Navigazione – Mappa del sito

HomeNuméros26L'italien post-unitaire et les au...Una lingua per tre

L'italien post-unitaire et les autres langues : la langue nationale face aux influences plurilingues

Una lingua per tre

Francesismi e anglismi nella Madonna di Mamà di Alfredo Panzini
Matteo Grassano
p. 181-192

Abstract

L’articolo studia l’uso dei francesismi e degli anglismi nella Madonna di Mamà (1916) di Alfredo Panzini. Nella prima parte del testo si mette in evidenza come il cospicuo ricorso ai termini stranieri serva all’autore a riprodurre il linguaggio mondano tipico della società del tempo e come la presenza nel romanzo di tali forestierismi sia frutto di un lavoro di spoglio e di analisi testimoniato dal Dizionario moderno. La seconda parte approfondisce la funzione della mescolanza dei codici, funzione che non è solo mimetica, ma anche ideologica: agli occhi di Panzini, infatti, l’italiano “corrotto” parlato dell’aristocrazia cittadina protagonista della Madonna di Mamà è espressione, da un punto di vista linguistico, di una più ampia decadenza culturale e morale.

Torna su

Termini di indicizzazione

Indice geografico:

Italie

Indice cronologico:

XXe
Torna su

Testo integrale

Introduzione

  • 1 Sul Diario sentimentale si veda Marco Antonio Bazzocchi, Premessa, in Alfredo Panzini, Diario sen (...)
  • 2 Alfredo Panzini, La Madonna di Mamà, in Sei romanzi fra due secoli, Milano, Mondadori, 1939, p. 3 (...)
  • 3 Alfredo Panzini, Diario sentimentale della guerra, op. cit., p. 22.
  • 4 Renato Serra, « Alfredo Panzini », La Romagna, vol. VII, no 5-6, 1910, p. 177-212. Per il rapport (...)

1La Prima guerra mondiale rappresenta senza dubbio per Alfredo Panzini un periodo di sofferenza e di grandi turbamenti interiori. Queste inquietudini non arrestano tuttavia la sua produzione: nel 1915 vede infatti la luce sulla « Nuova Antologia» Il viaggio di un povero letterato, cui seguono nel 1916 Diario sentimentale della guerra1 e La Madonna di Mamà2. Quest’ultime due opere sono entrambe dedicate a Renato Serra, al « soldato noto d’Italia3 », morto sul monte Podgora il 20 luglio 1915. Negli anni precedenti la guerra Panzini e Serra avevano stretto una forte amicizia intellettuale, la quale si era sviluppata in seguito al lungo articolo di Serra del 1910 sulla scrittura panziniana4 e si era poi consolidata attraverso un’assidua frequentazione. Come Panzini scrive nella prefazione alla Madonna di Mamà:

  • 5 Alfredo Panzini, La Madonna di Mamà, op. cit., p. 377.

E mi ricordo che, nei frequenti colloqui di poi, lungo la riva del mare, io ti rimproveravo di consumare la giovinezza in quell’oscura tua città di Cesena; e tu pur sorridevi… ora ripenso a quei colloqui lontani, alle tue parole: le quali certamente erano singolari per un giovane, ma più che per sé, erano singolari perché spaziavano in un’atmosfera meravigliosa di elevazione5.

  • 6 Tommaso Scappaticci, Il caso Panzini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000, p. 97.

2La Madonna di Mamà è ambientato proprio alla vigilia della guerra e, come ha scritto Tommaso Scappaticci, è « incentrato sulla rappresentazione della crisi morale e del disorientamento ideologico di una società destinata a sfociare nell’“orrendo sterminio”6 ». Il romanzo racconta la storia del giovane Aquilino che, terminati gli studi, lascia il suo paese natale per trasferirsi in città, come precettore di Bobby, il figlio della marchesa Barberina. Nonostante le iniziali resistenze, la frequentazione della classe aristocratica si traduce presto in un adattamento a costumi e mentalità contrari alle sue abitudini paesane e alla sua prima formazione culturale: Aquilino si adatterà ai ritmi e alle vacuità della società mondana, diventerà l’amante della marchesa e dell’istitutrice inglese, Miss Edith, e infine, mutando le proprie convinzioni, finirà per partire volontario per la guerra. Lo schema del romanzo di formazione è dunque rivisitato da Panzini attraverso un ribaltamento di quella che dovrebbe essere una parabola evolutiva del protagonista e che si configura invece come un’involuzione culturale ed esistenziale.

