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Abstract

The present article analyses the concept of lecture in the thought of Simone Weil. Lecture is connected to the rational activity of human being and it allows man to orientate inside the structure of reality, by virtue of the meaning lecture itself determines. The different levels of lecture culminate in the possibility, for lecture itself, to reach a dimension of self-knowledge, and therefore to convert itself into non-lecture. Non-lecture corresponds to the state of abandonment and detachment which is typical of mysticism. When man reaches this condition, he can overcome the fallacy of form and affirm the real presence of the things, in order to access a superior knowledge of reality and to a full experience of divine love. Non-lecture permits human being to face the malheur, understanding that malheur is a contradictory sign of divine grace.

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Termini di indicizzazione

Parole chiave:

lettura, presenza, sapere, amore, sfortuna
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Testo integrale

1. Lettura

  • 1 Si tratta di Weil 2005a e Weil 2005b. Sui principali concetti della speculazione weiliana analizzat (...)

1Nei frammenti e nelle annotazioni che Simone Weil dedica al concetto di lettura1 è possibile ritracciare numerosi elementi che permettono di analizzare la situazione umana in relazione al mondo, di definire la condizione dell’uomo all’interno della necessità, la rigida scansione che occulta e manifesta, nel contempo, la divinità.

  • 2 Weil 2005a: 403.
  • 3 Nel presente articolo, si utilizza il termine intelletto per designare la componente “razionale” de (...)
  • 4 Ivi: 406.
  • 5 Ibidem.
  • 6 Ivi: 407.

2Nel primo nucleo di annotazioni la pensatrice francese afferma che «vi sono cose che per se stesse non sono causa di alcuna sofferenza, ma fanno soffrire come segni; segni di una sventura che, per se stessa, farebbe soffrire molto meno o affatto, raramente o mai, essendo troppo astratta. Se tali segni sono frequenti tutti i giorni, vi è sventura. Dal di fuori, non si immagina l’importanza di questi segni»2. La sventura, concetto cardinale del pensiero di Simone Weil, è posta come punto di partenza e punto di arrivo della lettura. Come punto di partenza perché essa vale da orizzonte in cui si situa l’uomo: la sventura è il lato notturno della necessità, il versante duro e spietato del divenire in cui tutti gli enti sono collocati; è la possibilità suprema, che rimane sempre presente all’essere umano, l’occasione perenne di incontrare la divinità in una particolare declinazione teofanica, quella della sua assenza. La sventura è anche il momento culminante della lettura, in quanto la consegna definitiva dell’atto di leggere il reale, il fine ultimo dell’intelletto umano3, è di porsi consapevolmente in una condizione di scacco, di aprirsi alla contraddizione e al mistero, al fine di esperire, attraverso l’amore puro, la condizione divina. Rendersi trasparenti all’amore più elevato, che si rivela nelle espressioni marginali perché privo di potenza, è il fine più nobile dell’uomo. Ciò è possibile se si accetta la sventura come risvolto negativo di una necessità che resta, intrinsecamente, divina, seppur dura e inesorabile nella sua scansione: «se si ama un amico, si è felici quando ci stringe la mano, anche se stringe troppo forte e fa male. Sentire così ogni dolore, ogni sventura. L’essere che amiamo e che ci ama ci stringe la mano un po’ forte. Ma è lui che ci tocca»4. Il principio della sventura regola la condizione umana e vale da orizzonte ‒ primo e ultimo ‒ nel quale l’uomo si muove alla comprensione del reale, alla sua lettura, la quale è devota, ma rigorosamente consapevole, contemplazione. Leggere a fondo la sventura conduce, senza mediazione ‒ in virtù del fatto che un tale «esercizio dell’intelligenza», una tale contemplazione, è «tutto ciò che strappa»5 ‒, alla sua accettazione perché, riconoscendo nel suo marchio la volontà divina, si attiva nell’uomo l’amore per un universo ricomposto nel significato della legge del limite e dell’ordine: «un groviglio di linee appare spesso angoscioso in mancanza di ogni significato; quando, dopo averlo guardato per un po’, vi si vede un disegno ordinato rispetto a un significato, il sentimento di angoscia sparisce, la sensibilità è effettivamente modificata rispetto a queste linee. Ugualmente accade per la sventura»6.

  • 7 Ibidem.

3In queste annotazioni si afferma ancora che il punto di partenza del movimento umano all’interno del cosmo sono le sensazioni perché «in certo senso non ci sono date che sensazioni». La sensazione non può mai essere pensata, isolata, al fine di afferrarne l’essenza. Bensì, «attraverso esse pensiamo solo qualche cosa. Attraverso esse noi leggiamo. Che cosa leggiamo? Non qualsiasi cosa, a nostro piacimento. Neppure qualcosa che non dipenda in alcun modo da noi»7. La sensazione apre alla duplicità del significato: esso è decisamente svincolato dal soggetto, in quanto proviene dall’esterno, ma ne è anche indissolubilmente legato perché attivato dalla percezione umana dei limiti del reale, dall’esercizio della lettura.

  • 8 Weil 2005b: 408.
  • 9 Weil 2008a: 171.
  • 10 Ivi: 172.
  • 11 Ibidem.

