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HomeNumeri83VariaMichel foucault e “Raymond Roussel”

Abstract

The present paper focuses on a specific aspect of Michel Foucault’s interest in literature, addressing his study on the French poet and novelist Raymond Roussel. Published only few days before The Birth of the Clinic: An Archaeology of Medical Perception (1963), Death and the Labyrinth (1963) provides a philosophical reading of some Roussel’s writings, in a constant confrontation with the posthumous essay How I Wrote Certain of My Books (1935) in which Roussel explains his peculiar process of composition. Here, I propose considering that Death and the Labyrinth offers not only a critical account on the relationship between philosophy and literature, but it also displays the significance of philosophy towards the study of literature. From this perspective, I will mainly focus on three themes – the death of the language; the repetition of the language; the duality of the language –, showing also that the first source of the Foucauldian further interest on the relationship between “words” and “things” has been Roussel’s oeuvre.

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Testo integrale

1.

  • 1 In estrema sintesi, negli anni Sessanta la letteratura assume un valore strategico nel più generale (...)

1Nel corso degli anni Sessanta, la letteratura esercita una funzione talmente complessa nei testi di Michel Foucault da non consentire di ricostruire un quadro unitario di nozioni e metodologie, senza correre il rischio di adottare una prospettiva che possa risultare riduttiva o generalizzante. A prescindere dall’eterogeneità dei documenti e delle trascrizioni all’interno dei quali tale tema appare come presenza costante – monografie, articoli brevi, articoli lunghi, testi per conferenze, recensioni, introduzioni, prefazioni, postfazioni, interviste e conversazioni, dibattiti, trasmissioni radiofoniche –, basti dire che la letteratura non viene mai trattata da Foucault come oggetto di un’analisi critica tout court1.

  • 2 Foucault (1966), tr. it. 1967: 5-14. Se non diversamente indicato, le traduzioni dal francese sono (...)

2Nella riflessione foucaultiana, la letteratura è perlopiù chiamata in causa attraverso una costellazione ben definita di autori che comprende, tra gli altri, Artaud, Bataille, Beckett, Blanchot, Bonnefoy, Borges, Breton, Cervantes, René Char, Diderot, Flaubert, Hölderlin, Kafka, Klossowski, Lautréamont, Mallarmé, Nerval, Omero, Proust, Rabelais, Racine, Rilke, Roussel, Sade, Shakespeare, Sterne, Jules Verne. Anche nei testi in cui sono presenti brevi estratti da opere finzionali – come nel caso della tassonomia che funge da introduzione a Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1966), tratta dal racconto “La lingua analitica di John Wilkins” (1942) di Borges2 –, la prospettiva adottata da Foucault risponde a un’esigenza di carattere esemplificativo, se non didascalico o esplicativo, che è spesso legata a una riflessione sul linguaggio o, in alternativa, alla ricostruzione del modo in cui si sono costituiti alcuni particolari oggetti in determinati periodi storici.

  • 3 Foucault (1963a), tr. it. 2001. La pubblicazione dell’opera è anticipata nel 1962 dal saggio Dire e (...)

3Tale approccio deriva da una costante problematizzazione della letteratura, in altri termini, da una domanda – che è anche una messa in questione e un’interrogazione –, la cui formulazione presenta una profonda affinità con quelle che saranno le successive problematizzazioni attraverso cui Foucault si rivolgerà, ad esempio, all’analisi del linguaggio, dell’esperienza, dei dispositivi di controllo, della sessualità. E, del resto, la letteratura stessa – in quanto pratica – è istituita da un evento, all’interno di quella dimensione in cui la domanda sulla sua essenza non cessa mai di essere posta. Alla luce di quanto appena detto, il presente articolo intende concentrarsi sul secondo dei cinque volumi apparsi – in ordine cronologico – negli anni Sessanta: Raymond Roussel 3 (1963), il cui oggetto di analisi corrisponde in maniera emblematica al suo titolo.

  • 4 Gli interventi di Foucault sulla letteratura sono reperibili in Foucault 2001: 187-874 e parzialmen (...)
  • 5 Si rimanda l’approfondimento di alcune essenziali macro-nozioni – tra cui, autore, scrittura e oper (...)

4Attraverso una lettura circostanziale e dettagliata del saggio, si avrà cura di chiarire la postura assunta da Foucault nei confronti dei testi di Roussel, nonché la particolare posizione che questo volume occupa all’interno della sua opera, tenendo presente che molti dei temi trattati – e, nello specifico, il raddoppiamento o sdoppiamento del linguaggio, la ripetizione del linguaggio e la morte del linguaggio – assumeranno un valore cruciale nella successiva ricerca foucaultiana e, in particolare, ne Le parole e le cose e in alcuni saggi come La follia, l’assenza d’opera (1963), Prefazione alla trasgressione (1964), Il pensiero del di fuori (1966), Che cos’è un autore? (1969)4. Scopo ulteriore di tale operazione è quello di mostrare che Raymond Roussel è un’opera emblematica anche per analizzare il compito che la filosofia assume nei confronti dell’inquadramento teorico della letteratura e del suo valore strategico, un compito su cui Foucault si sofferma a lungo nelle conferenze su letteratura e linguaggio tenute a Bruxelles nell’anno successivo alla pubblicazione del saggio su Roussel5.

2.

  • 6 Foucault 2001: 1420. A eccezione di questo riferimento, per esigenze di carattere metodologico, la (...)