3La trama del romanzo e i suoi risvolti ideologici andranno tenuti presenti al fine di quanto illustrerò nelle pagine successive, studiando la ricca presenza di forestierismi nella lingua dell’opera. In particolare, in un primo paragrafo mostrerò come il ricorso a francesismi e anglismi serva innanzitutto all’autore a riprodurre nel testo il linguaggio mondano tipico della società del tempo e come sia frutto di un lavoro di spoglio e di analisi testimoniato dal Dizionario moderno. Nel secondo paragrafo, invece, mi concentrerò sul contributo che la mescolanza di codici dà, sul versante linguistico, alla rappresentazione di una crisi ideologica, essendo l’italiano “corrotto” un indizio agli occhi dell’autore di una vera e propria decadenza culturale e morale.

Una funzione mimetica

4Nella Madonna di Mamà il cospicuo ricorso ai forestierismi risponde in prima battuta a una chiara esigenza di mimesi linguistica: il mondo della marchesa Barberina, in cui il giovane Aquilino si trova catapultato all’inizio del romanzo, ha difatti un linguaggio proprio, che è quello della mondanità, una lingua caratterizzata da un uso disinvolto di parole straniere, soprattutto per quanto riguarda settori lessicali che rispecchiano gli interessi e le abitudini dei parlanti.

5Per la terminologia gastronomica, non sorprende la presenza di diversi francesismi, come champagne* (501), chartreuse* (408), flan* (447), gatô* (430), repas (494), suprêmes* (447), vol-au-vent* (447), a cui si aggiungono gli inglesi peeck-frean (383) e plumcake* (411). Numerosi sono poi i termini riferibili al mondo della moda e dell’abbigliamento, come i francesi bleu-marin* (394 e passim), chic* (473), deshabillé* (428), financière (413 e passim), frac* (396 e passim), gilè* (402), institut de beauté* (432), pschutt (395), toilette* (428), vlan* (395) e gli inglesi – alcuni probabilmente mediati dallo stesso linguaggio francese della moda – gibidì* (474 e passim), select* (395), smoking* (413). Tipici di un mondo in cui non mancano gli svaghi, i piaceri e le chiacchiere da salotto, comunque governate da una loro etichetta, sono i termini francesi dégagé (434), demi-vierge* (457), enchanté* (424), farceur* (424), gaffe* (406), grossier* (477), hôtel (396 e passim) e quelli inglesi comfort* (471), five o’ clock* (411 e passim), flirt* (433), gentleman* (476 e passim), pedigree* (455), season* (471). Si trovano infine termini relativi allo sport, che all’inizio del Novecento è per lo più appannaggio dei ceti abbienti e il cui linguaggio si nutre di parole straniere: abbiamo così i francesi coupé* (428), garage* (407), panne* (408) per l’automobilismo e pelouse (471), mentre sono, almeno in origine, inglesi event* (476), record (452 e passim), sport* (471), sportman* (455), steeple-chase* (503) e tennis* (411 e passim).

6Seppur selezionato, questo primo campionario di forme dà conto della tipologia di termini a cui Panzini ricorre per rappresentare il linguaggio mondano parlato in casa della marchesa. Lo sforzo dell’autore è innanzitutto confermato dai contesti e dalle modalità di utilizzo. Bisogna ricordare che i forestierismi sopraccitati ricorrono spesso nei dialoghi. Qualora compaiano nella diegesi, che è in terza persona, si ha di norma un distanziamento rispetto alla voce del narratore. Tale distanziamento può essere esplicito, come nei seguenti casi:

E il nobile bleu-marin (perché tutti lo chiamavano blumarèn), ne soffriva. (394)

Ed Aquilino s’accorse che aveva commessa un’altra stonatura: le quali erano già tre, e nel linguaggio della signora marchesa si chiamavano gaffes. (406)

7Oppure può avvenire laddove è chiara l’intenzione parodica del narratore nel “fare il verso” al linguaggio mondano:

Un grimpeur può, per giuoco, varcare le cime dell’optatam metam: Bobby bastava che passasse sotto il tunnel degli esami, alla maniera moderna. (406)

8O ancora attraverso l’uso di una focalizzazione interna che, con l’indiretto libero, porti in primo piano non solo i pensieri di un personaggio, ma anche il suo linguaggio:

Dalle bestie, Bobby passò nel garage (407).