4Il secondo testo, più articolato del primo, principia proprio dal concetto di sensazione. La sensazione si impone immediatamente all’essere umano, imprimendo con forza il proprio segno. Si tratta di un processo che è indelebile e inevitabile impressione, una modificazione che passa attraverso il corpo e che afferra il soggetto. «Qualcosa mi afferra. È così che l’universo mi tratta e io lo riconosco da questo trattamento»8. Il potere della sensazione, quanto a vigore ed evidenza, supera anche quello del pensiero e dello spirito. Da qui l’importanza del dolore fisico per la definizione della sventura; dolore che non risolve il concetto di sventura, ma che ne risulta condizione essenziale: «la sventura è inseparabile dalla sofferenza fisica, e tuttavia ne è completamente distinta»9 e, «se il dolore fisico è del tutto assente, per l’anima non c’è sventura perché il pensiero si trasferisce su qualsiasi altro oggetto»10. Il marchio della sensazione è il modo in cui l’universo afferra l’essere umano; esso rappresenta l’inevitabile interfaccia posto tra la necessità e l’uomo. Nel caso in cui la rigida e inesorabile legge del limite imponga all’essere umano il supplizio dell’asperità, è il malheur ‒ che, invero, incombe costantemente su ogni uomo anche quando esso non si rivela espressamente ‒ ad affermarsi, inchiodando lo sventurato alla sua condizione di marginalità per mezzo del dolore: «quaggiù la proprietà d’incatenare il pensiero appartiene soltanto al dolore fisico»11.

  • 12 Weil 2005b: 408.
  • 13 Ibidem.
  • 14 Ivi: 409.
  • 15 Ibidem.
  • 16 Ivi: 410.
  • 17 Ivi: 409.

5Il contenuto della sensazione è il significato che essa reca con sé («delle sensazioni di per sé quasi indifferenti ci afferrano […] mediante il loro significato»12); l’effetto e l’efficacia della sensazione si misurano a partire dal significato che essa riveste per il soggetto. Significato che rappresenta l’essenza della sensazione: la persona non viene «afferrata dalla sensazione ma dal significato, che ha raggiunto lo spirito immediatamente, brutalmente, senza la sua partecipazione, così come le sensazioni afferrano»13. L’uomo accede al significato mediante la lettura: «è così che in ogni istante della nostra vita siamo afferrati come dal di fuori dai significati che noi stessi leggiamo nelle apparenze»14. Alla lettura è impossibile sottrarsi perché, «quanto a non leggere, è cosa impossibile; non è possibile guardare un testo stampato in una lingua nota, collocato in modo opportuno, e non leggere alcunché; al più vi si potrebbe forse riuscire dopo essersi esercitati molto a lungo»15. Un cambiamento della percezione corrisponde a una modificazione al livello della capacità di lettura del soggetto: «ciò che chiamiamo correzione di una illusione dei sensi è una lettura modificata»16. In questi passaggi del testo si assiste a uno scollamento tra significato e sensazione: la sensazione trasmette un nucleo di significato, sottoposto a interpretazione mediante la lettura che il soggetto ne fa, nucleo che, per un certo verso, risulta avulso dal vettore che lo trasmette perché incardinato sulla disposizione ermeneutica del soggetto che legge la realtà. La mera sensazione, priva del significato, appare alla stregua di un guscio vuoto che non mette, effettivamente, in connessione il soggetto con il mondo e che non trasmette l’azione che la necessità ‘naturale’ esercita sull’essere umano. Tale vincolo è assicurato dal potere del quantum significante: «non ci sono date sensazioni e significati; ci è dato soltanto ciò che leggiamo»17.

  • 18 Ibidem.
  • 19 «Lire, c’est donc produire et subir une action qui est à même d’opérer une modification brusque» (V (...)
  • 20 Cfr. infra la seconda parte del presente scritto.
  • 21 Zani 1994: 130.

6Essendo il significato in funzione della lettura, pur rimanendo significato e lettura ineliminabili, la realtà esterna subisce una ‘oscillazione’ a causa della differente modalità in cui può darsi la lettura, e in cui agisce il significato che tale lettura racchiude: «quindi si può discutere senza fine sulla realtà del mondo esterno. Perché ciò che chiamiamo mondo sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale. Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale»18. È qui sancito il carattere duplice del significato: esso proviene da porzioni di mondo sottoposte all’azione di un soggetto che legge attivamente, ma il significato giunge al lettore alla stregua di un portato di una dimensione altra rispetto al soggetto stesso, configurando un’influenza esterna che sembra imporsi a un ente passivo19. Si intravede così un secondo momento problematico, quello della relazione tra il significato, portato dalla sensazione e legato al mondo, e la sua lettura, inevitabile disposizione ermeneutica del soggetto che sta all’interno del mondo. Il significato viene da fuori, è esterno rispetto al soggetto e lo afferra con forza, ma esso è, nel contempo, interno all’operazione di lettura del soggetto. La pensatrice si interroga anche sullo statuto di realtà del contesto da cui provengono i significati, e quindi le sensazioni. Da un lato, le forme sono originate dalla lettura, prodotte necessariamente dalla soggettività; dall’altro, i significati catturano l’essere umano, arrivano persino a deformare la sua anima e il suo corpo nella situazione di sventura, rivelando così l’indiscutibile presenza di una realtà esterna. È possibile anticipare che tale aporia, in cui vive il senso della contraddizione che caratterizza la riflessione weiliana, viene risolta nel momento in cui la lettura si intensifica e si risolve nel grado supremo della non-lettura20. In questo stato dell’essere e del conoscere, infatti, il complesso formale che costituisce il mondo esplicato, l’intero universo della necessità, è ricondotto all’ordine della pura presenza: il momento apicale della lettura conduce a «una forma di inattaccabile realismo metafisico»21.

