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HomeNumeri78variaLa responsabilità ecologica

Abstract

This essay explores the concept of responsibility with respect to today’s ecological and pandemic crisis. A fundamental category is identified in the ‘strategic repentance’, i.e. the ability to reconsider previous decisions taken following environmental feedback resulting from one’s activities. The model of this careful and circumspect behavior can be traced back on the one hand to the animal kingdom, on the other hand to the artistic domain. Thus, the bat and Michelangelo the sculptor become masters of a new action scheme, which is based on feedback rings and on in-progress revision of previously adopted strategies.

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Termini di indicizzazione

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Testo integrale

Per un’antropo-ecologia della responsabilità

  • 1 Bergoglio 2015: 46.
  • 2 Mazzarella 2004: 142.
  • 3 Foà 2021.
  • 4 Mazzarella 2017: 10.
  • 5 Jonas 2009: 12.
  • 6 Ibidem.
  • 7 Peccei 1976: 157.
  • 8 Nunes, Bastos Görgens 2016.
  • 9 Fan, Hu, Cao, Ruan, Wei 2018.

1Responsabilità è quel concetto etico che, sul piano sociale, apre il pensiero, pervaso in questo frangente da una sindrome smoralizzante e accidiosa (volta a «sacralizzare i meccanismi del sistema economico imperante»1), a un nuovo sodalizio con la natura, che sola è in grado di offrire quegli imprescindibili “fondamenti biosociali” di una vita comunitaria che non voglia essere nichilistica e, come tale, aleatoria2. Riproporre, trent’anni dopo Das Prinzip Verantwortung di Hans Jonas, questa categoria potrebbe essere utile per tentare di dare una risposta a quella cesura nichilistica tra storia, tecnica, vita ed etica rivelata dall’odierna crisi ecologica. Si tratta di uno iato, accompagnato dalla recente rivoluzione determinata dall’IA, che s’insinua nella tensione cui assistiamo tra tutela del lavoro tradizionalmente inteso, interessi economici prevalenti, incentivi alla comunicazione digitale, scontro tra vecchie e nuove tecnologie, spinte alla globalizzazione (con l’estensione dei rischi ad essa connessi) e sopravvivenza delle pratiche di vita democratiche3. La sussistenza dell’identità antropologica, sempre più dilaniata dalla “challenging option” tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale, dipende oggi da un’immane decisione storica, che deve saper assumere nel proprio discorso quel fondamento etico-naturale del tutto vanificato dal delirio d’onnipotenza tecnologico e dalla prospettiva di un’artificializzazione ipertrofica dell’essere umano: una tecnogenesi di sé e del proprio mondo, che si crede autogena rispetto alle proprie condizioni di possibilità, «senza consapevolezza fondativa del mondo che abitiamo»4. Dal nostro senso di responsabilità dipende dunque la sussistenza della «totalità minacciata del mondo vivente»5, la quale – a rigore – non dovrebbe mai essere oggetto della nostra facoltà elettiva: come scrive Jonas, «non si deve mai fare dell’esistenza o dell’essenza dell’uomo globalmente inteso una posta in gioco nelle scommesse dell’agire»6. Al contempo questa possibilità di sopravvivenza dipende dalla consapevolezza «che ogni fenomeno, problema o soluzione interagisce ed è in relazione di mutua dipendenza con ogni altro fenomeno, problema o soluzione»7. In questa riflessione è inoltre evidente il ruolo assunto dall’intelligenza artificiale: come dimostrano alcuni recenti studi, per fare solo due esempi, volti all’applicazione di modelli artificiali neurali e di algoritmi circa gli effetti ecosistemici locali della distribuzione degli alberi in «a complex vegetation mosaic in Brazil»8, da un lato, e all’utilizzo di essi «for the modeling and optimization of pollutants removal» dalle acque9, dall’altro.

  • 10 Haeckel 1868.
  • 11 Jonas 2009: 16.
  • 12 Dick 2007: 139.

