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L'italien post-unitaire et les autres langues : la langue nationale face aux influences plurilingues

La problematica del plurilinguismo nella narrativa italofona contemporanea dell’Alto Adige/Südtirol

Alessandra Locatelli
p. 227-238

Résumés

Cet article vise à montrer comment, ces dernières années, la littérature italophone du Haut-Adige/Südtirol s’est emparée de l’échec du plurilinguisme dans le Haut-Adige et des frustrations que cela comporte dans la vie quotidienne des italophones. Les auteurs examinés, appartenant à des générations différentes (Alessandro Banda, Stefano Zangrando et Maddalena Fingerle), donnent corps sur la page à des personnages et à des situations qui expriment, sur un ton satirique ou tragique, une amère déception à l’égard des mécanismes qui bloquent l’évolution d’une société linguistiquement figée.

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Texte intégral

  • 1 Lo statuto speciale della provincia viene dalla presenza di un consistente gruppo linguistico ted (...)
  • 2 Per una sintesi sulle vicende storiche del xx e xxi secolo vedi Roberto Roveda, Alto Adige contes (...)

1L’Alto Adige/Südtirol, provincia a statuto speciale1 dell’Italia, ha da sempre attirato l’attenzione di intellettuali, storici, sociologi, politologi e ovviamente anche di scrittori che si sono ispirati a uno o più eventi della sua tormentata storia: la rivolta di Andreas Hofer contro l’esercito napoleonico, le tragedie del fronte alpino durante la Grande Guerra, l’annessione nel 1920 seguita a breve dall’italianizzazione forzata all’epoca del fascismo, così come la lotta anche violenta per l’autonomia in epoca repubblicana2. Se le tensioni politiche hanno lasciato posto al benessere economico per tutte le comunità linguistiche da quando è stato completato nel 1992 l’assetto istituzionale attuale che dà ampi poteri a questa provincia autonoma, sotto la cartolina turistica e le cifre dell’invidiabile ricchezza locale persiste un malessere legato a una società prospera e pacificata politicamente ma fratturata al suo interno. Infatti le due comunità etnico-linguistiche più importanti, quella italofona e quella germanofona, rimangono poco permeabili l’una all’altra e il bilinguismo, benché istituzionalmente esistente, non è diventato una pratica diffusa e quotidiana nella società.

  • 3 Eccezion fatta per lo scrittore e giornalista Sebastiano Vassalli, che con la sua inchiesta Sangu (...)
  • 4 Lilli Gruber, Eredità, Milano, Rizzoli, 2012.
  • 5 Francesca Melandri, Eva dorme, Milano, Mondadori, 2010.
  • 6 Marco Balzano, Io resto qui, Torino, Einaudi, 2018.
  • 7 Secondo l’Osservatorio europeo del plurilinguismo, una società è plurilingue se i suoi membri par (...)

2A differenza della letteratura germanofona, quella italofona è stata più restia sia ad ambientare i suoi racconti in questa terra che a raccontarne gli eventi storici e i destini delle persone3, ma la situazione è cambiata negli ultimi anni con l’affacciarsi sulla scena letteraria nazionale di opere di successo pubblicate da autori altoatesini come la giornalista Lilli Gruber4 o da scrittori italiani che hanno vissuto in parte in quel territorio come Francesca Melandri5 o che vi hanno brevemente soggiornato come Marco Balzano6. Tutti e tre hanno tentato di raccontare agli italiani e in italiano il passato difficile dell’Alto Adige/Südtirol – ancora in gran parte poco e mal conosciuto nel resto d’Italia – scegliendo il modello della saga familiare, dove la Storia è uno dei personaggi principali del romanzo. Sono però ancora pochi gli scrittori che hanno affrontato il problema della separazione linguistica e sociale che caratterizza ancora oggi la vita degli abitanti di un territorio in preda alle idiosincrasie di una società multilingue e non plurilingue7 come dovrebbe esserlo.

3Prenderemo in esame qui di seguito alcune opere di tre autori altoatesini contemporanei (Alessandro Banda, Stefano Zangrando e Maddalena Fingerle) che riflettono in modo diversificato per sensibilità, formazione e vissuto il nodo linguistico della loro provincia.

  • 8 Alessandro Banda, La città dove le donne dicono di no, Parma, Guanda, 2005.
  • 9 Alessandro Banda, Due mondi e io vengo dall’altro (Il Sudtirolo detto anche Alto Adige), Roma/Bar (...)

4Alessandro Banda (1963) è docente di italiano nelle scuole superiori germanofone di Merano/Meran ed è da questa postazione sensibile che descrive con toni iperbolici quelle che fuori da quel microcosmo sono percepite come bizzarrie sconfinanti nell’assurdo, dove due gruppi linguistici, specie quello tedesco, sono tesi a rivendicare puntigliosamente ogni diritto. Con le sue opere La città dove le donne dicono di no8 e Due mondi e io vengo dall’altro (il Sudtirolo detto anche Alto Adige9) l’autore mostra tra satira, grottesco e rassegnazione la complessità e le tensioni che percorrono la vita sociale altoatesina.