5A distanza di vent’anni dall’uscita del volume – nell’intervista con Charles Ruas (1983), rilasciata in occasione della pubblicazione della traduzione inglese del testo che sarebbe apparsa nell’anno successivo –, Foucault ricorda di aver scoperto casualmente l’opera di Raymond Roussel nella libreria “José Corti” di Parigi nel 1957, attratto da una copia di La vue (1904) – un’opera in versi in cui viene minuziosamente descritto un paesaggio marino raffigurato su un portapenne e coperto da una lente di vetro. Pur considerando la distanza temporale che separa questa intervista dalla scrittura del saggio, nonché gli sviluppi delle sue ricerche, è certamente significativo il fatto che Foucault affermi che tra gli aspetti che maggiormente lo avevano colpito dell’intera opera, vi era il modo in cui Roussel si era preso carico del rapporto tra letteratura, linguaggio e scrittura, cogliendo il problema del linguaggio nella sua dimensione letteraria e rientrando, così, all’interno di quel gruppo di autori per i quali «la costruzione letteraria» e il «“gioco di linguaggio” sono direttamente legati»6.

  • 7 Foucault 2001: 1420.
  • 8 Ad esempio, Leiris (1935), tr. it. 1985; Carrouges 1953; Robbe-Grillet 1963.
  • 9 Foucault 1996: 80. A margine di una chiara eco del lessico di Blanchot, segnaliamo che tale «infini (...)

6Come è noto, questo è anche uno dei motivi per i quali i testi di Roussel non vennero favorevolmente accolti nel periodo storico in cui apparvero, intercettando soltanto l’interesse di André Breton e di altri esponenti del surrealismo e, poi, quello della critica letteraria francese degli anni Cinquanta e Sessanta, cioè di quel momento «in cui il problema del rapporto tra letteratura e struttura linguistica non era solamente un tema teorico, ma anche un orizzonte letterario»7. E, in effetti, alla pubblicazione dell’opera di Foucault nel 1963, il nome di Roussel è ben radicato all’interno del contesto critico, come mostrano gli interventi, tra gli altri, di Leiris e Robbe-Grillet che, attraverso una serie di articoli dedicati all’opera dello scrittore parigino, abilitano e incoraggiano una riflessione sulle tecniche compositive da lui adottate8. Inoltre, questa rinnovata attenzione viene testimoniata dalla decisione della casa editrice Jean-Jacques Pauvert di ristampare tutti i suoi scritti; l’operazione, intrapresa nel 1964, viene fortemente sostenuta da Foucault, il quale, in un breve articolo dello stesso anno, elegge Roussel a “precursore della nostra letteratura moderna”, affermando che in La Vue – in maniera analoga a quanto accade in Le Voyeur (1955) di Robbe-Grillet – «la descrizione non è affatto fedeltà del linguaggio all’oggetto, ma nascita sempre rinnovata di un infinito rapporto fra le parole e le cose»9.

  • 10 Foucault 1996: 79.
  • 11 Ivi: 80.

7Nel medesimo articolo, Foucault individua due rami nell’opera di Roussel: da una parte, La Doublure (1897) e La Vue, cioè le «opere descrittive» in cui il «linguaggio è appoggiato sulle cose; meticolosamente, ne percorre i dettagli, ma senza prospettiva né proporzioni; tutto è visto da lontano ma con uno sguardo così penetrante, così sovrano e così neutro che anche l’invisibile affiora in un’unica luce immobile e liscia»10; dall’altra parte, Impressions d’Afrique (1910) e Locus Solus (1914) in cui lo «stesso linguaggio, teso come una tovaglia, serve a descrivere l’impossibile»11. Sia nel primo raggruppamento, sia nel secondo, il linguaggio letterario – per mezzo dell’opera – permette di osservare le caratteristiche più minute delle cose che si trovano nel mondo o che sono state create dall’immaginazione dell’autore.

  • 12 Ivi: 81.
  • 13 Le traduzioni italiane di Locus Solus e del testo del 1935 sono raccolte in Roussel 1975, in cui ap (...)
  • 14 In un passo dell’articolo menzionato poco sopra, Foucault afferma che – essendo per metà animata da (...)
  • 15 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 34.

8Ora, nell’opera di Roussel, questo rapporto tra il linguaggio e la descrizione delle cose, viene, in un certo senso, complicato e potenziato dalla presenza di una «trappola supplementare»12 resa nota nel testo postumo Comment j’ai écrit certains de mes livres (1935), in cui lo scrittore rivela il procedimento e la tecnica di scrittura adottati per la composizione di quattro opere – Impressions d’Afrique, Locus Solus, L’Étoile au front (1925), La Poussière de soleils (1927)13. Di questo testo, Foucault si occupa estesamente nel primo capitolo di Raymond Roussel (“La soglia e la chiave”) e, ancor prima, nel saggio del 1962, riflettendo, in entrambi i luoghi, sia sulle particolari contingenze che hanno portato alla sua pubblicazione, sia sugli effetti che tale rivelazione ha provocato sulla ricezione dell’opera rousselliana. Di fatto, svolgendo una funzione simile a quella di uno specchio che sdoppia le opere stesse14, il testo «“segreto e postumo”»15 non è un perno attorno a cui far metaforicamente ruotare alcune opere al fine di ridurre la dimensione mimetica a un’organizzazione compositiva astratta; al contrario, esso si trova al vertice di un triangolo, ai cui due restanti vertici appaiono la morte di Roussel e la scena, per così dire, di questa morte. Tuttavia, per comprendere appieno la complessità di tale figura, è necessario soffermarsi su alcune brevi note biografiche che affronteremo nel prossimo paragrafo.

3.

  • 16 Sciascia 2020. Sebbene le indagini compiute non siano state accurate abbastanza da stabilire con ce (...)