2L’obiettivo ambizioso, anche grazie alle ICTs, sarebbe quello della costruzione di una comunità eco-sociale, resiliente e responsabilmente aperta alla valutazione accorta e alla revisione critica delle proprie strategie di sussistenza: in ciò favorita dal binomio costituito da oiko-logia ed eco-logia, per cui sarebbe auspicabile giungere alla sovrapposizione semantica tra οἶκος, la casa o l’ambiente degli organismi che entrano in relazione in un dato contesto esterno, organico e inorganico (secondo la definizione classica di Ernst Haeckel10), e ᾿Ηχώ, la ninfa Eco della mitologia greca, figlia dell’Aria e della Terra, personificazione del fenomeno fisico dell’eco: «vox tantum atque ossa supersunt; / vox manet, ossa ferunt lapidis traxisse figuram» (Ovidio, Met. III, 338-9). Secondo questa crasi dei significati, l’ecologia non si occuperebbe tanto (e solo) della comunità dei viventi nelle loro relazioni vicendevoli possibili all’interno del loro comune contesto abitativo, ma anche della loro capacità di reagire/corrispondere (individualmente e collettivamente) alle conseguenze di sistema ivi prodotte con le proprie attività di trasformazione. Una comunità responsabile, in tal senso, è quel consorzio abitativo di organismi viventi che entra in una situazione di virtuosa e biunivoca corrispondenza con le variazioni prodotte dalla prassi nel mondo circostante (Umwelt). Agire responsabilmente significa quindi interagire con il contesto e con le conseguenze delle proprie azioni, sapendo dare di volta in volta risposte adeguate e innovative ai fenomeni di perturbazione in esso determinati, anche mettendo in discussione i propositi del proprio operato: oggi, la risposta (responsum) per eccellenza dovrebbe interiorizzare il principio «agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra»11. In caso contrario, come nella favola di Ovidio, la ninfa Eco, anziché favorire la comunità bio-sociale dei viventi, risuonerà come il lugubre lamento del nostro tardivo pentimento, riecheggiando ossessivamente – tra le ossa inermi delle aspettative di benessere – dalle profondità di quel “buco-mondo” erosivo da cui nulla può far ritorno12 (la nostra Terra orribilmente deturpata, trasformata nella tomba dei nostri propositi di crescita ad oltranza).

  • 13 Floridi 2015: pos. 511.
  • 14 Neurath 1959: 204.

3Come si diceva, in questa costruzione di un contesto responsabile le digital humanities possono avere un ruolo fondamentale: «the more ICTs advance, the more humanity appears responsible for wow things go in the world (including in terms of forecasting and prevention of consequences and future event), and yet, the more difficulty it becoms to identify specific sources of responsibility. Increasing levels of responsibility and co-responsibility are generating new challenges»13, sfide che al momento assumono la forma – mutuata da Otto Neurath – del «building the raft while swimming»14.

  • 15 Leonardo da Vinci 1986-1990: fol. 8r.
  • 16 Peccei 1976; 153.
  • 17 Ivi: 155.
  • 18 Ibidem.

4In questa scelta responsabile, oltretutto, ne va di un’altra importante categoria filosofica, che permea di sé tutto il pensiero umanistico-rinascimentale: quella della dignitas hominis, categoria che porrei al centro di un “nuovo umanesimo” sul modello tracciato, quarant’anni or sono, da Aurelio Peccei, modello caratterizzato da un profondo innesto biosociale della cultura sul fondamento sostanziale della natura. Con la formula di un nuovo umanesimo il manager torinese auspicava, 500 anni dopo la grande visione etico-scientifica di Leonardo da Vinci (ma con stessa visione real-utopica protesa a istituire un nuovo “paradiso delle scienze”: modello di civiltà culturalmente progredito ispirato ai valori dell’arte, della filosofia, della scienza e della tecnica15), una rinascita di tutti i saperi – scientifici, tecnici e umanistici – a misura delle esigenze concrete dell’essere umano e del contesto in cui questi abitualmente vive e opera. Tale rinascita avrebbe dovuto portare a una trasformazione antropologica che elevasse capacità e qualità della specie umana all’altezza delle sue responsabilità e sfide nel contesto globale: «è questo l’unico modo in cui possiamo rimanere costantemente in sintonia con il nostro universo in rapida evoluzione»16. Questa filosofia di vita umana, alla base di un’adeguata coscienza della specie (fondata su basi eminentemente biocentriche), all’occorrenza avrebbe dovuto assumere tratti rivoluzionari, rovesciando «principi e norme oggi considerati intoccabili, e favorendo il sorgere di nuove motivazioni e nuovi valori – spirituali, etici, sociali, estetici, artistici – rispondenti agli imperativi di quest’epoca»17. Ora, tale rivoluzione, di fronte al pericolo della scomparsa del genere umano, dovrebbe far sì che l’intero sistema globale scongiuri il cosiddetto “predicament of mankind”, portando le costruzioni sociali nel loro complesso (politiche, economiche, educative, ecc.) «a un livello di comprensione e organizzazione più elevato, basato su uno stabile equilibrio interno e su una feconda comunione con la Natura»18.

  • 19 Ivi: 173-174.

O riusciamo a elevare e sviluppare la nostra qualità esistenziale, in armonia con i cambiamenti cumulativi che produciamo noi stessi e nel nostro mondo, oppure, straniati e sconfitti dalle creazioni del nostro genio, andremo alla deriva, afflitti da disastri altrettanto cumulativi19.

  • 20 Su questi temi si veda il mio Cuozzo 2019.
  • 21 Botha 2006: 3.
  • 22 Mesarovic, Pestel 1974; 21-23.
  • 23 Viale 2011: 85.

5La grande quantità di resti e scorie prodotte dalla filiera della produzione20, vale a dire «l’immagine di un’epoca in cui, indiscutibilmente, il capitalismo è sempre più sommerso dai rifiuti che produce»21, è il sintomo più eclatante che la strada del cambiamento è ancora da prendere; che siamo cioè ancora sulla via «di una crescita indifferenziata e cancerosa» (al cui seguito introduciamo nell’ecosistema un gran numero di sostanze che possono avere conseguenze biologiche gravi e a vasto raggio), anziché aver imboccato quella di uno sviluppo organico e rispettoso del contesto22, tale da «trasformare gli scarti di un processo produttivo o di un bene di consumo a fine vita in un input per nuovi cicli di produzione e consumo»23.