  • 10 Lo strumento dell’ironia consente efficacemente di creare, separare e anche screditare una collet (...)

5Il primo è un romanzo che consiste nel ritratto di una città immaginaria e riconoscibilissima allo stesso stempo: è abitata da una popolazione bilingue tedesca e italiana, si chiama quindi Meridiano/Meridian ed è bagnata dal fiume Martirio (chiara allusione a Merano/Meran e al fiume Passirio). La toponomastica fantasiosa è in sintonia con il tono della narrazione che va dalla benevola ironia alla satira feroce, strumenti espressivi che fanno da lente d’ingrandimento per mettere in rilievo gli aspetti problematici della vita in questa famosa stazione termale sudtirolese10.

6La seconda opera, speculare alla prima, è un saggio a base autobiografica in cui l’autore riprende e approfondisce molti dei temi trattati nel romanzo precedente. Il tono cambia nella misura in cui il sarcasmo lascia posto alla vena autobiografica condita dai toni aspri del pamphlet, come l’autore infatti specifica nell’introduzione in cui dichiara di parlare della sua visione ed esperienza della vita in questa provincia che paragona a quella di un condominio:

  • 11 Alessandro Banda, Due mondi e io vengo dall’altro, op. cit., p. 6.

Non parlerò di convivenza per il semplice motivo che qui non di essa si tratta, bensì di coesistenza, come sa benissimo chiunque viva qui. Italiani e tedeschi (o tedeschi e italiani) non convivono, ma coesistono o coabitano come si può coabitare in un condominio: tutti sotto lo stesso tetto, ma ognuno nel suo appartamento. E i rapporti nei condomini si sa come sono: se va bene ci si saluta nel giroscala, si scambia qualche chiacchiera sul tempo; se va male sono dispettucci continui, quando non guerricciole di logoramento11.

7In entrambe le opere il narratore critica la guerra per il predominio in materia toponomastica, rigorosamente bilingue per legge secondo le disposizioni dello statuto di autonomia.

  • 12 Alessandro Banda, La guerra dei nomi, in La città dove le donne dicono di no, op. cit., p. 15-20.
  • 13 L’italianizzazione forzata e spesso ridicola dei toponimi tedeschi ad opera di Ettore Tolomei in (...)

8Benché Meridiano/Meridian sia una città dove si parla tedesco, non vi è quasi traccia di nomi in lingua germanica nel racconto La guerra dei nomi12 in cui l’autore traveste in uno « sport del cartello » le azioni di attivisti che passano il loro tempo a cancellare i nomi dei luoghi con e senza apocope, a seconda della fazione linguistica per cui militano. Occultando la dimensione identitaria del problema e il trauma storico dell’italianizzazione forzata, Banda riduce lo scontro toponomastico a una problematica campanilistica che banalizza le posizioni delle parti in lotta sulla questione13.

  • 14 Alessandro Banda, I due capodanni del Duemila, in La città dove le donne dicono di no, op. cit., (...)
  • 15 Südtirolervolkspartei. Si tratta del partito che ha a lungo monopolizzato le istanze autonomiste (...)

9Il discorso politico segregazionista è oggetto di diverse parodie, come nel racconto I due capodanni del Duemila14 dove l’autore immagina che per festeggiare il nuovo millennio ci siano stati infuocati dibattiti in consiglio comunale per decidere se fare una o due feste, una per ogni comunità linguistica. Il bersaglio della satira è la rappresentante del partito SUK, il cui nome monosillabico evoca ironicamente per via fonetica i mercati arabi, quando in realtà l’intento è quello di alludere alle prese di posizione del partito autonomista germanofono SVP15. La rappresentante Fanny Mizzy dal nome improbabile di personaggio da fumetto propone addirittura due feste separate che l’estratto qui di seguito ridicolizza ampiamente, attraverso la ripetizione del pronome personale « noi » scritto tipograficamente in ben tre modi diversi che ne sottolineano la valenza oppositiva:

  • 16 Alessandro Banda, I due caposanni del Duemila, op. cit., p. 127-128.