Quei flans, quelle suprêmes, quei vol-au-vent, quella roba en belle vue, quelle salse gli garbavano poco.
– Un bel lesso! un bell’arrosto! delle belle lasagne! – diceva con aria di soddisfazione (447).

  • 7 Negli anni 1908, 1918, 1923, 1927, 1931 e 1935. Panzini morì il 10 aprile 1939, mentre lavorava a (...)

9La scelta dei forestierismi con funzione mimetica da parte di Panzini non è certamente casuale, né tantomeno ipotetica, ma è frutto delle sue lunghe ricerche legate al Dizionario moderno, raccolta di parole nuove dell’italiano primonovecentesco, uscita per la prima volta nel 1905 e che ebbe poi numerose edizioni7. Tutti i termini sopraccitati seguiti da asterisco si ritrovano infatti nella terza edizione del Dizionario (1918). Le definizioni sono a volte corredate da indicazioni che confermano una particolare diffusione diastratica e diafasica. Si veda per esempio quanto scritto dall’autore sotto la voce gaffe:

  • 8 Alfredo Panzini, Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani, 3a edizione rinnovata e a (...)

*Gaffe: V. Bévue, Brioche. Nel linguaggio mondano alla voce bévue si alterna la voce del gergo familiare francese gaffe, per significare un granchio, uno sbaglio, una topica. Es. « Guardi quella balena in acqua. – Scusi, signore, è mia moglie. » Gaffe, propr. = ronciglio8.

  • 9 Ibid., s.v. enchanté.
  • 10 Ibid., s.v. grossier.
  • 11 Ibid., s.v. souffre-douleur.

10Riferimenti espliciti al linguaggio della mondanità compaiono anche in altre voci, come enchanté (« l’aggettivo francese ricorre, specie nel ceto mondano, per esprimere la meraviglia e il piacere elevati, con la consueta iperbole, al grado di incanto9») e grossier (« nel linguaggio mondano si spende la prima voce più volentieri che la seconda [grossolano]. Solito caso10! »). Anche un’espressione quale souffre douleur si ritrova nel dizionario di Panzini con questa annotazione: « fra gente mondana la parola francese non è rara11 ». Infine, va notato che la segnalazione dell’appartenenza di una voce al linguaggio mondano si accompagna a volte all’esplicita censura da parte dell’autore (già evidente, del resto, nel commento riportato alla voce grossier). Si veda a questo proposito season:

  • 12 Ibid., s.v. season.

*Season: (pronuncia, sisn) voce inglese: stagione; ma la gente mondana e mal parlante adopera tale voce inglese con forza antonomastica per indicare il periodo di maggior frequenza di taluni luoghi di cura e di svago. Celebre la season di Londra in sul finire della primavera12.

11Più in generale diremo che proprio le voci del Dizionario moderno ci mostrano spesso apertamente l’idiosincrasia di Panzini verso alcuni termini stranieri utilizzati nella Madonna di Mamà, i quali riflettono dal punto di vista dell’autore la degenerazione della società moderna. Riporto qui di seguito la definizione di flirt, che, come altre voci relative alle donne, lascia trapelare anche un certo misoginismo:

  • 13 Ibid., s.v. flirt.

*Flirt: Indica il dilettantismo della passione, ed è forma nuova di vizio elegante in quanto è lecito e adonestato dal costume, cioè scherzar col fuoco senza bruciare. Civettare, frascheggiare son voci press’a poco corrispondenti. Ma una dama si offenderà del verbo civettare, e non troverà nulla a ridire del verbo flirtare, giacché noi creammo pur questo verbo. Così una sposa troverà svago innocente il flirtare e, redarguita, potrà sempre dire ch’è un onesto flirt il suo! O retorica eterna, e noi inorridiamo al cicisbeismo del secolo xviii13!

12Oltre ai termini fin qui citati, la lingua della Madonna di Mamà ospita molti altri francesismi e anglismi, il cui uso risponde sempre a una funzione mimetica, ma non è finalizzato a riprodurre nello specifico il linguaggio mondano. Bisogna ricordare che nel romanzo compaiono due personaggi stranieri: l’istitutrice Miss Edith, inglese, a cui a un certo punto della vicenda subentra per un periodo un’altra istitutrice, questa volta francese, Mademoiselle Joséphine. La presenza di questi personaggi è funzionale alla rappresentazione di un ambiente aristocratico in cui era abitudine assumere istitutrici straniere. A questo proposito è interessante quanto Panzini scrive sempre nel Dizionario moderno sotto la voce miss e mademoiselle:

  • 14 Ibid., s.v. miss.