  • 22 Weil 1982a: 247.
  • 23 Weil 2012a: 102.

7L’esercizio della lettura è connesso alla facoltà dell’intelletto, che, insieme alla volontà, caratterizza l’essere umano e ne decreta gli spostamenti e la collocazione all’interno della realtà, tanto che Simone Weil scrive che «l’errore non è nell’azione, è un errore di lettura»22 e che «altrimenti ci cogliamo in fallo solo quando il caso sostituisce bruscamente una lettura con un’altra, come nelle illusioni ottiche»23. Da ciò che si è affermato finora deriva che le caratteristiche dello statuto gnoseologico del mondo reale, letto dal soggetto, possono essere poste in corrispondenza della complessità ontologica del regno della necessità. Quest’ultimo, secondo un versante, è salda e rigogliosa manifestazione della divinità, momento teofanico in cui l’origine divina si dà attraverso le coordinate spazio-temporali e la inesorabile legge del limite. Secondo l’altro, la necessità è normata dalla pesanteur, che comporta divisione, disgregazione, consunzione e lacerazione. Al versante della pesanteur è indissolubilmente connessa la croce del malheur, che vale, per la creatura umana, tuttavia e nel contempo, da possibilità di vincere l’inganno del mondo e da occasione per esperire la contraddittoria presenza della grazia divina. Contraddizione che poggia sulla particolare modalità della relazione tra Dio e il mondo, rapporto fondato sulla contemporanea presenza e assenza della divinità, il principio primo che si rivela come presente in assenza all’interno della dimensione cosmica della necessità.

  • 24 Weil 2005b: 413.

8La dinamica alla base del significato, che media il rapporto dell’oggetto con il soggetto e la cui lettura trasmette l’azione della necessità, presenta un terzo elemento problematico che riguarda il significato e la sua lettura, e che risiede nell’avvicendarsi continuo dei significati, nella successione delle letture determinate che si attivano nell’uomo e a cui l’uomo è sottoposto. Ricorda Weil che «tutta la nostra vita è fatta dello stesso tessuto, di significati che s’impongono l’uno dopo l’altro, e ciascuno di essi, quando appare e entra in noi attraverso i sensi, riduce allo stato di fantasmi tutte le idee che potrebbero opporvisi»24. Si tratta di una oscillazione che, nei momenti di discontinuità tra un significato e l’altro, potrebbe comportare una messa in questione del significato stesso, e quindi del mondo. La realtà mondana appare assente, perché inevitabilmente cangiante, e presente, perché sempre in grado di afferrare il soggetto. Inoltre, la ‘fluttuazione’ del significato, secondo la lettura che l’uomo impone alla realtà, non ne annulla la presenza, ma fa sentire la pressione del significato sull’anima, la quale viene sollecitata e trasportata dall’azione dei significati, a tal punto da subire una torsione che la allontana dal centro direttivo dell’essere umano.

9A questa dinamica può essere ricondotta la sensazione di sradicamento della vita, di esistenza decentrata, che una concentrazione caustica e ostile del significato, il malheur, comporta.

  • 25 Ivi: 411.

I significati, che esaminati astrattamente sembrerebbero semplici pensieri, sorgono dunque da ogni parte intorno a me, s’impossessano della mia anima e la modificano di momento in momento, cosicché non posso dire, per usare una locuzione familiare, che la mia anima mi appartiene. Io credo in ciò che leggo, i miei giudizi sono ciò che leggo, agisco secondo ciò che leggo; altrimenti come potrei agire?25.

  • 26 Ivi: 413.
  • 27 Ibidem.

10Il significato è, dunque, lo sfondo nel quale l’essere umano si muove. Uno sfondo che non solo vale da alveo gnoseologico dell’azione dell’intelletto, ma che rimanda anche all’orizzonte metafisico in cui l’uomo è calato, ed entro il quale può muoversi attivando diversi livelli di lettura e, quindi, diversi “addensamenti” del significato stesso. In merito, Simone Weil scrive che «forse posseggo anche il potere di cambiare i significati che leggo nelle apparenze e che mi s’impongono; ma anche questo potere è limitato, indiretto e si esercita mediante un lavoro»26 e che «l’azione su se stessi, l’azione sugli altri consiste nel trasformare i significati»27.

  • 28 Il presente articolo non si sofferma sui nessi tra intelletto, volontà e amore divino, relazioni ch (...)
  • 29 Cfr. Weil 2005b: 411, 414-415.