perché, vedete, noi, da sempre, da centinaia di anni, da millenni si può dire, noi, ecco, prima stappiamo lo spumante (o lo champagne) e dopo, solo dopo, tassativamente solo dopo mangiamo qualcosa, qualcosina, che so, un toast con della salsa al cren e le fragole dentro o i crostini di milza intinti nel sangue di cavallo avelignese o… o… (tutta roba sana che ci viene dalla Tradizione dei Nostri Padri) – loro invece, loro (orrore!) prima mangiano e dopo stappano (lo spumante o lo champagne): ma così, ma se noi dovessimo, anche noi (orrore!), fare così, ne andrebbe della nostra identità, identità secolare, millenaria; perché noi da millenni, prima stappiamo e poi mangiamo, loro invece (ma come si fa? Ma com’è possibile? Com’è pensabile, com’è addirittura pensabile, una cosa così?) prima mangiano e poi stappano, e trasgrediscono, con questa inconcepibile barbara usanza, l’ordine della tradizione, l’Ordine della Nostra Tradizione, cosa che noi, NOI non possiamo accettare a nessun costo16

  • 17 La proporzionale etnica è il nome abbreviato del sistema istituzionale di ripartizione delle riso (...)

10Contrariamente alla satira sulla toponomastica, quella riguardante la proporzionale etnica17 critica un’applicazione puntigliosa del principio che può avere ripercussioni negative sui cittadini, come ad esempio in materia di salute. In Aurea proporzione, l’autore immagina in effetti che il principio sia esteso al soccorso alpino con la regola dell’intervento a secondo della lingua della chiamata, rantoli compresi:

  • 18 Alessandro Banda, La città dove le donne dicono di no, op. cit., p. 148. In realtà si può derogar (...)

Un alpinista rantolante lanciava con le ultime forze rimastegli il suo appello disperato (tramite telefonino o altro apparecchio); i due terzi delle chiamate erano riservate, come detto, a soccorritori tedeschi e, nel caso che, al momento, non fossero presenti soccorritori tedeschi, si aspettava diligentemente che se ne presentasse uno, non potendo nel modo più assoluto sostituirlo un italiano (invadenti com’erano ne avrebbero approfittato subito). E se nell’attesa il rantolante alpinista moriva, peggio per lui: il fulgido principio rimaneva e doveva rimanere fulgidamente inalterato. Com’è giusto che sia, dato che gli alpinisti passano, con i loro rantoli, ma i principi restano18.

  • 19 Stefano Zangrando, Bozen underground e tre racconti, Bolzano, Egolalia editore, 2000.
  • 20 A Bolzano risiede la comunità italiana più numerosa dell’Alto Adige.
  • 21 Titolo premonitore perché i due floppy disk con il testo da pubblicare finiscono rispettivamente (...)

11Nelle opere di Stefano Zangrando (1973), scrittore e traduttore dal tedesco nato a Bolzano, il plurilinguismo virtuale o imperfetto della società altoatesina è affrontato prima con lo sbeffeggiamento della satira, e poi calato in racconti realistici più sfaccettati e ancorati alla realtà quotidiana che presuppongono un’interazione tra i due gruppi linguistici. Nel suo esordio in prosa19, l’autore mette in scena nel racconto Bozen underground una satira del mondo della cultura bolzanina attraverso le peripezie esilaranti di un aspirante scrittore italofono alle prese con la pubblicazione della sua raccolta di racconti sovvenzionata dalla Provincia. Il titolo è un gioco di parole che associa il nome tedesco della città capoluogo dell’Alto Adige20 a un aggettivo inglese che vuol dire « contestatario » ed è utilizzato per il milieu « alternativo » nel settore culturale. In realtà la valenza polisemica del titolo potrebbe alludere ironicamente allo stile e al contenuto dei racconti della raccolta, affollati da personaggi originali, marginali e « picari » come lo stesso narratore, ben distanti quindi dalle opere intrise di conformismo benpensante e provinciale di cui l’ufficio della cultura di Bolzano sovvenziona la pubblicazione attraverso un’associazione italofona. Di fronte alla difficoltà di comprensione dell’aggettivo inglese da parte del presidente di detta associazione, il narratore si rassegna opportunisticamente a trasformarlo nel tedesco undergrund che vuol dire sottosuolo21:

  • 22 Stefano Zangrando, Bozen underground e tre racconti, op. cit., p. 76.

Un libro invece piuttosto ambizioso intitolato Bozen Undergrund, con la “u”, un po’ inglese e un po’ tedesco, ecco, e chissà, forse così risulterà ancora più persuasivo, con la “terra” tedesca, visto che nel Sacro Statuto del potente organismo di raccolta degli Artisti Altoatesini è scritto in inchiostro antipatico che i soldi vengono erogati esclusivamente per le iniziative (sotto)culturali che abbiano assoluta pertinenza per il Sudtirolo22.