*Miss: ingl., vale « signorina », e usasi preferibilmente seguita dal nome proprio. Le giovanette italiane di ricca e nobile condizione costumano aver seco una governante o precettrice, la quale, se inglese, chiamano con nome di miss. V. Fraülein. (La lingua italiana è insegnata solitamente dalla balia14).

*Mademoiselle: ricorre per mal vezzo questo nome francese per istitutrice, damigella di compagnia, specialmente se francese. Vedi Miss, Fraülein.

  • 15 Cf. i seguenti passi della Madonna di Mamà: « Ogni tanto un sorriso a destra su la spalla destra: (...)

13Miss Edith e Mademoiselle Joséphine parlano poco e male l’italiano15. Di conseguenza, nelle loro battute di dialogo, che sono spesso in francese, Panzini si sforza di introdurre interessanti fenomeni di mescolanza di codice. Si veda innanzitutto questo dialogo tra Aquilino e Miss Edith:

Ma certo era ben desta, perché le sue parole suonavano così:
– Tu es l’amant de madame.
– Come lo sai?
– Je le sais. Je connais bien madame.
– Perché?
– Perché je connais bien madame. Mais tu es libre parfaitement. Je suis bienheureuse quand même. (518)

14Oltretutto, le difficoltà delle istitutrici nel parlare italiano fanno sì che a volte gli interlocutori si rivolgano loro in francese, come avviene nel seguente dialogo a Venezia tra Mademoiselle Joséphine e Bobby:

  • 16 Cf. Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. terrible: « Terribile: detto iperbolicame (...)

– Caro Bobby – diceva mademoiselle Joséphine con insinuante insistenza, – tu non senti questo terrible16 sirocco de Venise?
Il sirocco? Bobby non lo aveva inteso mai nominare.
Così, a grande velocità, Bobby visitava i monumenti di Venezia, e a mademoiselle Joséphine quasi si arrestava la digestione per il terrore di scender nelle acque.
Pas de peur, mademoiselle, ici l’on vous attrape avec la plus grande facilité – diceva Bobby. (495)

15Come in altri casi, nel riportare le parole di parlanti non nativi, Panzini riproduce eventuali errori di pronuncia. Così, nella battuta di Mademoiselle Joséphine, « sirocco », che Bobby fa finta di non capire, non è certo forma antica o regionale di scirocco, ma trascrizione italianizzata della pronuncia francese di sirocco.

Una crisi anche linguistica

16Come ho già anticipato, la vicenda narrata nella Madonna di Mamà mette in luce quella che è, per Panzini, una crisi di valori dettata dalla modernità, di cui la guerra mondiale diventa in qualche modo l’ultima e più terribile manifestazione. L’idea di un’epoca malata e degenere si collega inevitabilmente a un altro motivo tipico della scrittura panziniana, ossia il contrasto tra la sanità della vita provinciale, ancora legata alla tradizione, e l’ambiente di città, che, nel romanzo qui analizzato, è esemplificato dal palazzo della marchesa Barberina. Come ha scritto sempre Scappaticci,

  • 17 Alfredo Panzini, Lepida et Tristia. Novelle, Milano, Agnelli, 1901.
  • 18 Tommaso Scappaticci, Il caso Panzini, op. cit., p. 99-100.

Lo squallido quadro di una società priva di autentici valori culmina nella rappresentazione del fatuo e pettegolo salotto della marchesa, che riprende un motivo già accennato nelle Considerazioni gastronomiche di Lepida et tristia17 e propone una serie di macchiette emblematiche della moderna degradazione e impegnate in discussioni superficiali e insignificanti nella loro apparente serietà, fra maldicenze, paradossi e un continuo svariare fra gli argomenti alla moda. È in questo ambiente di vita mondana e salottiera che si attua la « conversione » di Aquilino, pronto a passare da un iniziale senso di fastidio a un adattamento alla situazione e a sanzionare la sua completa integrazione con il distacco definitivo dal paese […] e con il possesso prima della marchesa e poi dell’istitutrice18.