La saggezza del pipistrello

  • 24 Per questi termini si veda Varela, Thompson, Rosch 1991.
  • 25 Slabbekoorn, Bouton 2008: e5.

6Essere responsabile, in questo contesto, ci richiama evidentemente alla facoltà di saper dare risposte adeguate alla situazione, assumendo i dati di realtà – anche quelli conseguenti agli effetti collaterali delle nostre stesse pratiche di vita – nel progetto intrapreso. Come fa, con saggezza innata, il pipistrello, piccolo mammifero notturno del genere dei chirotteri, che qui si analizzerà brevemente quale «agente incarnato» (embodied) e «inserito in un ambiente naturale» (embedded)24 – contesto capace di indirizzare l’azione a livello di strategia percettiva. La sua strategia di volo, infatti, è orientata a partire dall’effetto di ritorno degli ultrasuoni emessi, con costanza e regolarità, dal suo complesso apparato sensoriale: una sorta di sonar biologico (o biosonar), di cui, oltre al pipistrello, sono in possesso mammiferi marini come i delfini e altri odontoceti. La disposizione di eventuali ostacoli è avvertita mediante ecolocazione o ecorilevamento, vale a dire tramite «soundscape orientation»25. Si tratta di una tecnica complessa di ricostruzione dello spazio tridimensionale mediante invio e ricezione (feedback) di frequenze acustiche inavvertibili dall’orecchio umano, onde sonore mediante cui il pipistrello ha la facoltà di effettuare una mappatura riflessa, altamente differenziata, del mondo circostante.

  • 26 Mazzarella 2004: 11.
  • 27 Ivi: 12.
  • 28 Dupuy 2011: 101.
  • 29 Illich 1974a: 122.
  • 30 Lovelock 1979: 45.
  • 31 Ivi: 46.

7A partire da questo esempio, non a caso mutuato dal repertorio dell’etologia (definibile come una delle «scienze della nuova umiltà»26), il modello di azione che si potrebbe proporre è quello che ha come suo baricentro la strategia razionale del pentimento (o “pentimento strategico dell’azione”) – il che potrebbe rientrare nel programma volto a «restituire all’altro dall’io storico-sociale operativo della tecnica l’intera sua latitudine»27, riuscendo a mettere a fuoco il debito biologico conseguente al nostro esser-nati (natum-esse) e al nostro agire storico. Il ritornare sui propri passi, come capacità di riorientare l’agire, si fonda sull’inserzione, nel paradigma dell’azione, di un anello di retroazione, il quale, «sembrando invertire il corso del tempo, o perfino annullarlo, va dalla decisione (progettata) alle sue determinanti»28, risalendo verso le ragioni che hanno determinato l’agire in vista di un’avveduta revisione dei propositi iniziali. Il pentimento (la cui struttura è la seguente: A<- ->B, dove A e B sono scelte alternative, mentre le frecce indicano il telos dell’azione), a conti fatti, è il marchio di un’esistenza mai del tutto risoluta, indecisa e altalenante tra più opzioni che non sono mai delle vere e proprie alternative equipollenti: «sacrifice must be shown as the inevitable price for different groups of people to get what they want-or at least to be liberated from what has become intolerable»29. Ogni togliere, scartare, rifiutare (come controcanto luttuoso del porre in essere, promuovere e accettare) genera intorno a sé il sentore – sopito ma ancora pulsante – del controfattuale, di una alternativa respinta eppure pronta a rivendicare i suoi diritti: «this process of comparing wish with actuality, of sensing error and then correcting it by the precise application of an opposing force»30, è precisamente il segno di un’esistenza avveduta/ravveduta, capace di interagire con il mondo attraverso il processo cibernetico del tentativo e dell’errore. Tipica di questo atteggiamento è «a circular logic which may be unfamiliar and alien to those of us who have been accustomed to think in terms of the traditional linear logic of cause and effect»31.

A<- ->B

8Schema 1: Azione orientata nel senso del pentimento strategico; sue caratteristiche principali: conservazione delle esperienze sotto forma di tracce mnestiche, reversibilità, possibilità di convertirsi al passato (inadempiuto), competenza cibernetica.

9Di fronte allo schema del pentimento, si staglia il paradigma unidirezionale dell’azione (ciò che Max Weber definiva Gesinnungsethik), sordo a ogni cambiamento in corso d’opera; esso misura la riuscita (exitus) della prassi nella mera adeguazione geometrica degli strumenti al fine proposto, agendo – a partire della scelta iniziale tra A e B, le opzioni alternative – nella convinzione della inviolabilità di quest’ultimo (F).