12La tribolata consegna del testo del racconto si intreccia con la relazione erotica tra il narratore e Katia. Questa viene descritta come una sudtirolese bolzanina di lingua tedesca, ammalata di « tirolite »:

  • 23 Ibid., p. 87-88.

patologia, quest’ultima che può cogliere il cittadino di lingua tedesca residente a Bolzano nei momenti di debolezza psicofisica e che si manifesta attraverso la rimozione progressiva della propria parte crucca (che comunque rimane viva nel subconscio, provocando talora raccapriccianti raptus verbali in un dialetto tirolese brutalmente storpiato) a favore di una corrispondente assimilazione della propria personalità a quella del bolzanino italiano medio, con l’effetto a lungo termine di seri disturbi dell’identità dissimulati attraverso una ridicola e improbabile arroganza fascistoide23.

13La relazione con Katia, fatta di alti e bassi, e la perdita definitiva del dischetto con la copia del racconto da pubblicare assurgono a metafora del rapporto difficile tra le due comunità linguistiche a Bolzano.

  • 24 Stefano Zangrando, Quando si vive, Rovereto, Keller editore, 2009.

14Le situazioni grottesche e improbabili descritte con una comicità dai toni iperbolici non mancano neanche nella raccolta di racconti Quando si vive24 ma vi troviamo anche « un’ironia nostalgica ora rivolta a ciò che non è più, ora proiettata verso ciò che non sarà mai » come dice il risvolto della copertina del libro.

15Il narratore è un ragazzo alle prese con i problemi di una normale vita quotidiana e relazionale che narra vicende autobiografiche ambientate in Alto Adige, tranne due che sono in tutto o in parte ambientate a Berlino. Eccezion fatta per i due racconti che riguardano la capitale tedesca, il contesto altoatesino descritto è mono-culturale e monolingue. Non mancano però riferimenti ironici alla situazione cultural-linguistica nel racconto Anime belle che amplia in un certo senso lo spunto satirico presente nel nome dell’associazione culturale italofona di Bozen Underground. La frammentarietà di questo racconto composto da paragrafi in cui i fili della storia narrata si ingarbugliano facendole perdere coerenza, costituisce sul piano narrativo un’efficace metafora della società altoatesina che getta nello sconforto il protagonista aspirante scrittore:

  • 25 Ibid., p. 72-73.

Me ne andrò di qui perché qui niente decolla, niente si libra e prende forma. Bolzano è una gabbia per pappagalli ammaestrati i cui colori non arrivano nemmeno a eguagliare la cattiva varietà di una voliera. Come può nascere una storia in questo strazio di eterne ripetizioni? Come può tessersi una trama? Non ci si costruisce per frammenti, se non indulgendo alla mancanza di un’identità. Bolzano è un vicolo cieco della Storia25.

16Il successivo romanzo Amateurs fa del doppio la sua cifra stilistica. A cominciare dai due studenti bolzanini protagonisti: Valentino, il narratore italofono che descrive l’esperienza del suo soggiorno a Berlino, città dove risiede il suo amico germanofono Gerwin.

  • 26 Quando un italofono e un germanofono parlano tra di loro, di solito la comunicazione avviene in i (...)

17Si presume che i due parlino tra loro in italiano perché alcune parole in tedesco dette da Gerwin sono in corsivo nel testo, mentre quelle che utilizza in dialetto suditirolese-bolzanino – che Valentino ignora del tutto – sono messe tra virgolette26. Si intuisce inoltre che la conoscenza del tedesco da parte di Valentino è limitata perché non gli permette di afferrare sempre tutto quello che dice Gerwin.

18Come sottolinea il narratore, i due studenti non erano destinati a incontrarsi, in linea con la separazione linguistico-sociale che domina la società altoatesina: se non fosse stato per il soggiorno Erasmus fatto a Barcellona, non avrebbero forse mai avuto occasione di conoscersi. Vengono da due realtà che si ignorano: attraverso l’autoritratto che fa di se stesso, sappiamo che Valentino si sente del tutto estraneo al mondo dei tedeschi della parte bene di Bolzano e che Gerwin proviene da una famiglia in cui il padre gli proibiva di guardare la televisione italiana, cosa che gli ha impedito di riconoscere la sigla musicale di un popolare programma televisivo per ragazzi che Valentino sente suonare a Berlino.

19I due protagonisti sono definiti dal narratore Grenzmenschen, uomini di confine, non solo in ragione della loro età, a cavallo tra fine degli studi e inizio della vita lavorativa, ma anche perché sono figli di una terra che li vuole separati:

  • 27 Parola a connotazione dispregiativa utilizzata dai germanofoni per riferirsi agli italofoni.
  • 28 Stefano Zangrando, Amateurs, Merano, Alphabeta verlag, 2016, p. 121.

Nei nostri primi anni di vita eravamo stati un crucco e un Welsh27, due razze non propriamente in sintonia, e se adesso eravamo diventati qualcos’altro, qualcosa di più complesso, sradicato e compatibile, ciò era anche dovuto all’obliterazione delle nostre provenienze, alla rinuncia più o meno consapevole a una storia e a una mitologia tramandate – alla loro sepoltura sotto strati di nuove appartenenze, nel caso di Gerwin, di fughe e tentativi alla cieca, nel mio. Un po’ come un bianco e un nero in un film di fantascienza americano, ma un po’ più bilingui28.