11Rispetto al soggetto, la capacità di lettura attiva, dall’interno, uno specifico quantum di significato, il quale, a sua volta, si impone dall’esterno. La regolazione dell’intensità della lettura decreta lo statuto gnoseologico e ontologico dell’essere umano, la sua collocazione nel cosmo che deriva dalla interazione di intelletto e volontà all’interno di un complesso dominato dall’amore divino; il grado di consapevolezza della situazione metafisica del soggetto consegue dall’esercizio della libertà di lettura, dall’intensità e dalla profondità dell’attenzione28. È bene sottolineare che l’uomo non si limita ad afferrare significati diversi imposti dall’esterno, transitando da una postazione di senso all’altra; è lui stesso ad attivare, ad approfondire e a regolare il significato, grazie al potere della lettura, che gli è connaturato e irrinunciabile. Inevitabile leggere, più o meno in profondità, come inevitabile è farsi catturare dal significato, secondo un peculiare incrocio di attività e passività. Il luogo vero e ultimo, in senso orizzontale, dell’essere umano è il regno della necessità, che deriva dall’azione ‘verticale’ della divinità; dalla necessità, grazie alla lettura dei limiti costitutivi del reale, grazie alla comprensione delle sue asperità, sorgono i significati, i quali hanno effetto sull’anima umana e decretano le azioni dell’uomo29.

  • 30 Cfr. Dall’Igna 2020: 171-189.
  • 31 Weil 2012a: 101.
  • 32 Ibidem.

12Il continuo mutare del significato, ricondotto alla lettura ma già insito nella complessità della necessità, ricorda il gioco dei contrari che si riscontra nella vicissitudo, concetto cardinale del pensiero di Giordano Bruno. Tuttavia, laddove Bruno afferma, con slancio pagano si potrebbe dire, la vitalità della trasformazione universale, figlia di una divinità che si manifesta sotto il segno della pienezza, Simone Weil predilige i toni cupi di una teofania per assenza, di un ritiro divino che segna inequivocabilmente la presenza di un vettore che trae verso il basso, che disperde gli enti secondo la gravità, che lacera il soggetto inchiodandolo al supplizio della croce30. Come si vedrà infra, la lettura weiliana è, nel contempo, modo di seguire la vicissitudine, perché soffermarsi sulle forme le è consustanziale, e tentativo di superare il turbinoso alternarsi e succedersi dei contrari, nel caso di una concentrazione apicale dell’esercizio stesso della lettura. Di certo, la lettura fissa, in qualche modo, il significato ‒ e vi si affissa. Esso può certamente mutare, nel momento in cui cambia la lettura, ma leggere è stabilire un significato, dunque fermare, almeno nell’attimo della lettura attuale, il trascorrere dei significati e delle cose. La lettura si oppone alla gravità ‒ «lettura e gravità. Mescolanza delle due: vertigine»31 ‒, e il significato si erge, almeno apparentemente, di contro alla dispersione. Nondimeno, il significato rimane schiavo delle forme, delle determinazioni che, ingannando il nucleo divino e impersonale dell’essere umano, distolgono da una ‘salvifica’ affermazione dell’amore divino. E, dato che «si legge il testo suscettibile di procurare l’equilibrio più facile»32, una lettura semplicistica ‒ si badi: non semplice e umile ‒, a cui corrisponde un significato scarno ‒ si badi: non scabro e scarnificato ‒, potrebbe condurre ad assecondare il vettore della forza, la declinazione più disumana della gravità.

  • 33 «Lire implique diverses positions que nous occupons en fonction des rapports de force que nous entr (...)
  • 34 Weil 2012b: 225.
  • 35 Weil 2005b: 409.

13La lettura presenta, quindi, diversi gradi, diversi livelli metafisici33. Ed esistono tipi di lettura che tendono a spingere l’essere umano verso la conversio all’amore divino; in particolare, quella lettura che vuole incentrarsi nel proprio ádyton, sospendersi sopra la determinatio, negarsi nell’amore divino: «questa lettura va contro la gravità, è soprannaturale»34. Si tratta di una forma di pensiero che si colloca sul limite della sottrazione del pensiero, e che ammette la contraddizione: «perché voler risolvere questa contraddizione, quando il compito più alto del pensiero, su questa terra, è quello di definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, come dice Platone, tirano verso l’alto?»35. Di fronte alla matrice del problema del significato del mondo, l’essere umano deve raccogliersi nella contraddizione, senza annullarla, al fine di cogliere il senso più profondo della necessità, il mistero della sua origine divina e le arcane modalità in cui la grazia di Dio si dona all’uomo e l’uomo può tornare alla propria sorgente. Di ciò si occupa la non-lettura.

2. Non-lettura

  • 36 Weil 2012c: 288-289.
  • 37 Weil 1988: 43. Cfr. Putino 1997: 62: «la contraddizione è il limite del pensiero, ciò davanti a cui (...)
  • 38 Weil 1988: 42.
  • 39 Weil 2008a: 177.

14La non-lettura è cosa impossibile, collocata nel novero delle contraddizioni che costellano l’esistenza umana. Tuttavia, tali punti di contraddizione rappresentano l’ingresso alla dimensione del divino e dell’eterno: «le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte, uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell’immaginario. La contraddizione è la prova della necessità»36. La contraddizione è la realtà stessa al grado più elevato di intensità, «il reale è essenzialmente la contraddizione»37. Essendo l’essenza della realtà, la contraddizione in cui si imbatte l’essere umano alla cerca della verità, l’uomo intento a comprendere il reale e occupato nell’esercizio della sua profonda lettura, è anche la via per entrare negli arcani della necessità, per coglierne il criterio intrinseco di bellezza e giustizia; quindi, «la contraddizione è la mediazione. […] La contraddizione è il nostro cammino verso Dio perché noi siamo creature e la creazione stessa è contraddizione»38. La condizione umana è regolata dalla sventura che, secondo un certo grado di libertà, vincola l’essere umano alla necessità, definendo la situazione dell’uomo nel quadro del reale. L’esempio massimo di sventura, culminante exemplum metafisico, è la crocifissione, il supplizio a cui si sottopone la stessa divinità al fine di tenere insieme centro e margine della realtà, mediante un processo di lacerazione infinito che attesta la grazia divina priva di potenza: «alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso, poiché nessun altro avrebbe potuto farlo. Questa distanza infinita fra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Nulla è più lontano da Dio di quel che è stato fatto maledizione»39. Tuttavia, il margine che così si determina rimane Dio stesso, seppur nella forma contraddittoria di una presenza della divinità che si realizza mediante la sua drammatica assenza, attraverso la sua morte sulla croce.