A (e non-B) ->->->F

10Schema 2: Azione teleologicamente orientata; sue caratteristiche principali: irreversibilità, orientamento al futuro, incapacità di preservare traccia delle conseguenze prodotte nel contesto della prassi.

  • 32 Scanlan 2006: 87.

11Progettare qualcosa, dar forma a una determinata intenzione di senso, ha tuttavia come effetto di ricaduta uno scarto indesiderato, anche solo dal punto di vista delle possibilità d’esistenza rifiutate e giudicate improprie. Scegliere tra A e B il primo corno dell’alternativa per raggiungere il risultato F, significa rimuovere la seconda chance (B), scartarla come il non utile/desiderabile/sensato: B diviene, nel preciso istante della scelta, un’opacità rischiosa, addirittura un potenziale ostacolo rispetto alla decisione presa (A), finendo per identificarsi con «la nullità dell’inutile»32 – almeno finché s’intenda la vita del soggetto alla stregua di una serie necessaria di cause ed effetti, sempre in vista di un fine ultimo, del tutto irreversibile.

  • 33 Passmore 1986: 95.

12Secondo lo Schema 1, dunque, l’eterogenesi dei fini – o esternalità negativa del processo decisionale concretizzatosi nella prassi, secondo cui «le conseguenze più importati delle azioni degli uomini sono in genere quelle non previste e non volute»33 – è un dato di cui occorre tener conto in un processo elettivo che sia responsabile. Come nota Amartya Sen, imprescindibile dal giudizio etico è il ragionamento consequenziale:

  • 34 Sen 2009: 94.

Per ottenere una valutazione complessiva della posizione etica di un’attività è necessario non solo esaminare il suo valore intrinseco (qualora esista), ma anche il suo ruolo strumentale e le sue conseguenze su altre cose, vale a dire esaminare le svariate conseguenze intrinsecamente dotate di valore o disvalore che quest’attività può avere34.

Michelangelo scultore, teorico dell’azione avveduta e responsiva

  • 35 Löwith 1981: 265.

13Dal pipistrello a Michelangelo – un passo che potrebbe risultare, almeno sulle prime, piuttosto azzardato. In Michelangelo, in effetti, si trova una peculiare riflessione, a un tempo poetica e filosofica, sul senso dell’arte anzitutto scultorea, tra riferimenti metafisici, religiosi, biografici ed esistenziali. Dando luogo a un perfetto connubio di saperi e generi letterari di estrema potenza evocativa e incisività, sempre peraltro attento ai fondamenti materiali della produzione artistica – la cava e la pietra sono i primi elementi di ogni progetto scultoreo. In fondo, si tratta del giusto antidoto ante litteram all’ontologia dell’arte heideggeriana al centro del saggio Der Ursprung des Kunstwerkes (1935), in cui il dettaglio tecnico della creazione scompare nelle nebbie della mitologia dell’Ereignis e del corrispondere, dal punto di vista dell’esserci storico, a un invio destinale che si appella alla mera natura progettuale del Dasein (rimuovendo, come direbbe Karl Löwith, la natura dell’essere umano radicata «im ewigen Umkreis der Physis, die so ist, wie sie ist, und nicht anders sein kann»35). Nella teoria dell’agire formativo di Michelangelo, si potrebbe dire, convergono da un lato il tema del limite della realtà circostanziale in cui si opera creativamente; dall’altro il momento della reversibilità dell’azione, su cui s’innesta un’interessante teoria del pentimento. Analizzerò con ordine questi due elementi, fondamentali per una teoria dell’agire responsabile.

  • 36 Wittkower R., Wittkower M. 2016: 85.
  • 37 Michelangelo 1863: 270.
  • 38 Pareyson 1991: 59.
  • 39 Ivi: 91.
  • 40 Heidegger 2001: 177.
  • 41 Sparti 2007: 88. Traggo spunti e bibliografia in merito al fenomeno dell’improvvisazione da Bertine (...)
  • 42 Bertinetto 2009; 148.
  • 43 Mazzarella 2017: 7.