17Nel tracciare la parabola involutiva e amorale del protagonista, Panzini fa leva anche sulla componente linguistica, nella convinzione che l’italiano corrotto della modernità sia in fondo una delle espressioni di una più generale decadenza culturale. Fresco dei suoi studi scolastici, condotti sulla lingua dei classici latini e italiani (che ora è chiamato a insegnare), Aquilino vive inizialmente la sua esperienza a casa della marchesa come uno shock, che è anche uno shock linguistico, a cui tenta di opporre un’immediata resistenza, per quanto debole e inefficace. Si legga per esempio il seguente stralcio, tratto da uno dei primi dialoghi di Aquilino con Bobby:

– Dal Cairo a Capetown è tutto dominio inglese, e perciò è possibile.
– Ma chi lo dice?
– Miss Edith. E non farò una panne
– Dica panna in italiano.
– Ma la panna si mette nel tè!
La parola panna eccitò il riso di Bobby.
– Lei ride troppo – ammonì Aquilino.
– Io sono rigolo, rigolo, come dice mamà; e poi i bebi non devono esser melanconici.
Era inutile domandare di chi era questa sentenza: certo di miss Edith.
– Dica bimbi.
Bebi è più bello!
Gli faceva lui da pedagogo, ed era seccato (408).

  • 19 Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. panne.
  • 20 Riporto qui di seguito alcuni riferimenti ai Promessi Sposi presenti nella Madonna di Mamà: « Ma (...)

18Il passo dà diversi spunti di riflessione, a partire dall’uso di alcune parole straniere. Si noti innanzitutto l’equivoco costruito intorno al termine panne, che Aquilino, correggendo Bobby, non riconosce come falso amico, dimostrando oltretutto di non seguire il discorso del ragazzino sull’automobilismo. Il lemma è presente nel Dizionario moderno, in cui ne viene stigmatizzato l’uso: « Nel linguaggio degli automobilisti dicesi, per il solito mal vezzo, alla francese, panne, intendendo le fermate involontarie, per guasti19 ». A mio avviso, si può poi fare un’ulteriore considerazione. Tenendo presente l’ammirazione dell’autore per Manzoni20, così come la sua tendenza a intarsiare la prosa di dotte citazioni, a volte in chiave umoristica, mi pare strano che Panzini non voglia qui alludere al famoso passo manzoniano della Lettera al Carena del 1847 in cui, criticando l’eccessiva sinonimia proposta nel Vocabolario domestico, lo scrittore lombardo citava proprio la voce panna:

  • 21 Alessandro Manzoni, Sulla lingua italiana. Lettera a Giacinto Carena, in Scritti linguistici edit (...)

Ma quando, per esempio, trovo il vocabolo Panna accompagnato da quattro altre denominazioni, non posso a meno di non dire tra me, come lo dico a Lei con una sincerità ardita, perché viene dalla stima: cosa ci giova, in questo caso, d’avere un’abile e esperta guida, se ci conduce a un crocicchio, e ci dice: prendete per dove vi piace? Cosa ci giova, in questo caso, che ci sia chi ha riconosciuto con ottimo giudizio, e acquistato con nobile fatica il mezzo di sostituire l’unità alla deplorabile nostra moltiplicità, se sostituisce una moltiplicità a un’altra21?

19Alla luce di questo passo, le tre battute di dialogo tra Aquilino e Bobby assumono un significato più profondo, che va al di là del semplice equivoco linguistico. Se Manzoni si preoccupava di selezionare una sola parola tra i vari doppioni disponibili – una parola che potesse così “diventare” italiana –, a distanza di cinquant’anni Panzini sembra rispondere che la problematica unitaria posta nei termini manzoniani è ormai superata: « – Dica panna in italiano », corregge Aquilino. Per l’autore di Senigallia il problema non è più trovare la parola italiana, ma fare semmai i conti con una modernità che, a livello linguistico, ha introdotto nell’uso parole nuove in maniera indiscriminata, nel caso specifico panne, non un doppione, ma un termine straniero.

20Nel passo soprariportato è interessante anche la seconda correzione di Aquilino a Bobby, vale a dire bimbi per bebi, la quale trova una perfetta corrispondenza nella voce baby del Dizionario moderno:

  • 22 Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. baby.