9Come viene riportato da Leonardo Sciascia nel suo racconto-resoconto Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971)16, il 14 luglio del 1933, il cadavere di Roussel viene ritrovato in una stanza dell’Hotel Des Palmes di Palermo, su un materasso posizionato sul pavimento e, più precisamente, adiacente alla porta comunicante con la stanza della sua accompagnatrice Charlotte Fredez (Charlotte Dufresne, nel verbale dei gendarmi che ritrovarono il corpo), una porta solitamente aperta e che, da qualche giorno, Roussel chiudeva a chiave. Lo scrittore parigino si era trasferito a Palermo da poco più di un mese e, qualche giorno prima della partenza, aveva consegnato un manoscritto al suo stampatore – chiaramente, Comment j’ai écrit certains de mes livres –, precisando che il testo non sarebbe dovuto apparire prima della sua morte.

  • 17 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 34.
  • 18 Ivi: 35.

10Nel Raymond Roussel, Foucault riflette sulla posizione in cui il corpo è stato ritrovato e sulle disposizioni date per la pubblicazione del saggio per mostrare come la stessa morte dell’autore – il suo suicidio – sia parte di una cerimonia: si tratta della «cerimonia del segreto» in cui il corpo di Roussel è «l’ultimo testo […] immobile, contro la porta»17 e il segreto che questo corpo-testo rivela «elude ciò che promette o piuttosto lo rimanda al di là di ciò che può svelare, a un’interrogazione che coinvolge tutto il linguaggio di Roussel»18. Dunque, le figure rappresentate dalla soglia e dalla chiave si intrecciano in maniera emblematica con i gesti del dire e del vedere, giacché la pubblicazione postuma è il testo che permette non di esplorare il contenuto finzionale delle opere, bensì di considerare il linguaggio letterario dal punto di vista morfologico.

  • 19 Ivi: 40.
  • 20 Ivi: 38.

11Il procedimento di Roussel si basa, infatti, su uno spostamento formale che rende ogni frase passibile di un’interpretazione infinita, giacché «ogni parola è allo stesso tempo animata e distrutta, riempita e svuotata dalla possibilità che ce ne sia una seconda: questa o quella, o né l’una né l’altra, ma una terza, o niente»19. Mettendo in relazione Comment j’ai écrit certains de mes livres con la lente descritta in La Vue, Foucault propone di considerare un’essenziale separazione tra l’opera e il procedimento, nello stesso modo in cui «il piccolo vetro bombato non è la spiaggia della quale rivela e protegge la luce quando uno sguardo varca la necessaria soglia»20.

  • 21 Ivi: 38-39.

12Dunque, la rivelazione di una insospettata metodica che sottende e genera l’opera con minuziosa sistematicità non è la chiave che garantisce l’accesso ai testi di Roussel, nella misura in cui questo stesso procedimento trasforma «ogni parola in una possibile trappola reale, poiché la sola possibilità dell’esistenza di un doppio fondo apre per chi ascolta uno spazio di infinita incertezza»21. Di conseguenza, il gioco di Roussel resta un enigma, proprio perché si dà nel (e come) raddoppiamento [dédoublement] del linguaggio, trovando spazio all’interno della scrittura, anzi, della «più attenta di tutte le scritture» che

  • 22 Ivi: 66.

controlla tutti i giochi impercettibili e frammentari dell’aleatorio, che ha colmato tutti gli interstizi da cui avrebbe potuto fuggire, soppresso le lacune, cancellato le possibili deviazioni, esorcizzato il non-essere che circola nel momento in cui parliamo, che ha organizzato uno spazio pieno, solido, massiccio in cui le parole non sono minacciate da niente finché restano sotto l’obbedienza del loro Principio, che ha innalzato un mondo verbale i cui elementi, in piedi e stretti gli uni contro gli altri, scongiurano l’imprevisto, che ha pietrificato un linguaggio che, rifiutando il sogno, il sonno, la sorpresa e in generale l’evento, può lanciare al tempo una sfida essenziale22.

13Lungi dall’essere un semplice esercizio di virtuosismo linguistico fine a se stesso in cui le parole e le frasi vengono scomposte e ricomposte secondo regole di affinità sonora o grafica, il procedimento di Roussel indica la duplice natura del linguaggio che è, allo stesso tempo, un insieme di segni scritti – disposti secondo un preciso ordine all’interno della pagina – e uno strumento che consente di dire le cose, di designarle, di indicarle.

  • 23 Ivi: 43.
  • 24 Ivi: 44. Cfr. l’introduzione di Guareschi in Foucault (1963a), tr. it. 2001, in particolare: 19-27. (...)

14Riarticolando i rapporti tra significante e significato all’interno della costruzione letteraria, Roussel privilegia la forma della parola – l’insieme di segni da cui è composta –, mettendo in secondo piano il contenuto della narrazione, anzi, subordinandolo a un procedimento di carattere morfologico. In questo senso, il raddoppiamento (o sdoppiamento) del linguaggio non fa che metterne in evidenza la “lacuna” principale, ovverosia la «meravigliosa proprietà del linguaggio di essere ricco della sua miseria»23: come precisa Foucault, Roussel «non intende sdoppiare il reale con un altro mondo, ma negli sdoppiamenti spontanei del linguaggio, scoprire uno spazio insospettato per ricoprirlo di cose ancora non dette»24.

  • 25 Cfr. Foucault 2001: 241-242. Rimandiamo a Ardovino 2019 per un approfondimento sulla «“pratica” del (...)

15Proprio riflettendo sulla natura di tale procedimento, Foucault traccia una figura entro cui inscrivere l’opera di Roussel, individuando quattro termini di riferimento, cioè: 1) il racconto, che cela il procedimento; 2) il procedimento, che determina la struttura del racconto; 3) l’evento, che scaturisce dall’unione tra racconto e procedimento ed è di per sé irraggiungibile; 4) la ripetizione che è il meccanismo che innesca l’attivazione del procedimento all’interno del racconto, rinnovando – di lettura, in lettura – l’evento stesso della letteratura25. Questa figura a quattro termini viene dominata e, allo stesso tempo, disfatta dalla morte del linguaggio e dalla morte di Roussel, rispettivamente rappresentate dalla chiave contenuta nel saggio del 1935 e dalla soglia che viene fisicamente occupata dal corpo di Roussel nella stanza in cui viene ritrovato.