14In primo luogo, Michelangelo, in qualità di scultore in preda a «una demoniaca frenesia creativa»36, pensava a se stesso come allo «spirito di un gran martire», nel cui fare imperioso – così scrive nei Sonetti – «alcuna colpa preme, occulta a me»37: il sacrificio, il pentimento, la distruzione dell’opera fanno parte di questo processo di retroversione della formatività, che – accortosi l’artista di una qualche manchevolezza intrinseca al proprio gesto plasmatore – vorrebbe fare tutto daccapo, riprendere il filo della realizzazione artistica, persino rovesciarne il risultato. Per citare il filosofo italiano Luigi Pareyson, l’artista, «nel corso stesso dell’operazione inventa il modus operandi, e definisce la regola dell’opra mentre la fa, e concepisce eseguendo, e progetta nell’atto stesso che realizza»38. Inutile, quindi, giudicare l’opera mediante un criterio puramente intrinseco al fare stesso (ad es., la conformità del risultato con l’intento originario), criterio che isolerebbe la processualità del gesto formatore dal contesto pragmatico di resilienza in cui opera. È solo in relazione all’interazione tra iniziativa ed effetto di risulta (feedback ambientale) che si può dire che «l’opera riesce solo se la si fa come se si facesse da sé»39, emergendo quasi spontaneamente da quello che potremmo definire hegelianamente il “gioco delle forze” della produttività artistica: si tratta dell’atto del mediare in sé (das Vermittelnde), «modalità secondo la quale le singole forze, in quanto tali, si muovono, sono cioè cause (Ursachen), e di conseguenza effetti rispetto alle cause»40. In questo gioco di reciproca co-implicazione, iniziativa e limite esterno, libertà e necessità, in quanto forze contrarie, si scambiano le determinatezze che inizialmente presentavano, perdendo ciascuna ogni diritto all’esclusività in merito all’originarietà: quello che conta è l’assestamento emergenziale tra prassi e resilienza ambientale, da cui affiora qualcosa di fatto imprevedibile, che prescinde spesso anche dall’intento iniziale (da qui, quindi, l’effetto sorpresa della riuscita artistica). È in questa dinamica complessa che situerei ciò che in arte viene chiamato “improvvisazione reattiva”: «la capacità di rispondere allo svolgimento imprevisto degli eventi»41, assumendo nel progetto anche ciò che limita, aiuta a ridefinire l’azione intrapresa. In tal modo, la riuscita dell’opera, presa in questo gioco di scelte, iniziative ed effetti di contesto, assume il carattere dell’evento: essa s’innesta in «un’attività, effimera, transeunte, non reidentificabile, che può essere percepita unicamente nel momento della sua creazione, e cioè in fieri»42. Del resto, l’essere umano si fa sapendosi quel che è; ma, d‘altro canto, questi viene a definirsi proprio nel suo stesso farsi, diventando quel che già è; sicché noi, «facendoci quel che siamo, mentre ci sapevamo e sapendoci apprendevamo ad esserlo»43, in una circolarità in cui si smarrisce il prius del processo.

  • 44 Forcellino 2019: 309.
  • 45 Ivi: 310.

15Lo stesso maestoso Mosè di San Pietro in Vincoli, una delle opere meglio riuscite di Michelangelo, è l’incorporazione del più bel pentimento artistico si possa immaginare: la scultura, concepita in un’ultima trouvaille – estemporanea e frutto della necessità di ricontrattualizzare per la terza volta l’incarico di Michelangelo per porre termine alla diatriba riguardo alla realizzazione del monumento funebre dedicato a papa Giulio II –, rivela all’occhio attento un cambiamento di postura della figura avvenuto a lavoro avanzato. Questa variazione di progetto nasconde mancanze ilemorfiche e complesse soluzioni progettuali decise in extremis, le quali mettono in rilievo l’“azzardo tecnico” di Michelangelo, ridefinizione della forma che ha lasciato molte tracce nella scultura. Si tratta di ombre che danno l’idea del grandioso mutamento avvenuto, stando alle testimonianze, in appena due giorni: la figura del Profeta, ancora disposta frontalmente nel 1516, verosimilmente con i piedi uniti («secondo quanto si deduce dalla strana forma che il lembo di mantello che oggi si affianca al piede destro proprio come la sagoma di un altro piede»44), oggi ci appare in tensione, quasi scomposta: la testa è restituita in torsione, mentre la gamba sinistra – carica di energia – è piegata vistosamente all’indietro, forse perché «il marmo precedentemente scolpito non gli permetteva di trovare spazio per il piede se non in una posizione molto arretrata»45.

  • 46 Ivi: 311.

16Ma il pentimento artistico di Michelangelo, in particolare, si nota nella barba: la mancanza di marmo, determinata dalla precedente lavorazione frontale, impone all’artista un escamotage che ha del prodigioso. Soprattutto nella parte a sinistra, in cui la barba è appena rilevata – trattata quasi come fosse un alto rilievo più che a tutto tondo come la parte di destra (in cui l’artista, evidentemente, poteva ancora contare sul marmo del mento offerto dalla postura originaria del Mosè). Michelangelo, per questa lacuna, fu costretto a spostare tutta a destra la barba grazie al gesto appena accennato dell’indice, sfruttando la torsione del capo; gesto della mano che, pur trattenendo il fluire libero della barba, «non avrebbe mai potuto avere le conseguenze che origina nella scultura»46. Questa soluzione, palesemente antinaturalistica, è la traccia vistosa di un pentimento artistico che, tuttavia, è all’origine di una delle figure più drammatiche e vive della storia dell’arte. Dove la forma, fino a un istante prima della riuscita, lotta con la materia, cercando di porre rimedio alle sue mancanze (dovute a sottrazioni coerenti con un antico progetto superato) in vista di un processo formativo del tutto nuovo. Il risultato è quello di una figura che pare ribellarsi al suo progetto originario, che sembra scegliere da sé la propria postura, contorcendosi riottosa sotto lo scalpello dello scultore.

  • 47 Freud 2004: 199 e segg.

