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recensioni

Sara Guindani e Alexis Nuselovici, Jacques Derrida, la dissémination à l’œuvre

Gregorio Fracchia
p. 213-216
Notizia bibliografica:

Alexis Nuselovici

Sara Guindani e Alexis Nuselovici, Jacques Derrida, la dissémination à l’œuvre, Éditions de la Maison des sciences de l’homme, Parigi 2021, pp. 232.

Testo integrale

  • 1 Phys., Γ 1, 201 a 10-11: «l’atto di ciò che esiste in potenza, in quanto tale, è movimento».

1La scommessa che anima il volume a c. di Sara Guindani e Alexis Nuselovici, come esplicitato nella prefazione, è la ricezione critica di un’eredità o – se così si può parafrasare – la messa in opera di un lascito. Notoriamente, “messa in opera” è espressione atta a evocare reminiscenze heideggeriane. Tuttavia, il più delle volte non si tiene in conto che Heidegger rende con “essere in lavorazione” – dunque in corso d’opera – l’ἐνέργεια aristotelica; v. il § 26 g dei suoi Concetti fondamentali della filosofia aristotelica. Sulla scorta della definizione di movimento offerta da Aristotele1, Heidegger chiama l’ἐνέργεια «potenza attiva», ossimoro che segna la fase di transizione in cui l’ente – poniamo, una casa – è “in costruzione”. Ebbene, la messa in opera, reinterpretata sotto questa luce ossimorica che stringe insieme due poli contrapposti (potenza e atto), suggerisce forse una chiave di lettura che può applicarsi al volume in esame. Si tratta, infatti, di un omaggio corale volto a mettere appunto in opera la sfuggevole eredità di Derrida, anche nel senso del mettere alla prova, recependo fino in fondo la cifra di una teoresi improntata all’originarietà di un differimento senza ἀρχή.

  • 2 J. Derrida, Margini della filosofia, trad. it. di M. Iofrida, Torino 1997, p. 46; la conferenza in (...)
  • 3 Id., Che cos’è la poesia?, trad. it. di M. Ferraris, in Id., Postille a Derrida, Torino 1990, pp. 2 (...)

2Al fine di ripercorrere la struttura del volume seguendo almeno una direzione di massima, giova valorizzare una nota di Koyré a margine di Hegel. «Il termine different è preso qui in senso attivo2», scrive Koyré in riferimento alla formula Differente Beziehung della Logica di Jena. Derrida propone di tradurre «rapporto differenziante», giustificando così, in funzione del valore attivo segnalato da Koyré, quel pegno silenzioso che è la “a” di différance (affine alla terminazione -ans di alcuni participi presenti attivi latini). Questo differimento tematizzato da Derrida prende in contropiede le esigenze basilari dell’esercizio del pensiero; la deviazione del differire struttura dall’interno ogni pretesa di purezza identitaria, di presenza a sé del presente vivente non intaccato dalla secondarietà residuale del supplemento. L’esteriorità dell’archiscrittura insidia l’interno dell’edificio fonocentrico. Logica dell’hantise (Manzari: 163-191). Oppure “logica dell’istrice”, per richiamare la celebre formula di Lacoue-Labarthe e Nancy a proposito della nozione di frammento in Schlegel. Soltanto che l’istrice dev’essere quello del Derrida di Che cos’è la poesia?3 e non quello (Igel) di Schlegel o dello Heidegger che cita la favola La lepre e l’istrice dei fratelli Grimm. La logica dell’istrice di Derrida è più vecchia di qualsiasi logica, mina le fondamenta stesse della logica heideggeriana del raccoglimento (Versammlung) dove il lógos riunisce e protegge. Al contrario, in Che cos’è la poesia?, l’istrice menzionato da Derrida si espone al rischio – paradossalmente – inflettendosi, appallottolandosi sull’autostrada nel momento in cui avverte l’imminenza dell’incidente (della morte).

