente conforme al suo ethos (che, per il re dei Turchi occupanti Gerusalemme è statutariamente « colmo di frode, perfidia, tirannia », p. 37). Di particolare interesse è la proiezione attualizzante del dibattito, che coglie nella poetica tassiana una radice di questioni cruciali nella cultura seicentesca: il ruolo delle orazioni nella narrazione storica, l’estensione e l’uso dell’amplificazione in poesia. In tale ambito, gli esempi corrono ai contemporanei Marino e Francesco Bracciolini, mostrando apertamente il carattere dinamico e presentista della querelle letteraria in atto.

5La questione dell’imitazione o la proclamata adesione a modelli legittimanti sono ancora al centro della ricerca sul modificarsi delle prassi poetiche di Marino tra le Rime (1602) e la Lira (1614). Se una tradizione critica non solo risalente ma addirittura polemicamente coeva all’autore (è il caso ben noto di Stigliani) insiste sull’idea di un traviamento poetico mariniano, un delirare intervenuto dopo la primissima stagione poetica, la permanenza della lingua (petrarchesca), la precoce primazia accordata ad « arguzie, vivezze, ardimenti », e altresì il permanere di una dolcezza tipica dei versi mariniani, sembrerebbero sfumare di molto, se non addirittura rendere criticamente inoperante l’idea di un trascorrere dalle prime rime ad una seconda maniera caratterizzata dallo « stile metaforuto ». La raffinata analisi sulle fonti e sulla costruzione del sistema metaforico conduce clizia Carminati a concludere che « il cambiamento, netto e deciso, tra Rime 1602 e Lira III è nello svolgimento raziocinante, entimematico, nel concetto, nell’inventio insomma: nell’ornatus in verbis coniunctis, mai o quasi mai nell’ornatus in verbis singulis, nel tropo ardito o nell’accostamento sorprendente contestato e parodiato da Stigliani » (p. 88).

6Ancora alle fonti di Marino è dedicato il capitolo che prende in esame l’esemplare del Ritratto del Serenissimo don Carlo Emanuello (1608), fittamente postillato dall’aspro Stigliani, e conferma quanto Marino stesso scriveva di sé: « infin dal primo dì ch’io cominciai a studiar lettere, imparai sempre a leggere col rampino » (ancora la lettera ad Achillini, cit. presso Carminati, p. 97). L’analisi di tali fonti permette di misurare lo scarto innovativo impresso dall’uso mariniano: uno scarto che non punta su una gerarchia delle fonti o sulla loro qualità intrinseca, pur essendo la cultura letteraria dell’autore di per sé orientata al tratto prezioso e capace di scorgerlo tra letture non sempre consuete, ma sull’intensificazione e complicazione retorica ingegnosa (p. 99). La cifra di questo riuso è l’iperbole, un’iperbole certo « smoderata », secondo i censori del barocco: ma nell’insieme – conclude la studiosa –, la minuta esegesi del rivale Stigliani su questo testo encomiastico mariniano del 1608 non fa che confermare l’estensione e la profondità della cultura classicista di Marino e la sua capacità a rielaborarne in senso nuovo e moderno i contenuti.

7Di particolare originalità è il capitolo dedicato all’intertestualità tra Marino e Góngora. Quasi perfettamente contemporanei, prossimi per quasi tutti gli aspetti fondanti della loro poetica, il problema dell’imitazione tra i due era stato dichiarato quasi irresolubile già da Damaso Alonso in studi del 1971. Oggi Clizia Carminati lo affronta da una prospettiva innovativa, mettendo a frutto anche una monografia sul Góngora epico di Mercedes Blanco (2012) e il corpus gongorino disponibile sul sito OBVIL. In primo luogo, considerata l’attenzione spasmodica di Marino per l’edizione delle sue opere e per la costruzione della propria personalità pubblica, contro la diffusione in larga misura postuma delle opere di Góngora, è presumibile che il flusso corra a partire da un Marino imitato, piuttosto che verso un Marino imitatore. Detto questo è opportuno sottolineare con la Carminati che quando Marino imita, non lo fa certo in forme absconditae, anzi tutt’altro: egli ricalca fin quasi alla traduzione e in modo plateale, volutamente riconoscibile. Una tale situazione apre il campo a due elementi degni di nota: in primo luogo un uso delle fonti che ha carattere volutamente innovativo, che si pone consapevolmente come pratica altra e diversa rispetto alla tradizione dell’imitazione classicista. D’altra parte anche la critica e le polemiche coeve assumono in questo caso un rilievo importante: quando ci si imbatte nell’aggettivo errante nel primo verso della dedicatoria delle Soledades, per il lettore-critico coevo il neologismo era spiazzante, ma soprattutto esso non poteva che rinviare alla Liberata, ponendo così Góngora nel medesimo orizzonte consapevolmente post-tassiano in cui operava Marino (p. 115-17).

8Il volume è chiuso da un capitolo di fondamentale importanza per la storia culturale e editoriale dell’epoca, un capitolo dedicato alla ingombrante presenza di un terzo interlocutore che complica non poco il dibattito tra l’autore e i suoi lettori-critici: la censura ecclesiastica. Il caso della censura all’Adone di Marino è degno in effetti di una specifica attenzione non per ciò che di rilevante, prevedibilmente, si incontra (lascivie, misture tra sacro e profano, errori dottrinali), quanto piuttosto per la collaborazione attiva dell’autore prima e dell’Accademia degli Umoristi poi in un quadro di autocensura che si vorrebbe concordata, ma dove lo squilibrio delle forze in campo come pure sottili questioni di poetica rivestono un ruolo fondamentale. Della necessità di un’autocensura, in vista di una ristampa italiana del poema, Marino fu consapevole fin da subito, cioè fin dall’edizione parigina del 1623: egli sembra avviare un’opera di revisione fin dal suo rientro in Italia, ma di un testo mitigato dall’autore non si ha traccia. Invece dopo la morte di Marino è l’Accademia degli Umoristi a inviare alla Congregazione dell’Indice un Adone attenuato, che fu sottoposto all’esame di Niccolò Riccardi e condusse alla condanna del poema nel 1627 (pochi anni dopo Riccardi fu coinvolto, in modo a dir poco ambiguo, nella vicenda processuale del Dialogo galileiano). Ma la vicenda non si chiuse lì e i tentativi di riabilitare l’Adone si susseguirono, senza successo, fino alla fine degli anni settanta del secolo, e oggi Clizia Carminati ne segue minutamente le tracce nelle copie d’archivio del poema e nei faldoni della Congregazione dell’Indice (p. 129-130). Ma anche questo aspetto più oscuro e ortopedizzante nella vita delle opere letterarie del secolo xvii, mostra con evidenza le conclusioni cui giunge la studiosa: « Il Seicento aveva un modo di guardare alla letteratura che, pur segnalandone la natura imitativa e la dipendenza dalla tradizione, non perdeva mai di vista la sua modernità, ardita o ortodossa che fosse, in una costante interazione – di per sé moderna – col tempo presente » (p. 168).

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Pour citer cet article

Référence papier

Raffaele Ruggiero, « Clizia Carminati, Tradizione, imitazione, modernità. Tasso e Marino visti dal Seicento »Italies, 26 | 2022, 267-270.

Référence électronique

Raffaele Ruggiero, « Clizia Carminati, Tradizione, imitazione, modernità. Tasso e Marino visti dal Seicento »Italies [En ligne], 26 | 2022, mis en ligne le 28 mars 2023, consulté le 22 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/10155 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.10155

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Auteur

Raffaele Ruggiero

Aix Marseille Université, CAER, Aix-en-Provence, France

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