17Con meno enfasi di Freud, che vedeva nella scultura del Mosè l’effigie del padre dell’orda primitiva (che scolpisce il super-io nella coscienza dei suoi figli organizzatisi in orde ribelli47), direi allora che il compito di Michelangelo, comunque immenso sul piano artistico, è stato quello di dar forma al proprio pentimento, cambiamento di progetto determinatosi in relazione a due elementi circostanziali: la mancanza di luce e il debito di materia. Il secondo elemento deriva dal primo, a sua volta conseguenza di un cambiamento d’illuminazione nell’ambiente di contesto: si tratta della chiusura di alcuni finestroni alti della Basilica di San Pietro in Vincoli, che pongono il volto del Mosè, originariamente progettato secondo la postura frontale, inaspettatamente in ombra: da qui la necessità di volgerne il capo verso l’entrata, alla sinistra del monumento. Il secondo è dato invece dal limite offerto dalla pietra, la quale, già modellata, offre resistenza al nuovo progetto di postura, determinando quelle soluzioni rischiose che animano la scultura come fosse un’imago viva, dotata di una propria intenzionalità che sopperisce come può alla necessità esteriore. Il limite materiale, retroagendo sull’intenzione artistica come suo correttivo, determina nell’artista pentimento e ridefinizione del progetto iniziale, facendo sì che la culpa – qualora la necessità sia assunta consapevolmente e responsabilmente dall’artista – divenga felix, vale a dire una trouvaille del tutto nuova tale da determinare una revisione dell’intento progettuale preventivo.

  • 48 Clements 1954: 302.
  • 49 Vasari 2010: II, 150.

18Da questo punto di vista, la forma che noi oggi ammiriamo si erge sui ruderi dei progetti accantonati, sui resti di forme scartate. Essa, in tal senso, potrebbe assurgere ad esempio di prassi cibernetica, fondata sul principio di resilienza dei limiti interni ed esterni: un agire avveduto e sempre pronto a riformulare i suoi propositi in relazione al feedback offerto dai dati di contesto. Il dar forma al proprio pentimento è una singolare possibilità dell’azione umana (anche artistica), con cui si giustifica quel sentore di necessità che accompagna la riuscita dell’opera ottenuta anche attraverso l’improvvisazione più estemporanea – ove è centrale una reazione pronta e non premeditata al dato contingente, assolutamente imprevedibile in fase di progettazione. Libertà e necessità, norma e pentimento, progettualità e revisione responsabile dell’intenzione di partenza, come nel gioco hegeliano delle forze, si saldano in un gesto che ha tanto i tratti della spontaneità, quanto quelli della mera reattività alla situazione data. O, per meglio dire, la libertà dell’artista si approfondisce in un fare responsabile che è costretto a rimeditare, in un modo del tutto nuovo, sugli scarti di progetti fallimentari inizialmente rifiutati, ma che ora potrebbero rivelarsi del tutto coerenti rispetto alla nuova situazione data. L’azione artistica, quindi, è sempre definibile nei termini di azione (progetto iniziale) e controreazione (alla luce del pentimento conseguente all’ostacolo recepito dagli organi effettori del fare artistico), controreazione che tende a riassorbire – componendole in un nuovo progetto – le variazioni di stato del sistema in vista del raggiungimento della regolarità della forma presagita (forma che manterrà comunque in sé la traccia dei propri limiti). Vi è insomma un’osmosi perenne tra materia e artefatto, che mette a dura prova il progetto originariamente concepito: in un gioco di alternanze tra “fase artistica” propriamente detta (il momento del pensiero intuitivo, della concezione dell’idea) e “fase naturale” (realizzazione pratica della forma presagita nella pietra, grazie all’uso sapiente delle mani, le quali percepiscono i limiti del contesto), che conferisce al processo formativo l’aspetto di un continuo inspiration-effort volto all’ottenimento – paradossalmente, esito del sommo artificio – della naturalità e spontaneità dell’opera realizzata48: come se l’opera fosse eseguita «in maniera difficile con facilissima facilità»49.

  • 50 Michelangelo 1875: 660.
  • 51 Ivi: 383.
  • 52 Così Michelangelo, esprimendosi in prima persona, avrebbe detto all’amico Bartolommeo Ammanniti: cf (...)
  • 53 Forcellino 2019: 171.

19Il processo artistico, andando incontro a fattori contingenti non preventivabili al momento dell’iniziale intuizione formale, secondo Michelangelo, potrebbe trovarsi, come scrive in una lettera del 12 febbraio 1517 a Leonardo di Cagione, di fronte a marmi non sufficientemente «begli e recipienti alle cose che ò da fare»50; essi, in corso d’opera, possono rivelarsi contenere «certi mancamenti […] che non si potevano indovinare»51, come Michelangelo scrive in un’altra lettera del 2 maggio 1517 a Domenico Buoninsegni. In questo caso la sfida artistica diviene temeraria, portando all’estremo la perizia e l’abilità dello scultore, nel cui sforzo sovrano – volto al raggiungimento della forma – «caca sangue nelle opere sue»52. In fondo, non c’è opera che vibri di vita propria, alla stregua di una viva imago, che al suo interno non sia permeata dal possibile pentimento del suo artefice – margine di aleatorietà della forma progettata che concede all’immagine, sospesa nell’indeterminatezza di possibilità equipollenti, quella «vaghezza ideale»53 che sorprende l’osservatore.