  • 29 Maddalena Fingerle, Lingua madre, Trieste/Roma, Italo Svevo edizioni, 2021. Il romanzo ha vinto i (...)

20Il permanere della separazione tra gruppi linguistici che colpisce anche le giovani generazioni, come mostra Zangrando, diventa tragedia nel romanzo di Maddalena Fingerle (1993). Con il pluripremiato Lingua madre29, la giovane scrittrice bolzanina affronta il malessere linguistico-identitario degli italiani in Alto Adige con una storia che sfata senza mezzi termini i luoghi comuni sulla realtà del bilinguismo nella provincia.

21La questione linguistica è centrale nel romanzo sia perché è fonte di frustrazione per il protagonista, sia perché la narrazione è intrisa delle due principali lingue ufficiali dell’Alto Adige, l’italiano e il tedesco, alle quali si affiancano espressioni in dialetto sudtirolese di Bolzano.

  • 30 La dichiarazione di appartenenza linguistica a uno dei tre gruppi previsti dalla legge provincial (...)
  • 31 La Provincia autonoma di Bolzano gestisce molti servizi pubblici come la scuola e la sanità ed è (...)

22Il protagonista del romanzo è un giovane bolzanino, Paolo Prescher, di cui il lettore segue le vicende raccontate in prima persona dall’infanzia alla vita adulta. Il ragazzo proviene da una famiglia italiana dove il problema della lingua esiste all’interno delle mura domestiche perché suo padre soffre di afasia, una malattia che gli impedisce di parlare per esprimersi. Paolo a sua volta, pur andando a scuola normalmente, soffre di un disturbo mentale di tipo ossessivo-compulsivo che si acuisce con il passar del tempo. Fin da piccolo infatti instaura un rapporto particolare, quasi sinestetico, con la lingua perché suddivide le parole in « sporche » e « pulite ». La categoria della sporcizia e della pulizia in materia linguistica ha in realtà a che vedere con la situazione familiare di Paolo che accusa madre e sorella di mancanza di comprensione nei confronti del padre: sono loro che gli « sporcano » le parole. Il ragazzo poi estende questo giudizio a coloro che usano secondo lui le parole in modo ipocrita. Critica infatti alcuni italofoni, tra i quali sua sorella, che scelgono opportunisticamente di dichiararsi30 appartenenti al gruppo linguistico tedesco, in quanto la regola della proporzionale etnica consente loro di avere maggiori possibilità di assunzione nel pubblico impiego31 e nell’assegnazione di alloggi popolari.

23Le sole persone con le quali Paolo ha buone relazioni, oltre al padre al quale lo lega un rapporto speciale fatto di complicità, sono il compagno di scuola germanofono Jan, durante l’infanzia, e più tardi la milanese Mira di Pienaglossa che incontra a Berlino, dove si trasferisce dopo il liceo, e della quale si innamora. Attraverso i personaggi di Jan e Mira, l’autrice intesse il discorso sulla problematica del bilinguismo in Alto Adige, le sue contraddizioni e le sue conseguenze sia per chi ne è originario sia per chi vi si trasferisce da fuori.

24Jan è figlio di commercianti germanofoni che lo mandano alla scuola italiana perché hanno un negozio di abbigliamento nel centro di Bolzano e vogliono che il figlio possa padroneggiare l’italiano con la clientela. Il bambino è oggetto di scherzi da parte dei compagni di scuola per le sue difficoltà con la lingua italiana, è considerato un « intruso » in un ambiente monolingue. Solo Paolo instaura con lui un rapporto fatto di amicizia e solidarietà perché probabilmente percepisce una similitudine tra la situazione del ragazzino a scuola e quella del padre in famiglia. Quest’amicizia ha delle conseguenze importanti sulla vita del protagonista in quanto lo porta a rifiutarsi più tardi di sottoscrivere la scelta di appartenenza a un gruppo linguistico che considera essere un meccanismo di esclusione. Sarà poi Jan ad aiutare Paolo dandogli un lavoro nel suo negozio quando torna da Berlino e non può essere assunto nel pubblico impiego perché non ha fatto la dichiarazione di appartenenza linguistica.

25Dopo la morte del padre, Paolo decide di allontanarsi dalla famiglia e dalla lingua italiana in quanto realtà imposta. Si mette infatti polemicamente a parlare esclusivamente tedesco con la madre e la sorella e si stabilisce poi a Berlino. Nella capitale tedesca, Paolo si riappropria della lingua italiana con Mira e i suoi amici, il protagonista dice infatti che Mira parla con parole italiane « pulite » ossia senza falsità:

  • 32 Maddalena Fingerle, op. cit., p. 91.