4.

16Come si è avuto modo di anticipare nel precedente paragrafo, il problema che viene principalmente messo in luce dal procedimento adottato da Roussel è quello dell’arbitrarietà del segno e della sua essenziale ambiguità. Si tratta di due caratteristiche che evidenziano quanto l’insieme delle parole che abbiamo a disposizione non sia sufficientemente grande da poter accogliere l’insieme delle cose che possono essere dette. In tal senso, la tecnica rousselliana di composizione conduce verso una riflessione sulla natura del linguaggio e, più nello specifico, sul rapporto tra le parole e le cose, come lo stresso Foucault sottolinea in un passo che riportiamo di seguito nella sua interezza.

  • 26 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 42.

L’identità delle parole – il semplice fatto, fondamentale nel linguaggio, che esistono meno vocaboli che designano che cose da designare – è essa stessa un’esperienza dal duplice aspetto: essa rivela nella parola il luogo di un incontro imprevisto fra le figure più lontane del mondo (è la distanza abolita, il punto di scontro degli esseri, la differenza raccolta su se stessa in forma unica, doppia, ambigua, minotaurica). Inoltre, mostra uno sdoppiamento del linguaggio che, a partire da un unico nucleo, si stacca da se stesso e fa nascere continuamente altre figure (proliferazione della distanza, vuoto che nasce sotto i passi del doppio, crescita labirintica di corridoi simili e differenti)26.

17In senso esemplificativo, si tratta di un fenomeno legato: 1) alla forma, perché una sola parola ne nasconde molte altre al suo interno (ad esempio, limitandoci a una semplice scomposizione, il termine ‘contemporaneità’ racchiude in sé i termini ‘rane’, ‘conte’, ‘tempo’, ‘contempo’, ‘temporanei’, ‘temporaneità’, ‘contemporanei’); 2) al significato, perché una sola parola può indicare cose che differiscono tra di loro (la contemporaneità di un evento oppure la contemporaneità di un’opera d’arte); 3) alla posizione, perché una sola parola può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui viene enunciata (in questo caso, è chiaro che il termine ‘contemporaneità’ non ha un significato univoco ma mutevole).

  • 27 Cfr. Foucault (1993), tr. it. 1993: 21-27. Senza pretese di esaustività, precisiamo che, già in que (...)
  • 28 Riferendosi alle maschere del carnevale di Nizza descritte ne La Doublure, nel 1962 Foucault si era (...)

18Questa triplice ambiguità – che, riprendendo un passo del saggio introduttivo a Binswanger del 1954, potremmo definire morfologica, semantica e strutturale27 – sintetizza la postura che Foucault assume nei confronti dell’opera di Raymond Roussel, se si considera che il saggio esplora il problema del linguaggio, approfondendo la triplice relazione tra: 1) linguaggio e forma in quanto ripetizione del linguaggio; 2) linguaggio e segno in quanto raddoppiamento (o sdoppiamento) del linguaggio; 3) linguaggio e significato in quanto morte del linguaggio. Entro tale prospettiva, lo sdoppiamento del linguaggio nel linguaggio letterario non è che un richiamo all’arbitrarietà della forma, all’evidenza del segno e alla presenza inaccessibile del significato28.

  • 29 Foucault (2013), tr. it. 2015: 58.

19Dunque, al centro dello studio di Michel Foucault sull’opera di Raymond Roussel si trova una riflessione sulla funzione strategica della letteratura che – stando a quanto Foucault afferma nella prima sessione delle conferenze di Bruxelles – è anch’essa parte di una figura a tre termini, essendo «il vertice di un triangolo attraverso il quale passa la relazione tra il linguaggio e l’opera, e tra l’opera e il linguaggio»29. Inoltre, supponendo la presenza di una continuità tra Raymond Roussel e le conferenze del 1964, notiamo un’analogia tra il primo triangolo costituito dal corpo di Roussel, dalla scena della morte e dal testo postumo, e il secondo triangolo costituito da letteratura, linguaggio e opera: nel caso emblematico dell’opera di Roussel, la letteratura determina la coappartenenza di morte e linguaggio a partire da un duplice gesto di ripetizione e sdoppiamento (o raddoppiamento) che corrisponde, a sua volta, al procedimento rivelato dal testo postumo.

20Del resto, è noto l’esempio tratto da Impressions d’Afrique, il cui incipit è «Les lettres du blanc sur les bandes du vieux billard» e la cui conclusione è «Les lettres du blanc sur les bandes du vieux pillard», in cui, modificando la sola iniziale di una sola parola (b-illard/ p-illard), Roussel costruisce due frasi morfologicamente affini ma sintatticamente opposte, poiché – nella prima e nella seconda formulazione – “lettres” è il termine che indica i segni e le missive; “blanc”, il gesso e l’uomo bianco; “bandes”, le sponde e le orde. Cogliere la duplicità del linguaggio significa riconoscerne: da una parte, la positività che è ancorata alla forma e al segno; dall’altra parte, la negatività che è conseguenza diretta della sua fragilità (o ambiguità).

  • 30 Foucault (1963a) tr. it. 2001: 49.
  • 31 Ibidem.
  • 32 Ivi: 50.
  • 33 Ibidem.
  • 34 Ibidem.