  • 40 Weil 1988: 44.
  • 41 Cfr. Esposito 2014: 55-62.

15L’esercizio della lettura deve, allora, soffermarsi sui punti di lacerazione, sulle discontinuità che la contraddizione produce, perché «la contraddizione non è pensata senza uno sforzo di attenzione. Perché senza questo sforzo si pensa l’uno o l’altro dei contrari, non i due insieme, e soprattutto non i due insieme in quanto contraddittori. D’altra parte la contraddizione è ciò di cui il nostro pensiero tenta di sbarazzarsi e non può sbarazzarsi. È data dal di fuori. È reale»40. La contraddizione, nel pensiero di Simone Weil, sta sotto il segno della trascendenza; essa è sia un’apertura ontologica che è squarcio del tessuto umano per portare in luce il divino, sia un nesso gnoseologico che permette all’uomo di intendere a fondo la necessità che vige nella realtà. Per quanto concerne il tema della contraddizione, si avverte l’influenza del pensiero di Niccolò Cusano, ma i toni weiliani sono più marcati nel senso della lacerazione, della distanza tra infinito e finito: si potrebbe affermare che questo è uno dei punti in cui il «tasso di gnosticismo»41 allontana Simone da una linea di pensiero più schiettamente neoplatonica. Per la pensatrice francese,

  • 42 Weil 1988: 44.

è necessario pensare insieme i possibili atteggiamenti contrari accompagnati dalle loro rispettive ragioni, con la più grande pienezza d’intensità; allora, mentre il vertice del pensiero è fisso su questa contraddizione, la natura, incapace di sostenere i contraddittori, inclina da una parte. O lo spirito sostiene in se stesso la realtà della nozione simultanea dei contraddittori, oppure è sballottato dal meccanismo delle compensazioni naturali da un contrario all’altro42.

  • 43 Ibidem.

16Il vertice del pensiero separa, dunque, l’uomo dall’azione vicissitudinale dei contrari, dal loro reciproco tirarsi e divergere, e lo posiziona nella regione originaria dove i contrari sono pensati secondo unità ‒ collocazione che non comporta l’uscita dell’ente dal tessuto spazio-temporale, ma un suo stare in esso in modo differenziato. L’essere umano che ha colto e fatto propria la differenza che la trascendenza istituisce tra la divinità, infinita e perfetta, e il cosmo dei contrari, che sono frutto della contraddittoria creazione divina ‒ evento che rivela la divinità mediante il suo ritiro dal mondo ‒, riesce a leggere, nella rigida necessità, il darsi di una bellezza superiore perché «l’essenza del bello è contraddizione, scandalo e in nessun caso convenienza, ma scandalo che s’impone e colma di gioia»43.

  • 44 Ibidem.
  • 45 Weil 1982a: 256.
  • 46 Weil 2012c: 276.
  • 47 A mio avviso, pur passando attraverso la forza lacerante della contraddizione, l’uomo non raggiunge (...)

17La contraddizione va letta, esige di essere pensata, ci si deve raccogliere in essa con l’apice della mente, e questa «è una verità di primaria importanza per la condotta della vita»44. Nella contraddizione la lettura si affina, si fa cuneo che penetra gli interstizi essenziali del reale, laddove il punto più alto dell’intelletto incontra la verità. In questo luogo, in cui infinito e finito vengono portati a coincidenza, nel momento in cui si realizza un passaggio tra eternità e tempo, la lettura tocca il vertice della non-lettura, e il «non leggere [è] possibile solo per brevi istanti»45. Dunque, «è necessario leggere per pervenire alla non-lettura»46. L’intelletto persegue la verità grazie alla funzione della lettura, si applica al fine di seguire i significati della realtà fino al punto della sospensione del significato, punto in cui si attua la soluzione del gioco dei contrari. Nell’istante apicale della contraddizione, della sua intesa e della sua realizzazione, l’intelletto si semplifica fino a volgersi nella sua negazione suprema47, fino a compiersi nell’oscurità sopraessenziale, entrando nel sole nero della verità, nella caligine divina di cui è maestro lo pseudo-Dionigi.

  • 48 Weil 1982a: 259.
  • 49 Weil 1988: 56.
  • 50 Weil 1982b: 382.
  • 51 Weil 2012c: 267.