Le parole pulite sono così: dici una cosa e intendi quella cosa, sono vere e limpide, non ci sono associazioni mentali che le rovinano, che le macchiano o che le sporcano. Quando Mira dice italiano intende italiano e non è come quando lo diceva mia madre e io pensavo alla dichiarazione, a Bolzano, a tutto il dolore32.

26In realtà, senza volerlo, Paolo si ritrova a Berlino in una situazione simile a quella che si lascia alle spalle: ricrea una coppia/famiglia italiana con Mira che vive in un ambiente germanofono, non riesce quindi a costruirsi un’esistenza realmente alternativa ma si riappacifica con la sua identità italiana.

27Quando rimane incinta, Mira spinge Paolo a tornare a Bolzano perché ritiene che abbiano bisogno di un appoggio della famiglia di uno dei due e poi, secondo la ragazza, il capoluogo altoatesino ha il vantaggio di essere bilingue. Nonostante le perplessità di Paolo che non osa opporsi a Mira, il ritorno a Bolzano si concretizza e precipita il ragazzo in una situazione di crisi esistenziale e psicotica che sarà fatale per la coppia, simbolizzando forse l’impossibilità di creare un equilibrio armonico tra le due anime della società bolzanina.

28Attraverso la voce narrante di Paolo, Fingerle smonta tutti i luoghi comuni sul bilinguismo di facciata al quale il protagonista si ribella, a cominciare dalla fallimentare politica scolastica, che vede scuole monolingui ubicate per lo più in edifici separati. La lingua dell’altro è imparata come una qualsiasi lingua straniera che viene poco praticata fuori dall’aula e incanala poi gli studenti in ambiti socio-lavorativi spesso altrettanto monolingui. Così si esprime Paolo:

  • 33 Ibid., p. 58-59.

[…] siamo tutti bilingui, trilingui, quadrilingui, anche se non è vero niente. Dovremmo esserlo, ma sappiamo tre paroline che sputiamo all’esame del bilinguismo che attesta che siamo bilingui perché sappiamo tre parole striminzite […] Tutti bilingui a partire dai cinque anni, qui in Alto Adige, bilingui come Jan, bilingui come io. Si gioca in tedesco e in inglese fin dall’asilo con i Dinocroc, tanto poi vai a fare il soggiorno studio in Germania perché c’è il quarto anno all’estero e così puoi parlare il tedesco che qui tanto non puoi mica parlarlo33.

29A complicare la comunicazione sta il fatto che la lingua usata dai germanofoni in Alto Adige non è il tedesco standard, quel Hochdeutsch che si impara a scuola e che si usa come lingua scritta nel mondo del lavoro e della cultura, ma il dialetto sudtirolese, declinato in diverse varianti locali. I sudtirolesi, come altrove nel mondo germanofono, praticano infatti in tutte le classi sociali una diglossia che consiste nell’utilizzare per la comunicazione orale il dialetto locale, riservando al tedesco standard la comunicazione scritta formale. Il fatto che questa lingua non sia oggetto di un insegnamento a scuola fa sì che gli italiani a Bolzano come altrove non possano prendere parte a una conversazione in dialetto che spesso non capiscono perché è molto diverso dal tedesco appreso a scuola:

  • 34 Ibid., p. 43-44. Anche Mira si scontra con la realtà del dialetto a Bolzano ed è risentita dal fa (...)

[…] qui si parla il dialetto e il dialetto non ce lo insegnano a scuola. Io avevo chiesto a Jan, l’unico tedesco che conosco a Bolzano, di insegnarmi il dialetto. Ma Jan non vuole insegnarmelo: In Dialekt konnscht net oanfoch so lernen, woasch? Des isch die Sproch von deinem eigenen Leit. Eh? Ma niente, il dialetto non si può imparare: è la lingua della famiglia, della tua gente. […] Jan non mi insegna nemmeno il tedesco perché non lo sa. Sa solo il dialetto e l’italiano. Così dice, almeno, ma l’italiano non è vero che lo sa. Sa solo il dialetto tedesco di Bolzano, il dialetto sudtirolese, come direbbe mia madre34.

  • 35 Ibid., p. 81.

30Il problema linguistico-identitario di Paolo non si limita a Bolzano. Anche a Berlino il protagonista si scontra con l’incredulità dei suoi interlocutori tedeschi ignari del fatto che gli italiani in Sudtirolo non sono automaticamente bilingui. Stanco di dover spiegare continuamente come stanno le cose, alla fine si rassegna a farsi passare per un italiano di Roma solamente nato a Bolzano35.