3L’istrice s’inganna, si smarrisce – s’égarer – con l’obiettivo di mettersi al riparo – se garer –. I verbi garer/égarer, anche nella loro prossimità fonica, mostrano appieno il vero motivo trainante della decostruzione: la commistione, l’intima coappartenenza degli estremi; non a caso, uno dei primi libri sfogliati da Derrida – all’età di otto anni, nella biblioteca del nonno – è La guida per gli incerti di Mosè Maimonide, che in francese diventa Guide des égarés.

  • 4 Ivi, p. 254.

4La mossa dell’istrice (Beck: 155-163), avvoltolato su di sé e rivolto verso gli altri, condensa in un’immagine il gesto iperbolico della decostruzione. I rigidi binomi assiologicamente orientati della metafisica occidentale si sfaldano, cedono al tarlo della différance che li lavora internamente al ritmo della disseminazione. Derrida, in un dialogo con Ferraris, scrive: «qui dove la Versammlung non vince […] c’è istrice»; «tutto si gioca fra la Versammlung (cioè anche il lógos, per Heidegger) e la disseminazione4».

5Le considerazioni testé svolte intersecano invero tutti gli snodi salienti del volume, che andiamo ora a ricapitolare per temi.

1) Eredità. Come rapportarsi a un’eredità inappropriabile? L’eredità derridiana sfugge alla presa, scivola via dall’appropriazione oggettivante. La decostruzione sfiora sempre l’orlo della teologia negativa (De Vries: 196 ss.), sprigionando un senso quasi impronunciabile. Nuselovici (17-37) insiste giustamente sulla polisemia del termine scibbòlet, caro a Derrida ed emblematico dello scarto semantico all’opera in quell’incessante lavorio di tarlatura della metafisica che è la decostruzione (Cohen-Lévinas: 131-139). Scibbòlet sta per fiume o ruscello o spiga o ramoscello d’olivo e funge da mot de passe nell’episodio biblico degli Efraimiti sterminati sui guadi del Giordano perché incapaci di pronunciare la sillaba “sci” (dunque parola d’ordine, ma anche parola di morte; Derrida gioca sull’ambiguità fra pas come negazione – di qui non si passa – e pas come soglia). Ereditare un senso impronunciabile significa allora rapportarsi a un pensiero, quello derridiano, che fa la mossa dell’istrice: si ritrae in sé (nel gusto del segreto, nella prosa contorta) e perciò si espone a uno scavo ermeneutico mai esaustivo, pagando sovente il fio del fraintendimento. In origine, è il differimento del senso (Fiserova: 139-155). La supplementarietà artificiale del segno non sopravviene alla medesimezza identitaria del senso. Un buon esempio, al riguardo, è la firma, continuamente iterata/alterata; se non si può dare iterazione senza alterazione, allora l’alterazione opera non già la distorsione del modello, bensì la sua strutturazione, sicché l’alterità è la condizione della medesimezza e non viceversa. Ne segue altresì una disarticolazione del tempo, che complica ancora la dinamica ereditaria. L’incrinatura della différance sfasa le simmetrie delle demarcazioni nette, inclusa la frontiera troppo lineare fra passato e presente. Il rimando solca la presenzialità, il verticale “fora” l’orizzontale: le opposizioni diventano chiasmi (Guindani: 37-47). È la rivincita del doppio – εἴδωλον – contro il punctum monadico (contra-punctum).

2) Etica. In politica, la demitizzazione della presenza pura chiama la fine dell’ottica del dominio. Per es.,

  • la democrazia “immunitaria” del noli me tangere (Sferrazza: 59-73) deve imparare a scorgere nell’altro l’ospite anziché l’ostile, nell’utopia di un’apertura incondizionata verso il migrante;

  • occorre distinguere la necessità della condanna a morire – l’attimo estremo non programmabile e irripetibile; nessuno muore due volte: si muore per non morire più, diceva San Giovanni della Croce – dall’orrore della condanna a morte, che calendarizza la dipartita (Odello: 47-59);

  • la decisione del giudice – da de-caedo: cesura che, secondo Derrida, applica performativamente la legge – non va confusa con la giustizia algoritmica – quella dell’autovelox e della moviola sportiva, fondata sul calcolo (Alloa: 115-131);

  • l’ideale della piena trasparenza propugnato dai cyberattivisti è irrealizzabile quanto distopico, giacché spingerebbe alla decrittazione totale e segnerebbe l’evaporazione di ogni diritto segreto (Borradori: 73-87).