*Baby: (pronuncia bèbi) in inglese vuol dir lo stesso che bébé francese, ma sembra più elegante, perché meno comune. Bimbo, bambolino, bimbetto, bambino, bamboccino, putto, « putelo », puttino, piccino, citto, cittino, mammolino sono pur belle parole di nostra lingua! Ma il bambino di fine eleganza spesso è baby e i suoi abiti da baby. V. Bébé22.

  • 23 Cf. ibid., s.v. gâteau: « voce francese, italianizzata talvolta in gatò: voce generica ed inutile (...)

21Nel romanzo sono poi presenti altri dialoghi in cui Aquilino corregge le abitudini linguistiche di Bobby (« E non potere, come con Bobby, proclamare: “Si dice dolci, e non gatô23” », 430). Tuttavia, il giovane insegnante si rende presto conto, e con fastidio, come sia l’allievo a fargli da precettore in ambito linguistico:

  • 24 Cf. ibid., s.v. five o’ clock: « (pronuncia, faiv o cloc) o compiutamente five o’ clock tea, locu (...)

Bastava che Aquilino si lasciasse sorprendere da una naturale curiosità, perché il piccolo Bobby vi si insinuasse pronto a dare tutte le spiegazioni di cui Aquilino sembrava avere bisogno: dal five o’ clock24 al plumcake; dal tennis ai corti circuiti della luce elettrica; ad un indovinello da risolvere. Quel faivoclòc, così ripetuto, era poi la parola più irritante. Gli pareva il verso di un gallinaccio. (411)

  • 25 Ibid., s.v. lawn-tennis: « (pronuncia, lon tenis) questo giuoco di nome inglese è di origine ital (...)

22Del resto, le correzioni di Aquilino nella sostituzione di alcuni termini stranieri nel linguaggio di Bobby cadono spesso nel vuoto. Così avviene per esempio per la coppia tennis-pallacorda (« Ecco aperta, Bobby, la via della vera grandezza! Lavarsi, non dir bugie, giocare alla pallacorda… / – Al tennis… / – Al tennis, come vuol lei; ebbene tutto questo sarà molto inglese, ma è troppo poco! », 412), che trova un opportuno commento nel Dizionario moderno25.

23All’inizio del romanzo Aquilino è dunque indubbiamente un “pesce fuor d’acqua”, la cui inadeguatezza si misura, tra l’altro, nella sua scarsa conoscenza delle lingue straniere e nella conseguente volontà di censurarle, oltre che, più in generale, nell’insistenza a voler trasmettere con il suo insegnamento quell’ideale di lingua e cultura su cui si è formato, ma a cui non è riconosciuto nessun particolare valore da chi lo circonda. D’altronde, nel corso di uno dei primi colloqui con la marchesa Barberina, quest’ultima non apprezza la preparazione di Aquilino, ma ne loda invece la pronuncia (« poi le dirò che mi piace molto la sua pronuncia, e questo è già un titolo… Bobby, in fondo, è italiano… », 404), spingendo poi il giovane, per questioni di pura facciata, a iscriversi alla « facoltà filologica » (404). Più oltre nel romanzo, il poeta Emme dirà ad Aquilino come, in un primo momento, lui fosse « quotato male » tra i frequentatori del salotto, a causa della sua provincialità culturale (« si sapeva di lei che lei per esempio non conosce l’inglese, pronuncia maluccio il francese, non ha viaggiato all’estero… », 441).

24Nel corso del romanzo Aquilino riuscirà a colmare la distanza che lo separa dalla modernità, nella lingua e nei comportamenti, imparando velocemente la lezione dall’esempio degli altri membri della famiglia, a partire, come si è già detto, dal giovane Bobby:

– Un goccettino di chartreuse
– Non bevo liquori.
– Ma è un rosolio!
– Non bevo rosoli.
– Oh!
– Ma questi son tutti libri francesi, inglesi! – Disse con stupore Aquilino. – Non è lei italiano!?
– Sì, ma l’italiano lo so. Conosce questo bel libro, Alice in Wonderland? Guardi che splendore di illustrazioni; adesso le racconto la storia di Waterbabies, il bimbo inglese mutato in pesciolino… Come? non la interessa?
(Tutte quelle cose inglesi, belle, producevano ad Aquilino un certo non so che, come se volessero dire: « Tu, Aquilino, sei brutto »). (409)

25Oltre a ribadire la difficoltà di Aquilino e il ruolo didattico di Bobby, quest’ultima citazione mostra che attraverso le parole del bambino è avanzata l’idea che lo studio dell’italiano e della sua tradizione, considerata antiquata, non sia necessario, poiché le novità degne di interesse provengono da altri paesi.