31Essendo tutto il romanzo incentrato sul problema del mancato bilinguismo in Alto Adige, che poi si traduce in una società fatta di gruppi linguistici che vivono gli uni accanto agli altri sullo stesso territorio, anche la narrazione si fa multilingue e unica allo stesso tempo attraverso l’inserimento di frasi e paragrafi interi in tedesco o in dialetto senza cambiare carattere tipografico perché nel contesto altoatesino non sono lingue straniere. Allo stesso modo, italiano e tedesco si alternano nel lungo e delirante monologo interiore che recita Paolo mentre cerca di « pulire » sotto la doccia le parole « sporche » che gli hanno rivolto:

  • 36 Ibid., p. 176.

Mi insapono trenta volte e strofino strofino strofino trenta volte con la spugna e il sapone e i polpastrelli. Unflat. Non riesco a toglierla, questa patatina di sporcizia. Lo sporco è incollato a me, alla mia pelle, Haut, al mio corpo, Körper, e non riesco a lavare nemmeno le parole, nicht mal die Wörter, anche se le continuo a dire, sagen, sotto l’acqua, Wasser, per lavarle, waschen […] Perché cazzo non funziona? Wieso funktioniert das nicht? Più lo dico in tedesco più si sporca e allora chiudo l’acqua36.

  • 37 Intellettuale, eurodeputato e pacifista altoatesino (1961-1995).

32Per concludere questa breve panoramica, possiamo dire che tutte le opere analizzate testimoniano con modalità diverse il malessere sociolinguistico diffuso in Alto Adige. Se le opere di Alessandro Banda descrivono con ironia mordace le aberrazioni del sistema istituzionale, le vere e presunte distanze siderali rispetto agli « altri » che sono raffigurati come se facessero davvero parte di « un altro mondo », nelle opere di Zangrando invece questa distanza si accorcia progressivamente nell’interazione quotidiana ma non meno frustrante delle giovani generazioni. Infine, con la brutale sincerità di Paolo e la sua follia, il romanzo di Maddalena Fingerle denuncia un ambiente sclerotizzato e incapace di uscire da quelle che a suo tempo Alexander Langer37 aveva definito « gabbie etniche ». Se la loro creazione ha messo fine a un periodo di violenza e ha permesso di riequilibrare i rapporti di forza tra comunità linguistiche, il loro perdurare in una società notevolmente mutata da allora genera una frustrazione per la mancata apertura linguistica e culturale di cui la letteratura si è fatta interprete.

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Notes

1 Lo statuto speciale della provincia viene dalla presenza di un consistente gruppo linguistico tedesco che è maggioritario e a cui la costituzione italiana garantisce una serie di prerogative, come il carattere ufficiale della lingua tedesca sul territorio, a parità con l’italiano e con il ladino, lingua parlata da un’esigua minoranza nelle valli dolomitiche.

2 Per una sintesi sulle vicende storiche del xx e xxi secolo vedi Roberto Roveda, Alto Adige conteso. 1920-2020, Gorizia, LEG editore, 2020 e Alfons Gruber, Storia del Sudtirolo, Bolzano, Athesia editore, 2021.

3 Eccezion fatta per lo scrittore e giornalista Sebastiano Vassalli, che con la sua inchiesta Sangue e suolo: viaggio tra gli italiani trasparenti, Torino, Einaudi, 1985, rivelò al resto dell’Italia la realtà scomoda degli italiani dell’Alto Adige che da maggioranza a livello nazionale si trovano ad essere minoranza in questa provincia.

4 Lilli Gruber, Eredità, Milano, Rizzoli, 2012.

5 Francesca Melandri, Eva dorme, Milano, Mondadori, 2010.

6 Marco Balzano, Io resto qui, Torino, Einaudi, 2018.

7 Secondo l’Osservatorio europeo del plurilinguismo, una società è plurilingue se i suoi membri parlano ciascuno più lingue, è multilingue invece se ogni membro parla una sola lingua.

8 Alessandro Banda, La città dove le donne dicono di no, Parma, Guanda, 2005.

9 Alessandro Banda, Due mondi e io vengo dall’altro (Il Sudtirolo detto anche Alto Adige), Roma/Bari, Laterza, 2012.

10 Lo strumento dell’ironia consente efficacemente di creare, separare e anche screditare una collettività ritenuta diversa da un’altra. Cf. Manfred Beller e Joep Leersen (dir.), Imagology. The cultural construction and literary representation of national characters. A critical survey, Amsterdam/New York, Rodopi, 2007, p. 350.

11 Alessandro Banda, Due mondi e io vengo dall’altro, op. cit., p. 6.

12 Alessandro Banda, La guerra dei nomi, in La città dove le donne dicono di no, op. cit., p. 15-20.

13 L’italianizzazione forzata e spesso ridicola dei toponimi tedeschi ad opera di Ettore Tolomei in epoca fascista, tutt’oggi in vigore, è considerata un sopruso dai germanofoni.