21A partire dalla frase “eponima” delle Impressions d’Afrique che, per generalizzazione, potrebbe corrispondere a ciascuna delle frasi ignote che innescano il procedimento rousselliano, Foucault parla di un «contro-testo [che] non è solamente contro-senso ma anche contro-esistenza e negatività pura»30; di un’«antifrase [che] dice ciò che ha da dire solo attraverso un rituale precauzionale in cui ogni peripezia le impone una sorta di attenuazione dell’esistenza»31; che «non è più un linguaggio posto a livello delle cose» e che viene «proferita non senza solennità da uno dei personaggi della storia, in generale da colui che la racconta»32. Dunque, passando «dalla frase alla controfrase» si effettua un passaggio «dallo spettacolo alla scena, dalla parola-cosa alla parola-replica»33 in cui la controfrase ha il compito di enunciare «il testo ordinato e completo dove figurano, aggrovigliate sulle sponde del biliardo, le lettere di gesso bianco; dice ciò che manca a queste lettere, ciò che nascondono e che da esse traspare: il loro negativo nero, e pertanto il loro senso chiaro positivo, le lettere del bianco…»34.

  • 35 Ivi: 51.

22L’antifrase (o controfrase) è, quindi, la rappresentazione del linguaggio nel suo sdoppiamento, la ripetizione di un linguaggio che «fende come una lama affilata l’identità delle cose, mostrandole irrimediabilmente doppie e separate da loro stesse anche nella loro ripetizione, e questo nel momento in cui le parole ritornano alla loro identità in una sovrana indifferenza per tutto ciò che differisce»35 poiché

  • 36 Ivi: 52.

così come l’antifrase si insinua nel linguaggio attraverso l’apertura di una minuscola differenza, la ripetizione annoda parole identiche a partire da uno spostamento quasi impercettibile. La ripetizione e la differenza sono talmente intrecciate e s’incastrano con tanta precisione che risulta impossibile determinare quale venga prima dell’altra. Tale meticolosa concatenazione conferisce a tutti questi piani un’improvvisa profondità, proprio dove la piattezza di superficie appariva necessaria. Si tratta di una profondità puramente formale che scatena sotto la narrazione un gioco di identità e differenze, che si ripetono come negli specchi, passando senza sosta dalle cose alle parole, perdendosi all’orizzonte ma ritornando sempre a se stesse36.

  • 37 Ivi: 67.
  • 38 Foucault (1966), tr. it. 1967: 410.
  • 39 «Riportato alla distruzione di sé che è anche la casualità della sua nascita, il linguaggio aleator (...)
  • 40 Ivi: 67.

23Queste definizioni – antifrase, controfrase e controparola, le quali, a loro volta, generano un contro-testo, un contro-senso, una contro-esistenza, propri di un’opera che «nasce controcorrente rispetto alla letteratura»37 – condurranno a quella nozione di letteratura come “controdiscorso” che, ne Le parole e le cose, annuncerà la riapparizione dell’essere vivo del linguaggio sul limitare dell’età moderna. Una riapparizione che è determinata proprio dalle opere di autori come Roussel, in cui «il linguaggio, polverizzato da un “caso” sistematicamente predisposto, racconta incessantemente la ripetizione della morte e l’enigma delle origini sdoppiate»38. Nella prospettiva foucaultiana, dunque, Roussel non ha fatto altro che riprodurre il rapporto tra negatività e positività che caratterizza il linguaggio, legando alla sua morte la rivelazione di un segreto39: la comunicazione del procedimento per il quale pillard è, allo stesso tempo, legata a billard e da essa separata, indica uno dei motivi per i quali tale opera tenta di «organizzare, secondo il discorso meno aleatorio possibile, la più inevitabile delle casualità»40.

5.

  • 41 Ivi: 78.
  • 42 Ivi: 35.
  • 43 Ivi: 91.

24La “seconda navigazione”41, resa possibile da Comment j’ai écrit certains de mes livres, mette continuamente in questione lo statuto del linguaggio, a partire dalla morte di Roussel o, meglio, dal reperimento del suo “corpo-testo” collocato sulla soglia e inevitabilmente legato all’apparizione del testo postumo, che costituisce la chiave – la «cifra cifrante e cifrata»42 – dell’opera. Si può dire che lo stesso Roussel sia al centro di uno sdoppiamento, essendo colui che si trova al centro sia della ripetizione del linguaggio, sia della morte del linguaggio, al punto che la pubblicazione postuma «sarebbe dunque l’ultima delle sue macchine, la macchina che, comprendendo e ripetendo nei suoi meccanismi tutte quelle che un tempo aveva descritto e fatto funzionare, rende visibile il meccanismo che le aveva portate all’esistenza»43.

  • 44 Sabot 2015: 1554.
  • 45 «In questo libro si parla dello spazio, del linguaggio e della morte; si parla dello sguardo» (Fouc (...)
  • 46 Ivi: 6.
  • 47 Ivi: 211.
  • 48 Ivi: 157.
  • 49 Foucault si soffermerà estesamente sulla relazione tra morte e letteratura ne Le parole e le cose, (...)