18La sospensione del significato, in cui culmina la non-lettura, comporta anche la sospensione del giudizio: «sospendere il proprio giudizio: non leggere»48. L’essere umano che dismette la lettura agisce alla stregua dell’uomo distaccato, nel quale la cerca della verità corrisponde alla «ricerca della non-lettura»49. Come nel pensiero di Meister Eckhart, per cui alla unio mystica corrisponde l’abbandono dell’influenza delle determinazioni, la negazione di quella negazione che è l’inganno della dimensione creaturale della determinatio, il non-lettore si distacca non solo dalla volontà di possesso, ma anche dai concetti che ne affollano lo spazio mentale. Concetti che l’analisi ‘dialettica’ di Simone Weil è in grado di definire pensiero e, insieme, suo contrario. La filosofa si riferisce allo spazio e al tempo, collocando lo snodo problematico nel rapporto che l’uomo lettore intrattiene con il tessuto spazio-temporale, di cui la determinatio è il nucleo. L’esercizio del pensiero pare incatenarsi alle coordinate spazio-temporali, che valgono da determinazioni, dello stesso pensiero, in grado di vincolarne la forza e di ostacolarne la corsa. «Il pensiero è incatenato da cose che sono il contrario del pensiero, e tuttavia sono solo pensieri (spazio e tempo)»50. Weil indica qui una possibilità di portare a coincidenza le contraddizioni. La lettura approfondita, che si erge sul flusso delle cose aspirando a intenderlo senza appartenervi, deve giungere a un grado di intensione tale da scorgere, nelle determinazioni spazio-temporali, un carattere di coessenzialità alla lettura stessa: l’esercizio del pensiero, di cui è fatta la lettura, deve far coincidere se medesimo al tessuto vicissitudinale dei significati. Quando l’intelletto opera un «uso purificatore dello scetticismo», mediante il quale «si tratta di sradicare le letture, di cambiarle, per giungere alla non-lettura»51, esso riesce a vedere se stesso come determinazione tra le determinazioni, riesce quindi a leggere se stesso, a realizzarsi alla stregua di una elevata auto-lettura, il cui esito è portarsi al limite, annichilirsi, sospendersi e negarsi, e volgersi in semplice e nuda non-lettura; uno stadio della conoscenza in cui l’intelletto, realizzato nel suo apice, risulta nel contempo presente, concentrato, e assente, sospeso.

  • 52 Weil 1982a: 284.
  • 53 «Le monde n’est ni réel ni imaginaire. Il est un effet de réel» (Vogel 2010: 204).
  • 54 Weil 1982a: 283.

19Punto culminante di questo percorso, che è possibile definire mistico nella misura in cui nega per ascendere verso il principio, toglie per affermare l’origine, è una situazione in cui l’essere umano intende l’ordine della pura presenza al di là della forma. «Presentare nello stesso oggetto forme molteplici eleva lo spettatore (il lettore) al di sopra della forma. Si ottiene così il senza forma che è al di sopra della forma; perché vi è sempre il pericolo di cadere al di sotto della forma»52: al fine di non relegare l’attività dell’intelletto a mera cattura delle determinazioni sotto forma di concetti, per evitare di incardinare la sua azione sullo scorrere dei contrari, la lettura deve essere in grado di fare violenza a se stessa e di applicarsi senza la volontà di determinare un significato, ma con la ferma intenzione di aprire la determinazione stessa del significato, lasciando dissolvere l’univocità del divenire per far posto alla pura presenza e riuscendo a spostare la situazione umana dall’influenza del significato alla lettura della sua scomparsa. L’essere umano passa così dal mondo delle forme, nel quale il significato è ineliminabile, così come la sua capacità di afferrare l’anima e di lasciarvi i segni della sua invadenza, alla sospensione della forma, al momento apicale in cui la lettura comprende che lettura, significato e aggregazioni spazio-temporali sono assimilabili in quanto determinazioni. Tale istante, che equivale all’abbandono della creaturalità, al distacco dalle determinazioni, dissolve i dubbi sulla natura dei significati: essi non sono reali o, per onorare una maggiore precisione, essi appartengono a un grado inferiore della realtà53, un livello ontologico e gnoseologico ancora preda della scansione tipica del divenire. Quando la lettura, leggendo se stessa, si nega, e quando l’intelletto, volgendosi a se stesso, supera se stesso, l’uomo raggiunge una situazione metafisica in cui è in grado di «vedere un ordine senza forma. In rapporto a questo, vedere le forme è una caduta. Non leggere. Leggere la non-lettura. Arte suprema, ordine senza forma né nome. Negazione della forma nella grande arte. […] Piani molteplici | non-lettura (senza nome né forma) | presenza»54. L’«ordine senza forma» è uno stato dell’essere e del conoscere in cui si afferma la pura presenza, in cui viene meno l’inganno della forma, intesa come costrizione spazio-temporale che nega la possibilità di vedere un orizzonte altro; si tratta di una situazione aperta al piano dell’originario: è possibile così riconoscere e riconnettersi alla Forma senza forma, a quell’ordine infinito e indeterminato che governa l’intera realtà, e dismettere un esercizio della lettura scandito dalla determinatio delle forme.

  • 55 Nel pensiero di Simone Weil, la non-lettura, attenzione estrema, si lega al concetto di de-creazion (...)
  • 56 Weil 2005b: 413.