Conclusioni: “Prometeus in bivio”

20In questa metafora scultorea vedo un modello di azione responsiva e responsabile: quella di un soggetto resiliente, capace di assimilare i feedback ricevuti dal contesto, sempre disponibile a rivedere i propri progetti. La pietra, in fondo, è una metafora del mondo, che noi – nel nostro imperioso progetto di civiltà – dobbiamo tornare a riascoltare. Il sapere favorito dalle tecnologie, se abbandona la valutazione della propria riuscita sulla base della mera efficacia lineare (Schema 2), può essere di gran vantaggio nello stabilire un comportamento cibernetico, saggio e prudenziale, del tutto simile a quello del pipistrello. Un nuovo principio dell’agire etico, al centro di un’antropo-ecologia della responsabilità, potrebbe essere il seguente: agisci in modo che ogni tua azione sia sempre, in ogni momento del suo sviluppo teleologico, potenzialmente reversibile; considera inoltre ogni anello intermedio tra A e F (->->->), conformemente allo Schema 2, come un fine in sé, e non come un mezzo in vista di un fine ultimo. Chi bene agisce, in tal caso, è un attore rivolto anzitutto all’indietro, capace di mettere in discussione i presupposti della propria prassi, di sciogliere il processo di deliberazione in modo alternativo a quanto è stato intrapreso. Ciò vuol dire essere dotati di una memoria prodigiosa, rispetto alla quale nulla deve andar perduto. L’oblio, in questo caso, corrisponderebbe all’avallo epocale del principio dell’eutanasia applicato, su scala globale, al mondo naturale.

  • 54 Passmore 1986: 109.
  • 55 Ballard 2008.

21Sul piano storico, un esempio di questo incrocio di alternative qualitative, sciolte nel recente passato in un modo tutt’altro che razionale e responsabile, favorendo scelte discutibili ancora oggi revocabili (poiché, molto probabilmente, «se non facciamo qualcosa noi, per le generazioni future sarà troppo tardi»54), fa riferimento all’invenzione della bicicletta – strumento di locomozione che, nonostante l’apparente frugalità, è un vero concentrato di tecnologia sostenibile. Nessuno ci pensa più, ma essa è simultanea a quella dell’automobile, la causa odierna di un’infinità di problemi – dall’intasamento della viabilità all’inquinamento atmosferico, dalle guerre giuste (c’è sempre l’oro nero a mobilitare gli eserciti in Medio Oriente) alle petroliere incontinenti che solcano i mari lasciandosi dietro scie oleose e mortifere, dalle paurose e inutili morti per incidenti stradali (di cui è stato morboso, geniale cantore James G. Ballard55) alle problematiche estrattive (esaurimento dei giacimenti petroliferi, fracking, ecc.).

22Il velocipede a pedali e il celebre biciclo, gli antesignani dell’odierna bicicletta, nacquero tra il 1855 e il 1869, anno in cui Eugene Meyer inventò la ruota a raggi; il primo motore a combustione interna lo si deve invece allo svizzero Isaac de Rivaz, nel 1802, perfezionato solo nel 1876, undici anni prima che le prime vere automobili venissero presentate all’Esposizione Universale di Londra nel padiglione dedicata al materiale ferroviario. In uno stesso frangente, quindi, si sono profilate due soluzioni al problema della mobilità con un’interpretazione profondamente diversa del rapporto tra quanta di energia, velocità degli spostamenti, equità (nell’accaparramento delle risorse necessarie agli spostamenti) e appagamento effettivo dei viaggiatori – valore, quest’ultimo, per cui non si devono considerare solo i tempi necessari per il raggiungimento della meta: occorre infatti distinguere tra la mera euforia per una promessa di velocità irrealizzabile nelle odierne condizioni di traffico e la vera felicità di chi viaggia, che è motivata da più dati di realtà esterni: come sicurezza, comodità, stress da guida, costi ambientali, ecc.

  • 56 Illich 1974b: 12.
  • 57 Ivi: 73.
  • 58 Ivi: 56.
  • 59 Ivi: 31.