25Ora, seguendo quanto già messo in evidenza da Philippe Sabot, Raymond Roussel condivide una certa affinità con Nascita della clinica, come mostrano gli appunti relativi alla scrittura del volume, in cui Foucault richiama tre coppie tematiche – «1) Lo sguardo e le cose (La Vue, La Doublure); 2) La morte e i dispositivi (Impressions d’Afrique, Locus Solus); 3) Il linguaggio e le metafore (Nouvelles Impressions d’Afrique44 – che rimandano inevitabilmente all’“archeologia dello sguardo medico” e al suo incipit45. Inoltre, così come Nascita della clinica si occupa di analizzare il modo in cui «il rapporto del visibile e dell’invisibile, necessario ad ogni sapere concreto, ha cambiato struttura e ha fatto apparire sotto lo sguardo e nel linguaggio ciò che era al di qua e al di là del loro dominio»46, in Raymond Roussel questo rapporto tra visibilità e invisibilità viene sviluppato a partire dallo sdoppiamento del linguaggio, dalla sua ripetizione e dalla sua morte. Del resto, come lo stesso Foucault segnala nella parte conclusiva del saggio, la riconfigurazione dei rapporti tra visibile e invisibile non investe soltanto l’ambito medico, ma anche il linguaggio letterario, al punto che l’«esperienza medica è […] apparentata ad un’esperienza lirica che ha cercato il proprio linguaggio da Hölderlin a Rilke»47. Tale apparentamento deriva dalla nuova articolazione del rapporto tra sapere e vedere in cui il tema della finitudine è sostanziato – ancora una volta – da una triangolazione, cioè dalla «trinità tecnica e concettuale» costituita dalla vita, dalla malattia e dalla morte48. Si tratta, dunque, di riconoscere che il linguaggio letterario è interamente attraversato dal limite costitutivo dell’essere umano che è, allo stesso tempo, la sua condizione fondamentale di esistenza49.

  • 50 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 180.
  • 51 Foucault 2001: 243.

26I temi della morte, del linguaggio e della scrittura erano stati continuamente chiamati in causa da Foucault nella riflessione sull’opera di Roussel, che prende le mosse dalla pubblicazione postuma e termina con un dialogo tra due interlocutori anonimi all’interno del quale il legame tra le parole e le cose viene declinato secondo il rapporto tra visibilità e invisibilità: il sole – la luce che aveva illuminato l’ispirazione di Roussel nella scrittura della sua prima opera – si «dissolve in un mondo senza sguardo», fino al momento in cui la morte dello scrittore riabilita, in un certo senso, la scrittura, consentendole di raggiungere «un punto meraviglioso, nel cuore della notte e al centro della luce»50. Dunque, Raymond Roussel descrive «l’esperienza meravigliosa e sofferente del linguaggio che si è aperta per Roussel nel raddoppiamento di La Doublure, e si è richiusa, quando il “doppio” dell’opera è stato rivelato nel raddoppiamento [dédoublement] della rivelazione finale»51.

  • 52 Per un quadro completo sulla lettura e sull’interpretazione deleuziana del volume di Foucault, rima (...)
  • 53 Deleuze (1986), tr. it. 2002: 130.
  • 54 Ivi: 148.

27Riprendendo quanto scrive Gilles Deleuze nel saggio del 198652, la doublure – il dentro come ripiegamento del fuori – richiama, a sua volta, il meccanismo attraverso il quale lo «strappo non è più un accidente del tessuto, ma la nuova regola in base alla quale il tessuto esterno si torce, si invagina o si raddoppia. Regola “facoltativa”, o emissione del caso, un colpo di dadi»53. In altri termini, se nel tessuto esterno è racchiuso tutto ciò che appartiene ai campi del visibile e dell’enunciabile, il sapere non è nient’altro che il risultato di una differenza tra «l’Essere-luce [che] rimanda alle visibilità» e «l’Essere-linguaggio [che] rimanda agli enunciati»54. È questa la ragione per la quale Roussel si trova esattamente al centro della ripetizione, del raddoppiamento e della morte del linguaggio, al centro di quello che Foucault – più volte – definisce lo “spessore” del linguaggio letterario, riferendosi alla recente nozione di letteratura apparsa insieme alle opere di Mallamé e Sade. Si tratta di riconoscere che il rapporto tra le parole e le cose è totalmente inscritto all’interno del linguaggio letterario, proprio come accade nell’opera di Roussel in cui il linguaggio è opposto

  • 55 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 40.

alla parola iniziatica. Non è costruito sulla certezza che esiste un segreto, uno solo, e saggiamente silenzioso; esso brilla di una scintillante incertezza di superficie che ricopre una sorta di bianco centrale: impossibile decidere se esista un segreto, o nessun segreto, o alcuni segreti e quali essi siano. Ogni affermazione circa l’esistenza del segreto, ogni definizione della sua natura, inaridisce immediatamente l’opera di Roussel, impedendole di vivere di quel vuoto che mobilita, senza mai iniziarla, la nostra inquieta ignoranza. La sua lettura non ci promette niente. L’unica cosa prescritta è la consapevolezza che nel leggere tutte quelle parole allineate e levigate, siamo esposti al rischio di essere spiazzati, leggendone altre, che sono altre e le stesse55.

  • 56 Foucault (2013), tr. it. 2015: 98.
  • 57 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 184.

28Che cos’è questo “bianco centrale” grazie al quale il linguaggio “brilla di una scintillante incertezza”? È lo spazio della pagina all’interno del quale i segni sono disposti: quello spazio che – nella seconda sessione delle conferenze di Bruxelles, riferendosi all’opera di Mallarmé – Foucault indicherà come «lo spazio del linguaggio posato sul foglio bianco di carta, […] lo spazio dell’innocenza, della verginità, del biancore», uno spazio che «si apre in tutta la sua lucentezza alla penetrazione assoluta dello sguardo che può percorrerlo; ma lo sguardo, in fondo, non può che scivolare su di esso»56. Lo sguardo permette di vedere le parole, così come il linguaggio consente di dire le cose: come viene esemplificato dall’opera di Roussel, è dal rapporto tra questi due gesti – del vedere e del dire – che filtra «la crudeltà di questo linguaggio solare che invece di costituire la sfera perfetta di un mondo illuminato, fende le cose per instaurarvi la notte»57.

6.

  • 58 Foucault (2013), tr. it. 2015: 91.
  • 59 Ivi: 99.