3) Écriture. La messa in opera si coniuga con la messa alla prova nelle originali elaborazioni di Stiegler (87-101) e Ferraris (101-115), che meritano un’analisi ravvicinata.

6Stiegler parte dalla vox media φάρμακον, con la doppia valenza di rimedio e di veleno. Se la «farmacologia negativa» accentua la critica della nocività del farmaco, la «farmacologia positiva» è una risorsa per la negantropizzazione,cioè per la «dis-automatizzazione» che coglie la portata emancipatrice della tecnica utile al processo d’individuazione di cui parlava già Simondon sotto l’etichetta del “transindividuale”. Il presupposto teoretico sotteso a posizioni di questo genere è il primato della relazione sugli elementi della medesima. Alla relazione spetta «il rango di essere» (Simondon), sicché essa non dipende dagli elementi preesistenti (che anzi costituisce). Posizione per certi versi affine al relazionalismo di Paci e al supergetto di Whitehead. Il processo stiegleriano d’individuzione s’inserisce nell’alveo di siffatto orizzonte di pensiero. Fondamentale è inoltre la nozione di ritenzioni terziarie (esteriorizzazioni della memoria “sedimentata” su supporti materiali), preliminare a una intellezione del «divenire industriale» capace di avvistare non solo i risvolti sinistri del digitale (l’aumento di chiusura e di automatizzazione), ma anche le premesse per una svolta «negantropica».

7Ferraris critica in parte l’idea derridiana che nulla esista al di fuori del testo, proponendo una tripartizione fra oggetti fisici, ideali (ad es., i teoremi matematici) e sociali (rispondenti alla legge oggetto = atto iscritto). La grammatologia come scienza positiva studia allora la realtà sociale, ormai pervasa dal web, individuando il principio metafisico fondamentale della rete nell’isteresi, «effetto di ritardo» a carattere conservativo ben esemplato dalla blockchain. La docusfera è insomma il regno dell’iterazione e del supplemento; il capitale si configura in definitiva in guisa di lavagna documediale «in cui vengono annotate le azioni sociali».

8Nel suo complesso, il volume ha il merito non trascurabile di lasciar “risuonare” l’eredità di Derrida (per sua natura sfuggevole alle strette maglie della catalogazione) in svariati campi disciplinari (v. anche Abélès: 213-215). Ciascuna riverberazione, poi, intercetta armonici differenti di questo lascito plurivoco.

9Messa all’opera (e alla prova) nella contemporaneità, la disseminazione conferma dunque l’ampio raggio della sua gittata teoretica. Il confronto più urgente, però, resta forse quello con la tradizione, per verificare se davvero la différance eserciti la sua efficacia corrosiva anche nei confronti dei classici o se non accada piuttosto l’inverso.

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Note

1 Phys., Γ 1, 201 a 10-11: «l’atto di ciò che esiste in potenza, in quanto tale, è movimento».

2 J. Derrida, Margini della filosofia, trad. it. di M. Iofrida, Torino 1997, p. 46; la conferenza in questione fu pronunciata da Derrida il 27 gennaio 1968, alla Società francese di filosofia.

3 Id., Che cos’è la poesia?, trad. it. di M. Ferraris, in Id., Postille a Derrida, Torino 1990, pp. 238-249.

4 Ivi, p. 254.

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Notizia bibliografica

Gregorio Fracchia, «Sara Guindani e Alexis Nuselovici, Jacques Derrida, la dissémination à l’œuvre»Rivista di estetica, 78 | 2021, 213-216.

Notizia bibliografica digitale

Gregorio Fracchia, «Sara Guindani e Alexis Nuselovici, Jacques Derrida, la dissémination à l’œuvre»Rivista di estetica [Online], 78 | 2021, online dal 01 février 2024, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/8503; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.8503

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Gregorio Fracchia

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