20Dunque, l’intelletto umano, nell’atto di leggere le forme del cosmo, vi è ancora legato, rimane ancora ammaliato dalle concrezioni spazio-temporali, anche quando le intende dall’alto. La sua collocazione è davvero suprema nel momento in cui l’intelligenza della lettura abdica a se stessa, auto-conoscendosi, auto-affermandosi e auto-superandosi all’interno del suo proprio sacello55: operazione che ricorda il raggiungimento dell’apex mentis di cui parla il misticismo speculativo (di marca neoplatonica), il ritorno al punto originario da cui si dipartono intelletto e volontà (come nel pensiero di Meister Eckhart), l’approdo al livello ultimo della mente (per esempio, nel furore intellettuale di Giordano Bruno). Si tratta di un processo auto-formativo, secondo il quale «l’azione su se stessi, l’azione sugli altri consiste nel trasformare i significati»56.

  • 57 Castellana M. 1979: 25, 48.
  • 58 Putino 1997: 50.
  • 59 «Weil non cade in un irrazionalismo sentimentale o istintivo, perché l’intelligenza non viene elimi (...)

21Un momento decisivo per affrontare e vagliare lo statuto della non-lettura nella considerazione dell’essere umano ‒ valutando il suo rilievo nella costellazione concettuale del pensiero di Simone Weil ‒ è dato dalla situazione dell’uomo di fronte al malheur. La considerazione della forza della lettura ‒ e la valutazione della tenuta della non-lettura ‒ incontra nuovamente, come era accaduto all’inizio del presente articolo, i poteri della sventura. Come affermato, la sventura è il vero orizzonte in cui si muove l’essere umano dotato della facoltà della lettura, valendo il malheur da risvolto ‘inferiore’, gravoso e gravante, della necessità; infatti, «il “malheur” è la vera condizione dell’uomo», «condizione strutturale dell’uomo è quindi il malheur»57 e «tutta la sventura è su tutti»58. Dunque, se la lettura si applica al complesso del cosmo esplicato e alle sue forme, e se la non-lettura è il risvolto superiore in cui culmina la più profonda concentrazione della lettura stessa59, che cosa accade a colui che, essendo collocato all’interno della necessità, per un verso, ne subisce il peso della sventura e, per l’altro, ne coglie l’intima ragione, ovvero una manifestazione divina per assenza e sottrazione?

22L’essere umano, come già affermato, non può fare a meno di leggere e, nel contempo, di subire il significato: ciò vuol dire che, quando il suo esercizio di lettura incontra le asperità dei limiti di cui è fatta la necessità, la sua intera costituzione viene afferrata dal malheur. L’uomo che legge tenta di comprendere la contraddizione, e quindi attiva la propria dimensione del significato; tuttavia, inevitabilmente, egli subisce il significato della determinazione applicata alla contraddizione: non astenendosi, intervenendo, ne diviene preda. L’essere umano che legge la non-lettura, al contrario, riesce a estinguere il significato: raccogliendosi all’interno della coincidenza dei contraddittori, facendo collidere le concrezioni del significato ‒ quelli che Bruno chiamerebbe «contrari» ‒, annullando l’ingannevole oscillazione del livello cosmico della realtà (legato alla determinazione e alla dimensione spazio-temporale), colui che non legge raggiunge una consapevolezza sovrana dell’ordine senza forma, una chiara intesa dell’essenza di quella Ordnung divina che si dà secondo la necessità dell’amore di Dio, e che si rivela anche laddove il semplice lettore giunge soltanto a scorgere l’assenza del principio.

  • 60 Cfr. Vetö 2014: 54: «être attentif veut dire être ouvert, être souple. […] C’est le paradoxe de l’a (...)

23Portando la riflessione lungo il crinale della comprensione della realtà, la lettura è duplice: secondo il versante cosmico-creaturale, l’intelligenza si svolge in orizzontale nel senso delle forme che assume il limite della necessità; secondo l’apice della mente, essa legge il proprio incentrarsi, annulla la dimensione caleidoscopica del significato e si fa tramite trasparente dell’amore divino60.

24Allo stesso modo, la collocazione dell’uomo all’interno del malheur, l’orizzonte a cui egli non può non appartenere, è ancipite: da un lato, colui che aderisce all’illusione creaturale della determinazione, leggendo la realtà in modo acritico, subisce passivamente la sventura; dall’altro, l’essere umano che fa propria la scelta apicale della non-lettura ‒ una lettura abissalmente critica perché portata sul suo stesso fuoco ‒ intende la regola vicissitudinale, conosce la necessità del limite, e dunque accetta la contraddizione della sventura come segno inequivocabile e materializzazione rivelativa della grazia divina.

  • 61 Weil 2012c: 328.

25«Il ruolo privilegiato dell’intelligenza nel vero amore è dovuto alla natura stessa dell’intelligenza, qualcosa che scompare nell’atto di esercitarsi. Posso compiere uno sforzo per giungere alle verità, ma quando esse sono presenti, esse sono, ed io non c’entro affatto»61.

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Bibliografia

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Zani, M. 1994, Invito al pensiero di Simone Weil, Milano, Mursia.

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Note

1 Si tratta di Weil 2005a e Weil 2005b. Sui principali concetti della speculazione weiliana analizzati nel presente scritto, cfr., tra gli altri, Zani 1994: 90-92; Fulco 2002: 93-128, 169-174; Vogel 2010: 201-213; Chenavier 2012: 116-130. «Il nous fait donc comprendre qu’elle prend le vocable “lecture” en un sens inédit, entièrement nouveau» (Vogel 2010: 202) e «la notion de lecture que Simone Weil élabore n’a rien à voir avec la lecture au sens ordinaire du terme» (Vogel 2010: 206).