29Fin qui, sono state richiamate alcune nozioni teoriche che, nel corso degli anni Sessanta, hanno caratterizzato la riflessione di Michel Foucault sulla letteratura. In particolare, limitando il campo di analisi al saggio dedicato all’opera di Raymond Roussel, si è inteso mostrare che l’interesse di Foucault per il linguaggio e la natura dei segni (che sfocerà nella riflessione sul rapporto tra le parole e le cose nel volume del 1966) si è sviluppato a partire da un’attenzione rivolta al funzionamento dei segni nella letteratura, come viene – in un certo senso – confermato dalla seconda sessione delle conferenze tenute a Bruxelles nel 1964, in cui – oltre ad affermare che «la letteratura non è altro che la riconfigurazione, sotto una forma verticale, di segni che, nella società e nella cultura, sono dati in strati separati» e che quest’ultima «non esiste se non nella misura in cui non si è smesso di parlare, nella misura in cui non si smette di far circolare i segni»58 – Foucault chiarisce che «il compito dell’analisi letteraria, il compito forse della filosofia, il compito forse di tutto il pensiero e di tutto il linguaggio» dovrebbe essere quello «di far emergere nel linguaggio lo spazio di ogni linguaggio, lo spazio nel quale le parole, i fonemi, i suoni, le sigle scritte possano essere, in generale, dei segni»59.

  • 60 Ivi: 80.
  • 61 Ivi: 85.
  • 62 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 187.
  • 63 Ivi: 188.

30Adottando tale prospettiva in senso retroattivo, l’analisi dell’opera di Roussel da parte di Foucault non si configura come un semplice atto di mediazione tra l’autore e il lettore; anzi, emancipandosi dalla necessità di “fare luce” sul linguaggio letterario, la critica filosofico-letteraria foucaultiana diventa essa stessa un linguaggio raddoppiato – «un linguaggio secondo e, nello stesso tempo, un linguaggio primo»60 – che è «puramente e semplicemente il discorso dei doppi, vale a dire l’analisi delle distanze e delle differenze nelle quali si distribuiscono le identità del linguaggio»61. Dunque, le opere di Roussel abilitano una riflessione sulla natura del linguaggio nella misura in cui corrispondono a sistemi di segni, interruzioni del discorso ed eventi di significato; per questa ragione, nella prospettiva di Foucault, Raymond Roussel è stato «l’inventore di un linguaggio che non dice che se stesso, di un linguaggio assolutamente semplice nel suo essere sdoppiato, di un linguaggio del linguaggio che imprigiona il proprio sole nel suo smarrimento centrale e sovrano»62. Un linguaggio che, tuttavia, sancisce la necessità – per ogni sistema culturale – di confrontarsi con «un’esperienza che prima di ogni linguaggio si inquieti e si animi, si soffochi e riprenda vita a partire dalla meravigliosa carenza dei Segni»63.

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Note

1 In estrema sintesi, negli anni Sessanta la letteratura assume un valore strategico nel più generale progetto di un’archeologia, le cui tappe sono scandite dalla pubblicazione di Storia della follia nell’età classica (1961), Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico (1963), Le parole e le cose e, in un certo senso, messe in relazione tra loro dall’Archeologia del sapere. Una metodologia per la storia della cultura (1969). Per un approfondimento sulla funzione della letteratura in Foucault, rimandiamo a During 1992, Favreau 2012, During 2018. Cfr., inoltre, Revel (1994), tr. it. 1996; Sabot 2006; Galzigna 2011.

2 Foucault (1966), tr. it. 1967: 5-14. Se non diversamente indicato, le traduzioni dal francese sono nostre.

3 Foucault (1963a), tr. it. 2001. La pubblicazione dell’opera è anticipata nel 1962 dal saggio Dire et voir chez Raymond Roussel apparso sulla rivista Lettre ouverte (Foucault 2001: 233-243), sebbene un primo riferimento all’opera di Roussel sia presente anche nel breve articolo su La science de Dieu ou la Création (1900) di Jean-Pierre Brisset, apparso – sempre nel 1962 – su La Nouvelle Revue française e intitolato Le cycle des grenouilles (ivi: 231-233).

4 Gli interventi di Foucault sulla letteratura sono reperibili in Foucault 2001: 187-874 e parzialmente tradotti in Foucault 1971 e Foucault 1996. Cfr., infine, Foucault (2013), tr. it. 2015.

5 Si rimanda l’approfondimento di alcune essenziali macro-nozioni – tra cui, autore, scrittura e opera – a un successivo e più ampio lavoro di inquadramento e ricognizione di temi e concetti legati alla “filosofia della letteratura”.

6 Foucault 2001: 1420. A eccezione di questo riferimento, per esigenze di carattere metodologico, la prospettiva di analisi qui adottata si limiterà principalmente a Foucault (1963a) tr. it. 2001; Foucault (1963b), tr. it. 19982; Foucault (2013), tr. it. 2015. Concentrandosi principalmente sul biennio 1963/1964 (e sul profondo impatto che tali riflessioni hanno avuto sulla formulazione del cruciale rapporto tra le “parole” e le “cose” al centro di Foucault 1966, tr. it. 1967), si intende ricostruire un percorso di carattere cronologico, escludendo tutti quei contributi in cui Foucault tornerà a parlare del suo studio su Roussel, tra i quali cfr. almeno: Foucault 2007: 35-39 e Foucault (2011), tr. it. 2013.

7 Foucault 2001: 1420.

8 Ad esempio, Leiris (1935), tr. it. 1985; Carrouges 1953; Robbe-Grillet 1963.

9 Foucault 1996: 80. A margine di una chiara eco del lessico di Blanchot, segnaliamo che tale «infinito rapporto tra le parole e le cose» sarà anche al centro della riflessione sul Raymond Roussel da parte dello stesso Blanchot (1969), tr. it. 1977: 447-451.