14 Alessandro Banda, I due capodanni del Duemila, in La città dove le donne dicono di no, op. cit., p. 125-130.

15 Südtirolervolkspartei. Si tratta del partito che ha a lungo monopolizzato le istanze autonomiste della comunità germanofona.

16 Alessandro Banda, I due caposanni del Duemila, op. cit., p. 127-128.

17 La proporzionale etnica è il nome abbreviato del sistema istituzionale di ripartizione delle risorse economiche e dei posti di lavoro nel settore pubblico in base alla consistenza dei gruppi linguistici. Sulla questione della proporzionale etnica e le sue trasformazioni nel tempo. Cf. Hans Karl Peterlini, Ribelli impotenti, audaci provocatori, in Noi figli dell’autonomia. Alto Adige/ Südtirol oltre il disorientamento etnico, (traduzione di Umberto Gandini), Merano, Alphabeta verlag, 2013.

18 Alessandro Banda, La città dove le donne dicono di no, op. cit., p. 148. In realtà si può derogare alla proporzionale etnica in casi urgenti, come è avvenuto nel 2019 per l’assunzione di personale medico, malgrado le proteste degli estremisti germanofoni. Cf. https://www.altoadigeinnovazione.it/carenza-di-medici-e-infermieri-arrivano-88-posti-senza-la-proporzionale-etnica/ consultato il 3 ottobre 2021.

19 Stefano Zangrando, Bozen underground e tre racconti, Bolzano, Egolalia editore, 2000.

20 A Bolzano risiede la comunità italiana più numerosa dell’Alto Adige.

21 Titolo premonitore perché i due floppy disk con il testo da pubblicare finiscono rispettivamente nel fiume che attraversa la città e in un tombino.

22 Stefano Zangrando, Bozen underground e tre racconti, op. cit., p. 76.

23 Ibid., p. 87-88.

24 Stefano Zangrando, Quando si vive, Rovereto, Keller editore, 2009.

25 Ibid., p. 72-73.

26 Quando un italofono e un germanofono parlano tra di loro, di solito la comunicazione avviene in italiano per motivi diversi: migliore conoscenza della lingua italiana da parte dei germanofoni che del tedesco da parte degli italofoni, prevalenza del dialetto sul tedesco nei germanofoni, italofoni altoatesini e non decisi a usare la lingua del Paese (Siamo in Italia qui!). Cf. sull’argomento il capitolo Più lingue in Lucio Giudiceandrea e Aldo Mazza, Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Sudtirol, Merano, Alphabeta verlag, 2019.

27 Parola a connotazione dispregiativa utilizzata dai germanofoni per riferirsi agli italofoni.

28 Stefano Zangrando, Amateurs, Merano, Alphabeta verlag, 2016, p. 121.

29 Maddalena Fingerle, Lingua madre, Trieste/Roma, Italo Svevo edizioni, 2021. Il romanzo ha vinto il Premio Calvino 2020, il Premio Comisso e il Premio Flaiano 2021 nella categoria degli autori under 35.

30 La dichiarazione di appartenenza linguistica a uno dei tre gruppi previsti dalla legge provinciale (tedesco, italiano, ladino) è sottoscritta dagli abitanti della provincia ogni dieci anni e permette di ripartire le risorse economiche secondo la regola detta della proporzionale etnica. Non è prevista l’appartenenza a un gruppo bilingue pur essendo oramai numerose le famiglie miste e pur essendo obbligatorio un attestato di bilinguismo per lavorare nel pubblico impiego, il cosiddetto patentino. Non è inoltre previsto un controllo sulla « verità » della dichiarazione.

31 La Provincia autonoma di Bolzano gestisce molti servizi pubblici come la scuola e la sanità ed è quindi uno dei principali datori di lavoro in Alto-Adige.

32 Maddalena Fingerle, op. cit., p. 91.

33 Ibid., p. 58-59.

34 Ibid., p. 43-44. Anche Mira si scontra con la realtà del dialetto a Bolzano ed è risentita dal fatto che la commessa della pasticceria le risponda in italiano quando lei cerca di comunicare in Hochdeutsch per ovviare al problema.

35 Ibid., p. 81.

36 Ibid., p. 176.

37 Intellettuale, eurodeputato e pacifista altoatesino (1961-1995).

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Pour citer cet article

Référence papier

Alessandra Locatelli, « La problematica del plurilinguismo nella narrativa italofona contemporanea dell’Alto Adige/Südtirol »Italies, 26 | 2022, 227-238.

Référence électronique

Alessandra Locatelli, « La problematica del plurilinguismo nella narrativa italofona contemporanea dell’Alto Adige/Südtirol »Italies [En ligne], 26 | 2022, mis en ligne le 28 mars 2023, consulté le 22 mai 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/10069 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.10069

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Auteur

Alessandra Locatelli

Université de Haute-Alsace

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