2 Weil 2005a: 403.

3 Nel presente articolo, si utilizza il termine intelletto per designare la componente “razionale” dell’essere umano che si pone, secondo gradi diversi, in traccia della verità divina. I differenti gradi di “intensione” sono qui rappresentati dai diversi livelli della lettura.

4 Ivi: 406.

5 Ibidem.

6 Ivi: 407.

7 Ibidem.

8 Weil 2005b: 408.

9 Weil 2008a: 171.

10 Ivi: 172.

11 Ibidem.

12 Weil 2005b: 408.

13 Ibidem.

14 Ivi: 409.

15 Ibidem.

16 Ivi: 410.

17 Ivi: 409.

18 Ibidem.

19 «Lire, c’est donc produire et subir une action qui est à même d’opérer une modification brusque» (Vogel 2010: 204).

20 Cfr. infra la seconda parte del presente scritto.

21 Zani 1994: 130.

22 Weil 1982a: 247.

23 Weil 2012a: 102.

24 Weil 2005b: 413.

25 Ivi: 411.

26 Ivi: 413.

27 Ibidem.

28 Il presente articolo non si sofferma sui nessi tra intelletto, volontà e amore divino, relazioni che potranno essere oggetto di un altro studio.

29 Cfr. Weil 2005b: 411, 414-415.

30 Cfr. Dall’Igna 2020: 171-189.

31 Weil 2012a: 101.

32 Ibidem.

33 «Lire implique diverses positions que nous occupons en fonction des rapports de force que nous entretenons avec autrui» (Vogel 2010: 207, 212). Per i diversi gradi della lettura, cfr. Vogel 2010: 207.

34 Weil 2012b: 225.

35 Weil 2005b: 409.

36 Weil 2012c: 288-289.

37 Weil 1988: 43. Cfr. Putino 1997: 62: «la contraddizione è il limite del pensiero, ciò davanti a cui esso smette le forme illusorie e incontra la propria realtà. La realtà del pensare è quindi data da due pensieri che si pensano insieme e separatamente, è questa infatti la maniera weiliana per accedere al senso della contraddizione».

38 Weil 1988: 42.

39 Weil 2008a: 177.

40 Weil 1988: 44.

41 Cfr. Esposito 2014: 55-62.

42 Weil 1988: 44.

43 Ibidem.

44 Ibidem.

45 Weil 1982a: 256.

46 Weil 2012c: 276.

47 A mio avviso, pur passando attraverso la forza lacerante della contraddizione, l’uomo non raggiunge in uno stato di beatitudine lacerante, come nel pensiero di Giordano Bruno. La collocazione suprema dell’essere umano sembra più vicina al ritorno all’abisso divino e originario eckhartiano, tenendo però in conto il differente rilievo che il principio dell’amore presenta in Meister Eckhart e in Simone Weil.

48 Weil 1982a: 259.

49 Weil 1988: 56.

50 Weil 1982b: 382.

51 Weil 2012c: 267.

52 Weil 1982a: 284.

53 «Le monde n’est ni réel ni imaginaire. Il est un effet de réel» (Vogel 2010: 204).

54 Weil 1982a: 283.

55 Nel pensiero di Simone Weil, la non-lettura, attenzione estrema, si lega al concetto di de-creazione: «l’attention représente donc parfaitement le sens et la direction de la décréation» (Vetö 2014: 58). Sul concetto di attenzione, che è possibile legare a quello di lettura, cfr., tra gli altri, Castellana M. 1979: 47-77 (in particolare, ivi: 65-68) e Farina 2010: 115-130. «Il lavoro della mente e quello del corpo sono soprattutto attenzione, la quale suppone la scoperta dell’importanza teoretica dell’obbedienza all’ordine del mondo di cui si può e si deve cogliere l’armonia strutturale […]» (Di Nicola, Danese 1991: 353-361). Cfr. anche Weil 2008b, in particolare: «l’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto, nel mantenere in se stessi, in prossimità del pensiero ma a un livello inferiore, e senza che vi sia contatto, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti a utilizzare. […] E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non deve cercare alcunché, ma essere pronto ad accogliere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi» (Weil 2008b: 197).

56 Weil 2005b: 413.

57 Castellana M. 1979: 25, 48.

58 Putino 1997: 50.

59 «Weil non cade in un irrazionalismo sentimentale o istintivo, perché l’intelligenza non viene eliminata bensì esercitata fino al limite consentitole dalle sue possibilità, come propedeutica all’incontro» (Castellana F. 1985: 114).

60 Cfr. Vetö 2014: 54: «être attentif veut dire être ouvert, être souple. […] C’est le paradoxe de l’attention : elle ne doit se concentrer sur rien de particulier, car la condition même de son efficacité c’est qu’elle s’exerce à vide».

61 Weil 2012c: 328.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Antonio Dall’Igna, «Lettura e non-lettura secondo Simone Weil»Rivista di estetica, 78 | 2021, 152-167.

Notizia bibliografica digitale

Antonio Dall’Igna, «Lettura e non-lettura secondo Simone Weil»Rivista di estetica [Online], 78 | 2021, online dal 01 février 2024, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/8403; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.8403

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