26In conclusione, La Madonna di Mamà appare come un esempio letterario significativo di usi plurilinguistici di inizio Novecento, in cui il ricorso a parole ed espressioni straniere, soprattutto francesi e inglesi, da un lato ha una funzione mimetica, dall’altro lato contribuisce a tracciare il quadro di una modernità degenerata a livello culturale e morale. Inoltre, la veste linguistica del romanzo, con riferimento ai forestierismi, è costruita da Panzini a partire dalle sue ricerche per il Dizionario moderno: La Madonna di Mamà diventa così un caso interessante di scambio fitto e proficuo tra attività lessicografica dell’autore e produzione narrativa.

Torna su

Note

1 Sul Diario sentimentale si veda Marco Antonio Bazzocchi, Premessa, in Alfredo Panzini, Diario sentimentale della guerra, edizione aumentata con inediti dal manoscritto, a cura di Marco Antonio Bazzocchi, testo a cura di Riccardo Gasperina Geroni, Rimini, Pendragon, 2014, p. 7-18.

2 Alfredo Panzini, La Madonna di Mamà, in Sei romanzi fra due secoli, Milano, Mondadori, 1939, p. 375-522. Tutte le successive citazioni del romanzo sono tratte da questa edizione.

3 Alfredo Panzini, Diario sentimentale della guerra, op. cit., p. 22.

4 Renato Serra, « Alfredo Panzini », La Romagna, vol. VII, no 5-6, 1910, p. 177-212. Per il rapporto tra Panzini e Serra si veda Corrado Pestelli, Ironia di naufragi. Serra, Panzini, Palazzeschi, Bazlen, Pratolini, Bilenchi, Firenze, Cesati, 2018, p. 13-91.

5 Alfredo Panzini, La Madonna di Mamà, op. cit., p. 377.

6 Tommaso Scappaticci, Il caso Panzini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000, p. 97.

7 Negli anni 1908, 1918, 1923, 1927, 1931 e 1935. Panzini morì il 10 aprile 1939, mentre lavorava all’allestimento dell’ottava edizione, uscita poi postuma nel 1942 Alfredo Schiaffini e di Bruno Migliorini (dir.), un’edizione a cui, tra l’altro, ne seguirono altre due, nel 1950 e nel 1956. Sul Dizionario moderno e sulle posizioni linguistiche di Panzini, si rimanda a Gaetano Rando, « Anglicismi nel “Dizionario moderno” dalla quarta alla decima edizione », Lingua Nostra, vol. XXX, 1969, p. 107-112; Giovanna Ioli, « Panzini e il purismo perplesso », in Ennio Grassi (dir.), Alfredo Panzini nella cultura letteraria italiana fra ’800 e ’900, Rimini, Maggioli, 1985, pp. 309-326; Fabio Marri, « Le gioie di un lessicografo artista », in M. Pazzaglia (dir.), Fra Bellaria, San Mauro e Savignano, atti del convegno “Panzini oggi” (San Mauro Pascoli e Savignano sul Rubicone – 28 e 29 maggio 1994), Firenze, La Nuova Italia, 1995, p. 55-85; Luca Serianni, « Panzini lessicografo tra parole e cose », in Giovanni Adamo e Valeria Della Valle (dir.), Che fine fanno i neologismi? A cento anni dalla pubblicazione del “Dizionario moderno” di Alfredo Panzini, Firenze, Olschki, 2006, p. 55-78; Marianna Franchi, « Il “Dizionario moderno” e l’evoluzione del “purismo” panziniano », in Mariangela Lando (dir.), Panzini scrittore europeo, Bologna, Pendragon, 2014, p. 71 - 89; Claudio Marazzini, « Zingarelli, Cappuccini e Panzini attraverso Migliorini. Lessicografia dell’uso e parole nuove in Italia nella prima metà del Novecento », Lingua e stile, no 2, 2014, p. 267-299; Maddalena Sarti, « Alfredo Panzini e il Dizionario Moderno », Studi Novecenteschi, no 2, 2014, p. 393-408.

8 Alfredo Panzini, Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani, 3a edizione rinnovata e aumentata, Milano, Hoepli, 1918, s.v. gaffe.