10 Foucault 1996: 79.

11 Ivi: 80.

12 Ivi: 81.

13 Le traduzioni italiane di Locus Solus e del testo del 1935 sono raccolte in Roussel 1975, in cui appare anche il saggio Concezione e realtà in Raymond Roussel di Michel Leiris.

14 In un passo dell’articolo menzionato poco sopra, Foucault afferma che – essendo per metà animata dalla «grande inquietudine mallarmeana di fronte ai rapporti fra linguaggio e caso» e per l’altra metà legata a un «linguaggio su doppi» – l’opera di Roussel appare come «una sola e identica figura capovolta nell’esile sdoppiamento [dédoublement] di uno specchio» (Foucault 1996: 81).

15 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 34.

16 Sciascia 2020. Sebbene le indagini compiute non siano state accurate abbastanza da stabilire con certezza che non si sia trattato di omicidio, nel Raymond Roussel, il suicidio dello scrittore non viene mai messo in questione.

17 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 34.

18 Ivi: 35.

19 Ivi: 40.

20 Ivi: 38.

21 Ivi: 38-39.

22 Ivi: 66.

23 Ivi: 43.

24 Ivi: 44. Cfr. l’introduzione di Guareschi in Foucault (1963a), tr. it. 2001, in particolare: 19-27. Del resto, si tratta di una scrittura che aderisce alla realtà, nella misura in cui il procedimento di Roussel viene innescato da frasi intercettate casualmente in una conversazione, lette in un libro, oppure ascoltate in canzoni come “Au clair de la lune” e “J’ai du bon tabac”.

25 Cfr. Foucault 2001: 241-242. Rimandiamo a Ardovino 2019 per un approfondimento sulla «“pratica” della quadripartizione» (ivi: 258) in Foucault.

26 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 42.

27 Cfr. Foucault (1993), tr. it. 1993: 21-27. Senza pretese di esaustività, precisiamo che, già in questo scritto, Foucault mostra una certa attenzione nei confronti della letteratura, come suggeriscono i riferimenti alla tragedia classica e alle opere di Shakespeare che – nella riflessione su sogno, immagine e immaginazione – fungono da controcanto alla fenomenologia di Husserl e alla psicanalisi di Freud. Per una contestualizzazione critica e un approfondimento dei temi trattati nel saggio, rimandiamo a Polidori 2003.

28 Riferendosi alle maschere del carnevale di Nizza descritte ne La Doublure, nel 1962 Foucault si era soffermato sulla «condizione fragile e privilegiata del linguaggio» in cui la parola «espande la sua dimensione ambigua nell’interstizio di una maschera, mettendo in luce la doppiezza [double] – vuota e rituale – di un volto di cartone e la nera presenza di una faccia inaccessibile» (Foucault 2001: 242).

29 Foucault (2013), tr. it. 2015: 58.

30 Foucault (1963a) tr. it. 2001: 49.

31 Ibidem.

32 Ivi: 50.

33 Ibidem.

34 Ibidem.

35 Ivi: 51.

36 Ivi: 52.

37 Ivi: 67.

38 Foucault (1966), tr. it. 1967: 410.

39 «Riportato alla distruzione di sé che è anche la casualità della sua nascita, il linguaggio aleatorio e necessario di Roussel disegna una strana figura: come ogni linguaggio letterario si presenta come distruzione violenta della ripetizione quotidiana, tuttavia si mantiene indefinitamente nel gesto ieratico di questo assassinio; come il linguaggio quotidiano ripete senza posa, ma questa ripetizione non è volta a raccogliere e continuare; essa mantiene ciò che ripete nell’abolizione di un silenzio che proietta un’eco necessariamente inudibile» (Foucault 1963a, tr. it. 2001: 72).

40 Ivi: 67.

41 Ivi: 78.

42 Ivi: 35.

43 Ivi: 91.

44 Sabot 2015: 1554.

45 «In questo libro si parla dello spazio, del linguaggio e della morte; si parla dello sguardo» (Foucault 1963b, tr. it. 19982: 3).

46 Ivi: 6.

47 Ivi: 211.

48 Ivi: 157.

49 Foucault si soffermerà estesamente sulla relazione tra morte e letteratura ne Le parole e le cose, affermando che nelle opere di Artaud e di Roussel e, successivamente, nei testi di Kafka, Bataille e Blanchot, la letteratura si è data come esperienza e, più precisamente, come «esperienza della morte (e nell’elemento della morte), del pensiero impensabile (e nella sua presenza inaccessibile), della ripetizione (dell’innocenza originaria, situata sempre nel punto più prossimo del linguaggio e tuttavia sempre remoto)» e come «esperienza della finitudine (imprigionata entro l’apertura e la costrizione di tale finitudine)» (Foucault 1966, tr. it. 1967: 410).

50 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 180.

51 Foucault 2001: 243.

52 Per un quadro completo sulla lettura e sull’interpretazione deleuziana del volume di Foucault, rimandiamo a Deleuze (1963), tr. it. 2007: 88-90 e al corso del biennio 1985/1986, in particolare, Deleuze 2014: 204-222; Deleuze 2020: 60-70.

53 Deleuze (1986), tr. it. 2002: 130.

54 Ivi: 148.

55 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 40.

56 Foucault (2013), tr. it. 2015: 98.

57 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 184.

58 Foucault (2013), tr. it. 2015: 91.

59 Ivi: 99.

60 Ivi: 80.

61 Ivi: 85.

62 Foucault (1963a), tr. it. 2001: 187.

63 Ivi: 188.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Chiara Scarlato, «Michel foucault e “Raymond Roussel”»Rivista di estetica, 83 | 2023, 121-138.

Notizia bibliografica digitale

Chiara Scarlato, «Michel foucault e “Raymond Roussel”»Rivista di estetica [Online], 83 | 2023, online dal 01 février 2024, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/9301; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.9301

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