23Di fatto, scrive Ivan Illich, «equity and energy can grow concurrently only to a point»56: il continuo sforzo dell’industria per ingozzare la società con quantitativi di energia sempre maggiori che degradano, depauperano e infine frustrano la maggioranza della popolazione, soffocata com’è dai rifiuti (smog, polveri sottili, CO2, oli esausti, carcasse di auto che crescono come foreste di lamiera arrugginite nelle periferie urbane), dall’intasamento delle vie di transito ed estraniata dall’oscena metamorfosi dello spazio urbano per le nuove esigenze della viabilità, che «transforms geography into a pyramid of circuits sealed off from one another according to levels of acceleration»57. Illich, in definitiva, sostiene che «technocracy must prevail as soon as the ratio of mechanical power to metabolic energy oversteps a definite, identifiable threshold»58. Non sarebbe dunque il caso di ripensare a come sciogliere un antico nodo, proprio ora che sappiamo che la maggioranza di noi “spende una fetta sempre maggiore della propria esistenza in spostamenti non voluti”, succubi di una “distorsione dello spazio umano” che ha finalità puramente economiche? Anche perché, facendo riferimento ai dati reali, «man’s speed remained unchanged from the Age of Cyrus to the Age of Steam»59, mentre l’aria delle nostre città è divenuta irrespirabile.

24Un esempio analogo potrebbe essere fatto a proposito della tecnologia fotovoltaica e di quella nucleare. Qui, addirittura, la prossimità cronologica delle due scoperte/invenzioni tocca i legami di consanguineità tra gli inventori in causa:

  • 60 Bardi 2011: 177.

L’effetto fotovoltaico, la creazione di un potenziale elettrico sotto l’effetto della luce solare, fu scoperto nel 1839 da Alexandre-Edmond Becquerel, che era il padre di quell’Henry Becquerel che, più tardi, avrebbe scoperto la radioattività. Così, già nella seconda metà dell’Ottocento c’era chi si provava a fabbricare celle solari con l’idea di produrre energia, anche se nessuno sapeva spiegare come funzionassero60.

  • 61 Illich 1974a: 27-28.

25E, anche a tal proposito, potrebbero essere avanzati gli stessi rilievi su tasso di inquinamento, funzionalità e apporto di democrazia offerto dalle due alternative prospettatesi nella storia delle scienze applicate; si tratta, ancora una volta, del confronto tra una soluzione sporca (che si approfitta della momentanea opulenza energetica non rinnovabile) e di una pulita (come affrancamento dalla carenza determinata industrialmente da quella illusoria «shape of expectations»61 mediante la produzione di eccessi, i quali, al di là del loro immediato vantaggio, depauperano il mondo e attentano alla vita).

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Note

1 Bergoglio 2015: 46.

2 Mazzarella 2004: 142.

3 Foà 2021.

4 Mazzarella 2017: 10.

5 Jonas 2009: 12.

6 Ibidem.

7 Peccei 1976: 157.

8 Nunes, Bastos Görgens 2016.

9 Fan, Hu, Cao, Ruan, Wei 2018.

10 Haeckel 1868.

11 Jonas 2009: 16.

12 Dick 2007: 139.

13 Floridi 2015: pos. 511.

14 Neurath 1959: 204.

15 Leonardo da Vinci 1986-1990: fol. 8r.

16 Peccei 1976; 153.

17 Ivi: 155.

18 Ibidem.

19 Ivi: 173-174.

20 Su questi temi si veda il mio Cuozzo 2019.

21 Botha 2006: 3.

22 Mesarovic, Pestel 1974; 21-23.

23 Viale 2011: 85.

24 Per questi termini si veda Varela, Thompson, Rosch 1991.

25 Slabbekoorn, Bouton 2008: e5.

26 Mazzarella 2004: 11.

27 Ivi: 12.

28 Dupuy 2011: 101.

29 Illich 1974a: 122.

30 Lovelock 1979: 45.

31 Ivi: 46.

32 Scanlan 2006: 87.

33 Passmore 1986: 95.

34 Sen 2009: 94.

35 Löwith 1981: 265.

36 Wittkower R., Wittkower M. 2016: 85.

37 Michelangelo 1863: 270.

38 Pareyson 1991: 59.

39 Ivi: 91.

40 Heidegger 2001: 177.

41 Sparti 2007: 88. Traggo spunti e bibliografia in merito al fenomeno dell’improvvisazione da Bertinetto 2009.

42 Bertinetto 2009; 148.

43 Mazzarella 2017: 7.

44 Forcellino 2019: 309.

45 Ivi: 310.

46 Ivi: 311.

47 Freud 2004: 199 e segg.

48 Clements 1954: 302.

49 Vasari 2010: II, 150.

50 Michelangelo 1875: 660.

51 Ivi: 383.

52 Così Michelangelo, esprimendosi in prima persona, avrebbe detto all’amico Bartolommeo Ammanniti: cfr. Clements 1954: 301.

53 Forcellino 2019: 171.

54 Passmore 1986: 109.

55 Ballard 2008.

56 Illich 1974b: 12.

57 Ivi: 73.

58 Ivi: 56.

59 Ivi: 31.

60 Bardi 2011: 177.

61 Illich 1974a: 27-28.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gianluca Cuozzo, «La responsabilità ecologica»Rivista di estetica, 78 | 2021, 197-213.

Notizia bibliografica digitale

Gianluca Cuozzo, «La responsabilità ecologica»Rivista di estetica [Online], 78 | 2021, online dal 01 février 2024, consultato il 12 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/8473; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.8473

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