9 Ibid., s.v. enchanté.

10 Ibid., s.v. grossier.

11 Ibid., s.v. souffre-douleur.

12 Ibid., s.v. season.

13 Ibid., s.v. flirt.

14 Ibid., s.v. miss.

15 Cf. i seguenti passi della Madonna di Mamà: « Ogni tanto un sorriso a destra su la spalla destra: ogni tanto un sorrisino a sinistra su la spalla sinistra, accompagnato da un lieve chinar della testa, e quelle parolette, yes, please, merci, grand-merci, s’il vous plaît. Però, bèzzica qua, bèzzica là, ella [Miss Edith] mangiava più che non paresse. Con Aquilino era gentile, ma parlare… oh, quanto a parlare era inutile! Do you speak English? – aveva chiesto. – Noh? Allemand? Nooh? Francesse? » (419) e « Il suo aspetto [di Mademoiselle Joséphine] era quanto mai imponente: il suo italiano, dopo venti anni di residenza in Italia presso le plus aristocratiche e respectable [sic] famiglie, come ella diceva, si manteneva un campionario delle sconcordanze. Delicatezza e rispetto, costituivano le due specialità che impartiva insieme alle tre lingue, francese, tedesco, inglese, indifferentemente, essendo ella, non si capiva più se francese, se tedesca, se inglese. Era a tre usi » (475).

16 Cf. Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. terrible: « Terribile: detto iperbolicamente per cosa da poco, che terribile non è, risente della maniera francese. Certo è molto nell’uso, e vorrei dire acclimato fra noi ».

17 Alfredo Panzini, Lepida et Tristia. Novelle, Milano, Agnelli, 1901.

18 Tommaso Scappaticci, Il caso Panzini, op. cit., p. 99-100.

19 Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. panne.

20 Riporto qui di seguito alcuni riferimenti ai Promessi Sposi presenti nella Madonna di Mamà: « Ma verrà il giorno… » (391); « Se per far l’avvocato, questo egli non sapeva; ma per imparare come è fatta quella stregoneria della legge, questo sì, sapeva, già che si deve vivere in questo mondo » (400); « E così io, signora marchesa, se lei desidera, le posso mutare tutti i Romani in tanti padri Cristofori del Manzoni » (427); « – E allora – disse Aquilino – si accontentava anche il filosofo peripatetico del tempo di Don Ferrante e di Donna Prassede quando diceva che la materia ora è caos, ora è una selva, or massa, or peccato, ora tabula rasa, ora prope nihil, ora neque quid, neque quale, neque quantum, e per esprimere tutte queste definizioni con una sola parola, che la materia est tamquam foemina » (436).

21 Alessandro Manzoni, Sulla lingua italiana. Lettera a Giacinto Carena, in Scritti linguistici editi, Angelo Stella e Maurizio Vitale (dir.), vol. 19 dell’“Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni”, Milano, Centro nazionale studi manzoniani, 2000, p. 34.

22 Alfredo Panzini, Dizionario moderno, op. cit., s.v. baby.

23 Cf. ibid., s.v. gâteau: « voce francese, italianizzata talvolta in gatò: voce generica ed inutile per indicare dolci di pasta frolla, lievitata o di pasta sfogliata, ma di una certa dimensione e che prendono nomi speciali secondo le regioni e gli ingredienti di cui sono fatti ».

24 Cf. ibid., s.v. five o’ clock: « (pronuncia, faiv o cloc) o compiutamente five o’ clock tea, locuzione inglese, cioè il tè delle cinque, costumanza inglese da noi imitata, di prendere questa bevanda in tale ora ».

25 Ibid., s.v. lawn-tennis: « (pronuncia, lon tenis) questo giuoco di nome inglese è di origine italiana (V. Foot-ball). Il Lawn-tennis è l’antico giuoco della Pallacorda, del quale fu scritto un trattato sino dal 1555. (Cf. Scaino, Trattato del giuoco della palla, in Venezia.) Ma chi fra i nobili signori italiani adopera la parola Pallacorda? Voce semi-spenta! ».

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliogafica

Matteo Grassano, «Una lingua per tre»Italies, 26 | 2022, 181-192.

Notizia bibliogafica digitale

Matteo Grassano, «Una lingua per tre»Italies [Online], 26 | 2022, online dal 28 mars 2023, consultato il 16 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/italies/10050; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/italies.10050

Torna su

Autore

Matteo Grassano

Università di Bergamo

Torna su

Diritti d'autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search